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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

lunedì 26 giugno 2017

Quantità di moneta creata dal sistema bancario italiano (1980-2016)

CAMERA DEI DEPUTATI Giovedì 4 maggio 2017
812.
XVII LEGISLATURA
BOLLETTINO DELLE GIUNTE E DELLE COMMISSIONI PARLAMENTARI
Finanze (VI)
ALLEGATO

(...)

ALLEGATO 6
5-11277 Villarosa: Volumi annuali complessivi della moneta creata dalla banca centrale e della moneta creata dal sistema bancario.
TESTO DELLA RISPOSTA
Con l'interrogazione in esame si chiede di conoscere «il volume complessivo, disaggregato anno per anno, della moneta creata dalla banca centrale italiana ed europea (quantificata in lire ed in euro) dal 1981 ad oggi ed il volume complessivo disaggregato anno per anno della moneta creata dal sistema bancario mediante gli strumenti monetari e di pagamento, c.d. moneta bancaria (quantificata in lire ed in euro) dal 1981 ad oggi».
  Al riguardo, la Banca d'Italia, sentita in proposito, ha fornito le tabelle riportate in allegato alla presente risposta.
  Nella tabella 1, per il periodo 1981-1998, si riportano i flussi cumulati annui, espressi in lire, della base monetaria creata dalla Banca d'Italia e delle componenti della moneta bancaria (M1 e M2) creata dal settore bancario italiano (al netto del circolante).
  Nella tabella 2, per il periodo 1998-2016, si riportano i flussi cumulati annui, espressi in euro, del contributo della Banca d'Italia alla Base monetaria dell'Eurosistema e le componenti della moneta bancaria (M1 e M2) creata dal settore bancario italiano (al netto del circolante).
  Nella tabella 3, si riportano, inoltre, i medesimi dati per l'area dell'euro (Eurosistema e sistema bancario dell'area dell'euro).
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giovedì 15 giugno 2017

L'ordine pubblico economico, da quando c'è la banca centrale

L'ordine pubblico economico, da quando c'è la banca centrale

Nell'800 le banche creavano proprie banconote come oggi creano denaro nei depositi della clientela. Il pubblico era legato al loro corso forzoso così come oggi è tenuto ad usare denaro bancario per pagare le tasse nonché assolutamente obbligato per pagamenti oltre i 3.000 Euro. Alla Camera era in discussione lo schema di legge per disposizioni sulla circolazione cartacea durante il corso forzoso.
  Nella seduta alla Camera dei Deputati del 7 febbraio 1874, a proposito del privilegio bancario del corso forzoso, interviene l'economista Salvatore Majorana-Calatabiano (nonno del fisico Ettore Majorana):

"...Il partito, a cui mi onoro di appartenere, vide sempre i guai inenarrabili, che sfuggono ad ogni maniera di statistica, e che dipendevano, o erano inseparabili, dal corso forzoso. Esso vedeva come, innanzitutto, veniva offeso il ben inteso interesse di tutto il paese. La finanza, a favore di cui apparentemente questo vieto espediente fu creato, è quella che ne risente danno maggiore.

E la produzione ? Insieme alla finanza, per effetto della finanza, come causa anche del danno delle finanze, la produzione ne soffre seriamente, senza attendere alle velleità di alcune contrade, di alcuni industriali, i quali credono che l'eccitamento della carta possa produrre qualche cosa di veramente buono. Ci sarebbero altri eccitanti immensamente meno nocivi, se, per forza di eccitanti e non per legge naturale, la produzione si potesse e si dovesse svolgere! (Bravo !)

La distribuzione! Ma l'attentato maggiore che si fa col corso forzoso è alla distribuzione della ricchezza ; e quel medesimo effimero vantaggio dell'artificiale eccitamento di alcune industrie e delle speculazioni non è che la consacrazione del gravissimo danno dei più col non giusto guadagno dei pochi.

La consumazione ! Ma chi è che non rileva l'incalcolabile danno nell'ordine dei consumi, sotto forma di difficoltà di approvigionamenti, di caro delle cose godevoli, di ostacoli alla riproduzione ?

Qual è la classe della società che ne è poco, o troppo meno, danneggiata? Insomma era, e ognora è più, di tutta evidenza che il corso forzato riesce fatale all'ordine economico.

Che diremo poi dell'attentato al principio di diritto ? Ma obbligazioni, ma doveri per legge, antecedenti convenzioni, giudicati passati, presenti e futuri, i quali si devono eseguire in date misure, in date quantità, in dati valori effettivi, per le leggi del corso forzato, con quanto danno non debbono sottostare alle perdite dello svilimento, della fluttuazione del valore della carta ?

E se codesto male giuridicamente si può apportare, che ne sarà di un diritto che danneggia l'economia o il ben inteso interesse, che attenta, che distrugge la sanzione etica interiore, la sanzione dell'onorabilità, della dignità umana, che consacra un attentato di ordine morale ? I rapporti dei consociati possono così andar sempre bene ? Non ne viene un grandissimo attentato, un pervertimento nelle relazioni sociali ?

E la politica ? Ma tutte le classi, le quali vedono questa discordanza d'indirizzi, else vedono questa specie di furto legale, non se ne scandalizzano ? Non germogliano tutte quelle cause di malcontento, di demoralizzazione, da cui finalmente vengono le catastrofi sociali?

E la libertà economica rispetto agli strumenti di scambio, ai segni rappresentativi, ai surrogati, agli scambi, alle contrattazioni, al credito, ai Banchi, alla circolazione, dove se ne va col corso forzato ?

Si parla dell'attentato alla libertà di emissione.  Ma a ben altro che alla sola libertà di emissione! Molte e diverse libertà col corso forzato vengono conculcate!

E l'eguaglianza, non quella obbiettiva o soltanto dei socialisti, ma solo la giuridica, l'eguaglianza ben intesa può coesistere col monopolio del corso forzato e col privilegio del corso legale di alcuni istituti, colle leggi di libertà per altri istituti contestata, negata, riuscita giovevole agli audaci, agli speculatori, ai contravventori, aggravantesi contro i modesti produttori ed industriali ?

E la sicurezza ? Ma io dico che ciò che si possiede diviene mal sicuro, perchè non può sempre e utilmente restare nelle mani dei possessori; è materia d'industria, è materia di trasformazione, è materia di commercio ; e la legge del corso forzato ne minaccia sempre l'integrità.
...
Versiamo invero in durissime condizioni, nè solo rispetto agli ostacoli e al difetto di mezzi per la soppressione dei corso forzoso, ma fino per le gravissime difficoltà di rintracciare nuove entrate, le quali valgano, almeno, a liberare la finanza dagli oneri che il corso forzoso continuamente e progressivamente accumula contro il bilancio dello Stato ; non parliamo più dell'industria, della giustizia, della libertà nell'interesse generale della nazione: a monte tutto questo ; suprema, unica legge sia quella dello Stato, anzi quella della finanza. Ma ripareremo una volta almeno a ciò ? ..."

E, sempre nella stessa seduta:

"Fate il conto e troverete che fra armamento, materiale mobile ed accessorii occorse spendere all'estero per un valsente almeno 70.000 lire per ogni chilometro di ferrovia costrutta." 
- On. Avv. Casimiro Favale, Camera dei Deputati, 7 febbraio 1874

A fronte di 35 euro nel 1874, oggi ce ne vogliono in media 70 milioni di euro per chilometro:
http://www.eunews.it/2014/02/03/tav-in-italia-costa-61-milioni-al-chilometro-in-spagna-10-e-in-giappone-9/12344

Due milioni di volte di più. C'è bisogno di aggiungere altro ?

mercoledì 14 giugno 2017

Il racket delle banche tassa lo Stato: quanto ? 50 o 80 miliardi l'anno ?

 C.5/11501    da fonti di stampa (Il Fatto Quotidiano del 24 maggio 2017, «La lobby del credito — Crediti fiscali, le banche fanno i bilanci a spese dello Stato») si apprende di un contrasto tra...
Atto Camera

Interrogazione a risposta immediata in commissione 5-11501presentato daPESCO Danieletesto diMartedì 6 giugno 2017, seduta n. 809    PESCO, SIBILIA, ALBERTI, VILLAROSA, RUOCCO, PISANO e FICO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze . — Per sapere – premesso che:
   da fonti di stampa (Il Fatto Quotidiano del 24 maggio 2017, «La lobby del credito — Crediti fiscali, le banche fanno i bilanci a spese dello Stato») si apprende di un contrasto tra «Palazzo Chigi» ed Unicredit che «non sarebbe riuscita a ottenere norme per poter sfruttare più agevolmente le famose DTA»;
   lo stesso articolo rileva che le deferred tax asset (DTA) dei 15 maggiori istituti di credito italiani nel «2016 ammontano a 50,6 miliardi, a fronte di un patrimonio netto di 162 miliardi (un terzo del totale). Si va dai 13,8 miliardi di Unicredit ai 12,2 di Intesa Sanpaolo, dai 4 di Mps ai 2 di Carige. Sono crediti con il fisco che si trasformeranno in minori entrate per l'Erario. In questo modo probabilmente le banche recuperano parte delle svalutazioni fatte sui crediti non più esigibili (tipo Unicredit)...»;
   la normativa delle DTA è da tempo oggetto di attenzione del Governo. Si rammenta la decisione di escludere gli istituti di credito dalla riduzione dell'IRES dal 27,5 per cento al 24 per cento, che li avrebbe penalizzati riducendo il valore delle DTA iscrivibili al bilancio. Analoga incidenza sulle DTA, ma in positivo, si è verificata a seguito della modifica dell'ACE, da ultimo introdotta con il decreto-legge n. 50 del 2017;
   secondo il regolamento (UE) n. 549/2013, capitolo 20, paragrafo 168, i crediti di imposta non pagabili rappresentano una riduzione del gettito fiscale; per contro, questo non vale per quelli pagabili, che devono essere classificati come spesa e registrati come tali per il loro importo totale;
   al riguardo, appare necessario conoscere i seguenti dati:
    a) la quantificazione esatta dell'ammontare del saldo residuo dei crediti d'imposta delle banche con sede in Italia nei confronti dello Stato italiano, con dettaglio degli importi relativi a DTA residue al 31 dicembre 2016 suddivise per categorie: importo DTA pagabili e importo DTA detraibili, con evidenza della loro corretta quantificazione nel bilancio pubblico come da regolamento (UE) n. 549 del 2013, anche ai fini di competenza;
    b) la consistenza delle DTA maturate dal sistema bancario dal 2008 al 2016 e la stima per anni dal 2017 e seguenti;
    c) l'ammontare di DTA utilizzate dal sistema bancario in detrazione di imposte e/o rimborso dal 2008 al 2016 e la stima per anni dal 2017 e seguenti –:
   se il Ministro interrogato intenda fornire i dati indicati in premessa. (5-11501)



CAMERA DEI DEPUTATI
Martedì 6 giugno 2017
Finanze (VI)
5-11501 Pesco: Dati concernenti i deferred tax asset (DTA) delle banche e i relativi crediti di imposta.
Daniele PESCO (M5S) illustra la propria interrogazione, la quale prende avvio dalle notizie pubblicate dagli organi di stampa circa le DTA (deferred tax asset) che, per le banche, si trasformano automaticamente in crediti d'imposta in caso di perdite fiscali. Al riguardo, nel sottolineare l'importanza della questione sottesa alla propria interrogazione, rileva come, di recente, il fenomeno abbia assunto proporzioni rilevanti, posto le banche hanno effettuato ingenti svalutazioni e cessioni di crediti in sofferenza e che le DTA detenute dagli istituti bancari ammonterebbero a una somma quantificabile tra 50 e 80 miliardi di euro. In tale quadro l'interrogazione chiede al Governo di fornire dati dettagliati e analitici relativi alla quantificazione dell'ammontare delle DTA maturate e utilizzate dal sistema bancario, nonché la stima delle stesse per i prossimi anni. 
Il Viceministro Luigi CASERO risponde all'interrogazione in titolo nei termini riportati in allegato (vedi allegato 5). Si riserva inoltre di integrare la risposta con i dati relativi ai profili di competenza dell'Agenzia delle entrate.
Daniele PESCO (M5S) prende atto della risposta fornita dal Viceministro.
Paolo PETRINI, presidente, dichiara concluso lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata all'ordine del giorno.
La seduta termina alle 14.10.

TESTO INTEGRALE DELLA RISPOSTA
Con il question time in esame gli Onorevoli Interroganti nel rilevare che secondo fonti di stampa le DTA (defferred tax asset), ovvero imposte anticipate che per le banche si trasformano automaticamente in crediti d'imposta in caso di perdite fiscali, generando minori entrate per l'Erario, consentirebbero alle banche di recuperare parte delle svalutazioni operate sui crediti non più esigibili, chiedono, in particolare, di fornire i dati relativi a: «la quantificazione esatta dell'ammontare del saldo residuo dei crediti d'imposta delle banche con sede in Italia... al 31 dicembre 2016...»; «la consistenza delle DTA maturate dal sistema bancario dal 2008 al 2016 e la stima per gli anni dal 2017 e seguenti»; «l'ammontare di DTA utilizzate dal sistema bancario in detrazione di imposte e/o rimborso» nel medesimo periodo, nonché la relativa stima per gli anni dal 2017 e seguenti.
Al riguardo, sentita la Banca d'Italia si riferisce quanto segue.
Preliminarmente, occorre far presente che il regime di trasformazione delle DTA in crediti di imposta è previsto solo per le DTA relative a svalutazioni crediti, avviamenti e immobilizzazioni immateriali.
L'ammontare di DTA è cresciuto significativamente per le banche italiane durante il periodo della crisi economica per effetto soprattutto delle maggiori rettifiche di valore su crediti registrate in quella fase, tenuto conto del fatto che il regime fiscale in vigore fino al 2015 consentiva una deducibilità solo parziale di tali svalutazioni nell'anno in cui si manifestavano. La trasformazione delle DTA ha consentito, pertanto, di compensare un effetto distorsivo che si sarebbe creato per le banche italiane a seguito dell'entrata in vigore di Basilea 3, che prevede una deduzione dai fondi propri delle DTA che dipendono dalla redditività futura.
Con specifico riferimento al primo quesito, relativo alla quantificazione dell'ammontare del saldo residuo dei crediti d'imposta delle banche con sede in Italia al 31 dicembre 2016, l'istituto ha fatto presente che a tale data lo stock di DTA delle banche italiane che rientrano nell'ambito di applicazione della legge n. 214 del 2011 – e pertanto trasformabili in credito d'imposta al verificarsi delle condizioni ivi previste – ammontava a circa 40 miliardi di euro.
In ordine alla consistenza delle DTA maturate dal sistema bancario dal 2008 al 2016, la Banca d'Italia ha fornito la serie storica delle DTA delle banche italiane che rientrano nell'ambito di applicazione della citata legge, a partire da dicembre 2012 (data di inizio della segnalazione), con cadenza semestrale.
DATA Stock DTA (mln euro)
31 Dicembre 2012 32.173
30 Giugno 2013 32.113
31 Dicembre 2013 43.270
30 Giugno 2014 36.995
31 Dicembre 2014 45.175
30 Giugno 2015 41.452
31 Dicembre 2015 41.645
30 Giugno 2016 40.363
31 Dicembre 2016 39.858
Riguardo alle possibili dinamiche future, la Banca d'Italia ha evidenziato che per effetto delle innovazioni normative introdotte con il DL 83/2015, convertito dalla legge 132/2015 – che hanno modificato il regime di deducibilità delle rettifiche di valore su crediti e latrasformabilità in crediti d'imposta delle DTA relative ad avviamenti e altre attività immateriali – lo stock di DTA trasformabili è destinato a ridursi progressivamente negli anni futuri.
Per quanto concerne, infine, la richiesta di informazioni concernenti l'ammontare di DTA «utilizzate dal sistema bancario in detrazione di imposte e/o rimborso» dal 2008 al 2016 e la stima per gli anni dal 2017 e seguenti, l'Agenzia delle Entrate riferisce che i dati relativi alle DTA sono in via generale desumibili dai bilanci civilistici delle banche, che non sono nella disponibilità dell'Anagrafe tributaria.
I dati che possono essere forniti dalla Agenzia delle entrate sono quelli relativi alle DTA trasformate in crediti d'imposta nell'anno, che possono essere fruiti o in compensazione o a rimborso.
Al riguardo, l'Agenzia segnala che, comunque, gli anzidetti dati, desumibili dalle dichiarazioni dei redditi, non sono immediatamente disponibili, in quanto per la loro estrazione è necessaria una più complessa attività che richiede il supporto del partner tecnologico.
Per questi motivi non è possibile ottenere, nei tempi stretti richiesti dagli Interroganti tali informazioni.
 
[RITIRATA] C.5/11455    il Fatto Quotidiano il 24 maggio 2017 pubblica un articolo dal titolo «La lobby del credito – Crediti fiscali, le banche fanno i bilanci a spese dello Stato» nel quale si legge «Nei...
Atto Camera

Interrogazione a risposta in commissione 5-11455presentato daPESCO Danieletesto diVenerdì 26 maggio 2017, seduta n. 804    PESCO, PARENTELA, MASSIMILIANO BERNINI, ZOLEZZI, VILLAROSA, ALBERTI, BATTELLI, VACCA e DE LORENZIS. — Al Ministro dell'economia e delle finanze . — Per sapere – premesso che:
   il Fatto Quotidiano il 24 maggio 2017 pubblica un articolo dal titolo «La lobby del credito – Crediti fiscali, le banche fanno i bilanci a spese dello Stato» nel quale si legge «Nei giorni scorsi il Fatto ha raccontato il gelo tra Unicredit e Palazzo Chigi seguito alla risposta negativa dell'amministratore delegato Federico Ghizzoni alla richiesta di Maria Elena Boschi di salvare la Popolare dell'Etruria. Dopo il no dell'allora ad (inizi 2015), Unicredit non sarebbe riuscita a ottenere norme per poter sfruttare più agevolmente le famose Dta (deferred tax asset), in sostanza svalutazioni e perdite che si possono trasformare in crediti d'imposta. Unicredit ne ha una mole gigantesca. La storia delle Dta è vecchia: nel 2010 l'Eba, l'Autorità bancaria europea impose alle banche italiane di avere un capitale di rischio pari all'8 per cento degli impieghi. Apriti cielo. Per evitare un'ondata di aumenti di capitale, la lobby bancaria ottenne dal governo una soluzione ingegnosa (oltre a Bankitalia e Consob che si giravano dall'altra parte mentre venivano piazzate le obbligazioni subordinate alle famiglie): rendere le Dta trasformabili in crediti d'imposta, che quindi contribuiscono a costituire il patrimonio di rischio su cui si concentra la vigilanza bancaria. Oggi le Dta sono di due tipi: rimborsabili o da usare in detrazione per imposte future sugli utili. Con i governi Berlusconi, Monti e Renzi la normativa si è spostata sempre più sul primo tipo (le altre, per evitare una sanzione europea, si possono mantenere pagando un canone)...»;
   dal quotidiano si apprende anche che le dta (deferred tax asset) dei 15 maggiori istituti di credito italiani, nel «2016 ammontano a 50,6 miliardi, a fronte di un patrimonio netto di 162 miliardi (un terzo del totale). Si va dai 13,8 miliardi di Unicredit ai 12,2 di Intesa Sanpaolo, dai 4 di Mps ai 2 di Carige. Sono crediti con il fisco che si trasformeranno in minori entrate per l'Erario. In questo modo probabilmente le banche recuperano parte delle svalutazioni fatte sui crediti non più esigibili (tipo Unicredit)...»;
   secondo il regolamento (UE) n. 549/2013, capitolo 20, paragrafo 168, crediti di imposta non pagabili rappresentano una riduzione del gettito fiscale; per contro, questo non vale per quelli pagabili, che devono essere classificati come spesa e registrati come tali per il loro importo totale –:
   se intenda fornire:
    a) la quantificazione esatta dell'ammontare del saldo residuo dei crediti d'imposta delle banche con sede in Italia nei confronti dello Stato italiano, con dettaglio degli importi relativi a Dta residue al 31 dicembre 2016 suddivise per categorie: importo Dta pagabili e importo Dta detraibili, con evidenza della loro corretta quantificazione nel bilancio pubblico come da regolamento (UE) n. 549 2013, anche ai fini di competenza;
    b) la consistenza delle Dta utilizzate dal sistema bancario in detrazione di imposte e/o rimborso dal 2008 in avanti. (5-11455)

UBI: SI ALLARGA l’INCHIESTA PENALE SULLA GESTIONE FRAUDOLENTA


UBI: SI ALLARGA l’INCHIESTA PENALE SULLA GESTIONE 

FRAUDOLENTA DEL CREDITO. PERCHE’ BANKITALIA HA REGALATO 3 

BANCHE PER 1 EURO AD UBI BANCA?

(OPi – 12.6.2017) Mentre Bankitalia dormiva sonni tranquilli sulla gestione fraudolenta del credito e del risparmio di Banca UBI, alla quale l’ossequioso governatore Ignazio Visco ha addirittura regalato, per la somma di 1 euro, ben 3 delle 4 banche in risoluzione (Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti) come premio fedeltà, si allargano le inchieste della magistratura per vederci più chiaro su operazioni illegittime, stavolta di riciclaggio internazionale, come segnalato dalle denunce di Adusbef e dell’associazione piccoli azionisti di Giorgio Jannone.
Dopo le denunce e gli esposti di Adusbef (fine 2012), dei 5 consiglieri di minoranza (luglio 2013) e del presidente dei piccoli azionisti di Ubi Giorgio Jannone, la Procura di Bergamo ha attivato una robusta inchiesta riguardante 39 soggetti più Ubi stessa a carico di banchieri come Emilio Zanetti, Andrea Moltrasio, Giampiero Pesenti, Giovanni Bazoli e la figlia Francesca, l’ad di Ubi Victor Massiah ed il vicepresidente Mario Cera, la procura di Brescia ha aperto un ulteriore filone per riciclaggio.
Roberto Peroni già responsabile dell’ufficio antiriciclaggio, finanziamento al terrorismo, segnalazioni sospette e indagini penali di Ubi, denunciò operazioni sospette, movimentazioni milionarie con società già finite nei guai, rimpatri di ingentissime quantità di denaro su conti scudati, con nomi e cognomi dei vertici Ubi, raccolte in una decina di cartelle (su quasi 50 mila pagine della maxi inchiesta Ubi) messe a verbale dai Carabinieri a cui si rivolse a fine maggio 2014.
La Guardia di Finanza su mandato della Procura di Brescia, ha acquisito e sequestrato tutta la documentazione informatica e cartacea utile alle indagini, dove ci sarebbero segnalazioni di operazioni sospette in materia di antiriciclaggio ed agli obblighi di adeguata verifica della clientela su un correntista che avrebbe fatto rientrare ingenti capitali dall’estero, in particolare una ferriera di Brescia riconducibile all’ex presidente del consiglio di gestione Ubi, utilizzando la succursale Ubi in Lussemburgo, la Ubi Banca International.
Di fronte a questi ulteriori elementi, messi nero su bianco negli esposti denunce di Adusbef e piccoli azionisti Ubi, è doveroso chiedere – afferma Elio Lannutti - cosa abbia fatto l’ufficio di vigilanza di Bankitalia in merito alla gestione fraudolenta del credito e del risparmio di questi signori, e quale compito abbia svolto l’Unità di Informazione Finanziaria per l'Italia (UIF), per prevenire fenomeni di riciclaggio, come quelli denunciati da Roberto Peroni e forse imboscati, per non disturbare gli affari dei ‘banchieri amici’.

martedì 13 giugno 2017

A cosa serve l'indipendenza della BCE ?

Ecco a cosa serve davvero la banca centrale indipendente
marco zanni

marco zanni - Ecco a cosa serve davvero la banca centrale indipendente

L'indipendenza della banca centrale è incompatibile con la democrazia
Ieri in aula a Strasburgo, su iniziativa del gruppo ECR e dell'ottimo collega tedesco prof. Starbatty, si è dibattuto sui poteri della BCE, sulle sue prerogative e sul dogma dell'indipendenza della banca centrale.

12/06/2017
http://www.marcozanni.eu/articolo.php?id=107


Più volte abbiamo parlato dell'inganno della banca centrale indipendente e del vero motivo che sta dietro a questo dogma: far gestire le politiche monetarie a dei tecnocrati e non alla politica non serve assolutamente, come ci vogliono far credere, a far sì che i partiti irresponsabili e spendaccioni usino questo strumento per i propri scopi elettorali causando inflazione (ah!!! Quella che Monti definisce la tassa più iniqua soprattutto per i poveracci!), perché sia la teoria economica che l'evidenza empirica dimostrano che non c'è nessuna relazione diretta tra la quantità di moneta stampata e l'andamento dei prezzi. Rendere la banca e i banchieri centrali indipendenti serve soltanto a sottrarre allo scrutinio democratico uno degli strumenti politici più importanti e delicati al mondo: la gestione della moneta e delle politiche monetarie. In questo modo, togliendo alla politica e a membri eletti dal popolo (che secondo la nostra Costituzione è sovrano) la gestione di uno dei più potenti strumenti di redistribuzione della ricchezza, le élite che hanno voluto questo si sono garantite il grandissimo potere incontrastato di poter utilizzare le politiche monetarie e le banche centrali per canalizzare parti sempre maggiori di reddito e ricchezza nelle loro tasche. Il giochetto è più semplice a farsi che a dirsi: prima ti  prima convinco che i periodi di alta inflazione degli anni '70 siano stati causati dall'eccessiva creazione di moneta da parte delle banche centrali (inflazione che, come ti ho convinto a credere, è la più iniqua delle tasse, che grava sui poveri), poi che, essendo uno strumento delicato e i politici tutti ladri, che non si può lasciare la gestione di questo strumento a loro, perché lo userebbero solo a scopo elettorale caricando oneri pesantissimi sulle generazioni future (appunto creando inflazione). Quindi, per il bene del popolo, le politiche monetarie devono essere "indipendenti" (ecco la parolina magica), gestite cioè da "tecnici" sopra le parti che nella loro magnanimità hanno a cuore il bene supremo del popolo.

Ecco per loro come si è tradotto il termine "bene del popolo": il tasso d'interesse non è più deciso e calmierato dal Tesoro secondo le esigenze di spesa, ma è definito dai cosiddetti mercati, che non sono altro che grandi istituzioni finanziarie e grandi investitori il cui obiettivo per definizione non è il bene del popoli, ma la massimizzazione del profitto loro e dei loro azionisti. E infatti questo succede: dopo il divorzio Tesoro - Bankitalia del 1981, gli investitori, mancando ora la protezione della banca centrale, richiedono al Tesoro tassi d'interesse sempre più alti per rifinanziare il debito. Il Tesoro deve accettare, negli anni la fetta di spesa annaule del bilancio a servizio del debito (interessi passivi) aumenta, e per far quadrare i conti, diminuisce la spesa per il welfare e i servizi ai cittadini, che si trovano a dover pagare prestazioni (che spesso devono essere garantite universalmente come da Costituzione) che prima erano gratuite. Ecco fatto! La ricchezza si è redistribuita dai cittadini (meno servizi e welfare) ai grandi investitori e alla grande finanza (maggiori interessi incassati). Questo è il più grande e inaccettabile inganno della storia!

Ma non è finita qui, perché ovviamente, per avere politiche monetarie "indipendenti", anche i banchieri centrali devono essere indipendenti. E come si traduce questo concetto per la "regina" delle banche centrali indipendenti, la BCE, e per il suo governatore, Mario Draghi? Nel fare e dire quello che vogliono senza dover rendere conto a nessuno, tantomeno a un contraltare politico eletto direttamente dai cittadini con tanto di preferenze che ha l'obbligo di monitorare e controllare le attività di queste istituzioni. Insomma, Draghi può mandare lettere ai governi con la lista delle riforme da fare, può mandare moiti a politici legittimamente eletti, può sovvertire risultati di referendum popolari e può costringere uno Stato sovrano alla resa semplicemente bloccando la liquidità al suo sistema bancario; lui può fare tutto questo, ma non azzardatevi a fargli una domanda scomoda, perché lui può dire che non ha voglia di rispondervi, neanche se avete la legittimazione del voto popolare.

Ho avudo evidenza empirica di questo ancora di recente, e vi voglio rendere partecipi di quest'assurdità, che assurdità non lo è poi così tanto oggi, quando anche la più piccola parvenza di democrazia viene calpestata senza destare clamore.

Vi ricorderete tutti la questione dei saldi del sistema TARGET2: l'8 dicembre 2016 invio questa interrogazione con obbligo di risposta scritta alla BCE (qui trovate il link al testo: http://www.europarl.europa.eu/RegData/commissions/econ/questions/2016/595479/ECON_QZ(2016)595479_EN.pdf). L'interrogazione è uno dei pochi strumenti che ha un eurodeputato per esercitare quel controllo democratico sulle istituzioni tecnocratiche dell'UE (Commissione europea, BCE, Banca Europea degli investimenti, ecc.). In questa interrogazione scritta chiedo a Draghi alcune delucidazioni sul preoccupante andamento dei saldi TARGET2 e alla fine faccio una richiesta. Essendo la BCE l'organo tecnico che si occupa di gestire e monitorare questi saldi, io, politico incapace per definizione di capire questi processi, chiedo a lui, tecnico illuminato, di spiegarci cosa succederebbe ai saldi TARGET2 in caso di un uscita dall'euro di un Paese membro. Domanda legittima: siamo stati più volte vicini negli scorsi anni all'implosione della zona euro o all'uscita di un Paese, giusto sapere come la BCE gestirà la questione e cosa accadrà.

La risposta di Draghi arriva un mese e mezzo dopo, e la potete leggere qua (https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/170120letter_valli_zanni_1.it.pdf). In sostanza dopo uno sproloquio in cui Draghi spiega che aumento divergenza saldi TARGET2 non dimostra insostenibilità euro ma è soltanto l'effetto del QE (sì, come no...), il presidente risponde alla mia ipotesi su uscita dall'euro: con un tono un po' minaccioso, Draghi mi dice che "Se un paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua BCN nei confronti della BCE dovrebbero essere regolati integralmente.". Booooommmm!!! Ecco i titoli dei giornali e scoppia la polemica. Se l'Italia dovesse uscire dall'euro, dovrà prima pagare il suo conto negativo di TARGET2, circa €370 miliardi. Scoppia un putiferio e né Draghi, né la BCE, negano. Secondo l'interpretazione della BCE, se un Paese esce dall'euro e ha un saldo negativo di TARGET2, dovrà ripianare il saldo con fresh money.

Ritengo subito la risposta interessante, perché oltre ad aprire un bel dibattito su un argomento oscuro, la risposta di Draghi apre anche le porte a successivo domande di chiarimento: ad esempio, se un Paese debitore quando esce deve pagare il conto, cosa succede nel caso che ad uscire sia un Paese creditore, cioè con un saldo TARGET2 positivo (tipo la Germania ad esempio)? La domanda salta subito al naso, ed infatti l'interrogazione scritta alla BCE non tarda ad arrivare.

Poche settimane dopo, l'eurodeputato tedesco Henkel (ex AfD e ora nel partito Alfa) deposita questa ulteriore interrogazione scritta alla BCE: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=COMPARL&reference=PE-597.741&format=PDF&language=EN&secondRef=01. Nel testo Henkel chiede esattamente quello che ho scritto sopra, citando la risposta alla mia precedente interrogazione. Parafrasando, il tedesco chiede a Draghi se visto che secondo la BCE un Paese uscente deve pagare saldo TARGET2, nel caso uscisse la Germania, la BCE farà alla Bundesbank un bonifico da €700 miliardi, cioè pari al saldo attivo di TARGET2 tedesco? La logica di Draghi e della BCE direbbe di sì.

Draghi risponde a Henkel l'11 aprile 2017 (qui il testo https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/170411letter_agea_masi_henkel_lucke_valli.en.pdf?cda78e89de661e9749117afafe331495). Ma con sorpresa cosa dice Marione nostro? Evidentemente accortosi del vaso di pandora aperto dicendo una fesseria su TARGET2 in caso di eurexit, si trincera dietro il suo schermo da banchiere centrale indipendente dicendo che i Trattati UE non prevedono la possibilità di recedere dall'Euro (falso, perché secondo Trattati si può recedere da UE, da tutto l'acquis comunitario, e quindi anche dall'euro ex articolo 50 del Trattato di Lisbona), quindi non è opportuno che la BCE, che deve operare dentro i Trattati, faccia ipotesi su o riflessioni su assunti non previsti dagli stessi. Ma come Mario???? Quando ci vuoi terrorizzare dicendoci che se usciamo dall'euro dobbiamo pagare €370 miliardi ti va bene "fare ipotesi su assunzioni non previste dai trattati", ma quando ti chiedono il conto di una fesseria che hai sparato e che ti ha cacciato in un angolo, ti trinceri dietro i Trattati e dietro la protezione che ti dà il tuo ruolo da banchiere centrale indipendente? Almeno un minimo di coerenza, ma nemmeno quella.

Deciso però a fare giustizia, il 26 aprile scrivo di nuovo a Draghi chiedendo delucidazioni in maniera molto cortese: qui trovate il testo http://www.europarl.europa.eu/RegData/commissions/econ/questions/2017/603025/ECON_QZ(2017)603025_EN.pdf. Faccio notare con garbo all'amico Mario la sua coerenza e gli chiedo di rendere conto di questa incongruenza nelle modalità di risposta: perché, Mario mio, nel primo caso era opportuno fare ipotesi su un'assunzione non prevista dai Trattati mentre nel secondo no? Cosa ti ha fatto cambiare idea?

Il 6 giugno, con molta calma, arriva la risposta di Draghi: https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/ecb.mepletter170608_zanni.it.pdf?556526736412c7a5305530a70bc1cbb1. Il disco non cambia e Mario ripete quanto già detto come un dogma: dall'euro non si può uscire e quindi la BCE non fa ipotesi su questa assunzione.

Questa è la democrazia, questa è l'arroganza con cui questi tecnocrati non eletti da nessuno trattano persone che godono della legittimazione del voto popolare, che è sovrano. Questa è la democratic accountability dell'UE, che messa alle strette non risponde. Questo è il vero significato e il vero potere dell'indipendenza della banca centrale e delle politiche monetarie.

Vi terrò aggiornati sul prosequio della questione, perché ovviamente non si chiude qui: ho già presentato una nuova interrogazione all'amico Mario chiedendo 1) Perché non risponde alla mia domanda e 2) Perché ignora quanto previsto dai Trattati, visto che ex articolo 50 di Lisbona dall'euro si può uscire? Io continuo a riempirlo di carta, vediamo chi si stanca prima