martedì 22 novembre 2011

Rovescia il regime, ripudia il debito!


“Rovescia il regime, ripudia il debito!”
di Nerina Schiavo - 21/11/2011

Fonte: eurasia 

“Rovescia il regime, ripudia il debito!”
Il 5 giugno scorso il Fondo monetario internazionale ha accordato all’Egitto un prestito di 3 miliardi di dollari su 12 mesi, a un tasso dell’1,5%. Pochi giorni prima era stata resa pubblica la decisione del G8 di Deauville relativa allo stanziamento di un fondo speciale di 40 miliardi di dollari, per finanziare la stabilizzazione delle nuove democrazie in Nord Africa e nel Vicino oriente.
Il prestito è stato in seguito cancellato in risposta “alla pressione dell’opinione pubblica” e dopo la presentazione di una nuova bozza finanziaria per il 2011-2012, che prevedeva la riduzione della spesa pubblica.
Il Cairo ha comunicato che due paesi del Golfo contribuiranno a rilanciare l’economia egiziana: l’Arabia Saudita con 4 miliardi di dollari sotto forma di prestiti a lunga scadenza e il Qatar, che investirà 10 miliardi.
La pressione dell’opinione pubblica, di cui si diceva, trova nella “Campagna popolare per l’estinzione del debito egiziano” la sua più completa realizzazione. Khaled Ali, uno dei suoi promotori, ne spiega le motivazioni di fondo: la campagna non mira alla cancellazione totale del debito, ma ad una sua rinegoziazione puntuale nei termini e nelle finalità.
Il prestito concesso a giugno, infatti, strideva non poco col rovesciamento del passato regime e con le aspettative di chi aveva appena vinto la rivoluzione, che, prima ancora della caduta di Mubarak, era in cerca di “giustizia sociale e dignità”.
“Debito odioso”
Le istituzioni finanziarie internazionali, pur sapendo perfettamente che la dittatura di Mubarak non rappresentava la volontà popolare, hanno sempre continuato a finanziarla; i cittadini egiziani possono, quindi, ritenersi sollevati dal peso di un debito al quale non hanno mai acconsentito e dei cui frutti non hanno mai beneficiato; debito che costringe la nazione a indirizzare tutte le sue risorse verso il pagamento degli interessi, limitando così le sue capacità di sviluppo.
E’ questo, in sintesi, il contenuto del concetto legale coniato dal teorico Alexander Sack, Ministro delle Finanze russo nel 1927, noto come dottrina del “debito odioso”.
Questo genere di debiti doveva essere cancellato con la caduta delle dittature o dei regimi autocratici che li avevano contratti, come è successo in Iraq nel 2003 con la caduta di Saddam Hussein e in Sud Africa dopo la fine del regime di apartheid.
Nel 2009 l’Ecuador ha raggiunto un accordo che riduce il suo debito estero di più dei 2/3: per ogni dollaro dovuto, il governo ecuadoregno dovrà versare solo 35 centesimi.
Attualmente, sia in Grecia che in Irlanda esistono commissioni popolari per la revisione del debito che premono affinché si proceda all’istituzione di commissioni ufficiali. Anche la Tunisia ha istituito una commissione per verificare il debito di Ben Ali.
E’ tempo che i popoli reclamino il diritto fondamentale di partecipare alla determinazione delle priorità economiche del proprio paese, dal momento che essi sono i primi a risentire degli effetti delle politiche economiche e a pagare di tasca propria gli errori dei passati regimi.
Questa è la convinzione comune dei vari movimenti e ciò che chiedono i membri della “Campagna popolare per l’estinzione del debito egiziano” nello statuto dell’associazione.
In particolare, nel documento si richiede che ogni prestito futuro sia soggetto alla discussione e alla partecipazione popolare, in modo da garantire trasparenza e affidabilità.
Inoltre, saranno necessarie norme sulla libertà d’informazione che garantiscano la pubblicità di tutti gli accordi e di ogni altra informazione relativa ai prestiti e ai debiti contratti.
Società civile
Lo scorso giugno, 67 organizzazioni della società civile araba, in rappresentanza di 12 paesi, hanno lanciato un appello congiunto in difesa degli obiettivi perseguiti attraverso le rivoluzioni, affinché questi non vengano distorti dall’intervento di Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca europea per gli investimenti e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
Kinda Mohamadieh, direttrice della Rete delle Ong arabe per lo sviluppo, ha spiegato al britannico Guardian: “I cambiamenti democratici ricercati dalle popolazioni locali non saranno raggiunti con l’aumento degli aiuti legati a condizionalità politiche, ulteriori liberalizzazioni di commercio e investimenti, deregolamentazioni e ricette economiche molto ortodosse che hanno così tanto contribuito alle ingiustizie contro le quali si sono ribellati i popoli di Tunisia ed Egitto. Il percorso verso lo sviluppo passa necessariamente attraverso la volontà dei popoli di ogni singolo paese, con un processo costituzionale e un dialogo nazionale”.
Ancora nel settembre del 2010, l’FMI infatti lodava la “solida gestione macroeconomica della Tunisia e le sue riforme strutturali dell’ultimo decennio”, auspicando perfino una loro continuità attraverso “il contenimento della spesa pubblica sui sussidi ai salari, ai generi alimentari ed ai carburanti”, nonostante nello stesso documento si riconoscesse l’aumento dei prezzi degli alimenti nel paese a causa dell’aumento dei prezzi alimentari a livello globale. Il continuo perseguimento nel corso degli anni di politiche assolutamente inadeguate ed il disprezzo delle vere priorità delle popolazioni di questi paesi pongono delle questioni nodali sul ruolo dell’FMI nei processi di transizione. Tali questioni dovrebbero portare ad un riesame serio, aperto ed inclusivo delle politiche prescritte dalle organizzazioni internazionali negli scorsi decenni. L’operatività internazionale di istituzioni economiche e finanziarie potrà solo trarre vantaggio da questo dibattito, a condizione che esso preveda la partecipazione paritaria dei paesi in via di sviluppo.
Dal basso ai vertici
Se è facile comprendere la diffusione popolare e il consenso riscosso da questi movimenti nei paesi summenzionati, più complesso risulta individuare gli appoggi su cui essi potranno contare.
Le prime elezioni democratiche in Tunisia hanno dato al Congresso per la Repubblica, che supporta il programma di revisione del debito, 30 seggi.
In Egitto, secondo l’organizzatrice della Conferenza Salmaa Hussein il Tagammu, i Nasseristi e Karama appoggerebbero i loro sforzi.
Difficile fare previsioni vista la posta in gioco. Per ora sembra che la presa di posizione dell’Egitto tenga.
Il ministro delle Finanze Samir Radwan ha spiegato che la prima bozza del budget nazionale è stata discussa “con attivisti, scrittori, imprenditori, sindacati e Ong. Come risultato di questo dialogo e data la preoccupazione del Consiglio Militare di non riversare sul futuro governo ulteriori debiti, il deficit è stato ridotto dall’11% del Pil all’8,6%, coperto per la maggior parte grazie a risorse locali e supporto esterno”.
Il ruolo di Stati Uniti e Unione Europea

Non solo istituzioni finanziarie, ma anche Stati quali gli Usa guardano con interesse a quanto succede in Nord Africa. Il presidente Obama ha infatti aveva già annunciato a maggio che “l’amministrazione americana è pronta a cancellare fino a 1 miliardo di dollari di debito egiziano per aiutare la crescita economica del paese”.
Piano Marshall per il Nord Africa?
Il nocciolo di quel che ha detto Obama è che gli Stati Uniti devono essere partecipi dei massicci cambiamenti avvenuti nel Vicino Oriente e in Nord Africa, modernizzando le loro economie e fornendo occupazione ai giovani cosicché la democrazia possa radicarsi, raggiungendo una stabilità regionale essenziale per l’America.
L’Egitto è il secondo destinatario di aiuti Usa nella regione, dopo Israele: il paese risulta beneficiario di 2 miliardi di aiuti netti, di cui 1,3 miliardi sarebbero indirizzati al rafforzamento delle forze armate. Vi sono 250 milioni di aiuti economici e quasi altri 2 miliardi destinati alla cooperazione economica di lungo periodo fra i due paesi.
A fronte di questo ingente impegno finanziario, gli USA avrebbero ottenuto molto nell’era Mubarak: con le garanzie sulla sicurezza dei confini con Israele, la chiusura del valico di Rafah con Gaza, la lotta al terrorismo islamico e l’effetto stabilizzatore dell’Egitto sull’intera area. Resta da vedere se il nuovo Egitto riuscirà a fornire rassicurazioni sul rispetto degli stessi impegni. Da qui deriva la fondamentale importanza strategica del paese Nord-africano per la politica estera statunitense e di conseguenza il tentativo di mantenerlo sotto la propria influenza.
L’Alto Comando Militare (SCAF) egiziano si trova quindi dinanzi ad un bivio: da un lato non intende rinunciare agli aiuti statunitensi, dall’altro non può esonerarsi dal recepire almeno alcune delle richieste che giungono dalla società civile in chiave anti-israeliana (in particolare, c’è la richiesta a Israele di compensare le vittime egiziane della recente incursione dell’IDF oltre confine).
Politiche Euromediterranee
La Commissione Europea in agosto ha approvato due pacchetti di aiuti, rispettivamente di 100 e 110 miliardi di dollari a favore di Egitto e Tunisia. Sin dalla sua origine, ma con maggiore impegno dal 1995, con il lancio del Processo di Barcellona, l’UE ha sviluppato una complessa politica volta a incentivare le riforme politiche nei paesi arabi del Mediterraneo e a porre le basi, nel quadro di una cooperazione multiforme, per un loro sviluppo economico e sociale.
La scelta che è stata compiuta nei fatti dall’Unione e dagli Stati europei è stata quella di privilegiare la stabilità degli interlocutori politici nella sponda Sud del Mediterraneo, a discapito della richiesta della promozione di riforme politiche. A spingere in tale direzione vi sono state indubbie ragioni oggettive, come la necessità, per gli Stati europei, di garantire la sicurezza dei propri approvvigionamenti energetici. I problemi emersi o aggravatisi nel frattempo – soprattutto il terrorismo e l’incremento dell’immigrazione – hanno poi provocato una forte rinazionalizzazione delle prospettive di sicurezza degli stati membri dell’UE.
I governi europei hanno finito quindi per accantonare le riforme, passando a politiche di sostegno ai regimi autoritari mediterranei in cambio della cooperazione economica, di una loro collaborazione al contenimento dell’immigrazione e alla lotta al terrorismo.
Di fronte agli sviluppi recenti in Nord Africa e nel vicino Oriente la scelta di non attuare l’originaria politica mediterranea di promozione delle riforme a favore dell’appoggio alla stabilità dei regimi appare ora chiaramente fallimentare o quanto meno poco lungimirante.
Nel documento presentato l’11 marzo 2011 si raccomanda al Consiglio di approvare lo stanziamento di un miliardo di euro proposto recentemente dal Parlamento Europeo, onde consentire alla BEI di effettuare prestiti per sei
miliardi nei prossimi anni.
La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), finora attiva solo nei confronti dei paesi europei dell’Est, si appresta a modificare il suo statuto per concedere un miliardo di prestiti al settore privato del Marocco e dell’Egitto.
Difficile però credere che gli obiettivi originari, primo fra tutti la garanzia di approvvigionamenti energetici, verranno accantonati per far posto alle esigenze politico-economiche dei popoli del Mediterraneo.
Conclusioni
Rifiutare il prestito del Fondo monetario internazionale ha significato sfuggire, almeno per il momento, alla solita logica che vuole che siano governi stranieri a decidere dell’economia di un paese, prima che si possano svolgere regolari elezioni. Quei debiti sarebbero ricaduti sulle spalle degli egiziani che avrebbero dovuto ripagarli per decenni, nonostante non vi sia stata alcuna approvazione da parte di un governo democraticamente eletto.
Senza contare che le condizioni alle quali il prestito sarebbe stato concesso avrebbero compreso il solito pacchetto di privatizzazioni e deregolamentazioni neoliberiste, per aprire i nuovi arrivati all’economia di mercato.
Le conseguenze inevitabili di tali politiche sarebbero state la drastica riduzione del settore manifatturiero e quindi una massiccia perdita di posti di lavoro.
Non a caso la dichiarazione del G8 di Deauville si apre proprio sostenendo che la Primavera araba “può aprire la porta al tipo di trasformazione avvenuta nell’Europa dell’Est dopo la caduta del muro di Berlino”. Come evidenzia il Guardian, le economie dell’Europa centro – orientale si sono ridotte in media del 5 % ogni anno tra il 1991 e il 1995.
Dunque, quale futuro si prospetta per questi movimenti?
Indicativo è il fatto che alla conferenza non abbia partecipato alcun membro del Governo. In compenso alla riunione erano presenti molti ospiti latino-americani che hanno portato le loro esperienze di successo nella rinegoziazione del debito. Si spera che, una volta ultimato il passaggio di poteri dalle istituzioni militari a quelle civili, anche l’Egitto possa concretizzare questi progetti.
Solo così sarà possibile liberare le risorse da investire nella sanità pubblica, nell’istruzione e in programmi di welfare e quindi realizzare gli obiettivi di Piazza Tahrir.

* Nerina Schiavo è laureanda in Relazioni Internazionali presso l’Università La Sapienza di Roma
 

La Repubblica di Goldmonti... (video)


http://www.byoblu.com/post/2011/11/20/La-famosa-Repubblica-Parlamentare.aspx "Quelli che il Parlamento" dicono che vigileranno sul governo Monti. Lo dicono fieri di sè, quasi baldanzosi, noncuranti del fatto di essere appena stati messi da parte come lo scemo del villaggio quando c'è da fare un lavoro che non sia di bassa manovalanza. Ovviamente, nonostante meglio farebbero a nascondersi dietro una tenda come certi bambini vergognosi, non perdono il vizio di raccontare frottole. In realtà non hanno alternativa alcuna rispetto all'approvazione coatta di qualsiasi cosa Monti proponga all'assemblea. 

Basta ragionare. Ci hanno detto che non si poteva votare perché c'era fretta. Una fretta dannata. Il colpo di spread era pronto ad abbattersi come una devastante invasione di Unni se solo avessimo esitato, tentennato per oltre 24 ore. Tanto infatti ci è voluto a Giorgio Napolitano per nominare Mario Monti senatore a vita. E poi, di lì a poco, presidente del Consiglio. Bisognava attuare subito la letterina della BCE. Tutta, senza indugi. Così come l'Irlanda deve aumentare l'iva al 23% e i suoi cittadini lo vengono a sapere dalla Bundestag, il Parlamento tedesco che evidentemente discute - prima - quello che - poi - verrà approvato all'Irish Houses of Parliament.

Dunque spiegatemi: non c'erano neppure 24 ore di tempo perché stavamo fallendo, ci hanno imposto un liquidatore e il suo team di banchieri per "liberare la politica dalle responsabilità che non è in grado di prendersi [...] perché faccia un passo indietro, [...] che è un momento di supplenza" [Pier Luigi Celli, direttore Università Luiss nonché consigliere di Unipol nonché sponsor e mentore dei ministri del governo Monti] e ora vorreste farmi credere che abbiamo tutto il tempo necessario per affossare i provvedimenti urgenti del professore della Bocconi?

E' evidente anche a un asino che la politica è ostaggio della sua pavidità e dei suoi interessi individuali. Casini lo dice chiaramente: "Chi, tra i partiti, non sosterrà questo governo fino in fondo, pagherà un prezzo elettorale altissimo". Chi glielo andrebbe a spiegare poi agli italiani se un nuovo colpetto di spread, magari quello definitivo, fosse dovuto proprio al voto contrario della Ravetto sulla reintroduzione dell'Ici (nonostante proprio il suo partito avesse vinto le elezioni promettendo di togliere la tassa sulla prima casa)? Che poi, di ergersi a paladini della Repubblica Parlamentare i nostri non ne hanno nessuna voglia. Lo dimostra il pizzino di Enrico Letta per Mario Monti. Chissà, forse scritto in virtù del fatto che si conoscono bene, essendo entrambi membri del Comitato Esecutivo dell'Aspen Institute insieme a Gianni Letta, Giuliano Amato, Lucia Annunziata, Romano Prodi, Paolo Mieli, Giulio Tremonti, Emma Marcegaglia etc etc... E uno mica deve sempre pensare male, no? Certamente, dopo avere chiacchierato la sera tutti insieme a tavola, il giorno dopo saranno l'uno il fiero controllore parlamentare dell'altro. Basta con questo complottismo! Del resto cosa gli scriveva, Enrico, al suo amico Mario? "Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall'esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente". Una chiara, evidente, secca smentita per chiunque pensi che vi siano altre sedi ove condurre il dibattito pubblico al di fuori di quelle istituzionali.

Chissà, forse ottenebrato dai fumi di queste riflessioni profonde, venerdì sera a L'Ultima Parola ho chiesto ai gentili ospiti in sala come avrebbero mai fatto a esercitare il diritto di veto sulle iniziative del Governo Monti, se avevamo così tanta fretta da essere costretti a chiamare presto un signore da fuori - ché novecento parlamentari non bastavano - per fare finalmente due conti che non fossero sbagliati. Nessuno ha risposto, perché quando si fanno le domande ovvie, o si dà l'unica risposta ovvia oppure è meglio tacere. Tranne la Ravetto, che in maniera un po' confusa ha assicurato che questa è ancora una Repubblica Parlamentare.

Ma siccome il diavolo fa le pentole e non i coperchi, a fine puntata, incalzata da Paragone, la stessa Laura Ravetto si esprimeva così: « BISOGNA ANDARE DI CORSA! L'HA DETTO MONTI. SI DEVE ANDARE DI CORSA! LO SOSTERREMO PERCHE' VADA DI CORSA! »

Quindi avete capito? Il Pdl valuterà, caso per caso, se e in quali e quanti modi SOSTENERE DI CORSA il Governo Monti. Cioè la famosa Repubblica Parlamentare. 

“Occupy Wall Street” diventa “Occupy America”


“Occupy Wall Street” diventa “Occupy America”
di Massimo Mazzucco - 21/11/2011

Fonte: Luogo Comune



Negli ultimi giorni il movimento “Occupy Wall Street”, detto anche movimento del 99%, ha decisamente cambiato marcia.

Dopo lo sgombero di Zuccotti Park, eseguito la scorsa settimana dalla polizia di New York, il noto commentatore della Fox Bill O’Reilly, che rappresenta la voce dell’estrema destra americana, aveva annunciato con soddisfazione: “Il movimento è morto e sepolto”. Dal suo volto emanava un tale senso di sollievo che sembrava quasi avesse detto “L’incubo è finito”.

Ma era solo wishful thinking (noi diciamo “ti piacerebbe”).

Purtroppo per lui – e per il restante 1% degli americani - l’incubo continua, e sembra anzi peggiorare di giorno in giorno. Dopo aver rimosso le tende, i manifestanti di Zuccotti Park si sono ripresentati compatti e determinati, tornando subito ad occupare il ponte di Brooklyn e le zone circostanti. La polizia ha dovuto compiere più di trecento arresti nell’arco di 24 ore per liberare la zona, mentre le televisioni mandavano spezzoni che ritraevano episodi di violenza ben poco edificanti contro i cittadini disarmati.

Nel frattempo il movimento ha già invaso più di trecento città americane. Oltre alle grandi metropoli come Washington, Los Angeles, Chicago o San Francisco, si aggiungono alla lista dozzine e dozzine di piccoli centri abitati da tutti gli stati dell’Unione. Cittadine pressochè sconosciute come Amarillo nel Texas o Eugene nell’Oregon, che distano fra loro migliaia di chilometri, si ritrovano improvvisamente unite in una lista che cresce di giorno in giorno, e che nessuno sembra più in grado di fermare.

Mentre i media mainstream esitano ancora ad occuparsi seriamente di questo fenomeno, molti azzardano già un paragone storico con i movimenti giovanili degli anni ’60, che portarono ad un profondo mutamento nei costumi della società americana. Ma vi sono alcune profonde differenze, fra il movimento di allora e quello di oggi, che rendono quest’ultimo ancora più potenzialmente devastante, rispetto ai canoni sociali, di quello precedente.

Mentre il movimento degli anni ’60 era formato quasi interamente da studenti, quello odierno accomuna in modo trasversale gli strati più disparati della società. Oggi vedi maestri di scuola accanto a commercianti, piccoli imprenditori accanto ad impiegati di banca, tutti uniti nello stesso coro di protesta.

Negli anni ’60 quindi fu abbastanza facile etichettare l’intero movimento come “fannulloni, drogati e criminali”, dando inizio alla reazione conservatrice che portò all’uccisione di Robert Kennedy e all’elezione di Richard Nixon alla presidenza.

Oggi invece è estremamente difficile trovare una qualunque etichetta che serva ad identificare il movimento attuale. E senza un’etichetta – lo sappiamo bene - è quasi impossibile demonizzare l’avversario, prima di attaccarlo e di sconfiggerlo.

Un’altra differenza fondamentale – fra ieri ed oggi – sta nella propagazione mediatica delle notizie. Negli anni ’60 uscivano solo servizi dei telegiornali che erano stati accuratamente “ripuliti” e montati per attenuare l’impatto e la portata delle manifestazioni studentesche. Oggi invece la presenza dei telefonini sul campo impone ai poliziotti di limitare al massimo la violenza, mentre l’esistenza di Youtube e della rete rendono del tutto inutile qualunque tentativo da parte dei media di modificare la percezione pubblica degli eventi.

Ieri mattina a Los Angeles la polizia ha usato il pepper spray contro gli studenti, e dopo mezz’ora le vergognose immagini dei poliziotti bardati alla “Mad Max”, che spruzzavano gli studenti seduti a terra come se fossero dei moscerini fastidiosi, avevano già fatto il giro del mondo.

C’è però anche il rovescio della medaglia, che rende la situazione molto preoccupante: mentre la gente ormai ha capito che non può più fidarsi dei politici per risolvere i propri problemi, a Washington il “supercomitato finanziario” – una commissione mista di repubblicani e democratici – non riesce nemmeno ad accordarsi sulle misure più urgenti da prendere per cercare di riequilibrare il budget nazionale.

I democratici fingono di difendere gli interessi della “middle class” con richieste assolutamente inutili e superficiali, mentre i repubblicani si rifiutano sdegnosamente di accettare un qualunque aumento del gettito fiscale da parte della casta dei privilegiati.

La spaccatura fra la gente e la classe politica ormai è irreparabile, ma questo a Washington non lo ha ancora capito nessuno. E purtoppo, per ora, gli strumenti per il controllo violento delle masse sono ancora tutti nelle mani del famoso 1%.

Coraggio collettivo per difendersi da Bankenstein

http://ilpuntotv.blogspot.com Coraggio collettivo. Quanto conta il coraggio collettivo di una nazione, di un popolo, per difendersi dall'azione criminale della grande finanza internazionale.

lunedì 21 novembre 2011

SONO "CRIMINALI".. E LO DICO DA AVVOCATO


Imposimato: il debito non è pubblico


Il debito non è pubblico: è dello Stato, lo dice Ferdinando Imposimato

19 novembre 2011
di , 

Il debito non è pubblico: è dello Stato, lo dice Ferdinando Imposimato attraverso la sua pagina facebook. La corruzione non fa notizia! Il debito pubblico e’ cresciuto enormemente per alimentare la corruzione e finanziare la criminalita’ organizzata, che si e’ aggiudicata il 90 per cento degli appalti di grandi opere pubbliche.
Il nuovo Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ci fa sapere che occorre ridurre il debito pubblico, cioè il debito che sarebbe stato contratto da tutti noi. Ma non è così. Il debito non è pubblico: è dello Stato. Riguarda il complesso delle spese sostenute dallo Stato, che costituiscono un insieme da definire con precisione: investimenti diretti quali grandi opere pubbliche, infrastrutture nei settori strategici, costate cento volte più di quello che sarebbe stato giusto spendere.
Occorre riconoscere che c’e’ un’offesa che rende ancora piu’ insopportabile la richiesta di sacrifici alla massa degli italiani. Ed e’ quella della eguaglianza dei cittadini nel sostenere l’onere della crisi. Quella eguaglianza, insegna Tucidide, e’ il bene piu’ prezioso della democrazia, assieme alla liberta’. Ed e’ proprio questa ingiustizia, che si tocca con mano al di la’ delle alchimie delle cifre dei provvedimenti, a suscitare la protesta di tanti italiani, insofferenti dei privilegi delle oligarchie che vengono meno alle promesse di ravvedimento. Cio’ che piu’ indigna la pubblica opinione e’ l’arroganza dei corrotti e la loro protervia nel dilapidare ogni giorno le pubbliche risorse, con una tendenza alla crescita anziche’ alle riduzione del fenomeno.

Contro gli USURAI della democrazia e della Dignità

Sentite e vedete, dopo il minuto 10, cosa dice delle banche il generale dei Carabinieri Pappalardo ...

Cosa succede in Italia e nel mondo?


Cosa succede in Italia e nel mondo?

Creato il 21 novembre 2011 da Corradopenna
Cosa succede in Italia e nel mondo?
Stretta di mano massonica (vedi approfondimento)  tra Monti ed il Papa Ratzinger (fonte)

Mentre emergono grazie al lavoro del blog nwo-truthresearch.blogspot.com le prove delle connessioni tra Vaticano-Gesuiti da una parte e Monti ed il suo governo dall'altra, mentre scopriamo che tale governo è gestito direttamente dai più influenti banchieri italiani (una volta la finanza manovrava la politica, adesso non ne ha più bisogno) nel mondo intero ne succedo di tutti i colori, e "casualmente" si tratta di disastri ambientali, uccisioni di massa, inquinamento, aumenti della radioattività non segnalati dalle istituzioni preposte (vedi anche analoga situazione in Europa)
Occorre essere ciechi per immaginare che tutte queste cose avvengano contemporaneamente nel giro di pochi giorni, che noi siamo un pianeta di uomini sfortunati, con a capo di tutte le nazioni persone così folli da permettere l'avvelenamento criminale portato avanti con le scie chimiche, così criminali da distruggere il tessuto economico dei vari paesi attraverso l'invenzione di un debito artificialmente creato anche grazie al signoraggio bancario.
(Qui sotto un video di aereo che rilascia scie chimiche sopra Nizza, non sono certo scie di condensa, non provengono dal motore; guardatelo e segnalatelo ai vostri amici)



Coincidenze? Solo una persona che non conosca nemmeno l'abc della statistica e del calcolo delle probabilità può pensare che sia una "coincidenza" il fatto che esistano cure naturali per varie malattie che il sistema sanitario rigetta a priori, che ci siano sostanze tossiche nei vaccini, che i nostri governanti ci avvelenano con le scie chimiche e ci riducono in miseria prima creando artificialmente il debito e poi dicendo che noi dobbiamo pagarlo.

(Qui sotto un cartone animato che spiega come le banche ci stiano rubando tutto e come lo abbiano sempre fatto; guardatelo e segnalatelo ai vostri amici)




(vedi post originale su Paperblog)