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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

sabato 4 giugno 2016

Manipolazione statistica al FMI: il caso Rogoff


Debito: i conti non tornano


Debito: i conti non tornanohttps://it.wikipedia.org/wiki/Illusionismo#/media/File:Hieronymus_Bosch_051.jpg

La scoperta di un giovane ricercatore distrugge un tabù sul debito pubblico basato su uno studio farlocco. Ma non sarà certo la ragione a fermare i mandarini del capitale. Un forte conflitto sociale in Europa è sempre più urgente.

di Ascanio Bernardeschi

Ha fatto clamore la notizia che un giovane ricercatore, allievo dell'economista Robert Pollin, ha scoperto degli errori di calcolo nel lavoro, pubblicato nel 2010 sulla prestigiosissima American Economic Review, di Ken Rogoff, capo economista del Fondo monetario internazionale dal 1971 al 1973 e Carmen Reinhart [1]. Tale studio ha utilizzato i dati statistici sulla crescita economica, l'inflazione, la spesa pubblica e il debito pubblico di 44 paesi in un arco temporale di circa 200 anni, per un totale di 3.700 osservazioni, da ritenere statisticamente significative. I risultati, assai citati nella letteratura economica e dai sostenitori delle politiche europee di austerità, erano che un debito pubblico superiore al 90 per cento del Pil fa diminuire di almeno un punto percentuale la crescita del Pil. Altri risultati riguardavano l'inflazione e il debito estero, di cui sembrerebbero fortemente risentire in maniera negativa le economie dei paesi emergenti.

L'eccesso di austerità di Merkel e compagnia, è stato più volte giustificato dai tecnocrati proprio da queste elaborazioni. Per esempio il commissario UE per l’Economia, Olli Rehn, ha affermato che “È ampiamente riconosciuto, sulla base di una seria ricerca scientifica, che quando i livelli del debito pubblico salgono oltre il 90% tendono a presentare una dinamica economica negativa, la quale si trasforma in bassa crescita per molti anni”.

La “seria ricerca scientifica” si è dimostrata errata in fatto di metodologia, in quanto ha manipolato in maniera non corretta i dati da analizzare e ha presentato la correlazione esistente fra le due grandezze del debito e del PIL come un rapporto causa-effetto non dimostrato. Inoltre è stato rilevato anche un grossolano – “originale” dicono i ricercatori – errore di impostazione del foglio elettronico utilizzato per i calcoli. Tutti questi errori, guarda caso hanno contribuito a produrre il risultato voluto dai “prestigiosi scienziati” [2].
Quanti tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni e quanta disoccupazione sono stati giustificati in Europa da questa “seria ricerca scientifica”! Quanta gioventù è stata espropriata di futuro!

Da questa scoperta scaturirà certamente un dibattito in sede scientifica sulla validità delle politiche di austerity. Non sono pochi infatti gli economisti di ispirazione keynesiana che stanno mettendo in discussione il tabù che un forte debito pubblico contribuisca a rallentare la crescita. Infatti la correlazione esistente fra bassi livelli di crescita e alti rapporti debito/Pil, potrebbe essere spiegata secondo un rapporto causale invertito rispetto a quello ipotizzato dai due grandi scienziati. In parole più semplici, è legittimo sostenere sia la bassa crescita a far lievitare il rapporto debito/Pil e non il contrario. Una bassa crescita infatti tende a diminuire gli introiti fiscali e con essi ad accrescere il debito pubblico. Aumenterebbe perciò anche il rapporto debito/Pil, vista la stagnazione del prodotto lordo. Anche l'evidenza empirica dovrebbe essere un buon insegnamento. In nessuna parte del mondo occidentale la crescita è così bassa come in Europa, in cui vengono imposte le politiche di austerità senza eguali.

Per questo consideriamo la scoperta del gruppo di ricercatori diretto da Pollin una buona notizia, ma senza farci troppe illusioni sulla sua ricaduta pratica nelle politiche economiche europee. Lo scetticismo si giustifica con il fatto che anche prima di questa scoperta erano evidenti i guasti di tali politiche e ciò nonostante esse sono state imposte inflessibilmente ai paesi dell'area Euro.

Come abbiamo avuto modo di sostenere ripetutamente in questo giornale, la cosa non si spiega con la sciocchezza o l'impreparazione dei nostri tecnocrati e politici, ma con il sostegno che essi debbono assicurare agli interessi del capitale il quale sta cercando di recuperare la perdita dei margini di profitto che inevitabilmente accompagna le economia evolute, come Marx aveva previsto, con la riduzione del costo diretto, indiretto e differito della forza-lavoro.
Soltanto una ripresa del protagonismo dei lavoratori e il rilancio dei conflitti sociali potrà imporre cambiamenti di prospettiva. Ma l'obiettivo non dovrà essere solo una più equa distribuzione del reddito. A questa sacrosanta rivendicazione dovrà accompagnarsi un ripresa del ruolo pubblico nel governo dell'economia.

Un ulteriore elemento di pessimismo della ragione si riferisce alla possibilità che simili lotte possano essere intraprese con la dovuta forza ed efficacia nel quadro di questa Europa in cui vengono sempre più ridotti gli spazi di partecipazione dei lavoratori e le politiche economiche sembrano condotte da un “pilota automatico”, programmato però dal capitale. Anche per questo la battaglia per affossare la controriforma della Costituzione, voluta da chi detiene il potere economico, deve essere in questa fase un impegno prioritario.

Note:

[1] È possibile scaricare il paper al seguente url http://www.nber.org/papers/w15639.pdf

[2] Thomas Herndon, Michael Ash and Robert Pollin, Does High Public Debt Consistently Stifle Economic Growth? A Critique of Reinhart and Rogoff, reperibile all'indirizzo http://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/working_papers/working_papers_301-350/WP322.pdf

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