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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

lunedì 10 giugno 2013

Diritto internazionale e fantasmi giuridici


Scritto il: 21/05/13

Multinazionali e diritti umani: limiti all’extraterritorialità dalla Corte Suprema (Kiobel)


http://www.filodiritto.com/multinazionali-e-diritti-umani-limiti-allextraterritorialita-dalla-corte-suprema-kiobel/#.UbYBDKDR3Zg

Nell’attuale mondo globalizzato la tradizionale dottrina del diritto internazionale si dimostra inadeguata ad assicurare un’efficace tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, della cui violazione sono molto spesso responsabili quei giganti dell’economia noti come ‘multinazionali’. Per anni, dunque, gli Stati Uniti hanno rappresentato un’opportunità unica per la repressione di tali crimini, offrendo, tramite l’Alien Tort Act, un foro per le richieste di risarcimento. Le sue pronunce hanno evidenziato l’influenza di due questioni giuridiche di grande interesse: la legittimazione processuale passiva delle società e l’applicazione extraterritoriale delle leggi statunitensi. Quest’ultimo fattore è un elemento di imbarazzo per gli Stati Uniti, suscettibile di generare conflitti con altri paesi, nonché costituire elemento di tensioni interne. Per questo, la Corte Suprema, interrogata sulla questione, ha ristretto l’applicabilità dell’ATS alle controversie interne.
1. L’Alien Tort Act e la tutela dei diritti umani: una questione controversa
Un brutto colpo per gli attivisti dei diritti umani quello inferto lo scorso 17 aprile dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che, in Kiobel v. Royal Dutch Petroleum Co 569 U.S. (2013), ha negato l’applicabilità dell’Alien Tort Statute (ATS) a controversie tra stranieri per condotte avvenute al di fuori del territorio degli Stati Uniti.
L’ATS è una legge che consente ad attori stranieri di proporre cause di risarcimento danni nelle corti federali distrettuali per violazioni delle norme previste dal diritto internazionale e dai trattati sottoscritti dagli USA. Emanata nel 1789, è rimasta praticamente inutilizzata per circa 200 anni. La sua applicazione nelle cause relative ai diritti fondamentali cominciò ad essere invocata dagli anni ’80, suscitando reazioni contrastanti: entusiasmo, da parte degli attivisti, i quali sottolineavano l’importanza dell’evoluzione del principio di responsabilità internazionale e la necessità di ammettere i parenti delle vittime di atrocità al foro statunitense; i critici, d’altra parte, ammonivano che l’applicazione indiscriminata della legge nazionale potesse avere un effetto destabilizzante.[1]
Insomma, la questione era spinosa. Una risoluzione difforme da quella presa dalla Corte Suprema avrebbe comportato il rischio di gravi ripercussioni a livello economico e politico, interno e internazionale. D’altra parte, la sentenza in esame ci induce a riflettere sull’efficacia della tutela dei diritti umani nell’attuale sistema globalizzato.
2. Tutela dei diritti umani e diritto internazionale
Ed invero, le ragioni di tanto interesse nei confronti di una legge processuale civile statunitense, risiedono nell’incapacità del diritto internazionale di predisporre strumenti di tutela efficaci quando il soggetto attivo della condotta criminosa è una società. A questo proposito, negli ultimi anni la ricerca scientifica è stata caratterizzata da un ampio dibattito sulla validità dell’approccio classico del diritto internazionale nell’affrontare le nuove sfide poste dalla modernità.
a. Multinazionali e soggettività giuridica internazionale
La difficoltà risiede nel fatto che l’orientamento tradizionale poc’anzi ricordato riconosce solo gli stati come soggetti di diritto internazionale. [2] Innegabilmente è difficile sciogliere il legame tra diritto internazionale e stati: il primo è stato creato dai secondi, allo scopo di regolamentare i rapporti tra gli stessi e si atteggia come diritto della comunità internazionale. Tuttavia, è altrettanto innegabile che il diritto internazionale fallirà il suo obiettivo di regolamentare pacificamente la vita della comunità internazionale se continuerà a rivolgersi esclusivamente agli stati.[3]
Infatti, altri soggetti hanno fatto il loro ingresso sulla scena internazionale: pensiamo alle organizzazioni internazionali o regionali e al ruolo delle società nella vita economica. Questo spostamento di attenzione dallo stato ad altri soggetti è ben evidenziato con il sempre maggior accento posto sui diritti dell’individuo; quest’ultimo dispone di una vasta gamma di diritti inalienabili, ma anche di doveri: oggi, anche i dittatori rispondono dei loro atti davanti alla giustizia internazionale. E’ per lo meno anomalo che lo stesso non avvenga anche per le società,[4] tanto più che le questioni più scottanti emergono proprio in riferimento alla condotta di quelle entità di tale potere economico e politico da essere in grado di influenzare e condizionare anche le decisioni degli stati: le multinazionali.[5]
 b. Globalizzazione e crisi del paradigma tradizionale
 Molteplici sono i fattori che hanno conferito alle società commerciali un ruolo più attivo in ambito internazionale.[6] Clapham ne identifica quattro: la globalizzazione, la privatizzazione, la frammentazione degli stati e la femminilizzazione del diritto internazionale dei diritti umani.[7]
I primi due sono i più rilevanti. L’abbattimento delle barriere commerciali ha contribuito ad attenuare la tradizionale separazione tra pubblico e privato nel diritto e nelle relazioni internazionali. Le privatizzazioni, spesso realizzate con l’ausilio di investimenti stranieri, hanno portato enti non statali ad esercitare funzioni svolte precedentemente da enti o organi statali.[8]
Invero, molte società dispongono di un potere economico di gran lunga superiore a quello degli stessi stati in cui investono, i quali, di conseguenza, non sono in grado di assicurare il rispetto dei diritti umani dei loro cittadini, specialmente nell’ambito del diritto del lavoro, diritto dell’ambiente e altri diritti a protezione della salute fisica e mentale.[9]
Tuttavia, gli stati avranno assolto il loro dovere di assicurarne la tutela, qualora prevedano dei meccanismi al loro interno, atti a regolamentare le obbligazioni degli individui e delle società. In questi casi l’obbligazione posta a carico dell’individuo ha natura essenzialmente nazionale, dal momento che trova nel diritto internazionale la sua fonte indiretta, cosicché al livello del diritto internazionale la violazione sarà imputabile solo allo stato.[10]
L’impostazione tradizionale, che non riconosce l’efficacia orizzontale diretta delle norme a tutela dei diritti umani, ossia ne esclude l’applicabilità nei rapporti intersoggettivi, è considerata il maggiore ostacolo a un effettivo sistema di protezione.E la soluzione proposta da alcune di imporre obbligazioni dirette alle società transnazionali incontra un ostacolo teorico insormontabile, la mancanza di personalità giuridica internazionale delle stesse.[11]
c. Tentativi di formalizzare la responsabilità societaria nel diritto internazionale
Infatti, nonostante le diverse proposte per rendere le società internazionali responsabili per le violazioni dei diritti umani, non si è riusciti, ad oggi, a dar vita ad una cornice normativa vincolante. Gli strumenti legali adottati sinora – ricordiamo, ad esempio, il Patto Globale, la Dichiarazione Tripartita di Principi concernenti le Imprese Multinazionali e la Politica Sociale, le Linee Guida dell’OCSE per le Imprese Multinazionali -  non sono vincolanti e non fanno che rafforzare l’idea che solo gli stati sono destinatari di obbligazioni di diritto internazionale nel campo dei diritti umani[12].
d. Nuove prospettive: la responsabilità penale internazionale delle società
La tradizionale distinzione tra i due livelli di responsabilità, che rispecchia l’esistenza di due differenti sistemi legali, vede alcune eccezioni, ad esempio, nell’ambito della responsabilità penale internazionale, attribuita anche agli individui. Estenderla anche alle società non sarebbe, dunque, cosi fantasioso e non determinerebbe la necessità dell’attribuzione della personalità giuridica, come avviene per gli individui. Tuttavia gli stati sono riluttanti ad accettare tale espansione e alcuni dubitano che il diritto penale internazionale sia uno strumento adeguato per assicurare la responsabilità delle violazioni dei diritti umani per le società. Si ricordi, a titolo di esempio, che la responsabilità penale delle persone giuridiche è stata espunta dalla bozza dello Statuto di Roma istitutivo del Tribunale Penale Internazionale.[13]
 3. L’ATS: aspetti diplomatici, politici ed economici
Una delle strategie per aggirare le difficoltà sopra illustrate è quello di sfruttare i meccanismi di tutela offerti da un sistema giuridico nazionale. Questo non spiega, tuttavia, perché gli Stati Uniti siano un foro preferenziale.
E’ opportuno rilevare, infatti, l’attuale tendenza di individui stranieri, facilmente riscontrabile nella prassi, a ricorrere al sistema giudiziario statunitense per far valere pretese che altrove non troverebbero facile accoglimento. Questo fenomeno è noto come ‘magnetizzazione’ del foro statunitense.[14]
Le ragioni di tale tendenza sono molteplici: l’ammontare dei risarcimenti solitamente liquidati dalle corti federali sia in termini di compensatory damages che di punitive damages; il sistema delle contingency fees; l’ampiezza della discovery; la disponibilità di class action efficaci e così via. [15]
Mentre alcuni celebrano l’ATS come una vittoria per l’efficacia della tutela dei diritti umani, altri ammoniscono che l’abuso potrebbe avere gravi conseguenze di politica estera. Pensiamo a quanto  possa essere rischioso ampliarne l’ambito di applicazione, ad esempio, alle fattispecie in cui la condotta incriminata è caratterizzata dal supporto fornito a governi stranieri nel perpetrare le violazioni: si finirebbe, in sostanza, col mettere sotto accusa proprio i governi! [16]
Dunque, un’interpretazione ottimale dovrebbe essere in grado di massimizzare gli effetti positivi dei contenziosi fondati sull’ATS e minimizzare i pregiudizi per gli U.S.A. Tuttavia, come trovare l’equilibrio? I valori espressi dai diritti umani sono universali, rimane da stabilire se adire il sistema giudiziario federale sia il meccanismo migliore per la loro tutela.[17]
L’applicazione della legge a controversie puramente extraterritoriali è suscettibile di determinare anche contrasti interni, creando un conflitto di poteri. I Dipartimenti di Stato e Giustizia fanno notare che maggiore è la distanza tra le condotte dannose, gli attori e gli Stati Uniti, maggiore è il sospetto di ‘imperialismo giuridico’.[18] I giudici federali, non essendo eletti, non sono soggetti a pressioni politiche e sono in grado di giudicare basandosi esclusivamente su criteri giuridici. Nondimeno, questo importante aspetto della separazione dei poteri può risultare in decisioni che contrastano con la volontà di figure politiche istituzionali, compreso il Presidente e il Segretario di Stato e interferire con la gestione degli affari internazionali del Dipartimento di Stato.[19]
Per tutti questi motivi, alla ‘magnetizzazione’ le corti hanno col tempo opposto una tendenza contraria volta, a ‘smagnetizzare’ le corti federali, ed è possibile individuare una spinta ad una progressiva attenuazione del forum shopping verso gli Stati Uniti.
 4. La giurisprudenza dell’ATS prima di Kiobel
L’idea che l’imposizione dell’obbligo di risarcire i danni arrecati attraverso gravi crimini può rivelarsi più efficace, anche a fini dissuasivi, della punizione penale venne messa in atto per la prima volta nel 1980, quando un tribunale civile di New York decise, su sollecitazione del Dipartimento di stato, di applicare in un’ottica nuova, reinterpretandola completamente, l’Alien Tort Act. [20]
Occorre ricordare che originariamente l’ATS non si applicava a controversie tra stranieri. Si limitava ad accordare azione ad attori stranieri, ma taceva sulla nazionalità del convenuto. Con Filartiga v. Pena-Irala, 630 F. 2d 876 (2nd. Cir. 1980) (in cui due cittadini paraguanensi citavano l’ex ispettore generale della polizia del Paraguay per tortura e omicidio della loro famiglia in Paraguay)[21]l’azione fu accordata anche in controversie tra stranieri.[22]
Filartiga ha rappresentato una svolta nella giurisprudenza dell’ATS; da allora la legge è stata invocata in numerosi casi di violazioni del diritto internazionale consuetudinario e non solo per citare individui, ma anche società.[23]
La tendenza a estendere la giurisdizione alle persone giuridiche è stata giustificata su un assunto arbitrario: l’esistenza di una legge nazionale che offre un foro per le cause contro le società straniere sarebbe indice del riconoscimento di una responsabilità societaria per violazione dei diritti umani nel diritto internazionale. L’equivoco consiste nel confondere il concetto di soggetto passivo di un’obbligazione con quello di giurisdizione. Uno stato potrebbe anche esercitare la giurisdizione per violazioni societarie dei diritti umani in base alle proprie leggi, applicate extraterritorialmente; ma questo non implicherebbe il riconoscimento internazionale di tale principio. Semmai il rapporto è inverso: l’ATS si limita a convertire una violazione del diritto internazionale in una violazione del diritto nazionale.[24]
E difatti, ad oggi nessuna richiesta di risarcimento danni nei confronti di una società è stata accolta in base all’ATS. Alcuni casi importanti sono stati risolti stragiudizialmente (Wiwa v. Royal Dutch Petroleum, Wiwa v. Anderson, Wiwa v. Shell Petroleum Development Company e Doe v. Unlocal [25]).[26]
Altri, come Kadic v. Karadzic[27] (in cui la Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Secondo Circuito ha ammesso un’azione contro un individuo che agiva in funzione privata ma in complicità con uno stato), riguardavano circostanze diverse, come genocidio e delitti di guerra, fattispecie per le quali la responsabilità dell’individuo è ammessa nel diritto internazionale. E la distinzione tra responsabilità individuale e societaria o tra responsabilità penale e civile non è di poco conto.[28]
Comunque per avere l’orientamento della Corte Suprema sull’ATS occorre attendere il 2004, quando, in Sosa v. Alvarez-Machain 542 U.S. 692 (2004) (ove un cittadino messicano citava un altro cittadino messicano, che agiva sotto la direzione della Drug Enforcement Administration (DEA), per la sua arbitraria detenzione in Messico e per la deportazione negli Stati Uniti) respinge questa interpretazione estensiva.[29]
La Corte, tuttavia, si pronunciava solo sulla questione preliminare di cui poc’anzi si parlava, confermando le argomentazioni svolte. Tralasciando di esprimersi sulla responsabilità societaria, evidenziava che l’ATS non conferisce ai privati un titolo su cui fondare l’azione, ma si limita a stabilire un criterio di giurisdizione a favore delle corti federali. Ciò significa, in sintesi, che la causa petendi non può rinvenirsi nell’ATS, ma deve essere reperita in una norma di carattere sostanziale idonea a fondare l’azione proposta nel giudizio.[30]
Nel caso in esame, trattandosi di violazione dei diritti umani, l’azione andava fondata sul diritto internazionale. Ma l’arbitraria detenzione non costituisce una fattispecie idonea a rappresentare una norma di diritto internazionale ‘specifica, universale e obbligatoria’ tale da ammettere un rimedio federale.[31]
La Corte, dunque, pur respingendo l’azione, non affronta né la questione della responsabilità societaria, né quella dell’applicazione extraterritoriale, che rimangono aperte per Kiobel.[32]
5. Kiobel e i diritti umani: responsabilità societaria si o no?
Kiobel è una causa civile per risarcimento danni intentata da 12 nigeriani che accusavano società petrolifere olandesi, britanniche e nigeriane di complicità con il governo nigeriano, che, nel tentativo di reprimere le proteste contro le perforazioni nella regione Ogoni del delta del Niger, si era reso responsabile dei crimini più efferati come tortura e omicidio.[33]
La Corte del Secondo Circuito, la prima a essere investita della questione, escluse che l’ATS potesse fondare la responsabilità societaria.[34] Il giudice Cabranes ritenne, richiamandosi a Sosa, che per individuare il legittimato passivo occorresse far riferimento al diritto internazionale, e che in quest’ultimo la responsabilità societaria non fosse un principio universalmente riconosciuto.[35]
L’inaspettata decisione ha generato un’ondata di critiche.  La questione della responsabilità societaria nel diritto internazionale è una delle più controverse.[36] Tra le opinioni discordanti ricordiamo, all’interno dello stessa corte, quella del giudice Leval, che trovò ampio supporto nel diritto internazionale alla responsabilità societaria, spiegando che la mancanza di un consenso condiviso è coerente con la struttura del sistema giudiziario internazionale: ‘Il diritto internazionale prescrive norme di condotta, identifica atti vietati. La questione della responsabilità civile e le modalità di tutela sono determinate da ciascuno stato.’[37]
La confusione nasce dal fatto che Sosa, nel limitare l’applicazione dell’ATS alle violazioni del diritto internazionale consuetudinario, non ha specificato come questo test andasse applicato. Non è chiaro, ad esempio, se solo la violazione o anche il titolo dovesse fondarsi sul diritto internazionale consuetudinario. Quest’ultima opzione presenterebbe dei problemi di non facile soluzione per un tribunale, in quanto il diritto internazionale non determina chi debba essere perseguito né le modalità.[38]
Lo stesso giudice Cabranes in Flores v. Southern Peru Copper Corp. 253 F. Supp. 2d 510, 512-13 (E.D.N.Y.. 2002) sosteneva che le fonti di diritto internazionale rilevanti per gli scopi dell’ATS erano costituite da: ‘i trattati che stabiliscono una serie di norme espressamente riconosciute dagli stati in lite’, ‘le consuetudini internazionali come  prova di una pratica generalmente accettata dalle nazioni come diritto’, e ‘i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili’. Se pensiamo che un’indagine dei trattati internazionali fornisce ampia evidenza che le società sono considerate responsabili per le violazioni del diritto internazionale, una completa preclusione della responsabilità societaria rimane difficilmente prefigurabile.[39]
Il tema è stato oggetto di oscillanti pronunce da parte della giurisprudenza degli Stati Uniti:[40] successivamente a Kiobel, infatti, altre 3 corti, il Settimo, il Nono e il Circuito di Washington D.C. hanno ritenuto, al contrario, di affermare la responsabilità delle società in base alla legge statunitense, creando una spaccatura.[41]
Per comporre il contrasto, la Corte Suprema ha ammesso il writ of certiorari sull’Alien Tort Statute, con l’intento di stabilire: se l’ATS fosse idoneo a fondare la responsabilità societaria; se la questione della responsabilità in base all’ATS fosse una questione di merito o di giurisdizione.[42]
6. ATS e extraterritorialità: il no della Corte Suprema
Alla luce di quanto detto, era prevedibile che la Corte avrebbe limitato il ricorso all’ATS nelle controversie puramente extraterritoriali. E lo ha fatto servendosi di un criterio interpretativo noto come ‘presunzione di esclusione dell’extraterritorialità’, in base alla quale se una legge nulla dispone sulla sua applicazione extraterritoriale, questa deve ritenersi esclusa. La Corte non ravvisando alcuna indicazione nel testo dell’ATS, ritiene la presunzione pienamente operante e esclude l’applicazione della legge quando la condotta rilevante ha avuto luogo sul territorio estero.
La Corte ribadisce che la questione dell’applicazione extraterritoriale è una questione di merito e non di giurisdizione e che l’ATS è una legge ‘strettamente giurisdizionale’, che non regola direttamente condotte o accorda tutela ma concede alle corti federali di riconoscere validità a titoli giuridici basati su norme internazionali sufficientemente definite.
Nello stabilire quali fattispecie dovranno essere ricondotte all’ATS, le corti federali dovranno tener in debito conto i rischi di ripercussioni in politica estera e la necessità di non interferire con la discrezionalità degli altri poteri dello stato.
L’esigenza di evitare conflitti internazionali è, del resto, la finalità ultima dell’ATS, concepita in un’epoca ove gli stati erano in dovere di perseguire i crimini perpetrati dai loro cittadini nei confronti di soggetti o del patrimonio appartenenti ad altri stati, rischiando, in caso contrario, pesanti rappresaglie e persino la guerra. Gli Stati Uniti, una nazione debole nel 1789, per segnalare agli altri membri della comunità internazionale l’impegno alla repressione di tali crimini, si premunirono di emanare leggi sia in materia penale che civile.[43] L’ATS fu una di queste. Tra le violazioni al diritto internazionale che la determinarono, la Corte ne ricorda due piuttosto note, che riguardavano i diritti di ambasciatori, avvenute sul territorio statunitense e una terza, un atto di pirateria avvenuto, invece, al di fuori del mare territoriale. Dunque, neanche l’analisi del contesto storico sarebbe in grado di capovolgere la menzionata presunzione.
La Corte respinge anche l’opinione che l’utilizzo del termine ‘tort’ nel testo della legge sia idoneo a configurarne l’applicabilità nei casi di ‘transitory tort’. Secondo tale dottrina, l’unica ragione per consentire un’azione il cui titolo è sorto in un’altra giurisdizione è il fatto che tale titolo sia ivi riconosciuto.
Insomma, niente lascia presumere che l’ATS sia stata emanata per far sì che gli Stati Uniti dessero ospitalità all’esecuzione del diritto internazionale. Per dirla come il giudice Story: ‘Nessuna nazione ha mai preteso di essere il guardiano della moralità dell’intero mondo…’.
Una cosa è certa: dopo Kiobel molte delle cause pendenti in attesa dell’opinione della Corte saranno respinte, mentre la tendenza a ricorrere al foro statunitense subirà un ridimensionamento. La formulazione scelta dalla Corte Suprema, infatti, lascia aperti dei margini all’applicazione extraterritoriale dell’ATS, che sarebbe ammessa nei casi in cui parte ‘rilevante’ della condotta avvenisse negli Stati Uniti. Il problema è stabilire come identificarla.
La mera presenza negli Stati Uniti non sarebbe un criterio sufficiente a fondare la giurisdizione, ma è possibile che gli avvocati ravviseranno, nella esistenza di un ufficio direzionale sul territorio, un criterio di collegamento sufficiente.[44]
Inoltre, ricordiamo che l’ATS offre giurisdizione presso le corti federali, ma gli stati federali hanno piena competenza in materia civile, e questo vuol dire che ben si potrebbero presentare domande per violazione della common law nelle corti dei singoli stati. [45]
Sicuramente la pronuncia renderà la vita difficile agli attivisti dei diritti umani, ma è lecito aspettarsi che non si arrenderanno.
 7. Conclusioni
La globalizzazione, con l’emergere di entità commerciali private di rilevante potere economico, ha reso l’attuale paradigma del diritto internazionale inadeguato a predisporre meccanismi di tutela dei diritti umani. In queste condizioni molti hanno fatto ricorso a sistemi giuridici nazionali, in particolare quello statunitense.
L’ATS è una legge che consente ad attori stranieri di proporre cause di risarcimento danni nelle corti federali distrettuali per violazioni delle norme previste dal diritto internazionale e dai trattati sottoscritti dagli USA. Dagli anni ’80 cominciò a essere applicata nelle cause relative alle violazioni dei diritti umani, suscitando reazioni contrastanti: entusiasmo da una parte, appelli alla cautela dall’altra.
Per evitare effetti destabilizzanti, la Corte Suprema degli Stati Uniti, in Kiobel v. Royal Dutch Petroleum Co, ha negato l’applicabilità dell’Alien Tort Statute (ATS) a controversie tra stranieri per condotte avvenute al di fuori del territorio degli Stati Uniti. L’argomento principale consiste nel criterio interpretativo noto come ‘presunzione contro l’extraterritorialità’, secondo il quale quando una legge non dà indicazioni chiare sulla sua applicazione extraterritoriale, questa deve intendersi esclusa.
In seguito all’orientamento espresso in Kiobel, si assisterà ad un ridimensionamento della pletora di cause prodotta dall’applicazione extraterritoriale dell’ATS. Ma è prevedibile che gli Stati Uniti continueranno ad essere un foro privilegiato per i risarcimenti relativi a violazioni dei diritti umani.
[1] Shapiro D., Kiobel and Corporate Immunity Under the Alien Tort Statute: The struggle for Clarity Post-Sosa, in Harvard International Law Journal, n. 52, 2011
[2] Brandabere E., Non-State Actors and Human Rights Corporate Responsibility and the Attemps to Formalize the Role of Corporations as Participants in the International Legal System in Jean D’Aspremont (Ed.), Participants in the International Legal System Multiple Perspectives on Non-State Actors in International Law (Abdingdon: Routledge, 2011), pp. 268 – 283
[3] Milliet P., Droits de l’homme et responsabilité des entreprises, in Covalence Intern Analyst Paper, 30.07.2009, disponibile a http://www.ethicalquote.com/docs/Droitsdelhommeetresponsabilitedesentreprises.pdf
[4] Idem
[5] Brandabere E., cit.
[6] Milliet P., cit.
[7] Clapham A., Human Rights Obligations of Non-State Actors (Oxford: Oxford University Press, 2006), pp. 3-4.
[8] Idem
[9] Brandabere E., cit.
[10] Idem
[11] Idem
[12] Idem
[13] Idem
[14] Winkler M., Le imprese multinazionali e l’oscillante giurisprudenza dell’Alien Tort Statute, in Int’l lis, 2012, fasc. 1, p. 40 ss., disponibile ahttp://www.academia.edu/1530428/Le_imprese_multinazionali_e_loscillante_giurisprudenza_dellAlien_Tort_Statute_Multinational_Enterprises_and_the_Swinging_Jurisprudence_of_the_Alien_Tort_Statute_
[15] Idem
[16] Shapiro D., cit.
[17] Idem
[18] Idem
[19] Idem
[20] Cassese A., L’esercizio di giurisdizione universale nel campo civile da parte di giudici statunitensi, disponibile a http://dirittiumani.utet.it/dirittiumani/breviario_diritti_umani.jsp?v=giustizia_penale_internazionale&cap=2
[21] Bellia A. J. Jr., Clark B.R., Kiobel, subject matter jurisdiction, and the Alien Tort Statue, in University of Notre Dame The Law School,  George Washington University Law School Public Law and Legal Theory Working Paper Series No. 2012-27, Legal Studies Research Paper No. 12-52, Electronic copy available at: http://ssrn.com/abstract=2008254
[22] Shapiro D., cit.
[23] Clifford C., cit.
[24] De Brandabere E., cit
[25] Doe v. Unlocal Corporations, 395 F. 3rd (9th Circuit 2002)
[26] De Brandabere E., cit
[27] Kazic v. Karadzic, 70 F.3rd 232 (2nd Cir. 1995)
[28] De Brandabere E., cit
[29] Bellia A. J. Jr., Clark B.R., Kiobel, subject matter jurisdiction, and the Alien Tort Statute, in University of Notre Dame The Law School,  George Washington University Law School
Public Law and Legal Theory Working Paper Series No. 2012-27, Legal Studies Research Paper No. 12-52, Electronic copy available at: http://ssrn.com/abstract=2008254
[30] Winkler M., cit.
[31] Clifford C., cit.
[32] Idem
[33] Idem
[34] Idem
[35] Shapiro D., cit.
[36] Idem
[37] Idem
[38] Idem
[39] Idem
[40] Winkler M.,  cit.
[41] Clifford C., cit.
[42] Idem
[43] Bellia A. J. Jr., Clark B.R., cit.
[44] Samp R., Supreme Court Observations: Kiobel v. Royal Dutch Petroleum & the Future of Alien Tort Litigation, disponibile ahttp://www.forbes.com/sites/wlf/2013/04/18/supreme-court-observations-kiobel-v-royal-dutch-petroleum-the-future-of-alien-tort-litigation/
[45] Idem

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