giovedì 18 agosto 2011

NON TUTTE LE SPESE SONO INUTILI

ilsecoloxix.it, 17 agosto 2011

IL COMMENTO

NON TUTTE LE SPESE
SONO INUTILI

    Genova. Farmacon in greco voleva dire sia veleno che medicina. Il concetto deve essere entrato in finanza: mentre i guai di oggi vengono dai mutui subprime di ieri (troppi soldi, troppo a buon mercato, per troppo tempo) la Fed americana ha appena deciso di tenere basso il costo del denaro per altri due anni. E di farlo sapere già da adesso. Non è una gran strategia, ma non ce ne sono altre: rating o non rating, il pieno di debiti è già stato fatto. Dopo tutto, gli Usa possono stampare moneta fin che vogliono, e tanto peggio per i creditori: questo Bernanke non l’ha detto, ma lo disse il ministro del tesoro di Kennedy, Connally: “Il dollaro è la nostra moneta ed il vostro problema”. Si chiama “diritto di signoraggio” e dice tutto: speriamo solo che il cavallo ora beva. In questa situazione anche la faccenda delle tre A perde significato: tutti hanno continuano a comperare i titoli Usa, tant’è vero che i rendimenti sono scesi.
    Curioso: da noi i debiti dello Stato hanno messo nei guai i privati; in Usa i debiti dei privati hanno messo nei guai lo Stato. Forse è in Usa che qualcuno dovrebbe chiedere più Stato. Né qua, né la, comunque, la pubblica opinione ha aiutato: da noi plaudendo alle spese ma chiedendo meno tasse, in Usa suggerendo “Salvate la gente, non le banche” con cartelli a Wall Street. Quando Bush ha seguito il consiglio (caso Lehman) è stato il disastro. Naturalmente anche l’opposto non sempre funziona: altrimenti non ci sarebbero tante recessioni e tanti premi Nobel in economia. Quando Hoover puntò al pareggio del bilancio la recessione del ’28 divenne la depressione del ’29. Nella disperazione ci si aggrappò alle idee di Keynes: per rilanciare l’economia, se i privati non investono, deve provvedere lo Stato. E i soldi? A prestito: era nato il “deficit spending”. Con esso Roosevelt salvò l’America e l’economia del mondo; e quando nel ’37 riportò in pareggio il bilancio ci fu il “double dip”, la doppia ricaduta, da cui ci tirò fuori Hitlercon la guerra: perché i soldi per le guerre si trovano, per l’economia si discute. Oggi non abbiamo un Hitler sottomano: ed allora sarà utile riflettere. Che il problema non sia solo “spendere o non spendere”, ma come spendere? Dopo tutto il Giappone ha un debito sul Pil doppio del nostro e nessuno ne parla: ma là i soldi li hanno spesi per investimenti, noi in pensioni baby. Per inciso, questo è da tempo il nostro problema: i soldi per le cose utili li mettiamo nelle cose inutili. È il risultato del muro contro muro: vabbè, una volta c’era la guerra fredda, ma oggi? Non si potrebbe provare a ragionare, magari prendendo in considerazione le proposte di tutti: vel, vel invece di aut, aut?

    Purtroppo, quando il pensiero è di massa (mi si passi l’espressione) si va a sbandate: chi si è bruciato con l’acqua calda teme la fredda. E il pendolo è il simbolo della democrazia: visto che abbiamola speso troppo per cose inutili, mettiamo un freno (anche) a quelle utili. Di qui l’idea di inserire l’obbligo del pareggio di bilancio nella Costituzione. È meglio che niente, qualche Paese ce l’ha o pensa di inserirlo (altri hanno qualcosa di simile: vedi i guai di Obama) e certamente sarebbe stato bene averlo avuto in passato. Ma a volte penso: non è un po’ come buttar via Keynes con l’acqua sporca? Non si può fare di meglio? Magari trasformando la proposta di cui sopra nell’obbligo di ridurre di 4 punti percentuali le spese correnti (sono di gran lunga la componente più grossa del bilancio dello Stato) per ogni punto percentuale di deficit/ Pil oltre il pareggio. Ammetto di essere perplesso: sembra così semplice. E magari non è neanche sbagliato.
    P.S. Per favore: prima di bocciare l’idea, vedete se è possibile renderla praticabile, anche trasformandola molto. Come dicevo: vel, vel.

    Sergio Magliola

    (ex amministratore delegato Finsider)


    Pilla denuncia per usura il Gov. della Banca d'Italia

    Rinaldo Pilla denuncia per usura il Gov. della Banca d'Italia Mario Draghi

    Le crisi o depressioni economiche, tanto quanto i crolli dei mercati finanziari, sono quindi una diretta conseguenza scientifica e matematica dell'irresponsabile politica monetaria da parte dei Governatori delle Banche Centrali.
    Rinaldo Pilla




    mercoledì 17 agosto 2011

    Rapinare l’Italia: la truffa del “risanamento”

    Rapinare l’Italia: la truffa del “risanamento” Bce-Draghi


    Quando l’Italia si sbarazzò dell’Iri, che era stata la più grande azienda del mondo al di fuori degli Usa, ottenne solo una riduzione dell’8% del debito: se oggi la Bce impone la manovra “lacrime e sangue”, è perché spera di costringere l’Italia a privatizzare quel che le resta, a cominciare da Eni, Poste e Finmeccanica. Questi i veri obiettivi della drastica politica di “risanamento” imposta dalle lobby finanziarie al riparo della Commissione Europea: lo afferma Daniele Scalea, segretario scientifico dell’Isag, Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, nonché redattore della rivista “Eurasia”. Tesi: il debito è l’alibi di chi vuol mettere le mani sui beni pubblici. Le privatizzazioni? Non hanno mai risolto il problema. Al contrario, paesi come l’Argentina sono “risorti” battendo la strada opposta: rifiutando di pagare.

    «Il recente attacco speculativo allo Stato ed alle banche italiane – scrive Scalea, in un intervento ripreso da “Megachip” – ha portato ad un Mario Draghicommissariamento del nostro paese da parte di potentati esteri». D’accordo con Usa, Francia e Germania, la Banca Centrale Europea ha cominciato ad acquistare titoli di debito pubblico italiano sul mercato, ma chiedendo in cambio pesanti contropartite. «La “politica di risanamento” che la Bce pretende dall’Italia nasconde dei palesi secondi fini, e non potrebbe essere altrimenti vista la regia – neppure tanto occulta – di potenze estere nella vicenda». Per Scalea, l’ormai famosa lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi a Berlusconi è rivelatrice: «Il duo rappresentante della Bce avrebbe infatti indicato come misura prioritaria la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano».

    L’analista di “Eurasia” non ha dubbi: «Non esiste un singolo esempio storico in cui le privatizzazioni abbiano portato ad una significativa riduzione del debito d’uno Stato». Il segretario dell’Isag cita il caso italiano dei primi anni ’90, quando «lo Stato procedette, tra le altre cose, alla dismissione di una mega-corporazione industriale-finanziaria, l’Iri», che era la settima maggiore società al mondo per fatturato, e a lungo era stata la più grande impresa planetaria non statunitense. «Ebbene, l’erario incassò in totale 198.000 miliardi di lire, pari ad appena l’8% del debito pubblico (2.500.000 miliardi di lire). Se sollievo vi fu, fu di breve durata, perché oggi il debito la regina Elisabetta d'Inghilterrapubblico italiano è di oltre 1.900 miliardi di euro, ossia quasi 3.700.000 miliardi di vecchie lire».

    Mario Draghi dovrebbe conoscere bene questo caso, aggiunge Scalea, dal momento che all’epoca delle privatizzazioni degli anni ’90 era direttore generale del Tesoro e partecipò alla tristemente nota riunione sul panfilo “Britannia” di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Lo stesso Draghi «dovrebbe ricordarsi anche di come le privatizzazioni (che già erano cominciate negli anni ’80) abbiano portato, alfine, al declino industriale dell’Italia», il paese dell’Olivetti che rinunciò a sviluppare il primo computer brevettato a Ivrea «lasciandolo in mano agli anglosassoni» e della Montedison, altra azienda all’avanguardia, che per prima aveva sperimentato gli Ogm. «Queste amare considerazioni – aggiunge Scalea – potrebbero spingerci a farne d’ancora più aspre circa la scelta del governo Berlusconi di barattare con Sarkozy la Libia e la Parmalat pur d’avere il via libera francese alla nomina di Draghi a prossimo presidente della Bce: in tempi non sospetti notavamo che l’ex dirigente di Goldman Sachs appare più vicino allafinanza anglosassone che al sistema economico italiano».

    Ma se le privatizzazioni sono inefficaci, perché Trichet e Draghi, insieme alle cosiddette “parti sociali” (Confindustria e sindacati), pongono l’enfasi su di esse? «Probabilmente – ne deduce l’analista di “Eurasia” – perché rimangono oggi alcuni bocconi ghiotti, aziende solide ed in attivo come Eni, Finmeccanica e Poste Italiane». Aziende tuttora strategiche per lo Stato italiano, «perché operative, rispettivamente, in settori come l’approvvigionamento energetico, la produzione d’armamenti, la banca e le comunicazioni». Pezzi pregiatissimi e decisivi, ai quali l’Italia potrebbe dover rinunciare: ma oltre alla preoccupante prospettiva di perdere il controllo delle industrie strategiche, lasciando in futuro settori vitali dell’economia e della potenza italiana in mano altrui, la “politica di Dean Bakerrisanamento” impone altri pesanti oneri e sacrifici alla società, come dimostra la finanziaria recentemente annunciata dal governo Berlusconi.

    «La logica, ancora una volta, è quella di spostare la ricchezza dai produttori agli speculatori, ossia dai cittadini lavoratori ed imprenditori alle banche ed ai giocatori di borsa, dal profitto e dai salari alla rendita», accusa Daniele Scalea. «È la stessa logica insita nel “quantitative easing” perseguito negli Usa, ma risponde ad una tendenza di più lungo periodo, quella della finanziarizzazione dell’economia occidentale, in cui per l’appunto la rendita e la speculazione hanno preso il sopravvento sull’economia reale e produttiva». Il professor Steve Keen, economista australiano, ha parlato del «più grande trasferimento di ricchezza della storia». L’economista statunitense Dean Baker ha scritto di una «massiccia redistribuzione del reddito agli azionisti ed agli alti dirigenti delle banche». Gli economisti Hossein Askari e Noureddine Krichene hanno affermato che «il potere d’acquisto è sottratto a lavoratori, pensionati e correntisti e donato a debitori e speculatori».

    «Non si tratta solo d’un problema di equità o iniquità, ma anche di efficienza e pragmatica», continua Scalea. «Gli stessi padri del liberismo, gli economisti politici classici dell’Inghilterra sette-ottocentesca, sottolineavano il ruolo negativo giocato dalla rendita nella crescita economica». Politiche che favoriscono la rendita sul profitto e sul salario, la speculazione sulle attività produttive, sono del resto cominciate ben prima della crisi del 2008, in parallelo con la finanziarizzazione (e deindustrializzazione) dell’economia occidentale. «Misure di “risanamento” che, per salvare speculatori e “rentier”, colpiscono i produttori e finiscono col dilapidare il capitale umano della nazione». Basti pensare ai tagli al sociale: indebolire le difese delle categorie più esposte significaGrecia protestesostanzialmente minare lo stesso sistema-paese nelle sue capacità produttive.

    «Un cittadino meno istruito e meno sano apporta minore beneficio alla nazione», osserva Scalea. «Inoltre, il pericoloso sommarsi di riduzione dei servizi ed aumento della pressione fiscale genera malcontento, ed i recenti esempi dei paesi arabi, dell’Inghilterra e della Francia dovrebbero far suonare un campanello d’allarme: l’inasprirsi del conflitto sociale e l’esplodere di tumulti raramente è una buona notizia per un paese, quasi mai lo è per la suaeconomia». Infine, la diminuzione della spesa pubblica può incidere negativamente, oltre che sui servizi, anche sugli investimenti produttivi, come la costruzione di nuove infrastrutture. «Non si vuol qui negare l’opportunità di ridurre la spesa pubblica, ma si contesta che, lungi dal puntare agli sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai “rentier”».

    Il rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o addirittura più indietro, avverte Scalea. Alternative possibili? Ci sono, benché se ne parli di rado. Salvatore Cannavò è uno dei pochi giornalisti ad averne proposta una: ricorrere alla tesi del “debito illegittimo” formulata dall’economista francese François Chesnais per disconoscere o rinegoziare una parte del debito. Lo ha fatto l’Ecuador nel 2007. Ma prima ancora, nel 2005, l’Argentina fece di più, ristrutturando per intero il proprio debito: ossia rinegoziando importi e interessi coi creditori, «di fronte all’oggettiva impossibilità di ripagarlo per intero». Per Scalea, si tratta di provvedimenti più moderati del puro e semplice “default sovrano”, ossia la bancarotta e la cancellazione tout court Néstor Kirchner, il presidente della rinascita argentinadel debito, ma non meno efficaci.

    «Ristrutturare il debito – insiste il segretario dell’Isag – non ha avuto che effetti benefici sui paesi che l’hanno fatto». Lo dimostrano le cifre: l’Ecuador nel 2008 fece segnare una crescita record del Pil per il paese, pari al 6,5%. E anche dopo il duro colpo della crisimondiale, oggi cresce d’oltre il 3% l’anno. Dal 2006 ad oggi, il Pil ecuadoregno pro capite è cresciuto di oltre il 70%, e la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita di quasi il 15%. Risultati altrettanto spettacolari in Argentina, dove la crescita del Pil post-ristrutturazione si è assestata attorno al 9% e, dopo il rallentamento in coincidenza con lacrisi mondiale, è tornata al 7,5%. Il reddito pro capite dal 2004 ad oggi è cresciuto di quasi un quinto. Dal 2004 al 2010 la popolazione argentina sotto la soglia di povertà è passata dal 44,3% al 13,9%.

    Sempre utilizzando i parametri standard dell’economia, Scalea cita, a titolo di raffronto, gli indicatori italiani: dal 2004, da noi il reddito pro capite è aumentato solo del 10%, mentre il Pil – quando è cresciuto – si è fermato poco oltre 1% all’anno. E alla nostre frontiere mediterranee, ecco il monito della Grecia, catturata dalla spirale debitoria: un quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il reddito pro capite è in calo dal 2007, mentre il prodotto interno lordo è sceso del 2% nel 2009 e del 4,5% nel 2010. «Alla luce di questi dati – conclude Scalea – non resta che da domandarsi: chi vuole imitare l’Italia? La Grecia e le sue ferali prestazioni economiche, oppure l’Argentina che, sgravatasi dal peso del debito pubblico, sta crescendo a ritmi “cinesi”?».

    Clearstrem, la scatola nera delle banche

    Ricordo che le banche centrali dei paradisi fiscali sono ancora subordinate all'autorità della patrie madri che ne verificano l'emissione monetaria, nello specifico, Olanda, Francia e Gran Bretagna. Questi paesi godono di importanti deroghe (assieme alla Danimarca) e nell'adozione dell'euro (GB) e nell'applicazione delle norme comunitarie, visto che la maggior parte dei paradisi fiscali sono fintamente ipocritamente autonomi o indipendenti e che in virtù di tale ipocrisia i Trattati UE ammettono l'eccezione, eccezioni fatali che permettono la continuazione del trucco signoraggista e imperialista che permette alle Regine d'Olanda e di Gran Bretagna di controllare il mercato dei cambi dollaro-euro-sterlina, visto che le monete da loro prodotte in quelle isole sono agganciate al dollaro.
    Non solo, ma permettono allo stesso cartello supranazionale di controllare enormi incommensurabili flussi finanziari che sovvenzionano in tutti i modi possibili, la grande distribuzione, i monopoli delle risorse energetiche, agroindustriali, farmaceutiche...
    Un gioco quello della concorrenza completamente falsato quindi, con carte nascoste nella manica, i dadi truccati, con giocatori che barano a vantaggio dei continuatori delle compagnie delle Indie orientali e occidentali francoanglolandesi, veri e propri embrioni delle attuali multinazionali bancario/finanziarie con tanto di imperialismo colonialismo larvato e strisciante che sta scoppiando alla luce del sole per chi sapesse leggere le varie guerre d'invasione con copertura "umanitaria".
    NF
    Riferimenti: http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com/2009/05/isole-caymane-sgabuzzini-delleuro.html

    martedì 16 agosto 2011

    Contro il ricatto dei mercati

    PEACEREPORTER, 16/08/2011
    Rendere i titoli del debito pubblico carta straccia e ripartire con un'Europa “vera”: una ricetta per abbattere la speculazione

    Nel tentativo di arginare la speculazione finanziaria, l'Esma, l'Autorità europea di vigilanza sui mercati, ha cercato nei giorni scorsi di bloccare le "vendite allo scoperto" sulle piazze di Italia, Spagna, Francia e Belgio, cioè quelle "scommesse al ribasso" che polverizzano titoli del debito e pacchetti azionari e che di fatto ricattano governi e interi sistemi-Paese.
    Se l'Esecutivo italiano appare "commissariato" dall'Europa, è tutta la politica che sembra ormai alla mercè dei mercati finanziari, spesso invocati come arbitro imparziale di qualsiasi politica economica. Ma è davvero così? Detta altrimenti: la speculazione finanziaria è un fatto naturale e inevitabile?
    Ne parliamo con Andrea Fumagalli, che insegna Economia Politica all'Università di Pavia, fa ricerca militante presso il Collettivo UniNomade e partecipa alla Rete di San Precario.

    La crisi in corso è il nuovo modo con cui il grande capitale finanziario mette le mani nelle nostre tasche?

    Sì, secondo modalità che sono in corso da almeno 15 anni. I mercati finanziari sono estremamente concentrati: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori in grado di controllare oltre il 70 per cento dei flussi finanziari globali e di indirizzare e condizionare i mercati. Alla base, c'è una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva. I grandi operatori sono i cosiddetti investitori istituzionali, cioè una decina di società tra banche e Sim (società di intermediazione mobiliare): J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc, Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Lynch, Bnp-Parisbas.
    Ci si accorse per la prima volta della loro potenza quando ci fu la sollevazione del Chiapas, diciassette anni fa: era il 2 gennaio 1994. Si stava per firmare il trattato di libero scambio tra Usa, Canada e Messico (Nafta): parità delle valute e libero scambio di merci e servizi, ma non di manodopera (un po' come l'Europa con Schengen). Si erano create molte aspettative e i titoli di Stato messicani ne avevano tratto vantaggio. Scoppia la sollevazione zapatista e nel giro di pochissimi giorni milioni di dollari vengono stornati verso i Paesi del Sudest asiatico, creando quell'accumulo di liquidità che in seguito provocherà la crisi del Baht nel 1996-97. In una settimana il Peso messicano si svaluta del 30 per cento, la Federal Reserve comincia a comprarne per tenerne alto il valore, però dopo un paio di settimane deve arrendersi: la speculazione al ribasso non ha fine e il Nafta salta. È il primo caso della storia in cui la banca centrale più forte del mondo (a quei tempi lo era) non detta più legge. Da allora, la Fed attua politiche monetarie subordinate ai mercati finanziari, cioè alle banche d'affari.

    Perché avviene questo?

    Perché la speculazione finanziaria è nella natura di questi investitori. Loro si fanno prestare titoli da fondi d'investimento o fondi pensione, li vendono sul mercato a dodici scommettendo sul ribasso e contribuendo con la vendita al ribasso stesso. Poi li ricomprano a dieci: guadagnano dalle plusvalenze, cioè dalle variazioni di valore. È il meccanismo delle "vendite allo scoperto". In pratica non si guadagna più sui dividendi o sugli interessi dei titoli di Stato, ma sulla pura speculazione. Chiaramente può farlo chi dispone di enorme liquidità e Goldman Sachs, per fare un esempio, ne ha più della Federal Reserve.
    Tutto ciò è consentito da due cose: primo, la liberalizzazione totale dei movimenti di capitale, per cui spostare soldi da un Paese all'altro non ti costa niente e non ha vincoli di sorta; secondo, l'assenza di un'unità di misura della moneta. Finché erano in vigore gli accordi di Bretton Woods, cioè fino al 1971, il dollaro aveva un rapporto di parità fissa con l'oro che corrispondeva a 35 dollari per un'oncia d'oro. Il dollaro era ancorato a una merce. Dopo la fine di quel sistema, il valore delle monete è determinato in maniera puramente virtuale che viene deciso dai mercati finanziari, cioè da chi detiene così tanto denaro da poterli influenzare. Così si determina il valore di dollaro, euro, yen, e anche il valore dei titoli espressi in quelle valute.
    Queste plusvalenze creano valore: si stima per esempio che il 35 per cento dei lavoratori Usa tragga una parte del proprio reddito da questi meccanismi finanziari. Stesso discorso per quei pensionati che dipendono dai fondi pensione. Quindi i mercati finanziari svolgono lo stesso ruolo che un tempo svolgeva lo Stato. Il welfare si è privatizzato e dipende dai mercati finanziari.
    È chiaro che per guadagnare, questi mercati devono puntare sui settori in cui possono generare plusvalenze. Negli anni Novanta furono le imprese delle nuove tecnologie; negli anni 2000 erano i titoli immobiliari; poi l'ingresso della Cina nel Wto ha aumentato di molto la liquidità in circolazione; con la crisi del 2008-2009 e il crollo dell'immobiliare, si è speculato sulle materie prime (grano, petrolio, etc); adesso si sono spostati sui debiti pubblici, cioè sui sistemi di welfare.
    Nel giro di sei mesi, Deutsche Bank vende l'88 per cento dei titoli italiani in suo possesso, il valore del titolo crolla e lei ricompra a meno prezzo: alla fine, si ritrova con i gli stessi titoli di prima e con le plusvalenze.
    Voglio anche aggiungere che questo è normale. Smettiamola però di dire che i mercati finanziari sono neutrali: sono una istituzione economica che fa i propri interessi come è naturale in una società capitalistica. Io non ce l'ho con la Goldman Sachs, che fa il proprio sporco lavoro; ce l'ho con quelli che la presentano come un arbitro imparziale. Sono loro i truffatori.

    Cosa avviene sui sistemi di welfare?

    Vengono distrutti. Tutti i Paesi sono costretti a prendere misure di contenimento del debito attraverso lo smantellamento del welfare. In pratica, quando aumenta il deficit di un Paese, questo deve vendere i titoli offrendo maggiori interessi. Ma l'aumento degli interessi da pagare non fa che aumentare il deficit e quindi l'unico modo per uscirne è tagliare la spesa, cioè il welfare. In Italia, dove nessuno vuole aumentare le tasse, si tagliano 6 miliardi di euro agli enti locali, che sono costretti ad aumentare il prezzo del biglietto del tram e a introdurre l'addizionale Irpef, mettendo le mani nelle tasche dei cittadini.

    Come si fa a interrompere questo meccanismo?

    Bisogna colpire alla radice, ovvero al cuore del sistema finanziario. Oggi le istituzioni finanziarie guadagnano sui titoli di Stato europei, pubblici. Benissimo, bisogna rendere effettivamente questi titoli pubblici carta straccia, così da creare loro perdite elevate in conto patrimoniale. È quello che ha fatto l'Islanda. La Deutsche Bank ha venduto i titoli italiani e si è presa quelli tedeschi, in pratica ha sostituito dei titoli con altri, indirizzando la speculazione da un territorio a un altro territorio. Se tu azzeri i titoli pubblici, se cioè il governo italiano dichiara che non paga più gli interessi, diventano spazzatura e tutti li vendono. È quello che è successo a Lehman Brothers con i mutui subprime, quando si è trovata con una parte consistente del proprio patrimonio azzerato.
    L'Europa può sostituire i titoli dei singoli Stati con Eurobond, perché ha diritto di signoraggio, cioè stampa moneta. Li piazza a un tasso d'interesse che non è superiore di sei volte a quello dei bund tedeschi ma, metti, due volte superiore. Per lo spread viene fissato un limite di duecento punti. Alle famiglie, che in Italia possiedono ormai solo il 13,6 per cento dei titoli di Stato, si garantisce in caso di default un rendimento pari a quello che avevano sottoscritto al momento dell'acquisto, metti il 2 per cento. Il rimanente 86 per cento dei titoli vale carta straccia. Le banche falliscono? Bene, allora contrattiamo. Perché bisogna tenere presente che queste istituzioni speculano sul default, però poi sono le prime che hanno paura del default, perché i titoli di Stato sono la loro gallina dalle uova d'oro.
    Se invece di comprare titoli di Stato per tenerne alto il prezzo - come ha fatto per l'Italia - la Bce li ignora e li sostituisce con Eurobond, salvaguardando il piccolo risparmiatore, ecco che taglia fuori lo speculatore. Tecnicamente si può fare, ma mancano le condizioni politiche, perché presupporrebbe la creazione di un solo budget e di un solo sistema fiscale europeo, un'unica politica economica e sociale: un'unica legge Finanziaria.
    Questo è l'impasse dell'Europa.

    A proposito di Europa: come si inserisce in questo quadro il commissariamento del governo italiano da parte della Bce, emerso chiaramente con la roadmap calata da Draghi e Trichet sulla testa dell'Esecutivo?

    C'è stato il patetico tentativo di Berlusconi di fare una Finanziaria da 80 miliardi, una cosa mai vista, rimandandola tutta al futuro, cioè quando lui probabilmente non sarà più Presidente del consiglio. A quel punto i mercati hanno detto: "Ci state prendendo in giro?", ed è cominciata la speculazione sul nostro debito pubblico. La Bce allora è intervenuta piuttosto drasticamente: "Voi fate la Finanziaria 'lacrime & sangue' come la Grecia e la Spagna". In Spagna, Zapatero è addirittura andato a elezioni anticipate con un atteggiamento molto coerente, da politico vero: non posso fare una Finanziaria del genere, mi sottometto al giudizio degli elettori. Dato che i nostri non hanno questo senso dello Stato e il governo vuole salvarsi a tutti i costi, allora Trichet e Draghi hanno imposto le linee guida: "Voi adesso fate così". Privatizzazioni selvagge, flessibilizzazione totale del mercato del lavoro (non si sa che cosa vogliano flessibilizzare ancora), totale libertà di licenziamento, un pizzico di libertà d'impresa e, visto che bisogna anticipare le entrate, si toccheranno le pensioni sperando che gli anziani a una certa età si suicidino. Non so se questo si può chiamare commissariamento: rivela però una subordinazione del nostro governo ai diktat imposti da mercati finanziari e Bce.

    L'intervento di Draghi e Trichet può contrastare la speculazione?

    Secondo me invece l'aiuta. La speculazione gioca al ribasso su alcuni titoli. Per evitare che questi titoli diventino spazzatura, interviene la Bce e i titoli riprendono a salire. Quello è l'obiettivo degli speculatori stessi: hanno venduto nominalmente i titoli a 100, li ricomprano a 90 e, grazie all'intervento Bce, se li ritrovano a 110.

    I MOLTEPLICI ASPETTI DELLA SOVRANITA'

    I MOLTEPLICI ASPETTI DELLA SOVRANITA'

    sabato 1 ottobre · 10.00 - 20.00
    Castello Ducale
    Fiano Romano
    (ROMA)

    oragnizzata da:
    Giovanna Canzano e Ubaldo Croce

    moderatore
    Guglielmo Quagliarotti

    Sono stati invitati:

    Giovanni Bartolone
    Furio Bassanelli
    Giuseppe Biamonte
    Enrico Bianchi
    Piero Cappellari
    Antonio Caracciolo
    Claudio Cerasomma
    Maurizio Cerchiara
    Ubaldo Croce
    Francesco d'Auria
    Stelvio Dal Piaz
    Stefano Fabei
    Orazio Fergnani
    Massimo Filippini
    Luigi Antonio Fino
    Nino Galloni
    Filippo Giannini
    Ivan Ingrilli
    Guglielmo Lolli Ghetti
    Giuseppe Magliacane
    Maria Antonietta Marocchi
    Fabio di Martino
    Maurizio Messina
    Nazareno Mollicone
    Gian Paolo Pucciarelli
    Giorgio Prinzi
    Fernando Riccardi
    Ernesto Roli
    Antonella Rustico
    Augusto Sinagra
    Marco Saba
    Matteo Cornelius Sullivan
    Giuseppe Turrisi
    Giorgio Vitali

    Le persone che intendono svolgere una relazione (possibilmente innovativa), sono invitati ad inviare il titolo della relazione.


    per chi vuole pernottare a Fiano Romano, convenzioni con:
    http://www.latanadeilupi.c​om/

    Pescara fa causa ad Unicredit per gli SWAP

    Il Comune di Pescara fa causa ad Unicredit per gli SWAP


    L'amministrazione comunale di Pescara ha deciso di intraprendere le vie legali per correre ai ripari da eventuali ma non troppo improbabili ripercussioni finanziare che potrebbero dissestare le casse comunali già fin troppo esposte da debiti. L'attuale situazione finanziaria mondiale ha indotto la giunta presieduta dal Sindaco Albore Mascia a rivedere o annnullare i contratti di Credit Default Swap in essere per un ammontare di 65 milioni di euro. L'assessore alle finanze Eugenio Seccia ha stanziato in vie cautelativa 400.000 euro che si vanno ad aggiungere al milione di euro che aveva già stanziato la precedente giunta, immobilizzando di fatto il guadagno iniziale del Comune. Il fondo ora è di 1.400.000 euro che non potranno essere utilizzati sia per tamponare la probabile perdita con l'aumento degli interessi sia per prepararsi al contenzioso legale con Unicredit. Dalle vie "bonarie" intraprese dalla precedente giunta a guida D'Alfonso che firmò tali contratti, si passa ora alle vie legali. Noi eravamo già in possesso di una relazione, che fu richiesta nel gennaio 2008, sulla situazione debitoria del Comune di Pescara dalla quale si evince l'esposizione finanziaria alla quale devono sottostare i cittadini contribuenti di Pescara.
    Il documento che vi pubblichiamo mette in risalto l'entità di indebitamento del Comune di Pescara dal 2003 al 1 gennaio 2008 quando a Pescara governava la famigerata giunta D'Alfonso.
    Nel documento si può notare che appena dopo l'insediamento la giunta si preoccupò subito di usare gli strumenti finanziari contrattando ripetutamente negli anni con le banche. Il debito all'atto dell'insediamento era costituito da mutui contratti negli anni '90 e rimodulati con SWAP nel 2003 per un importo di 81.168.000 euro. A fine documento noterete che i mutui totali, prolungando le scadenze dal 2020 al 2030, ammontano a 161.600.000 euro. Ben 80 milioni di euro in più di debiti in appena 5 anni. Un raddoppio dei debiti in un tempo così breve che non poteva non influire sul prelievo fiscale dei pescaresi.
    Ma il bello, come dice il nostro analista Di Candida, deve ancora venire. Infatti la composizione dei derivati è nota soltanto alla banca ed a scadenza , nel 2030, sapremo effettivamente quanto ci sono costati, a meno che il Comune non riesca nell'impresa di estinguerli o far annullare i contratti in sede giudiziale.Sarebbe il primo caso in cui IL BANCO PERDE.Non siamo così fiduciosi ma quello che dovrebbe far riflettere i cittadini, leggendo il documento, è il fatto che l'utile di circa 1.000.000 di euro per il Comune, ricavato con la continua rimodulazione negli anni dei contratti derivati, è stato annullato per essere contabilizzato in riserva e non potrà essere utilizzato per i fini sociali ed il funzionamento dell'amministrazione. A chi ha giovato tutto ciò?
    Buona lettura


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    lunedì 15 agosto 2011

    Divieto di vendita allo scoperto in Europa

    Divieto di vendita allo scoperto in Europa

    A causa dei recenti movimenti di mercato le autorità europee (ESMA) hanno richiesto la sospensione delle vendite allo scoperto sui titoli finanziari per 15 giorni a partire dal 12 Agosto 2011. L'Italia, la Spagna, il Belgio e la Francia hanno adottare il provvedimento.

    Con effetto immediato, non sarà possibile aprire nuove posizioni ribassiste sui CFD dei titoli coinvolti in questo provvedimento.

    Vi ricordiamo che le autorità greche avevano già agito in questa direzione nei giorni scorsi vietando le vendite allo scoperto sulla Borsa di Atene.

    NB: le posizioni ribassiste esistenti non verranno chiuse

    I titoli coinvolti sono i seguenti:

    Francia:

    April Group
    Axa
    BNP Paribas
    CIC
    CNP Assurances
    Crédit Agricole
    Euler Hermés
    Natixis
    Paris Ré
    Société Générale
    Spagna:

    Banca Cívica, S.A.
    Banco Bilbao Vizcaya Argentaria, S.A.
    Banco de Sabadell, S.A.
    Banco de Valencia, S.A.
    Banco Español de Crédito, S.A.
    Banco Pastor, S.A.
    Banco Popular Español, S.A.
    Banco Santander, S.A.
    Bankia, S.A.
    Bankinter, S.A.
    Bolsas y Mercados Españoles, S.A.
    Caixabank, S.A.
    Caja de Ahorros del Mediterráneo
    Grupo Catalana de Occidente S.A.
    Mapfre, S.A.
    Renta 4 Servicios de Inversion, S.A.
    Se recuerda que el artículo 99 quinquies de la LMV
    Italia:

    Azimut Holding
    Banca Carige
    Banca Finnat
    Banca Generali
    Banca Ifis
    Banca Intermobiliare
    Banca Monte Paschi Siena
    Banca Popolare Emilia Romagna
    Banca Popolare Etruria e Lazio
    Banca Popolare Milano
    Banca Popolare Sondrio
    Banca Profilo
    Banco di Desio e Brianza
    Banco di Sardegna Rsp
    Banco Popolare
    Cattolica Assicurazioni
    Credito Artigiano
    Credito Emiliano
    Credito Valtellinese
    Fondiaria - Sai
    Generali (AssicurazioniI Generali)
    Intesa Sanpaolo
    Mediobanca
    Mediolanum
    Milano Assicurazioni
    Ubi Banca
    Unicredit
    Unipol
    Vittoria Assicurazioni
    Belgio:

    Ageas (AGS BB)
    Dexia (DEXB BB)
    KBC Groep (KBC BB)
    KBC Ancora (KBCA BB)