venerdì 6 gennaio 2012

Piscicelli fa tremare Palazzo Chigi


GIUSTIZIA & IMPUNITÀ | di Marco Lillo | 6 gennaio 2012
“Adesso mi incazzo e racconto tutto”


Piscicelli fa tremare Palazzo Chigi
Intervista esclusiva de Il Fatto Quotidiano al costruttore che rideva dopo il terremoto in Abruzzo e che ora ha deciso di collaborare con la magistratura che indaga sulla cosiddetta cricca. Dice. "Ho pagato un milione". Tra i vari beneficiari anche l'attuale sottosegretario Carlo Malinconico
Francesco de Vito Piscicelli riassume così al Fatto la molla che lo ha spinto a collaborare con la Procura di Roma: “Quelli che andavano in vacanza gratis o che ho pagato sono tutti ai loro posti al ministero e alla presidenza del Consiglio. Io che lavoravo e pagavo per non avere rotture, sono trattato come se fossi il mostro. Mi braccano le troupe di Mediaset perché atterro sulla spiaggia per il vento? Ora mi incazzo e racconto tutto”.

I pm romani hanno fatto il punto con i Carabinieri del Ros. Piscicelli sarà risentito. Gli indagati sono cinque e tra questi ci sono il commissario dei mondiali di nuoto Claudio Rinaldi e il magistrato contabile Antonello Colosimo. Gli altri tre sono funzionari che hanno avuto un ruolo nel controllare i cantieri dei mondiali del nuoto. Piscicelli ha accetatto di parlare con il Fatto e finalmente fa nomi e cifre: “Ho pagato un milione di euro in contanti complessivamente ai funzionari più tanti favori e incarichi di lavoro. Mi hanno spennato come un pollo, capito? Altro che mostro. E ora mi minacciano anche”.

Piscicelli chi la minaccia?

Ho appena finito una lunga seduta per una denuncia con i carabinieri della caserma di Orbetello. Stamattina (ieri Ndr) sono uscito dal cancello della mia villa all’Argentario e ho trovato ad aspettarmi tre persone, tutte con la pistola che si vedeva sotto il maglione. Mi hanno minacciato pesantemente. È la seconda volta che succede. La prima volta era stato a piazza di Spagna, all’uscita da un ristorante. Ero da solo e anche allora ho denunciato tutto ai magistrati. Quel giorno mi hanno detto: ’stia attento a quello che fa’. Non sembravano delinquenti comuni ma persone di un certo livello. Non vogliono che parli con i pm.

Piscicelli perché all’improvviso ha deciso di colaborare?

A luglio mi sono presentato spontaneamente ai pm perché non sopportavo più questa situazione. Mi trattano come se fossi colpevole di chissà cosa. Solo per una telefonata maledetta nella quale mio cognato dice quella battuta da c…, sui terremotati scusi il termine e io non lo contraddico perché ero stanco nella notte. Ma io non ho mai lavorato a L’Aquila.

A dire il vero gli investigatori sostengono che era proprio lei a parlare. Comunque la sua immagine è rimasta inchiodata a quella telefonata. Ad altri è andata meglio. Carlo Malinconico, che ha fatto le vacanze a spese sue, è sottosegretario

Io non ho nulla contro Malinconico. Non ho mai lavorato con lui ma l’ho conosciuto e lo considero una bella persona. Ma le pare possibile che a mi fanno fuori da tutto, mi mettono in carcere e mi trattano come un mostro mentre lui invece è diventato sottosegretario alla presidenza del consiglio? A me sospendono la licenza di volo solo perché mi chiamo Piscicelli e non certo per l’atterraggio sulla spiaggia in pieno inverno con il vento forte, mentre a lui nessuno dice nulla. Ma si è accorto che ieri non c’era traccia in nessun articolo del nome di Malinconico mentre io, pure se collaboro con la Procura, sono sempre il mostro? Non sarà che c’entra il fatto che lui era presidente della federazione degli editori dei giornali e ora è alla Presidenza del consiglio?

Allora ce la racconti finalmente questa storia delle vacanze di Malinconico a Porto Ercole

Dunque un giorno mi chiama Angelo Balducci e mi invita a prendere un aperitivo nel centro di Roma. Io vado e lui mi dice: “Francesco mi devi prenotare due vacanze. La prima a Capri per due amici francesi, che però pagano loro e non ti devi preoccupare di altro che di prenotare. La seconda, invece all’hotel Pellicano di Porto Ercole, l’ospite è Carlo Malinconico, però in questo caso ti prego di anticipare tu la somma”.

Piscicelli ma lei è un ingegnere o un agente di viaggio? E poi che vuol dire anticipa tu?

Angelo Balducci era potentissimo allora. Sapeva che conoscevo bene Roberto Sciò, il padrone dell’hotel Pellicano e non potevo dire di no. Gli feci solo presente che una camera al Pellicano costa 1500 euro a notte. Così anticipai i soldi e ancora oggi aspetto che Balducci me li restituisca.

I Carabinieri del Ros di Firenze hanno accertato che lei ha pagato 9 mila e 800 euro, come da fattura alla sua società. Ma sostengono che lei avrebbe pagato ancora altre volte. Insomma quell’aperitivo con Balducci quanto le è costato? 

Sì è vero, un’altra volta Diego Anemone mi chiese di prenotare di nuovo pagando ma non mi sono fatto fregare e ho chiesto a Diego di anticiparmi i soldi. Ho pagato in contanti sì ma con i soldi suoi.

Ha chiesto i soldi indietro a Malinconico o a Balducci?

Ma scherza? Malinconico non mi aveva chiesto nulla. Quanto a Balducci, non è elegante fare una cosa del genere. In certi ambienti non si usa. Certamente speravo che Balducci me li restituisse ma non avrei mai osato chiederli. Mi costituirò parte civile nel processo e me li ridarà.

A chi ha dato i soldi?

Questo lo deve chiedere ai magistrati. Io noto che i funzionari che lavoravano con me sono ancora tutti lì. Per esempio Paolo Zini che dirigeva i lavori o il commissario Claudio Rinaldi. Un magistrato mi ha chiesto di mettergli a disposizione il mio autista per un anno. Il coordinatore per la sicurezza, Pierpaolo Gandola, voleva uno stipendio in nero di 2 mila e 500 euro al mese. Ma l ’ho pagato un mese solo e poi ho detto basta. Poi ho dato un incarico di progettazione spendendo 700 mila euro a un team all’interno del quale c’era il figlio della dottoressa Natalia Muzzatti, Fabio Frasca, perché era una funzionaria importante del ministero e mi chiese Angelo Balducci, tramite l’ingegnere Bentivoglio di aiutare il figlio.

Dichiarazioni tutte da verificare. Il magistrato contabile Antonello Colosimo che però ieri ha dichiarato “sono completamente estraneo”. Mentre Fabio Frasca replica: “Facevo parte di un team con altri due progettisti e mi occupavo della parte strutturale per tutte le gare a cui ha partecipato Piscicelli per i mondiali di nuoto, il compenso stabilito era di 80 mila euro”.

da Il Fatto Quotidiano del 6 gennaio 201

2

Viaggio in Argentina: la ripresa è possibile


Viaggio in Argentina: la ripresa è possibile invertendo rotta
di Andrea Degl'Innocenti - 05/01/2012

Fonte: il cambiamento 


Argentina

Argentina: la ripresa economica è passata per la riappropriazione dello stato sociale e della sovranità monetaria
Riuscirà la cura Monti a risollevare la malridotta economia italiana? Ci salveremo dalla peggior crisi economica mai piombataci addosso oppure siamo solo agli inizi? E l'Europa ne uscirà più unita o più frammentata? L'euro reggerà il colpo? E le banche? E i cittadini? Migliaia di domande come queste affollano le menti degli italiani, le loro conversazioni a tavola e nei bar, i blog, i forum.
Una convinzione piuttosto diffusa è che la crisi economica sia qualcosa di incontrollabile, un processo che una volta iniziato, alla stregua di una fusione nucleare, è impossibile da fermare. Altra convinzione che si sente più volte ripetere, come un mantra, è che le misure della exit-strategy proposta da Monti sono “le uniche possibili”, che il rigore e l'austerità sono inevitabili. Queste convinzioni finiscono per legittimare le posizioni dei poteri dominanti e per farci abbandonare ogni battaglia in virtù di un bene e di una coesione nazionale superiori.
Idee del genere sono del tutto infondate. La crisi e le sue evoluzioni sono il risultato di precise politiche economiche decise a livello mondiale ed europeo. Basta dare uno sguardo ad altri paesi, seguire altri esempi, per accorgersi che politiche diverse conducono a risultati opposti; che è possibile uscire dalla crisi senza passare per misure economiche restrittive.
Diamo uno sguardo a quanto accaduto in Argentina. Dieci anni fa il paese era travolto e portato al fallimento da uno tsunami economico. Le cause della crisi affondavano le radici negli anni Novanta, quando per combattere un'inflazione galoppante, che aveva raggiunto la percentuale record del 5mila per cento nel 1989 (con tassi mensili del 200 per cento), il nuovo governo guidato da Carlos Menem decise di ancorare la valuta nazionale al dollaro.
Il cambio venne fissato dall'allora ministro dell'economia Domingo Cavallo nel rapporto di 1 ad 1: ogni dollaro Usa veniva scambiato per peso argentino; la banca centrale argentina era costretta a tenere nelle proprie casse riserve in dollari pari al valore della quantità di moneta in circolazione.
Il sistema riuscì in effetti nell'intento che si era preposto: l'inflazione della moneta si arrestò in fretta. Ma al tempo stesso il nuovo cambio fisso rendeva improvvisamente convenienti le importazioni, al punto che la produzione subì una brusca frenata; il paese andò incontro ad una vera e propria deindustrializzazione.
Nel frattempo il debito pubblico continuava ad aumentare. Un debito che, a detta del giornalista Denis Robert, autore del saggio Revelation$ (2001), era finanziato in modo illegale da alcuni grossi gruppi – fra cui Citibank – attraverso dei fondi nascosti. Questo sistema aveva fatto crescere il volume dell'economia sommersa argentina e alimentava la pratica dell'evasione fiscale e della fuga dei capitali all'estero.
Per pagare il debito il Fondo Monetario Internazionale – da sempre complice, per molti persino mandante nascosto, dei governi argentini fin dagli anni cinquanta – concedeva volentieri nuovi prestiti e dilazioni nei pagamenti dei vecchi, ma gli interessi erano sempre più elevati. E cosa faceva il governo per farvi fronte? Faceva quello che i dettami liberisti prevedono in questi casi: privatizzava.
Privatizzava, vendeva, svendeva, e con il flusso di denaro dall'estero ripagava prestiti e debito. Finché non ci fu più niente da vendere. E fu allora che, con la produzione e la crescita ferme, scoppiò la crisi più nera.
Nel 1999 il Pil diminuì del 4 per cento e il paese entrò in recessione. Gli investitori persero in fretta la propria fiducia e la fuga di capitali all'estero aumentò. Nel 2001, con la disoccupazione alle stelle, un debito enorme e l'economia in recessione iniziò una folle corsa agli sportelli: i cittadini presi dal panico iniziarono uno dopo l'altro a ritirare i propri risparmi per convertirli in altre valute.
Per arginare il fenomeno il governo decise di applicare una serie di misure, note come corralito che congelavano i conti bancari degli argentini e rendevano possibili solo piccoli prelievi. Questo ebbe come effetto principale di esasperare ancora di più i cittadini, che scesero in piazza per protesta.
Le manifestazioni che nascevano spontanee presero il nome di cacerolazos, dal rumore che i manifestanti ottenevano percuotendo pentole, tegami, padelle e casseruole con mestoli e cucchiai. Si trattava, almeno inizialmente, di proteste pacifiche, che però in molti casi sfociavano in atti dimostrativi anche violenti contro banche e multinazionali.
La polizia reagiva spesso con violenza. L'escalation culminò sul finire del 2001, quando il presidente Fernando de la Rúa dichiarò lo stato d'emergenza. Il 20 ed il 21 dicembre in Palza de Mayo – la piazza principale di Buenos Aires – gli scontri furono violentissimi. La polizia sparò sulla folla uccidendo circa quaranta persone. De la Rúa fu costretto a fuggire in elicottero per evitare il linciaggio.
Fu proprio allora, col paese scosso ed il presidente in fuga, che si iniziarono a porre le basi per una nuova Argentina. Partendo dalla prima decisione inevitabile: il default. Il nuovo governo ad interim dichiarò l'insolvenza su circa l'80 per cento del debito sovrano argentino, per un totale di 132 miliardi di dollari.
Subito dopo fu abolita anche la convertibilità a cambio fisso con il dollaro: il peso andò in contro ad una forte svalutazione. Inizialmente gli effetti furono devastanti: la percentuale dei cittadini al di sotto della soglia di povertà salì fino a sfiorare, nell'ottobre 2002, la quota del 60 per cento; circa il 30 per cento della popolazione era classificata in stato di povertà estrema, ovvero incapace di procurarsi il cibo.
I senzatetto divennero migliaia; in molti si dettero all'attività di cartoneros, ovvero raccoglitori di cartone, che cercavano frugando per strade e vicoli e poi rivendevano agli impianti di riciclaggio. Fu un passaggio doloroso ma inevitabile, ma è da lì che l'Argentina trovò la forza e prese la spinta per ripartire.
Alla guida del paese fu eletto Néstor Kirchner, un ex membro della gioventù peonista repressa nel sangue dalla dittatura militare del '76. Durante il suo governo, e quello successivo della moglie Cristina Fernández, l'Argentina mise in atto politiche economiche di stampo nettamente diverse da quelle degli ultimi cinquant'anni che, sotto l'egira dei poteri forti della finanza globale – l'Fmi su tutti -, avevano contribuito a smantellare lo stato sociale e generato la crisi.
Il peso debole favoriva una ripresa delle esportazioni e il governo non esitava a stampare moneta per finanziare la ripresa economica e riattivare i circuiti di previdenza sociale e distrutti da anni di neoliberismo. Molte funzioni e servizi furono ripubblicizzati, dall'acqua, all'elettricità, all'istruzione.
Inoltre l'alleanza con il Brasile di Lula assumeva un'importanza strategica fondamentale nell'opposizione agli Stati Uniti che guardavano all'America Latina come ad un terreno fertile per gli investimenti delle proprie multinazionali. Ftaa, acronimo di Free trade areas of America, si chiamava il progetto. Alca in spagnolo. Era finanziato dal governo Bush e mirava ad abbattere ogni barriera fra stati delle americhe, con l'evidente scopo di favorire i commerci Usa e fare dell'America latina una fabbrica a basso costo. Nel 2005, a Mar del Plata, l'alleanza Kirchner-Lula risultò fondamentale nel contrastare i progetti imperialisti statunitensi ed opporsi fermamente al progetto, facendolo di fatto morire sul nascere.
Nel 2006, un anno più tardi, con il paese che dal 2004 era tornato a crescere a tassi record del 7-10 per cento annui, l'Argentina finì di onorare il proprio prestito con l'Fmi e decise di non contrarne di nuovi.
Oggi l'Argentina è un paese sovrano, che cresce con tassi fra i più elevati al mondo e lo fa aumentando le garanzie sociali, i servizi statali, i diritti dei propri cittadini. Sono riconosciuti i matrimoni omosessuali, la libertà d'informazione è garantita attraverso apposite leggi che impediscono i monopoli, il rispetto dei diritti umani è ritenuto uno dei principi fondamentali della repubblica. Nell'ottobre 2011 Cristina Fernández è stata rieletta alla guida del paese con il 54 per cento dei voti.
Esiste il modo di uscire dalla crisi senza passare per l'austerità, per la stabilità, ma piuttosto attraverso uno stato forte, che stampa moneta per finanziare servizi e ripresa economica. Certo, non in questa Europa, in cui l'emissione di denaro è affidata ad un manipolo di banchieri, a cui interessano i tassi di cambio dell'euro con il dollaro, l'inflazione, non certo il benessere degli euro-cittadini. Non in un'Europa, insomma, basata su un'unione esclusivamente finanziaria, senza uno straccio di politiche sociali condivise.
Leggi anche

Eutanasia della Grecia: 3 milioni di miserabili


Grecia: 3 milioni di poveri. In arrivo altri tagli ai salari
di Marco Santopadre - 05/01/2012

Fonte: contropiano 


poveri grecia_20120104
Di oggi la notizia che oltre tre milioni di greci (cioè il 27.7% su una popolazione totale di 11 milioni, ovvero più di un abitante su quattro) nel 2009 vivevano al di sotto della soglia di povertà o in condizioni di esclusione sociale.
Un dato allarmante se si calcola che negli ultimi due anni la crisi si è ulteriormente aggravata e che al fallimento di migliaia di aziende si sono aggiunti i licenziamenti nel settore pubblico decisi dai governi Papandreou e Papademos e gli aumenti delle tasse e delle tariffe. Provvedimenti mirati a ripianare un debito galoppante ma che hanno gettato sul lastrico altre decine o centinaia di migliaia di greci.
I dati riferiti al 2009 sono stati pubblicati oggi dal quotidiano Kathimerini citando i risultati di uno studio condotto dall'Istituto statistico ellenico Elstat. Per soglia di povertà si considera il reddito minimo che una famiglia di quattro persone deve guadagnare mensilmente per pagare affitto e generi di prima necessità come alimenti, trasporti, vestiario e istruzione.
Nello stesso periodo, inoltre, in base alla ricerca, un quarto (25.5%) di coloro che pure erano al di sopra della soglia di povertà vivevano comunque in abitazioni non adeguate alle loro necessità, mentre il 27.8% avevano difficiltà ad arrivare alla fine del mese con i loro redditi. Il numero delle persone residenti in famiglie senza lavoratori a tempo pieno è passato da 488.200 nel 2008 a 544,800 nel 2009 mentre il 50% di coloro che vivevano al di sotto della soglia di povertà avevano un reddito annuale di poco più di 5,498 euro. Quest'anno il governo di Atene ha introdotto la tassazione anche per i redditi inferiori ai 5000 euro, prima esentati.
Intanto i farmacisti greci sono stati chiamati a sospendere lo sciopero-serrata iniziato due giorni fa dopo che il ministro della Sanità Giorgos Koutroumanisha dato rassicurazioni che il debito di 400 milioni di euro che lo Stato ha verso le farmacie sarà estinto entro la fine del mese di marzo.
Il Consiglio Direttivo dell'Ordine dei Farmacisti ellenico, dopo un incontro avuto con il ministro, ha infatti invitato i propri iscritti a sospendere la protesta, almeno quella legata al mancato pagamento da parte dello Stato del debito verso le farmacie, lasciando mano libera agli Ordini regionali, di decidere in base ai problemi locali con gli altri Enti previdenziali. Prosegue, invece, in tutto il Paese per il terzo giorno consecutivo lo sciopero di tre giorni proclamato dai medici dell'Istituto dell'Assistenza Sociale, (Ika, l'Inps greco) e dei medici liberi professionisti e l'astensione dal lavoro dei medici dei centri sanitari pubblici.
I medici liberi professionisti chiedono la sospensione temporanea dell'attività dell'Ente per il Servizio Sanitario Nazionale e l'immediato pagamento da parte dell'Ente stesso dei 350 milioni di euro dovuti ai medici convenzionati, mentre gli ospedalieri - che stanno garantendo oggi solo i servizi in caso di reale emergenza - chiedono che il loro stipendio non venga ulteriormente ridotto in quanto è già stato tagliato del 35% nei mesi scorsi.
Proprio oggi il primo ministro greco Lucas Papademos sta incontrando i rappresentanti dell'Associazione degli Industriali di Grecia (Seb), della Confederazione Nazionale del Commercio Greco (Esse) e quelli della Confederazione Generale dei Lavoratori di Grecia (Gsee, il sindacato che raggruppa i lavoratori del settore privato). I colloqui mirano a ottenere dalle parti sociali un «congelamento» degli aumenti degli stipendi già fissato nell'accordo collettivo di lavoro per il 2012. Un risultato che Papademos vorrebbe ottenere prima del 15 gennaio, data della visita nel paese dei rappresentanti della famigerata troika (Fmi, Ue e Bce). 
Ma oltre ai congelamenti salariali, tra le questioni in ballo ci sono anche lariduzione dei sussidi pensionistici, la riduzione dello stipendio minimo garantito (il salario base) previsto dall'Accordo Collettivo del Lavoro, la riduzione degli stipendi dei lavoratori di alcuni settori (ad esempio quello bancario) e della tredicesima e della quattordicesima mensilità per tutti i lavoratori pubblici.
Naturalmente i rappresentanti dei lavoratori si oppongono a queste misure, visto che i lavoratori già tartassati non potrebbero sopportare una ulteriore decurtazione delle retribuzioni. Già oggi lo stipendio minimo garantito è fissato a soli 600 euro e nel caso dei giovani al di sotto dei 25 anni può essere ancora più basso (sino al 20%) a causa della nuova legge approvata per incentivarne l'assunzione.

giovedì 5 gennaio 2012

Istruzioni per PRIVATIZZARE uno Stato


Istruzioni per PRIVATIZZARE uno Stato


La privatizzazione è quel processo economico che trasferisce la proprietà di un ente o di un'azienda dal controllo statale a quello privato.
Spieghiamo allora come agisce l'organizzazione "USA-Ue-FMI" S.p.A. .
Immaginate che la USA-Ue-FMI sia una società per azioni, quindi come tutte le società di capitale il loro scopo è fare profitto, utili, guadagni per i suoi azionisti.
Come può realizzare tutto questo?
Essa ha bisogno di depredare le materie prime degli Stati: petrolio, materie prime alimentari, oro, argento, etc. .
Capita, alle volte, che certi Stati non siano disposti a concedere le loro ricchezze, spesso sono in possesso di una sola fonte di ricchezza, ossia di sussistenza per la propria economia e sperano di non dover necessariamente vivere di importazioni e dipendere quindi da altri Paesi.
Accade quindi che chi governa questi Paesi decida, per il bene del suo popolo, di NAZIONALIZZARE le imprese che produconono e commercializzano queste risorse, in modo tale da offrire beni\servizi ad un costo accessibile ai cittadini.
Come può l'azienda "USA-Ue-FMI" S.p.A., in tal caso, arraffare queste risorse, quindi trasformare le imprese del Paese da pubbliche a private?
Ci sono diverse soluzioni:

1) CONSENSO POLITICO.
Ai vertici politici viene "consigliato", dietro laute ricompensi ed interessi, di favorire regole liberiste basate sul libero commercio e, quindi, garantire l'accesso alle multinazionali nel tessuto economico del Paese. E' quanto sono costretti a fare tutti i Paesi che aderiscono al WTO, l'Organizzazione Mondiale del Commercio, secondo cui i Paesi membri sono obbligati a rispettare il principio chiamato "National Treatmeant" (trattamento nazionale), ossia un paese non può trattare un'impresa estera meno bene di un'impresa nazionale, e ciò si traduce nel divieto di accordi preferenziali con l'economia locale e conseguente insolvenza delle imprese nazionali che spesso collassano sotto i colpi della concorrenza delle multinazionali straniere. Le multinazionali si appropriano di risorse e infrastrutture vitali per quel Paese. Privatizzazione avvenuta.

2) INDEBITAMENTO.
Un Paese depredato di uno dei poteri più importanti, come quello dell'emissione monetaria, è un Paese soggiogato al potere del sistema bancario privato. Le banche emettono e prestano la moneta necessaria allo sviluppo dello Stato, il quale a sua volta è costretto ad emettere titoli di Stato (con interessi da ripagare) a garanzia del prestito. La nazione diviene quindi costretta a generare un debito pubblico infinito per far fronte alle esigenze di spesa pubblica.
Quando il debito pubblico diviene molto elevato e lo Stato non è più in grado di ripagare i suoi creditori (la tassazione ha raggiunto già livelli limiti per il popolo), ecco che interviene il FMI (Fondo Monetario Internazionale) che obbliga il Paese a rischio insolvenza a rispettare determinate regole: taglio della spesa pubblica, aumento delle tasse, aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato, annullamento degli ammortizzatori sociali, insomma una finanziaria "lacrime & sangue" che i cittadini sono costretti a subire. Se ancora tutto ciò non bastasse, lo Stato viene obbligato a vendere delle parti di sè: "pezzi di Stato" vengono concessi a privati, ergo servizi e beni, prima realizzati da imprese con partecipazione del capitale totale o parziale pubblica, adesso vengono affidate a multinazionali private, quasi sempre di provenienza americana o europea.
E' quanto sta avvenendo in Grecia in questo momento: un Paese tecnicamente già fallito, ma tenuto in vita da i suoi aguzzini attraverso il prolungamento del debito (sotto la guida di BCE e FMI), obbligandolo ad aumentare le tasse e a concedere grosse fette di privatizzazioni.

3) RICATTO.
Ci sono uomini di Stato che, nonostante tutto, pongono il benessere del proprio popolo al di sopra degli interessi privati delle multinazionali.
L'azienda "USA-Ue-FMI" SpA ha 4 piani alternativi per piegare al suo volere il politico di turno.

* PIANO A - corruzione in denaro. Qui interviene il cosiddetto "sicario dell'economia", uomo delle multinazionali che va a trattare col politico, convincendolo a cedere la gestione di beni\servizi pubblici in cambio di denaro e potere. A tal proposito leggete il libro dell'ex-sicario J.Perkins "Confessioni di un sicario dell'economia".

* PIANO B - screditare la figura del politico "guasta-feste". Vengono architettate storie di violenza sessuale, stupri, perversioni, tradimenti, scandali, tutto ciò che può essere necessario ad infangare pubblicamente (grazie alla complicità dei media internazionali) la figura di quel personaggio ritenuto scomodo, fino a costringerlo alle dimissioni.

* PIANO C - rovesciare il governo ed istituire un governo "fantoccio". Vengono finanziate rivolte, facendo credere che queste siano nate spontaneamente dal basso, cavalcando il malcontento popolare; invece sono sovvenzionate da finanzieri (es. Soros) o da grossi gruppi di potere (banche e famiglie potenti come i Rothschild) che applicano l'ideologia "divide et impera" (dividi e comanda). Il piano è quello di destituire la classe politica al governo, sostuendola con un governo fantoccio creato ad hoc che possa soddisfare l'esigenze liberiste delle multinazionali.
Come in passato demonizzarono la figura di Saddam Hussein, colpevole di denetere "armi di distruzione di massa" MAI trovate dagli ispettori, così adesso si sta facendo la stessa cosa con la Libia di Gheddafi (dapprima amico degli europei, nonchè grande acquirente dei loro armamenti), demonizzandolo come un dittatore crudele, mentre in realtà a molte multinazionali fa gola il suo petrolio (vogliono impossessarsi della NOC l'azienda petrolifera del paese come già spiegai in Libia: colpo di stato Usa-Nato in atto) ed inoltre risulta antipatico al FMI per aver proposto un fondo monetario in soccorso dei Paesi africani, che avrebbe di fatto, se realizzato, messo il FMI e il dollaro stesso fuori dai giochi.

* PIANO D - omicidio. Se il PIANO A, B e C non dovessero funzionare, si passa all'omicidio di Stato, ossia all'eliminazione fisica del personaggio scomodo che blocca eventuali interessi economici. Alcuni esempi: presidente Kennedy per aver introdotto l'ordine esecutivo 11110 che toglieva potere alla Federal Reserve (banca centrale americana...e privata), presidente Lincoln per aver stampato 449 milioni di dollari statali che non generavano debito pubblico, Sankarà per aver lottato a favore dell'annullamento del debito pubblico del suo Paese, il Burkina Faso. Tutti omicidi organizzati in cui intervengono servizi segreti e gruppi finanziari.
Tutto ciò perchè se intendi schierarti contro l'oligarchia banche-multinazionali diventi un personaggio scomodo, da eliminare.

Come vedete i modi per PRIVATIZZARE un Paese, ossia togliere beni\servizi dalle mani dei cittadini e trasferirli nelle mani di privati, esistono e sono realizzabili attraverso diverse tecniche.
Tutto ciò avviene a causa dell'adorazione del denaro\profitto, della corruzione, dell'indebitamento che oltre a generare debito da restituire, genera anche la sottomissione socio-politica (dei cittadini) agli artefici del debito stesso (banche\multinazionali).

Salvatore Tamburro

Capitalismo usuraio e macellaio


Il capitalismo usuraio e macellaio
di Maurizio Blondet - 04/01/2012

Fonte: rischiocalcolato 

  
   
In Grecia, il tasso di disoccupazione fra i giovani tocca il 45%. In Spagna il 49%. I dati italiani si avvicinano a questi. Il capitalismo terminale (e l’euro forte, e l’austerità imposta ferocemente per “salvarlo”) non crea lavoro, e ovviamente sono i giovani – quelli che nel mondo del lavoro devono entrare – ad essere le prime vittime.
Ciò che forse sfugge, è che questo dato è strutturale, permanente. Il lavoro, per i giovani nelle nostre regioni, non ci sarà mai più, nemmeno nel caso di una molto improbabile ripresa. Notate: a Natale si sono ridotte tutte le spese, tranne una: l’elettronica di consumo. Quasi un miliardo di euro gli italiani l’hanno speso volentieri per l’ultimo smartphone, IPAd, Tablet, Laptop. E’ facile notare che nessuno di questi prodotti è prodotto in Italia: sono tutte merci che dobbiamo importare, con i dollari e gli euro che i nostri esportatori faticosamente guadagnano. 

 Sono prodotti del lavoro in Asia, non in Italia, Grecia, Spagna e Portogallo.  E  questo impressionante esborso superfluo si và ad aggiungere alla spesa necessaria, ossia l’ energetica; benzina, gasolio da riscaldamento, trasporti, fabbriche che funzionano con prodotti che noi, come paese, semplicemente non abbiamo. Con la recessione profonda che ci attende inesorabile,  quanti miliardi di dollari riusciranno a raggranellare i nostri esportatori (iper-tassati, e per giunta demonizzati come evasori) per coprire le enormi spese con cui “compriamo” lavoro altrui,  a spese di posti di lavoro nostri?
E’ il risultato del “libero commercio”, della “libera circolazione di uomini, merci e capitali”  che ci è stata imposta con norme internazionali coercitive.  Capitali a miliardi stanno fuggendo dall’Italia (e da Grecia e Spagna): ma non è più un delitto, è “libera circolazione”, non si può impedire. Ed è anche logico, ragionevole, che chi ha soldi non li investa qui, dove si produce sempre meno, un paese perdente in  “competività”, ma altrove, dove il capitale “produce”.  Ma fino a quando arriverà il collasso, fino a quando occorrerà introdurre il razionamento – della benzina, del gasolio per il riscaldamento e le fabbriche. 
Ma va male a noi, che non siamo produttivi, che sprechiamo, che c siamo troppo indebitati? Prendiamo allora gli Stati Uniti. Il paese dove il liberismo ha avuto il maggior “successo”, dove non esistono inefficienze e lacci e lacciuli di costose regolamentazioni,  dove il lavoro è massimamente “produttivo” oltrechè “flessibile”, e dove – soprattutto – non c’è la UE ad imporci di rientrare dal debito in pochi anni, continuando a pagare i creditori, con una moneta troppo forte che ci strangola.
Vediamo le 30 statistiche che ci dipingono l’orribile macello della società in corso in Usa.
1 – Oggi, solo 55,3 americani su 100, fra i 16 e i 29 anni, hanno un lavoro. Anche là la disoccupazione giovanile è colossale e strutturale.
2 – Negli Stati Uniti oggi, la popolazione in età lavorativa ammonta a 240 milioni. Solo 140 milioni però stanno effettivamente lavorando.
3 – Solo il 23 per cento della aziende americane progettano di assumere nel 2012.
4 – Dall’anno 2000, gli Usa hanno perso il 10% dei posti di lavoro “da classe media”, I lavori da classe media erano 72 milioni allora, oggi sono solo 65 milioni.
5 – Secondo il New York Times, circa 100 milioni di americani vivono  in povertà o pericolanti  al livello appena sopra”.
6 – Il 34 per cento degli anziani americani vivono in povertà o attorno alla povertà, e il 39% dei bambini.
7 – Nel 1984,  la ricchezza mediana della famiglie guidate da un 65cinquenne o più vecchio era 10 volte maggiore delle famiglie in cui il capofamiglia era 325enne o più giovane. Oggi, il reddito mediano delle famiglie di vecchi è 47 volte maggiore di quello dlele famiglie giovani.
8 – Dal 2000 ad oggi, il reddito delle famiglie con capifamiglia giovani (fra i 25 e i 34 anni) è calato del 12 per cento, una volta tenuto conto dell’inflazione.
9 – Il valore degli immobili posseduti dalle famiglie americane, dal 2006 ad oggi (in cinque anni) è crollato da 22,7 a 12,2 trilioni di dollari.
10 -  Grandi città industriali sono diventate città-fantasma. A Dayton, città dell’auto, il 18,9 per cento delle case sono attualmente vuote. La popolazione di Pittsburg si è più che dimezzata dal 1950 ad oggi.
11 -  Dal 1971, il debito al consumo degli americani è cresciuto di un inimmaginabile 1700 per cento.
12 – Dal 1913 ad oggi, il numero di pagine di leggi federali a proposito di tassazione ed altre regolazioni è cresciuto del 18 mila per cento.  L’eccesso di regolamentazione e tassazione colpisce essenzialmente la classe media; i veri ricchi, notoriamente, sono esenti oppure conoscono come eludere i tributi.
13 – Il numero di americani caduti in povertà, 2,6 milioni, è senza precedenti storici; esattamente come la percentuale dei caduti in povertà estrema, 6,7%.
14 – Tra il 1969 e il 2009, i salari mediani degli americani fra i 30 e i 50 anni sono caduti in termini reali del 27 per cento.
15 – Negli ultimi 10 anni, l’America ha perso 15 fabbriche al giorno; la tendenza si accelera, nel 2011 si è arrivati a 243 fabbriche chiuse al giorno.
16 – Nel 1980, meno del 30% dei lavori erano a basso reddito. Oggi, il 40%.
17 – Metà dei lavoratori americani guadagnano meno di 500 dollari a settimana (385 euro).
18 – Il prezzo della carne è salito del 9,8% l’anno scorso,  le uova sono rincarate del 10,2%, le patate del 12%.
19 – Le bollette della luce aumentano  più del tasso d’inflazione ininterrottamente da cinque anni.
20 -  La famiglia media americana spende 4,155 dollari  (due mesi di salario da lavoratori poveri) per benzina in un anno.
21 – Se l’inflazione fosse misurata con i metodi usati nel 1980, iil tasso d’inflazione in Usa sarebbe oggi del 10%.  I metodi sono stati cambiati, e l’inflazione appare minore.
22 – Il tasso ufficiale di disoccupazione è stato parimenti manipolato, si trova attorno al 6%. Se i metodi di raccolta-dati fossero ancora quelli del 2007, sarebbe dell’11%.
23 – Il debito degli studenti (che acccendono mutui e prestiti d’onore per pagarsi l’università)  supererà il trilione, mille miliardi di dollari, nel 2012.  Poichè i giovani fanno fatica a trovare lavori ben pagati, come  potranno estinguere questi debiti?
24 – Un Americano su  7 vive di buoni-pasto (food stamps) ricevuti da organizzazioni caritative.  Un bambino su 4 vive di food stamps.
25 -  Da quando è alla Casa Biuanca Barak Obama, il numero degli americani che hanno bisogno di buoni-pasto per campare, è cresciuto di 14,3 milioni.
26 – Nel 2010, il 42 % delle madri  single viveva di food stamps.
27 – Nel 1970, il 65 % degli americani viveva in un quartiere di classe media. Oggi, solo il 44 per cento vive nei quartieri della classe media.
28 – Circa un americano su 3, cresciuto in una casa di classe media, è calato nella scala sociale e del reddito durante la sua vita.
29 – In Usa, l’1% della popolazione più ricca possiede più ricchezza del 90% sottostante.
30 – Il 50 per cento più  povero della popolazione americana detiene solo il 2,5% di tutta la ricchezza negli Stati Uniti.
(da ZeroHedge)
 Conclusione: la classe media, nerbo morale della società occidentale,  sta morendo in tutti i paesi sviluppati (o sarebbe meglio dire ex-sviluppati),  la classe operaia è già scomparsa, e una popolazione “eccessiva” per i posti di lavoro disponibili è condannata alla precarietà, pronta a subire l’ulteriore  macello della prossima crisi finanziaria.  E’ un prezzo giusto da pagare perchè possiamo comprarci l’ultimo smartphone Made in Asia a prezzi competitivi? 
Fonte: www.rischiocalcolato.it
Link: http://www.rischiocalcolato.it/2012/01/il-capitalismo-usuraio-e-macellaio-maurizio-blondet.html

Imprenditori traditi dalle banche e dallo Stato


STORIE DI IMPRESE TECNOLOGICHE, DI AZIENDE CREATIVE AI TEMPI (PIÙ DIFFICILI) DELLA CRISI

«Noi imprenditori ci sentiamo
traditi dalle banche e dallo Stato»

«In 5 anni di crescita da 5 a 35 dipendenti, gli istituti mi facevano la corte, ora chiedono di rientrare dai prestiti»

(Fotogramma)(Fotogramma)
«Non resisto più». Si firma Matteo ed è un piccolo imprenditore. Spiega come si senta assalito da tutto e da tutti: «Non so ancora quante umiliazioni dovrò subire. Quante telefonate, raccomandate, ufficiali giudiziari, responsabili vendite degli istituti giudiziari, notai, tutto per levare il protesto». Matteo si sente abbandonato a se stesso e racconta la storia amara «di quel direttore di banca che ogni anno mi faceva gli auguri dal compleanno a Natale». Ceste di regali, vino, agende, calendari, «mi chiedeva se volevo soldi per ampliare, per costruire un nuovo capannone». Oggi quando Matteo chiama in banca risponde la segretaria, «mi dice che il dottore è impegnato o malato e mi ricorda subito dello sconfino e del mutuo non ancora pagato, mi rammenta che è partita la raccomandata per il rientro immediato del castelletto, del fido, delle carte di credito. Lei sì che ha memoria».
Testimonianze
Matteo è solo uno dell'incredibile numero di imprenditori e artigiani che hanno scritto al forum aperto da Corriere.it sulla crisi delle piccole aziende. Uomini e donne che si sentono dimenticati, lasciati soli con i loro debiti e le loro angosce, con i dipendenti da licenziare e le speranze tradite. «Tutti ti girano le spalle - scrive Alberto 46 - io e il mio socio avevamo un'azienda nel meccano-tessile, dinamica, innovativa, esportatrice». In 5 anni sono passati da 300 mila a 5 milioni di fatturato, da 5 a 35 dipendenti poi «il tessile è stato il primo ad essere travolto, i pagamenti internazionali sono sempre più difficili, le banche aspettano solo i rientri». Provano a resistere, convocano i sindacati, i dipendenti, cercano nuovi azionisti, presentano un concordato. «Io e il mio socio abbiamo perso tutto anche le nostre abitazioni che avevamo messo in garanzia. E ci domandiamo perché all'imprenditore che fallisce onestamente non viene riconosciuta la stessa dignità e lo stesso rispetto del lavoratore che perde il lavoro?». Dimenticato si sente anche Miccad che aveva creato 7 posti di lavoro e a causa dei mancati pagamenti delle aziende municipalizzate si è vista la casa pignorata, la macchina venduta e il telefono staccato. «È vero che ho 50 anni però conosco bene due lingue e appena finisco di pagare faccio i bagagli e vado all'estero. Vi vedrò dal satellite». La tentazione di trasferirsi è contagiosa e anche un altro imprenditore che si firma provocatoriamente «Il fesso» scrive: «Mi trasferirò in Svizzera a fare le cose altamente tecnologiche, qui nessuna banca ti dà retta e ti apre un conto».
Scelte difficili
Uomini e donne che non trovano più la solidarietà delle comunità e si trovano a dover fare scelte difficili. Manuela racconta: «Insieme al mio compagno ho una piccola attività in Sardegna ma il lavoro è praticamente fermo. Non riusciamo più nemmeno a pagare il telefono e lui ha deciso di lasciare qui me e i figli per cercare lavoro a Milano. Ma almeno una volta al mese dovrà tornare a vedere i ragazzi? Ma sommando costo della vita e trasporti ce la farà?». Alzi la mano chi non ha mai sognato di aprire un agriturismo, business e benessere in un colpo solo. Luka lo ha fatto nel 2003, ha comprato un podere in Toscana e l'ha ristrutturato. La banca prima lo ha incoraggiato ad aprire, a comprare nuovi terreni e poi, con la crisi, lo ha lasciato in braghe di tela. Commenta Graziano: «La verità oggi è che l'andamento delle nostra attività non dipende più dal nostro entusiasmo, dalle idee originali, dal nostro carattere o dalla capacità di affrontare i problemi. Lo Stato impone e pretende, le banche ostacolano il credito. Mi sono reso conto di tutto ciò e ho chiuso l'azienda». Prima di mollare la presa un artigiano che ama il suo mestiere fa di tutto per evitare il peggio come un lettore che si firma «Un fu imprenditore»: «Ho ridotto i costi all'osso tagliando ovunque, ora non so più dove tagliare e dovrò iniziare a non pagare i fornitori, come già hanno cominciato a fare alcuni miei clienti. Dopo le utenze toccherà ai dipendenti. La chiamano discesa controllata».
Concorrenza sleale
Nel settore calzaturiero i Piccoli si sentono martellati dalla concorrenza sleale dell'estero e da chi produce fuori e poi scrivere sulle scarpe made in Italy. Come Rudizzo «dopo 40 anni che la nostra azienda è sul mercato non ce la facciamo più, in più i signori delle banche ci stanno scavando la fossa e siamo costretti a chiedere aiuto ai fornitori». La globalizzazione «è stata una mazzata sui piedi» aggiunge Lettore 333. «L'Unione europea si deve dare una regolata e mettere paletti alla delocalizzazione e ai rapporti con la Cina. E meno male che i cinesi cominciano giustamente a chiedere salari più alti!». Qualcuno pur in questa condizioni di mercato sfavorevole ce la fa e se capita è grazie alla capacità di esportare. Come Ilaria Mugnaini che ha una piccola azienda di abbigliamento per bambini: «Ho diversificato il mio prodotto cercando di posizionarmi nella fascia alta e ritagliandomi una nicchia. La differenza l'ha fatta l'estero che assorbe il 70% del mio fatturato, il restante 30% di fatturato Italia è un disastro in quanto produci, fatturi ma non sai mai quando riscuoterai e questo non è giusto. Non possiamo noi imprenditori fare da banca per gli altri». Sono un figlio di imprenditore scrive il giovane Amartya che si dice fortunato perché è stato mandato a studiare fuori. «La società di mio padre da 10 anni paga solo tasse senza vedere utili e come sia possibile ciò rimane un mistero italiano».
Il rapporto con lo Stato
La parola Stato molti piccoli imprenditori la scrivono tutta in maiuscolo. Uno psicologo potrebbe spiegarci che è una forma di soggezione, di paura. Lo chiamano «muro insuperabile», lo accusano di trattarli «da nemici», di tenere in piedi l'anacronistico articolo 18 ma soprattutto si lamentano perché non paga. Un imprenditore napoletano che si firma «Avvilito» sostiene che lo Stato è il suo debitore primario, rimborsa con 24 mesi di ritardo e non garantisce nemmeno i pagamenti tra privati. «È l'unico Stato europeo con una polizia fiscale - rincara R.S. - ma abbiamo uno dei tassi di evasione fiscale più alti e quindi la Guardi di Finanza serve a poco». Nella 1968 se la prende anche lei con uno Stato che «ci chiede di pagare le tasse su cifre mai incassate». Ed è quasi un coro. «Ci sono alcuni mesi come maggio, agosto e novembre che il 16 del mese si spendono cifre mostruose tra tasse e Iva, quasi la metà dell'utile di un anno, uno sproposito» denuncia Marco. È assurdo anche il sistema che «ti fa pagare le tasse sulle rimanenze di magazzino perché ci si paga pure l'Inps, pago l'Inps su del materiale che non ho venduto. E poi quando non si riesce a pagar tutto arriva Equitalia che nel pieno rispetto della legalità si prende tutto quello che trova».
Il nome di Equitalia, l'agenzia pubblica di riscossione oggetto in queste settimane di attacchi dinamitardi, ricorre tante volte nei messaggi degli «imprenditori dimenticati» di Corriere.it . I giudizi sono forti e gli epiteti ancora peggio. L'accusa è di non comprendere le dinamiche della crisi e di essere la spada di Damocle che si abbatte impietosa su chi è stato ridotto al lastrico dai mancati pagamenti della pubblica amministrazione. Uno Stato che non dà ma mena. «Sono un 35enne di Milano - scrive Fax76 - sono un lavoratore autonomo da sempre, mai fatto il dipendente, ho debiti per 350 mila euro dovuti a incassi non pervenuti e lo Stato non ti aiuta a riprenderli. Così sono entrato mio malgrado nel mondo dei decreti ingiuntivi». Persino quando finanzia le imprese per la ricerca e l'innovazione lo Stato si mostra patrigno e profondamente ingiusto. Spiega Paolo Sensini: «Chi prende i finanziamenti? Guardate i titoli delle ricerche proposte, dei progetti. È fuffa, fuffa allo stato puro nell'80% dei casi. E sono sempre i grandi a trarne beneficio. Quei grandi che scrivono bilanci di 200 pagine in cui tutto è possibile. Prendono i soldi, ci fanno cassa e nessuna ricerca».
Dario Di Vico