martedì 23 dicembre 2014

Commissione d’inchiesta bicamerale sullo scandalo derivati

GABANELLI: ITALIA ALLA DERIVA-TI – IL TESORO HA IN PANCIA DERIVATI PER 160 MILIARDI E HA GIÀ DOVUTO RIMBORSARE 2 MILIARDI A MORGAN STANLEY – ADESSO VIENE FUORI CHE IL RISCHIO PERDITE NEL 2013 AMMONTA A 34 MILIARDI

Nella legge di Stabilità torna nuovamente una norma, già bocciata in passato, che autorizza lo Stato a fornire alle banche garanzie anche per cassa sui derivati. Milena Gabanelli: serve una commissione d’inchiesta bicamerale…

DAGOSPIA

Milena Gabanelli per il “Corriere della Sera”

carlo fuortes e pier carlo padoan carlo fuortes e pier carlo padoan
 
A fine 2011, imperava lo spread: cadeva Berlusconi arrivava Monti a «salvare» il Paese ed Elsa Fornero imponeva con qualche lacrima la nota riforma pensionistica che ha creato gli esodati.
 
In questo bailamme, è passato quasi inosservato il pagamento pronta cassa di oltre 2 miliardi di euro che lo Stato ha fatto alla banca americana Morgan Stanley. Soldi del contribuente italiano, che sono serviti a chiudere anticipatamente un derivato stipulato anni prima dal ministero del Tesoro nella speranza di risparmiare. Era una scommessa, che purtroppo è andata male.
 
Ad accorgersene, pare strano, sono stati i giornali stranieri. Passa qualche mese e a marzo 2012 finalmente l’onorevole Idv Antonio Borghesi fa partire un’interrogazione parlamentare. Il Tesoro risponde a mezza bocca, manda avanti il sottosegretario all’Istruzione, ma finalmente — dopo anni di richieste — si viene a sapere quanti derivati lo Stato ha in pancia: 160 miliardi di euro. Cioè un numero pari a circa l’8% di tutto il nostro debito pubblico.
 
matteo renzi pier carlo padoan matteo renzi pier carlo padoan
 
Il Parlamento torna a dormire un altro po’ e siamo al 2013. Un’indagine riservata della Corte dei conti sui derivati finisce nelle mani di qualche giornalista: stavolta viene a galla che su tutta quella montagna di derivati lo Stato ci sta perdendo, e le cifre sono grosse. Il Tesoro tace.

Il ministro Saccomanni minimizza. Anzi, su iniziativa del direttore Maria Cannata, il ministero dell’Economia e delle Finanze rilancia: un progetto da realizzare tramite la legge di Stabilità per l’anno 2014 dice che, oltre ai derivati nuovi, lo Stato potrà fornire garanzie sui derivati già stipulati, «anche» per cassa. Sospettiamo che «anche» per le banche voglia dire:

ministero del Tesoro ministero del Tesoro
 
«Sicuramente». Per semplificare, se la scommessa (il derivato) sta andando male per — diciamo — 1 miliardo di euro, la banca può chiedere allo Stato di congelare su un conto una bella fetta di questa somma a garanzia dei suoi impegni. Prima non succedeva: la parola del governo era sufficiente. Ma ora le banche non si fidano più dello Stato e chiedono contante in garanzia. Guarda caso, altri Paesi ritenuti poco affidabili, come Irlanda e Portogallo, proprio su pressione delle banche, avevano poco prima varato la stessa norma.
 
Nel complesso, c’è chi dice che lo Stato dovrebbe sborsare fino a 8 miliardi di garanzie e succede un finimondo. La Direzione II del ministero dell’Economia e delle Finanze vuole tirare dritto, ma le critiche sono pesanti e bipartisan e la misura non passa.
 
MILENA GABANELLI NELLA REDAZIONE DI REPORT FOTO LUCIANO VITI PER SETTE MILENA GABANELLI NELLA REDAZIONE DI REPORT FOTO LUCIANO VITI PER SETTE 
 
Tutto tace per un altro po’, ma nella legge di Stabilità 2015 ecco che rifà capolino la norma sulla garanzia pro-banche. Ricomincia il balletto parlamentare: arriva una nuova interpellanza — questa volta di Daniele Pesco, M5S — il Tesoro minimizza ed a parlare lo scorso 5 dicembre arriva Massimo Cassano, sottosegretario di Stato per il Lavoro e le politiche sociali. Insomma, pare che dei derivati ne parlino tutti, tranne quelli del ministero dell’Economia e delle Finanze.

Stavolta, per bocca del sottosegretario Cassano esce qualche numero in più: «Le operazioni in derivati hanno generato un esborso netto nel 2013 di poco superiore ai 3 miliardi (…) il valore di mercato, aggiornato al secondo trimestre 2014, è negativo per 34,428 miliardi di euro». Traduzione: solo nel 2013 abbiamo già pagato 3 miliardi di euro sui derivati e si rischiano 34 miliardi di perdite totali.
 
derivati Morgan Stanley derivati Morgan Stanley 
 
Saccomanni disse di stare tranquilli, perché rischiare di perdere, non vuole dire perderli per davvero. Sarà stato anche vero, ma se ora su quelle perdite potenziali bisogna dare liquidità in garanzia, il discorso cambia. I soldi escono per davvero, così la banca può stare tranquilla.

 Qualcuno chiede una nuova Commissione d’indagine (la terza in dieci anni?). Forse sarebbe più opportuna una Commissione d’inchiesta bicamerale, dove i componenti hanno gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria bicamerale, magari come quella sui rifiuti tossici. D’altronde, in fatto di tossicità, non siamo lontani.

sabato 13 dicembre 2014

Usura, don Ciotti contro Unicredit e Montepaschi

Usura, don Ciotti contro Unicredit e Montepaschi: “Rubano e uccidono economia”

Il Fatto Quotidiano. di Lucio Musolino

Video: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/12/13/usura-don-ciotti-contro-unicredit-e-monte-paschi-rubano-e-uccidono-economia/322204/

“Chi ha i conti con l’Unicredit, con Monte dei Paschi di Siena e banche collaterali si prepari a ritirare i suoi soldi da quegli istituti di credito”. L’invito lo ha lanciato don Luigi Ciotti, ieri a Gioia Tauro al fianco dell’imprenditore Nino Demasi, usurato dalle banche che non lo risarciscono dopo essere state condannate in Cassazione per avergli applicato tassi superiori a quelli consentiti dalla legge. Su richiesta di don Ciotti, i dipendenti dell’azienda Demasi, che rischiano di essere licenziati a fine mese, hanno interrotto lo sciopero della fame indetto tre giorni fa in attesa della riunione del 18 dicembre a Roma tra l’imprenditore, il governo e le banche. “Se da quel tavolo non uscirà una soluzione, chiederemo alle persone oneste di chiudere i conti correnti accesi in quelle banche che rubano e assassinano l’economia”. All’incontro con don Ciotti hanno partecipato anche i lavoratori e i sindacati che aspettano risposte la settimana prossima. Risposte che, se non arrivano, provocheranno nuove proteste. E non sono escluse iniziative forti come il blocco dell’autostrada o delle stazioni ferroviarie.

giovedì 11 dicembre 2014

Nuova indagine sulle banche USA

Nuova indagine sulle banche USA padrone delle commodity
di Mario Lettieri - Paolo Raimondi - 10/12/2014
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=50008
Fonte: Arianna editrice

Le grandi banche sono state pizzicate a speculare alla grande sulle commodity, sulle materie prime, sui cereali e su altri prodotti alimentari.
La Commissione d’Indagine del Senato americano, diretta dal democratico Carl Levin e dal repubblicano John McCain, ha pubblicato un dossier di 400 pagine dal titolo “Wall Street bank involvement with physical commodities” per denunciare con dovizia di dettagli come le “too big to fail” stiano manipolando, ovviamente  a loro vantaggio, i mercati delle commodity. Naturalmente tutto ciò con riverberi sui mercati internazionali.
Per due anni la Commissione ha indagato sui casi più eclatanti che evidenziano come “il massiccio coinvolgimento di Wall Street nelle commodity mette a rischio  la nostra economia, le nostre imprese e l’integrità dei nostri mercati. Bisogna reintrodurre - continua la Commissione - la separazione tra banca e commercio per prevenire che Wall Street utilizzi informazioni non di pubblico dominio a suo profitto e a spese dell’industria e quindi dei cittadini”. Ciò non vale soltanto per gli Stati Uniti ma per il mondo intero.
La Commissione sta procedendo con delle audizioni pubbliche per dimostrare come alcune banche abbiano fatto aumentare artificialmente i prezzi delle materie prime e speculato in derivati sulle stesse, sfruttando gli “effetti provocati” dalle manipolazioni. Il senatore Levin avverte anche di possibili futuri rischi sistemici per l’economia dovuti al fatto che le banche sono coinvolte in imprese esposte ad alti rischi di catastrofi ambientali.
Sono state analizzate in particolare le attività delle solite maggiori banche americane, tra cui la Goldman Sachs, la JP Morgan Chase, la Morgan Stanley e la Bank of America.
La Goldman avrebbe “assunto” il controllo del mercato dell’alluminio. Nel 2010 ha acquistato la Metro International Trade Services di Detroit, che gestisce lo stoccaggio certificato dalla London Metal Exchange, la principale borsa mondiale dei metalli. Nei suoi magazzini ci sarebbe l’85% di tutto l’alluminio contrattato alla borsa di Londra per il mercato americano. Trattasi di 1,6 milioni di metri cubi di alluminio pari al 25% dell’interno consumo annuale in Nord America. La banca ha aumentato la sua proprietà diretta di alluminio passando da una quantità pari a 100 milioni di  dollari a 3 miliardi. Possiede, tra l’altro, anche un’impresa che  commercia uranio e due grandi miniere di carbone in Colombia!
Il meccanismo messo in atto sembra piuttosto semplice. Attraverso varie manipolazioni e fittizi spostamenti di ingenti quantità da un magazzino all’altro la Goldman Sachs sarebbe riuscita a determinare ritardi nelle consegne del metallo alle industrie acquirenti. Invece dei 40 giorni necessari nel 2010, lo scorso settembre il tempo di consegna è stato di ben 600 giorni! Ovviamente ciò ha prodotto un aumento sul costo dello  stoccaggio, la cui percentuale su quello totale è passata dal 6% del 2010 al 20% di oggi. Naturalmente tutto a beneficio di Metro-Goldman. La conseguenza è stata un’impennata dei prezzi dell’alluminio tanto che molte imprese colpite hanno denunciato la manipolazione, tra cui la Coca Cola. Sembra che al “giochetto degli spostamenti” abbiano partecipato anche altre banche come la Deutsche Bank e l’hedge fund inglese Red Kite,
I profitti realizzati con l’aumento dei prezzi di stoccaggio per la Goldman sono stati soltanto una piccola parte del guadagno. Il  vero business lo hanno fatto con le speculazioni sui future dell’alluminio e con altri derivati costruiti in base alla manipolazione dei prezzi e alla posizione di monopolio dello stoccaggio.
Da parte sua la JP Morgan Chase ha ammassato grandi quantità di materie prime per un valore di mercato di 17,4 miliardi di dollari pari al 12% del suo capitale di base, il cosiddetto Tier 1. Poiché sono stati superati abbondantemente i limiti permessi, la banca furbescamente ha sottostimato di quasi due terzi tale valore prima di rendicontarlo alla Federal Reserve.  E’ arrivata anche a possedere fino al 60% di tutto il rame negoziato sui mercati mondiali. Nel campo energetico possiede 25 milioni di barili di petrolio e controlla 19 centri di immagazzinamento di gas.
La Morgan Stanley invece controlla 58 milioni di barili di petrolio. Possiede 100 petroliere e circa 8.000 km di oleodotti. E’ padrona di 18 centri di immagazzinamento di gas. Contemporaneamente sta costruendo la propria centrale di compressione del gas ed è la fornitrice privilegiata di carburante per alcune grandi compagnie aeree.
La Bank of America ha 35 centri di stoccaggio di petrolio e 54 di gas.
In altre parole, all’ombra di una troppo abusata “globalizzazione” che tutto giustifica, le banche fanno sempre meno gli istituti di credito e, forti anche dei capitali ottenuti a tassi di favore dal governo, si mettono in diretta competizione con le imprese che operano nei settori dell’industria, dell’agricoltura, del commercio, della lavorazione e dello sfruttamento delle materie prime fino a determinarne i comportamenti e la stessa sopravvivenza.
Appare chiaro l’intreccio perverso tra banche e organismi di controllo che evidentemente non hanno fatto il loro dovere.
Avviata l’indagine senatoriale, la Goldman Sachs si è affrettata a licenziare due suoi importanti operatori coinvolti nelle manipolazione. Si è scoperto però che prima essi avevano lavorato per la Federal Reserve di New York. Del resto è noto che l’attuale capo della Fed di New York, William Dudley, è stato un alto dirigente della Goldman fino al 2005
E’ certamente importante che la Commissione d’Indagine del Senato lavori su questi casi specifici. In passato la stessa Commissione in verità aveva denunciato le responsabilità delle grandi banche americane nella crisi finanziaria globale dei mutui subprime, dei derivati Otc e dei titoli tossici. Il fatto che, a distanza di anni, si debba ancora denunciare simili gravi comportamenti, dovrebbe suonare come un vero allarme sui rischi sistemici di una finanza che purtroppo continua a ritenersi  l’ agnello d’oro” da adorare sempre.
Ci saremmo aspettati che a Brisbane si fosse parlato anche di ciò.

domenica 7 dicembre 2014

LA CASSAZIONE CONFERMA CONDANNE A CESARE GERONZI E MATTEO ARPE

6 dic 2014 12:10

LATTE MARCIO - NEL PROCESSO PER LA VENDITA ALLA PARMALAT DELLE ACQUE MINERALI CIAPPAZZI, LA CASSAZIONE CONFERMA LE CONDANNE DI CESARE GERONZI E MATTEO ARPE MA DISPONE DI RIDURRE LE PENE PER L’INTERVENUTA PRESCRIZIONE - - - - -

Tra gli imputati l’ex presidente di Banca di Roma-Capitalia, Cesare Geronzi, l’allora direttore generale di Capitalia, Matteo Arpe - Il 7 giugno 2013 la corte d’appello di Bologna aveva confermato le condanne di primo grado: a Geronzi erano stati inflitti cinque anni per bancarotta e usura, ad Arpe tre anni e sette mesi per la sola bancarotta… 

DAGOSPIA

Cesare Geronzi Cesare Geronzi
R.E. per “la Stampa”

Impianto accusatorio sostanzialmente confermato, ma pene da rivedere al ribasso per l’intervenuta prescrizione e la riqualificazione di alcuni reati. Questo il verdetto della Cassazione, giunto ieri in serata, sulla vicenda giudiziaria relativa alla vendita alla Parmalat delle acque minerali Ciappazzi.

MATTEO ARPE MATTEO ARPE
Tra gli imputati l’ex presidente di Banca di Roma-Capitalia, Cesare Geronzi, l’allora direttore generale di Capitalia, Matteo Arpe, e altri sei manager della banca. Il 7 giugno 2013 la corte d’appello di Bologna aveva confermato le condanne di primo grado: a Geronzi erano stati inflitti cinque anni per bancarotta e usura, ad Arpe tre anni e sette mesi per la sola bancarotta. Condanne anche per gli altri imputati.

CALISTO TANZI CALISTO TANZI

mercoledì 3 dicembre 2014

La casta di Bankitalia: Visco guadagna 450.000

/ La casta di Bankitalia: Visco guadagna 450.000 euro all'anno

La casta di Bankitalia: Visco guadagna 450.000 euro all'anno

La casta di Bankitalia: Visco guadagna 450.000 euro all'anno

Continua quello che il Prof. Alberto Bagnai chiamò il "golpe" della Banca d'Italia..

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=9647

di Francesca Morandi
Non un taglio netto agli stipendi per i vertici della Banca d’Italia, ma solo qualche “sforbiciata”. Secondo le recenti decisioni del Consiglio Superiore di Via Nazionale la retribuzione annua del governatore Ignazio Visco calerà da 496mila a 450mila euro lordi all’anno, con una diminuzione di 46mila euro. La remunerazione del direttore generale Salvatore Rossi passerà da 450mila a 400mila euro. Troppo poco per il presidente di Adusbef (Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari), Elio Lannutti che in una nota, nei giorni scorsi, ha definito il sacrificio <insufficiente e provocatorio in una fase di gravissima crisi  economica per il Paese>.
Resteranno invariati i compensi dei vicedirettori generali della Banca d’Italia, che ammontano a 315 mila euro annui. Cifre astronomiche per la “gente comune” e numeri eccessivi anche per il governo che, con il decreto sulla riduzione degli stipendi dei manager pubblici aveva fissato, lo scorso aprile, un tetto di 240mila euro annui a tutti gli stipendi statali. 
Tuttavia, Bankitalia ha deciso di non adeguarsi giustificando la sua decisione in virtù dell’indipendenza finanziaria dell’Istituto di via Nazionale.  Sebbene la Banca d’Italia sia riconosciuta come “istituzione dello Stato italiano” - motivo per il quale la nomina del governatore avviene con decreto del  presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia -,  è una società a capitale privato. Ma lo schiaffo ai “cittadini normali”, milioni dei quali vessati dai debiti e disoccupati, resta sonoro.  Finora il governatore della Banca d’Italia Visco ha guadagnato 496.000 euro all’anno,  più del presidente della Bce, Mario Draghi, (375.000 euro l’anno) e del presidente della Federal Reserve, Janet Yellen (346 mila euro l’anno). 
Ma gli stipendi stellari dei vertici di Bankitalia sono solo la punta dell’iceberg di quello che l’economista Alberto Bagnai ha chiamato un golpe nel suo libro “Il Tramonto dell’Euro” (ed. Imprimatur – 2012), in riferimento al cosiddetto “divorzio” avvenuto tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro nel 1981, un provvedimento ufficialmente giustificato dall’obiettivo di controllare le dinamiche inflattive prodotte a partire dallo shock petrolifero del 1973 e seguite all’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (SME), ma che  ebbe effetti devastanti sull’economia italiana. .  
Prima del “divorzio” la Banca d’Italia si impegnava ad acquistare tutti i titoli non collocati presso gli investitori privati. Un sistema che garantiva il finanziamento della spesa pubblica e la creazione della base monetaria che provvedevano alla crescita dell’economia reale del Paese.  In seguito alla separazione tra la Banca d’Italia il Tesoro, lo Stato italiano dovette invece collocare i titoli del proprio debito pubblico sul mercato finanziario privato a tassi d’interesse molto più alti, e con un conseguente indebitamento estero maggiore. 
Secondo Marco Saba, direttore di ricerca presso il Centro Studi Monetari di Milano (http://www.studimonetari.org/), "la privatizzazione della Banca d’Italia, diventata ufficiale con il decreto Imu-Bankitalia del gennaio 2014, sta nel fatto che tutte le sue proprietà, che appartenevano allo Stato italiano, tra cui le riserve della Lira, non sono state restituite al Ministero del Tesoro. Così le 2.700 tonnellate d’oro, gli 800 immobili e le riserve valutarie della Banca d’Italia che andavano restituite allo Stato italiano sono state lasciate in eredità agli stessi banchieri che si sono appropriati di una massa enorme di denaro pubblico. Con la privatizzazione della Banca d'Italia non solo si è fatto un “regalo” ai banchieri di 7.5 miliardi di euro in virtù della rivalutazione delle quote voluta dal governo con il recente decreto, ma si è consegnato alla Banca d’Italia un patrimonio che vale almeno 700 miliardi di euro".