lunedì 26 settembre 2011

Segreti di Stati - Cap. 10 Il clown-attivista

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Capitolo 10 - Il clown-attivista Jacopo Fo

"...Basta essere abbastanza grossi e potenti per non doversi preoccupare delle leggi. In questo caso d'altronde, non si tratta nemmeno di leggi ma di accordi sottoscritti fra Stati all'insaputa della cittadinanza. Il bello è che si chiamano "accordi" anche se quasi sempre la gente è contraria. Perciò i negoziati di questi accordi sono segreti, perché finiscono con l'accrescere diritti e privilegi per gli investitori, ledendo direttamente la sovranità popolare e la democrazia." da: Noam Chomsky, "Due ore di lucidità", Baldini & Castoldi, 2003.

Ho deciso di dedicare questo decimo capitolo a Jacopo. A proposito di decimo: mi viene in mente quando lessi per la prima volta: X-MAS. Dato che nell'infanzia avevo avuto delle baby-sitter americane, ero convinto che x-mas volesse dire: Christmas (Natale). A trentacinque anni suonati, trovai un'altra interpretazione: decima MAS (Memento Audere Semper, il motto che le aveva dato D'Annunzio). Un corpo speciale che, d'accordo coi Partigiani, avrebbe liberato l'Italia dagli stranieri (tedeschi ed americani). Qualcosa andò storto, la mafia venne ricattata e... venimmo "liberati". Anche i tedeschi tornarono a frotte, soprattutto sulla riviera adriatica, Rimini e dintorni, pertanto il tutto non è molto chiaro. In cambio del salvataggio dell'intellighenzia fascista-nazista, vennero fatti accordi segreti bilaterali che prevedevano tra l'altro le basi nucleari sul nostro territorio. Un'altra parte degli accordi prevedeva che alcuni "mafiosi" avrebbero goduto per sempre dell'impunità. Ma torniamo ad Jacopo: preferisco lasciargli la parola per raccontarsi come meglio saprà fare lui. Quanto segue, il resto del capitolo, è, quindi, farina del suo sacco.

IO TERRORISTA

Nel 1973 ci fu il congresso del Gruppo Gramsci, la nostra potente organizzazione, che contava circa 300 militanti in tutta Italia. In questo grande convegno decidemmo di scioglierci. Avevamo capito che i tempi storici erano lunghi, il comunismo non sarebbe arrivato di lì a poco e un partitino rivoluzionario non sarebbe servito a niente. Disperdetevi per il mondo e fate qualcosa di utile! Praticamente avevamo preso una decisione di un'intelligenza mostruosa che precedeva di tre anni lo scioglimento di Lotta Continua e di quattro la fine della fase di "piazza" del Movimento. Il dramma fu che la relazione con la quale Nanni Arrighi concluse la nostra storia politica era troppo intelligente perché la capissimo. Quindi, sciolto il Gruppo Gramsci, la maggioranza dei capi e dei militanti continuò a fare quel che aveva sempre fatto. E visto che Nanni Arrighi ci aveva spiegato che i tempi non erano maturi, decidemmo di farli maturare noi con un po' di bottiglie molotov. Questo passaggio fu aiutato da un qui pro quo linguistico di proporzioni bibliche. I nostri programmi parlavano di "autonomia operaia". Anche i testi di Potere Operaio parlavano di "autonomia operaia", e anche loro si erano sciolti come organizzazione. Poco importava se con quelle due parole "autonomia operaia" intendessimo concetti completamente diversi. Nessuno si preoccupò del fatto che noi, che eravamo mezzi hippie, ci fossimo sciolti per darci a piccole iniziative locali mentre loro si erano sciolti per darsi alla lotta armata. Certamente pensate che io stia esagerando. Invece andò proprio così. Noi non sapevamo cosa fare e restammo affascinati dalla semplicità dei loro propositi: fare un gran casino. Si discusse della situazione politica, della necessità di difendere il movimento, di superare gli schemi organizzativi dei vecchi servizi d'ordine. Così, a 18 anni, mi ritrovai a essere il "commissario politico" della struttura militare degli studenti delle scuole medie superiori ("i medi"). Il responsabile militare era un gigante ex Potere Operaio. A puro scopo teorico iniziammo a studiare da terroristi. Si trattava di apprendere "nuove modalità di comportamento" in vista di un attacco repressivo. In effetti la polizia aveva nuovamente cambiato tecnica di combattimento. Indossavano una tenuta da battaglia più leggera, stavano adottando nuove autoblindo "da città" che resistevano al fuoco delle bottiglie molotov e usavano tattiche più moderne di quelle della fanteria egiziana del V° secolo Avanti Cristo. Noi cominciammo ad andare ai cortei vestiti bene, in giacca e cravatta. Capelli corti, barba appena fatta. Invece di stare in cordone stavamo "sciolti", sui lati, così se c'erano casini eravamo più rapidi a piombare come falchi. Usavamo bottiglie molotov ultramoderne (dette "chimiche", perché grazie a un innesco chimico si accendevano da sole rompendosi). Poi iniziammo a studiare come si usano le armi, come si fa una bomba incendiaria a tempo (l'esplosivo era considerato fascista perché poteva colpire persone innocenti). Nota: i giornali borghesi parlavano sempre di "bombe molotov che esplodevano" ma le molotov non possono esplodere, la benzina si limita a incendiarsi. C'erano però dei pirla che, convinti dalla propaganda reazionaria, mettevano bulloni e chiodi nelle bottiglie molotov pensando che quando la bottiglia "scoppiava" i pezzi di ferro scagliati dall'esplosione avrebbero colpito gli avversari (come succede appunto con le bombe). L'unico risultato che ottenevano era che le bottiglie, che sono di vetro, spesso si rompevano durante il trasporto a causa dello sbatacchiare dei pezzi di metallo. Ma non era importante quello che facevamo quanto come lo facevamo. Avevamo nomi falsi, ci incontravamo in chiese, cinema o giardini pubblici. La puntualità "al secondo" era d'obbligo. Per questo Sergio non è mai entrato nella "struttura", era refrattario alla puntualità. "Perché nella guerriglia urbana il fattore tempo è fondamentale per la riuscita degli attacchi," spiegava l'improvvisato insegnante, "se ti servono i soldi e devi fare una rapina in banca hai solo tre minuti sicuri prima che arrivi la polizia." E soprattutto, anche se non facevamo in realtà nulla di più di un qualsiasi servizio d'ordine "legalitario", vivevamo come un gruppo di partigiani nascosti in città durante l'occupazione nazista. Eravamo circondati, i nostri telefoni potevano essere controllati, potevamo essere seguiti, si doveva stare attenti a eventuali infiltrati, e i messaggi telefonici in codice si sprecavano. In quell'anno e mezzo il mio sonno divenne leggero, ero tirato come la corda di un violino e, alla fine, mi venne pure una cistite mostruosa. Dopo quell'esperienza so esattamente cos'è un lavaggio del cervello e come funziona una setta o un nucleo terrorista. Si crea una coesione di gruppo spaventosa, vivificante e ansiogena nello stesso tempo. Non pensi più ad altro. Hai una doppia identità, c'è un superman dentro di te e questo ti esalta. Un giorno incontrai una mia ex fidanzata. Anche lei era "un'autonoma". Dopo un po' che le facevo un comizio sulla rivoluzione lei mi disse: "Jacopo, ho capito... è la terza volta che mi ripeti che bisogna passare dalle parole ai fatti! Ho capito!". Era vero, ripetevo quella frase ossessivamente. Mi scattò un campanello d'allarme, qualche cosa nel mio cervello era andato in tilt. Come autoascolto e senso critico ero ormai allo zero assoluto. In quel periodo decidemmo di passare all'azione contro i professori reazionari. La componente ex Potere Operaio dell'organizzazione voleva SPARARE ALLE GAMBE A UN PRESIDE! Noi ci rifiutammo. La mediazione fu di sporcarlo con della vernice rossa, ma preparando l'azione come se fosse stato un attentato vero. Ci lavorammo per sei mesi in venti persone. Il gruppo dell'"informativo" lo pedinò, sapevamo i suoi percorsi, quando andava dall'amante. Avevamo tutte le foto. Il "logistico" aveva trovato due garage "amici" dove nascondere le moto, le targhe false... Noi sei dell'operativo avevamo studiato il piano nei minimi dettagli con tanto di tamponamento finto per bloccare la strada ed eventuale incendio diversivo per creare il caos nelle forze dell'ordine. Arriviamo alla riunione fatidica nella quale si doveva decidere il giorno dell'azione. Erano pronti anche i volantini da lasciare alla solita cabina telefonica (per rivendicare l'attentato). Come commissario politico toccava a me fare la relazione iniziale per riassumere i motivi dell'azione. Partii dalla situazione internazionale e arrivai alle lotte operaie sostenendo che agire era cosa buona e giusta. Però, giusto in quel periodo, mi ero perdutamente innamorato di una ragazzina coi riccioli neri che mi faceva impazzire e avevamo deciso di partire per il Portogallo. Così, con il cuore in gola, dissi ciò che sentivo: era tutto giusto, ma io ero sicuro che ci avrebbero presi tutti e mi ero innamorato e dovevo partire. Quindi proposi di rimandare tutto di due mesi, a settembre. Mentre dicevo quelle parole ero sicuro di commettere un atto infamante: codardia davanti al pericolo, tradimento della rivoluzione, comportamento piccolo borghese, vetero romantico. Ero sicuro che mi avrebbero linciato, almeno verbalmente. Invece niente. Quando finii ci furono 40 secondi di silenzio tombale e poi qualcuno disse: "Qual'è il secondo punto all'ordine del giorno?". Per me fu più scioccante che se m'avessero caricato di botte. Capii che per loro la rivoluzione comunista non era una cosa seria. Aver avuto il coraggio di seguire i miei sentimenti mi aveva salvato l'anima. Poi in effetti partii per il Portogallo e approdai in una comune della "rivoluzione dei fiori" (in Portogallo era da poco caduto il regime fascista). La mia ragazza si innamorò di un brasiliano più alto, più bello, più grande e più intelligente di me e mi mollò. Ritornai a Milano con un ascesso a un dente e il viso sfigurato dal gonfiore. Sì, era un vero e grande amore. Poi decisi di uscire dalla lotta armata e dall'organizzazione, perciò per mesi io e sergio bloccammo, con le nostre obiezioni, i lavori della "segreteria milanese" di Rosso e poi uscimmo in un centinaio, tutti studenti medi (gli operai erano già usciti quasi tutti pochi mesi prima). Era l'autunno del 1974. Dei sei presenti a quella riunione del nucleo operativo, due uscirono con me. Roberto Serafini, commissario militare, fu ucciso a freddo dalle forze dell'ordine nel 1981. Gli altri due erano Ferrandi e Barbone, poi diventati tristemente noti per l'omicidio di Walter Tobagi e vari ferimenti. Quando li presero si pentirono e denunciarono circa 200 pesone. Venni indagato per 11 "atti terroristici", processato per uno e poi assolto. Il procedimento penale durò più di dieci anni.

LA STORIA UFFICIALE

La Storia Ufficiale mi irrita in mod smodato. Nel bene e nel male i fatti storici si svolgono in una confusione bestiale, in mezzo a errori, malintesi, fobie e paranoie di ogni genere. Tutto è a misura di uomo e di donna, della nostra infinita stupidità. Siamo esseri umani, soffriamo di manie, tic, qui pro quo e di quella goffaggine esilarante, di quella comica idiozia che non ci abbandona mai: né nell'esecuzione di efferati delitti né nell'esperienza di strazianti martirii. Nei verbali dei giudici e dei pentiti, nelle dichiarazioni dei grandi interpreti (da Scalzone, a Negri e Capanna), nei libri dei giornalisti e romanzieri si perde un elemento fondamentale per capire quei fatti in particolare e la storia umana nel suo complesso. Si perde il ridicolo che gli attori di questi eventi disseminavano in ogni loro azione. Sono passati decenni e ancora tutti si sforzano di descrivere gli avvenimenti catastrofici di quegli anni come fatti seri, compiuti sotto la spinta razionale della bontà o della malvagità. Nessuno racconta la tracotante idiozia, l'obsoleta imbecillità. I protagonisti sembrano usciti dai film di John Wayne... Spartacus contro Ercole... Invece la realtà vide all'opera tanti Stanlio e Ollio, Buster Keaton, Ridolini e Charlot. John Wayne non esiste nella storia vera dell'umanità, è un personaggio letterario, inventato... inventato come il Tony Negri dipinto da Enzo Biagi, da Fioroni e da Toni Negri stesso. Nota: Fioroni, mitico pentito ante litteram. Rapì il compagno Saronio che era danaroso ma che non sopravvisse al sequestro. Pare che lo abbiano narcotizzato e che lui sia morto di crepacuore. Almeno così dicono, ma forse Fioroni & c. lo hanno ammazzato a martellate. La cosa incredibile è che, per organizzare il colpo, Fioroni approfittò della carica di comandante operativo della struttura militare di Rosso (che dopo la fusione con un gruppo di Potere Operaio - diretto da Tony Negri - era diventato militarmente decente). Fioroni presentò l'azione al gruppo di "operativi" che dirigeva, come un gesto rivoluzionario. Tacendo ovviamente che Saronio era a sua volta dirigente di un'altra colonna militare. Compiuto il crimine, Fioroni incassò i soldi del riscatto ma venne preso e allora, bontà sua, si pentì e denunciò più di 100 persone. Il risultato è che si finisce per anebbiare la capacità di giudicare e capire e ci si mette nella condizione di rifare sempre gli stessi errori. Gli storici sperano di passare anch'essi alla storia e desiderano, nel loro piccolo, essere grandi. Tacciono la verità, riscrivono tutto, cancellano le meschinità, perché non c'è onore, non c'è gloria a raccontare l'insensato agire di tanti Stallio e Ollio. Così stanno facendo per i gloriosi anni settanta. E tutti i protagonisti danno loro ragione. Perché tutti, alla fine, adorano l'idea di non aver recitato in una comica alla Woody Allen, ma di aver interpretato un colossal come "Giù la testa" o "La battaglia di Fort Alamo". E lo stato è perfettamente d'accordo. La sua tesi fondamentale è che ci doveva essere un vasto piano e una efficientissima organizzazione sovversiva dietro le efferate imprese dei gruppi armati, e tutte le inchieste sono state impiantate sulla ricostruzione di questa organizzazione tentacolare, l'individuazione dei capi e di tutti i centri di potere. La loro idea portante è che lo stato (oggi e sempre) è forte, grande e luminoso e che soltanto qualcuno molto forte, organizzato e cattivo può metterlo in difficoltà. Se avessero detto che i brigatisti erano stupidi si sarebbe capito subito che lo stato era formato da una congrega di rincoglioniti. Così i giornali per primi iniziarono a chiedersi: "Ma da dove vengono questi geni? Chi li ha addestrati? Chi gli ha insegnato tutte queste tecniche fantastiche? Come hanno fatto a trovare le armi, i soldi, le informazioni, ecc. ecc.? Si faceva finta di non vedere che le istituzioni italiane erano dilaniate dalle risse tra bande rivali di politicanti, piduisti, intrallazzatori, mercanti d'armi e roga; che la polizia era semianalfabeta, brutale e miope, incapace di condurre un'indagine con metodi più moderni di quelli borbonici. Le armi a Roma, Milano e Napoli si compravano nei bar, lo stato non aveva la stima di nessuno, e le condizioni tecniche dell'azione terroristica erano ben più facili in una metropoli moderna che, ad esempio, sotto l'occupazione nazista. Vi ricordate il mito dei postini delle BR? Certo che la loro puntualità era incredibile in un paese dove una lettera espresso da Roma a Milano ci impiegava 15 giorni e una volta su dieci non arrivava... e sì che per mettere una lettera in un bidone della spazzatura e fare una telefonata da una cabina telefonica non ci vuole mica la laurea da 007... ma ai media sembrava impossibile. "Dove avranno imparato?" si chiedevano i geni dei giornali. Pazzesco. Chiunque in vita sua abbia presenziato anche soltanto una volta a una riunione di un comitato di quartiere, può benissimo immaginarsi il casino che regnava in un nucleo comunista combattente. La teoria della lotta armata (teoricamente, appunto) era una cosa chiarissima e durissima. Ogni militante doveva conoscere unicamente i nomi di battaglia dei soli membri del suo gruppo. Un solo membro del gruppo (generalmente formato da cinque o sette persone) aveva rapporto con ognuna delle altre strutture collegate; a volte si trattava di un nucleo piccolo, con solo tre squadre: operativo (azioni), informativo (si occupava di raccogliere le informazioni necessarie per progettare le azioni militari) e logistico (depositi di armi, mezzi, case, contatti con medici, avvocati etc.), a volte il nucleo aderiva (in modo più o meno stabile) a un'organizzazione più grossa (come i Nap o le BR) ma la legge della compartimentazione non cambiava. Questa della segretezza e della compartimentazione (NdR: vedi Capitolo XX) era una fissa, nessuno doveva conoscere nessuno all'infuori delle esigenze operative ("...on a need to know basis..." - cap. XX). Per questo ognuno aveva un nome di battaglia. Il primo ordine che si riceveva candidandosi ad entrare in un'organizzazione militare era di rendersi invisibile, aerire esteriormente alla massa anonima, non alzare mai la voce, dire a tutti che si mollava la politica, etc. Ed è chiaro che qualunque gruppo armato che volesse sopravvivere più di dieci minuti avrebbe dovuto fare così. Quello che succedeva in realtà era che tutti sapevano vita, morte e miracoli del loro gruppo, di tutti gli altri gruppi italiani e anche di qualche formazione straniera. Il delirio totale. Quando qualche terrorista faceva una cazzata mostruosa tutta la stampa cercava motivi misteriosi o macchinazioni fantapolitiche per spiegare i fatti, non riuscendo minimamente a pensare che un brigatista potesse essere stupido come un panda. Non so quanti terroristi furono arrestati perché avevano perso la carta d'identità o i piani per un'evasione, quanti covi furono trovati perché smarrirono le chiavi con la targhettina di plastichetta con su il loro indirizzo e quanti finirono dentro perché avevano in tasca cinque carte d'identità false tutte con la propria fotografia. Nessuno arrivava mai in orario, c'era quello che voleva portarsi la fidanzata in un'azione di fuoco, inciampava con le bombe incendiarie, bruciava l'auto sbagliata, sparava all'uomo sbagliato. Inneschi rotti, timer in ritardo, cacciaviti sdentati, bulloni stretti male, incidenti d'auto. Gente che prendeva un autobus che andava da un'altra parte, che scappava con i soldi, che voleva far fuori l'amante di sua moglie, andare a letto con quella del logistico, rubare a casa di un avvocato. Per non parlare di quanti non furono presi solo perché la polizia era ancora più distratta di loro, come Marco Barbone che perse una borsa piena di bottiglie molotov con su scritto nome, cognome, classe e scuola... lo presero solo cinque anni dopo, ma evidentemente di cazzate ne deve aver fatte un vagone. Mi ricordo quando per otto riunioni di seguito chiesi a Toni Negri: "Noi siamo, metti, anche 7.000, loro sono almeno 2 milioni e hanno l'aviazione, se qui si inizia a sparare come facciamo a vincere?". Lui si incazzava come una biscia e cominciava a dire cose che c'entravano come cavoli a merenda. Da qui iniziava il caos perché tutti cominciavano a litigare su tutto. Dopo tre ore la riunione finiva senza che peraltro Negri avesse risposto al mio semplice quesito numerico-militare-strategico. E non erano le riunioni del circolo del tennis ma quelle della mitica "segreteria cittadina clandestina" di Rosso, che secondo Fioroni dirigeva il nostro esercito. In un anno non si riuscirono a fare più i dieci riunioni perché, siccome eravamo fanatici della segretezza, nessuno ci diceva mai dove si dovesse tenere. Ci venivano dati appuntamenti clandestini, dove ci trovavamo in due o tre, e poi da lì si confluiva all'appuntamento centrale. La metà delle volte la riunione saltava perché tutti si perdevano e nessuno riusciva ad arrivare. Altro che barzellette sui carabinieri! In un anno non si riuscì neanche a decidere quali puntine da disegno usare. Certo che poi le BR facevano scalpore perché avevano la macchina da scrivere con le testine rotanti! I giornalisti hanno scritto chilometri quadrati di articoli su queste cavolo di macchine da scrivere delle BR, neanche avessero avuto le astronavi coi motori a fotoni. Questo fatto che avevano le testine intercambiabili li faceva impazzire. Non riuscivano a capacitarsi di come le BR facessero ad avere una cosa che si vendeva ovunque e costava pure quattro soldi... è chiaro che in una situazione simile anche venti coglioni che si perdono a Milano, possono convincersi di essere la segreteria clandestina dell'Armata rossa. Poi c'erano le fidanzate dei capi che erano le amanti di altri capi e che ogni tanto si facevano qualche gregario. Non potevi starnutire a Bari che loro a Torino lo sapevano ancora prima che tu ti fossi pulito il naso; e questo nonostante non facessero neanche parte di nessun gruppo militare. Si fossero pentite loro, altro che 200 per volta, ne finivano in galera. Ma si sa, le amanti dei capi sono sempre meglio dei loro uomini. E meno male che i terroristi erano così fessi e lo stato così demenziale. Un terrorista di "qualità" migliore avrebbe provocato disastri ancora più grandi. Saremmo ancora qui con la lotta armata e i morti per le strade. Certo, la classe operaia avrebbe potuto fermare questa ondata guerrigliera. Disgraziatamente, nella tradizione comunista italiana mancava totalmente una sana ideologia pacifista. La storia comunista è costellata di picconi e calci nei coglioni, miti partigiani, miti di guerriglia. Non una parola sull'orrore della morte, di chiunque sia, sui crimini perpetrati sotto le bandiere partigiane o nella guerra di Spagna. Un comunista con un fucile in mano era un santo, un asceta, si tacevano gli eccessi, gli isterismi, la drammaticità disumanizzante della guerra e la facilità con la quale un pazzo possa sembrare sano di mente se ha una pistola in mano. Così ci trovammo a combattere una guerra invincibile, armati soprattutto della nostra idiozia. Fu così che dimostrammo al mondo che un idiota a vent'anni è una potenza ormonale esplosiva.

domenica 25 settembre 2011

La polizia delle banche reprime la manifestazione anti Wall Street a New York


Fonte: http://www.buzzfeed.com/chrismenning/nypd-makes-arrests-at-occupy-wall-street-protest

La polizia di New York arresta più di 100 manifestanti alla protesta, che continuava da giorni, di "Occupa Wall Street"

Ieri centinaia di poliziotti di New York hanno invaso Union Square a New York per arrestare i manifestanti. Racconti di utilizzo da parte della polizia di gas lacrmogeni si sono diffusi su Twitter. Mentre la polizia di New York asserisce che non detengono né hanno utilizzato i gas lacrimogeni, alcuni si sono fatti afvanti per confermare di essere stati raggiunti dai gas lacrimogeni. In almeno un video, un uomo viene violentemente attaccato per avere semplicemente parlato con un poliziotto.






"#OCCUPYWALLSTREET - 24/9/11 - University Place e 12° Strada. "Guardate l'uomo in rosso che viene scaraventato a terra da un poliziotto, che gli alza le mani e gliele mette dietro la schiena. Lui cerca di parlare pacificamente al poliziotto, ma viene spinto violentemente a terra e arrestato."



Nel video sopra, un gruppo di manifestanti donne vengono delimitate dalla polizia prima di venire irrorate di gas lacrimogeni




Inedito - Un poliziotto mette il ginocchio sulla gola - 24/9/2011 #OCCUPYWALLSTREET






Vittime di gas lacrimogeni



"Julie e @society_society vittime di gas lacrimogeni in faccia. #occupywallstreet #ourwallstreet"



Source: twitpic.com / Found via: s1.proxy04.twitpic.com

"Manifestante si inginocchia in lacrime di fronte alla Chase Bank gridando: questa è la banca che ha preso la casa dei miei genitori."
Source: twitpic.com / Found via: twitpic.com
L'invasione dei barbari zombi
Source: twitpic.com / Found via: s1.proxy03.twitpic.com

"#ows Immagine di arresti di massa"
Source: yfrog.com / Found via: desmond.yfrog.com

"Sono capitato sulla polizia di NY che arrestava i membri della manifestazione Occupy Wall Street."
Source: yfrog.com / Found via: desmond.yfrog.com

"Arresti di massa tra la 13° Strada vicino alla 5° Avenue adesso" #occupyWallStreet"
Source: yfrog.com / Found via: desmond.yfrog.com







Source: twitpic.com / Found via: s1.proxy03.twitpic.com


http://www.livestream.com/globalrevolution/share


Aggiornamento: in seguito agli arresti di Union Square, i manifestanti sono ritornati a Zuccotti Park / Liberty Square. Il Livestream riferisce che stanno arrivando ulteriori poliziotti sulla scena con gli stessi mezzi di controllo della folla utilizzati nell'ultima retata di arresti di massa.

Segreti di Stati - Cap. 9 Francesco Pazienza

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Capitolo 9 - L'agente italiano Francesco Pazienza

Nell’interrogatorio del 15 giugno 1993, Flavio CARBONI ha riferito in ordine alla genesi dei propri rapporti con Roberto CALVI: «Nell’agosto del 1981, mentre trascorrevo un periodo di riposo in Sardegna, a Porto Cervo - non ricordo se all’Hotel Cervo o in una villa presa in affitto -, una sera incontrai Francesco PAZIENZA ed il MAZZOTTA, i quali mi chiesero in prestito una macchina: procurai loro, se mal non ricordo, una Range Rover. Nell’occasione, Francesco PAZIENZA mi disse di essere in Sardegna con Roberto CALVI e sua moglie, la signora Clara CANETTI. Io ignoravo, sino a quel momento, la presenza dei CALVI, che neppure conoscevo, in Sardegna. Da parte mia, dissi al PAZIENZA che il giorno successivo, con Maria Laura SCANU CONCAS e i miei ospiti, cioè Beppe PISANU, Nestor COLL e Carlos BINETTI, ci saremmo recati in barca all’isola di Budelli, o altro isolotto dell’Arcipelago della Maddalena. Al riguardo, su richiesta di Francesco PAZIENZA, il quale ci teneva a presentarmi il CALVI, fissammo un appuntamento, nello specchio di mare antistante la predetta isola, al quale giunsi con un paio d’ore di ritardo: lì trovai Francesco PAZIENZA, il MAZZOTTA, Marina DE LAURENTIS, Roberto CALVI e sua moglie Clara CANETTI, i quali erano a bordo di un motoscafo; essi ci vennero incontro e salirono sulla nostra barca. In quell’incontro ci scambiammo soltanto dei convenevoli, ma notai la soddisfazione di Roberto CALVI nel conoscermi, dovuta ad una pluralità di ragioni: innanzi tutto, i miei buoni rapporti con Giuseppe PISANU, Sottosegretario al Tesoro ed autorevole esponente della Sinistra DC, con il Consigliere economico del Ministro del Tesoro, Carlos BINETTI, - il quale, per vero, non lo aveva in grande stima - e con Carlo CARACCIOLO, là dove, proprio in quel momento, il banchiere sentiva il fiato sul collo del Ministero del Tesoro e accusava gli effetti dei pesantissimi attacchi de "La Repubblica" e de "L’Espresso"; in secondo luogo, la mia amicizia con un uomo del prestigio di Nestor COLL definito insieme a Carlos BINETTI, da "L’Espresso" per i buoni uffici interposti nell’affare del petrolio venezuelano, "mediatore senza tangenti". «Per quella stessa sera, fui invitato a cena, da solo, nella loro villa di Porto Rotondo, costruita su un lotto di terreno da me ceduto in pagamento di prestazioni professionali a Pompeo LOCATELLI, villa di proprietà di Giuseppe CABASSI «Qui erano presenti, oltre ai coniugi CALVI, al PAZIENZA, al MAZZOTTA e alla Marina DE LAURENTIS, una ragazza negra e le guardie del corpo del Presidente dell’Ambrosiano. «Questi, quella sera, si lasciò andare ad un lungo solioquio, nel quale rievocò, con energia, la sua partecipazione alla campagna di Russia e si scagliò contro le lobbyes che lo stavano osteggiando, prima tra tutte quella del Ministero del Tesoro". - Tratto dalla requisitoria sulla Banda della Magliana, P.M. Otello Lupacchini.

Visto che ormai avevo una certa esperienza in casi disperati, dopo aver letto il libro scritto da questo ex agente del SISMI (Il Disobbediente, Longanesi editore 1999), mi ci sono messo in contatto cominciando a scrivergli nel Carcere di Parma dove era recluso. Le sue prime lettere erano intrise di diffidenza, ma dopo un po' hanno cominciato ad uscire i dettagli di quella che appare come una storia kafkiana del XX-XI secolo. Unico italiano ad essere stato sottoposto al regime 41bis "per motivi politici" - normalmente il 41 bis viene applicato per mafia o terrorismo - mi è apparso subito come una delle persone più interessanti che mi sia stato dato di conoscere, ancorché solo epistolarmente. Sono sicuro che lo Stato italo-anglo-americano abbia reiterato uno dei suoi ormai troppo soliti autogol. Ho voluto citare il suo caso perché il "Governo Invisibile" che uccide, cancella e condanna quanti hanno il coraggio di dire le cose come stanno, ne ha fatto un emblema a futura memoria (nel senso: prima di servire lo Stato, fateci un pensierino). Prima di entrare nei dettagli della vicenda di questo uomo, che rappresenta esso stesso un segreto di stato vivente, mi pare doveroso riportare una lettera che mi inviò in copia. Parto quindi dalla sua esasperante avventura carceraria.

Egr. Dr. Silvio Di Gregorio
Direttore
Istituti Penitenziari
via Burla 3
43100 Parma 22 gennaio 2002

Egregio Signor Direttore,
mi permetto recarle disturbo per richiamare doverosamente alla sua cortese attenzione la presente narrazione, in punto di fatto:

1) A partire dal 1/10/1999, per otto mesi e ventotto giorni lei mi ha tenuto nel settore 41 bis, in una cella semibuia e senza alcuna irradiazione solare. Sono stato estratto immediatamente dopo una ispezione della direzione sanitaria che ha verificato l'inumanità con cui venivo trattato. E' stato redatto un rapporto dal professor Giorgio Pavarani, documento che si chiude con la seguente osservazione: "Oggi in un carcere che mi è coevo mi sono trovato nel Medioevo". In seguito a questo particolare trattamento ho perso 0,50 diottrie di visus dall'occhio sinistro, come riscontrabile da visite oculistiche effettuate prima e dopo la permanenza in 41 bis.
2) Alle ore 11,41 del 4/5/2000 lei inviava un telefax all'Autorità Giudiziaria di Bologna (nr. 12728) in cui mi qualificava in maniera del tutto apodittica come detenuto ristretto nel settore 41 bis per associazione mafiosa, ex art. 416 bis c.p.
3) In data 8/10/2001 (ore 10,30 circa) un suo collaboratore, l'ispettore Catalano, con indubitabile schiettezza, mi specificava come fosse notorio a tutti, ed anche a lei, che la decisione di segregarmi in 41 bis fosse stata solo ed esclusivamente presa su iniziativa politico amministrativa. In stessa data preparavo una dichiarazione, a futura memoria, che inviavo all'avvocato Roberto Ruggiero del foro di Roma e contenente quanto dall'ispettore riferitomi, ma già noto al sottoscritto ed alla difesa legale. D'altronde, allorché alle ore 6,15 del 1/10/1999 il dispositivo che mi "condannava" al 41 bis, mi fu personalmente consegnato dal comandante del carcere romano Regina Coeli, nel suo ufficio, questi ebbe a pronunciare le testuali parole, per me indimenticabili: "In tanti anni di questo lavoro ho visto tante porcherie, ma una simile mai". Anche lei ha ricevuto, ovviamente, questo documento ed a parte i deliri narrativi le sarà sfuggito sicuramente come violasse palesemente l'art. 4 bis della legge 354/975 ed anche l'art. 476 del codice penale. Scriveva il politico firmatario essere io meritorio del 41 bis perché (testuale) "con precedenti per associazione a delinquere e già sottoposto a misure di prevenzione della P.S.". Un falso ideologico eclatante! E sono altrettanto convinto che se lei se ne fosse accorto avrebbe ottemperato a quanto previsto dall'art. 331 c.p.p.
4) Dal 41 bis venivo da lei trasferito nel settore 1B, dove risiedono condannati per pedofilia e reati sessuali. Con ordine di servizio, lei disponeva che fossi mantenuto isolato e segregato, specificando l'assoluto divieto d'incontro con chicchessia ed imponendo che la porta metallica della mia cella restasse costantemente chiusa. Diniego, inoltre, a poter partecipare alle funzioni religiose. In queste condizioni mi trovo tutt'oggi e dopo aver trascorso due estati in un vero e proprio forno crematorio, a causa dell'impossibilità di circolazione d'aria per la succitata serrata. Parafrasando Von Clausewitz, si è continuata la politica del 41 bis con altri metodi. O anche peggio, visto che ai mafiosi la porta viene mantenuta aperta e che tra di loro possono socializzare, come assistere alla Santa Messa. Mi permetto farle osservare che la prova provata di quanto affermo consiste in un documento, datato 8 agosto 2000, di cui riparlerò nel prosieguo di questa lettera. In questa data ero "teoricamente" ridivenuto un detenuto in regime ordinario, ma lei inviava questo documento al settore del Ministero di Giustizia che si occupava del 41 bis. Quando, come mio diritto, io chiesi copia di questo documento, peraltro attestante fatti palesemente non proprio consoni al vero, lei decise mi fosse consegnato con alcune grossolane sbianchettature che ne obliteravano il destinatario. Episodio che puntigliosamente portavo alla sua attenzione in varie comunicazioni scritte nell'estate 2001.
5) Moderna "maschera di ferro", non ho avuto neppure un nome, ma solo un numero: AA07-95-00322. Nell'estate 2000 non mi è stato concesso l'accesso alle docce per circa due mesi, riducendomi in uno stato igienico miserevole dal 28/6 al 19/8 ore 12,30. Dimenticato da Dio e dagli uomini, è anche accaduto che si sia omesso di fornirmi il vitto, perché agli incolpevoli agenti di servizio si era dimenticato di comunicare che in quella cella senza nome e costantemente chiusa vi fosse qualcuno. Le date: 2/7/2001, 12/7/2001, 19/9/2001, 17/1/2002.
6) A novembre 2000 le ho chiesto per iscritto la possibilità di accedere alla palestra ginnica. Lei ha dimenticato la mia richiesta fino al 24/2/2001 e solo allorché è intervenuto il signor magistrato di sorveglianza che, a sua volta, aveva ricevuto dalla Procura della Repubblica di Roma copia di una mia lettera in cui descrivevo le condizioni in cui venivo mantenuto nell'istituto da lei diretto. Lettera sollecitatami da un S.P.n allorché, in pubblica udienza (6/12/2000), aveva ascoltato quanto da me detto, dichiarandosi incredulo che ciò potesse accadere in un istituto carcerario della Repubblica italiana.
7) Ho reiteratamente, ma inutilmente, chiesto un miglioramento della mia vita, con possibilità di accedere a qualsivoglia attività lavorativa fino a quando, esasperato, in data 22/3 le comunicavo che lunedì 26 avrei iniziato uno sciopero della fame di protesta.
8) In data 23/3, ore 10, mi veniva concesso, per la prima ed ultima volta, di incontrare un educatore (signora Marchesini) cui facevo presente l'inumanità delle mie condizioni ed il desiderio di poter lavorare o anche solo aiutare altri detenuti studenti.
9) In data 7/4, dopo tredici giorni di astensione totale dal vitto, venivo convocato dall'ispettore Grimaldi (ore 16,30) il quale mi assicurava che, ad iniziare dal mese di maggio, le mie condizioni di vita sarebbero migliorate ed una qualche forma di attività lavorativa nella biblioteca mi sarebbe stata concessa. Interrompevo lo sciopero.
10) In data 2/5/2001 (ore 9,15) l'impegno preciso e verbale dell'ispettore Grimaldi veniva dallo stesso sconfessato con un documento in cui mi si negava qualsivoglia attività lavorativa e miglioria delle mie condizioni di vita, con proseguimento dello stato di isolamento assoluto.
11) Ripetutamente il medico psichiatra ha raccomandato con rapporti scritti un miglioramento della mia vita detentiva, in quanto la protrazione pluriennale dello stato di segregazione nocivo al mio stato di salute. Lei ha costantemente ignorato quanto consigliato dal clinico. Scriveva questi, in data 10/5/2001: "Come nella precedente occasione, parla lungamente della esigenza di migliorare la qualità della vita all'interno del carcere e della sua aspirazione di poter mettere la sua cultura ed il suo impegno a servizio di altri detenuti in attività educative e d'istruzione che gioverebbero alla sua integrità e benessere psicofisico. Lamenta, inoltre, la possibilità mancata di poter trascorrere parte del tempo in qualsiasi altra attività lavorativa che possa sottrarlo all'ozio ed al tedio (...). Come già precedentemente espresso, riterrei molto utile al fine del benessere psichico del detenuto, seppur nell'ovvio rispetto delle misure di sicurezza, che possa usufruire di una attività possibilmente consona al fine di trarre giovamento ed una maggiore serenità". In questi termini, ancora, si esprimeva il clinico in data 25/7/2001: "Riterrei utile, compatibilmente alle misure di sicurezza che riguardano il detenuto in oggetto, che il medesimo potesse impegnare il suo tempo in attività consone, quali attività di bibliotecario oppure di insegnamento cacerario". Analoghe considerazioni esprimeva il medico psichiatra in data 23/11/2001. Tutto ciò lei ha continuato a considerarlo del tutto in conferente e non si comprende per quale ragione il Ministero della Giustizia paghi clinici il cui parere viene bellamente ignorato. Ecco quanto invece lei riferì al Ministero di Giustizia in data 8/8/2000, documento da me acquisito a luglio 2001: "Ha sempre amntenuto un atteggiamento di estremo riserbo, restando chiuso senza recarsi ai passeggi ed evitando la socializzazione con gli altri detenuti". Richiamo alla sua cortese attenzione un passaggio della mia lettera all'ufficio della Procura della Repubblica di Roma datata 21/12/2000 e da questa inviata in copia al signor magistrato di sorveglianza (vedi punto 6) in cui, con indubbio spirito di preveggenza, affermavo: "Tra l'altro, non vorrei che nei documenti interni si fossero inventati qualche storia fantascientifica secondo la quale sarei io a rifiutare mirabolanti proposte di trattamento. Se si può scrivere il falso per determinare un 41 bis, un fatto simile non necessiterebbe un grande sforzo". Ma l'asserzione secondo cui sia io ad aver scelto un simile regime di isolamento è talmente contraria alla realtà fattuale e documentale da poter pensare solamente ad una palese svista, o lapsus, presente nel documento che lei ha inviato al Ministero di Giustizia nell'agosto del 2000. Non ho altra spiegazione per un cotanto travisamento.
12) In data 6/7/2001 facevo richiedere ufficialmente alla sua persona tramite legale difensore, e come mio diritto, copia della relazione redatta dal dirigente sanitario in seguito ad ispezione ex officio del luogo in cui ero detenuto in 41 bis. Data già citata del 17/6/2000. Lei, cortesemente, acconsentiva con lettera n. 19603 del 16/7/2001.
13) Improvvisamente, però, in data 18/7 - ore 9 - un agente incaricato mi rendeva edotto che non esisteva alcun rapporto redatto dal dirigente sanitario in data 17/6/2000. Scrivevo immediatamente raccomandata A.R. al dirigente, esternando la mia meraviglia per l'inesistenza di una relazione che mi constava esistere. La sera del 23/7/2001 (ore 22, circa) un medico mi mostrava la relazione assicurandomi della sua esistenza e affermando che copia, come mio diritto, mi sarebbe stata consegnata non appena autorizzazione fosse stata rilasciata da parte della direzione. Seguiva una serie di solleciti epistolari da parte mia alla sua persona. In data 17 agosto 2001 lei mi convocava nel suo ufficio e durante quel colloquio mi consigliava di assumere un atteggiamento conciliante a livello "locale". Spero lei abbia perfetta memoria di quanto mi riferì, giungendo a consigliarmi di richiedere un primo permesso di qualche ora da trascorrere nella città di Parma. Io, forse inopinatamente, continuai a pretendere la consegna di quell'introvabile relazione sanitaria. In data 7/9/2001 le rivolgevo preghiera affinché se vero fosse che tale rapporto non esisteva mi si consegnasse un riscontro ufficiale, scritto, che lo attestasse. In data 8/9/2001 ricevevo finalmente l'agognato documento. Mi permetto riportare alla sua cortese attenzione alcuni brani: "Risponde che è sottoposto a regime 41 bis ingiustamente e che non intende socializzare con i detenuti del crimine organizzato qui ristretti. Eppure questa è una situazione che dal punto di vista tecnico professionale e secondo scienza e coscienza io ritengo totalmente inaccettabile, oltreché incompatibile con i principi umanitari e della medicina (...). La visuale oltre le sbare della finestra è rappresentata da un muro che dista circa un metro e non consente l'irraggiamento solare nel modo più assoluto in alcuna parte della cella (...). Oggi in un carcere che mi è coevo mi sono ritrovato nel Medioevo". Inoltre: "Dichiaro incompatibili le sue condizioni di salute a sopportare ulteriormente il regime cui è sottoposto in totale isolamento". Lei ha pervicacemente ignorato tale "incompatibilità".
Termino questa mia lettera in punto di fatto sperando che lei possa darmi atto di come mi sia attenuto solamente alla enunciazione degli accadimenti e nulla più. Nel contempo ho compreso che in realtà debbo porgere le mie scuse, avendo ritenuto del tutto erroneamente che anche un detenuto abbia i propri diritti, propalanti da precisi dettami costituzionali, disposizioni legislative ed articoli dei codici. In realtà, appare del tutto evidente che lei abbia ritenuto indispensabile una iniziativa sanzionatoria non per un comportamento intramurario che è stato, a norma di regolamento, sempre ineccepibile, ma perché mi sono permesso di reclamare puntigliosamente quanto lei avrebbe dovuto disporre ex officio nei miei confronti... e richedendo documentazione che non proiettava sicuramente una luce del tutto limpida sul trattamento carcerario riservatomi nell'istituto di cui lei è direttore. Lei considera la non accettazione di palesi violazioni costituzionali, legislative e dei codici, come una forma di ostilità e di chiusura nei confronti dell'"organizzazione". Quasi un delitto di lesa maestà. Mi permetto rammentarle, signor direttore, quanto evocato dall'art.27 della Costituzione e dall'art. 3 della legge penitenziaria: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Negli istituti penitenziari è assicurata ai detenuti ed agli internati parità di condizioni di vita". Mi riesce molto difficile comprendere quale umanità, rieducazione e quale egualitarismo vi siano stati nel tenere un essere umano segregato, nel silenzio e senza che potesse vedere e parlare con nessuno. MAI. La ringrazio per la sua attenzione. Con distinti saluti, Francesco Pazienza Donato.

In seguito, Pazienza è stato trasferito ad altro Carcere. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Parma ha aperto un procedimento penale, fascicolo n. 1790/03 RGNR, Mod.21, inviando un avviso di garanzia al sunnominato direttore del carcere, Silvio Di Gregorio. La miglior scrittrice europea del 2002, recentemente premiata a Madrid, Isabel Pisano, ha dedicato a Francesco Pazienza il suo libro appena uscito "La Sospecha". La dedica riporta per ben tre volte il nome di Pazienza. Cosa ha fatto quest'uomo per meritare tanto bene e tanto male? Andiamo per ordine. E' stato lui a dire che la strage di Bologna poteva essere collegata agli accordi di Malta (vedi cap.IV), è stato lui a dire che il bilancio finale del Banco Ambrosiano Estero (mai acquisito dai giudici) venne messo sotto segreto di Stato dall'allora premier inglese Margaret Thatcher. Che fine ha fatto, a livello giudiziario, il rapporto che il Customs Service USA (agenti Donevan e Callighan) aveva inviato al giudice Giovanni Falcone informandolo che il rapporto Touche & Ross sull'Ambrosiano era pronto? (Rapporto protocollato 39131/RDA dal Comando Generale della Guardia di Finanza di Roma il 9 dicembre 1986) Perché, quando la consorte di un illustrissimo magistrato romano ha chiesto di conoscere il contenuto dell'estradizione di Pazienza dagli Stati Uniti, Mino Martinazzoli ha opposto il segreto di Stato? Fulvio Martini era d'accordo con l'allora Direttore della CIA William Casey per combinare l'estradizione, perché? Chi cominciò a procurare guai negli USA a Francesco Pazienza? Un personaggio del Ministero della Giustizia USA, Ted Shackley. Ricordatevi questo nome. La chiave è tutta lì. Lo ritroveremo nel capitolo dedicato a Chip Tatum. Il 27 dicembre 2002, Pazienza presenta domanda di Grazia. Vale la pena riportarla.

S.E. Sig. Presidente della Repubblica - Roma (NdA: Carlo Azeglio Ciampi, ex governatore della Banca d'Italia SpA)
S.E. Sig. Ministro della Giustizia - Roma (Nda: Ministro Castelli, Lega Nord)
Oggetto: Richiesta ex Art. 681 c.p.p.

Eccellenza,
il sottoscritto Francesco Pazienza Donato, nato a Monteparano (TA) il 17 marzo 1946, attualmente ristretto presso la C.R. di Parma, con la presente sommessamente richiede alla Ecc.ma S.V. poter fruire della concessione di Grazia condizionata relativamente alla condanna subita con sentenza del 14 marzo 1986 da parte della Corte d'Assise d'Appello di Roma ad anni tre e due mesi ex artt. 314, 378 c.p.
La presente domanda è inoltrata ai sensi dell'art. 681 comma 2 c.p.p. al Sig. Magistrato di Sorveglianza (NdA: Dott.ssa Nadia Buttelli - Reggio Emilia) cui sarà trasmesso un corposo fascicolo con allegati probatori. E' pur vero che in uno Stato democratico e di diritto debba esistere la certezza della pena ma, sommessamente, credo debba esistere anche la certezza del diritto di difesa e di un processo equo. In data 4 marzo 1985 fui arrestato su richiesta estradizionale della Repubblica Italiana nella città di residenza pro tempore: New York. La richiesta estradizionale relativamente al procedimento de quo fu fatta ritirare con ciò negandomi il diritto alla garanzia giurisdizionale in sede di procedimento estradizionale. Fui quindi processato come 'latitante' e 'contumace' nei due gradi di merito mentre mi trovavo ristretto in un carcere americano senza potermi difendere e conferire con il legale difensore (sic). Il fascicolo probatorio dimostra meticolosamente come l'iter estradizionale sia stato inquinato dalla Central Intelligence Agency (NdA: all'epoca sotto la direzione di Casey, ora defunto) su richiesta dell'italiano SISMI (NdA: il servizio italiano di intelligence militare, all'epoca sotto la direzione dell'ammiraglio Fulvio Martini, ora defunto). L'applicazione della pena ottenuta tramite deroga al principio di specialità per via amministrativa e concessa solo nel 1992 ma notificatomi addirittura in data 27 novembre 1995. In data 8 aprile 1987 la seconda sezione giurisdizionale della Corte dei Conti con sent. nr. 100/87 dichiarava non doversi procedere contro il sottoscritto perché del tutto apoditticamente processato e condannato ex Art. 314 c.p. allorché mai ero stato né pubblicamente ufficiale né tantomeno incaricato di pubblico servizio. In data 13 agosto 1994 a conclusione del procedimento nr. 1164/87 G.I. Roma (Sez. 1 stralcio) il giudice istruttore di Roma, Dr. Otello Lupacchini, stabiliva che il sottoscritto non si era mai reso responsabile del reato di favoreggiamento ex art. 378 c.p. per cui era stato processato e condannato. In data 23 marzo 2000 il Presidente della Corte d'Assise di Bologna, Dr. Maurizio Millo, in pubblica udienza (Procedimento nr. 1/96) dichiarava che il processo celebrato contro il sottoscritto era indegno di un Paese della Comunità Europea per la palese violazione dei diritti della difesa. Basti pensare che non fui mai interrogato neppure nella fase istruttoria perché dichiarato dolosamente 'irreperibile' allorché e nonostante perfettamente noto fossi un estero residente iscritto alla Anagrafe Italiani Residenti Estero. Ciò in violazione degli Artt.3 e 24 della Carta fondamentale secondo quanto specificatamente stabilito da sentenza nr. 177/1974 della Corte Costituzionale relativamente, appunto, alla incostituzionalità del rito per irreperibili nei confronti di coloro che, cittadini italiani, sono residenti all'estero. La mia iscrizione come estero residente era ufficialmente avvenuta presso l'Ufficio Anagrafe del Comune di Roma in data 13 gennaio 1983 allorché il procedimento penale nr. 17270/83 non era neppure iniziato ed iscritto a registro. Talmente notoria era la mia estera residenza che in data 9 dicembre 1982 la Commissione Parlamentare sulla Loggia P2 (NdA: loggia ammaestrata da Licio Gelli, non ancora defunto) dispose una mia audizione presso il Consolato italiano a New York. Il fascicolo probatorio dimostra inoltre la vergognosa quantità dell'inquinamento probatorio messo in atto dal SISMI sopratutto a partire dal periodo in cui la direzione fu assunta dall'Ammiraglio Fulvio Martini. Tutto ciò premesso ringrazio l'Ecc.ma S.V. per l'attenzione prestata porgendo i più deferenti ossequi. Francesco Pazienza. Parma, 27/12/2002.
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Mi sono interessato per sapere, pochi mesi dopo, che fine avesse fatto questa domanda di Grazia. Incontrai perciò, a Pontida, il segretario particolare del ministro Castelli, Stefano Simonetti, che mi informò del fatto che occorreva il beneplacito da parte del Direttore Generale degli Affari Penali, Dott.ssa Augusta Iannini, tra l'altro consorte della stella del giornalismo Bruno Vespa. Non bastava quindi la firma di Ciampi e di Castelli. Mi auguro che la Dott.ssa Iannini trovi il tempo di esaminare la domanda di Grazia e/o, ancora meglio, abbia occasione di leggere questo libro. Nel frattempo, il direttore del carcere di Parma, Silvio Di Gregorio, è stato indagato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Parma, dal pm Dott. Brancaccio (numero del procedimento: 1790/03 RGNR).

sabato 24 settembre 2011

Radio MPA - Puntata sul Signoraggio

Mercoledì 28 Settembre · dalle 19:00 alle 21:00

 Domenico Mandia:

 Vi invito a seguire questo programma. Parleremo di tutte le verità nascoste, di quelle che ci propinano, di quelle che ci bombardano tutti i giorni con i mass-media fasulli e di parte. Vaccini, scie chimiche, signoraggio, verità sull'11 settembre...serve altro? Seconda puntata della trasmissione che MPA (con Marco Cuoco) ha in collaborazione con Lo Sai. In questa puntata tratteremo più a fondo il problema del Signoraggio che secondo noi è la causa principale della situazione economico\sociale di questo mondo. 

Ospiti:

 Salvatore Tamburro: economista e scrittore; autore del libro "La via del denaro", e della prima tesi di laurea in Italia sull'argomento signoraggio. Co-fondatore del movimento Democrazia Diretta & Sovranità Monetaria (link http://www.democraziadirettasovranitamonetaria.it/ ) e co-fondatore del Movimento16G (link http://movimento16g.weebly.com/index.html ). Scrive i suoi articolo sul suo blog: http://salvatoretamburro.blogspot.com/ .

 Domenico Longo: Direttore della rivista mensile "L'altra voce" (sito http://laltravoce.it/ ), co-fondatore del Movimento16G e autore della petizione "Estinguiamo il debito" (link: http://movimento16g.weebly.com/petizione.html ).

 Alfonso Luigi Marra: avvocato, specializzato dal 1980 in cause contro le banche. Nel 1987 ha fondato l'associazione FermiamoLeBanche. Ex-parlamentare europeo. Fondatore del PAS, Partito di Azione per lo Sviluppo. Ultimo libro "Il labirinto femminile". Sito: http://www.marra.it/index.html Prendete parte direttamente con i Vs interventi al n. 0828.994070 oppure direttaradiompa@radiompa.it, in streaming al sito www.radiompa.it

Conduce Marco Cuoco con la collaborazione di Domenico Mandia (Lo Sai Salerno). http://www.facebook.com/losai.net http://www.facebook.com/losai.sa http://www.losai.org/

LA CRISI CHE INVESTE PROFESSIONISTI E IMPRENDITORI


ECONOMIA. SCILIPOTI (MRN): INTERVENIAMO SUBITO SULLA CRISI CHE INVESTE PROFESSIONISTI E IMPRENDITORI

ROMA, 24/09/2011: "Con il Forum nazionale delle professioni e dell'imprenditoria vogliamo dare una risposta concreta all'attuale momento di crisi e d'incertezza che grava pesantemente sui professionisti e gli imprenditori". Così l'On. Domenico Scilipoti, segretario politico del Movimento di Responsabilità Nazionale, durante l'incontro programmatico per la creazione di un "Forum nazionale delle Professioni e dell'Imprenditoria" che si è svolto di recente a Roma, presso Palazzo Marini, del quale l'arch. Lucido Di Gregorio e l'arch. Giancarlo Mollo sono i responsabili nazionali. "L’obiettivo prioritario del Forum, è quello di elaborare politiche nuove per il rilancio dell’economia.  Il mondo delle professioni - prosegue Scilipoti - non è una casta; rappresenta anzi una delle parti più attive del Paese e riesce a creare opportunità di lavoro senza le quali la qualità di numerosi beni e servizi e opere d'ingegno non sarebbero venute in essere". "Tutti i provvedimenti in merito, finora varati, a partire dalla legge Bersani, si sono rivelati fallimentari, anche a causa del loro essere frutto di scelte verticistiche e non equamente partecipate. Sulla base di tali prerogative - conclude l'On. Scilipoti - il Forum si propone di accogliere le istanze reali per poi tradurle in atti legislativi, con evidenti benefici sia per gli operatori del settore che per l’intera collettività”.

SI FA NOTTE SU TREMONTI…


ECONOMIA. SCILIPOTI (MRN): SI FA NOTTE SU TREMONTI…

ROMA, 24/09/2011: "Dal 14 dicembre i punti programmatici e gli impegni politici assunti insieme nel campo economico e finanziario ancora non sono quasi per niente realizzati. Sicuramente dovremo fare una riflessione più attenta per portarli a compimento: i concreti suggerimenti che da mesi, ostinatamente, diamo, sia noi, che altri Parlamentari, per esempio i condoni con riforme strutturali, il dare il via libera alle grandi opere già finanziate da pubblico e privato inerenti le infrastrutture, le battaglie contro l’anatocismo, le criticità bancarie ed Equitalia, sono una soluzione possibile, direi anzi necessaria; devono essere ascoltati”. L'On. Domenico Scilipoti, leader del Movimento di Responsabilità Nazionale, insiste: fare riforme strutturali, e subito. “Bisogna dare ossigeno all’economia così da poter abbattere ancora di più una quota importante del debito pubblico – afferma con decisione il deputato MRN – e contemporaneamente dare una mano alle famiglie e alle imprese”. “La notte tu mi appari immensa, cantava Salvatore Adamo: questa è la nera notte dell’economia. Sarebbe opportuno che il Ministro Tremonti  lasci o si ravveda; e, se si ravvede, pensi non solo al futuro, di pochi, ma anche al presente, dei tanti cittadini, perché all’interno del Parlamento ci potrebbero essere parlamentari della maggioranza disposti a sfiduciare il Ministro Tremonti e non il Governo Berlusconi. Noi italiani veri – conclude l’On Scilipoti (MRN) - siamo positivi e crediamo nel nostro buon destino, dicendo, col grande Edoardo e con la stessa fede di chi ha portato la Croce: ha da passà ‘a nuttata”.

Campagna per il congelamento del debito

Fonte: http://www.cnms.it/campagna_congelamento_debito


Continuano a farci credere che per uscire dal debito dobbiamo accettare manovre lacrime e sangue che ci impoveriscono e demoliscono i nostri diritti. Non è vero. La politica delle manovre sulle spalle dei deboli è voluta dalle autorità monetarie europee come risultato della speculazione. Ma è intollerabile che lo Stato si adegui ai ricatti del mercato: la sovranità appartiene al popolo, non al mercato!


Esiste un'altra via d'uscita dal debito. E' la via del congelamento e se la condividi ti invitiamo a firmare e a diffondere questo documento, affinché si crei una grande onda che dica basta alle continue manovre che distruggono il tessuto sociale. Il problema del debito va risolto alla radice riducendone la portata. Non è vero che tutto il debito va ripagato, il popolo ha l'obbligo di restituire solo quella parte che è stato utilizzata per il bene comune e solo se sono stati pagati tassi di interesse accettabili. Tutto il resto, dovuto a ruberie, sprechi, corruzione, è illegittimo e immorale, come hanno sempre sostenuto i popoli del Sud del mondo.


Per questo chiediamo un'immediata sospensione del pagamento di interessi e capitale, con contemporanea creazione di un'autorevole commissione d'inchiesta che faccia luce sulla formazione del debito e sulla legittimità di tutte le sue componenti. Le operazioni che dovessero risultare illegittime, per modalità di decisione o per pagamento di tassi di interesse iniqui, saranno denunciate e ripudiate come già è avvenuto in altri paesi.


La sospensione sarà relativa alla parte di debito posseduto dai grandi investitori istituzionali (banche, assicurazioni e fondi di investimento sia italiani che stranieri) che detengono oltre l’80% del suo valore. I piccoli risparmiatori vanno esclusi per non compromettere la loro sicurezza di vita.


Contemporaneamente va aperto un serio e ampio dibattito pubblico sulle strade da intraprendere per garantire la stabilità finanziaria del paese secondo criteri di equità e giustizia.


Almeno cinque proposte ci sembrano irrinunciabili:

riforma fiscale basata su criteri di tassazione marcatamente progressiva;

cancellazione dei privilegi fiscali e seria lotta a ogni forma di evasione fiscale;

eliminazione degli sprechi e dei privilegi di tutte le caste: politici, alti funzionari, dirigenti di società;

riduzione delle spese militari alle sole esigenze di difesa del paese e ritiro da tutte le missioni neocoloniali;

abbandono delle grandi opere faraoniche orientando gli investimenti al risanamento dei territori, al potenziamento delle infrastrutture e dell'economia locali, al miglioramento dei servizi sociali col coinvolgimento delle comunità.

Attorno a queste poche, ma concrete rivendicazioni, è importante avviare un dibattito quanto più ampio possibile, partecipando al forum appositamente costituito all'indirizzo www.cnms.it/forum



Se poi l'onda crescerà, come speriamo, decideremo tutti insieme come procedere per rafforzarci e ottenere che questa proposta si trasformi in realtà.

Francuccio Gesualdi , Aldo Zanchetta, Alex Zanotelli, Bruno Amoroso, Antonio Moscato, Alberto Zoratti, Claudia Navoni, Rodrigo A.Rivas, Giorgio Riolo, Roberto Bugliani, Luigi Piccioni, Michele Boato, Carlo Contestabile Ciaccio, Roberto Fondi, Roberto Mancini, Gianni Novelli, Achille Rossi, Paolo Cacciari, Maurizio Fratta, Fabio Lucchesi, Lorenzo Guadagnucci, Nadia Ranieri, Paola Mazzone, Enrico Peyretti, Gaia Capogna, Francesco Amendola, Uberto Sapienza, Manuela Moschi, Mauro Casini, Roberto Viani, Michela Caniparoli, Franco Fantozzi, Franco Nolli

Segreti di Stati - Cap. 8 L'oro scomparso

(Segreti di Stati - torna all'indice)


Capitolo 8 - Il segreto dell'oro scomparso nella seconda guerra mondiale

David Kaplan descrive come l'oro venga utilizzato come sistema per lavare denaro sporco: "Le più importanti raffinerie in Svizzera, vendono il loro oro ai gioiellieri italiani che sono i massimi fornitori a livello mondiale. I gioielli italiani vengono venduti a compratori USA... ed al loro secondo mercato: Panama... Una volta a Colon, molto dell'oro italiano viene venduto a prestanomi colombiani dell'industria della cocaina... l'oro viene quindi contrabbandato in Colombia dove alcuni acquirenti lo vendono in cambio di pesos ed usano la moneta per le spese locali di sopravvivenza e per finanziare ulteriormente la produzione di coca. Altri fondono nuovamente i gioielli, ritrasformandoli in lingotti e vendono quest'oro a raffinerie americane o svizzere, producendo un flusso di cassa apparentemente legittimo. ... Alcuni inquirenti hanno scoperto che in alcuni casi lo stesso oro viene ricomprato dagli stessi riciclatori che l'avevano venduto per essere raffinato negli USA, lavando così altri soldi che provengono dal traffico di droga... Le pratiche contabili dell'industria dell'oro possono essere scandalose, gli operatori del settore sono spesso protetti da legami etnici e familiari. ... La maggior parte dei traffici d'oro non viene contabilizzata tanto che diventa facile obiettivo della criminalità organizzata. Mentre molte società operano legalmente... gli inquirenti descrivono un'industria strapiena di riciclaggio di denaro, frodi fiscali, contrabbando e dubbia contabilità. L'oro è diventato il sistema preferito per il riciclaggio di denaro".
David Kaplan, 'The Golden Age of Crime' US NEWS ONLINE, 29 novembre 1999. www.usnews.com/usnews/issue/991129/gold.htm

Da dove proviene la maggior parte della ricchezza della Citibank, della Chase-Manhattan Bank, della Union des Banques Suisses (UBS) e della Hongkong & Shanghai Banking Corporation (HSBC)? I dati necessari per scrivere questo capitolo, li ho assemblati basandomi sulle ricerche di vari studiosi - tra cui David Guyatt, Sterling e Peggy Seagrave, Sherman Skolnick - e di ONG come il GATA, Gold AntiTrust Action group.

Ufficialmente, la riserva d'oro mondiale ammonta a circa 142.000 tonnellate, la quantità che sarebbe stata estratta negli ultimi 6.000 anni. Nei bollettini ufficiali si dice: "Più di 100.000 tonnellate", oppure: "Più di 132.000 tonnellate". Si parla sempre di quantità "eccedenti" una specifica quantità di riferimento. Si tratta di una mezza bugia, come a dire: "Gli italiani sono più di 5 milioni...". Questa quantità ufficiale di oro, non comprende il bottino di guerra dell'asse nazista durante la seconda guerra mondiale, per esempio. Il caso del Giappone valga come esempio. Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, nelle Filippine, mentre il generale Yamashita Tomoyuki opponeva resistenza all'avanzata americana sulle montagne a nord di Luzon, alcuni principi giapponesi, alti ufficiali dell'esercito, nascondevano migliaia di tonnellate d'oro e pietre preziose, rubato in Asia durante la guerra, in gallerie sotterranee vicino a Bambang, con l'idea di recuperarle in seguito. Quando il gigantesco tesoro fu messo al sicuro ed i carrarmati americani si trovavano a meno di trenta chilometri, 175 capi ingegneri giapponesi, responsabili dei 175 nascondigli ricavati nell'isola, dettero una festa d'addio. Un addio definitivo. La festa ebbe luogo sottoterra, in una vasta galleria completamente imbottita di lingotti d'oro. Mentre calava la sera, i partecipanti bevvero grandi quantità di sake, il vino di riso giapponese. La caverna rimbombava dei canti patriottici giapponesi e di grida: Banzai! Che in giapponese significa: lunga vita, o: "evviva!" A mezzanotte, il generale Yamashita, assieme agli altri principi, uscì dalla galleria. Vennero fatte esplodere delle cariche di dinamite poste agli ingressi del nascondiglio, seppellendo vivi gli ingegneri dimodoché non potessero in futuro svelare il segreto. I principi rientrarono in Giappone a bordo di un sottomarino. Il generale Yamashita si arrese alle truppe americane, tre mesi dopo. Il Giappone aveva perso la guerra militarmente, ma i principi sapevano che non l'aveva persa finanziariamente. Questo macabro episodio rimase segreto per cinquant'anni ed il tesoro nascosto divenne una leggenda, nota come "L'oro di Yamashita". Tuttavia un testimone era sopravvissuto: Ben Valmores, che durante la guerra aveva fatto da cameriere per il principe Takeda Tsuneyoshi, cugino di primo grado dell'imperatore Hirohito e nipote dell'imperatore Meji, venne all'ultimo momento risparmiato dalla strage. Takeda Tsuneyoshi decise di farlo uscire dalla caverna mantenendo così la promessa che aveva fatto al padre di Ben, di restituirglielo vivo. Ben, che oggi ha circa 70 anni, ha accompagnato Seagrave proprio alla caverna fatale e gli ha raccontato tutto quello che aveva visto nei 175 rifugi che aveva visitato con Takeda Tsuneyoshi, dal 1943 al 1945. Questi 175 rifugi che vennero apprestati nelle Filippine, ma ve ne sono anche in Indonesia ed in Corea, facevano parte dell'operazione "Golden Lily" (Giglio d'oro, in giapponese KIN NO YURI), a capo della quale troviamo il principe Chichibu, fratello dell'imperatore Hirohito. Si trattava dell'operazione con la quale veniva occultato il bottino di una serie di guerre, dal 1895 al 1945, in cui il Giappone aveva sistematicamente depredato dodici stati asiatici. I Seagrave hanno scoperto uno dei segreti più gelosamente custoditi del ventesimo secolo, disse a proposito di questa vicenda la famosa scrittrice Iris Chang. Gli americani, subito dopo la guerra, scoprirono alcuni dei nascondigli dell'operazione Golden Lily. L'amministrazione Truman decise, nel 1945, di utilizzare il tesoro recuperato, anche quello dei nazisti, creando un fondo nero segreto da utilizzare per combattere il comunismo durante la guerra fredda. Questo fondo venne usato per corrompere uomini di Stato ed ufficiali militari, e per comprare le elezioni a favore di partiti anticomunisti. Nell'ottobre 1945, quando il generale Yamashita si arrese e venne imprigionato vicino a Manila per essere processato per crimini di guerra, il suo autista personale, il maggiore Kojima Kashii, venne torturato da un agente dell'OSS (Office of Strategics Services) che si chiamava Severino Garcia Santa Romana. Questo avvenne a Bilibad, vicino a Manila, sotto la diretta supervisione del capitano Edward G. Lansdale, che fu poi uno dei killer di John Fitzgerald Kennedy. Questi due ufficiali torturarono il maggiore per scoprire dove i giapponesi avevano nascosto il tesoro. Credevano infatti che il maggiore avesse personalmente accompagnato Yamashita nei siti dove furono scavate le gasllerie. Migliaia di prigionieri di guerra giapponesi avevano aggiunto dei particolari che arricchivano la storia del tesoro nascosto. All'inizio del novembre 1945, il maggiore Kojima, sotto tortura, cominciò a confessare. accompagnò Santa Romana e Lansdale in più di dodici gallerie che si trovavano a nord di Luzon, tra Bambang e Aparri, nelle Filippine. A quel punto, Lansdale volò a Tokyo ed a Washington per raccontare quello che aveva scoperto. Nel frattempo, Santa Romana ed altri cominciarono ad aprire le gallerie scoperte. Lansdale parlò a Tokio con il generale MacArthur ed il generale Willoughby. Poi, a Washington, con il generale Hoyt Vandenberg, capo del CIG (Central Intelligence Group) ed infine con Clark Clifford, consigliere speciale del presidente americano Truman. Truman decise di mantenere la cosa sotto segreto di stato, cosa resa più facile dal fatto che l'occupazione del Giappone coinvolse solo l'America e che le Filippine erano sotto l'amministrazione americana. Washington era l'unica che controllava le informazioni sull'operazione Golden Lily e sul recupero dei tesori nascosti. Lansdale tornò a Tokio con Robert B. Anderson, futuro ministro del Tesoro USA, che era stato consulente finanziario del ministro della Guerra Henry L. Stimson. Fu proprio un'idea di Stimson quella di creare un gigantesco fondo nero con il tesoro recuperato dai nazisti dopo la seconda guerra mondiale: per "combattere il comunismo", ovviamente. Uno degli assistenti di Stimson, John J. McCloy, in seguito a capo della Banca Mondiale, aveva lavorato con Anderson per mettere in atto questo piano. La faccenda venne segretamente discussa ed approvata quando 44 paesi si trovarono alla Conferenza di Bretton Woods nel 1944, per pianificare l'economia mondiale del dopoguerra. Dopo ulteriori incontri a Tokio con il generale McArthur, Anderson lo accompagnò a Manila dove, assieme a Lansdale e Santa Romana, fecero il giro dei siti che erano stati scoperti ed aperti. Anderson e McArthur rimaseo sbalorditi ammirando muri e muri, di lingotti d'oro, alti due metri. Il controvalore era dell'ordine dei miliardi di dollari. Questa storia venne confermata ai Seagrave, da alti ufficiali americani tra cui l'ex direttore della CIA Ray Cline, che se ne occupò dal 1945 al 1973, anno del suo pensionamento. Cline diventò poi capo del CSIS, il Center for Strategic and International Studies della Georgetown University, l'università della CIA. (Il CSIS è una specie di Think-Tank di cui, ad esempio, fa parte Luttwak - quello che in televisione ebbe a dire che l'uranio impoverito non era pericoloso visto che veniva anche usato come contrappeso sugli aerei di linea civili - ed un certo signor Maffia, "responsabile per l'Italia". Come si vede, anche i cowboy hanno il senso dell'humor). La storia venne confermata anche dallo stesso Lansdale, intervistato da Seagrave nella sua casa a McLean, in Virginia (USA). A Ben Valmores, l'adolescente cameriere filippino, vennero in seguito mostrate delle foto di principi giapponesi. Egli fu in grado di identificare correttamente: Takeda Tsuneyoshi, i due fratelli di Hirohito - Chichibu e Mikasa - e l'anziano principe Asaka che comandò l'esercito giapponese durante il triste episodio che passò alla storia come "Lo stupro di Nanchino". In quell'occasione almeno 500.000 donne cinesi vennero costrette alla violenza carnale ed alla prostituzione. Neanche gli albanesi arrivarono a tanto durante le guerre balcaniche. In seguito, dei giovani giapponesi che avevano partecipato all'operazione "Giglio d'oro", confermarono che quelli erano i nomi dei principi che se ne incaricarono, riferendo direttamente a Hirohito. Visto che la guerra fredda è ormai finita, diventa necessario intraprendere azioni volte a compensare i danni subiti dalle vittime, nonostante che persistano interessi di autocrati privati che vanno nella direzione opposta. Purtroppo, a distanza di mezzo secolo, i documenti militari e governativi che si riferiscono a questo scandalo globale, rimangono profondamente nascosti. Addirittura se ne nega l'esistenza. Come quando Israele, in nome delle vittime ebraiche dell'olocausto, cercò di sapere quanti conti bancari svizzeri erano attribuibili a tali vittime. Se non altro, basta analizzare l'atteggiamento delle Banche Svizzere che cercarono fino alla fine di negare l'innegabile. Talvolta cercarono di distruggere i documenti e le prove rimaste. In America ed Inghilterra, chi ha cercato di indagare troppo - sull'operazione Giglio d'oro - è stato terrorizzato o addirittura arrestato da funzionari governativi. E questo senza alcuna spiegazione ufficiale. Quando un governo decide di mantenere segrete cerrte vicende, vengono raccontate bugie al fine di preservare il segreto. Un segreto di Stato di questa portata richiede una tale quantità di bugie che la Storia stessa ne esce deformata. Il numero di persone che traggono benefici da queste bugie, cresce sempre di più, col tempo. Si forma così un bubbone di corrotti che può essere solo curato incidendolo con un bisturi. I segreti portano potere, un potere che corrompe segretamente. La decisione strategica di mantenere il segreto sui tesori trafugati dall'asse nazista, ha creato conseguenze disastrose per centinaia di migliaia di persone, se non milioni. A causa delle decisioni di Washington, queste vittime, brutalizzate e ridotte in schiavitù, videro negati i loro diritti ad una compensazione da parte del Giappone nel dopoguerra. Uno degli obiettivi americani, del 1945, consisteva nel rimettere presto il Giappone in grado di diventare un bastione contro il possibile diffondersi del comunismo in Asia. Una parte del tesoro recuperato venne usato proprio per questo scopo. Questo ha fatto sì che Tokio e Washington sono diventati complici nel mantenere il segreto. Questa complicità ha portato una corruzione che ormai si discosta parecchio dallo scopo originale. I cittadini americani e giapponesi, ignari della verità, sono stati ingannati per mezzo secolo dai loro governanti. Ma dobbiamo aggiungere delle spiegazioni per capire come mai le ricchezze depredate fossero così ingenti. Si tratta, di fatto, di ricchezze depredate non solo durante la seconda guerra mondiale, ma durante tutte le guerre che il Giappone ha fatto, dal 1895, in Corea, Manciuria,Cina e nel sud-est asiatico. Le razzie in tempo di guerra non rappresentano certo una novità. Nel 1860, un gruppo di soldati ubriachi, francesi ed inglesi, durante una spedizione punitiva nel nord della Cina, depredarono il Palazzo d'estate presso Pechino.Questi soldati spaccarono e distrussero tutto ciò che non riuscirono a portar via. Increduli di fronte alla quantità d'oro che vi trovarono, ne buttarono via la maggior parte. Il comandante di questa oscena azione di guerra, Lord Elgin, era il figlio di colui che aveva depredato il Partenone ateniese delle sue belle statue. Nel 1900, un'altra coalizione delle grandi potenze marciò su Pechino distruggendo tutto quello che poteva. Ma quello che il Giappone fece tra il 1895 ed il 1945 era qualitativamente differente. I giapponesi furono eccezionalmente metodici nello svuotare le banche, svaligiare le case private, i negozi, le fabbriche, le gallerie d'arte, etc. Strapparono i gioielli alle persone: anelli, bracciali, etc. Arrivarono fino a staccare le piastrelle dai pavimenti e le ante delle finestre. L'operazione Golden Lily dedicò una speciale attenzione al mondo della malavita: le sette, le triadi, i taglieggiatori ma, in particolare, la rete di distribuzione delle droghe. Il Giappone praticò l'estorsione in modo sistematico, ma anche stupri di massa, rapimenti, mutilazioni di donne e bambini. Ci hanno insegnato che il Giappone, la sua élite composta dai conglomerati industriali - le zaibatsu - dalla famiglia imperiale, dalla mafia - la yakuza - e dai "buoni burocrati", sarebbe uscito completamente impoverito dalla seconda guerra mondiale. Questo sarebbe avvenuto a causa di una manciata di malvagi militari giapponesi. In realtà il Giappone uscì dalla seconda guerra mondiale molto più ricco di prima. Gli unici che ci rimisero, come ormai siamo abituati a vedere, a livello globale, furono i poveri cittadini. Umili cittadini che non contano niente agli occhi delle élite e dei "loro" interessi privati. Con la scusa della guerra contro il comunismo, Washington graziò i capi del Giappone, la famiglia imperiale e i leader finanziari, che avevano condotto il paese alla guerra distruggendo e riducendo in povertà dodici altre nazioni, anzi, fece di più: li rimise tutti al potere durante il dopoguerra. Come in Germania, solo una manciata di leader vennero condannati per crimini di guerra, a titolo propagandistico. In Italia si arrivò anche oltre: l'unico generale condannato a morte e giustiziato, alla fine della guerra, il generale Bellomo, era addirittura un antifascista. Eia, eia, allallà! A metà degli anni '50, i pochi giapponesi condannati vennero rimessi in libertà, compresi i padrini che avevano diretto, negli anni '30 e '40, il più grande traffico di droga su scala mondiale. Più o meno nello stesso periodo, vennero rimessi in libertà i condannati di Norimberga. In Giappone, il governo del dopoguerra era una fotocopia del governo anteguerra, il tutto finanziato con i tesori depredati alle vittime della guerra. Fin dall'inizio dell'occupazione americana del Giappone, il generale MacArthur, il presidente Truman, John Foster Dulles e altri "probi viri" americani erano perfettamente a conoscenza della provenienza della ricchezza posseduta dalla élite del Giappone. Per evitare che al Giappone fosse asportata questa ricchezza, facendogli pagare i danni di guerra alle vittime, il signor Dulles si incontrò segretamente con quattro giapponesi per organizzare il Trattato di Pace che venne firmato a San Francisco nel 1951. Uno della banda dei quattro giapponesi, Miyazawa Kiichi, è l'attuale ministro delle finanze del Giappone. Secondo l'articolo 14 del trattato di pace, si riconosce che il Giappone avrebbe dovuto pagare i danni alle Potenze Alleate per quanto subito durante la guerra. Ma si scrive anche che le risorse del Giappone non sono sufficienti per adempiere all'indennizo. Per rinforzare l'idea che il Giappone aveva sorpassato l'orlo del fallimento, l'articolo 14 recita: "Le Potenze Alleate cancellano qualsiasi richiesta di danni che potrebbe essere avanzata dalle Potenze Alleate E DALLE LORO POPOLAZIONI per le azioni che furono perpetrate dal Giappone... durante il corso della guerra". Firmando il trattato, i Paesi Alleati in qualche modo avallavano la versione che la ricchezza depredata dal Giappone fosse finita in una specie di buco nero, e che le vittime delle violenze giapponesi, fossero gente sfortunata. Ancor oggi, il dipartimento di Stato USA, invocando l'articolo 14, continua a fare tutto quello che può per impedire che vengano intraprse cause legali da parte dei prigionieri di guerra americani che vennero brutalizzati e ridotti in schiavitù dalle multinazionali giapponesi: Queste multinazionali oggi sono tra le maggiori al mondo, quali ad esempio la Mitsubishi e la Mitsui. Durante delle audizioni al Senato USA, nel giugno 2000, il senatore Orrin Hatch dello Utah sfidò il dipartimento di Stato e quello della Giustizia sul terreno della legittimità delle loro pretese che, basandosi sul trattato firmato nel 1951, negavano qualsiasi compensazione alle vittime. "...Sul piano costituzionale, può il nostro governo rinnegare i diritti di privati cittadini solamente perché li ha messi in un trattato? Non stiamo chiedendo al governo giapponese di pagare, ma lo chiediamo a quelle multinazionali giapponesi, oggi multimiliardarie, che commisero quelle atrocità." In effetti, il trattato del 1951 venne cucinato attraverso accordi segreti. Tutti i paesi che lo firmarono, in cambio dell'omertà sulla reale situazione finanziaria del Giappone, ricevettero delle tangenti. I soldi venivano dal tesoro segreto che era stato recuperato da Santa Romana. Le ricchezze delle vittime andarono ad arricchire i governanti corrotti e le rispettive banche centrali private. Una musica che si sente spesso, non vi pare? Come testimoniò Cline, l'ex direttore della CIA precedentemente citato, il tesoro recuperato da Lansdale e Santa Romana venne trasferito nelle primarie banche di più di 42 paesi, Gran Bretagna inclusa. Queste tangenti segrete servirono anche a convincere i governanti ad impedire che i soldi fossero resi alle vittime dell'avidità e crudeltà giapponese. Rimane oggi un'annotazione scritta all'allora Ministro degli Esteri, Herbert Morrison, durante le sedute segrete, che sottolinea che se la questione della riparazione dei danni di guerra fosse sfuggita di mano, si sarebbero dovuti pagare i danni non solo ai cittadini occidentali, ma anche agli orientali, a centinaia di migliaia. Se questo fosse avvenuto, al governo inglese sarebbe rimasto ben poco dei frutti di quell'accordo... (British Foreign Office Record n. 92591, pagina 4). Questo tesoro segreto, questo oro "nero" venne utilizzato per vari scopi, ad esempio la creazione di fondi neri in Italia e Grecia dove si paventava il pericolo dell'entrata della sinistra al governo. Nell'Italia occupata, l'agente della CIA James Jesus Angleton aveva recuperato il tesoro dell'Etiopia che era stato razziato da Mussolini. Invece di restituirlo alla povera Etiopia, venne espropriato da Angleton ed usato per finanziare candidati pro-americani durante le elezioni del 1948. La CIA convinse anche il Papa Pio XII° a contribuire con un fondo personale di 100 milioni di dollari alla campagna anticomunista. I soldi che il Papa usò provenivano dalla vendita di materiale militare americano che era avanzato. In tutto, nei dodici mesi che precedettero le prime "libere" elezioni italiane del dopoguerra, gli americani investirono 350 milioni di dollari di allora, per comprarle. In Giappone venne creata una serie di fondi neri, dal generale MacArthur, tra cui spicca il fondo chiamato "M-Fund", dove la "M" viene dall'iniziale dell'addetto finanziario del predetto generale, il generale Marquat. Questo fondo, secondo fonti giapponesi, venne restituito al pieno controllo del partito liberal-democratico giapponese dal vicepresidente Nixon nel 1960. Nixon in cambio voleva l'appoggio del Giappone per la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Attualmente questo M-Fund vale circa 500 miliardi di dollari ed è controllato da Nakasone Yasuhiro che lo sta usando per mantenere il Giappone sotto il controllo di un unico partito, il partito di estrema destra "liberal-democratico", e per prevenire qualsiasi tipo di riforma. Chissà chi sono i referenti in Italia, chi gestisce in Italia i fondi neri "anticomunisti"? Ne avrà mai saputo niente la Banca d'Italia? Oppure, chessò, Andreotti, Cossiga, o l'ex presidente Leone? O l'attuale presidente Ciampi, ex governatore della Banca Centrale privata italiana? Meglio tornare al Giappone. Per aumentare la consistenza del M-Fund, mantenendone il controllo, l'ex primo ministro Tanaka Kakuei stampò delle "Promissory Notes", dei certificati chiamati "57" poiché vennero emessi il 57esimo anniversario del regno di Hirohito, nel 1982. L'esistenza di questi certificati "57" viene ufficialmente negata dal governo giapponese, ma è stata confermata da un ex ministro giapponese. Il governo teme che, se viene fuori la verità su questi certificati, potrebbe crollare la borsa giapponese con conseguenze negative anche all'estero. Si usa come al solito la maschera della "Sicurezza Nazionale" per nascondere i colpi della banda bassotti di turno. Ma proprio il successo ottenuto da Israele nella causa contro le Banche Svizzere, sta risvegliando l'attenzione delle vitime sopravvissute che, in un'azione legale di massa, stanno chiedendo miliardi di dollari di danni aiutati da prestigiosi avvocati. Uno di questi è l'avvocato di New York, Edward D. Fagan, che riuscì a far ottenere giustizia alle vittime dell'olocausto. Un altro è l'avvocato londinese Martyn Day, che ha aperto la strada con la richiesta di danni al Giappone da parte di migliaia di vittime inglesi. In Giappone, fazioni avversarie si sono confrontate per ottenere il controllo dei soldi neri del M-Fund. Sono ricorsi all'omicidio pur di mantenere il segreto sull'esistenza di questa ricchezza. Negli USA, il controllo di questi soldi neri era affidato ad un nucleo all'interno della CIA, chiamato "Enterprise". Questa Enterprise è venuta fuori in occasione di vari scandali, tra cui l'Iran-Contra (vedi capitolo 16), ed è costituita da ultraconservatori ed ex alti ufficiali del Pentagono che vorrebbero creare una specie di esercito privato e costituire un nuovo complesso militare-industriale. Le prove dellesistenza di questi fondi illegali, che qualcuno chiama "Black Eagle Fund", derivano anche da alcune cause legali svolte negli USA. I conti intestati al prestanome Severino Garcia Santa Romana, emersi negli uffici del fisco USA, dimostrano che il sistema bancario internazionale è letteralmente ingolfato da queste ricchezze depredate durante la guerra. Lo stesso Cline, assieme ad altri ufficiali USA, sono stati coinvolti nel tentativo di recuperare i soldi depositati da Santa Romana nella Citibank, nella Chase-Manhattan Bank ed in altre banche. Un altro episodio conferma la presenza del tesoro nelle Filippine: Rogelio Roxas, un fabbro filippino, trovò un budda d'oro da una tonnellata ed alcuni lingotti scavando nel cortile della sua casa. Questo tesoro gli venne rubato da Ferdinand Marcos, che fece poi torturare ed uccidere lo stesso Roxas nel tentativo di mantenere il segreto. Un tribunale USA ha riconosciuto un risarcimento di 22 miliardi di dollari agli eredi di Roxas, condannando Marcos. Un altro caso straordinario è quello di Norbert Schlei, ex ministro della Giustizia USA, che sta lottando per la sua sopravvivenza dopo essere stato fregato dal ministero USA del Tesoro. Schlei aveva scoperto troppe cose a proposito del fondo segreto giapponese M-Fund. Ma Schlei non è che una delle vittime delle minaccie governative riservate a chi indaga troppo su queste vicende. Occorre spiegare esattamente come funziona l'ambaradan. L'oro fisico non ha molta importanza dove sta poiché, sulla base della sua esistenza, vengono emessi dei "certificati auriferi". Questi certificati assicurano una resa in termini di interessi e vengono ad esempio utilizzati per garantire la parte di debito estero USA che viene coperta dai titoli di Stato americani comprati dall'Arabia Saudita (chi non è saudita, deve accontentarsi della fiducia che ripone nei titoli di Stato americani chiamati "T-Bond", ovvero: Certificati del Tesoro). Questi certificati auriferi, usati per corrompere i vari governi, contengono dei piccoli errori tipografici di modo da rivendicarne la non-autenticità nel caso finissero in mani sbagliate o che qualcuno tentasse di incassarli. Oppure nel caso che il politico di turno riveda la sua posizione nei confronti di Washington. In pratica, il detentore "autorizzato" di questi certificati può solo incassare gli interessi annuali finché glielo consentono. Il trucco degli errori tipografici predisposti appositamente in documenti finanziari, è abbastanza noto. Ad esempio, le banche svizzere usano scrivere, nella data, "Juny" al posto di "June" (in inglese: giugno) per, eventualmente in seguito, invalidare l'autenticità dei loro impegni. Si tratta di minimi errori che sfuggono a chi non conosce bene la lingua o si limita ad una lettura superficiale. L'idea di usarli nei titoli è geniale, è anche il sistema per evitare che, in caso di morte del possessore, gli eredi possano avanzare pretese cercando di cambiarli. Cosa che, di tanto in tanto, accade. Come nel caso degli eredi di Severino Garcia Santa Romana che stanno ancora lottando per ottenere l'eredità. Per quanto riguarda la consistenza totale dell'oro nascosto nelle Filippine, si stima che sia 5 o 6 volte superiore alla quantità mondiale di oro ufficialmente ammessa. In effetti nessuno sa esattamente quanto oro c'è nel mondo. Non sappiamo quanto oro venne rubato dalla Spagna nel Nuovo Mondo. Questo perché quando quest'oro arrivava in Europa, la maggior parte passava nelle mani dei grandi banchieri europei, come i Fugger e i Welser, che avevano finanziato la conquista del Messico e del Perù. Difatti non sappiamo la reale consistenza del patrimonio dei Krupp, dei Rotschild, degli Oppenheimer o dei Rockefeller. Secondo gli economisti, questi patrimoni privati ammonterebbero a 23 milioni di miliardi di dollari, la maggior parte nascosta in conti bancari off-shore, al sicuro dal fisco, dalle tasse, dalle mogli (è recente in Italia la memoria della triste vicenda della vedova del Conte Agusta, suicidatasi, secondo i giudici, dopo aver raggiunto un accordo scritto col figlio del marito - l'altro erede - che le concedeva 500 miliardi dell'eredità), dai clienti e dai soci d'affari. Sappiamo ancora meno sulle quantità d'oro accumulate nei millenni dalle dinastie asiatiche. Gli asiatici diffidano da millenni dei governi e delle banche, per questo conservano le loro fortune sotto forma di piccoli lingotti d'oro e di pietre preziose. Si presume che la quantità d'oro ammassata in Asia sia varie volte maggiore di quella ammassata in occidente nei tre secoli d'esistenza del sistema bancario occidentale. I governi non vogliono che si conosca con esattezza la quantità d'oro esistente poiché il suo valore è determinato dalla sua scarsità. Così come nel caso dei diamanti, il cui monopolio è in mano a due famiglie. Di fatto, sia l'oro che i diamanti sono rari perché sono in mano a pochi ricchi privati, ad alcune banche ed ai Ministeri del Tesoro che ne manipolano i prezzi sui mercati internazionali. Gli intermediari invece di trattare l'oro, ne trattano i "derivati". L'argomento è insieme affascinante e complesso. Rimangono alcuni interrogativi: a chi spetta oggi il tesoro segreto derivato dalle rapine effettuate durante la seconda guerra mondiale? Riusciremo in futuro ad avere governi che non siano corrotti "a priori" dall'uso di questi fondi neri ? Delle 175 caverne scavate nelle Filippine per nascondere il tesoro, quante ne sono rimaste che non sono ancora state scoperte? Riusciranno le vittime della brutalità giapponese ad avere la meritata giustizia? Cosa ne sanno i nostri servizi segreti? Passiamo al prossimo capitolo.