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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

venerdì 13 gennaio 2012

Il sistema del “clearing” nella Germania del 1930-1940


Tratto da. H.W. Arndt 1949. Gli insegnamenti economici del decennio 1930-1940. Giulio Einaudi editore. Torino. 510 p.

Capitolo settimo: Germania: politica economica estera.

3. Il sistema del “clearing”

Il sistema del clearing, come il controllo dei cambi, non fu una premeditata invenzione dei nazisti, ma sorse attraverso i tentativi, prima dei commercianti privati e poi del governo stesso, per sfuggire al dilemma dei cambi esteri. Il primo impulso nacque dagli sforzi delle ditte importatrici tedesche impossibilitate a ottenere valuta estera, per ricorrere all’aiuto degli esportatori tedeschi e combinare baratti diretti con i loro rispettivi contraenti di un paese straniero. Le compensazioni private di questo tipo, che godettero di una breve boga durante il 1932-33, resero possibile una certa quantità di scambi internazionali che altrimenti non avrebbero avuto luogo per mancanza delle possibilità di pagamento. Ma dal momento che simili contrattazioni erano limitate allo scambio di quantità definite di merci, e raramente richiedevano l’intervento di meno di quattro parti contraenti, questo sistema rimase limitato e assai complicato.

Una forma di baratto più generalizzato si sviluppò durante il 1933 attraverso i cosiddetti “conti Aski”, aperti presso banche tedesche a favore di esportatori stranieri. I conti Aski operavano in effetti come compensazioni private continuamente rinnovatisi: l’esportatore straniero commisurava esattamente le sue vendite alla Germania (per le quali riceveva marchi Aski) al volume delle merci tedesche (che lui stesso o un altro importatore del suo paese acquistava con marchi Aski) delle quali egli disponeva all’estero. Questo sistema allargò molto il campo dei baratti, ma subito diede origine in forma acuta a un problema che già si era presentato nel caso delle compensazioni private. In seguito alla sopravvalutazione del marco, le esportazioni tedesche erano seriamente ostacolate dai loro prezzi sui mercati esteri, col risultato che l’offerta di marchi Aski (derivanti dalle importazioni tedesche) tendeva sempre a superare la domanda. Gli esportatori esteri riuscivano a vendere le loro disponibilità di marchi Aski ai potenziali importatori soltanto ad uno sconto sufficiente a compensare il potenziale importatore di merci tedesche della differenza di prezzo; gli esportatori a loro volta aggiungevano il premio al prezzo delle merci vendute in Germania. Il risultato fu che il sistema Aski tendeva automaticamente a compensare la sopravvalutazione del marco attraverso gli sconti variabili ai quali i marchi Aski erano venduti all’estero, a spese dei consumatori tedeschi di merci importate. All’inizio il governo tedesco tentò di limitare la portata di questa svalutazione del marco, permettendo scambi compensati solo per le cosiddette esportazioni “supplementari”, cioè per quelle esportazioni che non sarebbe stato possibile effettuare al corso ufficiale del cambio. Ma via via che il premio cresceva, gli esportatori tedeschi erano sempre più tentati di spostare le esportazioni dal campo del commercio libero a quello degli scambi compensati. La difficoltà di definire quali erano le esportazioni supplementari e di sopprimere le evasioni, portò a crescenti restrizioni e alla graduale abolizione del commercio in compensazione Aski, dopo il 1935[1].  La forma tecnicamente più perfetta di commercio basato sul baratto, che gradualmente soppiantò i primi sistemi e divenne la struttura di quasi il 65% del commercio estero tedesco, fu il sistema del clearing. Invece di lasciare ai commercianti privati il compito di trovare possibilità di baratti, il governo concluse degli accordi generali di compensazione, o accordi di clearing con interi paesi. L’essenza di un accordo di clearing consisteva nella istituzione in entrambi i paesi contraenti di un conto nel quale gli importatori (e gli altri debitori) pagavano, nella loro moneta, le somme che dovevano ai loro creditori dell’altro paese, e dal quale gli esportatori verso l’altro paese (e gli altri creditori di esso) erano pagati, anch’essi nella loro moneta. Questo sistema aveva il vantaggio, sia sulle compensazioni private che sul sistema Aki, di poter essere esteso fino a comprendere non solo le transazioni commerciali, ma tutti i tipi di transazioni internazionali, come pagamento di debiti ecc.[2]. d’altra parte, il clearing dava origine a un nuovo problema che non si era presentato nel caso di baratto diretto o del sistema Aski, il problema dei saldi scoperti. Mentre i commercianti privati effettuavano un baratto solo dopo essersi accertati che gli ordini complementari erano stati passati e i pagamenti concordati, non era affatto certo che il commercio totale fra due paesi si sarebbe automaticamente compensato. Un metodo per raggiungere il necessario bilancio era quello di permettere che il corso del cambio di ogni conto di clearing oscillasse liberamente. In pratica, tali violente oscillazioni dei cambi aumentavano a tal punto l’elemento rischio nel commercio estero, che questo metodo fu raramente seguito. Però, in mancanza di un corso del cambio oscillante liberamente, l’equilibrio si poteva conseguire soltanto col controllo diretto del commercio. Pertanto, in pratica il sistema del clearing presupponeva un grado considerevole di controllo statale sul commercio estero in entrambi i paesi contraenti[3].

D’altra parte, il sistema di clearing per se stesso rafforzava i poteri di controllo dei governi interessati. Il fatto che ogni clearing costituiva un sistema chiuso provocava la fissazione di tanti diversi corsi del cambio tra le rispettive monete, così che erano sovente fissati ex novo per ogni importante transazione. Quantunque il corso dei cambi fosse in teoria fissato per via di accordi, questa possibilità conferiva al governo dotato di una più favorevole posizione commerciale un docile strumento, con cui controllare il volume e le condizioni del proprio commercio estero.

Il vantaggio più notevole del commercio basato su sistemi di baratto compreso il clearing, era che esso eliminava i mezzi di pagamento internazionali, oro e valute estere. Fu questo vantaggio che spinse la Germania e gli altri paesi, le cui riserve auree e di valute estere erano state esaurite dalla fuga dei capitali e dalle avverse bilance dei pagamenti, ad adottare questo sistema di commercio. È importante vedere cosa significa realmente questo vantaggio. Certamente, non significava che la Germania, per esempio, non dovesse più pagare le proprie importazioni[4]; essa ancora doveva acquistare le importazioni con esportazioni,, quantunque queste ultime, invece di darle la disponibilità di valuta estera libera, aumentassero il saldo a suo favore nel conto di clearing nell’altro paese. Sotto questo riguardo, la sola vera differenza tra il commercio di clearing e quello a cambio libero era che, mentre secondo quest’ultimo un paese le cui riserve di valute estere fossero esaurite, non poteva importare fino a che non avesse ottenuto le necessarie divise estere, per mezzo di maggiori esportazioni, - spesso rese impossibili dalle barriere doganali e dalle difficoltà di trovare mercati esteri, il sistema di clearing metteva in grado di un paese di prendere l’iniziativa aumentando le importazioni[5]. Per un paese che, come la Germania nel 1933, aveva urgente bisogno importazioni estere, ma il cui commercio di esportazione era ostacolato sia da una sopravvalutazione della moneta sia da restrizioni commerciali internazionali, questo era in se stesso un importante vantaggio. Ma questa differenza fra il sistema dei cambi liberi e il sistema di clearing aveva un’ulteriore importante conseguenza. Essa significava che, in base al sistema di clearing, l’obbligo di ristabilire il necessario equilibrio nel conto di clearing generalmente incombeva sul paese che aveva una (temporanea) eccedenza di esportazione. Infatti, siccome un paese che comperava più di quanto vendeva in effetti riceveva merci senza pagarle e aumentava semplicemente il suo debito di clearing verso l’altro paese, era quest’ultimo che doveva garantire il pagamento ai suoi esportatori, sia assumendo a sua volta i suoi acquisti dall0altro paese, o, se era il caso, riducendo le sue esportazioni. In quanto questa caratteristica del commercio di clearing veniva in se stessa a stabilire un premio all’espansione del commercio internazionale – e, in certi casi, questo fu senza dubbio il risultato – essa costituiva un indubbio pregio del sistema. Ma essa costituiva anche una potente arma in mano di un paese che, come la Germania nazista, fosse il solo bramoso di comperare in un mondo preoccupato di vendere; e specialmente se quel paese era il primo a usare l’arma di accumulare debiti sui conti di clearing con paesi che erano ontani da ogni sospetto. Le possibilità di manipolare il corso dei cambi e di accumulare saldi scoperti sui clearing, trasformarono questo sistema in una potente arma della quale il governo nazista fece pieno uso nella sua politica del commercio estero.

Tutti questi vantaggi dei sistemi di compensazione privata e di clearing, alcuni dei quali – ma non tutti – erano assai dubbi, dal punto di vista dell’ordine economico internazionale erano controbilanciati da uno svantaggio molto grave. L’essenza del sistema di clearing consisteva nel pareggiare i debiti e i crediti della bilancia commerciale (o, se altre transazioni, non riguardanti merci, erano incluse, della bilancia dei pagamenti) del paese interessato, in modo da evitare i pagamenti internazionali per liquidare – a lungo andare – le differenze. Ma questo in pratica significava che il clearing limitava il commercio internazionale a scambi bilaterali di merci tra coppie di paesi. Quantunque, in linea di principio, non esista ragione perché tre o più paesi non possano sistemare il loro commercio estero in modo che, fino a quando non esiste alcun saldo tra due qualsiasi di loro, le loro reciproche obbligazioni si annullino, le difficoltà sorte in un clearing anche solo triangolare, a suo tempo risultarono insormontabili[6]. Perciò, in pratica, la riorganizzazione del commercio tedesco sulla base del clearing implicava l’abbandono di alcuni dei vantaggi del commercio internazionale e in particolare la perdita della maggiore parte dei benefici, in termini di costi comparati, che la Germania aveva tradizionalmente ricavato dal suo commercio plurilaterale basato sulle sue vendite di manufatti ai paesi industriali europei, e sui suoi acquisti di materie prime e di prodotti alimentari dai marcati d’oltremare. Esamineremo in seguito fino a che punto i nazisti, riuscirono a ridurre questa perdita sfruttando le possibilità di monopoli discriminanti consentiti dal sistema del commercio estero controllato.

Il controllo dei cambi e il sistema di clearing fornirono ai nazisti gli strumenti di una politica pianificata del commercio estero. Come furono impiegati questi strumenti?

4. La politica nazista del commercio estero.

Il “Nuovo Piano”, nello stabilire la politica di restringere le importazioni all’ammontare disponibile di valuta estera, metteva naturalmente in evidenza il fatto che le crescenti esigenze d’imporazioni sarebbero state soddisfatte soltanto attraverso una espansione delle esportazioni. Ma queste erano ostacolate dalla sopravvalutazione del marco che manteneva i prezzi tedeschi di esportazione considerevolmente al di sopra dei prezzi della concorrenza sui mercati internazionali. Perciò, per quanto ci risulta, la politica nazista per il commercio estero fu dominata, dopo il 1934, dagli sforzi del governo per sormontare questo ostacolo artificiale e che la Germania, in gran parte, si creava da sé.

I metodi che vennero usati per stimolare le esportazioni differiscono considerevolmente. In linea generale, è possibile distinguere quattro tipi di politiche adottate alla Germania rispettivamente verso quattro gruppi di paesi: a) paesi con i quali la Germania commerciava sulla base di cambi liberi (o di accordi di pagamento); b) paesi creditori con i quali si erano conclusi accordi di clearing; c) paesi a controllo dei cambi dell’Eruopa sud-orientale; d) paesi sud-americani. 299-307

b) Clearing con paesi creditori: Un certo numero di paesi creditori dell’Europa occidentale, compresi la Franca, la Svizzera e l’Olanda, avevano concluso accordi di clearing con la Germania, nel 1932, allo scopo di accantonare i ricavati delle eccedenze delle esportazioni tedesche per il pagamento dei debiti verso i loro cittadini. Ma, come abbiamo visto, il sistema del clearing consentiva di accrescere liberamente le importazioni senza immediato pagamento. Perciò al 1933 in avanti, la Germania aumentò i suoi acquisti da questi paesi in modo tale (e i loro esportatori erano ben lieti di vendere), che non soltanto scomparvero le eccedenze di esportazioni tedesche, ma la Germania accumulò debiti per cifre considerevoli nei suoi conti di clearing con i paesi in questione. Pertanto, quando questi ultimi si resero conto che in realtà essi stavano vendendo merci alla Germania senza alcuna immediata prospettiva di pagamento sotto forma di esportazioni tedesche, reagirono riducendo le loro esportazioni verso la Germania e, nel caso della Francia, sostituendo un accordo di pagamento all’’accordo di clearing, in modo da rendere impossibile la ripetizione dell’esperimento. Razionando le esportazioni, questi paesi riuscirono a obbligare la Germania a ridurre a poco a poco i suoi debiti di clearing. D’altra parte, per la Germania il commercio a queste condizioni era svantaggioso come quello con i paesi a libero cambio, e durante gli anni seguenti il commercio tedesco con questi paesi ristagnò o declinò.

c) Europa sud-orientale: L’espansione del commercio nazista nell’Europa sud-orientale si spiega col fatto che la Germania era il solo paese disposto ad acquistare le derrate e le materie prime di quelle regioni a prezzi remunerativi. Tutti quei paesi erano esportatori di prodotti agricoli, specialmente di grano e di altri cereali, di suini e di tabacco , per l’importazione dei manufatti loro occorrenti, dipendevano dalla vendita delle loro eccedenze agricole. Però, per varie ragioni – scarsa adattabilità del terreno, sovrappopolazione, cattiva organizzazione e soprattutto mancanza di capitali – questi paesi non erano riusciti a seguire i miglioramenti della tecnica agricola che erano stati applicati durante il primo trentennio del secolo nei grandi paesi produttori dell’emisfero occidentale e dei Dominions britannici. Col collasso dei prezzi agricoli durante la grande depressione essi non furono più assolutamente in grado di competere con i produttori d’oltremare sui mercati internazionali. In pari tempo, la maggiore parte dei loro antichi mercati europei chiudevano le porte ai loro prodotti. In questa disperata situazione, la Germania apparve come il loro salvatore.

Come abbiamo visto, la Germania era disposta a comperare il grano romeno, il granoturco ungherese, I maiali jugoslavi e il tabacco Greco a prezzi più alti di quelli mondiali non soltanto perché gli acquisti da questi paesi (che erano stati tutti obbligati dalla situazione della loro bilancia dei pagamenti ad adottare il controllo dei cambi e a concludere accordi di clearing con la Germania) non richiedevano pagamenti in valuta libera, ma perché i nazisti miravano a ottenere il controllo politico ed economico su tutta quella zona, nell’eventualità di una guerra. È importante rendersi conto del fatto che l’incapacità dei produttori balcanici di praticare prezzi di concorrenza sui mercati internazionali e il rifiuto degli altri paesi, come la Gran Bretagna, di assisterli nella loro critica situazione davano alla Germania la partita giù vinca a metà. In pratica essa ricorse a innumerevoli stratagemmi per stringere sempre più nella sua mora le economie balcaniche.

Il metodo più semplice ed efficace era l’accumulazione dei debiti di clearing. Nel 1935-36 la Germania continuò ad aumentare i propri acquisti da questi paesi attraverso i clearing. Via via che i saldi attivi nei clearing si accumulavano, gli esportatori balcanici non riuscivano a essere pagati; e, al fine di ridurre questi saldi congelati, i governi dei paesi balcanici dovettero spingere i loro importatori ad acquistare prodotti in Germania piuttosto che altrove. Dove esisteva parità di potenza commerciale, questa forma di ricatto funzionò una sola volta con ogni vittima[7]. Francia, Olanda e Svizzera, come già vedemmo, vi misero facilmente termine, riducendo le loro esportazioni in Germania. Ma i paesi balcanici non erano in grado di fare altrettanto. La maggiore parte tentarono di espandere il loro commercio con altri paesi,, quando si resero conto del pericolo di una eccessiva dipendenza dalla Germania, sia riducendo le loro esportazioni verso la Germania (un metodo che la Turchia usò con discreto successo), sia insistendo per avere pagamenti in valute libere per una parte delle loro esportazioni. Ma entrambi questi metodi presupponevano la possibilità di vendere su altri mercati e questo punto rimase decisivo[8]. Impossibilitati a vendere altrove le loro eccedenze a prezzi rimunerativi, essi non potevano fare altro che continuare a vendere alla Germania, e perciò anche a comperare da lei[9].

Altri sistemi con i quali i nazisti accentuarono la dipendenza economica dei paesi balcanici dalla Germania furono il dumping dei prodotti balcanici su mercati stranieri (che offriva il doppio vantaggio di togliere questi mercati esteri agli esportatori balcanici diretti e di procurare valute libere alla Germania); e specialmente durante gli ultimi due anni che precedettero la guerra, la generosa concessione ei crediti a lunga scadenza (che, effettivamente, non costavano nulla alla Germania, perché il differimento dei pagamenti da parte degli importatori balcanici determinava una mancanza di fondi nei conti di clearing col risultato che le banche centrali dei paesi balcanici dovevano anticipare i pagamenti ai loro esportatori, per cui i crediti erano in effetti finanziati non dalla Germania, ma dai governi balcanici); accordi per il baratto di determinati prodotti, sulla base di analoghi crediti su larga scala[10]; la disposizione tedesca a vendere armamenti (di seconda qualità), spesso a credito, il che determinava anche l’importazione dalla Germania delle relative munizioni, delle parti di riserva e di ricambio; infine, ma non meno importante, il sistema della diretta pressione politica e militare.

Già nel 1935 o nel 1936 la Germania era riuscita a rafforzare il suo dominio economico sui paesi bacanici al punto che essa poteva volgere a proprio favore la posizione commerciale nei loro confronti, insistendo su un più alto cambio del marco nei conti di clearing, poteva vendere a più alti prezzi le proprie esportazioni, consegnare merci di qualità inferiore o anche merci che questi paesi non volevano, poteva rifiutare di consegnare merci che potevano essere vendute in altri paesi contro valuta libera, e così via. Fino a qual punto la Germania abbia spinto lo sfruttamento della propria potenza commerciale, è controverso. Non c’è dubbio che essa usò, prima o poi, tutti questi metodi, con tutti i paesi balcanici. Ma prove rilevanti sono state addotte per dimostrare che, fino al 1939, la Germania non si valse pienamente di tutte le possibilità di sfruttamento offerte dal suo dominio economico sopra i paesi balcanici[11]. Non è difficile scoprirne la ragione. L’assunto principale dell’espansione commerciale tedesca nell’Europa sud-orientale non era quello di ottenere importazioni a buon mercato con cui soddisfare i propri fabbisogni normali, ma di assicurarsi una zona di dipendenza economica in caso di guerra. In vista di questo obiettivo, era una sana politica rinunciare a qualche immediato profitto economico per quei vantaggi economici e specialmente strategici che sarebbero più tardi derivati da una completa dominazione politica ed economica. La politica stessa e la misura del suo successo ebbero una significativa illustrazione, anche prima dello scoppio della guerra, nell’accordo commerciale tra la Germania e la Romania del marzo 1939, che andò ben oltre la portata di un normale accordo commerciale, perché stabilì un vasto piano di riorganizzazione di tutta l’economia romena in modo da adattarla ai bisogni d’importazione della Germania[12]. Il puto realmente significativo è che la Germania non fece uso del suo evidente predominio per scopi che avrebbero potuto essere immediatamente definiti di “sfruttamento” e come tali scartati, ma per ottenere un adattamento dell’economia romena alle necessità tedesche, il che, nel complesso, non era necessariamente svantaggioso per la Romania dal punto di vista economico. Naturalmente ben diverso è il modo col quale la Germania trattò i paesi balcanici dolo lo scoppio della guerra. p. 309-315

L’intero sistema nazista della politica del commercio estero era così basato sull’esercizio di quello che è tecnicamente “monopolio discriminante”. Dove la sua posizione di unico sbocco alle eccedenze di un dato paese o il successo del sistema ricattatorio di accumulare dei saldi sui clearing, o finalmente la pressione politica diretta, misero la Germania in una forte posizione, essa riuscì sempre a ottenere le materie prime o quelle altre importazioni di cui abbisognava a prezzi relativamente migliori di quelli che doveva pagare, dove quelle possibilità non esistevano e dove si trovava in concorrenza, sia per i mercati che per le merci con altri paesi.

5. I risultati

come nel caso della politica economica interna del regime nazista, non è possibile valutare i risultati della politica nazista del commercio estero con i normali criteri economici. La politica commerciale nazista perseguì due obiettivi politico-economici: primo, quello di assicurare alla Germania le importazioni necessarie per gli armamenti, per i bisogni fondamentali dei consumatori tedeschi, e per la costituzione di riserve di guerra; secondo, quello di creare per la Germania, nell’Europa sud-orientale, una zona di dominio politico-economico che doveva agire anzitutto come ulteriore salvaguardia contro il pericolo di blocco in caso di guerra. Non si può negare che questi due obiettivi siano stati raggiunti.

Sebbene, dal 1934 fino allo scoppio della guerra, la deficienza di materie prime costituisse uno dei maggiori, se non il massimo problema economico per i nazisti, la politica di acquistare le importazioni necessarie ovunque fosse possibile, quasi senza tenere conto del prezzo e sacrificando inesorabilmente le importazioni “non essenziali” di beni di consumo a favore delle materie prime indispensabili[13] mise la Germania in grado non solo di soddisfare i bisogni normali dell’industria, ma anche di accumulare una massa sconosciuta, ma certamente considerevole, di riserve di guerra.  p. 318-319

Nella sua qualità di acquirente di metà delle eccedenze dei loro prodotti e di fornitrice di metà delle eccedenze dei loro prodotti e di fornitrice di metà delle loro importazioni , la Germania si era assicurata un predominio economico su questi paesi dal quale essi non potevano liberarsi, tanto più che, almeno fino al 1938, i concorrenti della Germania non furono in grado di dare loro alcuna assistenza concreta sotto forma di mercati, di crediti e di armamenti. La controffensiva economica britannica, quando giunse, nel 1938, conseguì un certo successo solo nei confronti della Turchia. In Romania, in Ungheria e in Bulgaria – e in misura minore in Jugoslavia e in Grecia – la penetrazione economica, abbinata con la pressione politica e militare, allo scoppio della guerra, mise in grado la Germania di adattare le economie di questi paesi alle proprie esigenze, sia economiche che politiche. P.319-320

E questo non è tutto: la deviazione degli acquisti di certi particolari prodotti verso nuove fonti di rifornimento significò che la Germania dovette accettare prodotti di qualità peggiore o migliore di quella di cui essa effettivamente aveva bisogno e materiali che richiedevano un costoso adattamento da parte del macchinario tedesco. Entrambi questi fattori devono essere tenuti presenti nel valutare il costo del bilateralismo[14].

Come abbiamo visto, i nazisti si sforzarono di ridurre questo costo al minimo, impostando l’intero commercio estero tedesco sulla base di un monopolio discriminatorio. Sfruttando ogni occasione offerta dalla sua maggiore potenza contrattuale sostenuta dalla pressione politica, per ottenere le migliori condizioni possibili, in ogni singola transazione o nel commercio interno con qualsiasi paese, e compensando le perdite in un campo con i guadagni in un altro, la Germania fu certamente in grado di ridurre il “costo” del bilateralismo e di migliorare considerevolmente le proprie condizioni commerciali. Però qualsiasi valutazione quantitativa è impossibile non solo per l’incredibile intrico di un sistema basato su molteplici e differenti corsi di cambio, su prezzi differenziali, su sussidi e su centinaia di altri espedienti, ma anche perché è impossibile conoscere e praticamente impossibile calcolare quali sarebbero state le condizioni se la Germania non avesse fatto uso della discriminazione. Si può pensare che i guadagni tratti dalla discriminazione abbiano effettivamente superato i costi del bilateralismo. Un giudizio più attendibile è che quella discriminazione abbia semplicemente ridotto questi costi in misura considerevole. p. 325-326

Note:

[1] Il termine Aski fu conservato per gli accordi tedeschi di clearing con le repubbliche sud-americane. Però questi accordi erano veri accordi di clearing, in base ai quali, il corso dei cambi era fissato contrattualmente e saldi considerevoli non di rado si accumulavano.

[2] I primi accordi tedeschi di clearing nacquero in effetti, da un lato, dagli sfori della Germania stessa durante il 1932 per ottenere il pagamento dei debiti commerciali accumulati in favore dei suoi esportatori dai paesi dell’Europa sud-orientale operanti sotto ilo controllo dei cambi; e dall’altro, dagli sforzi dei paesi creditori dell’Europa occidentale durante il 1934 diretti a salvaguardare gli interessi dei loro cittadini contro la minaccia dell’inadempienza della Germania rispetto ai debiti esteri, istituendo conti di clearing e accantonando una porzione del ricavato delle esportazioni germaniche per il pagamento dei debiti. Perciò entrambi i tipi ebbero la loro ragione d’esser, originariamente, in considerazioni più finanziarie che commerciali.

[3] Fu questo dilemma, violente oscillazioni di cambio o controllo diretto del commercio, che indusse un certo numero di paesi a commercio libero, come la Gran Bretagna, a insistere su una forma modificata di accordi di clearing, definita accordi di pagamento, la quale richiedeva il controllo di Stato sul commercio in uno solo dei due paesi. In base all’accordo di pagamento anglo-tedesco, la Germania si impegnò a regolare le sue importazioni dalla Gran Bretagna di mese in mese, sulle importazioni britanniche dalla Germania. Questo sistema rese possibile di provvedere alle importazioni britanniche sulla base del libero scambio, quantunque significasse che il volume del commercio anglo-tedesco veniva esclusivamente determinato dall’iniziativa inglese, che la Germania si limitava a seguire. Inoltre, come notammo precedentemente, l’accordo di pagamento anglo-tedesco non stabiliva la proporzione 1 a 1 tra le importazioni britanniche e quelle tedesche, ma una considerevole eccedenza delle seconde, il ricavato delle quali in parte era accantonato per il pagamento dei debiti, e in parte concesso alla Germania sotto la forma di cambio libero.

[4] Né, d’altra parte, come è stato qualche volta affermato, significava che il commercio di clearing escludesse la possibilità di eccedenze di esportazioni o di importazioni e rendesse così impossibile il pagamento dei debiti. Come abbiamo visto, molti accordi di clearing prevedevano che il pagamento dei debiti fosse finanziato con eccedenze di esportazioni.

[5] Effettivamente un accordo di clearing equivaleva alla reciproca concessione, da parte dei due contraenti, di prestiti o piuttosto di tratte allo scoperto, soggette a essere rimborsate sotto forma di esportazioni.

[6] Qualche tentativo di clearing a tre fu fatto, per es., nel 1939 tra Germania, Romania e Jugoslavia e, in forma più ristretta, tra Germania, Giappone e Grecia. Ma furono casi isolati che non assunsero mai grande importanza durante il quarto decennio del 1900.

[7] I debiti tedeschi di clearing verso i paesi balcanici effettivamente non furono mai molto grandi. Escludendo la Turchia, l’insieme dei saldi dei conti di clearing dei 5 paesi raramente superarono i 150 milioni di marchi, cioè il 10% del valore totale delle loro esportazioni. Ciò nonostante essi permisero alla Germania di conquistare un punto d’appoggio.

[8] L’importanza di avere almeno un altro mercato di sbocco è illustrata dagli effetti diretti che l’applicazione e l’abolizione delle sanzioni contro l’Italia ebbe sulle relazioni commerciali della Jugoslavia con la Germania. Nel 1935 le sanzioni contro l’Italia chiusero alla Jugoslavia il suo più importante mercato alternativo e la obbligarono ad aprire le porte alla prima offensiva commerciale tedesca. Quando nel 1936 le sanzioni furono ritirate, la Jugoslavia fu nuovamente in grado di insistere per un fiu favorevole corso del cambio nel suo accordo di clearing colla Germania (H.S. Hellis, op. cit. pp. 262 ss.)

[9] Un elemento di una certa importanza che favorì l’espansione commerciale della Germania fu il fatto che, data la distribuzione dei poteri politici in quasi tutti gli Stati balcanici, gli interessi dei produttori agricoli, che erano quelli che avevano maggiore bisogno di trovare mercati su cui collocare le loro eccedenze, generalmente prevalsero sui più deboli interessi degli industriali, i quali dovettero piegarsi.

[10] Così, nell’ottobre 1938, alla Turchia fu concesso un credito di 150 milioni di marchi, che doveva essere rimborsato con prodotti del suolo turchi ; analoghi grandi crediti furono concessi nel 1938 e nel 1939 alla Polonia, ala Bolivia e all’Argentina (H.C. Hillmann, Analysis of Germany’s Foreign trade and the War, Economica, febbraio 1940, p. 79).

[11] Nel 1939 un osservatore indipendente arrivò alle seguenti conclusioni che possono sostanzialmente essere accettate. “È vero che la Germania è stata riluttante ad aiutare l’industrializzazione di questi paesi fornendoli di macchine che non potevano ottenere altrove. Ma questo non è stata in effetti la cosa di maggiore importanza. È anche vero che occasionalmente ci sono stati lunghi ritardi da parte della Germania nell’eseguire le ordinazioni (per es. di alluminio o di impianti elettrici), e che la qualità dei tessili germanici, delle macchine e di altre merci è venuta peggiorando durante gli ultimi anni – tendenza che equivale a un aumento dei prezzi. Ma, considerando le cose nell’insieme, la Germania, fino a questo punto, ha praticato prezzi di concorrenza per i suoi prodotti, a parità di qualità, - tanto che in certi casi ha lasciato supporre un dumping sovvenzionato, - e non ha molto ridotto i generi di merci che è disposta a vendere“ (R.I.I.A., South-Eastern Europe, pp. 196 ss.).

[12] Questo accordo contemplava piani dettagliati per la riorganizzazione dell’economia romena, l’intensificazione della produzione dei foraggi, dell’olio di semi e delle piante tessili, della cultura di nuovi raccolti, lo sfruttamento scientifico delle foreste romene, miglioramenti tecnici nelle miniere, nelle comunicazioni e nei servizi pubblici, tutto da eseguirsi e finanziarsi da società germano-romene, sotto la guida di esperti tedeschi. Come si vede, uno schema di sviluppo coloniale scientifico a lunga portata.

[13] Il punto fino al quale questa politica fu condotta è riflesso nello scarto tra il volume delle importazioni tedesche di prodotti finiti e quello delle importazioni di materie prime e di prodotti semi-lavorati. Tra il 1932 e il 1938 la quota dei primi si ridusse dall’8.3% al 5.6%; mentre la quota degli altri salì dal 47.2% al 52%. Un interessante riflesso sulla politica agraria nazista è il fatto (in parte giustificato però dall’importazione di riserve di guerra) che la quota dell’importazione di prodotti alimentari aumentò tra il 1933 e il 1938 dal 38.7% al 41.2% (H. S. Ellis, op. cit., p. 381).

[14] Per citare ancora l’esempio del cotone, il fatto che i cotoni egiziano e brasiliano erano di qualità differente dal cotone americano, fece aumentare i costi della produzione tessile tedesca. L’alta qualità del cotone egiziano lo rendeva più caro e quindi aumentava direttamente i costi: mentre il più ordinario cotone brasiliano faceva aumentare i costi perché richiedeva cambiamenti del macchinario tessile tedesco e abbassava la qualità dei prodotti finiti.

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