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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

domenica 3 novembre 2024

Centro Studi Monetari: Proposta di legge sui biglietti di Stato

Leggi la Proposta di legge d'iniziativa del Centro Studi Monetari

BIGLIETTI DI STATO A CORSO LEGALE

lunedì 4 giugno 2018

NON LASCIAMOCI INGANNARE SI' A MONETA INTERA

Il Mattino della Domenica, 3 giugno 2018
NON LASCIAMOCI INGANNARE SI' A MONETA INTERA
http://www.iniziativa-moneta-intera.ch/fa/img/Pressespiegel_Italienisch/MI_Mattino_Demeter_030618.pdf

Il Consiglio federale ci inganna e Thomas Jordan ci minaccia. Nel libretto di votazione sono rappresentati in maniera errata sia il sistema  monetario  attuale  che l’iniziativa  Moneta  intera.  Ciò è inaccettabile perché sugli oggetti in votazione il CF deve informare correttamente, obiettivamente e integralmente.  In  merito  il  docente universitario, imprenditore e giudice distrettuale Michael Derrer ha inoltrato un ricorso, che ora viene esaminato dal Tribunale federale. Thomas Jordan invece, oltre che fare propaganda contro la Moneta intera, esercita una sorta di ricatto sostenendo che con Moneta intera le eccessive pressioni politiche farebbero perdere alla BNS la sua indipendenza,  quando  lo  stesso Jordan, in un’intervista nella trasmissione  ECO-Talk  sul  canale SRF1 del 22 gennaio 2018, affermò che la Banca nazionale non reagisce a pressioni esterne. Con Moneta intera l’indipendenza della BNS verrebbe persino rafforzata e ancorata nella Costituzione. Il sig. Jordan farà bene a adempiere doverosamente il mandato costituzionale per la BNS, in caso contrario dovremo sostituirlo con un funzionario più diligente.

Perché ci ingannano e ci minacciano? Forse perché temono che i cittadini possano accettare qualcosa di così “assurdo e pericoloso” come i franchi svizzeri creati dalla Banca nazionale svizzera? Perché è proprio questo che chiede l’iniziativa Moneta intera. Quindi si direbbe che il sig. Jordan rifiuta di fare ciò per cui la BNS fu fondata, ovvero creare i nostri franchi svizzeri. Purtroppo, quasi l’intera classe dirigente politica è contraria a Moneta intera, ma nelle frazioni giovanili dei partiti e a livello cantonale ci sono numerosi sostenitori, tra cui anche i giovani UDC del Canton Lucerna e i giovani PBD del Canton Turgovia. Gli oppositori sostengono che con Moneta intera per le piccole e medie imprese l’accesso al credito sarebbe più difficile. In realtà negli ultimi 10 anni i crediti per le imprese fino a 9 dipendenti si sono ridotti del 25%. In effetti oggi l’80% del denaro creato dalle banche private viene investito nei mercati finanziari.  Con  Moneta  intera  le banche private non potranno più creare denaro e quindi nemmeno speculare con denaro autoprodotto.
Potendo utilizzare solo il denaro ottenuto  dai  risparmiatori,  da  altre banche o dalla BNS, faranno meno investimenti rischiosi e investiranno maggiormente nella più sicura economia reale.

Le banche private non creano denaro solo concedendo crediti ma anche effettuando investimenti per conto proprio. Ciò è un enorme privilegio rispetto a tutti gli altri soggetti  economici,  una  grave distorsione della concorrenza e contrario a un principio del libero mercato,  ovvero  pari  condizioni  per tutti. Infatti, Moneta intera creerebbe pari condizioni tra tutti i soggetti economici e pure all’interno dello stesso settore bancario, nel quale oggi le piccole banche sono svantaggiate. Moneta intera intende innanzitutto riconfermare ciò che nel 1891 fu approvato dai votanti elvetici,  ovvero  di  conferire  alla Confederazione,  e  conseguentemente alla Banca nazionale svizzera appositamente  creata,  il  diritto esclusivo di emettere franchi svizzeri. Allora quella votazione fu approvata anche dal partito Liberale.
D’altra parte, non abbiamo mai votato sul sistema monetario attuale, poiché nel frattempo le banche si sono riappropriate della creazione di  denaro,  e  questo  all’insaputa della maggioranza dei cittadini che, perlomeno fino a questa iniziativa, erano dell’opinione che fosse ancora la BNS a creare tutti i nostri soldi.

L’iniziativa intende inoltre garantire i soldi sui nostri conti correnti che oggi, in caso di fallimento bancario, sono a rischio. Questo perché i soldi sui nostri conti non consistono in franchi svizzeri creati dalla BNS e non appartengono nemmeno a noi, bensì alle banche. Con Moneta intera i conti correnti saranno tenuti fuori dal bilancio delle banche e quindi saranno sicuri anche in caso di fallimento della banca. E non lasciamoci ingannare nemmeno dalla presunta garanzia dei depositi fino a 100'000.-: il fondo di garanzia consiste in soli 6 miliardi di franchi, a fronte di CHF 870 miliardi di depositi complessivi e di CHF 440 miliardi  di  depositi  fino  a  CHF 100'000.- che quei 6 miliardi dovrebbero coprire. In caso di fallimento di una banca grande o media, oppure di una crisi sistemica, per ogni conto e per ogni banca i clienti otterrebbero quindi solo una piccola parte  dei  promessi 100'000.-.
Negli ultimi 10 anni il debito globale complessivo è aumentato del 30% a $230'000 miliardi, ovvero oltre il 300% del PIL globale, e la Svizzera è il Paese con la più alta quota di debiti privati. 
Non c’è dubbio, e numerosi economisti concordano, che presto tutto questo  castello  di  carte  crollerà.
Moneta intera non può prevenire future crisi globali, ma perlomeno con Moneta intera la Svizzera avrà un futuro.

KONSTANTIN DEMETER,
MEMBRO DEL COMITATO DELL’INIZIATIVA MONETA INTERA

domenica 3 giugno 2018

Banche estere e titoli derivati. Il ricatto c’è. Ed è pure enorme.


Banche estere e titoli derivati, ecco perché siamo sotto ricatto. A gestire le aste Btp e Bot sono 15 grandi gruppi


di Stefano Sansonetti
Politica
ricatto

di Stefano Sansonetti

Il ricatto c’è. Ed è pure enorme. Provando un attimo a prescindere dalla superficie dell’incredibile scontro istituzionale che sta opponendo pentaleghisti e Quirinale, non si può non mettere a fuoco la vera camicia di forza che imbriglia l’Italia. Parliamo dell’ormai famigerato debito pubblico, che però esercita una fortissima pressione non solo per il suo ammontare, ormai oscillante intorno ai 2.300 miliardi di euro. Non sempre, per dire, si tiene a mente che la gestione del debito sfugge quasi totalmente a un vero potere “sovrano”. Lo scorso 27 aprile il Dipartimento del Tesoro ha aggiornato la lista dei cosiddetti “specialisti in titoli di Stato”. L’aggiornamento, firmato dal nuovo numero uno della Direzione per il debito pubblico, Davide Iacovoni, si è reso necessario per una questione puramente formale, ovvero il cambio di denominazione sociale della banca d’investimento di Royal Bank of Scotland, ora ribattezzata NatWest Markets Plc.
Il focus – Ma l’occasione è preziosa per riflettere ancora una volta sul fatto che l’elenco continua a essere composto da 18 banche di cui 15 estere. Tra queste ci sono le varie Deutsche Bank, Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley, Merrill Lynch e via dicendo. A questi “specialisti”, lautamente remunerati, il Tesoro si affida per organizzare le aste dei vari Btp e Bot, a cui gli stessi partecipano garantendo determinate soglie di acquisto. Non solo, perché il coinvolgimento nel meccanismo consente loro anche un accesso privilegiato alla stipula con via XX settembre dei famosi contratti derivati. Si tratta di strumenti con i quali lo Stato cerca di garantirsi dai rischi di cambio dei tassi, ma che spesso si trasformano in un bagno di sangue per i conti pubblici. E’ appena il caso di ricordare che tra le fine del 2011 e l’inizio del 2012 l’americana Morgan Stanley ha ottenuto la chiusura anticipata di un derivato che è costato al Tesoro un esborso di 3 miliardi. Sulla vicenda oggi è in corso un processo alla Corte dei conti, a riprova dell’estrema sensibilità della materia. Ma la domanda a questo punto è spontanea: con un debito pubblico gestito quasi per intero da 15 banche estere, quante di queste potrebbero oggi chiedere chiusure anticipate di contratti derivati? Si tratta di un meccanismo perverso, se così lo si vuole definire, nel quale però l’Italia è inserita da decenni.
I numeri – Ancora, da un recente studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, guidato dal neo premier incaricato Carlo Cottarelli, viene fuori che a fine 2017 i 2.263 miliardi di debito pubblico erano detenuti per il 32,3% da investitori esteri. In soldoni fanno 731 miliardi di euro. E questo, in un modo o nell’altro, contribuisce ad alimentare il “ricatto” di cui sopra. Per soppesarlo, basti rammentare come un contributo di non poco conto alla crisi dello spread del 2011 venne dato dalla tedesca Deutsche Bank, che nella prima metà di quell’anno riversò sul mercato la bellezza di 7 miliardi di titoli di Stato italiani fin lì detenuti. La stessa Deutsche Bank, nel frattempo finita sotto inchiesta (prima a Trani poi a Milano), figura nella lista dei suddetti “specialisti in titoli di Stato”. Tutto questo per dire che oggi il Belpaese, per aspetti non marginali, si trova nelle mani di moltissimi centri esteri di potere che lo tengono appeso. Condivisibile volersi ribellare a questa “dipendenza”, come invocano i pentaleghisti. Ma forse non è del tutto peregrino immaginare che Sergio Mattarella, magari in contatto con il presidente della Bce, Mario Draghi, sia a conoscenza di alcuni retroscena di questo meccanismo molto rischiosi per il Paese. Per questo nella valutazione della crisi sarebbe bene mettere a fuoco il fatto che l’Italia, da decenni, tutto è fuorché sovrana nella gestione del debito.

martedì 8 maggio 2018

LO STATO PROFONDO - Equitalia-Bonvicini: una storia italiana

UNA STORIA ITALIANA

In Italia, quanti sono i cittadini e le società/aziende che hanno ricevuto, almeno
una volta, una “Cartella di Equitalia”?
Chi di noi è mai stato in grado di decifrare esattamente tale documento
malgrado l’aiuto a pagamento di professionisti del settore?
Di certo tutti coloro cui queste cartelle erano indirizzate hanno potuto rilevare
che la somma sollecitati a pagare era sempre superiore a quanto ci si potesse
ragionevolmente aspettare.

EQUITALIA S.p.a., società privata ma a capitale interamente pubblico, era, per
legge, incaricata di riscuotere le imposte sul territorio italiano, Sicilia esclusa.
I suoi 8.000 tra dipendenti e dirigenti avevano un doppio stipendio; uno fisso
più uno variabile commisurato alle somme riscosse.

Già dal 2009, Wally Bonvicini, classe 1952, imprenditrice nell’abbigliamento,
incensurata, si attiva come privata cittadina in azioni di salvaguardia contro
Banche e Equitalia per divenire, dal 2012, responsabile di Federitalia che si
distingue nell’assistere cittadini e aziende vessati da banche e, appunto,
Equitalia.

In particolare riferimento a quest’ultima, rilevandosi oltre ai doppi/tripli tributi,
l’addebito di interessi superiori a qualsiasi investimento, applicati anche sulle
sanzioni, i contribuenti assistiti da Federitalia venivano invitati a depositare
querela per usura.

Mentre queste pratiche contro le banche e Equitalia crescevano negli anni, Wally
era invitata a dibattiti e trasmissioni TV e, da Santoro, veniva detto che  Equitalia, lasciando somme dovute dal cittadino/contribuente nella sua disponibilità e chiedendone poi interessi abnormi, di fatto agiva praticando usura.

Lo 06/02/2014 alla Procura della Repubblica di Roma, Attilio Befera
(presidente e legale rappresentante di Equitalia S.p.a.) e Mario Cuccagna
(presidente di Equitalia Nord S.p.a ed Equitalia Centro S.p.a.) presentano querela nei confronti di Bonvicini Wally, nella quale viene rappresentato come la stessa, da alcuni anni, per il tramite di FEDERITALIA - Associazione Antiusura, stia ponendo in essere “una serie di iniziative penali e mediatiche contro EQUITALIA in relazione all’attività di riscossione ad essa demandata per legge”.

Attenzione alle date!

Il 12 maggio 2014, Wally Bonvicini deposita a Roma una querela a mezzo della
quale viene chiesto il sequestro del software appunto di Equitalia.
Il 24 maggio 2014 Attilio Befera, a quanto pare rinunciando a stipendi +
emolumenti pari a € 772.00 l ’anno, si dimette da Equitalia!2
Nel corso del 2015, Wally Bonvicini inizia ad essere indagata senza aver mai
ricevuto un avviso di garanzia. Benchè, come documentato, dopo circa un anno
di indagini, le autorità preposte non rilevino alcuna attività criminale in Italia e
all’estero, le indagini, intercettazioni telefoniche comprese, continuano.
1 luglio 2017, Equitalia S.p.a. viene cancellata dal Registro delle Imprese e i suoi
8.000 dipendenti vengono traghettati, senza concorso, all’Agenzia delle Entrate
Riscossione, un ente pubblico economico che sostituisce Equitalia.
Tutti loro mantengono lo stipendio fisso più uno variabile commisurato alle
somme riscosse!?!

Il 16 settembre 2017, Wally viene arrestata e condotta nel carcere di Modena.
Per i collaboratori di Federitalia ci sono gli arresti domiciliari.
Le accuse sono: diffamazione, sottrazione fraudolenta di beni dovuti allo Stato e
associazione a delinquere.
Il fascicolo dell’accusa è di 14.000, quattordicimila, pagine, circa Kg 26 di carta!
Il 18 dicembre 2017, Wally Bonvicini deve comparire, questa volta solo come
testimone, in un processo per reato connesso, a Torino.
In realtà, già dal giorno 16 dicembre, negatale la telefonata al proprio avvocato,
essa è trasferita da Modena al carcere Lo Russo e Cutugno di Torino. Prima di
salire sul cellulare per le cinque ore ininterrotte del viaggio, le viene sequestrato
l’indumento invernale in precedenza invece approvato dal carcere di Modena.
Il “soggiorno” a Torino, durerà fino al 29 dicembre, in una cella senza
riscaldamento, senza “ora d’aria” e senza possibilità di bere acqua se non dopo
aver appreso, nei giorni a seguire, che occorreva farne scorta giornaliera ogni
singola mattina. Sospeso l’accesso al suo conto di detenuta ella rimaneva senza
possibilità di comperare francobolli per inviare lettere piuttosto che sapone per
lavarsi, sostituito così da un detergente per piatti trovato per caso.
Alla sorella, unica parente e unica persona cui era/è permesso farle visita, viene
negata ogni informazione dagli uffici del carcere e l’avvocato non collabora.
Il 16 marzo 2018, scadrebbero i 180 giorni di carcerazione preventiva a
Modena ma la Procura di Parma, tre mesi prima, mentre Wally era in carcere a
Torino, ha fissato il Rito Immediato per cui la carcerazione si prolunga
automaticamente di altrettanti giorni.

Il 21 marzo 2018, nella prima udienza al tribunale di Parma, il Giudice accoglie tutte le prove dell’accusa e respinge tutte le eccezioni della difesa.
Dopo tre giorni, tutti gli imputati agli arresti domiciliari sono rimessi in libertà.
Wally Bonvicini rimane in carcere perché ritenuta “pericolosa”.
Nuova udienza avvenuta il 27 aprile 2018.

Se l’argomento interessa, prego procedere...

lunedì 23 aprile 2018

“L’Euro è irreversibile”. Però gli altri si preparano al suo collasso.

“L’Euro è irreversibile”. Però gli altri si preparano al suo collasso.

Strana sensazione: sembra  che solo noi italiani – governo, opinione pubblica beatamente ignorante, banchieri – continuino a credere ottimisti  all’eternità dell’euro.
Gli altri si stanno preparando al  suo collasso: precisamente, a come guadagnarci o non perderci.
  • I tedeschi per primi, ovviamente.
Nel marzo scorso un parterre dei migliori e più celebri economisti germanici  si sono riuniti a Berlino in conferenza. Titolo della conferenza: “L’euro può  veramente sopravvivere, e se no, cosa succede?” .
Il professor Clemens Fuest, numero 1 del prestigioso Institut für Wirtschaftsforschung (IFO), ha auspicato  l’introduzione nelle normative europee di una clausola che permetta l’uscita di un paese  dell’eurozona dalla moneta comune.
Cioè ha affrontato esplicitamente un argomento che, se un economista italiano vi allude, viene subissato da ululati di sdegno dei politici, dagli strilli degli economisti mainstream, da  articolesse di violenta ripulsa  dai principali media;  bollato come “sovranista, populista”,  e  di statalista-fascista  da Oscar Giannino (il famoso “master of Chicago School”), espulso dal dibattito pubblico e reso una “non persona”.  Una tempesta di indignazione del pensiero unico contro chi si macchia del delitto di lesa maestà,  avendo Mario Draghi  – il venerato maestro – ordinato: L’euro è irreversibile”.
Fuest e Sinn, della IFO
https://www.upr.fr/actualite/france/des-economistes-de-renom-doutent-de-leuro-un-article-paru-dans-die-welt-traduit-par-vincent-brousseau-confirme-les-analyses-de-lupr
Qualche giornale  italico  ha riportato sì la proposta di Herr Fuest, trattandola  come quella di un originale. Nella stessa conferenza, Hans Werner Sinn, l’ex capo dell’IFO; ha detto: “Non so se l’euro durerà, ma il suo sistema di funzionamento è condannato”.
  • La finanza Usa.
Bridgewater, il più titanico fondo speculativo (hedge fund) del mondo, con 160 miliardi di dollari di attivi, ne ha scommessi 22 (miliardi)  contro la zona euro,  prendendo posizioni al ribasso su tutta una serie di imprese europee, Airbus, tedesche ( Siemens, Deutsche Bank ), francesi (Total, BNP Paribas),  italiane (Intesa San Paolo, Eni, Enel) fra le tante.  Bridgewater, anche date le sue dimensioni, non è  noto per incursioni corsare contro una singola impresa per un rapido bottino, ma per scommettere sulla saluta di un’economia in generale.

La Francia

Patrick Artus, direttore delle ricerche e studi economici di Natixis (banca d’affari  che gestisce 21) miliardi ha mostrato in un recente studio   che in tutte le economie dei paesi sviluppati (OCSE) il capitalismo  è entrato nella fase dinamica terminale descritta da Karl Marx: a)  cala il rendimento del capitale (gli investimenti rendono sempre meno), b) le  imprese rispondono a  questa situazione abbassando i salari, distorcendo ancor più la distribuzione del reddito a favore dei profitti; c)  quando questa distorsione raggiunge i suoi limiti (che si verificano quando i salari scendono a livello di sussistenza), l’economia reale si sgonfia e dunque i capitalisti cercano altrove il profitto; d)  poiché la produttività reale non basta più, i capitalisti si abbandonano a operazioni speculative  pure: riacquisto di azioni proprie (per farle salite fittiziamente in Borsa), acquisto di attivi rischiosi, bitcoin, speculazioni immobiliari e finanziarie.
L’ultima tappa si configura come un alzo verticale delle ineguaglianze  una enorme crisi finanziaria. Così previde Marx il collasso del capitalismo per le sue contraddizioni interne. Quando  un economista come Artus comincia a dar ragione a Marx, c’è da preoccuparsi davvero.

Il fatto è che è la seconda volta che l’Indice di Schiller (che analizza le probabilità di  bolle finanziarie) raggiunge il vertice in cui è oggi: la prima volta in cui l’euforia borsistica è diventata spumeggiante  come oggi,  è stato poco prima del krack del 1929, la più grande crisi economica del ventesimo secolo.
Né mancano i segnali già visti nel 2008: mercati finanziari surriscaldati,  i consumatori super-indebitati (ed anche gli speculatori, ed anche gli Stati…) attivi finanziari  sopravvalutati. E concentrazioni dei capitali accresciuta.
Ma ha ragione Bridgewater a puntare contro la zona euro? Giudicate voi. Dal 2011, la Banca centrale europea di Mario Draghi ha iniettato nella zona euro 4 mila miliardi di €, ossia più di un terzo del PIL dell’eurozona.  Più precisamente, li ha “iniettati” nelle banche.  Dove sono finiti questi miliardi? Per lo più in Germania e in Lussemburgo,  che non sembrano essere i paesi più poveri e bisognosi: insomma l’intervento BCE aggrava la distorsione della capitalismo terminale invece di moderarla: segno inequivocabile che essa si basa  su un sistema di economia ideologica  radicalmente sbagliato.  Inoltre, le banche che hanno ricevuto questo di  miliardi, li hanno “investiti” a deposito – presso la stessa BCE: da 300 miliardi che erano nel 2011, sono 2000 miliardi adesso. Invece che nell’economia produttiva, li hanno messi a cantone per  rispettare la proporzione di liquidità (LCR),  per avere abbastanza liquidità depositata in caso di crisi. Il che conferma la concezione  “radicalmente sbagliata” a cui l’Europa obbedisce.  E che continua ad imporre nonostante i risultati.
Ciò che  hanno fatto la BCE e la Federal Reserve è stato di ingrassare le banche private acquistando i loro crediti (dubbi). Con ciò, i debiti del settore privato sono pagati essenzialmente dai contribuenti senza alcun ritorno sull’investimento. Manco a dirlo, il capo della banca centrale francese Francois Villeroy de Galhau ha incitato il governo a ridurre le regolamentazioni  e auspicato più fusioni-acquisizioni bancarie nella UE, la  “cura” che  ha visto applicare nel settore bancario USA.

Ovviamente la BCE  continua  a ordinare che la zona euro sia “rinforzata”  (ma  perché se è irreversibile?): ossia gli Stati membri devono fare “le riforme”  austeritarie, accumulare avanzi primari e integrare i mercati dei servizi  nell’intera eurozona per “meglio assorbire le perdite potenziali” in caso di crisi “senza far ricorso ai contribuenti”. Detto altrimenti: per rendere l’euro “irreversibile”, prosciugare la nazioni fino all’osso.

Ovviamente sapendo che tutto ciò è inutile se la zona euro non diventa una  zona monetaria reale e completa, il che significa un ministero delle finanze europeo e un bilancio comune dell’eurozona. Ciò che il velleitario Macron sta predicando ad orecchie tedesche, che sono più sorde di prima: perché ciò che vorrebbe Le Petit da  Berlino è che trasferisse i suoi enormi  surplus agli stati in deficit, in una redistribuzione generale del potere d’acquisto.

Al contrario, le centrali germaniche stanno preparandosi – e preparando la loro opinione pubblica  – ad uno smembramento dell’euro: ormai che ci hanno  guadagnato  tutto quel che ci potevano lucrare e si tratta di pagare in  parte il conto, la Bundesbank lamenta: l’economia tedesca è più fragile di quel che sembra. Colpa dei tassi d’interesse troppo bassi (colpa dell’italiota Draghi),   le loro banche sono le meno redditizie   della zona (con un rapporto costi/benefici del 74,9%), i loro prezzi immobiliari sono sopravvalutati del 15, anzi del 30% –  insomma non ha niente da dare ai paesi del Sud Europa. Anzi, comincino a  pensare come saldare il Target 2,  ossia il debito contabile che i meridios hanno contratto che la  Germania, dissanguando la sua povera economia all’orlo della mendicità: ben 900 miliardi di euro, di cui l’Italia secondo loro deve 450 miliardi e la Spagna  400 (la Francia è più o meno in pari). Come hanno già spiegato economisti come Bagnai e Borghi, questa cifra colossale esprime  l’enorme surplus dell’export tedesco verso i paesi- servi: un surplus – in  pratica ci hanno anticipato  i soldi con cui abbiamo comprato le loro BMW – almeno illegale quanto il demoniaco deficit superiore  al 3% di cui ci macchiamo qui al Sud. Ma i governi italiani, finora, non hanno mai risposto al piagnucolio tedesco  chiedendo a Berlino di ridurre quel  surplus contrario alle normative. Adesso che  rischiano di apparire governi meno servili, gridano al populismo e cominciano a dire che ci vuole unna clausola che per metta l’uscita  dall’euro. Irreversibile, qui da noi. I soliti a reggere il moccolo.

Per rabbonire in parte  il Club Med, la Commissione UE (Berlino)  sta decidendo dietro le quinte di togliere diversi miliardi di euro dall’Europa centrale e orientale e di ridistribuirli nell’Europa meridionale. Questo è riportato dal Financial Times.  Si riuscirà così a “punire”  Polonia, Ungheria e Repubblica ceka perché “Non accolgono gli immigrati”, e a trasferire fra Spagna e Grecia, e alcune regioni  sottosviluppate della Francia  i soldi presi a Visegrad, senza spese per i Deutsch.  Speriamo ci sia qualche briciola per l’Italia, che come la Grecia ha dovuto accettare perdite fino al 30% dei bilancio concordato nel 2013.  L’idea  è una riorganizzazione radicale della “politica di coesione” comunitaria: aiuti  non più basato solo sulla base del PIL pro-capite (ovviamente basso all’Est  più che da noi), ma tenendo conto di criteri più ampi, come la disoccupazione giovanile, l’istruzione, l’ambiente e la  “accoglienza ai migranti”..

domenica 22 aprile 2018

Derivati, se non ora quando?

IL MANIFESTO 
Derivati, se non ora quando?
Nuova finanza pubblica. Dopo la decisione della sezione Antitrust della Commissione Europea non ci sono più alibi

Marco Bersani

Edizione del
21.04.2018
https://ilmanifesto.it/derivati-se-non-ora-quando/

La battaglia per l’annullamento dei derivati e per la drastica riduzione dei tassi di interesse sui mutui contratti dagli enti locali e dallo Stato può contare da tempo su un’arma decisiva, il cui mancato utilizzo e sottovalutazione da parte degli enti pubblici può a buon titolo essere considerata complicità con le banche nell’esproprio della ricchezza collettiva.

Stiamo parlando della Decisione della sezione Antitrust della Commissione Europea «caso AT 39914» del 4/12/2013, resa pubblica solo a metà del novembre 2016 (!!), con la quale sono state sanzionate alcune imprese bancarie e finanziarie per illeciti, riconosciuti ed ammessi dalle stesse imprese oggetto di indagine, per il periodo settembre 2005 – maggio 2008.

La sentenza permette a singoli cittadini, imprese ed enti pubblici di chiudere tutti i contratti di mutuo, prestiti e derivati, sottoscritti nel periodo indicato, che contenevano un tasso variabile legato all’Euribor, riconoscendo agli stessi il diritto al risarcimento. La Decisione si basa su due elementi: a) il primo è relativo all’intesa restrittiva della concorrenza, operata da un cartello tra le principali banche europee, con lo scopo di manipolare, a proprio vantaggio, il corso dell’Euribor; vicenda che si è chiusa con la condanna di 4 tra le più note banche europee (Barclays, Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland e Société Générale) al pagamento di una multa pari a 1,7 mld; b) il secondo è relativo all’indeterminatezza stessa del tasso Euribor (un tasso inteso a riflettere il costo dei prestiti interbancari in euro); in questo caso, rileva la sentenza, i parametri atti ad individuare il tasso variabile sono scarsamente intelligibili, perché si fa riferimento a valori concatenati di valute estere tali da non rendere verificabili i dati. Dalla Decisione consegue il diritto tangibile al risarcimento per indeterminatezza e manipolazione del tasso di interesse.

Gli enti locali e lo Stato italiano, indipendentemente dalla banca con cui li hanno stipulati, possono in sostanza ora ottenere l’annullamento di tutti i contratti di mutuo e di tutti i derivati sottoscritti nel periodo settembre 2005/maggio 2008, ancora attivi o scaduti da non oltre 5 anni, con il risarcimento integrale di tutti gli interessi sui mutui e di tutti i flussi negativi su derivati che si sono visti addebitare. Va infine aggiunto che la Decisione della Commissione Europea ha potere vincolante sul Giudice competente nazionale, che, pertanto, è chiamato ad uniformarsi, per non incorrere in sanzioni.

Gli anni 2005-2008 costituiscono il periodo di massima dimensione della stipula di contratti derivati da parte degli Enti Locali, il cui apice è stato raggiunto nel 2007 con 796 enti interessati e 1.331 contratti sottoscritti dal valore nazionale iniziale di 37,042 miliardi di euro. Fu proprio l’espansione senza controllo dei derivati a far decidere nel 2008 (art. 62, D.Lgs. n. 112/2008) la sospensione temporanea dell’attività in derivati di regioni ed enti locali (poi divenuta definitiva con la Legge di stabilità 2014).
Gli enti locali, messi con le spalle al muro da decenni di politiche di austerità, hanno oggi l’occasione per rialzare la testa e per scegliere finalmente di rappresentare le comunità territoriali invece di continuare a favorire la penetrazione degli interessi finanziari nella società e nella vita delle persone.

I movimenti sociali e le comunità territoriali hanno il compito di sollevarsi e di pretendere che tutti i Comuni mettano da subito in atto quanto necessario per rompere la trappola del debito e per ottenere la restituzione del maltolto, da reinvestire in servizi per la collettività.

Riprendersi il futuro è l’attività del presente.