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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

lunedì 28 settembre 2015

Un «quantitative easing» per il popolo

manifesto

Un «quantitative easing» per il popolo

Marco Bertorello e Christian Marazzi

Come e perché redistribuire l’immensa quantità di denaro della Bce. La proposta per l’agenda politica della sinistra


La Fed ha deciso di rin­viare la fine della pra­tica del rin­viare, cioè quella che Wol­fang Streeck descrive come la logica del «pren­dere tempo com­pran­dolo con l’aiuto del denaro» per allon­ta­nare i pro­blemi. La scelta di per­du­rare con il denaro a costo zero, però, costi­tui­sce solo un rin­vio verso una nuova e più deli­cata fase, in cui pro­ba­bil­mente aumen­terà il livello di con­flit­tua­lità non solo com­mer­ciale di un’economia mon­diale che, con il suo ele­vato tasso di inter­di­pen­denza, comin­cia a scric­chio­lare da più parti. L’espansione della fun­zione della moneta a debito di que­sti anni comin­cia a creare scom­pensi glo­bali. Sul «Sole 24 Ore» in que­ste set­ti­mane Donato Mascian­daro ha ripe­tu­ta­mente denun­ciato come la Fed non stia appli­cando una «regola mone­ta­ria», cioè una stra­te­gia da annun­ciare ex ante e su cui ren­dere conto ex post. La man­canza di regole, a suo dire, potrebbe essere giu­sti­fi­cata in tempi straor­di­nari, ma il suo pro­trarsi osta­cola il ritorno alla nor­ma­lità. Quello che chiede, dun­que, è un espli­cito giu­di­zio della Fed sulla fase in cui siamo (sta­gna­zione seco­lare o ripresa?) e delle scelte defi­nite intorno a dina­mi­che interne (gli incon­tro­ver­ti­bili tassi di disoc­cu­pa­zione e infla­zione). Un vec­chio ada­gio di chi con­si­dera l’economia scienza esatta e che rimuove la logica che guida le scelte della Fed, cioè quella di con­si­de­rare gli effetti delle pro­prie deci­sioni su scala nazio­nale coniu­gati con quelli inter­na­zio­nali. Il dol­laro, infatti, costi­tui­sce ancora la moneta di riserva mon­diale e le riper­cus­sioni vanno dal locale al glo­bale e viceversa.
Il punto di pas­sag­gio delle scelte della Fed, come sot­to­li­nea Mar­cello De Cecco, è la Cina: attra­verso l’Impero Cele­ste l’effetto delle azioni ame­ri­cane si spande su tutto l’universo dei pro­dut­tori di mate­rie prime come Bra­sile, Argen­tina, paesi afri­cani. Ma il coin­vol­gi­mento attra­versa anche i paesi pro­dut­tori di beni di inve­sti­mento come Ger­ma­nia, Giap­pone, Corea. A que­sto punto la crisi cinese (che è crisi eco­no­mica e poli­tica, nel senso di una lotta interna al par­tito comu­ni­sta attorno alle riforme) aggiunge alla sta­gna­zione una pres­sione defla­zio­ni­stica che vani­fica l’efficacia delle poli­ti­che di «quan­ti­ta­tive easing» fina­liz­zate all’aumento del tasso di infla­zione. Le dif­fi­coltà cinesi, che si mani­fe­stano nel calo delle espor­ta­zioni e nel rin­caro delle impor­ta­zioni, stanno ridu­cendo a vista d’occhio le (enormi) riserve valu­ta­rie dete­nute dalla banca cen­trale cinese, tant’è vero che per con­te­nere la sva­lu­ta­zione del reminbi i cinesi hanno ven­duto buoni del Tesoro sta­tu­ni­tensi per oltre 100 miliardi di dol­lari. Que­sto potrebbe indi­care la fine dell’equilibrio Stati Uniti-Cina costruito negli ultimi trent’anni (acqui­sto del debito ame­ri­cano con il sur­plus com­mer­ciale cinese).
La scelta sui tassi, inol­tre, va inqua­drata nelle dina­mi­che deter­mi­na­tesi a monte con le poli­ti­che di qe, con l’immissione di una marea di liqui­dità nel sistema, la quale per un verso ha for­nito nuovo ossi­geno e per l’altro ha dato vita a feno­meni distor­sivi oltre che social­mente spe­re­qua­tivi. La spinta all’indebitamento facile non si è certo esau­rita intorno ai paesi occi­den­tali, infatti feno­meni di inde­bi­ta­mento in valuta estera hanno coin­volto anche le imprese dei paesi emer­genti. Com­ples­si­va­mente la Bri cal­cola che le imprese non sta­tu­ni­tensi abbiano un debito in dol­lari di ben 9.600 miliardi. Oggi la mede­sima ricerca di un facile inde­bi­ta­mento coin­volge le imprese ame­ri­cane nel qe euro­peo. L’aumento del dol­laro di quest’anno poi grava sulle imprese costrette a misu­rarsi coi pro­cessi di sovra­pro­du­zione in corso pro­prio negli emer­genti. Al rista­gno dell’economia reale va aggiun­gen­dosi il peso dei debiti. L’aumento dei tassi aggra­ve­rebbe, o meglio aggra­verà, ancor più il qua­dro. Tutto ciò ha riper­cus­sioni anche interne al con­te­sto ame­ri­cano sia sul ver­sante finan­zia­rio sia su quello eco­no­mico. L’enfasi sulla ripresa, infatti, appare dub­bia, in quanto il basso tasso di disoc­cu­pa­zione (5,1%) non signi­fica niente a fronte di un tasso di par­te­ci­pa­zione della forza-lavoro che non era mai stato così basso (63%), di appena il 40% di occu­pati con più di 30 ore a set­ti­mana e di salari che non accen­nano ad aumen­tare (il modello della Fed, per quanto riguarda l’aumento dei tassi di inte­resse, pre­vede, oltre all’aumento dell’inflazione e al calo della disoc­cu­pa­zione, anche un aumento dei salari).
La deci­sione della Fed, a nostro parere, con­ferma la tesi della “sta­gna­zione seco­lare”, in par­ti­co­lare di una carenza strut­tu­rale di domanda aggre­gata con­se­guente alle poli­ti­che distrut­tive del mer­cato del lavoro (pre­ca­riz­za­zione, bassi salari, aumento del lavoro gra­tuito…). Le stesse poli­ti­che di «Qe» della Bce, che pure nei primi sei mesi dalla loro imple­men­ta­zione ave­vano con­tri­buito ad uscire dal cre­dit crunch, spe­cie in paesi, come l’Italia, in cui le ban­che deten­gono una grande quan­tità di titoli pub­blici, sono costrette a con­fron­tarsi col pro­blema della sta­gna­zione della domanda interna e esterna e con quello dell’intermediazione ban­ca­ria. L’azzardo del «Qe» in un con­te­sto, come quello euro­peo, in cui si cerca di ridurre il debito, è quello di una domanda ecces­siva di titoli pub­blici tale da azze­rare i ren­di­menti, con con­se­guente rischio di una crisi dei fondi pen­sione, mag­giori deten­tori di buoni del tesoro. Per l’uscita dalla sta­gna­zione e per sot­trarsi agli schemi domi­nanti non var­rebbe la pena lan­ciare un pro­getto per la distri­bu­zione di parte della liqui­dità diret­ta­mente ai cit­ta­dini euro­pei? Per­ché non un «Qe for the People»?

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