sabato 2 maggio 2015

Lorenzo Parolin: Presentazione di Economia Immorale

Il TTIP crea "tribunali commerciali privati" degli oligarchi

TTIP e sovranità monetaria dell'Europa
di Valentin Katasonov - 29/04/2015

Fonte: Comedonchisciotte
AT-TTIP

Il 20 Aprile ha preso il via a New York la nona tornata di trattative tra Stati Uniti e rappresentanti dell’Unione Europea per la TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership).  I funzionari di entrambe le parti convengono sulla cifra di $100 miliardi di dollari. Pare che sarà questa la cifra di cui saranno aumentati il PIL statunitense  e  quelli di tutti i membri dell’U.E. messi insieme. Finora, nessuno ha dato una spiegazione chiara sull’origine di questa previsione economica.

Anche se fosse vero, 100 miliardi di dollari in rapporto ai PIL di USA e UE nel 2014 (17.4 trilioni  + 18.5 trilioni di dollari) è meno dello 0,3%.  In altre parole, l’entità degli effetti attesi è a livello di errore tecnico.  Sembra che per qualche motivo si tenti di  arginare l’orto Transatlantico.
Tradizionalmente, l’Europa vanta un notevole surplus commerciale stabile con gli Stati Uniti (86.5 miliardi di dollari nel 2012 and 92.3 miliardi nel 2013). Probabilmente Washington spera di mettere le mani su quei 100 miliardi di dollari virtuali, o che per lo meno ci sarà una parziale riduzione nel deficit commerciale tra Stati Uniti ed Europa.  Washington è la forza trainante dietro il procedimento negoziale della TTIP.  Un Europeo non molto ferrato in politica non è in grado di capire cosa debba aspettarsi dalla Partnership. Tuttavia, ci sono già abbastanza preoccupazioni per una riduzione negli standard di qualità e di sicurezza dei prodotti, per via dei prodotti OGM che inevitabilmente invaderanno il mercato Europeo.
Ma anche questo non è tutto, purtroppo. Il punto è che verrà inferto il colpo di grazie a quel che resta della sovranità nazionale Europea.
In primo luogo, l’accordo in questione copre il commercio e gli investimenti.  Le società transnazionali (TNCs) potranno citare in giudizio i governi nel caso in cui questi le ostacolassero nel loro intento di massimizzare i profitti.  Ad esempio, alle TNCs verrà riconosciuto il diritto di impugnare la legalità delle decisioni adottate dai paesi Europei, come ad esempio le restrizioni ambientali, i regolamenti per tutelare i diritti sociali dei lavoratori, gli aumenti fiscali e così via.  Le dispute non rientreranno nell’ambito delle legislazioni nazionali ma in quello del diritto internazionale.
In secondo luogo, una volta firmato l’accordo della TTIP, l’Europa perderà una volta per tutte la sovranità finanziaria e monetaria.  Ciò perché Washington avrà il diritto di impugnare molte delle decisioni adottate dagli organismi monetari Europei, in base al presupposto che tali decisioni hanno come scopo quello di manipolare il tasso di cambio dell’Euro, violando quindi norme di  diritto internazionale.  Gli esperti Europei  sono comprensibilmente preoccupati perché la BCE e la Commissione Europea finiranno con il doversi coordinare per ogni cosa con Washington, o semplicemente eseguire ordini che gli giungeranno da oltre oceano.
Il tasso di cambio delle valute nazionali è un potenziale strumento di concorrenza, ed è nelle mani delle banche centrali.  Detto questo, è stato utilizzato relativamente poco nel 19° e 20° secolo. In un modo o nell’altro c’era lo standard aureo, che serviva a contenere, o anche a rendere impossibili, le manipolazioni valutarie.  Inoltre, i principali mezzi di concorrenza erano le tariffe doganali, le sovvenzioni alle esportazioni, il dumping e, più recentemente, le restrizioni commerciali non tariffarie (quotas, standard tecnici, ecc.); in altre parole, gli strumenti convenzionali delle guerre commerciali ed economiche.
Le possibilità di manipolazione valutaria giunsero solo negli anni ’70, dopo la fine del sistema monetario e finanziario Bretton Woods (lo standard del dollaro aureo), e dopo l’abolizione dei tassi di cambio fissi delle banche centrali.  Furono poi conclusi in ambito GATT/WTO degli accordi che limitarono ulteriormente l’uso di questi tradizionali strumenti di concorrenza economica e commerciale.
Un tasso di cambio tenuto basso in modo artificiale allo stesso tempo dà maggiori vantaggi agli esportatori e rende le importazioni più costose (il valore delle importazioni è determinato in valuta nazionale).  In ultimo, la bilancia commerciale nazionale verrà livellata, o per lo meno diminuirà il bilancio negativo del commercio estero.
Se un gran numero di paesi fa ricorso alla manipolazione valutaria (con alcuni che tentano di penetrare i mercati globali ed altri di proteggersi dai dumping valutari), allora è “guerra valutaria”. 
Secondo gli esperti, durante la crisi finanziaria del 2007/2009 c’e’ stata di fatto una guerra di valute su vasta scala. Nel Settembre del 2010, il ministro delle finanze del Brasile, Guido Mantega, dichiarò che tra il 2009 e il 2010 il Real Brasiliano si era rafforzato del 30% rispetto alle maggiori valute mondiali, e che questo non era il risultato di naturali dinamiche di mercato, ma una deliberata politica dei paesi più avanzati che emettevano valute mondiali. Il ministro brasiliano definì questa politica “guerra valutaria”.  Nell’Ottobre del 2010, il capo del FMI Dominique Strauss-Kahn confermò che era in corso una “guerra valutaria globale”.
E’ ovvio che i capi delle banche centrali e dei governi dei paesi più avanzati dell’Occidente non fanno mai  alcun accenno al fatto che le decisioni adottate riguardo alle questioni monetarie hanno come scopi principali l’espansione del commercio estero, il  livellamento delle bilance commerciali e la protezione delle società nazionali.  Esiste una regola non scritta di astenersi da qualunque recriminazione durante una guerra valutaria.
I funzionari parlano di guerre valutarie solo in modo marginale, mentre i giornalisti le definiscono con l’espressione ‘guerre dell’ impoverisci-il-tuo-vicino’.
Questa politica di impoverimento dei paesi vicini, spesso si cela dietro un formale obbiettivo di politica monetaria, come ad esempio la ‘lotta alla deflazione’.   Mentre con l’inflazione il denaro si deprezza, con la deflazione invece cresce il suo potere d’acquisto.  Le banche temono la deflazione, le manda nel panico, poiché con essa scompaiono gli incentivi ai prestiti e crolla così tutto il castello millenario usuraio del sistema bancario. La lotta alla deflazione e la politica di svalutazione del tasso di cambio di una valuta prevedono gli stessi metodi – pompaggio di liquidità aggiuntiva nell’economia del paese  e riduzione dei tassi d’interesse, anche arrivando ad applicare in alcuni casi tassi di valore negativo. Queste misure a volte sono corredate anche da interventi valutari.
Tuttavia, le guerre valutarie vanno discusse anche a livello ufficiale. Altrimenti  il mondo potrebbe crollare nel caos valutario totale.  Il Giappone, ad esempio, per diversi anni ha contrastato la deflazione facendo ricorso alla propria Zecca e ai tassi d’interesse zero della sua Banca Centrale. E lo ha fatto, e lo fa, in modo ancora più aggressivo di altri paesi. Di conseguenza, nel periodo da Ottobre 2012 a Febbraio 2013 il Giappone è riuscito a ridurre il tasso di cambio Yen/paniere SDR di quasi il 20%.   Questo ha fatto molto alterare diversi suoi partner commerciali.  Al summit del G20 tenutosi a
Mosca nel Febbraio del 2013 (presieduto dalla Russia quell’anno), i ministri delle finanze e i capi delle banche centrali giurarono solennemente di non fare mai ricorso alle tattiche di guerra valutaria.
In poco tempo, tuttavia, tutto è tornato alla normalità.  Washington ha proseguito nel suo programma di allentamento monetario (Quantitative Easing -  QE), che però non ha avuto tutto questo effetto stimolante sull’economia statunitense, ma ha contribuito a far svalutare il dollaro.  In questo modo, gli Stati Uniti sono stati di cattivo esempio per altri, compresi i loro partner Europei.
In ultimo, nel 2015, gli Stati Uniti hanno deciso di dare un freno al programma di QE.  Tuttavia, nello stesso preciso momento la BCE ha dato inizio al suo programma di QE.  Oltre a questo, ha iniziato ad introdurre tassi di interesse di segno negativo sui conti di deposito e a concedere prestiti senza interessi.  L’altalena valutaria sta pende verso l’euro, il cui tasso di cambio rispetto al dollaro era iniziato a scendere.   Nonostante questo, l’Europa ha registrato un notevole surplus di bilancia commerciale con gli Stati Uniti, che potrebbe raggiungere il suo record proprio nel 2015.   Cinque o sei anni fa ci sono stati tuttavia dei momenti in cui il tasso di cambio euro/dollaro era più del 1,50.   A fine 2014, era poco più del 1,20 e ad Aprile 2015 era sceso a 1,06. Gli esperti ritengono che entro il 2016 si raggiungerà la parità tra le due valute.
Washington la sta prendendo molto seriamente.  Nel 2014, il deficit della bilancia commerciale statunitense era di 505 miliardi di dollari, ovvero maggiore del 6% di quello dell’anno precedente.  In anni recenti, i paesi dell’ Unione Europea hanno rappresentato il 20% del totale deficit di bilancia commerciale degli Stati Uniti.  Nel 2015, tale deficit potrebbe raggiungere il suo record assoluto.  Washington non può impedire alla BCE di dare il via al suo programma di QE, ma se si concluderà l’Accordo della Partnership Transatlantica,  gli Stati Uniti saranno in grado di interferire nella politica monetaria Europea su basi giuridiche.  E’ mia opinione che questa è una delle ragioni principali per cui si è resa necessaria una nona tornata di trattative per la TTIP: il procedimento si sta rivelando molto più complesso di quanto si credeva all’inizio.
In realtà l’abolizione delle barriere doganali nei rapporti commerciali non è un grave problema, poiché queste barriere erano già basse anche prima che iniziassero le trattative per l’accordo.  Ma se Washington acquisirà il controllo della politica monetaria e valutaria dei paesi dell’Unione Europea, significherà la totale e definitiva perdita della sovranità da parte di questi ultimi. Questo lo sanno molto bene i politici e le maggiori personalità dei paesi Europei.  Molti sono sorpresi del fatto che uno dei principali fautori del raggiungimento dell’accordo TTIP sia proprio il presidente della BCE Mario Draghi: dopo tutto, se l’accordo sarà firmato,  la BCE diventerà una filiale della FED.
Ma forse è proprio questo a cui mira Mario Draghi, che non ha mai nascosto la sua propensione verso gli Stati Uniti. Non per niente è stato per diversi anni Direttore Esecutivo e Vice Presidente della banca americana Goldman Sachs.

Fonte: www.strategic-culture.org
Link: http://www.strategic-culture.org/news/2015/04/27/the-transatlantic-partnership-and-monetary-sovereignty-europe.html

Il ministro Padoàn, un aguzzino di Al Bancàida

La confessione di un aguzzino
di Marco Mori - 29/04/2015

Fonte: controinformazione

Purtroppo sono costretto a tornare a parlare di Padoan, l’impresentabile ministro dell’economia italiano. Ricordiamo i suoi precedenti che avevo già scritto in un altro articolo che qui riporto nuovamente.
Padoan e’ stato direttore esecutivo per l’Italia del Fondo Monetario Internazionale dal 2001 al 2005 con responsabilità su Grecia e Portogallo dove, come abbiamo purtroppo visto, ha fatto davvero un ottimo lavoro: fame e disperazione la fanno da padrone in entrambe le nazioni. Ma il vero fiore all’occhiello della sua attività e’ certamente quanto compiuto in Argentina dove le politiche ultraliberiste che impose per conto del FMI portarono il paese alla bancarotta. Ovviamente non furono fatti casuali, Padoan sapeva ciò che faceva e non a caso ha invocato, anche per l’Italia, cessioni della sovranità nazionale anche di recente.

Addirittura il premio nobel per l’economia, Paul Krugman parla così di lui: “Certe volte gli economisti che ricoprono incarichi ufficiali danno cattivi consigli; altre volte danno consigli ancor peggiori; altre volte ancora lavorano all’Ocse”. Incarico appunto ricoperto da Padoan dopo il suo trionfale passaggio al FMI.
A tutto questo si aggiunge la sconcertante confessione di ieri, eccovela testuale, come citata anche dal Sole 24 ore per chi se la fosse persa: “Una Grexit è un’ipotesi molto lontana che dimostrerebbe che l’euro non è irreversibile”.
Dunque Padoan non si preoccupa delle conseguenze per i popoli ma si preoccupa unicamente di una cosa ben diversa, il Grexit potrebbe minare il loro progetto, potrebbe dimostrare (e dimostrerebbe certamente) che un paese che abbandonasse la gabbia della moneta unica uscirebbe contemporaneamente anche dalla crisi. Ciò potrebbe causare, grazie al conseguente risveglio delle menti dei popoli, la fine delle politiche volte a smantellare sovranità ed indipendenza nazionale dei paesi UE e questo, il solerte Padoan, non vuole permetterlo.
Con la Grecia è in corso una partita a scacchi e Tsipras gioca sulla più grande debolezza dell’Euro, ovvero la piena consapevolezza dei suoi fautori che, fuori dalla moneta unica, i paesi tornerebbero a prosperare. E se accadesse oggi, prima che il disegno di smantellamento delle identità nazionali si compia, l’intero progetto che della finanza per la cancellazione di democrazia e diritti nel vecchio continente potrebbe saltare.
Ecco dunque spiegata la paura di Padoan ed il perché Grexit è un vero incubo. Sono riusciti in passato a tacere delle vicende islandesi, a raccontarci che l’Argentina sta peggio di prima (benché tutti i dati macroeconomici siano migliori rispetto alla fase in cui il paese seguiva i dettami ultra liberisti di Padon), ma come farebbero a nasconderci la ripresa in un paese così vicino e legato all’Italia?
Forza Grecia, lascia questa gabbia di matti e guidaci verso la libertà.

giovedì 23 aprile 2015

Il caso UBI BANCA

La verità sui Gruppi Bancari Italiani: il caso UBI BANCA
Non sarà un articolo breve, e neppure facile da comprendere, soprattutto per le sue ripercussioni, ma cercherò di renderlo il più semplice possibile.
Negli ultimi anni si è assistito ad un cambiamento radicale nel sistema bancario italiano: acquisizioni, fusioni, hanno creato grandi gruppi che teoricamente potessero contrastare il potere dei gruppi speculativi esteri.
Ora, ammesso e non concesso che UBI BANCA, UNICREDIT, INTESA SANPAOLO e via discorrendo non abbiano perseguito speculazioni a dir poco azzardate, anche se tutto sembra dimostrare il contrario ahimè a nostre spese, la domanda che vorrei porvi è altra.
Quando UBI BANCA assorbe una banca, che so, ad esempio la BANCA REGIONALE EUROPEA, secondo voi fa una valutazione d’azienda e la compra in toto, giusto?  
Facile pensare a questo, specialmente quando il BILANCIO PUBBLICO del gruppo, che potete vedere per il 2013 a questo link, al punto 2.1 dello stesso documento pubblico a pagina 7 dice letteralmente: “Unione di Banche Italiane Scpa (in breve UBI Banca) è la banca capogruppo del Gruppo UBI Banca ed è nata il 1° aprile 2007 in seguito alla fusione per incorporazione di Banca Lombarda e Piemontese in Banche Popolari Unite, con la conseguente integrazione dei due gruppi omonimi.”
UNIONE, dal dizionario Treccani, significa, “L’azione e l’operazione di unire, il fatto di unirsi o di essere uniti con uno o più altri individui, enti, oggetti, parti o elementi; dal lat. tardo unio -onis, der. di unus «uno»”.
Tanti che diventano uno, tante banche che diventano un gruppo.

Fino a qua tutto torna: se vi guardate in giro gli sportelli delle varie banche che sono diventano UNO nel gruppo UBI BANCA sono tutti o stati chiusi, oppure hanno cambiato la loro prima denominazione per essere tutti chiamati “UBI BANCA” e solo in rari casi, subito dopo, mantenere l’originario nome.
Si potrebbe pensare che sia successo qualcosa di diverso? In quanti si prendono la briga di andare a leggersi i bilanci pubblici, gli atti di conferimento, gli atti di fusione, nonostante siano atti pubblici ed interessino particolarmente se si hanno rapporto con questo gruppo?

lunedì 20 aprile 2015

Il signoraggio implicito degli americani

thewalking

Il signoraggio implicito degli americani

Maurizio Sgroi

http://www.sinistrainrete.info/index.php?option=com_content&view=article&id=5002:maurizio-sgroi-il-signoraggio-implicito-degli-americani&catid=98:articoli-brevi&Itemid=87

Conosciamo tutti l’esorbitante privilegio, come lo ebbero a definire i francesi, di cui godono gli americani, in quanto emittenti della moneta internazionale. Se ne parla dagli anni ’60, e malgrado la tanta letteratura che è stata scritta nel frattempo su questa sorta di signoraggio esplicito, ossia la differenza fra quanto costa agli americani emettere la moneta e quanto ci guadagnano dall’utilizzo che ne fanno loro, magari all’estero, e gli altri paesi, che tale signoraggio devono pagare, assai meno si conosce su un altro tipo di signoraggio, che è squisitamente implicito.
Mi riferisco, in particolare, al costo che gli americani scaricano indirettamente sui paesi che usano il dollaro per le loro transazioni commerciali e finanziarie, derivante dal fatto che il costo del dollaro, come ogni cosa, dipende dalle scelte di politica monetaria degli Usa.
Se vi sembra esoterica, questa domanda, forse è perché non ricordate che in giro per il mondo circolano circa 9 trilioni di asset denominati in dollari, emessi quindi da paesi non americani, con i quali il mondo dovrà fare i conti una volta che la Fed deciderà di cambiare le sue scelte di politica monetaria.
Peraltro questa cosa non deve essere poi così tanto esoterica se la Bis ha deciso di dedicarci un working paper uscito qualche tempo fa (“Financial crisis, US unconventional monetary policy and international spillovers”), scritto da Qianying Chen, Andrew Filardo, Dong He e Feng Zhu.
Mi decido a leggerlo non tanto perché sia un patito della modellistica macroeconomica, che tendenzialmete aborro, ma perché l’analisi consente di apprezzare un punto dolente della nostra attualità, che ormai i regolatori di mezzo mondo non si stancano di ripetere: il costo dell’exit strategy americana, in particolare per i paesi emergenti, che più di altri dal 2009 in poi hanno fatto largo uso dell’indebitamento internazionale in valuta americana. Chiunque pensi che questa cosa non lo riguardi, dovrebbe riflettere meglio sulla profondità delle interconnessioni finanziarie globali.
Ma soprattutto vale la pena leggere lo studio perché esprime a chiare lettere un concetto che gli entusiasti dei quantitative easing (QE) tendono a sottovalutare: il QE, e in particolare quello Usa, ha un costo che può diventare rilevante per moltissimi.
Ciò non vuol dire che il QE non abbia prodotto anche benefici, ma più sottilmente, che insieme ai benefici ci sono anche i costi, reali e potenziali. Per dirla con le parle degli autori, “Abbiamo riscontrato che l’impatto stimato del QE sono notevoli e variano al variare delle economie”. E in particolare quando si parla di economie emergenti.
Tutto questo nella consapevolezza che “sappiamo ancora poco sull’impatto delle politiche non convenzionali sulle attività reali e che finora sono state fatte poche ricerche sugli spillover transfrontalieri, specialmente nelle economia emergenti”.
Alcuni studi hanno stimato che il QE americano abbia abbassato i tassi sui bond di 20-80 punti nelle economie avanzate e abbia provocato un deprezzamento del dollaro del 4-11%. Altri hanno rilevato che il prezzo delle commodity ha declinato sostanzialmente prima che la Fed lanciasse il QE. E tutto ciò solleva interrogativi su come si comporteranno questi valori una volta che tale politica straordinaria verrà meno.
Anche perché non c’è identità di vedute fra gli studiosi sull’utilità di politiche coordinate fra le varie banche centrali. Acuni pensano tuttora che il QE sia un problema dei singoli paesi che lo attivano, e che gli evetuali spillover transfrontalieri siano tutto sommato trascurabile.
Altri pensano il contrario. Ossia che le migliaia di miliardi di asset acquistati dalle banche centrali, Fed in testa, hanno avuto a avranno in futuro inevitabili conseguenze sull’economia globale, come si è già osservato studiando gli effetti che hanno provocato sul dollaro e quindi indirettamente su tutti i paesi che sul dollaro basano la loro economia.
Perciò gli autori hanno svolto un’analisi basandosi sui dati relativi a 17 economie, avanzate ed emergenti, studiando i dati dal 2007 al 2013. Ciò che ne hanno tratto è stato che il calo degli spread provocato da QE ha avuto notevole ripercussioni globali sia sul lato finanziario che su quello economico.
La buona notizia è che tali effetti hanno prevenuto esiti ancora più nefasti, tipo un collasso del sistema economico globale. Quella cattiva è che per la stessa ragione li possono provocare adesso, una volta che l’allentamento monetario terminerà.
Il rischio emergenti si appalesa con chiarezza una volta che si osservi come il QE americano abbia impattato assai più su questi paesi che su quelli avanzati. Ed proprio su questi paesi che il signoraggio implicito ha spiegato i suoi esiti più importanti.
Ma ovviamente esiti ancora più importanti il QE della Fed li ha operati in casa, abbassando notevolmente i rendimenti e alimentando la crescita del credito. In generale gli studiosi hanno rilevato che un calo di 20,7 punti base negli spread nei bond corporate ha elevato dello 0,2% il Pil reale in un orizzonte di tre anni.
D’altronde che il QE abbia giovato, momentaneamente, agli Usa è fuor di dubbio. Così come è fuori di dubbio che il resto del mondo ne abbia subito le conseguenze.
L’analisi mostra che il calo degli spread sui bond corporate Usa ha impattato notevolmente sulle economie dell’America latina e dell’Asia, sia relativamente ai mercati azionari e obbligazionari, ma anche sul mercato valutario, visto che il deprezzarsi del dollaro ha apprezzato le loro valute.
In Brasile infatti si sono riprodotti effetti simili a quelli registrati altrove, con le azioni in crescita, come il credito e il prodotto. Il paese ha potuto godere di una crescita indotta del prodotto e ha potuto uscire rapidamente dalla recessione del 2009, grazie allo zio Sam.
In Cina il calo dell’US term spread ha avuto lo stesso effetto sulla crescita della moneta e del credito, che hanno ceduto lo 0,2 e lo 0,3% rispettivamente, per poi tornare positivi in pochi mesi. Ma anche la Cina ha goduto, seppure meno del Brasile per le sue più stringenti condizioni monetarie, della bonanza americana.
Ma il signoraggio implicito ha svolto i suoi esiti anche nell’eurozona. In particolare un taglio di 14,2 punti dell’Us term spread, ha provocato un ribasso nell’eurozona di 10 punti base, sempre nell’orizzonte di tre anni. Un calo di 20,7 punti base, oltre ad abbassare il rendimento in Europa, ha provocato un crescita del credito nell’area dello 0,1% e dell’output dello 0,2%, facendo pure crescere l’inflazione. Inoltre, i prezzi delle azioni sono cresciuti dell’1% in quattro mesi.
Se osserviamo gli esiti del QE sui paesi emergenti, notiamo che, a parte l’entità di tali conseguenze, gli effetti sono stati simili a quelli registrati nell’eurozona.
Tutto ciò dimostra con chiarezza una semplice, elementare verità: di fronte agli Usa siamo tutti paesi emergenti, o, se preferite, di fronte al Signore americano, siamo tutti chi più chi meno vassalli.
E questo spiega molto bene perché un semplice starnuto della Fed è capace di contagiare il raffreddore al resto del mondo.
Con buona pace della Bce.

domenica 19 aprile 2015

Cassa depositi e prestiti, da oggi la Bce la finanzia

Cassa depositi e prestiti, da oggi la Bce comprerà anche le sue obbligazioni

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/15/cassa-depositi-prestiti-oggi-bce-comprera-sue-obbligazioni/1594177/

Cassa depositi e prestiti, da oggi la Bce comprerà anche le sue obbligazioni
Numeri & News
Il gruppo che gestisce il risparmio postale è entrato nella cerchia degli enti che possono beneficiare del quantitative easing dell'Eurotower anche grazie all'emissione destinata ai piccoli risparmiatori. Sempre mercoledì il cda ha approvato il bilancio 2014 e deciso di concedere ai Comuni una rinegoziazione di mutui per un valore complessivo di 13,4 miliardi
La notizia farà felice il presidente Franco Bassanini e l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini: da ora in poi la Banca centrale europea, nel quadro del quantitative easing, comprerà anche i bond del gruppo che gestisce il risparmio postale degli italiani. Una novità che è anche “merito” del primo prestito obbligazionario destinato ai risparmiatori, quello emesso a marzo e, a differenza dei buoni postali, non garantito dallo Stato: grazie a quella emissione da 1,5 miliardi e a un’altra, riservata agli istituzionali, effettuata alla fine del mese scorso, la cassa ha infatti raggiunto la soglia minima di 10 miliardi di titoli negoziati necessaria per rientrare nell’elenco delle agenzie pubbliche (dalla Banca europea degli investimenti all’European stability mechanism) che possono beneficiare del programma dell’Eurotower partito un mese fa.
La novità, decisa dal direttivo nel giorno della conferenza stampa movimentata dal lancio di coriandoli sulla testa di Mario Draghi, permetterà alla Cassa di alleggerire il bilancio di una parte delle passività. Proprio mercoledì il consiglio di amministrazione ha approvato i conti dell’esercizio 2014, che si è chiuso, come previsto, con utili per 2,17 miliardi di euro, in calo dell’8% rispetto al 2013. La raccolta complessiva risulta in crescita dell’11% a 325 miliardi di euro, di cui 252 rappresentati dalla raccolta postale. Il margine d’interesse si è attestato a 1,2 miliardi di euro, in flessione del 54% rispetto all’esercizio precedente per la contrazione dei tassi di mercato e in particolare la discesa del rendimento del conto corrente di Tesoreria. Il gruppo, che è partecipato al 18,4% dalle Fondazioni bancarie, ha “mobilitato e gestito risorse” per 29 miliardi di euro circa, in aumento del 5% rispetto all’esercizio precedente. Ma è calato notevolmente il “sostegno al sistema produttivo nazionale”, a cui sono stati dedicati 7,6 miliardi di euro contro i 16,1 del 2013, nonostante il lancio del plafond per l’acquisto di beni strumentali e del fondo minibond (strumenti di finanziamento destinati alle piccole e medie imprese).
Al contrario sono salite del 59%, a 9,4 miliardi, le risorse concesse agli enti locali. Il cda, che a fine marzo aveva deliberato di dedicare 15 miliardi a un programma di rinegoziazione dei mutui contratti da Regioni, Province e città metropolitane, mercoledì ha deliberato un’iniziativa identica anche per i mutui concessi ai Comuni. L’iniziativa riguarda potenzialmente circa 90mila finanziamenti in favore di 4.400 enti, per un ammontare di 13,4 miliardi. Gli enti potranno allungare la durata di rimborso del proprio debito e ottenere una riduzione del tasso di interesse medio.