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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

venerdì 22 giugno 2018

"I francesi non sono tutti ladri, ma buona parte si'. " (Sandro Pertini)

giovedì 21 giugno 2018

Blacklist: dieci organizzazioni svizzere contro Moneta Intera

Organizzazioni svizzere contro MONETA INTERA:

mercoledì 20 giugno 2018

Testimonianza di Giuseppe Fontana sulla mafia dell'antimafia

Mafia - Cassazione Penale: per la sussistenza dell’aggravante è sufficiente il riferimento

Mafia - Cassazione Penale: per la sussistenza dell’aggravante è sufficiente il riferimento anche implicito al potere criminale radicato nel luogo di commissione del fatto  
18 giugno 2018 -
 
 
 Mafia - Cassazione Penale: per la sussistenza dell’aggravante è sufficiente il riferimento anche implicito al potere criminale radicato nel luogo di commissione del fatto
Ai fini della sussistenza dell’aggravante dell’utilizzazione del metodo mafioso, è sufficiente, in un territorio in cui è radicata un’organizzazione mafiosa storica, che il soggetto agente faccia riferimento al potere criminale anche solo in modo implicito. Questa la recente pronuncia della Cassazione.

Il caso in esame

La Corte d’Appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva condannato un soggetto accusato del reato di estorsione pluriaggravata alla pena di anni tre, mesi sei e giorni venti di reclusione.
Avverso questa decisione, il difensore dell’imputato aveva proposto ricorso per cassazione, lamentando il riconoscimento dell’aggravante dell’utilizzazione del metodo mafioso di cui all’articolo 7 del Decreto Legge 13 maggio 1991, n. 151, convertito in Legge 12 luglio 1991, n. 203, ritenendo che non fosse sufficiente per la sussistenza di detta aggravante l’aver fatto semplice allusione all’esistenza di un gruppo criminale non meglio identificato.

La decisione della Suprema Corte

Al fine di dare soluzione al quesito giuridico proposto dal ricorrente, la Corte di Cassazione ha ribadito l’orientamento secondo cui, ai fini della sussistenza dell’aggravante de quo, “è sufficiente - in un territorio in cui è radicata un’organizzazione mafiosa storica - che il soggetto agente faccia riferimento, in maniera anche contratta od implicita, al potere criminale dell’associazione, in quanto esso è di per sé noto alla collettività”.

Affermano i giudici di legittimità che: “nei luoghi di radicata infiltrazione delle mafie storiche i codici di comunicazione degli affiliati sono noti ed è sufficiente un richiamo anche implicito per suscitare il timore dell’esercizio di note forme di violenza, la cui diffusa conoscenza fonda il potere di intimidazione e di controllo delle organizzazioni criminali riconducibili alle mafie storiche”.

Nel caso di specie, la Corte ha osservato che le sentenze di merito di entrambi i gradi di giudizio avevano ritenuto sussistente l’aggravante della “mafiosità” rilevando che l’imputato aveva fatto esplicito riferimento, in occasione dell’attuazione della condotta estorsiva, ad un gruppo criminale radicato nel luogo di commissione del fatto, adoperando le “modalità tipiche del metodo mafioso, oggettivamente idoneo ad esercitare una particolare coartazione psicologica sulle persone”.
Per le ragioni di cui sopra, la Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 2.000,00 a favore della Cassa delle Ammende.

(Corte di Cassazione - Sezione Seconda Penale, Sentenza 12 marzo 2018, n. 10976)




lunedì 4 giugno 2018

NON LASCIAMOCI INGANNARE SI' A MONETA INTERA

Il Mattino della Domenica, 3 giugno 2018
NON LASCIAMOCI INGANNARE SI' A MONETA INTERA
http://www.iniziativa-moneta-intera.ch/fa/img/Pressespiegel_Italienisch/MI_Mattino_Demeter_030618.pdf

Il Consiglio federale ci inganna e Thomas Jordan ci minaccia. Nel libretto di votazione sono rappresentati in maniera errata sia il sistema  monetario  attuale  che l’iniziativa  Moneta  intera.  Ciò è inaccettabile perché sugli oggetti in votazione il CF deve informare correttamente, obiettivamente e integralmente.  In  merito  il  docente universitario, imprenditore e giudice distrettuale Michael Derrer ha inoltrato un ricorso, che ora viene esaminato dal Tribunale federale. Thomas Jordan invece, oltre che fare propaganda contro la Moneta intera, esercita una sorta di ricatto sostenendo che con Moneta intera le eccessive pressioni politiche farebbero perdere alla BNS la sua indipendenza,  quando  lo  stesso Jordan, in un’intervista nella trasmissione  ECO-Talk  sul  canale SRF1 del 22 gennaio 2018, affermò che la Banca nazionale non reagisce a pressioni esterne. Con Moneta intera l’indipendenza della BNS verrebbe persino rafforzata e ancorata nella Costituzione. Il sig. Jordan farà bene a adempiere doverosamente il mandato costituzionale per la BNS, in caso contrario dovremo sostituirlo con un funzionario più diligente.

Perché ci ingannano e ci minacciano? Forse perché temono che i cittadini possano accettare qualcosa di così “assurdo e pericoloso” come i franchi svizzeri creati dalla Banca nazionale svizzera? Perché è proprio questo che chiede l’iniziativa Moneta intera. Quindi si direbbe che il sig. Jordan rifiuta di fare ciò per cui la BNS fu fondata, ovvero creare i nostri franchi svizzeri. Purtroppo, quasi l’intera classe dirigente politica è contraria a Moneta intera, ma nelle frazioni giovanili dei partiti e a livello cantonale ci sono numerosi sostenitori, tra cui anche i giovani UDC del Canton Lucerna e i giovani PBD del Canton Turgovia. Gli oppositori sostengono che con Moneta intera per le piccole e medie imprese l’accesso al credito sarebbe più difficile. In realtà negli ultimi 10 anni i crediti per le imprese fino a 9 dipendenti si sono ridotti del 25%. In effetti oggi l’80% del denaro creato dalle banche private viene investito nei mercati finanziari.  Con  Moneta  intera  le banche private non potranno più creare denaro e quindi nemmeno speculare con denaro autoprodotto.
Potendo utilizzare solo il denaro ottenuto  dai  risparmiatori,  da  altre banche o dalla BNS, faranno meno investimenti rischiosi e investiranno maggiormente nella più sicura economia reale.

Le banche private non creano denaro solo concedendo crediti ma anche effettuando investimenti per conto proprio. Ciò è un enorme privilegio rispetto a tutti gli altri soggetti  economici,  una  grave distorsione della concorrenza e contrario a un principio del libero mercato,  ovvero  pari  condizioni  per tutti. Infatti, Moneta intera creerebbe pari condizioni tra tutti i soggetti economici e pure all’interno dello stesso settore bancario, nel quale oggi le piccole banche sono svantaggiate. Moneta intera intende innanzitutto riconfermare ciò che nel 1891 fu approvato dai votanti elvetici,  ovvero  di  conferire  alla Confederazione,  e  conseguentemente alla Banca nazionale svizzera appositamente  creata,  il  diritto esclusivo di emettere franchi svizzeri. Allora quella votazione fu approvata anche dal partito Liberale.
D’altra parte, non abbiamo mai votato sul sistema monetario attuale, poiché nel frattempo le banche si sono riappropriate della creazione di  denaro,  e  questo  all’insaputa della maggioranza dei cittadini che, perlomeno fino a questa iniziativa, erano dell’opinione che fosse ancora la BNS a creare tutti i nostri soldi.

L’iniziativa intende inoltre garantire i soldi sui nostri conti correnti che oggi, in caso di fallimento bancario, sono a rischio. Questo perché i soldi sui nostri conti non consistono in franchi svizzeri creati dalla BNS e non appartengono nemmeno a noi, bensì alle banche. Con Moneta intera i conti correnti saranno tenuti fuori dal bilancio delle banche e quindi saranno sicuri anche in caso di fallimento della banca. E non lasciamoci ingannare nemmeno dalla presunta garanzia dei depositi fino a 100'000.-: il fondo di garanzia consiste in soli 6 miliardi di franchi, a fronte di CHF 870 miliardi di depositi complessivi e di CHF 440 miliardi  di  depositi  fino  a  CHF 100'000.- che quei 6 miliardi dovrebbero coprire. In caso di fallimento di una banca grande o media, oppure di una crisi sistemica, per ogni conto e per ogni banca i clienti otterrebbero quindi solo una piccola parte  dei  promessi 100'000.-.
Negli ultimi 10 anni il debito globale complessivo è aumentato del 30% a $230'000 miliardi, ovvero oltre il 300% del PIL globale, e la Svizzera è il Paese con la più alta quota di debiti privati. 
Non c’è dubbio, e numerosi economisti concordano, che presto tutto questo  castello  di  carte  crollerà.
Moneta intera non può prevenire future crisi globali, ma perlomeno con Moneta intera la Svizzera avrà un futuro.

KONSTANTIN DEMETER,
MEMBRO DEL COMITATO DELL’INIZIATIVA MONETA INTERA

domenica 3 giugno 2018

Banche estere e titoli derivati. Il ricatto c’è. Ed è pure enorme.


Banche estere e titoli derivati, ecco perché siamo sotto ricatto. A gestire le aste Btp e Bot sono 15 grandi gruppi


di Stefano Sansonetti
Politica
ricatto

di Stefano Sansonetti

Il ricatto c’è. Ed è pure enorme. Provando un attimo a prescindere dalla superficie dell’incredibile scontro istituzionale che sta opponendo pentaleghisti e Quirinale, non si può non mettere a fuoco la vera camicia di forza che imbriglia l’Italia. Parliamo dell’ormai famigerato debito pubblico, che però esercita una fortissima pressione non solo per il suo ammontare, ormai oscillante intorno ai 2.300 miliardi di euro. Non sempre, per dire, si tiene a mente che la gestione del debito sfugge quasi totalmente a un vero potere “sovrano”. Lo scorso 27 aprile il Dipartimento del Tesoro ha aggiornato la lista dei cosiddetti “specialisti in titoli di Stato”. L’aggiornamento, firmato dal nuovo numero uno della Direzione per il debito pubblico, Davide Iacovoni, si è reso necessario per una questione puramente formale, ovvero il cambio di denominazione sociale della banca d’investimento di Royal Bank of Scotland, ora ribattezzata NatWest Markets Plc.
Il focus – Ma l’occasione è preziosa per riflettere ancora una volta sul fatto che l’elenco continua a essere composto da 18 banche di cui 15 estere. Tra queste ci sono le varie Deutsche Bank, Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley, Merrill Lynch e via dicendo. A questi “specialisti”, lautamente remunerati, il Tesoro si affida per organizzare le aste dei vari Btp e Bot, a cui gli stessi partecipano garantendo determinate soglie di acquisto. Non solo, perché il coinvolgimento nel meccanismo consente loro anche un accesso privilegiato alla stipula con via XX settembre dei famosi contratti derivati. Si tratta di strumenti con i quali lo Stato cerca di garantirsi dai rischi di cambio dei tassi, ma che spesso si trasformano in un bagno di sangue per i conti pubblici. E’ appena il caso di ricordare che tra le fine del 2011 e l’inizio del 2012 l’americana Morgan Stanley ha ottenuto la chiusura anticipata di un derivato che è costato al Tesoro un esborso di 3 miliardi. Sulla vicenda oggi è in corso un processo alla Corte dei conti, a riprova dell’estrema sensibilità della materia. Ma la domanda a questo punto è spontanea: con un debito pubblico gestito quasi per intero da 15 banche estere, quante di queste potrebbero oggi chiedere chiusure anticipate di contratti derivati? Si tratta di un meccanismo perverso, se così lo si vuole definire, nel quale però l’Italia è inserita da decenni.
I numeri – Ancora, da un recente studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, guidato dal neo premier incaricato Carlo Cottarelli, viene fuori che a fine 2017 i 2.263 miliardi di debito pubblico erano detenuti per il 32,3% da investitori esteri. In soldoni fanno 731 miliardi di euro. E questo, in un modo o nell’altro, contribuisce ad alimentare il “ricatto” di cui sopra. Per soppesarlo, basti rammentare come un contributo di non poco conto alla crisi dello spread del 2011 venne dato dalla tedesca Deutsche Bank, che nella prima metà di quell’anno riversò sul mercato la bellezza di 7 miliardi di titoli di Stato italiani fin lì detenuti. La stessa Deutsche Bank, nel frattempo finita sotto inchiesta (prima a Trani poi a Milano), figura nella lista dei suddetti “specialisti in titoli di Stato”. Tutto questo per dire che oggi il Belpaese, per aspetti non marginali, si trova nelle mani di moltissimi centri esteri di potere che lo tengono appeso. Condivisibile volersi ribellare a questa “dipendenza”, come invocano i pentaleghisti. Ma forse non è del tutto peregrino immaginare che Sergio Mattarella, magari in contatto con il presidente della Bce, Mario Draghi, sia a conoscenza di alcuni retroscena di questo meccanismo molto rischiosi per il Paese. Per questo nella valutazione della crisi sarebbe bene mettere a fuoco il fatto che l’Italia, da decenni, tutto è fuorché sovrana nella gestione del debito.