martedì 12 giugno 2012

Il grande disegno


Il grande disegno
di Luciano Fuschini - 11/06/2012
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Si delinea lo scenario di un mondo unificato, con un governo supremo che detta le regole attraverso i flussi finanziari, imponendosi su realtà regionali frammentate, non vivificate dai costumi locali e dalle tradizioni ma omologate al modello dominante. Ebbene, la cosa più impressionante è che questo scenario realizza un progetto che fu messo a punto fra il XVII e il XVIII secolo. In ambienti rosacrociani e massonici si coltivò l’ideale universalista di un deismo che superasse le distinzioni fra le varie religioni e le varie chiese, di una Ragione filosofica che sarebbe progressivamente diventata Ragione scientifica, di un cosmopolitismo permeato di idee umanitarie. Rileggere la storia degli ultimi secoli secondo l’ipotesi di un progressivo inverarsi di quel progetto, può fornire strumenti di interpretazione della realtà che stiamo vivendo.
La guerra di indipendenza americana e la rivoluzione francese furono guidate da massoni, propugnatori di quegli ideali di deismo, umanitarismo, universalismo, anche se le contingenze del processo rivoluzionario portarono a direzioni in parte diverse. La cultura illuminista che scaturì dallaboratorio massonico e che preparò il terreno alla rivoluzione francese, aveva un obiettivo polemico primario, un nemico da abbattere: l’antico regime aristocratico feudale di cui la chiesa cattolica era componente ormai organica. L’assalto demolitore alla chiesa cattolica si è sviluppato a ondate successive, dal Settecento illuminista attraverso tutto l’Ottocento e il primo Novecento, col relativismo storicista, il positivismo scientista, il materialismo marxista, lo psicologismo, la sociologia concepita come scienza, la concezione laicista che separando nettamente religione e società civile decreta la fine della fede nella sua dimensione di custode delle tradizioni e di cemento delle culture locali. La chiesa ne è uscita sconfitta e il Concilio Vaticano II è l’atto che ne codifica la resa. Oggi la chiesa cattolica è un guscio vuoto. Ha perso in gran parte il suo ruolo di custode del sacro, per diventare un ente assistenziale dove i preti non si distinguono dagli psico-socio-pedagogisti nemmeno nel linguaggio, o per sopravvivere come centro di potere finanziario. La chiesa è stata utilizzata nella lotta contro il comunismo, ma ciò che l’ha demolita è stata la cultura laica, razionalista, scientista delle massonerie, con l’apporto concomitante del protestantesimo convergente con l’ebraismo, pur nella sua netta distinzione dal laicismo massonico. L’esposizione mediatica di papa Woityla non solo non ha invertitola tendenza, ma ha costituito la riprova del cedimento del cattolicesimo alle modalità mondane dei suoi avversari.L’altro grande ostacolo che le élites scaturite dalla rivoluzione settecentesca dovevano abbattere era quello rappresentato dagli imperi multietnici. Erano un residuo dell’antico regime. Imperi con una continuità territoriale che inglobava popoli che conservavano tradizioni, lingue, talvolta religioni diverse, in un’articolazione complessa in cui particolarismi locali e rispetto quasi sacrale per il potere centrale trovavano un equilibrio, instabile come tutto ciò che è umano, ma comunque fecondo. Contro quegli imperi, asburgico, russo, turco, le massonerie ottocentesche col formidabile apparato finanziario e militare di potenze a esse collegate, scatenarono i nazionalismi, il fenomeno politico più imponente dell’Ottocento, mentre gli imperi extraeuropei venivano investiti dal colonialismo e smembrati con la forza delle armi. Il colpo finale ai grandi imperi del passato, asburgico, russo e turco, fu dato dal macello della Grande Guerra. Le vicende successive ne furono un’appendice. Il tentativo nazista di creare un impero terrestre europeo che espandendosi al medio oriente si congiungesse con le armate nipponiche dilaganti in Asia, impero contrapposto a quello marittimo anglo-americano, fu vanificato dalla vittoria alleata. Il successivo proposito sovietico di utilizzare l’ideale comunista come veicolo per creare un altro grande impero continentale, è stato frustrato attraverso la guerra fredda che ha logorato e fatto implodere il nemico.
Restavano due ostacoli perché il disegno cosmopolita e omologante si realizzasse compiutamente: il nazionalismo e l’islam.Il nazionalismo era stato usato per smantellare i grandi imperi non omologati al piano del cosmopolitismo illuminista, ma a questo punto diventava un ostacolo. Non a caso coloro che si sono opposti al vasto disegno, in una lotta mortale e disperata, sono stati capi popolo fortemente nazionalisti. Questa è la chiave di lettura per comprendere l’accanimento con cui l’Impero, anche ricorrendo  a grossolane menzogne, ha voluto liquidare il serbo Milosevich, l’iracheno Saddam e il libico Gheddafi. Questa è anche la chiave di lettura per comprendere le guerre contro l’islam, naturalmente non presentate come tali ma spacciate per guerre difensive contro il terrorismo, e l’abile appropriazione delle rivolte arabe da parte di Obama e delle élites che ispirano lui come tutti i capi di quello che chiamiamo Occidente. Esaltare le rivolte arabe come una tappa nella lotta per la libertà e lademocrazia, significa incoraggiarle ad adottare schemi politici e culturali occidentali. Significa un accurato piano di omologazione al modo di pensare, di consumare, di concepire il rapporto fra i sessi, che è proprio della civiltà che assimila a sé il mondo intero. Fare anche dell’islam un’area di laicismo significa abbattere l’ultima resistenza culturale all’omologazione del mondo. Così si spiegano anche le recenti, confuse e apparentemente contraddittorie vicende, con gli USA e l’Europa che appoggiano le rivolte contro i dittatori che pure furono servi dell’Occidente.Questa rapida esposizione delle grandi linee di tendenza che hanno orientato la storia degli ultimi secoli può sembrare un’adesione a certo complottismo caro a correnti inclini all’esoterismo, vagamente paranoiche e fascisteggianti: le sorti del mondo affidate alle trame di forze occulte massoniche, ebraiche, protestanti, oggi  espresse da gruppi potentissimi semiclandestini come il Bilderberg, la Trilaterale, gli Illuminati. Non è precisamente lamia convinzione. Non c’è niente di misterico e di esoterico, né costoro sono i protagonisti veri delgrande disegno. Ci sono invece potenti interessi dell’alta finanza e della grande industria diventata transnazionale, che hanno utilizzato ai loro fini un apparato concettuale elaborato da quei circoli culturali che produssero l’Illuminismo. Essi seppero anche abilmente spacciare per democrazia un sistema elettorale concepito per manipolare l’opinione pubblica, mentre il potere vero è sempre stato esercitato dalle élites finanziarie e dai servizi segreti ai loro ordini, entità sostanzialmente sottratte al controllo dei parlamenti .  Non si può che essere ammirati dalla grandiosità del progetto e dalla sua realizzazione puntuale attraverso gli ultimi secoli. Ma anche questo apparente clamoroso successo è esposto allo scacco che chiamiamo “eterogenesi dei fini”. Il piano prevedeva il governo unico di un’umanità pacificata, riscattata attraverso la ragione e la scienza dai fanatismi che l’afflissero, tollerante nella prassi liberal-democratica, fiduciosa nel progresso e credente nel Dio dei deisti, unareligione naturale senza dogmi. Gli USA si sentono portatori di questa Verità, investiti della missione di salvare l’umanità uniformandola al loro modello. Ebbene, l’umanità che si pensava così forgiata, è invece una moltitudine derelitta e disorientata, sradicata, percorsa da un sentimento del nulla e da un presagio di apocalisse. Sono state scatenate dinamiche imprevedibili e incontrollabili. I disastri ambientali, l’esplosione demografica, il debito pubblico non più sanabile, fanno presagire un’epoca di catastrofi senza precedenti, dalle quali uscirà un mondo ben diverso da quello che con tanto apparente successo si è costruito. L’esistenza della legge ferrea dell’”eterogenesi dei fini” ci riporta a un Progetto che sovrasta tutti i piani umani e si realizza vanificandoli. 

mercoledì 6 giugno 2012

Terremoto: Templari in prima linea


6 giugno 2012http://gazzettadeicavalieribianchidiseborga.blogspot.it/

TERREMOTO IN EMILIA ROMAGNA: IL V.E.O.S.P.S.S. IN PRIMA LINEA

Da lunedì 5 giugno si sono moltiplicate le iniziative del V.E.O.S.P.S.S. per soccorrere i terremotati.

Il violento sisma che ha colpito e che sta colpendo tutt'ora molti Comuni in Emilia Romagna, ha sino ad oggi già fatto ben 26 vittime e oltre 10.000 sfollati.
Migliaia di persone vivono in condizioni di assoluta emergenza, fuori delle loro abitazioni (gravemente danneggiate) e le strutture pubbliche sono decisamente compromesse.
Quasi come segno di un triste presagio, le Chiese sono state tutte colpite in maniera consistente e molte, addirittura distrutte.
Di fronte ad uno scenario così apocalittico, il Venerabilis Equester Ordo Sacri Principatus Sancti Sepulchri - V.E.O.S.P.S.S. non poteva restare indifferente ed infatti, lunedì 5 giugno, la macchina della solidarietà e dei soccorsi del V.E.O.S.P.S.S. si è messa in moto su due fronti fondamentali.

Soros conta: 100 giorni alla fine dell'euro


Evacuazione dall’euro e Soros conta: 100 giorni alla fine, giugno acido di Monti


ROMA –”“2012 fuga dall’euro”… Rubare il titolo di un celebre film hollywoodiano è sin troppo semplice, e allora stiamo sul tecnico e titoliamo “Evacuazione”. Sì, evacuazione dall’euro: senza panico, per prudenza, in maniera ordinata, massiccia e progressiva chi può “evacua” dalla moneta unica europea. Non più solo hedge fund o fondi speculativi stanno lasciando la barca euro, ma cominciano a sganciarsi, o a studiare piani per farlo, anche le grandi multinazionali e i fondi non speculativi. La situazione spagnola, le difficoltà di Bankia e la mancata soluzione della questione in sede europea non aumentano certo la fiducia in una tenuta del sistema bancario iberico. E le parole di un “guru” dell’economia, che ha dato ai leader del vecchio continente 100 giorni di tempo per salvare la moneta unica, più che catastrofiche appaiono come una pressante richiesta di presa di coscienza. E anche per Mario Monti si prepara un’estate “difficile”, tra fiscal compact e impegni internazionali.
Evacuazione euro, come racconta Federico Rampini su Repubblica, stanno cominciando ad abbandonare l’Europa
“le multinazionali dell’industria, della grande distribuzione, del turismo e dei servizi. Il deflusso dettato dalla paura coinvolge l’economia reale, non soltanto gli hedge fund e le banche di Wall Street. L’allarme sale di un livello, contagia multinazionali americane ma anche europee: tutte a preparare “piani A, B e C”, scenari-catastrofe, misure preventive per limitare i danni mettendo i capitali al sicuro. (…) E’ il Wall Street Journal a rivelare i grossi nomi dell’industria che stanno “tirando i remi in barca”, spostano fondi per non tenere più liquidità in Grecia o altre nazioni considerate a rischio. C’è il colosso farmaceutico GlaxoSmithKline, c’è il gigante delle bevande Diageo. Ci sono fior di multinazionali europee come la Heineken olandese, il tour operator tedesco Tui, la catena inglese di supermercati elettronici Dixons. In media il 20% delle imprese tedesche ammettono di avere in corso una sorta di “piano di evacuazione”. Alcune società di consulenza come Roland Berger, o grandi studi legali internazionali come Linklaters, fanno gli straordinari per rispondere all’assedio dei clienti, cioè le multinazionali in cerca di aiuto su come smobilitare il più presto possibile dai paesi a rischio dell’eurozona. O quantomeno ridurre i danni, nell’eventualità peggiore. Gli scenari contemplati vanno “dalla paralisi dei pagamenti trans-frontalieri, all’anarchia civile in Grecia, fino alla disintegrazione generale dell’Unione monetaria europea”. Le misure precauzionali prese dai big dell’industria: ‘Al primo posto mettere in salvo il cash, per non vederselo trasformato in dracme, o congelato da improvvise restrizioni sui movimenti di capitali’. (…)
Il Wall Street Journal spiega che i piani di evacuazione delle multinazionali dalla zona euro sono “gli stessi che furono messi a punto e collaudati più di un anno fa verso i paesi del Nordafrica coinvolti nella primavera araba”. Un paragone che certo non depone a favore di Atene e Madrid. Tra le misure già avviate dalle multinazionali più prudenti: “Esigere dai clienti locali dei pagamenti anticipati al 50%, accorciare l’incasso delle fatture a 15 giorni”. Lo chiamano ‘contingency plan’ ma assomiglia di più ai preparativi di una ritirata strategica. Nel settore assicurativo, due colossi come Allianz Natixis avrebbero già sospeso le polizze di garanzia sulle esportazioni verso la Grecia, considerando troppo elevato il rischio che gli importatori locali non paghino più la merce, oppuro saldino i debiti in una nuova moneta locale pesantemente svalutata. Nella grande distribuzione, la catena francese degli ipermercati Carrefour avrebbe ridotto gli approvvigionamenti di beni di largo consumo dei marchi Nestlé, Danone, Procter&Gamble. E’ una spirale della sfiducia autodistruttiva, che si auto-amplifica: dal fuggi fuggi precauzionale delle multinazionali non può che venire un altro colpo alla fragilissima economia greca” e all’eurozona tutta.
A spaventare mercati e investitori, grandi multinazionali e correntisti non tanto e non solo la Grecia, apparentemente sempre più indirizzata verso il default, ma la Spagna. Con Atene, in un certo senso, si era scherzato. Il buco nel settore del credito spagnolo si aggira sui 60 /70 miliardi di euro e per le banche iberiche sembra inevitabile un piano di ricapitalizzazione da parte del Fondo europeo salvataggi e del Fmi. Il primo ministro spagnolo Rajoy vorrebbe evitare un salvataggio esterno ma, la conferma dei dati citati (tra una settimana l’Fmi presenterà le sue stime) e l’esposizione tedesca in terra spagnola, i dati ufficiali di fine 2011 dicono che il sistema bancario tedesco era esposto sulla Spagna per 146 miliardi di dollari, renderanno questa scelta praticamente obbligata.
Un’uscita della Grecia dalla moneta unica, in un paragone medico, rappresentava una sorta di amputazione dolorosa ma non tale da mettere in gioco la sopravvivenza del “paziente euro”. Se il contagio raggiungerà però Madrid il male non sarà forse più curabile, nemmeno con atti estremi come l’amputazione. Ragionamenti di questo tipo spingono i correntisti spagnoli a ritirare i risparmi, le multinazionali a ridurre la loro esposizione in Europa e, si spera, i governi a superare le loro divisioni e fare qualcosa per salvare la barca.
In questo senso vanno anche le dichiarazioni di Mario Draghi e George Soros, presidente della Bce il primo e “guru” dell’economia il secondo. Draghi ha chiesto, in sostanza, alla politica di fare la sua parte fornendo le istituzioni europee, come la Bce, degli strumenti che gli servono per contrastare la deriva: dalle garanzie comuni sui debiti sino ad una politica economica unica. Soros invece ha ammonito i leader del vecchio continente che di tempo non ce n’è più. Ogni giorno che passa produce sfiducia, e la sfiducia crisi, una spirale che si avvita su se stessa ogni giorno di più. Il super-gestore de Quantum Fund che semiaffondò la lira – e sembrò allontanare l’Italia dall’euro – stima in 100 giorni, appena tre mesi, il tempo a disposizione della politica per salvare la moneta unica. Come a dire “non è più tempo di scherzare”.
In un panorama simile non poteva aspettarsi un’ estate facile il premier italiano. Anche se l’Italia non è infatti più l’osservata speciale, scavalcata in questo infelice compito dalla Spagna, Monti sarà comunque alle prese nei prossimi mesi con problemi su due fronti: internazionale ed interno. A Roma se la dovrà vedere con Pd e Pdl che frenano sull’approvazione del fiscal compact, rimandarla è la parola d’ordine, e i decreti per la ripresa economica del Paese. Mentre fuori dai confini nazionali l’aspettano vertici internazionali non all’acqua di rose e la necessità di portare a casa qualcosa dall’Europa, pena la rottura del non già stabile equilibrio della maggioranza che lo sostiene in Parlamento.

sabato 2 giugno 2012

Uscire dall'euro come alternativa


Date of publication at Tlaxcala: 17/01/2012
Original: Salirse del euro como alternativa: el caso de Argentina
Translations available: Ελληνικά 
http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6629

Uscire dall'euro come alternativa: il caso dell'Argentina

Vicenç Navarro 
Translated by  Alba Canelli


Una teoria che è stata promossa da importanti ambienti finanziari, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), è quella sviluppata da due dei suoi economisti, Ken Rogoff e Carmen Reinhart, sorprendentemente definiti in un recente articolo come "nuovi guru dell' economia", i quali sostengono che le recessioni causate da crisi finanziarie devono essere risolte lentamente dopo molti anni di ripresa lenta e dolorosa. Nei loro scritti, questi autori sottolineano i termini lenta e dolorosa. La promozione di questa teoria da parte del FMI e la sua accettazione nei mezzi di comunicazione finanziari ed economici neoliberali, si spiega nel fatto che, discolpa le politiche pubbliche responsabili dello scarso recupero delle economie europee e, più in particolare, quelle dei paesi sprezzantemente definiti come PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), suini in inglese.
Il problema di questa teoria è che facilmente si è dimostrata essere sbagliata. Cioè, ci sono prove per invalidano la sua tesi. Prendiamo, per esempio, quello che è successo in Argentina. Questo paese ha avuto un'enorme crisi finanziaria, dovuta in parte al fatto che il valore della sua valuta era fissato in euro (scusate, volevo dire in dollaro USA). Questa parità l'aveva portata ad avere un debito di 95.000 milioni di dollari. Era il discepolo prediletto del Fondo Monetario Internazionale, applicando le ricette di tale istituzione e raggiungendo un livello di debito impossibile da sostenere.
 
Quindi, contro il volere del FMI e con grande ostilità da parte di questa istituzione, alla fine del 2001, il governo argentino ha deciso di abbandonare l'ancoraggio al dollaro e non pagare il debito al prezzo fissato dal FMI. Il sistema finanziario argentino è crollato e tutte le profezie predicevano che l'Argentina sarebbe entrata in recessione - a livelli di depressione - per molti, molti anni. Fin qui la teoria di Rogoff e Reinhart.
 
I dati, tuttavia, mostrano l'errore di quegli autori. E' vero che l'economia argentina diminuì nella prima metà dell'anno. Ma recuperò ben presto, e in tre anni il livello di attività economica e la crescita erano già identiche a quelle del periodo pre-recessione. Parte della soluzione fu quella di recuperare la propria moneta e una propria autonomia fiscale, garantita dalla propria Banca Centrale. Inoltre, non pagò il debito pubblico ai livelli richiesti, svalutandolo notevolmente. Tutto questo gli ha permesso di recuperare rapidamente, raggiungendo uno dei livelli di crescita economica più accentuati in America Latina, il doppio del Brasile, per esempio.
 
Questa crescita ha avuto un impatto attraverso politiche pubbliche redistributive, per migliorare il benessere delle masse popolari. La povertà e la povertà estrema sono state ridotte di due terzi dal 2002. La spesa pubblica sociale è triplicata nel periodo 2002-2010. E nel 2009, sviluppò un programma di trasferimenti pubblici all'infanzia, che ha riguardato 3,5 milioni di bambini, diventando il programma di riduzione della povertà infantile più ambizioso dell'America Latina. La disuguaglianza è diminuita. Nel 2001 i super-ricchi (il 5% del reddito superiore) avevano un reddito 32 volte quello dei poveri (il 5% di reddito inferiore). Nel 2010 era 17 volte.
 
E' vero che l'inflazione era troppo elevata, anche per gli standard dell'America Latina. Un 20-25% all'anno. Bene, ora se i salari aumentano più dell'inflazione (come sta avvenendo) e la protezione sociale, continua a ridurre le disuguaglianze, l'impatto di tale inflazione è meno dannoso di quello che sembra. Inoltre, quest'inflazione può e deve essere abbassata, ma non può essere usata per negare le grandi conquiste dell'Argentina, il che spiega l'ampio sostegno popolare al proprio governo, ampiamente rieletto alle ultime elezioni (The Argentina Success Story and its implication. Center for Economic and Policy Research. 2011)
 
Per valutare l'esperienza argentina dovrebbe essere confrontata con ciò che sarebbe successo se non avesse cambiato le sue politiche. Come previsto da Reinhart e Rogoff, sarebbe stata per lungo tempo (dieci o quindici anni) in una ripresa lenta e dolorosa. Invece, ha recuperato ed è cresciuta rapidamente, distribuendo in modo più uniforme la ricchezza prodotta in questi anni.
 
La Spagna non è l'Argentina. Ma è importante studiare la possibile rilevanza di quell'esperienza per la Spagna. Lasciare l'euro non sarebbe la mia prima proposta per uscire dalla crisi. Penso che sia meglio iniziare a trasformare l'architettura dell'Unione Europea e dell'Eurozona con la costituzione di una Banca Centrale (la Banca Centrale Europea non è una banca centrale, per paradossale che sembra: in realtà è una lobby della banca), un Dipartimento Tesoro ed altre misure, tra cui la democratizzazione delle istituzioni dell'Unione Europea volta a costruire gli Stati Uniti d'Europa. Ma temo che il dominio neoliberista della struttura del governo dell'Eurozona e dell'Unione Europea impedisce questo sviluppo, in questo caso la situazione insostenibile attuale si perpetuerà (che è ciò che vuole il capitale finanziario).
 
 
Rivolta in Ungheria contro l'Unione Europea il 14 gennaio 2012
Così, tutte le alternative devono essere considerate, compresa l'uscita della Spagna (e di Grecia, Portogallo, Irlanda e anche dell'Italia, se lo si desidera) dall'euro. La sua permanenza nell'euro, senza fare riforme mirate, significherà la Grande Depressione per milioni di cittadini di questi paesi. Inoltre, la discussione di questa possibilità - di uscire dall'euro - faciliterebbe la mano della Spagna nei negoziati con il governo Merkel e Sarkozy, dal momento che questa uscita è l'ultima cosa che vogliono tali governi, giacchè significherebbe il crollo delle loro banche. Da ciò deriva l'urgenza di avviare il dibattito sull'uscita dall'euro della Spagna, dal momento che l'assenza di questo dibattito sta impoverendo il nostro paese.




Courtesy of Vicenç Navarro
Source: http://www.vnavarro.org/wp-content/uploads/2012/01/salirse-del-euro-como-alternativa.pdf
Publication date of original article: 13/01/2012
URL of this page: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6629 

giovedì 31 maggio 2012

Gli "orizzonti senza limiti" del capitalismo

Gli "orizzonti senza limiti" del capitalismo
di Costanzo Preve - Claudio Gallo - 30/05/2012
Fonte: Come Don Chisciotte

  Costanzo Preve (nella foto), 69 anni, di genitori italiani e con una nonna armena, non ha mai avuto una vita facile; ha sceltola strada della filosofia senza compromessi, lontano dai circoli accademici e dalle mode culturali.

Si è laureato a Torino, ma il suo percorso intellettuale si è compiuto a Parigi, con insegnanti come Jean Hyppolite, Louis Althusser, Jean Paul Sartre, Roger Garaudy e Gilbert Mury. 

Oggi niente sembra meno attraente per i salotti letterari come il suo pensiero critico che lega inestricabilmente due grandi pensatori tedeschi definitivamente accantonati nella seconda parte del XX secolo: Karl Marx e Georg Wilhelm Friedrich Hegel. 

A dispetto di quanto i libri scolastici continuano a insegnare, in linea con i comunisti della Guerra Fredda, Preve sostiene che Marx non commise davvero “parricidio”, riportando la dialettica Hegeliana “con i piedi per terra”, invece era fondamentalmente un allievo di Hegel.

Vendita di banche statunitensi alla Cina


Quiproquo: la vendita di banche statunitensi alla Cina e la rivalutazione dello yuan

Il quarto dialogo strategico ed economico tra gli Stati Uniti e la Cina
Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire Città del Messico (Messico) 25 Maggio 2012  
Il quarto ciclo di negoziati Sino-statunitensi ha avuto luogo tra l’euforia delle nuove concessioni apparenti di Beijing: massicci investimenti finanziari negli Stati Uniti e rivalutazione dello yuan nei confronti del dollaro, come Washington ha a lungo preteso. Tuttavia, non bisogna farsi ingannare sul significato dell’evento, osserva Alfredo Jalife-Rahme: la Cina non ha acconsentito a questi sacrifici per sottomettersi agli Stati Uniti, ma per inibire il loro imperialismo. Beijing ha usato le sue armi finanziarie e monetarie per neutralizzare l’aggressività di Washington, mentre ha cominciato la costruzione di una vasta area di libero scambio, con degli stati finora sotto l’ampia influenza degli Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.