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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

domenica 3 novembre 2024

Centro Studi Monetari: Proposta di legge sui biglietti di Stato

Leggi la Proposta di legge d'iniziativa del Centro Studi Monetari

BIGLIETTI DI STATO A CORSO LEGALE

sabato 28 novembre 2015

Diagramma della truffa del debito pubblico

La Banca d'Italia fornisce arbitrariamente alle banche partecipanti alle "aste titoli" (gli specialisti in titoli di stato o Primary Dealers) le linee di credito sufficienti per acquistare una quantità predeterminata di titoli.

giovedì 28 maggio 2015

DENARO: SCHEMA DELLA FRODE BANCARIA

Vale sia per banconote che denaro virtuale, sia con banca nazionale che non, sia con euro che con dollari, yen, sterline, neolire, etc. Se non si rettificano i bilanci, se non si accredita il denaro alla banca all'emissione, il gioco dei banchieri è fatto !

domenica 21 dicembre 2014

Note per uno studio di settore sull'attività bancaria

Note per uno studio di settore sull'attività bancaria
di Marco Saba*
(documento per l'Ordine dei Commercialisti)
16 maggio 2014
http://centralerischibanche.blogspot.it/2014/05/note-per-uno-studio-di-settore.html

A seguito del mio intervento durante il convegno a Napoli del 7 maggio 2014 (1), è emerso che le banche svolgono attività d'intermediazione finanziaria solo marginalmente, mentre l'attività principale consiste nella creazione di denaro ex novo che - ad oggi - non risulta contabilizzata a bilancio. Al momento non si dispone di uno studio di settore dedicato all'attività bancaria (2), in particolare per i codici ATECO 64.11.00 (Attività della Banca Centrale) e 64.19.10 (Intermediazione monetaria di istituti monetari diverse dalle Banche centrali). la Commissione degli esperti dell'Agenzia delle Entrate (3) interpellata in proposito informalmente, fa sapere che tale studio non è nemmeno in agenda per il  futuro. 

mercoledì 17 settembre 2014

Una bomba dal Cfr


Una bomba dal Cfr: “… le Banche Centrali … dovrebbero consegnare denaro contante direttamente ai consumatori.”


Questo articolo, segnalatomi da un Marco Saba sempre attento a monitorare tutto ciò che succede nel sistema monetario internazionale, è appena apparso sul numero di Settembre-Ottobre della rivista Foreign Affairs. E’ una autentica bomba a tempo: perciò ho voluto immediatamente tradurlo e metterlo in circolazione nel web. Foreign Affairs è la rivista del Council on Foreign Relations, probabilmente il think-tank internazionale più prestigioso tra quelli visibili, una associazione indipendente (dicono loro) che fa parte della cupola del Governo Mondiale (diciamo in tanti). Pertanto, l’articolo che segue, firmato da  Mark Blyth e Eric Lonergan, provenendo dal Cfr, assume una rilevanza fuori dall’ordinario. E’ il vertice del Potere mondiale che suggerisce di consegnare direttamente ai consumatori il denaro contante: non potrà non avere ripercussioni importanti in un futuro molto prossimo. E’ un segnale importante, visto la provenienza. E’ un documento da esaminare per bene per poter cogliere ed interpretare i numerosi segnali che contiene. Ci sono suggerimenti e commenti che somigliano molto a veri e propri ordini o avvertimenti per i governanti. Nonostante la ben giustificata diffidenza che nutriamo nei confronti della classe dominante dei banchieri, numerosi messaggi e la frase che nel finale dice ” Il tempo è giunto per tale tipo di innovazione” , ci incoraggiano a essere ottimisti. Sarà l’inizio di una svolta tanto attesa? Speriamo bene …

Stampare Meno ma Trasferire di Più  - Perché le Banche Centrali Dovrebbero Dare Denaro       Direttamente alla Gente     
Nei decenni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale, l’economia del Giappone crebbe così velocemente e così a lungo che gli esperti descrissero il fenomeno come assolutamente miracoloso. Durante l’ultimo grande boom del Paese, tra il 1986 e il 1991, la sua economia è cresciuta di quasi un trilione di dollari. Ma poi, in una storia con chiare similitudini  con quella odierna, la bolla speculativa del Giappone scoppiò, e i suoi mercati azionari andarono giù in picchiata. Il debito pubblico si gonfiò a dismisura, e la crescita annua scese a meno dell’uno per cento. Nel 1998 l’economia si stava contraendo.
In quel Dicembre, un professore di economia di Princeton dichiarò che i banchieri centrali avrebbero ancora potuto porre rimedio. Il Giappone stava essenzialmente soffrendo per una insufficienza di domanda: i tassi di interesse erano già bassi, ma i consumatori non stavano comprando, le aziende non prendevano prestiti, e gli investitori non stavano rischiando. Era una previsione che si realizzava da sé: il pessimismo economico stava impedendo la ripresa.   Bernanke disse che la Bank of Japan doveva essere più aggressiva e suggerì di prendere in considerazione un approccio non convenzionale: dare contante direttamente alle famiglie giapponesi. I consumatori avrebbero potuto spendere la manna caduta dal cielo per uscire dalla recessione, alimentando la domanda e facendo salire i prezzi.
Come lo stesso Bernanke chiarì, il concetto non era nuovo: negli anni ’30, l’economista inglese John Maynard Keynes propose di seppellire bottiglie di banconote in vecchie miniere di carbone; una volta riportate alla luce (come l’oro), il contante avrebbe creato nuova ricchezza e stimolato la spesa. Anche l’economista conservatore Milton Friedman vide l’attrattiva del trasferimento diretto del denaro, che paragonò ad un lancio di denaro dall’elicottero. Il Giappone comunque non tentò queste soluzioni, e l’economia del Paese non si è mai ripresa completamente. Tra il 1993 e il 2003, la crescita annuale media del Giappone era meno dell’uno per cento.
Oggi la maggior parte degli economisti sono d’accordo che, come il Giappone nella seconda parte degli anni ’90, l’economia globale sta soffrendo a causa di una spesa insufficiente, un problema che deriva da un più grave difetto di governance. Le Banche Centrali, inclusa la U.S. Federal Reserve, hanno intrapreso azioni aggressive, abbassando consistentemente i tassi d’interesse in misura tale che oggi si aggirano intorno allo zero. Hanno anche pompato un valore di trilioni di dollari di denaro fresco dentro il sistema finanziario. Ciononostante tali politiche hanno solo alimentato un dannoso ciclo di boom e crisi, annullando gli incentivi e distorcendo i prezzi degli assets, e ora la crescita economica ristagna mentre peggiora la disuguaglianza. E’ giunto il tempo, quindi, per i responsabili politici americani, così come le loro controparti in altri paesi sviluppati, di prendere in considerazione una qualche versione dei lanci di denaro dall’elicottero di Friedman. A breve termine, questi trasferimenti di contante potrebbero far ripartire di scatto l’economia. Sul lungo periodo, potrebbero ridurre la dipendenza dal sistema bancario per la crescita e invertire il trend della disuguaglianza. I trasferimenti non provocherebbero dannosa inflazione, e pochi mettono in dubbio che funzionerebbero. L’unica domanda è perché nessun governo li abbia provati.
Invece di trascinare verso il basso la parte alta, i governi dovrebbero spingere verso l’alto la parte inferiore.
DENARO FACILE
In teoria, i governi possono incrementare la spesa in due modi: attraverso politiche fiscali (come abbassando le tasse o aumentando la spesa del governo) o attraverso politiche monetarie ( come riducendo i tassi d’interesse o aumentando l’offerta di denaro). Ma negli ultimi decenni, i governi si sono affidati quasi esclusivamente alla seconda opzione. Il cambio è avvenuto per svariate ragioni. Soprattutto negli Stati Uniti, le divisioni sulla politica fiscale sono cresciute troppo  per poter essere ricucite, in quanto destra e sinistra hanno dato inizio a dure lotte per scegliere tra l’incremento della spesa del governo o il taglio delle tasse. Generalmente, sgravi fiscali e incentivi di stimolo tendono ad avere più grossi ostacoli politici che i cambiamenti di politica monetaria. Presidenti e primi ministri hanno bisogno dell’approvazione delle loro assemblee legislative per passare un budget; ciò richiede tempo, e le agevolazioni fiscali e gli investimenti pubblici spesso beneficiano potentati privati piuttosto che l’economia nel suo insieme. Molte banche centrali, al contrario, sono politicamente indipendenti e possono tagliare i tassi d’interesse con un unica teleconferenza. Inoltre, semplicemente non c’è un reale consenso sul come usare le tasse o la spesa per stimolare in maniera efficiente l’economia.
La crescita continua dagli ultimi anni ’80 ai primi anni di questo secolo sembravano giustificare questa enfasi sulla politica monetaria. L’approccio presentava gravi inconvenienti, tuttavia. A differenza della politica fiscale, che agisce direttamente sulla spesa, la politica monetaria opera in maniera indiretta. I bassi tassi d’interesse riducono i costi dei prestiti e portano su i costi di azioni, obbligazioni e delle case. Ma stimolare in questo modo l’economia è caro e non efficiente, e può creare pericolose bolle – per esempio nel mercato immobiliare – e incoraggiare aziende e famiglie ad avventurarsi in pericolosi indebitamenti.
Ciò è precisamente cosa accadde durante la presidenza della Fed di Alan Greenspan dal 1997 al 2006: Washington fece troppo affidamento sulla politica monetaria per incrementare la spesa. I commentatori spesso biasimano Greenspan di aver preparato il terreno per la crisi finanziaria del 2008, tenendo gli interessi troppo bassi nei primi anni di questo secolo. Ma l’impostazione di Greenspan era solo una reazione alla mancanza di volontà del Congresso di usare i propri strumenti fiscali. Inoltre, Greenspan era in completa buona fede nel suo agire. Nella testimonianza al Congresso nel 2002, spiegò come la politica della Fed influenzasse l’americano medio: “Particolarmente importanti nel sostenere la spesa sono i tassi molto bassi di interesse sui mutui, che incoraggiano le famiglie ad acquistare case, rifinanziare il debito e abbassare gli oneri del servizio del debito, ed estrarre valore dalle case per finanziare la spesa. I tassi d’interesse fissi rimangono ad un livello storicamente basso e dovrebbe quindi alimentare una  richiesta abbastanza forte di abitazioni e, per mezzo dell’estrazione di valore, sostenere anche la spesa dei consumatori”.
Naturalmente, il modello di Greenspan si schiantò e si bruciò in maniera spettacolare quando il mercato immobiliare delle case implose nel 2008. Ancora niente è in realtà cambiato da allora. Gli Stati Uniti hanno a malapena rimesso insieme il loro sistema finanziario e riesumato le stesse politiche che crearono 30 anni di bolle finanziarie. Considerate ciò che Bernanke, che venne fuori dall’accademia per servire come successore di Greenspan, fece con la sua politica di “quantitative easing” , col quale la Fed incrementò la disponibilità di denaro acquistando miliardi di dollari di titoli garantiti da ipoteca e titoli di Stato. Bernake puntò ad incrementare i prezzi di azioni e obbligazioni nello stesso modo con cui Greenspan aveva tirato su i prezzi delle case. I loro obiettivi erano sostanzialmente gli stessi: incrementare la spesa al consumo.
Gli effetti complessivi delle politiche di Bernanke sono stati simili a quelli di Greenspan. I più alti prezzi degli assets hanno incoraggiato una modesta ripresa della spesa, ma con gravi rischi per il sistema finanziario e ad un enorme costo per i contribuenti. Ciò nonostante altri governi hanno continuato a seguire il cammino di Bernanke. La Banca Centrale del Giappone, per esempio, ha tentato di usare la propria politica di quantitative easing per sollevare il mercato azionario. Sino ad ora, comunque, gli sforzi di Tokyo non sono riusciti a contrastare il sottoconsumo cronico del Paese. Nell’eurozona, la Banca Centrale Europea ha tentato di incrementare gli incentivi di spesa rendendo negativi i tassi d’interesse, addebitando lo 0,1 per cento alle banche commerciali per il deposito di contante. Ma non si nota che questa politica abbia incrementato la spesa.
La Cina sta già lottando per far fronte alle conseguenze di politiche simili, adottate sulla scia della crisi finanziaria del 2008. Per tenere a galla l’economia nazionale, Pechino tagliò decisamente i tassi d’interesse e diede alle banche il permesso di rilasciare un numero senza precedenti di prestiti. Il risultato è stato un drammatico incremento nei prezzi dei beni e sostanziale nuovo indebitamento da parte di individui e società finanziarie, che portò a una pericolosa instabilità. I responsabili politici cinesi stanno ora tentando di sostenere la spesa complessiva riducendo il debito e rendendo i prezzi più stabili. Allo stesso modo di altri governi, a Pechino mancano le idee sul da farsi. Non vuole continuare ad allentare la politica monetaria. Ma non ha ancora trovato un’altra strada per andare avanti.
La più ampia economia globale può essere già entrata, nel frattempo, in una bolla obbligazionaria e potrebbe presto assistere ad una bolla azionaria. Il mercato immobiliare delle case nel mondo, da Tel Aviv a Toronto, è surriscaldato. Nel settore privato, molti non vogliono contrarre nuovi prestiti; pensano che il loro livello di debiti sia già troppo alto. Queste sono notizie estremamente negative per i banchieri centrali: quando famiglie e investitori rifiutano di aumentare rapidamente i prestiti, la politica monetaria non può fare molto per incrementare la loro spesa.  Negli ultimi 15 anni le maggiori banche centrali del mondo hanno ampliato i loro bilanci di circa 6 trilioni, principalmente attraverso quantitative easing e altre così chiamate operazioni di liquidità. Ciò nonostante, nella gran parte del mondo sviluppato, l’inflazione si è appena mossa.
In qualche misura, l’inflazione bassa riflette una intensa competitività in una economia sempre più globalizzata. Ma succede anche quando la popolazione e gli investitori esitano troppo a spendere il loro denaro, il che tiene alta la disoccupazione e bassa la crescita dei salari. Nell’eurozona l’inflazione è pericolosamente scesa vicino allo zero. E alcuni paesi come Portogallo e Spagna, potrebbero già trovarsi in deflazione. Nella migliore delle ipotesi, le politiche attuali non stanno funzionando; nella peggiore, conducono a crescente instabilità e stagnazione prolungata.
FAI CHE PIOVA
I Governi devono far meglio. Piuttosto che tentare di stimolare la spesa del settore privato attraverso l’acquisto di assets o cambi nei tassi d’interesse, le banche centrali, come la Fed, dovrebbero consegnare direttamente il contante ai consumatori. Praticamente, questa politica potrebbe dare alle banche centrali la possibilità di consegnare alle famiglie dei contribuenti dei loro paesi un certo ammontare di denaro. Il governo potrebbe equamente distribuire contante a tutti i nuclei familiari o, ancora meglio, destinarlo all’ottanta per cento inferiore delle famiglie in termini di reddito. Puntare a coloro che guadagnano meno avrebbe due benefici principali. Da un lato, le famiglie a più basso reddito sono più soggette a consumare, tanto da incrementare maggiormente la spesa. Da un altro, la scelta politica porrebbe un freno alla crescente disuguaglianza.
Un tale approccio rappresenterebbe una significativa innovazione nella politica monetaria dall’istituzione della banca centrale, senza essere comunque un radicale abbandono dello status quo. La maggior parte dei cittadini già confidano nell’abilità delle loro banche centrali di manipolare i tassi d’interesse. E i cambi dei tassi sono tanto ridistributivi come i trasferimenti di contante. Quando i tassi d’interesse calano, per esempio, coloro che prendono in prestito a tasso variabile terminano beneficiandone, mentre coloro che risparmiano – e quindi dipendono più dal reddito da interessi – perdono.
La maggior parte degli economisti concordano che trasferimenti di contante dalla banca centrale stimolerebbe la domanda. Ma i responsabili politici tuttavia continuano a resistere all’idea. In un discorso del 2012, Mervyn King, il governatore della Banca d’Inghilterra, dichiarò che i trasferimenti tecnicamente equivalgono a una politica fiscale, che cade al di fuori dell’ambito del banchiere centrale, una opinione a cui ha fatto eco nel passato Marzo la sua controparte giapponese, Haruhiko Kuroda. Tali argomenti, comunque, sono puramente semantici.  Distinzioni tra politiche monetarie e fiscali sono una funzione che i governi chiedono alle loro banche centrali di svolgere. In altre parole, i trasferimenti di contante diventerebbero uno strumento di politica monetaria non appena le banche iniziassero ad usarli.
Altri critici ammoniscono che questi lanci dall’elicottero potrebbero causare inflazione. I trasferimenti, comunque, sarebbero uno strumento flessibile. I banchieri centrali potrebbero lanciarli quando ritengono più opportuno e aumentare i tassi d’interesse per compensare effetti inflazionari, quantunque non ci dovrebbe essere bisogno: in anni recenti i bassi tassi d’interesse si sono dimostrati notevolmente resilienti, persino dopo ripetuti quantitative easing.  Tre trends spiegano perché. Primo, l’innovazione tecnologica ha portato giù i prezzi al consumo e la globalizzazione ha impedito l’aumento negli stipendi. In secondo luogo, le ricorrenti crisi (panics) finanziarie degli ultimi decenni hanno spinto molte economie di più bassi redditi ad incrementare il risparmio – in forma di riserve di valuta – come forma di assicurazione. Ciò significa che hanno speso molto meno di quanto potrebbero, affamando le loro economie di investimenti in aree come infrastrutture e difesa, che avrebbero fornito occupazione e fatto crescere i prezzi. Infine, in tutto il mondo industrializzato, le aumentate aspettative di vita hanno spinto privati cittadini a focalizzarsi sul risparmio a più lungo termine (pensa al Giappone).  In conseguenza di ciò, adulti di mezza età e gli anziani hanno iniziato a spendere meno su beni e servizi.  Queste radici strutturali della bassa inflazione odierna continueranno a rinforzarsi nei prossimi anni, come la competizione globale si intensifica, persistono i timori di crisi finanziarie, e la popolazione in Europa e negli Stati Uniti continua ad invecchiare. Se non altro, i responsabili politici dovrebbero preoccuparsi di più della deflazione, che sta già creando problemi nell’eurozona.
Non c’è necessità, quindi, che le banche centrali abbandonino la loro tradizionale attenzione a mantenere alta la domanda e il controllo dell’inflazione. I trasferimenti di contante offrono più opportunità di raggiungere quegli obiettivi di quanto lo facciano i cambi dei tassi d’interesse e i quantitative easing, ad un costo molto inferiore. Dal momento che sono più efficienti, i lanci dall’elicottero richiederebbero alle banche meno stampa di denaro.  Depositando i fondi direttamente in milioni di conti correnti – stimolando immediatamente la spesa – i banchieri centrali non avrebbero necessità di quantità di denaro equivalente al 20 per cento del Prodotto Interno Lordo.
L’impatto complessivo dei trasferimenti dipenderebbe dal cosiddetto moltiplicatore fiscale, che misura di quanto il Pil crescerebbe per ogni 100 dollari trasferiti.  Negli Stati Uniti, gli sgravi fiscali previsti dal Economic Stimulus Act del 2008, che ammontava più o meno all’uno per cento del Prodotto Interno Lordo (GPD), può fungere da utile guida: si stima che abbiano un moltiplicatore di circa 1.3. Ciò significa che una iniezione di contante equivalente al due per cento del Pil, accrescerebbe probabilmente l’economia di un 2.6 per cento. Trasferimenti di quella portata – meno del cinque per cento del Pil – sarebbero probabilmente sufficienti a generare una crescita economica.
Usando i trasferimenti di contante, le banche centrali potrebbero incrementare la spesa senza correre il rischio di tenere i tassi d’interesse bassi.  Ma i trasferimenti indirizzerebbero solo in maniera marginale la disuguaglianza del reddito, un’altra grave minaccia per la crescita economica nel lungo termine. Negli ultimi tre decenni, i salari del 40 per cento inferiore dei percettori nei paesi industrializzati non sono cresciuti, mentre i percettori al top hanno visto incrementare vertiginosamente i loro redditi. La Banca d’Inghilterra ritiene che il cinque per cento più ricco delle famiglie britanniche possieda ora il 40 per cento della ricchezza totale del Regno Unito – un fenomeno adesso comune nel mondo industrializzato.
Per ridurre il divario tra ricchi e poveri, l’economista francese Thomas Piketty e altri hanno proposto una tassa globale sulla ricchezza. Ma una tale politica non sarebbe efficiente. Per il semplice motivo che i ricchi userebbero probabilmente la loro influenza politica e le risorse finanziarie per opporsi alla tassa ed evitare di pagarla. Circa 29 trilioni di assets offshore riposano al di fuori della portata dei ministeri del tesoro statali, e la nuova tassa aumenterebbe quella quantità. In aggiunta, la maggior parte delle persone che dovrebbero pagare – il dieci per cento più alto di percettori – non sono tanto ricchi. Di solito, la maggior parte delle famiglie nel segmento di più alto reddito sono della classe medio-alta, non super-ricchi. Caricare  ulteriormente questo gruppo sociale avrebbe alti costi politici e, come i recenti problemi di budget della Francia dimostrano, renderebbe scarsi benefici finanziari. In conclusione, le tasse sul capitale scoraggerebbe investimenti privati e innovazione.
Ci sarebbe un’altra strada: invece di tentare di portare giù il vertice, i governi potrebbero portar su la parte inferiore. Le banche centrali potrebbero emettere debito e utilizzare il ricavato investendolo in un indice azionario globale, un pacchetto di investimenti differenziati con un valore che sale e scende con il mercato, che potrebbero tenere in fondi sovrani. La Banca d’Inghilterra, la Banca Centrale Europea, e la Federal Reserve già posseggono beni patrimoniali in eccesso del 20 per cento del Prodotto Interno Lordo dei loro paesi, perciò non c’è motivo per cui non possano investire quegli assets in azioni globali a beneficio dei loro cittadini. Dopo circa 15 anni, i fondi potrebbero distribuire le loro partecipazioni azionarie all’ottanta per cento inferiore per reddito dei contribuenti. I pagamenti si potrebbero effettuare su conti correnti individuali non tassabili, e il governo potrebbe porre piccoli vincoli su come il capitale potrebbe essere usato.
Per esempio, ai beneficiari si potrebbe richiedere di mantenere i fondi come risparmi o finanziare la loro educazione, saldare debiti, iniziare un business, o investire in una casa. Tali restrizioni spingerebbe i riceventi a pensare ai trasferimenti di denaro come un investimento per il futuro, piuttosto che a una vincita alla lotteria. L’obiettivo, per di più, sarebbe quello di incrementare la ricchezza nella parte bassa della distribuzione del reddito sul lungo periodo, che contribuirebbe molto a diminuire l’ineguaglianza.
La cosa migliore è che il sistema si auto-finanzierebbe. La maggior parte dei governi possono ora emettere titoli di debito a un tasso di interesse reale vicino allo zero. Se accumulassero capitale in quel modo o liquidassero i beni che attualmente possiedono, potrebbero godere di un rendimento reale del cinque per cento – una stima prudente, dati i rendimenti storici e le valutazioni correnti. Grazie agli effetti dell’interesse composto, i profitti da questi fondi potrebbero ammontare circa a un 100 per cento di plusvalenza dopo appena 15 anni. Ammettiamo che un governo emetta titoli di debito equivalente al 20 per cento del Pil ad un interesse reale uguale a zero, e quindi investa il capitale in un indice azionario globale. Dopo 15 anni potrebbe ripagare il debito generato e anche trasferire il capitale in eccesso alle famiglie. Questo non è alchimia. E’ una politica che metterebbe il cosiddetto premio per il rischio azionario – il rendimento in eccesso che gli investitori ricevono in cambio per mettere a rischio il loro capitale –  a lavorare per tutti.
PIU’ DENARO, MENO PROBLEMI
Per come stanno attualmente le cose, le politiche monetarie prevalenti sono andate avanti quasi completamente senza essere contrastate, se si eccettuano le proposte di economisti keynesiani come Lawrence Summers e Paul Krugman, che hanno sollecitato per spese finanziate dal governo per infrastrutture e ricerca. Tali investimenti, secondo il ragionamento, creerebbero posti di lavoro facendo gli Stati Uniti più competitivi. Ed ora sembra il momento più propizio per mettere insieme fondi per pagare tali lavori: i governi possono prendere in prestito per dieci anni a tassi reali di interessi vicini allo zero.
Il problema di questi obiettivi è che la spesa in infrastrutture ci impiega troppo tempo per riavviare una economia in difficoltà. Nel Regno Unito, per esempio, i responsabili politici ci hanno impiegato dieci anni per arrivare a un accordo per costruire un progetto di ferrovia ad alta velocità noto come HS2 e un tempo altrettanto lungo per mettersi d’accordo su un progetto di aggiungere una terza pista all’aeroporto di Heathrow a Londra. Tali grandi investimenti a lungo termine sono necessari. Ma non dovrebbero essere fatti con fretta. Chiedete appunto agli abitanti di Berlino del nuovo, non necessario aeroporto che il governo tedesco sta costruendo per oltre 5 miliardi di dollari, attualmente con cinque anni di ritardo sui programmi. I governi continuano quindi ad investire in infrastrutture e ricerca, ma quando si trovano ad affrontare una domanda insufficiente, dovrebbero affrontare il problema della spesa velocemente e in modo diretto.
Se il trasferimento di contante rappresenta qualcosa di tanto sicuro, perché nessuno lo ha provato? La risposta, in parte, si riduce ad un avvenimento nella storia: le banche centrali non sono state progettate per gestire la spesa. Le prime banche centrali, molte delle quali sono state fondate alla fine del diciannovesimo secolo, furono progettate per portare avanti poche funzioni basiche: emettere valuta, approvvigionare di liquidità il mercato dei titoli di Stato e mitigare il panico bancario (le crisi del sistema, N.d.T.).  Erano soprattutto impegnate nelle cosiddette operazioni a mercato aperto – essenzialmente, l’acquisto e la vendita dei titoli di Stato – che procuravano liquidità alle banche e determinavano il tasso di interesse nei mercati monetari. Il quantitative easing, l’ultima variante della funzione di acquisto di titoli, si dimostrò capace di stabilizzare i mercati monetari nel 2009, ma ad un costo troppo elevato, considerando la piccola crescita raggiunta.
Un secondo fattore che spiega il persistere della vecchia maniera di fare business coinvolge il bilancio delle banche centrali. La contabilizzazione convenzionale tratta il denaro – banconote e riserve – come un passivo. Così se una di queste banche dovesse emettere trasferimenti di contante in eccesso rispetto al suo attivo, potrebbe tecnicamente avere un patrimonio netto negativo. Ma non ha senso preoccuparsi della solvenza delle banche centrali: dopo tutto, possono stampare altro denaro.
Le più forti fonti di resistenza ai trasferimenti di contante sono politiche e ideologiche. Negli Stati Uniti, per esempio, la Fed è estremamente contraria a cambiamenti legislativi riguardanti la politica monetaria per timore di azioni del congresso tese a limitare la propria libertà d’azione in una futura crisi (come ad esempio impedendogli di salvare banche straniere). Inoltre, molti americani conservatori ritengono i trasferimenti di cash essere elemosine socialiste. In Europa, nella quale uno potrebbe credere di trovare suolo più  fertile per tali trasferimenti, la paura tedesca dell’inflazione che condusse la Banca Centrale Europea ad alzare i tassi nel 2011, nel mezzo della più grande recessione dagli anni ’30, suggerisce che una resistenza ideologica si possa trovare anche là.
Coloro ai quali non piace l’idea di premi in denaro, comunque, dovrebbero immaginare quelle povere famiglie ricevere una imprevista eredità o sgravio fiscale.  Una eredità è un trasferimento di ricchezza non guadagnato dal destinatario, e tempistica e quantità sfuggono al controllo del beneficiario. Sebbene il regalo possa venire da un membro della famiglia, in termini finanziari, è uguale a un trasferimento di denaro diretto dal governo. Le persone povere, naturalmente, raramente hanno parenti ricchi e così, raramente ricevono eredità – ma secondo il piano qui proposto, la riceverebbero, ogni volta che il loro Paese fosse a rischio di entrare in recessione.
A meno che uno non sottoscriva che le recessioni siano terapeutiche o meritate, non c’è nessun motivo per il quale il governo non debba tentare di porre loro fine se ne ha la possibilità, e i trasferimenti di denaro contante sono un metodo unicamente efficace di farlo. Per un motivo, incrementerebbero immediatamente la spesa, e le banche centrali potrebbero attivarli istantaneamente, a differenza della spesa in infrastrutture o di cambiamenti nelle disposizioni fiscali, che solitamente richiedono leggi. E in contrasto con tagli ai tassi di interesse, i trasferimenti di denaro contante influenzerebbe la domanda direttamente, senza gli effetti indesiderati di condizionare i mercati finanziari e i prezzi dei beni. Aiuterebbero pure a correggere l’ineguaglianza – senza spellare i ricchi.
A parte l’ideologia, le maggiori barriere all’implementazione di questa politica sono sormontabili. Il tempo è giunto per questo tipo di innovazioni. Le banche centrali stanno ora tentando di guidare le economie del ventunesimo secolo con set di strumenti politici inventati oltre un secolo fa. Facendo troppo affidamento su quei sistemi, hanno terminato coll’abbracciare politiche con perverse conseguenze e povere ricompense finali. Tutto ciò che serve per cambiare rotta è coraggio, cervello, e una leadership per tentare qualcosa di nuovo.

lunedì 15 settembre 2014

Banche, Bankitalia: Circolo vizioso

Banche, Bankitalia: “Circolo vizioso, danno credito attraverso relazioni personali”

Il direttore generale di Palazzo Koch, Salvatore Rossi, lancia l'allarme sul "fallimento di mercato" per cui le piccole aziende sono "opache" sui bilanci per timore del fisco e gli istituti di credito si basano più sulle conoscenze che sulle analisi tecniche per decidere a chi concedere finanziamenti

Banche, Bankitalia: “Circolo vizioso, danno credito attraverso relazioni personali”
C’è un “circolo vizioso” da spezzare. Una spirale che mette a rischio la sopravvivenza delle piccole e medie aziende italiane. Protagoniste, le pmi stesse e le banche. Le une sono “opache” sui bilanci per timore del fisco, le altre “forniscono il credito attraverso le relazioni personali e non con analisi tecniche”. A denunciarlo è il direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi, secondo cui questo “fallimento di mercato” porta al taglio dei prestiti e in alcuni casi più gravi al dissesto delle banche. Un allarme che richiama quello lanciato qualche mese fa dallo stesso governatore di Palazzo Koch, Ignazio Visco, secondo cui le partecipazioni bancarie nelle aziende possono “distorcere le scelte di affidamento”.  
“Ne va della sopravvivenza stessa delle non poche aziende italiane piccole e medie che, pur duramente provate dalla crisi, hanno mercato, capacità innovativa, un patrimonio di tecnologie e potrebbero riprendersi”, ha detto Rossi durante la conferenza ‘Una finanza per lo sviluppo’ alla Banca Popolare di Sondrio. Il funzionario ha ricordato come la “metà del nostro Pil si forma presso aziende medio-piccole (cioè con meno di 250 addetti) che vanno aiutate a crescere, non lasciate morire quando non sono davvero malate terminali”. L’Italia è, tra i principali Paesi europei, “quello dove il divario di produttività tra imprese piccole e medio-grandi è il più ampio. Le imprese nascono piccole ovunque, ma poi o muoiono o crescono in fretta. In Italia, se non muoiono, restano a lungo nel limbo della piccola dimensione”. 
Per questo le banche devono “accelerare un cambiamento per alcune già iniziato”: per gli istituti di credito “è forte l’esigenza di essere molto ben capitalizzate, in ragione di rischi di cui si è ora tutti molto più consapevoli”. Non solo: secondo il dg “devono avere condizioni generali – di profittabilità, di trasparenza, di governance – che le mettano in grado di spuntare condizioni competitive di provvista da trasferire ai tassi sugli impieghi, ribassandoli, e di raccogliere, al bisogno, nuovo capitale rapidamente e in misura adeguata”.

domenica 14 settembre 2014

Scozia: le banche temono il "redde rationem"

Scozia, la secessione fa paura alle banche: “Pronti ad andarcene”

Bank of Scotland e Lloyds: trasferiamo la sede

REUTERS
Enormi «Yes» compaiono nei villaggi delle Isole Ebridi


ALESSANDRA RIZZO
LONDRA
La Royal Bank of Scotland (Rbs), colosso bancario e simbolo del settore finanziario scozzese, ha annunciato che in caso di indipendenza della Scozia trasferirà la sede legale in Inghilterra, una decisione che assesta un brutto colpo alla campagna indipendentista. 

Ma in un clima sempre più infuocato non è solo la Rbs, in Scozia dal 1727, a fare notizia. LLoyds, altro gigante bancario con sede a Edimburgo, prepara piani analoghi, mentre il «Financial Times» mette in guardia contro i rischi di una scissione. «L’unica certezza è l’incertezza, e a farne le spese saranno la Scozia e il Regno Unito», scrive il quotidiano della City nel suo «endorsement» per il fronte unionista.  

La Rbs ha motivato la sua decisione citando in una nota «incertezze materiali derivanti dal referendum che potrebbero avere un impatto sul rating di credito della banca e sul quadro monetario, fiscale e giuridico cui è sottoposta». Sebbene la banca sia per circa l’80% di proprietà dei contribuenti britannici dopo il salvataggio del 2008-2009, i suoi legami con la Scozia durano da quasi tre secoli. Un trasferimento della sede legale potrebbe non avere ripercussioni gravi sull’impiego dei suoi 11.500 dipendenti, come ha assicurato il ceo in un memo interno, ma solleverebbe comunque dubbi sulla capacità della Scozia di mantenere un settore finanziario competitivo.  

La campagna unionista, in affanno negli ultimi giorni, sembra aver tirato un sospiro di sollievo. Il premier britannico Cameron è volato a Edimburgo per implorare gli scozzesi di restare nel regno, e l’ultimo sondaggio dà un leggero vantaggio al fronte del no all’indipendenza. Ma si prospetta un testa a testa, e il dibattito in vista del referendum del 18 settembre sta appassionando tutto il Paese.  

Il premier scozzese Alex Salmond, leader degli indipendentisti e infaticabile oratore, ha dato battaglia dopo quello che alcuni giornali hanno chiamato il suo «mercoledì nero». Ha minimizzato i rischi per risparmiatori e consumatori, accusando Londra di «bullismo» e «intimidazioni».  

Oltre al quotidiano della City, anche il giornale «Scotsman» si è schierato contro la secessione: «Stiamo meglio insieme», ha scritto. E il finanziere George Soros ha messo in guardia contro una separazione: «I divorzi sono sempre disordinati», ha ammonito sul «Financial Times». Il grande magazzino Peter Lewis, che possiede anche una popolare catena di supermercati, ha parlato di probabile aumento dei prezzi in caso di indipendenza. 

I sostenitori del sì restano fiduciosi, spinti da una crescita nei consensi che ha reso incerto un voto che fino al mese scorso sembrava scontato. «È l’opportunità della vita», ha detto Salmond. «Stiamo per fare la storia». 

sabato 13 settembre 2014

Politici e banchieri: chi "guadagna" di più?

Politici e banchieri: chi guadagna di più? La lista degli stipendi

CLASSIFICA STIPENDI TOP MANAGERROMA – Il blog “I Segreti della Casta” fa un raffronto tra gli stipendi dei politici e quelli dei banchieri o dei top manager, con i secondi che guadagnano di più. Stipendi che difficilmente scendono sotto i sei zeri per i banchieri e i manager italiani.
Alessandro Profumo                          40.590.000
Luca Cordero di Montezemolo      8.728.000
Marco Tronchetti Provera              6.346.000
Cesare Geronzi                                     5.023.894
Fausto Marchionni                             5.007.773
Pier Francesco Guarguaglini          4.478.000
Fedele Confalonieri                            3.718.000
Sergio Balbinot                                     3.557.837
Giovanni Perissinotto                        3.461.037
Sergio Marchionne                              3.473.300
Giuliano Adreani                                  3.300.000
Franco Bernabé                                     2.598.000
Renato Pagliaro                                     2.550.000

CLASSIFICA STIPENDI POLITICI
Silvio Berlusconi          40.897.004
Niccolò Ghedini            1.297.118
Ignazio La Russa             517.078
Antonio Di Pietro           193.211
Renato Schifani               190.643
Umberto Bossi                156.405
Pier Luigi Bersani           150.450
Gianfranco Fini               142.243
Ferdinando Casini          123.005

Come l'OMC (WTO) provocò l'estinzione dell'Unione europea

Troppa Ue, l'Italia non sa più tutelare i propri interessi

Dario Ciccarelli, esperto di diritto del commercio estero: vent'anni fa la nascita del Wto ha abrogato i Trattati comunitari, ma si continua a fare finta di nulla, perché?


Alessandro Bonini
sabato 13 settembre 2014 1


Assuefatta alla propaganda europea, l'Italia non è più in grado di tutelare i propri interessi. Lo dice Dario Ciccarelli, per anni funzionario italiano a Ginevra presso il Wto (l'Organizzazione mondiale del commercio) e autore di un libro dove raccoglie la sua esperienza: Il bandolo dell'euromatassa, pubblicato da Editoriale Il Giglio. Ciccarelli parla di «dovere di verità», pur precisando che «i pensieri dell'autore sono espressi a titolo strettamente personale».
Lei scrive che è il Wto, attraverso il diritto internazionale, a regolare i rapporti commerciali fra gli Stati e non l'Unione europea che in quella stessa sede pretende di rappresentare i propri membri. Come si è arrivati a questo?
«Quando, nel 1994, fu sottoscritto il trattato istitutivo dell'Organizzazione mondiale del commercio gli apparati dello stato italiano erano, da anni, distanti dalle questioni del mondo, essendo state queste ultime, in varie dinamiche, affidate per decenni meccanicamente alla Commissione europea: ciò accadeva anche in ossequio alla retorica europeista secondo la quale aderire passivamente al volere della commissione europea era un comportamento chic, a nulla rilevando se fosse o meno coerente con l'interesse nazionale. Fu così che si discusse a lungo su chi, se gli Stati o la Commissione europea, dovesse sottoscrivere il nuovo Trattato. Non potè che essere l'Italia, in quanto Stato sovrano, a firmare. Ebbene, quella firma portava in capo all'Italia tutte le prerogative che spettano agli stati membri dell'Omc. Anche le competenze precedentemente poste in capo alla commissione europea tornavano, e sono, in capo all'Italia, perché il diritto internazionale non ammette altra soluzione».
E cosa è accaduto da allora?
«Dal 1994 si fa finta che che l'Italia non sia membro dell'Omc. In realtà, da vent'anni, a votare a Ginevra per gli italiani è l'Italia: presso l'Omc l'Unione europea è solo un gruppo di Stati che ogni giorno esprimono una volontà uniforme; a Ginevra l'Ue funge solo da portavoce».
Un grande equivoco, quindi, di cui lei parla come «impostura europeista» perpetrata attraverso «venti anni di espedienti tecnici». Come?
«L'Unione europea, nata come organizzazione strumentale al servizio degli Stati, è divenuta, nella mente di molti ma non per il diritto, un fine in sé, un mito, un'entità superiore, da sottrarre ad ogni valutazione giuridica e di funzionalità... Quando nacque l'Omc gli organi comunitari dovettero comprendere di essere stati in quel momento superati dalla storia e cancellati dal diritto: tale consapevolezza li rese così audaci da indurli ad affermare che le norme dell'Organizzazione mondiale del commercio non hanno, per gli stati Ue, alcuna rilevanza. In pratica, gli organi Ue dicono agli Stati: per voi il mondo non esiste, per voi esiste solo l'Unione europea. Giuseppe Tesauro, attuale presidente della Corte Costituzionale, già molti anni fa dichiarò "inaccettabile" l'orientamento degli organi Ue ed il loro rifiutarsi si soggiacere alle norme, agli organi, alle sentenze dell'Organizzazione mondiale del commercio. Ciò che è inaccettabile non va accettato: invece, a meno di alcuni casi e di alcuni giudici, gli apparati dello Stato italiani accettano l'assurdo orientamento Ue, fingono che l'Omc non esista e si pongono così in contrasto con l'intero sistema del diritto internazionale e delle organizzazioni internazionali, nonché in contrasto con i principi fondamentali della Costituzione italiana, e con il buon senso».
Quali sono le conseguenze per gli interessi nazionali dell'Italia, a partire dal Made in Italy?
«L'economia italia si fonda, notoriamente, su alcune straordinarie peculiarità nazionali che attengono alla storia, alla cultura, ai valori, alla tradizione dell'Italia, della sua società e dei suoi cosiddetti distretti industriali. Tali peculiarità costituiscono interessi nazionali la cui tutela, in sede di Organizzazione mondiale del commercio, è assegnata agli stati-nazione. L'Omc è un'organizzazione concepita per bilanciare l'interesse generale al commercio con gli specifici interessi nazionali extracommerciali. Da vent'anni però gli interessi italiani non sono tutelati perché gli apparati statali italiani perseguono la missione, impossibile, di attendersi, senza nemmeno conoscere il sistema Omc, che sia la Commissione Ue a tutelarli:Pascal Lamy, all'epoca direttore generale dell'Omc, dichiarò pubblicamente, alla Sorbona di Parigi, che se un membro Omc chiudesse le proprie importazioni ai prodotti provenienti da Stati che violano i diritti sociali dell'organizzazione internazionale del lavoro è probabile che tale chiusura sarebbe ammessa dai giudici Omc, perché gli accordi Omc tutelano la "morale pubblica nazionale". In nome di questa Belgio e Olanda introdussero un divieto nazionale di importazione di prodotti derivanti da pelli di foca: i documenti dell'Omc che ne trattano sono pubblici ma nessuno li legge».
Secondo lei come se ne può uscire?
«Basta che un qualsiasi rappresentante dello stato italiano, che voglia fare chiarezza e che abbia titolo, si presenti ad una qualsiasi riunione dell'organizzazione, prenda la parola ed assuma una posizione per conto dell'Italia. Si scoprirà che, come già riconobbe tempo fa l'allora ministro Luca Zaia, presso l'Omc è l'Italia ad avere il diritto/dovere di rappresentare gli italiani. In poche parole basta conoscere le regole di base dell'Omc e rispettarle. Si scoprirà che l'Organizzazione mondiale del commercio provocò l'estinzione dell'Unione europea».

Dylan Ratigan in TV sul racket dei banchieri

2013: 2mila miliardi rubati all'Italia

2013: 2000 miliardi rubati all'Italia

Il denaro creato dalle banche in nero in Italia nel solo 2013 ammonta ad almeno 2000 miliardi, di cui 600 di rinnovo del debito pubblico e 1400 di impieghi (Imprese e privati). Questo denaro-fantasma, fatto sparire attraverso falsi contabili, se redistribuito ai cittadini (ovvero, diviso 57 milioni) avrebbe fruttato 35.087 euro a testa, per ogni nato e vivente.

venerdì 5 settembre 2014

Bankitalia: una poltrona da 7,5 miliardi di euro

Una poltrona da 7,5 miliardi di euro


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"Ricordate il decreto Imu-Bankitalia di gennaio scorso che regalava 7,5 mld alle banche? Come molti ricorderanno, il ministro che ha avvallato quel provvedimento era Fabrizio Saccomanni. La bontà di quel decreto legge (per i cittadini e le casse dello Stato e non per le banche ovviamente) fu subito messa in discussione da molti economisti e associazioni. Lo stesso Ministro, nell’audizione che tenne in Commissione Finanze alla Camera, non fu molto convincente nella difesa del provvedimento di fronte alle nostre osservazioni, dandoci quasi l’impressione di non conoscere a fondo il testo della legge. Tante furono le pressioni su questa norma che non fu possibile emendarla alla Camera e che vide, per la prima volta nella storia della Repubblica, l’utilizzo della ghigliottina. Ebbene, ora a distanza di qualche mese apprendiamo che l’ex ministro ha trovato una nuova sistemazione. E non una qualunque, bensì una carica istituita appositamente per lui alla Banca d’Italia. In tutto segreto, infatti, il Governatore e il Direttorio di Bankitalia a maggio hanno creato dal nulla la fondamentale figura di Direttore Generale Onorario. Una poltrona che ci è costata 7,5 miliardi di euro, che ancora non sappiamo quanto altro costerà tra stipendi, benefit, auto blu e uffici correlati e la quale utilità è ancora ignota. In una situazione in cui le famiglie fanno fatica ad arrivare alla seconda settimana del mese e le imprese sono costrette a chiudere strozzate dal fisco, abbiamo presentato un’interrogazione a risposta immediata in Commissione Finanze della Camera per capire quale sarà il prezzo per i contribuenti di questa "beatificazione" dell’ex ministro e se ciò è compatibile con i ripetuti inviti che Bankitalia, in uno con la Bce, rivolge a lavoratori, famiglie e pensionati al minimo, per l’adozione di misure di austerità, di tagli di costi e spese, di riduzione di pensioni e stato sociale. In tutto ciò Renzi tace e, per il momento, passodopopasso vanno avanti solo i soliti noti."
M5S Commissione Finanze Camera

Lettera inviata a parlamentari sugli interventi di Saba e di Sibilia

Lettera inviata a parlamentari relativa agli interventi di Marco Saba e di Sibilia alle assemblee di Unicredit, Banca Intesa e Carige

Signori Presidenti dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati,
facendo seguito alla mia e-mail dell’1.4.2014 (riportata in calce e riscontrata dal solo on. Giorgetti), con questa 2a nota si vuole completare la disponibilità informativa offerta a tutti i gruppi politici presenti in Parlamento, sulla loro eventuale partecipazione alle assemblee dei soci delle primarie società italiane del settore bancario quotate in Borsa: Unicredit (assemblea del 13.5.2014 a Roma, dove su 465.000 soci sono risultati presenti al voto soltanto circa 40 persone) ed Intesasanpaolo (assemblea dell’8.5.2013 a Torino).
In merito alla vanificazione di risorse, allo stato, si allegano:
- schema-prospetto di due soli fogli redatto da un gruppetto di piccoli azionisti di minoranza per la gestione del sessennio 2008-2013 di Unicredit, che evidenzia tra l’altro la vanificazione di risorse per 100,5 miliardi di euro (tra cancellazioni e rettifiche per svalutazioni crediti, avviamenti e immobilizzazioni) di cui all’allegato A;
- due Elenchi di una pagina ciascuno riguardanti l’aumento delle partecipazioni Unicredit in società aventi sede in località off shore (da 22 a 31) e in Lussemburgo (da 8 ad 11), di cui alle lettere B-C.
Inoltre, ove interessi, si trasmettono di seguito tre link di interviste/interventi effettuati:
* dall’esperto Marco Saba alle assemblee soci di Unicredit a Roma e di Intesa a Torino, in merito ad eventuali ammanchi apportati al conto economico per circa 500 miliardi di euro in Unicredit e per circa 343 miliardi di euro in Intesa, con perdita per l’erario di circa 250 miliardi di euro;
* dal deputato Carlo Sibilia, l’unico parlamentare che finora si è interessato ai temi assembleari, presente all’assemblea di Unicredit ed intervenuto tra l’altro:
- sul sostanziale fallimento delle politiche di concentrazione delle “privatizzazioni selvagge” avviate nel settore bancario negli anni ’90;
- sulla vanificazione delle risorse del gruppo Unicredit per oltre 100,5 mld di euro (cui si aggiungono 18,5 miliardi di euro per conferimenti ed aumenti di capitali dei soci nel 2009-2012);
- sulle crescenti partecipazioni di Unicredit nelle società aventi sede in località off shore e in Lussemburgo durante il periodo 2008-2013.
In particolare.
1° link di 2 minuti) Intervista di Marco Saba (centro studi monetari)del 14.5.2014 alla tv “La7″, programma “La Gabbia” condotto da Gian Luigi Paragone, in merito all’intervento reso dallo stesso Saba all’assemblea dei soci Unicredit il giorno precedente (13.5.2014 a Roma) sulla omissione di circa 500 miliardi di euro di liquidità dal conto economico del bilancio consolidato 2013 di Unicredit, con perdita di circa 150 miliardi di euro da parte dell’erario, e riallocazione della colossale liquidità in tre primarie società di compensazione bancaria europea (Clearstream, Euroclear e Swift) che a loro volta la smisterebbero su molteplici conti bancari di altre entità societarie aventi sede in località off shore.
La stesura del bilancio di Unicredit – sostiene Marco Saba – non tiene conto del fatto che le banche, oltre alla marginale attività di intermediazione, creano nuovo denaro ogni volta che prestano o investono, un fatto confermato recentemente dal Consigliere Generale della Banca di Francia Bernard Maris, oltre che dal bollettino della Banca d’Inghilterra n.1 del 2014. Questa creazione di liquidità da parte di Unicredit non viene evidenziata – come dovrebbe – nelle attività del conto economico, ma si deduce solo secondariamente dalla voce 70 dei crediti verso la clientela dello stato patrimoniale consolidato (pag.82 bil.cons.), ovvero 503,1 miliardi di euro (503.142.266.000,00), una cifra ben superiore rispetto ai 3,4 miliardi indicati nel rendiconto finanziario come “liquidità generata nel periodo” (pag.88 bil.cons.).
Così al netto della tassazione al 27,5% – secondo Marco Saba – alla voce 340 del conto economico del bilancio consolidato si avrebbe un utile netto d’esercizio di almeno 353 miliardi di euro (anziché la perdita netta di 15,2 miliardi di euro prevista in bilancio). Per la distribuzione dei dividendi si deve conseguentemente far riferimento all’utile netto rettificato con cui essi sono in rapporto, sviluppando 61 euro di dividendo per ogni azione nell’esercizio 2013: rimessi in bonis i conti di Unicredit, i suoi primi tre soci Blackrock, Aabar Luxembourg e PGFF Luxembourg, ad esempio, potrebbero incassare circa 17 miliardi di euro cadauno.
Conclude Saba asserendo che il bilancio consolidato 2013 di Unicredit avrebbe stravolto ad arte il risultato economico reale, traendo in inganno tutti gli azionisti.
http://www.youtube.com/watch?v=Z6NddvxwNe0
2° link 5 minuti) Intervento di Marco Saba (centro studi monetari) all’assemblea dei soci Intesa Sanpaolo tenuta l’8.5.2014 a Torino sotto la presidenza di Giovanni Bazoli – con Consigliere Delegato Carlo Messina – in merito alla omissione di 343,9 miliardi di euro di liquiditàdal conto economico del bilancio consolidato 2013 di Intesa, con perdita di circa 100 miliardi di euro da parte dell’erario, ecc.
http://seigneuriage.blogspot.it/2014/05/gruppo-intesa-mancano-344-miliardi-lad.html
3° link 11 minuti) Intervento di Carlo Sibilia all’assemblea dei soci Unicredit tenuta a Roma il 13.5.2014 sotto la presidenza di Giuseppe Vita – con Amministratore Delegato Federico Ghizzoni – svolto sul bilancio di esercizio 2013 di Unicredit, in ulteriore flessione rispetto ai precedenti esercizi, rilevando tra l’altro sia la “strabiliante” vanificazione di risorse di oltre 100,5 miliardi di euro da parte del management di Unicredit nei soli ultimi sei anni di attività 2008-2013, sia l’aumento delle numerose partecipazioni di controllo di Unicredit in società off shore da 22 a 31 (nel Delaware a Dover e Wilmington, nelle Cayman a George Town, a Singapore, Hong Kong, Taipei, Almaty City, Puerto de la Cruz) e da 8 ad 11 in Lussemburgo nel sessennio 2008-2013.
http://seigneuriage.blogspot.it/2014/05/intervento-di-carlo-sibilia-m5s.html Nel restare a disposizione di tutte le forze politico-parlamentari per eventuali chiarimenti, si inviano i più distinti saluti.
Saverio Telesca (socio di un piccolo gruppo di azionisti/risparmiatori di minoranza)

martedì 2 settembre 2014

Idv: serve battaglia contro usura bancaria

Crisi: Messina (Idv), serve battaglia contro usura bancaria

(ANSA) - ROMA, 23 AGO - "Più alta è la crisi e più alto è il rischio che il Paese rimanga intrappolato nelle catene dell'usura bancaria. Nonostante i casi siano particolarmente accentuati e diffusi, gli strumenti per contrastarla sono ancora deboli. Italia dei Valori, che già i n passato ha sostenuto numerose battaglie di denuncia sociale contro l'usura, propone di istituire un tasso soglia limite". E' quanto dichiara in una nota il Segretario Nazionale di Italia dei Valori Ignazio Messina. "L'obiettivo e' riuscire - sostiene Messina - a creare un rapporto equilibrato e sano tra banche ed imprenditori, prima di tutto. Dobbiamo difendere i cittadini onesti, le famiglie ed i lavoratori che sono vessati dalle banche che, troppo spesso, si trasformano in veri e propri estorsori. L'usura non solo attecchisce nelle regioni particolarmente problematiche, come Campania e Calabria che registrano picchi preoccupanti ma espone la nostra economia ad un serio pericolo, che noi dobbiamo evitare a tutti i costi". 

lunedì 1 settembre 2014

Una Società Senza Denaro - di Jacques Maritain

Una Società Senza Denaro - di Jacques Maritain


Originale francese:
http://fr.scribd.com/doc/237986014/Une-Societe-Sans-Argent

Jacques Maritain: censurati i "Biglietti di Stato" nella versione inglese...

NOTA BENE: nella traduzione inglese apparsa su: Review of Social Economy
Volume 43, Issue 1, 1985, A Society Without Money, pagina 73, nota 1, la dizione BIGLIETTI DI STATO è stata CENSURATA: