domenica 19 gennaio 2014

Swap-truffa, indagati 15 banchieri a Trani

Swap-truffa, indagati 15 banchieri a Trani.
Coinvolti i vertici di Banca Intesa

Da Passera a Bazoli, trema il mondo finanziario. 'Non potevano non sapere', il senso dell'accusa. I prodotti offerti alla clientela "strutturalmente inefficaci ed inadeguati"
TRANI  -  Non potevano non sapere è il senso dell'accusa. Consapevoli cioè che i prodotti offerti alla clientela erano "strutturalmente inefficaci ed inadeguati" perché di natura speculativa e quindi sempre sbilanciati in favore della Banca. Per questo i vertici di Intesa San Paolo e di Banca Caboto, ora Banca Imi partecipata di Intesa, sono finiti nei guai. Ancora una volta nel mirino della procura di Trani che ha fatto notificare nelle ultime ore 15 informazioni di garanzia. Tra i destinatari nomi eccellenti della finanza italiana, figure apicali degli istituti di credito, tra cui spiccano quelli di Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza, Corrado Passera, ministro per lo sviluppo economico nel governo Monti e amministratore delegato sino al 2011, Enrico Salza, ex presidente del consiglio di gestione, Giampio Bracchi, ex vicepresidente e Giovanni Gorno Tempini, ex amministratore delegato di Caboto, oggi amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti.

L'inchiesta del magistrato Michele Ruggiero ipotizza il reato di truffa aggravata e continuata e abusivismo finanziario. Fu avviata all'indomani della denuncia di un imprenditore di Barletta, Ruggiero Di Vece, titolare di una società che opera nel settore della commercializzazione di materiali per l'edilizia, al quale i responsabili della filiale locale della banca avrebbero proposto la sottoscrizione di un finanziamento a tasso variabile dell'importo di 700mila euro da estinguere in quindici anni in rate trimestrali.

L'INCHIESTA Scandalo derivati, indagate Mps e altre 4 banche

In realtà il cliente sarebbe stato indotto a firmare con la Banca "contratti strutturalmente inefficaci e inadeguati", gli interest rate swap in pratica, contratti in cui le controparti si scambiano flussi finanziari (pagamenti periodici di interessi relativi ad un capitale di riferimento) per un determinato periodo di tempo. I derivati erano stati proposti all'imprenditore, emerge dai verbali, come "copertura dal rischio di variazione del tasso d'interesse" del suo finanziamento ma per l'accusa avrebbero procurato a Intesa un "ingiusto profitto patrimoniale" di oltre 40mila euro. Nel registro degli indagati sono finiti anche altre ex figure apicali dei due istituti di credito come Giangiacomo Domenico Luigi Nardozzi Tonielli, Andrea Munari, Massimo Arrighetti, Fabio Bolognini, Carlo Berselli, Matteo Farina e Giulio Sartirana, oltre a Vincenzo Petrarulo, Giovanni Civico e Salvatore Civita, funzionari della Banca Intesa di Barletta. Gli ispettori di Bankitalia e della Consob, si è appreso, avevano già messo in guardia l'istituto di credito della rischiosità di questi prodotti finanziari.

sabato 18 gennaio 2014

Farage: "Siamo gestiti da grandi banche e grandi burocrati"

Forlì, indagati 29 banchieri per usura

L'INCHIESTA-BOMBA

Forlì, indagati 29 banchieri per usura

Iscritti nel registro, tra gli altri, Bazoli, Modiano e Passera. Il pm chiede l'archiviazione, il gip dice no

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/1306362/Forli--indagati-29-banchieri-per-usura.html

07/09/2013

Indagati 29 banchieri per usura: scopri se c'è anche il tuo
Giovanni Bazoli e Corrado Passera ai tempi di Banca Intesa



Ventinove tra dirigenti di banca e banchieri italiani sono indagati per truffa e usura aggravata. Verso fine ottobre la procura di Forlì diventerà piuttosto frequentata: è qui che il gip ha convocato una Camera di Consiglio per decidere le sorti di un’inchiesta che potrebbe diventare un caso pilota per il capitalismo italiano. Iscritti al registro degli indagati ci sono molti pezzi da novanta del nostro mondo creditizio del periodo 2008-2009: basti citare il presidente di Intesa Giovanni Bazoli, il dg della stessa banca Pietro Modiano, l’ex ad di Intesa ed ex ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, l’ex ad di GeneraliGiovanni Perissinotto. Fa loro compagnia un gruppo di dirigenti bancari (italiani e non) che sono chiamati a comparire come indagati all’appuntamento fissato dal gip.

Tutto parte dal 2009, anno in cui un imprenditore fa esposto alla procura  perché ritiene spropositati i tassi ai quali, in periodo di crisi post-Lehman, le sue aziende ricevono credito dal sistema bancario. Il pm si prende il suo tempo per le indagini, apre come di consueto un fascicolo contro ignoti, quindi chiede l’archiviazione. Interviene qui il primo fatto notevole, che inizia a rendere decisamente interessante una vicenda giudiziaria cominciata come tante. Il gip infatti  rifiuta l’archiviazione, chiedendo un supplemento di indagine. Il pm si riapplica alla pratica, disponendo una consulenza tecnica. Il documento, cui Libero ha avuto accesso, è frutto di un lavoro lungo e meticoloso. In 22 pagine rendiconta i tassi applicati sui conti correnti delle aziende dell’imprenditore, riscontrando valori superiori anche di mezzo punto percentuali a quelli che la legge considera usurari. Una precisazione doverosa: l’indagine non si è ancora trasformata in un processo con degli imputati. Il fatto che la «perizia» accerti tassi superiori a quelli fissati come soglia non determina in alcun modo l’eventuale colpevolezza di quelli che al momento sono solo indagati, né di chiunque all’interno delle banche interessate.

I nomi - Sta di fatto che in seguito a questa consulenza tecnica il pm iscrive al registro nomi e cognomi precisi, per i reati di truffa e usura (articoli 640 e 644 del codice penale). Questi nomi sono desunti proprio dal documento della Guardia di Finanza. Per stabilire i «responsabili» dei tassi la GdF si rivolge direttamente alle filiali delle banche. Queste li rimandano ai direttori di filiali, e su su fino ai consigli di amministrazione che negli anni precedenti hanno fissato i criteri per erogare il credito e le linee guida dei loro istituti. Per questo la lista degli indagati è una fotografia dei «quadri» del mondo bancario italiano, comprendenti vertici, direttori generali e  membri dei consigli di amministrazione di Carisbo e Intesa, dalle quali l’imprenditore si riteneva truffato. A muovere l’indagine sembra essere la volontà di accertare le responsabilità specifiche di chi ha fissato tassi che una perizia giudica non leciti.
Le persone che in questi giorni stanno ricevendo la convocazione per la camera di consiglio sono, nell’ordine: Filippo Cavazzuti, Gianfranco Ragonesi, Carlo Bottari, Sergio Iovino, Paolo Lelli, Gianni Lorenzoni, Silvia Noè, Carlo Ricordi, Isabella Seragnoli, Pietro Modiano, Giovanni Bazoli, Giampio Bracchi, Corrado Passera, Giovanni Ancarani, Francesco Arcucci, Benito Benedini, Antoine Bernheim (nel frattempo deceduto), Ariberto Fassati, Paolo Fumagalli, Michel Le Masson, Giangiacomo Nardozzi, Eugenio Pavarani, Giovanni Perissinotto, Gino Trombi, Jean Frederic De Leusse, René Carron, Manuel Jorge Jardim Goncalves e Jean Laurent. Anche un occhio non esperto dei meandri della finanza può riconoscere almeno 3-4 nomi di primissimo piano tra gli indagati.

La responsabilità - Un passo indietro: in seguito alla perizia, il pm non chiede il rinvio a giudizio, ma una nuova archiviazione. La motivazione che adduce nella richiesta nel novembre 2012 merita di essere spiegata perché è esattamente il  crinale su cui si gioca il futuro di questa inchiesta. Nel chiedere al gip l’emissione di un decreto di archiviazione, il pm infatti riconosce la qualità del lavoro di ricostruzione della polizia giudiziaria che rileva «condotte oggettivamente usurarie». Tuttavia, il pm si rifà alla giurisprudenza che non permette di contestare l’eventuale usura ai presidenti e ai dirigenti delle banche. Pertanto, non disponendo di «significativi e seri elementi a carico» che determinino la «mala fede» degli indagati, chiede l’archiviazione del «gotha» dei banchieri italiani. Qui accade il secondo fatto di rilievo: di nuovo infatti il gip non concede l’archiviazione, e dispone per ottobre l’udienza in camera di consiglio di cui si è parlato poco sopra.

Le opzioni - Cosa può accadere a fine ottobre? Le opzioni comprendono un raggio di tre possibilità. Ovviamente gli indagati si augurano che l’inchiesta venga archiviata. La parte offesa, invece, cioè l’imprenditore il cui esposto ha generato il tutto, avrebbe come maggior successo possibile la cosiddetta imputazione coatta, cioè un rinvio a giudizio disposto dal gip malgrado la richiesta opposta da parte del pubblico ministero. Per citare un caso mediamente famoso, è quel che è successo all’ex ministro Saverio Romano, per il quale il gip di Palermo si oppose alla richiesta di archiviazione mossa dal pm per il reato di concorso in associazione mafiosa, e ne dispose appunto l’imputazione coatta. Tra queste due opzioni - vittoria totale della difesa e successo dell’accusa che otterrebbe l’avvìo del processo - c’è una gamma di possibilità che sinteticamente  potrebbe tradursi in un nuovo supplemento di indagini, volte a stabilire i veri responsabili delle presunte «condotte usurarie» di cui parla la relazione tecnica voluta dalla procura. In queste settimane gli eserciti legali delle banche avranno ovviamente tempo per organizzarsi e far valere le loro ragioni. Resta il fatto che dagli sviluppi di questo interessantissimo potenziale processo romagnolo potrebbero arrivare conseguenze anche clamorose per il nostro sistema bancario, visto il precedente che potrebbe creare e il numero di emuli che il ricorrente potrebbe scatenare. I lettori di Libero, nei prossimi giorni, ne saranno informati.

di Martino Cervo

Firenze: la mattanza del banchiere indagato

CRONACHE
 - LA TRAGEDIA IN PROVINCIA DI FIRENZE

Firenze, presidente di banca uccide moglie e figlio in casa poi si spara

Lamberto Albuzzani era indagato dalla Procura in un’inchiesta sulla gestione
del Credito Area Pratese. A dare l’allarme i vicini di casa

ANSA
Carabinieri davanti all’abitazione a S.Piero a Ponti, nel comune di Campi Bisenzio (Firenze), dove sono stati rinvenuti i tre cadaveri

Con il suo fucile da caccia ha sparato alla moglie e al figlio, poi si è tolto la vita. È successo stasera, a Campi Bisenzio (Firenze). L’uomo, Lamberto Albuzzani, avvocato di 67 anni, era presidente della Banca Credito Cooperativo Area Pratese. Era indagato dalla procura di Prato in un’inchiesta sulla gestione dell’istituto di credito.  

Nell’abitazione non sono stati trovati biglietti che spieghino il perché di quanto avvenuto. A dare l’allarme sono stati i vicini di casa, quando hanno sentito il rumore degli spari. La famiglia Albuzzani viveva in una villetta a due piani in una frazione di Campi Bisenzio. Il padre è stato trovato vicino alla porta, con il fucile accanto. Il corpo della moglie, Maria Bellini, 66 anni, era poco distante. Quello del figlio, Marco, 23 anni, è stato trovato sulle scale che portano al piano superiore. Il ragazzo si era laureato il 12 dicembre scorso in economia e commercio ed era in attesa di partire per un master. 

Gli investigatori dei carabinieri stanno cercando di capire se ci sia un legame fra l’indagine e il duplice omicidio-suicidio. I reati ipotizzati dalla procura di Prato sarebbero ostacolo alla vigilanza, utilizzo di falsi strumenti finanziari e falso in bilancio. L’indagine è condotta dalla guardia di finanza. Accertamenti sono in corso anche da parte della Banca d’Italia. Albuzzani non era l’unico indagato e la sua posizione viene definita «marginale» dalla procura pratese. Fra l’altro, la procura ipotizzerebbe irregolarità nella redazione dei bilanci legate a crediti concessi a soggetti non più affidabili. Fra le pratiche nel mirino degli investigatori ci sarebbero anche mutui immobiliari a persone senza reddito. 

I vicini descrivono la famiglia come «molto tranquilla». Ogni sera Albuzzani rientrava a casa intorno alle 20. Questo pomeriggio è arrivato prima, intorno alle 18. Mezz’ora più tardi è scattato l’allarme: i vicini hanno sentito i colpi e hanno chiamato i carabinieri. Nella villetta sono arrivati anche gli esperti del ris per il rilievi scientifici. «Lamberto non avrebbe mai torto un capello a nessuno - dice Claudio Manetti, amico di vecchia data di Albuzzani - Era una persona corretta, spesso andava a caccia con gli amici. Suo padre, Bruno, aveva messo su una grossa fabbrica di tessuti». Gli investigatori, comunque, non hanno dubbi sulla dinamica: Albuzzani ha ucciso i familiari e poi si è sparato al petto.  

giovedì 16 gennaio 2014

Carlo Sibilia: "Traditori della Repubblica!"

MPS: LANNUTTI, BANKITALIA SAPEVA

16 Gennaio 2014 13:32

MPS: LANNUTTI, BANKITALIA SAPEVA ECCO LE PROVE 

ADUSBEF PRESENTA ESPOSTO-DENUNCIA CORTE APPELLO GENOVA

http://www.agenparl.it/articoli/news/economia/20140116-mps-lannutti-bankitalia-sapeva-ecco-le-prove-adusbef-presenta-esposto-denuncia-corte-appello-genova
(AGENPARL) - Roma, 16 gen - In un corposo esposto-denuncia inviato alla Corte di Appello del Tribunale di Genova, competente sul Tribunale di Siena ed alla Procura Generale di Cassazione, Adusbef ha chiesto di accertare le strane dimenticanze del Tribunale della città del Palio, in merito al ruolo della Banca d’Italia, che nonostante fosse bene a conoscenza delle operazioni strutturate di ricopertura sui derivati tossici, sembra abbia chiuso gli occhi per togliere le castagne dal fuoco da una istituzione “che non sbaglia mai perchè produce ministri e presidenti del Consiglio e della Repubblica”, fornendo l’alibi perfetto alla tesi secondo la quale Bankitalia fosse stata all’oscuro dell’operazione ‘Alexandria’, e che addirittura fosse stata ostacolata nelle sue funzioni di ‘alta Vigilanza’. La comoda tesi sostenuta nel capo di imputazione del processo che si sta celebrando a Siena, è che alla Banca d’Italia sia stato nascosto un documento dal quale emergerebbe il collegamento tra la ristrutturazione dell’operazione Alexandria e l’acquisto di 3 miliardi di euro di Btp, entrambe realizzate da MPS con Nomura, la cui mancata comprensione del collegamento avrebbe impedito alla Banca d’Italia di eccepire la corretta contabilizzazione del BTP, ipotizzata anche nell’interrogatorio reso dall’ex Capo degli Ispettori di Bankitalia Giampaolo Scardone (nel frattempo passato a Banca Carim come Vice direttore Generale) durante la testimonianza resa il 2.12.2013 dicembre 2013 (pag.186 del verbale), non regge con le carte e con l’integrale ascolto dell’udienza Link Audio Radio Radicale: http://www.radioradicale.it/soggetti/giampaolo-scardone, dove emerge chiaramente che furono i funzionari del MPS a chiarire agli ispettori il meccanismo di collegamento di Alexandria. Chiunque abbia seguito il processo ha compreso che tale tesi, secondo la quale Bankitalia fosse stata tenuta all’oscuro delle operazioni “struttura BTP 2034 e nota Alexandria” è falsa e ridicola, smentita clamorosamente dalle stesse ispezioni della Vigilanza di Bankitalia iniziate l’11 maggio e concluse il 6 agosto 2010 (firmata da Vincenzo Cantarella, Biagio De Varti, Giordano Di Veglia, Angelo Rivieccio, Federico Pierobon, Omar Qaram), ma soprattutto dalle successive ispezioni del 2011,dove gli ispettori della Banca d'Italia esaminarono i numeri di Banca Mps, nel quale dedussero esplicitamente il collegamento tra l'operazione di ristrutturazione Alexandria e i repo sui BTp condotti con la controparte Nomura, oltre che dal rapporto che la Banca d’Italia fornisce alla Consob nel mese di aprile 2012, quindi 5 mesi prima del supposto ritrovamento del Mandate il documento che legava esplicitamente le due operazioni in una oscura cassaforte. Se non fosse stato così evidente, come mai il rapporto ispettivo di Bankitalia, che mise in luce il collegamento del repo sui BTp al 2034, la cui connessione fu fornita dai dirigenti del MPS, dedusse che avrebbe creato un serio problema di liquidità alla banca, con possibili impatti della sola operazione repo BTp con Nomura, tale da mettere a rischio la stessa sopravvivenza della banca ? Già in un precedente esposto-denuncia inviato il 25 gennaio 2013 alle Procure della Repubblica, tra le quali Siena, Adusbef aveva ipotizzato l’esatta ricostruzione delle dinamiche truffaldine messe in atto dal Monte dei Paschi, con il diretto concorso della Banca d’Italia, che nonostante le ripetute ispezioni aveva fatto finta di non vedere. Negli esposti Adusbef ricostruisce le fasi di acquisizione di Antonveneta, annunciato l'8 novembre 2007 da MPS, per 10,3 miliardi di euro accollandosi anche 7,9 miliardi di debiti, quando appena sessanta giorni prima gli spagnoli del Banco Santander di Botin- Opus Dei, molto vicino al banchiere Ior Gotti Tedeschi a sua volta vicinissimo a Mussari (come risulta dalle agende dell'ex presidente di Mps) avevano rilevato la stessa Antonveneta per 6,3 miliardi. Tutte le acquisizioni e le fusioni tra gli istituti di credito, devono passare al vaglio preventivo della Banca d'Italia, che deve valutare la sostenibilità finanziaria, la sana e prudente gestione, l'impatto sui bilanci e sul conto economico, ai fini della stabilità e per non mettere a rischio il risparmio dei depositanti da operazioni azzardate o sopravvalutate. Ai tempi dell'acquisizione, ricopriva la carica di Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, con la signora Anna Maria Tarantola, attuale presidente della Rai, ai vertici dell'ufficio di Vigilanza, Fabrizio Saccomanni direttore Generale. Già dalle relazioni della Vigilanza di Bankitalia che nel 2010 fa visita al Monte dei Paschi di Siena, emergono risultanze parzialmente sfavorevoli, con i punti di debolezza. Per quel che riguarda i profili organizzativi e di controllo gli ispettori scrivono: «La regolamentazione delle operazioni finanziarie deve essere estesa ai veicoli di diritto estero, al fine di evitare che possano essere assunte posizioni non monitorabili dalle strutture di controllo» (ovvero: siccome ci sono più centri decisionali in grado di assumere rischi ad esempio acquistando finanza strutturata, è opportuno che la capogruppo sia in grado di conoscere i rischi che tutti questi altri centri si assumono). La relazione prosegue: «L’azione dei comitati interni è incerta, poco incisivo l’operato del comitato rischi, le decisioni prese nei comitati finanza e di stress non vengono riportate con regolarità al consiglio» (cioè ognuno assume rischi come gli pare e il Consiglio non sa niente). «La struttura commerciale si raccorda in modo insufficiente con quella che gestisce i rischi finanziari derivanti da prodotti che includono derivati. Poco efficace anche il coordinamento dei vari risk Taking Center, la cui sovrapposizione operativa è stata assecondata assegnando crescenti obiettivi di profitto all’area Tesoreria, Capital Managment e Direzione Global Market» (in altre parole, i dirigenti di queste aree si sovrappongono pur di fare profitto senza monitorare i rischi).«L’orientamento del gruppo verso l’assunzione dei rischi escluso dal computo dei requisiti prudenziali non si è accompagnato al rafforzamento, anche in termini di risorse addette, dei relativi presidi di riscontro» (come dire che hai comprato il treno ma non hai assunto il macchinista e lo fai guidare ad uno che non ha la patente). A maggior riprova della mancanza di competenza nella capacità di gestire i rischi assunti, Bankitalia scrive: «Il Risk managment non riscontra le valorizzazioni dei fondi hedge e di private equity, né le posizioni detenute da numerose controllate estere». Ed erano appunto le controllate estere a fare le famose operazioni Alexandria e Santorini, di cui Bankitalia dice di non sapere nulla, nonostante sulla relazione ispettiva scriva: «Alcuni investimenti a lungo termine presentano profili di rischio non adeguatamente controllati né riferiti dall’esecutivo all’organo amministrativo. In particolare si sono determinati consistenti assorbimenti di liquidità (oltre 1,8 miliardi) riferiti a due operazioni, del complessivo importo nominale di 5 miliardi di euro, stipulate con Nomura e Deutsche Bank Londra» ossia dell’operazione Alexandria e Santorini che “potevano mettere a rischio la sopravvivenza della banca”. Bankitalia conosceva queste operazioni, e sapeva che non erano adeguatamente monitorate. Inoltre tutte queste operazioni vanno scritte in un bilancio, e poiché il controllo della correttezza contabile spetta alla Consob, (ed è difficile immaginare che la nocività si sia manifestata negli ultimi tre mesi) se ne deduce che anche Consob non abbia garantito negli anni al mercato ed agli investitori la dovuta trasparenza sulla situazione contabile e finanziaria di Montepaschi. Una Consob stile Vegas-Caputi silente e contigua, che dopo aver ricevuto nel luglio 2012 in un esposto, l’esatta ricostruzione delle operazioni in derivati contabilizzate in modo da occultare le perdite nel bilancio Mps nella ristrutturazione di Santorini fatta da Mps con Deutsche Bank, e di Alexandria con Nomura, ha avallato tutte le operazioni sporche di bilancio, a differenza della Bafin, omologa autorità tedesca, che ha contestato nel novembre 2013 al top management di Deutsche Bank, la falsa contabilizzazione del derivato Santorini da parte del ramo finanza della banca d' affari tedesca, ipotizzando che dietro Santorini fosse nascosta la condivisione dell' occultamento delle perdite di bilancio di Mps tra i manager Deutsche Bank e quelli Mps. Adusbef confida che la Procura Generale di Cassazione e la Corte di Appello di Genova, possano aprire un’inchiesta sull’operato di un Tribunale, che non vuole vedere le pesanti responsabilità della Banca d’Italia e la sua palese omessa vigilanza, aggiungendo al danno sofferto da risparmiatori, azionisti, lavoratori e contribuenti chiamati a ripianare le perdite di un crack bancario per oltre 4 miliardi di euro, la beffa di esonero di responsabilità per l’ex Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, la signora Anna Maria Tarantola, attuale presidente della Rai, i vertici dell'ufficio di Vigilanza, e l’ex direttore Fabrizio Saccomanni attuale ministro dell’Economia.