Scopri la storia nascosta e i piani che manipolano la finanza e il potere globale.
mercoledì 13 gennaio 2016
LIBIA: la guerra della NATO per il colonialismo francese in Africa
Gli "ameri-cani da guardia" del colonialismo francese
E-mail di Hilary Clinton rilevano il vero motivo dell'intervento della Nato in Libia
http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=13915
L’obiettivo reale era eliminare, annullare l’influenza di Gheddafi nell’Africa francofona. La lotta per l'emancipazione dell'Africa dal franco è stata fatale
Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha recentemente rivelato una
serie di messaggi di posta elettronica del 2011 della candidata alla
presidenza Hillary Clinton, che chiariscono una volta per tutti i veri
motivi dietro l'aggressione della Nato contro la Libia del 2011.
Sono quasi 3.000 le conversazioni che il Dipartimento di Stato ha reso
pubbliche su ordine di un tribunale. Secondo quanto riporta il Foreign Policy,
una email inviata il 2 aprile 2011 dal funzionario Sidney Blumenthal
(stretto collaboratore prima di Bill Clinton e poi di Hillary) a Hillary
Clinton, dall’eloquente titolo “France’s client & Qaddafi’s gold”,
racconta i retroscena dell’intervento franco-inglese e rivela
chiaramente i fini del presidente francese Nicolas Sarkozy in Libia:
ottenere il petrolio, riaffermare la potenza militare francese e evitare
l'influenza di Gheddafi nelll'Africa "francofona".
La posta in gioco, l’obiettivo reale era eliminare, annullare l’influenza di Gheddafi nell’Africa francofona
dal momento che lo stesso Gheddafi aveva lo scopo di sostituire il
FRANC CFA, una valuta utilizzata da 14 ex colonie francesi (creata nel
1945) che comportava una serie di obblighi nei confronti del tesoro
francese.
La parte più sbalorditiva scrive anche il sito Infowars che riporta la
notizia, è il lungo resoconto sull’enorme minaccia che l’oro e
l’argento, contenuti nelle riserve di Gheddafi (stimate in 143
tonnellate di oro e altrettanti di argento) potrebbero portare alla
valuta Franc CFA in circolazione come moneta africana nell’africa
francofona.
Questa riserva di oro è stata accumulata da Gheddafi prima della guerra
civile in Libia del 2011, ed era destinata ad essere utilizzata per
instaurare una valuta panafricana basata sul dinaro libico d’oro.
Questo piano era stato concepito per fornire ai paesi francofoni un’alternartiva al CFA e quindi una sostanziale indipendenza dal tesoro francese.
.....
Riguardate questo video in cui il Comandante Chavez anticipava tutto
quello che si è rivelato come la verità, con il chiaro riferimento ai
sette miliardi di riserve in oro e argento in possesso di Tripoli.
lunedì 11 gennaio 2016
FRODI BANCARIE E BANCA D’ITALIA AGLI STRANIERI
FRODI BANCARIE E RIFORME DELLA SINISTRA: BANCA D’ITALIA AGLI STRANIERI
Posted on 04/01/2016
FRODI BANCARIE E RIFORME DELLA “SINISTRA”:
BANCA D’ITALIA AGLI STRANIERI
Nel
mio precedente articolo, ho evidenziato come la classe dei banchieri, o
meglio dei capitalisti finanziari (improduttivi) è portatrice di un
interesse economico confliggente con quello dei lavoratori e dei
risparmiatori (cioè dei produttori di ricchezza reale), e come essa
storicamente ha sempre lavorato per arricchirsi mediante frodi e usura a
loro danno, nonché per ottenere dalla politica la legittimazione di
tali attività e lo scarico su contribuenti, risparmiatori e lavoratori
dei danni da esse cagionati (ciò non solo in Italia: v. Mario Margiocco,
Il disastro americano, in in Nuova Storia Contemporanea, maggio-giugno 2015).
Quando
si vanta delle sue riforme, l’orgogliosa sinistra “democratica”
stranamente scorda quelle della Banca d’Italia del dicembre 2006 (Prodi)
e del gennaio 2014 (Letta). E fa bene a scordarsene, perché i disastri
di MPS di Banca Popolare dell’Etruria, et cetera, successivi al 2006,
non sarebbero avvenuti se la Banca d’Italia avesse vigilato sulle frodi e
sugli abusi in via di esecuzione da parte del management di quelle
banche. E la “sinistra”, con quelle due riforme – riforme peggiorative
per gli interessi collettivi, migliorative per quelli della classe
finanziaria – aveva donato la Banca d’Italia (il possesso pressoché
totale del suo capitale sociale, quindi dei voti assembleari) ai
banchieri privati, così rendendo molto improbabile che essi vigilassero
su (contro) se stessi (o i propri colleghi) per limitare i loro ingiusti
profitti sui risparmi e sugli investimenti dei cittadini.
Scrivevo in Sbankitalia (2014, 2a
edizione, pagg. 32 ss)“Secondo lo statuto [attuale di Bankitalia] il
potere dei partecipanti riguarda l’approvazione del bilancio e la
nomina del Consiglio Superiore [di Bankitalia]… Il Consiglio Superiore svolge funzioni amministrative, e partecipa con ruolo consultivo (ma vincolante) al processo di nomina del Governatore, che dirige le attività di vigilanza insieme al resto del Direttorio. …
La possibilità di conflitti di interesse è ovvia, nei termini suddetti,
e comporta l’incompatibilità dei partecipanti alla posizione di
partecipanti-elettori del Consiglio Superiore. Pensiamo a tutti i
derivati-spazzatura in cui le banche italiane hanno confezionato i loro
crediti in sofferenza per sbolognarli a risparmiatori abbindolati da
false rassicurazioni, vere e proprie consulenze in conflitto di
interessi, degli impiegati “promotori finanziari” costretti a ingannarli; e ciò stato possibile anche grazie a carenze ed omissioni della
sorveglianza di BdI. Significativo è il fatto che sono state fatte
molte riforme dello statuto della BdI, ma mai una per togliere questa
contraddizione: evidentemente alle banche private partecipanti fa molto
comodo essere giudici di se stesse, e non vogliono rinunciare a questo
aberrante privilegio. Il che dimostra all’atto pratico che i loro
interessi sono in contrasto con quelli della generalità, sicché non
dovrebbero nemmeno essere autorizzate a partecipare, tanto più che,
come si legge nel medesimo passaggio, il Consiglio Superiore ha un
ruolo vincolante nella nomina del Governatore, che è l’organo a cui
competono la vigilanza e la politica monetaria (ormai integrata nel
Sistema Europeo delle Banche Centrali), ossia le funzioni più
schiettamente pubblicistiche e inconciliabili con gli interessi di soci
privati. In passato, a mo’ di foglia di fico, le banche avevano
delegato stabilmente quasi tutti i poteri al Governatore, col risultato
di renderlo inamovibile, come documentato dal grande lavoro e dal grande
tempo che è occorso per scacciare Antonio Fazio, a torto o a ragione.
Inoltre le quote sono molto concentrate: due sole banche, Banca Intesa e
Unicredit, ne detengono più del 50%, il che alimenta il sospetto che
possano condizionare le scelte di via Nazionale.
Ma
la prova più eclatante dell’incompatibilità dei partecipanti privati
con le finalità della BdI come Istituto pubblico, a causa dei loro
interessi di parte, divergenti da quelli collettivi, è data dalla
relazione riservata, qui in appendice, sull’aggiornamento del valore
delle quote, fatta evidentemente da un organo centrale della banca ai
partecipanti, e in cui si istiga a boicottare l’attuazione di una
legge dello Stato – la 262/2005 – in quanto disponente la
nazionalizzazione della proprietà della BdI2.
In sostanza, sono questi soci, questi imprenditori privati, a farsi e a
disfarsi le regole, statutarie e non, e a bloccare la volontà persino
del legislatore. Chissà perché i Radicali non promuovono qualche
referendum abrogativo contro la riforma privatizzante del 2006…
Banchieri
e finanzieri italiani e di tutta l’area occidentale, detentori del
potere monetario e creditizio, col loro seguito di economisti in
carriera e di istituzioni controllate come l’UE, la BCE, il FMI, si
oppongono alla nazionalizzazione delle banche centrali di emissione e
ad ogni potere pubblico di direzione su di esse, affermando che le
banche centrali debbano essere indipendenti dalla politica, perché i
politici userebbero male il potere monetario, demagogicamente. Quindi è
meglio che resti in mano ai banchieri e ai finanzieri. Che vedono più
lontano e che perseguono la stabilità di lungo termine.
Questa
tesi, oltre ad essere interessata, è smentita dai fatti, poiché le
banche centrali “indipendenti” dalla politica, cioè dai parlamenti e
dai governi, come la BdI, la Fed, la BCE, e molte altre, hanno usato il
loro potere in modo utile a coloro che le gestiscono, ma rovinoso per
la collettività. E non hanno perseguito interessi e stabilità di lungo
termine, ma interessi di brevissimo termine. Esse sono responsabili per
complicità, omertà ed omissione delle pratiche bancarie fraudolente
(derivati, cartolarizzazioni, bolle) che hanno prodotto la presente
serie di crisi, con tutte le sue devastazioni e sofferenze per
l’economia reale e le nazioni, e con tutti gli enormi profitti per i
banchieri e i finanzieri. L’assetto
della Banca d’Italia – BdI – nel 2013 presentava molti tratti
manifestamente inaccettabili dal punto di vista della logica, del
conflitto di interessi, della costituzionalità, del comportamento
concreto nel caso MPS-Antonveneta, in cui, giusta o sbagliata, la
percezione prevalente, al di là delle giustificazioni elargite da
Draghi (governatore al tempo dei fatti) e altri, è che essa, come organo
di sorveglianza (e così pure il Ministro e la Consob) avevano davanti
agli occhi tutti gli elementi per accorgersi di ciò che i vertici di MPS
stavano facendo (ossia comperare con anomale e sospette fretta e
modalità di pagamento congiunte a un’incredibile omissione di controlli
contabili (due diligence) una banca che aveva avuto dianzi diversi
passaggi di mano più che sospetti con strani rincari.”
04.01.16 Marco Della Luna
P.S. A queste considerazioni va però aggiunta una nuova dimensione: il tornaconto dei finanzieri stranieri, i quali, dopo
che dagli ’90, agevolati dalla violazione della vecchia norma
statutaria di Bankitalia, che prescriveva che la maggioranza delle sue
quote fossero in mano pubblica, nonché dalla privatizzazione delle tre
banche dell’Iri (pure opera della “sinistra”), controllano Bankitalia
attraverso partecipazioni indirette, approfittandone per operazioni
lucrative a danno degli Italiani, e che ora, grazie alle ultime riforme
della sinistra,
si sono definitivamente impadroniti della nostra banca centrale.
Insomma, si conferma la destinazione dell’Italia a fungere da colonia di
sfruttamento per il capitalismo finanziario straniero, che si appoggia a
collaborazionisti interni, sia nella politica che nell’alta
burocrazia. Denuncia il dr Alessandro Govoni nel seguente comunicato del 31.12.15:
Bankitalia Spa controllata al voto dal 1992 da Jp Morgan , State Street, Vanguard , BlackRock, Northern Trust , BNP Paribas ?
Sono
stati analizzati gli azionisti rappresentati al voto da Cardarelli
Angelo in Unicredit che è il delegato al voto di n. 1,8 miliardi di
azioni di Unicredit e non di 1,8 milioni di azioni, come da allegati a
comprova.
Sono
1991 azionisti che lo studio legale di Milano Cardarelli Angelo
rappresenta al voto, tutti banche o fondi stranieri , ma concentrati in
Jp Morgan , State Street, Vanguard , BlackRock, Northern Trust , BNP
Paribas. Pertanto 1,8 miliardi di di azioni su 3,5 miliardi di azioni
di Unicredit sono in mano a queste entità .
Gli
stessi hanno la maggioranza azionaria anche in Intesa , Carisbo ,
Carige e BNL attraverso delegati che apparirebbero nel Verbale di
Approvazione del Bilancio persone fisiche in realtà studi legali . In
Intesa il delegato al voto è Trevisan Gilulio, anch’esso uno studio
legale di Milano.
Unicredit,
Intesa , Carsibo , Carige e BNL detengono la maggioranza azionaria di
Bankitalia si presume dal 1992, pertanto se assicurazioni Generali ed
Inps fossero state rappresentate al voto, dal 1992 ad oggi, da una tra
Unicredit, Intesa , Carisbo , Carige e BNL (lo Statuto di Bankitalia
lo consente) 265 voti su 529 di Bankitalia Spa, quindi la maggioranza di
voto in Bankitalia Spa sarebbe detenuta indirettamente da Jp Morgan ,
State Street, Vanguard , BlackRock, Northern Trust , BNP Paribas, si
presume dal 1992.
Secondo
l’art 47 della Costituzione “la Repubblica controlla il credito” e NON
banche , fondi e trust stranieri controllano il credito , potendosi
integrare l’ attentato alla Costituzione dello Stato (notizia di
ipotizzato reato)..
Ma
Jp Morgan , State Street, Vanguard , BlackRock, Northern Trust , BNP
Paribas non sono gli stessi azionisti delle agenzie di rating ?
In
aggiunta a quanto sopra , in Unicredit , altre banche, i fondi e
trust stranieri quali Aabar Luxembourg S.a.r.l., PGFF Luxembourg
S.a.r.l, Central Bank of Lybia, Capital Research and Management Company,
detengono un altro circa complessivamente 15% (oltre 1 miliardo di
azioni) del suo capitale azionario . L’italianissima Unicredit in
realtà pertanto è per oltre il 70% di proprietà straniera.
Ma
perchè banche e fondi stranieri vollero entrare nel capitale delle
nostre banche nel 1992, controllando al contempo Banca d’Italia ?
Per poter partecipare e godere di tre colossali nuovi business che hanno avuto inizio in Italia proprio dal 1992 :
1)
dal lato delle quote interessi per poter incassare dalla clientela
(famiglie , imprese ed enti locali italiani ) quanto più possibile
eludendo le norme sull’usura attraverso la distorsione informativa di
Bankitalia sulla formula del tasso da applicare
2)da
lato quote capitali in quanto anch’esse per effetto del d.lgs n. 481
del 14 Dicembre 1992 sono diventate guadagno puro per la banca in Italia
avendo da tale data le banche operanti in Italia iniziato a creare i
prestiti elettronicamente con un semplice clik di accredito sul conto
corrente del cliente , senza ossia più prendere i soldi prestati dalle
proprie riserve di banca.
3)da lato dei contratti derivati sul tasso del tipo banca vince se tasso cala piazzati
a famiglie , imprese , enti locali e Tesoro italiani in uno scenario
preordinato di tassi al ribasso, pre-ordinato dallo stesso Governatore
di Banca d’Italia e della BCE a partire dall’entrata in vigore della L.
n. 82 del 7 Febbraio 1992 che ha conferito appunto al Governatore della
Banca Centrale il potere esclusivo di
variare di sua autonoma iniziativa il tasso (ufficiale di sconto) ed
egli lo ha variato sempre al ribasso, dal 15% di Settembre 1992 ad oggi
che è (il TUR) lo 0,05%, cosi’ arrecando centinaia di miliardi di euro
di perdite a famiglie, imprese , enti locali e Tesoro italiani (notizia
di ipotizzato reato) sui derivati sul tasso del tipo banca vince se
tasso cala da essi contratti , perdite che hanno costituito incassi
veri e propri per le banche, fondi e trust stranieri sopra menzionati compartecipati tra loro in questo immenso business ai danni dei cittadini italiani .
Il
grande business del 1992 non fu pertanto di certo gli appalti, ma la
conquista del capitale azionario delle tre banche dell’IRI (Comit,
Credito Italiano e Banco Roma , oggi corrispondenti esattamente ad
Intesa , Unicredit, Carisbo e Carige) per poi poter godere di questi tre
immensi guadagni dal 1992 ai danni dei cittadini italiani .
sabato 9 gennaio 2016
Utili derivanti dalla creazione di moneta presso la BNS o nelle banche
"Quando la moneta è prodotta dallo Stato, è quest'ultimo che, spendendola ad esempio per acquistare beni e servizi, la mette in circolo nell'economia e realizza immediatamente il controvalore, al netto dei costi di produzione. "
- Banca d'Italia
Curia Vista - Atti parlamentari
15.3391 – Interpellanza
Utili derivanti dalla creazione di moneta presso la BNS o nelle banche
https://www.parlament.ch/it/ratsbetrieb/suche-curia-vista/geschaeft?AffairId=20153391
- Depositato da
- Data del deposito
- 04.05.2015
- Depositato in
- Consiglio nazionale
- Stato delle deliberazioni
- Non ancora trattato dalla Camera
Testo depositato
Dalla metà del 19° secolo la Confederazione detiene il monopolio della messa in circolazione delle monete. Gli utili che ne derivano confluiscono nelle casse federali e ammontano a diversi milioni di franchi all'anno. Nel 2013 e nel 2014 il valore di tutte le monete era di circa 3 miliardi di franchi.Dal 1891 esiste un monopolio statale anche per l'emissione di banconote. Diversamente dalle monete, in occasione della prima messa in circolazione le banconote non sono vendute al valore nominale, bensì date dalla Banca nazionale svizzera (BNS) unicamente alle banche commerciali in cambio dei loro averi in giroconto. Nel 2013 e nel 2014 il valore di tutte le banconote era di circa 60 miliardi di franchi.
Gran parte del denaro in circolazione (massa monetaria M1), la cosiddetta moneta scritturale, è creato dalle banche private attraverso la concessione di crediti. Nel 2013 e nel 2014 il valore di questi averi di clienti (depositi a vista) ammontava a oltre 300 miliardi di franchi.
Alla luce di questa situazione si pongono le seguenti domande:
1. Come mostra il meccanismo della creazione di moneta disciplinato dalla legge, sarebbe possibile destinare risorse supplementari alla Confederazione e alla collettività se, per quanto riguarda la creazione di moneta e la prima messa in circolazione, alle banconote si applicasse lo stesso processo adottato per le monete. Per quale motivo la Confederazione rinuncia a questa fonte d'entrata, da cui nell'arco di decenni si ricaverebbero diversi miliardi di franchi?
2. Il meccanismo della creazione di moneta potrebbe essere trasferito anche alle banconote senza che si debba modificare la Costituzione?
3. Allo stato attuale, a prescindere dalle ragioni "storiche", in che modo si giustificano queste pratiche differenti relative alla creazione di moneta e alla prima messa in circolazione?
4. Come si giustifica che la creazione del surrogato della moneta contante (all'interno della massa monetaria M1), ossia la "moneta scritturale", sia affidata alle banche, mentre oggi è un fatto indiscutibile che le monete e le banconote siano emesse dallo Stato e dalla BNS?
5. La creazione della moneta scritturale come mezzo di pagamento legale (all'interno della massa monetaria M1) da parte della BNS genererebbe utili pari a 300 miliardi di franchi nell'arco di decenni e nel caso di una messa in circolazione simile a quella delle monete. Perché si rinuncia a queste entrate supplementari senza esigerne almeno una parte?
Risposta del Consiglio federale del 19.08.2015
In occasione della creazione di moneta la Banca nazionale acquista attivi e in questo modo mette in circolazione nuovo denaro sotto forma di mezzo legale di pagamento. Al riguardo si tratta di monete, banconote e soprattutto anche di moneta scritturale (giroconti delle banche commerciali presso la Banca nazionale). In particolare per le banconote e le monete questa operazione comporta notevoli costi. Attraverso la creazione di moneta la Banca nazionale accresce dapprima i suoi impegni nella misura dell'incremento della quantità di denaro della banca centrale (banconote in circolazione e giroconti). Quale controparte la Banca nazionale aumenta le sue riserve monetarie. Questi investimenti assicurano maggiore massa monetaria attraverso corrispondenti giroconti. Anche se spesso tali investimenti producono utili, la loro massimizzazione non rappresenta l'obiettivo della politica monetaria. L'impiego di questi mezzi per finanziare compiti all'interno o addirittura all'esterno della Banca nazionale è tutt'al più possibile in dimensione limitata, in particolare per il tramite della distribuzione dell'utile a Confederazione e cantoni. Un più vasto finanziamento della spesa pubblica mediante gli utili della banca centrale rischierebbe di subordinare le esigenze della stabilità politico-monetaria alla politica finanziaria.Di principio, la creazione di moneta non genera utili visto che si tratta di un'espansione del bilancio. Infatti sia gli attivi di bilancio (valore patrimoniale) che il capitale di terzi vengono aumentati sotto forma di biglietti di banca o giroconti. Dato che non deve essere rimborsato, questo capitale di terzi assume un certo carattere di capitale proprio. D'altra parte, se la politica monetaria lo richiede, la Banca nazionale deve essere in grado di ridurre rapidamente la circolazione di moneta. Per conseguire una riduzione duratura della massa monetaria la BNS deve vendere i propri attivi. In questo modo anche il patrimonio della Banca nazionale si riduce.
Anche per le banche commerciali risulta un utile limitato dalla creazione di moneta. La creazione di moneta privata avviene solo nella misura in cui, a seconda della situazione degli interessi, esiste una domanda di credito. Le banche possono dunque anch'esse espandere il bilancio nel senso che da una parte concedono crediti e allo stesso tempo aumentano i mezzi su un conto bancario. In questo modo la banca può realizzare un utile che rappresenta una fonte di finanziamento per l'attività bancaria (operazione sulle differenze di interesse) grazie ai diversi interessi di crediti e conti bancari. Questo utile deve bastare alla banca per coprire i propri costi di amministrazione e ammortizzare i diversi rischi che ne derivano (ad es. rischi di credito, rischi di tasso d'interesse).
1. Mediante la creazione di moneta (di monete, banconote o monete scritturali), la Confederazione o la Banca nazionale non potrebbe conseguire un utile sostanziale, perché questo sarebbe particolarmente limitato dalla necessità di gestione della liquidità. Di principio la massa monetaria dovrebbe aumentare a lungo termine all'incirca nella stessa misura della crescita economica. Variazioni a breve termine, talvolta consistenti, discendono dalle necessità politico-monetarie. Se lo Stato dovesse assumersi tutta la creazione del credito, attualmente contestata dalle banche commerciali, dovrebbe anche sopportare i costi e i rischi risultanti dalle operazioni di credito. A riguardo sorgerebbero notevoli conflitti di interessi se lo Stato potesse prendere decisioni sulla concessione di crediti.
2./3. Le monete sono invero coniate sotto la sovranità della Confederazione, ma la loro messa in circolazione, al pari delle banconote, è operata dalla Banca nazionale. Entrambi i meccanismi sono quindi generalmente già molto simili.
4. La concessione di crediti da parte delle banche è auspicata nel quadro di un'allocazione del capitale efficiente, visto che esse dispongono delle possibilità di trasformazione delle quantità, delle scadenze e dei rischi. Alla creazione di moneta sono tuttavia posti limiti rigidi. Da una parte la creazione di moneta scritturale da parte delle banche è limitata dalle riserve minime legali, che devono essere detenute dalle banche sotto forma di giroconti presso la Banca nazionale. Attualmente l'esigenza di una riserva minima si situa al 2,5 per cento dei loro impegni a breve termine a vista in franchi. Le riserve effettive delle banche superano attualmente il 50 per cento, per cui sono ancora lungi dall'aver esaurito il loro potenziale legale di concessione di crediti. D'altra parte le banche possono creare nuovi crediti solo se con i tassi di interesse vigenti sussiste una corrispondente domanda di crediti e soprattutto se le banche sono disposte ad accettare nuovi rischi di credito alle condizioni vigenti. Da ultimo le banche hanno un interesse alla restituzione dei crediti. D'altronde con l'ammortamento di un credito la massa monetaria creata viene di nuovo annullata. Attraverso il livello degli interessi sul mercato del franco la Banca nazionale può influenzare in maniera determinante il volume di credito. Se la concessione di crediti venisse gestita direttamente dalla Banca nazionale, ad esempio mediante un razionamento dei crediti, questo avrebbe ripercussioni indesiderate sul tasso d'interesse e quindi sull'efficacia della politica monetaria. Un possibile dilemma tra le esigenze della politica monetaria e quelle della stabilità finanziaria sull'ammontare del tasso d'interesse non verrebbe di principio risolto per mezzo di una statalizzazione della creazione di crediti.
5. La maggior parte della moneta della Banca nazionale viene già messa in circolazione sotto forma di moneta scritturale. Come descritto in precedenza, l'utile proveniente dalla creazione del credito non determina entrate supplementari, che potrebbero essere utilizzate per finanziare le uscite, ma controbilancia i costi e i rischi dell'attività bancaria, ad esempio anche quelli che discendono dalla messa a disposizione del traffico dei pagamenti.
Documenti
Cronologia / verbali
| Data | Consiglio | |
|---|---|---|
| 25.09.2015 | CN | La discussione è differita. |
Camera prioritaria
Consiglio nazionaleCofirmatari (17)
Soggetti (in tedesco
mercoledì 6 gennaio 2016
martedì 5 gennaio 2016
Banche e usura: come procurarsi le prove
Banche e usura: come procurarsi le prove
Vincenzo Imperatore
4 Gen 2016
Giustizia civile e giustizia penale: la denuncia per usura dei funzionari di banca.
Perché ciò che è illecito per le banche non trova mai un risvolto penale, un responsabile che paghi una pena? Basta andare sul web e digitare “sentenze usura” per capire quante sconfitte hanno subito gli istituti di credito che hanno dovuto “semplicemente” restituire il maltolto.
La procura di Trani è stata capace di rinviare a giudizio i vertici di Bnl, Unicredit e Banca Popolare di Bari, accusati di aver creato un sistema di tassi di usura con l’avallo della Banca d’Italia (cioè di chi aveva il dovere di controllare) i cui massimi esponenti sono stati anche’essi sottoposti a processo.
Nel 2006, il ministero dell’Interno ha sviluppato e promosso una costosa campagna pubblicitaria d’informazione che invitava le vittime a denunciare l’usura, prospettando il sostegno efficace dello Stato (in particolare delle prefetture) ed una magistratura rapida. Nel corso di circa 10 anni è emerso però che numerose prefetture e molti magistrati abbiano ritenuto la vittima di usura bancaria non una vera “vittima”. Complice anche la giungla di società di consulenza e periti che creano aspettative non veritiere, spesso l’usurato è passato come un “furbastro” che si è inventato un meccanismo per aggirare una difficile situazione economica in cui è caduto per sua incapacità. Eppure, così come confermato dai giudici investigativi di Trani, non dovrebbe esistere differenza di valutazione giuridica fra il comportamento dell’usuraio “comune” – quello che, metaforicamente, vive agli angoli delle strade e brucia l’auto di chi non paga regolarmente gli interessi – e la banca, la quale per ottenere un decreto ingiuntivo, esegue dichiarazioni false, attestanti secondo cui il credito verso il cliente è certo, liquido ed esigibile. La differenza è una sola: mentre l’usuraio rischia la galera e il sequestro della refurtiva, l’istituto non rischia nulla perché, per la maggior parte delle procure italiane, esso non commette reato ma solo illecito civile.
Arrivati a questo punto non dobbiamo accettare per principio ideologico l’idea di una magistratura asservita e poco coraggiosa; i giudici vanno aiutati anche con il nostro coraggio: quello di chi denuncia. Nel marzo del 2015, nel corso della presentazione di “Io so e ho le prove” alla Camera Penale di Napoli, mi sono confrontato con due stimatissimi magistrati, un pubblico ministero e un giudice per le indagini preliminari, che hanno spiegato in maniera semplice come le denunce penali in generale – e quindi anche quelle per usura, comportamento estorsivo, violenza privata, ecc. – vengano archiviate perché mancano due elementi fondamentali per il rinvio a giudizio: l’identificazione soggettiva di chi commette il reato e le prove.
Nel primo caso, sostenere che la banca – genericamente e senza nome e cognome del responsabile – abbia estorto denaro mette in seria difficoltà un magistrato, che in tal caso manifesta incertezza su chi deve innanzitutto interrogare. Il presidente dell’istituto? L’amministratore delegato? Il direttore generale? Il direttore di area? Il direttore di filiale? L’ultimo semplice gestore? Nella consapevolezza che le strategie commerciali vengono decise dall’alto, il consiglio dei magistrati (e anche il mio) è quello di denunciare la persona con cui si ha costantemente il contatto in banca, fosse anche l’ultimo semplice impiegato, in maniera che, interrogato al riguardo, inizi quel processo di “scaricabarile” delle responsabilità che porta quel semplice ultimo gestore a dichiarare di aver ricevuto istruzioni da chi per lui. Fino ad arrivare alla individuazione di uno o più responsabili.
Altro elemento fondamentale, anche questo sottolineato dai due giudici, è il possesso delle prove. L’usura, come qualsiasi altro reato, va provata con una perizia seria, professionale fatta da periti bancari iscritti in appositi albi e non dall’ultimo improvvisato ex intermediario finanziario che ha comprato un software specifico. Non solo, ma va dimostrato anche il comportamento estorsivo o la violenza privata e, a tal proposito, non posso che consigliare quanto più volte ribadito anche nel mio precedente libro: dotatevi di un microregistratore. Uno strumento semplice, che costa poche decine di euro, ma che può far cambiare l’esito delle sentenze. Oppure dovete convincere i testimoni che hanno ascoltato quelle minacce a testimoniare davanti al giudice.
sabato 2 gennaio 2016
Retrospettiva festa “moneta intera”
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Tel.: +41 (0)44 58 66 994, +41 (0)79 77 33 450
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