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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

domenica 3 novembre 2024

Centro Studi Monetari: Proposta di legge sui biglietti di Stato

Leggi la Proposta di legge d'iniziativa del Centro Studi Monetari

BIGLIETTI DI STATO A CORSO LEGALE

lunedì 21 dicembre 2015

Note per uno studio di settore sull'attività bancaria

Note per uno studio di settore sull'attività bancaria
di Marco Saba*
(documento per l'Ordine dei Commercialisti)
16 maggio 2014
http://centralerischibanche.blogspot.it/2014/05/note-per-uno-studio-di-settore.html

A seguito del mio intervento durante il convegno a Napoli del 7 maggio 2014 (1), è emerso che le banche svolgono attività d'intermediazione finanziaria solo marginalmente, mentre l'attività principale consiste nella creazione di denaro ex novo che - ad oggi - non risulta contabilizzata a bilancio. Al momento non si dispone di uno studio di settore dedicato all'attività bancaria (2), in particolare per i codici ATECO 64.11.00 (Attività della Banca Centrale) e 64.19.10 (Intermediazione monetaria di istituti monetari diverse dalle Banche centrali). la Commissione degli esperti dell'Agenzia delle Entrate (3) interpellata in proposito informalmente, fa sapere che tale studio non è nemmeno in agenda per il  futuro. 

sabato 28 novembre 2015

Diagramma della truffa del debito pubblico

La Banca d'Italia fornisce arbitrariamente alle banche partecipanti alle "aste titoli" (gli specialisti in titoli di stato o Primary Dealers) le linee di credito sufficienti per acquistare una quantità predeterminata di titoli.

giovedì 28 maggio 2015

DENARO: SCHEMA DELLA FRODE BANCARIA

Vale sia per banconote che denaro virtuale, sia con banca nazionale che non, sia con euro che con dollari, yen, sterline, neolire, etc. Se non si rettificano i bilanci, se non si accredita il denaro alla banca all'emissione, il gioco dei banchieri è fatto !

mercoledì 28 gennaio 2015

I governatori delle Banche Centrali: le sentinelle dell’economia di rendita

I governatori delle Banche Centrali: le sentinelle dei profitti per l’Elite finanziaria mondiale
di Luciano Lago - 27/01/2015

Fonte: controinformazione
ARIANNA

I governatori delle Banche Centrali: le sentinelle dell’economia di rendita che assicura gli elevati profitti per l’Elite finanziaria mondiale



Molto si sta parlando e si discute in questi giorni circa l’intervento fatto da Mario Draghi ed il suo programma di massiccio Quantitative Easing per immettere liquidità sul mercato e contrastare la deflazione dell’area euro.
A noi interessa rilevare anche un altro aspetto della questione: la straordinaria ascesa a posizioni di potere da parte dei personaggi come Draghi e gli altri governatori delle Banche Centrali.

In conformità alla logica dell’ideologia neoliberista dominante, la moneta risulta elevata ad una sorta di icona sacra e di conseguenza bisognosa di un “guardiano” indipendente da ogni potere politico. I governatori delle banche centrali sono quindi divenuti signori assoluti della gestione monetaria e della potenza finanziaria al di fuori del controllo degli Stati e di qualsiasi altra istituzione , senza alcun contropotere che possa bilanciare questa loro funzione. Tanto meno potrebbero essi rispondere ai governi ed ai rappresentanti politici democraticamente eletti. Al contrario questa possibilità viene del tutto esclusa.

Questo avviene perchè l’ideologia neoliberista imperante ha imposto il principio che sarebbe nocivo ogni intervento dei governi nella gestione della moneta e nel funzionamento dei mercati.
Si tratta, più che di un principio, di una sorta di dogma che non può essere oggetto di critiche o di valutazioni difformi.

Elevati a signori della gestione monetaria, i governatori delle Banche Centrali hanno favorito di fatto la deregulation dei sistemi bancari e si sono trasformati in agenti delle lobby bancarie che sono ormai ritenuti gli attori chiave della crescita economica. Nelle loro funzioni essenziali i governatori si sono assunti il compito di combattere l’inflazione e di vegliare sulla prosperità degli istituti finanziari con le sole armi a loro disposizione, quali l’intervento sui tassi di interesse e le operazioni di acquisto e vendita dei titoli di Stato o con l’eventuale sostegno alle banche mediante finanziamenti a breve termine.

Se facciamo una analisi nella Storia recente, vediamo che la politica seguita dai governatori delle principali Banche Centrali ha di fatto seguito una linea che appare coordinata verso obiettivi comuni quali la fluttuazione dei tassi di interesse, che fu inaugurata ai suoi inizi da Paul Volker, il governatore della Federal Reserve (Fed) dal 1979 al 1987 , il quale fece salire i tassi di interesse fino al livello record del 22% nei primi anni ’80 per poi calare successivamente intorno al 10% alla fine del decennio, seguita a ruota dalla Banca d’Inghilterra con la sterlina ed a cui si erano accodati gli altri governatori delle Banche Centrali che provvidero ad adeguarsi con l’aumentare a loro volta i tassi dei rispettivi paesi.
Questa ascesa dei tassi di interesse aveva provocato grandi disastri con indebitamento oltre misura di Stati del Terzo Mondo e di paesi in via di sviluppo, forte aumento del potere contrattuale di organismi sovranazionali quali FMI e Banca Mondiale, intervenuti nel finanziamento degli Stati dietro vincolanti condizioni di politica economica imposte ai governi che essenzialmente consistevano in privatizzazioni e vendita sul mercato delle risorse nazionali (miniere o pozzi di petrolio), riduzione della spesa pubblica e taglio dei salari e delle spese sociali.

Vedi: La storia del debito estero nei paesi in via di sviluppo

La politica di quello che si può tranquillamente definire un “cartello bancario”, costituito dalla Banche Centrali ha provocato negli anni recenti un terremoto economico a livello mondiale da cui è derivata essenzialmente una concentrazione di ricchezza e di rendita finanziaria nelle mani di una elite e di organismi sovranazionali.

Negli anni ’90 si era registrato un sostanziale cambiamento quando l’attenzione dei mercati finanziari mondializzati era passata dai tassi d’interesse ai profitti trimestrali delle grandi multinazionali quotate in borsa e saranno questi a determinare le tendenze oltre all’evoluzione dei tassi di interesse.

L’altro grande personaggio artefice della finanza mondiale fu Alan Greespan, successore di Paul Volcker alla FED nel 1987 , con una gestione durata diciotto anni, fu lui a portare a termine la deregulation dei mercati finanziari ed in particolare si devono a Greenspan le pressioni che indussero il Congresso USA ad annullare l’elemento legislativo fondamentale nella regolamentazione bancaria: la separazione fra attività di investimento ad alto rischio (fondi e derivati) da quelle classiche della banca commerciale e di deposito- la famosa legge Glass-Steagall.

Greespan ebbe delle gravi responsabilità nello scoppio della crisi finanziaria del 2008 che iniziò con il fallimento della Lehman Brothers ma è sempre stato coperto dalle autorità e nessuna colpa gli è stata attribuita, anzi era stato lodato ed incensato come “grande manager della moneta”. In realtà fu proprio lui, Greespam, a creare la liquidità in surplus  in un lungo periodo di lassista politica monetaria, durante il primo decennio del XXI secolo,  alimentando il cosiddetto gioco monetario delle banche d’affari, che è stato inconsistente con le leggi della vera domanda. Una tale politica e un tale amministrazione della Riserva Federale e del Tesoro sono state le cause principali della bolla scoppiata poi nel 2008.  Vedi:   “Un autorevole economista giapponese parla della legge Glass-Steagall e accusa l’establishment anglo-americano di aver provocato la Nuova Grande Depressione”. Movisol.org

Stessa cosa anche per il  successore di Greespam  alla FED, Ben Bernanke, un personaggio annoverato dalla rivista” Foreign Policy” fra i maggiori cento pensatori del mondo mentre la rivista “Time” lo aveva consacrato come personalità dell’anno 2009.

I governatori dell Banche centrali sono divenuti i personaggi pubblici più potenti ed influenti, quali icone della impostazione monetarista e neoliberista.
la BCE, la cui creazione risale al 1998, ha seguto la stessa linea ed ha fatto di meglio. Sotto l’influenza della Germania, ha continuato a far pagare il prezzo dell’unificazione tedesca a tutta l’Europa, attuando una politica di tassi di interesse troppo alti, così come l’aveva praticata la Bundesbank, ossessionata dalla stabilità finanziaria e dalla lotta all’inflazione.

In pratica nel corso degli ultimi anni, la Banche Centrali, incluso la BCE, hanno perso la loro connotazione originaria che le vedeva assicurare la loro funzione primaria nella regolamentazione monetaria e finanziaria per assicurare la crescita ed il pieno impiego, con l’approvvigionamento di liquidità dell’economia. Sotto la spinta di imprecisate centrali finanziarie sovranazionali, le banche centrali si sono trasformate in guardiane dei giganteschi profitti bancari consentiti dalla deregulation selvaggia che le stesse B. Centrali hanno incoraggiato. Di fatto, queste sono le vere sentinelle dell’economia di rendita creata dal sistema del capitalismo finanziario realizzato dalla ondata neoliberista.

Per quanto riguarda la BCE e gli ultimi provvedimenti di Q.E., varati da Mario Draghi, più volte si è ricorsi all’utilizzo di immissione monetarie illimitate da parte delle banche centrali per contenere gli effetti combinati della rarefazione del credito e della deflazione dell’economia. Un’operazione questa che non ha sortito gli effetti desiderati, perché quella liquidità, non è servita e non servirà a sostenere le imprese e le famiglie, ma è piuttosto è andata a sostenere le grandi banche e i centri finanziari; tantomeno ne hanno beneficiato gli Stati nazionali.

Niente ci fa credere che questa volta la manovra avrà degli effetti diversi. Con l’aggravante che la manovra, di per se determinata dalla necessità di fronteggiare la deflazione ed il fallimento dell’euro nelle economie dei paesi europei, determinerà un ritorno alla copertura dei rischi da parte delle singole banche centrali (per l’80%) con la subordinazione alle esigenze della Germania che ancora una volta si nega alla condivisione del debito e si riserva di dettare le regole agli altri paesi in posizione subordinata rispetto a Bonn.

Draghi evidentemente ritiene che una svalutazione dell’€uro, come effetto collaterale dell’operazione Q.E., possa smuovere le acque stagnanti e portare crescita e inflazione positiva in tutta la UE.

In pratica Draghi, come operazione disperata, secondo vari analisti, si è giocato l’ultima carta possibile. La stessa credibilità della BCE e della UE appare fortemente a rischio dopo una tale operazione di “facciata” e se questa non dovesse avere gli effetti sperati, con l’export e l’inflazione positiva che dovessero rimanere al palo, allora la rottura dell’€uro, nonché della stessa UE, sarebbe cosa quasi certa.

domenica 25 gennaio 2015

Anatocismo: 2 miliardi l'anno. Ma alle banche non basta.

Interessi su interessi, per le banche 2 miliardi di guadagni. Ma i conti soffrono

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/24/interessi-interessi-per-banche-2-miliardi-guadagni-i-conti-soffrono/1353489/

Interessi su interessi, per le banche 2 miliardi di guadagni. Ma i conti soffrono
Lobby

Il Movimento consumatori ha stimato l'ammontare dei proventi da anatocismo nel 2014. E promette ricorso dopo che il tribunale di Milano ha respinto l’azione inibitoria contro Ing, Deutsche Bank e Bpm. I proventi da questa pratica vietata non bastano comunque per dare ossigeno ai bilanci degli istituti


Due miliardi di euro intascati dalle banche prelevandoli da conti correnti finiti in rosso. In modo illegittimo secondo il Movimento Consumatori, che in base ai dati storici e ai tassi passivi attualmente praticati ha stimato in questo ammontare i proventi dell’anatocismo nel 2014. L’anatocismo non è altro che l’inclusione di interessi già maturati nel calcolo dei nuovi interessi da versare. Un esempio concreto chiarisce il meccanismo: se sono in rosso di 1.000 euro sul conto pago interessi passivi di circa il 10% annuo (vale sempre la pena ricordare che quelli attivi ammontano a pochi decimali). Se non rientro, dopo un anno sono quindi in debito verso la banca di 1.100 euro. Con il divieto di anatocismo, l’anno successivo la banca dovrà applicare gli interessi solo al capitale originario, ossia sempre 1.000 euro, senza includere gli interessi passivi maturati nel frattempo. Il risultato è che dopo due anni dovrò restituire alla banca altri 100 euro, in tutto 1.200 euro. Invece le banche monitorate applicano il 10% ai 1.100 euro, facendo crescere il debito di 110 euro e non 100. Così il cliente si trova a dover ripagare un debito di 1.210 euro invece che 1.200. In realtà il conteggio degli interessi passivi avviene in genere su base trimestrale, ma il meccanismo non cambia. All’inizio può trattarsi di pochi euro ma è facile capire che più gli interessi si accumulano nel tempo più la pratica diventa onerosa per il debitore.
L’anatocismo, almeno in teoria, è vietato: la legge di Stabilità 2014 lo ha esplicitamente proibito – dopo che il legislatore nel 1999 lo aveva ripristinato – disponendo l’inderogabilità dell’articolo 1283 del codice civile che vieta, appunto, l’applicazione di interessi su interessi. La legge demanda però al comitato interministeriale credito e risparmio il compito di emanare una delibera che regoli complessivamente la questione degli interessi alla luce delle nuove norme. Secondo il Movimento consumatori, in attesa di questa delibera e nonostante le pronunce contrarie dei tribunali e della Cassazione, tutti gli oltre 30 gruppi bancari monitorati continuano a praticare l’anatocismo. Peraltro non ha giovato una certa confusione normativa, che ha lasciato ampio spazio a interpretazioni di segno opposto, e l’atteggiamento passivo di Banca d’Italia, che secondo il Movimento consumatori non ha preso posizione sulla questione e, dopo la riforma del 2014, non ha avviato la necessaria attività di vigilanza sulle banche. Per di più quest’estate l’anatocismo stava per essere reso di nuovo legale attraverso un emendamento al decreto Competitività, prima della precipitosa marcia indietro seguita alle proteste delle associazioni consumatori.
Fonti bancarie fanno notare come, considerata la complessità della materia, sia molto difficile intervenire mentre la normativa è ancora in evoluzione. Una tesi discutibile, secondo l’avvocato Paolo Fiorio del Movimento consumatori, visto che in ogni caso non ci sono dubbi interpretativi su questo punto. Del resto lo stesso il Tribunale di Milano che in una sentenza dello scorso febbraio ha chiarito che “al di là delle espressioni contraddittorie usate è indubbia l’intenzione legislativa di abolire l’anatocismo dai contratti bancari”. Pochi giorni fa lo stesso tribunale di Milano ha però respinto l’azione inibitoria avviata dal Movimento contro Ing, Deutsche Bank e Bpm. La motivazione, spiega Fiorio che annuncia ricorso, riguarda tuttavia la legittimazione e non il merito della questione. I giudici hanno infatti ritenuto che non fosse possibile un’azione collettiva su questo tema poiché è regolato dal Testo unico bancario e non dallo Statuto dei consumatori.
Per i conti dell’intero sistema bancario italiano, 2 miliardi di euro sono una cifra relativamente modesta. Ma sono entrate che possono fare comodo in un momento in cui l’intero sistema è alle prese con sofferenze in continua crescita che zavorrano i bilanci e affossano la capacità di creare valore degli istituti di credito. L’ultima tornata di trimestrali è stata caratterizzata in molti casi da una riduzione delle svalutazioni sui crediti deteriorati, quei prestiti che rischiano di non poter essere recuperati integralmente. In pratica si tratta di una scommessa su una prossima ripresa economica che dovrebbe innescare (di solito con un ritardo di 12/18 mesi) un miglioramento della situazione del credito. Purtroppo per ora i dati continuano a dire il contrario. Secondo via Nazionale lo scorso novembre le sofferenze sono aumentate rispetto all’anno prima del 18,4% in valore lordo (cioè senza considerare le svalutazioni già messe a bilancio). Un leggero rallentamento rispetto al +19% di ottobre, ma non certo un’inversione di tendenza.
In valore assoluti lo stock di crediti deteriorati lordi sfiora ormai i 180 miliardi di euro. I bilanci annuali che inizieranno a essere pubblicati a marzo fotograferanno meglio il reale stato delle cose. Nei giorni scorsi era circolata anche l’ipotesi che il governo stesse lavorando a un piano per alleggerire i bilanci bancari di una parte delle sofferenze sfruttando il piano di acquisto di titoli Abs (asset backed securities) avviato dalla Banca centrale europea. Un’operazione che avrebbe potuto comportare perdite per le casse dello Stato e alla fine è stata espunta del decreto su sistema bancario e investimenti varato dal Consiglio dei ministri il 20 gennaio. Nel frattempo altre misure messe in campo dalla Banca centrale europea sembrano iniziare a dare qualche timidissimo risultato. Le aste di liquidità Tltro (targeted long term refinancing operation) permettono alle banche della zona euro di finanziarsi a tassi irrisori ma, almeno in teoria, con il vincolo di utilizzare i fondi per erogare prestiti a famiglie e imprese. Le banche italiane hanno attinto a questo “bancomat” poco meno di 50 miliardi di euro, e questo spiegherebbe la modestissima (+0,1% su base annua) ripresa dei prestiti registrata dall’Associazione bancaria italiana in dicembre. Primo segno più, comunque, dall’aprile del 2012.

mercoledì 14 gennaio 2015

Standard & Poor’s pronta a pagare 1 mld di dollari

Standard & Poor’s pronta a pagare 1 mld di dollari per i rating gonfiati

ROMA - Standard & Poor’s pronta a pagare 1 mld di dollari per i rating gonfiati. Con un  miliardo di dollari sul piatto, praticamente tutti i suoi utili, Standard & Poor’s molto verosimilmente chiuderà il contenzioso con il Dipartimento di Giustizia americano (più una dozzina di procuratori di altrettanti stati) che gli ha fatto causa per aver contribuito a creare le condizioni della tempesta finanziaria del 2008 attraverso i rating gonfiati sui derivati subprime.
La leggerezza (se non la complicità, ma non lo sapremo mai) con cui ha giudicato affidabili titoli che invece erano già spazzatura costerà cara all’agenzia di rating internazionale più famosa del mondo: ma, patteggiando, riuscirà infine a salvare il salvabile, visto che in tribunale non si sa come sarebbe potuta andare a finire.
A dispetto delle aggressive professioni di innocenza sbandierate in tv e sui giornali (una ritorsione la multa per l’abbassamento del rating sul debito Usa). Il negoziato, assicura il New York Times citando fonti interne all’agenzia, è ben avviato e parte dalla considerazione che non si può far guerra a un governo determinato a perseguire i propri scopi.
Per il ministro della Giustizia uscente Eric Holder sarebbe un altro successo finanziario in termini di risarcimenti, arrivati fin qui a 40 miliardi di dollari ottenuti dalle banche coinvolte nella crisi (JP Morgan ha chiuso con 13 mld di dollari, Bank of America con più di 16 miliardi).

sabato 10 gennaio 2015

Bernard Maris: Le banche creano denaro dal nulla

Le banche creano denaro dal nulla. Così Bernard Maris prima di morire

Le Banche Fabbricano Denaro Dal Nulla - Bernard MarisClicca qui per ascoltare quello che dice Bernard Maris
Nel dicembre 2011 il nuovo presidente del senato francese, il socialista Jean-Pierre Bel, nominò Bernard Maris membro del Consiglio di Governo della Banca di Francia. Era dunque in una buona posizione per capire il sistema monetario. E quando gli chiesero “Da dove prendono, le banche, i soldi che prestano?”, la sua risposta fu stupefacente.

 “Lo creano da sole con il permesso della Banca Centrale. Per esempio: stai acquistando una proprietà del valore, diciamo, di 500mila euro. Bene, la banca crea 500mila euro dal nulla. Non produce davvero 500mila euro in banconote, ma nei fatti crea davvero 500mila euro e te li dà. Solo che te li dà sotto forma di una mera scrittura, perché non proverai davvero ad acquistare la tua proprietà usando 500mila euro in banconote! Pagherai con un assegno. Ma è la stessa cosa. Se tu volessi pagare con le banconote, la banca ti darebbe 500mila euro in banconote che può farsi dare dalla Banca Centrale, semplicemente dicendo “Ok, ho un diritto su questa persone che vale 500mila euro: cosa mi dai in cambio?” E la Banca Centrale direbbe: “Ti darò 500mila euro in banconote“.
Ma a parte questo, dato che le banconote non sono mai richieste, tutto il denaro transita in forma digitale. Ma dovete capirlo! Una volta che l’avete capito, avete capito tutto quello che c’è da sapere sul denaro. Le banche creano denaro dal nulla! E’ qualcosa che è davvero difficile da capire.”

Guarda anche:
Bernard Maris economista Banque de France Attentato Charlie Hebdo

mercoledì 7 gennaio 2015

Ucciso l'economista Bernard Maris, consigliere generale della Banca di Francia

Strage a Parigi nella redazione di Charlie Hebdo

Alcuni uomini armati hanno attaccato con armi da guerra la redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo a Parigi, in Francia. Il bilancio delle vittime è di almeno 12 morti e dieci feriti, di cui alcuni gravi. Gli attentatori sono in fuga
http://www.internazionale.it/notizie/2015/01/07/tra-le-vittime-anche-lo-scrittore-ed-economista-bernard-maris

  • 07 Gen 2015 16.17

Tra le vittime anche lo scrittore ed economista Bernard Maris 

Lo scrittore ed economista francese Bernard Maris, nel 2002. Maris è stato ucciso durante l’attentato nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, a Parigi.  - Pierre-Franck Colombier, Afp
Lo scrittore ed economista francese Bernard Maris, nel 2002. Maris è stato ucciso durante l’attentato nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, a Parigi. Pierre-Franck Colombier, Afp
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NdB: l'economista francese era stato citato nel 2013 nelle assemblee degli azionisti di CARIGE, INTESA SANPAOLO e UNICREDIT.

domenica 4 gennaio 2015

Usura: la Banca Nazionale dell'Avaro condannata a Teramo

la sentenza

Interessi da usura, la Bnl condannata a Teramo

Dovrà risarcire oltre trecentomila euro alla curatela di un’azienda fallita che aveva dovuto pagare somme non dovute


TERAMO. Non debitore della banca, ma creditore. Sta diventando ormai una giurisprudenza consolidata quella del tribunale di Teramo in merito ai casi di aziende o privati che chiedono, e ottengono, il risarcimento per somme di denaro versate alle banche, ma non dovute, in seguito all’errata determinazione degli interessi passivi che superano la soglia legale e diventano tassi usurari, .
Con sentenza pronunciata il 15 dicembre scorso, il giudice Cristina Tettamanti ha condannato in primo grado la Banca Nazionale del Lavoro a risarcire un ’impresa – che nel frattempo era fallita– per la somma di 307mila euro, che diventano oltre 370mila con le spese legali e gli interessi. Era stato il curatore dell’azienda, fallita nel 2009, Piero Norscia, ad adire in giudizio nei confronti della banca ritenendo – come poi è stato puntualmente accertato dal consulente tecnico nominato dal tribunale, Luca Di Giustino – che l’istituto di credito avesse applicato condizioni illegittime nel conto corrente. Il tribunale ha quindi stabilito che da parte della banca vi era stata l'illecita applicazione di interessi ultralegali ed usurari, della capitalizzazione trimestrale degli interessi (il cosiddetto anatocismo, ovvero il pagamento degli interessi sugli interessi), oltre all'illegittima applicazione delle commissioni di massimo scoperto e di altri oneri perché mai validamente pattuiti tra banca e cliente. Tutte voci che una volta eliminate dalla tabella dare-avere hanno trasformato l’azienda da debitrice e creditrice della banca.
Nell’accertamento effettuato dal Ctu, e fatto proprio dal tribunale, risulta che la banca in alcuni casi, ha applicato interessi altissimi, seppur per brevi periodi, calcolati fino al 9021 %; in alcuni casi il tasso di interesse è stato calcolato come “infinito” perché in realtà la banca avrebbe dovuto pagare in gli interessi al cliente e non viceversa. L'assistenza legale della società teramana è stata assicurata dall'avvocato Emanuele Argento del foro di Pescara, coadiuvato nella parte tecnico-contabile da Gennaro Baccile, presidente onorario dell’associazione Sos Utenti la cui perizia iniziale è risultata completamente confermata dalla perizia del Ctu. «Di particolare rilievo nella sentenza», osserva Baccile, «è la conferma e convalida degli accertamenti usurari operati dal Ctu dott. Luca Di Giustino dal 1997 fino al 2007 con stratosferiche pretese riscontrate trimestralmente da un minimo del 59,12% del 2° trimestre 1997 al massimo del 9021% al 4° trimestre 2001. Addirittura, dal 2002 in poi il tasso usurario risulta tecnicamente "infinito" a motivo che la banca addebitava interessi anziché accreditarli come risulta dalla sentenza. Dopo migliaia di cause bancarie in Abruzzo, è la prima volta che un tribunale accerta condizioni usurarie così elevate ed "infinite"». «In Abruzzo, a metà 2014», fa sapere ancora Baccile di Sos Utenti, «quasi 30.000 clienti bancari risultavano segnalati a sofferenza presso la centrale Rischi e dei quali almeno un terzo risultano di fatto creditori delle banche».
Il tribunale ha dato ragione alla curatela fallimentare su tutta la linea, tranne su un punto: non sono state le condizioni economiche applicate dalla Bnl a determinare il fallimento e quindi nessun risarcimento è stato accordato per questa specifica richiesta. Si legge infatti nella sentenza che «seppure accertata la posizione creditoria» dell’azienda stessa «a seguito del ricalcolo dei rapporti di dare avere con la Bnl, nulla è stato provato circa l’incidenza che il contratto praticato dalla Bnl ha avuto sulle capacità economiche della società o su come, eventualmente, essa abbia inciso negativamente sull’azienda, addirittura provocandone il fallimento».

venerdì 2 gennaio 2015

FINANTROPIA

FINANTROPIA

DI TONGUESSEY 
comedonchisciotte.org

Geldof, Bono Vox, Soros e compagnia filantropica cantante hanno scoperto cosa significa “investire 1 euro e ottenerne 2,74 euro in un anno”.[1] Quale investimento vi garantisce oggi un rendimento del 174%? Conseguentemente hanno investito un bel po' di soldi in quelle operazioni di "tanto cuore, poco cervello". O forse sono operazioni di "tutto cervello e niente cuore"? Non so, fate voi.


Non credo che la truffa di One (Bono) o di Band Aid sia molto diversa dalla truffa dell'Open Society (Soros). Fatto sta che venendo meno lo Stato di diritto, sostituito dallo Stato di dovere (ve ne eravate accorti?), al cittadino viene imposto l'obbligo morale di fare ciò che fino a prima lo Stato faceva, ovvero normare la perequazione e finanziare il diritto. L'imperativo morale che ci sovrasta è fornire montagne di soldi a carrozzoni che dovrebbero (notate il condizionale) aiutare le persone o i popoli in difficoltà, dando così la possibilità agli squali della finanza di lucrare quel 174% sulla nostra buona fede e sui nostri sensi di colpa. Eppure paghiamo già abbondanti tasse e balzelli, il nostro dovere lo facciamo ogni giorno. Forse avete già intuito che tutti quei soldi vanno a finire nel salvataggio delle banche, o giù di lì. La novità consiste nel donare alla filantropia per permettere guadagni scandalosi alla finanza. Da Tares, Tari, Tasi a Telethon o Band Aid, cosa cambia quindi? L'idea, selvaggia e perversa al tempo stesso, è che noi cittadini dobbiamo salvare il mondo: Stati, banksters e filantropi compresi. Siamo perseguitati dalla tv del dolore che non perde occasione per farci vedere un'umanità sofferente che necessita del nostro aiuto. Sono tempi bui, e, come diceva un utile idiota, "non chiederti cosa lo Stato può fare per te, chiediti cosa TU puoi fare per lo Stato". Era il New Deal, o giù di lì, il massimo dell'espansione dello Stato. Figuriamoci oggi, che lo Stato è in totale recessione: cosa dovremmo fare per soddisfare gli insaziabili appetiti di ONG, ONLUS e associazioni umanitarie varie?
Ma poi di chi sarebbe la colpa di tutta questa oscena morale? Sono le “regole che hanno permesso agli speculatori di fare quel che hanno fatto” (e che continueranno a fare) dice il buon Soros, aggiungendo che “non è colpa degli speculatori”.[2] E ci mancherebbe! Che colpa ne hanno se lo Stato “consiglia” di donare soldi alla speculazione filantropica? Eppoi non facciamone una questione personale: nessun miliardario che si rispetti evita la filantropia, neanche Gates secondo cui investire in Africa contro malattie e povertà è del tutto simile all’innovazione tecnologica. E porta ai medesimi risultati. L’uomo più ricco del pianeta (66 miliardi di dollari) è convinto che non solo sia giusto interessarsi dei bisogni non recepiti dai mercati, ma anche economicamente interessante. [3]
Ecco la nuova frontiera della finantropia (acronimo tra finanza e filantropia): unisci le tecniche del venture capital agli obiettivi del non profit e avrai venture philanthropy. La nuova filantropia mette da parte il paternalismo e tenta la sfida degli investimenti finanziari. [4]
E' tutto un proliferare di attività finantropiche, ve ne siete accorti? Il mondo ha bisogno della nostra collaborazione, perchè il mondo sta finalmente cambiando. In questo nuovo quadro che si va delineando il ruolo storico dell’intermediazione e della consulenza finanziaria deve essere ridisegnato. Lo scopo non può essere soltanto quello di massimizzare il rapporto rendimento/rischio del cliente, è invece imperativo un allargamento del processo di investimento che, dal binomio rischio-rendimento, deve estendersi al trinomio sostenibilità-rischio-rendimento.[5]
Sappiate che le prestazioni dotate di buon senso e che creano valori sostenibili conferiscono energia al denaro, così che questo genera altro denaro e benessere per tutti allo stesso modo: per i filantropi e per chi riceve il capitale investito o i doni, per le organizzazioni, i collaboratori in seno al progetto e per il fundraiser.[6]
Lo Stato di dovere ci impone l'obbligo di aiutare i paesi poveri, ed al microcredito è andato addirittura un Nobel. Sapete perchè? Ma perchè dalla filantropia al business il passo è breve, ammesso che esista: il credito a breve – erogato ai piccolissimi imprenditori dei Paesi in via di sviluppo – è remunerativo e sicuro. Capito?
Come sono stati raccolti questi capitali? Per esempio da fondi pensione svizzeri interessati a diversificare il loro portafoglio cercando investimenti che da una parte offrono un rendimento superiore a quelli di mercato, dall’altra rispondono a requisiti di responsabilità sociale.
«Possiamo dire che la trasformazione della microfinanza in asset class investibile è nata in Svizzera, soprattutto a Ginevra».[7]
Non vi piacciono i neutrali banchieri svizzeri? Tranquilli che Unicredit ha ciò che fa per voi: “il mio dono” ovvero la rete della solidarietà di Unicredit.[8] Date un'occhiata, ci sono ben 105 pagine di organizzazioni non-profit da scegliere perchè è “giusto interessarsi dei bisogni non recepiti dai mercati” come dice Gates. Cioè il Mercato va allargato a ciò che non è tecnicamente Mercato, come la solidarietà. Insomma la finantropia.
Li avete già dati i due osceni euro? Avete già fatto quel fetente SMS per collaborare con quell'importantissimo progetto che salverà migliaia di vite? State dando una mano a Soros e fratelli in affari per diffondere finalmente benessere, democrazia, salute e non ultima della sana felicità nel mondo?
NO?
FATE SCHIFO!
PS: adesso vi regalo anche un passatempo per le Festività: provate a distinguere il mio sarcasmo da ciò che gli avvoltoi finantropici spacciano per verità. Se avete dubbi seguite i link, poi fatemi sapere.
Buon Natale, e siate sempre più buoni, mi raccomando. Che loro ci tengono.

Tonguessey
24.12.2014

NOTE

[8] https://www.ilmiodono.it/it/dona/organizzazioni/?action=search
Tratto da:http://www.comedonchisciotte.org
FINANTROPIA

mercoledì 24 dicembre 2014

Are local and virtual currencies about to change finance?

Are local and virtual currencies about to change finance?

Date published: 19 December 2014

By Fabien Hassan, guest poster

Political attempts at reforming the financial system will eventually succeed, and the world will have to move toward more sustainable finance. But it is taking a long time. Those who do not want to wait are already challenging the financial system through innovations in the monetary system. Local and virtual currencies have developed quickly in the last few years. The fascination for Bitcoin is reflected in the press. There is also an impressive volume of academic research dedicated to new currency schemes. Is it just a temporary fashion, or could it one day change the financial system permanently? In this article, our guest blogger Fabien tries to summarise the main features of those schemes and separate the artificial from the real innovations.
The first question about new currency schemes is why have they become so interesting? Why do people think that they could lead to a better financial world? As pointed out in the previous article, a growing number of observers consider our monetary system to be problematic. In particular, money creation by credit has been a key driver in the explosion of both public and private debt levels.

A mix of ideology and pragmatism

In addition, the crisis fuelled mistrust in governments and financial institutions. For instance, unconventional policies of central banks have led to fears of a “debasement”, a loss of value of paper money, especially in the United States.
This lack of trust cannot be separated from an ideological element. Using alternative currencies is a way of rebelling against the system. American antifederalists use Bitcoins to denounce the policies of the Fed, while local currencies provide a way to protest austerity. There is something subversive about stepping away from the official money system. Using alternative currencies is the monetary equivalent of living without a cell phone.
These concerns motivated the founders and early adopters of these currencies. But there must have been more pragmatic motives to explain successes with the broader public.
Some alternative currencies can be used for tax evasion, because fiscal administrations have not yet developed means of controlling transactions based on those currencies. Obviously, this attracted criminals. Bitcoins became famous in the press when the FBI announced the seizure of Silk Road in October 2013, a website that used the virtual payment system to sell illegal drugs. Silk Road 2.0, its follower, had less media attention despite impressive results. According to the FBI, “As of September 2014, Silk Road 2.0 was generating sales of at least approximately $8 million per month and had approximately 150,000 active users”. Like its predecessor, it “operated exclusively on the “Tor” network [a hidden Internet] and required all transactions to be paid for in Bitcoins in order to preserve its users’ anonymity and evade detection by law enforcement”.
However, the country that has the most Bitcoin users is not the United States, but China. One hypothesis for this success is the possibility to circumvent restrictions on capital movements.
Finally, there is an element of speculation for digital currencies: many early users of the Bitcoin system made millions of euros when the value of the Bitcoin started to skyrocket in 2013.
Preventing such abuses is a major challenge for advocates of alternative currencies. But the potential for criminality should not be a barrier to innovation. In fact, borderline and illegal industries like porn and drugs sometimes prove extremely innovative, because they structurally need to move faster than legal industries and authorities. The adoption of a payment technology by criminals is more likely to be the first step toward market maturity than the last step before abandonment.

How innovative are virtual currencies?

If we look beyond the Bitcoin phenomenon, it is not that easy to define a virtual currency. Since 1971 and the collapse of the Bretton-Woods system, money is not convertible into gold or any other kind of physical asset. For example in England, the traditional phrase signed by the Governor of the Bank of England (BoE) on a ten pound sterling note, “I promise to pay the bearer on demand the sum of £10”, is purely circular: notes can only be exchanged for other notes of the same face value (Jackson & Dyson, 2012). In modern economies, all money is virtual, or at least backed very partially and indirectly by assets as vague as ‘the ability of government to collect money’.
To be fair, this is not just a modern feature. Contrary to common misbeliefs, coins did not degenerate into electronic money when mankind invented computers. “There’s nothing new about virtual money. Actually, this was the original form of money. […] History tends to move back and forth between periods dominated by bullion – where it’s assumed that gold and silver are money – and periods where money is assumed to be an abstraction, a virtual unit of account” (Graber, 2014). Present times clearly correspond to the latter: electronic money represents 97% of the money supply. To put it more abruptly, “the financial system is already simply a set of digital records” (Ali et al., 2014a).
Part of the confusion is due to the word ‘virtual’. It can designate three different things: money that is not fully backed by physical assets, electronic cash which we use every day with credit cards, or Internet-based currencies like Bitcoins. In this article, we use virtual currency to refer exclusively to Internet-based currencies. The question becomes: what is the feature of such virtual currencies that makes them different from, say, electronic cash?

A revolutionary payment technology

The founder of Bitcoin, Satoshi Nakamoto, was trying to solve what he saw as a salient problem of the digital economy: “Commerce on the Internet has come to rely almost exclusively on financial institutions serving as trusted third parties to process electronic payments” (Nakamoto, 2008). The purpose of Bitcoins is to eliminate those third parties and to provide a purely peer-to-peer cash system. Nakamoto does not talk about economics or money theory. He only builds on a genius mathematical intuition to apply the horizontal nature of the Internet to a payment system. The project is ideological, not economic: it is about removing the need for centralised institutions and governments, thanks to technology. Public goods like regulation should be integrated and distributed within a network.
The fundamental issue of a payment system is the double-spend problem. How do you make sure that everybody has the money that they are spending, and that they cannot spend it twice? In the traditional banking system, payments are based on regulated and trusted entities: banks. Users trust their banks to pay and receive payments. Thus, they do not need to trust their counterparty. But what happens if you do not trust banks, or want them to have access to all your data? Then, you need a technology that distributes the information on the whole network, so that everyone can verify everything. And then, you need that verification process to be automatic and secure.
This is what Bitcoin provides, or at least pretends to provide. For the BoE, “The key innovation of digital currencies is the ‘distributed ledger’ which allows a payment system to operate in an entirely decentralised way, without intermediaries such as banks […]. It may be possible in the future – in theory, at least – for the existing infrastructure of the financial system to be gradually replaced by a variety of distributed systems” (Ali et al., 2014a). The essential argument here is that some of the famous aspects of Bitcoin are unimportant: the limited money supply, the way newly created bitcoins are received by ‘miners’ as they verify transactions, the speculation element… These are just parameters that can be set differently, and there is in fact an immense variety of Bitcoin-inspired currencies competing online. The real innovation is in the conceptual advance to the payment system. And it is here to stay.

Regulatory responses

Regulatory responses to the development of Bitcoin vary. In the UK, the BoE essentially took a consumer protection approach. Concerns about financial stability may appear in the future, but at the moment “about 20,000 people in the UK have a significant holding of Bitcoins [and] as few as 300 transactions may occur per day” (Ali et al., 2014b). This is still too little to worry regulators. But the BoE goes further in the analysis and wonders whether Bitcoin could expand and become a dominant payment system. Interestingly, the technicalities of the system and especially the rising cost of mining* “pose significant challenges to their widespread adoption” (Ali et al., 2014b). However, the Bank acknowledges that such money systems could be able to overcome those obstacles with minor structural changes. Despite the vision of Nakamoto, Bitcoin may fail to reach a more significant scale, but it will remain a pioneer that has paved the way for followers.
In the rest of Europe, financial authorities tend to be more severe with the “dangers of the Bitcoin system” (Banque de France, 2013). The European Banking Authority (EBA) recognised that Bitcoin was extremely hard to regulate in the short term. It recommended national authorities to discourage financial institutions to hold virtual currencies, in order to “shield regulated financial services from [virtual currency] schemes” (EBA, 2014).
In China, financial institutions are prohibited from engaging in Bitcoin transactions. However, as of today, only a handful of countries have banned Bitcoins for individuals (see – with caution – this table summarising regulatory responses on Wikipedia). The Bitcoin network of foundations, companies, trading platforms, lobbyists, and volunteers is already very well developed and prepared to fight any regulation that would jeopardise their passion, or their business.

Local currencies as a response to globalisation

Unlike virtual currencies, which dissolve the problem of trust within a network, local currencies are based on interpersonal relationships or shared local identities.
Some local currencies are best defined as vouchers, which are issued by an association and which are not universally accepted. They can only be spent in the local economy. This prevents leakage from local wealth toward bigger and exterior actors. The objective is usually to fight poverty and to restore the social fabric.
The leading contemporary thinker on local currency schemes is Bernard Lietaer, a Belgian economist. He believes that the international monetary system is unable to provide well-being to local communities. So he recommends, as a complementary tool, the implementation of small-scale trade systems, which guarantee a minimum level of economic solidarity (Kennedy, Lietaer & Rogers, 2012).
This is exactly what happened in the small town of Volos, in Greece, with the TEM scheme. As explained by the New York Times, TEM is a hybrid system, “part alternative currency, part barter system, part open-air market”. The introduction of the local currency was a way to have citizens participating in a system of exchange of goods. Local currencies are not purely economic tools; they are also aimed at reviving communities.

Losing value, generating wealth

Around 1890, German economist Silvio Gesell developed the concept of “demurrage” to designate periodic and systemic devaluations. Demurrage creates an artificial cost associated with holding currency. This feature is sometimes added to local currency schemes, so the currency automatically loses value over time. Consequently, people are incentivised to spend their money as fast as possible, which boosts the economy. It corresponds to a Keynesian vision: instead of hoarding money, people should spend it and keep it circulating.
Wörgl is a small town in Austria. In the 1930s, it became famous for the “Wörgl miracle” To get the economy back on track, the Mayor introduced a new local currency that lost one per cent of its value every month. The experiment was very successful. But it only lasted 14 months before the Austrian central bank decided that it was illegal and it had to stop (Bundesbank, 2013).
Demurrage is commonly, but not systematically introduced. In fact, most local currencies function in a simple way: you get them in exchange for the official currency at a fixed rate, and then you cannot convert it the other way around, or if you can, you are charged a fee. Apart from that basic principle, as with virtual currencies, an almost infinite variety of additional features can be introduced to achieve specific objectives. For example, in the French Basque country, stores that want to participate in the Eusko experiment also have to respect social and environmental specifications.

Local currencies and money

As with virtual currencies, the BoE is probably the regulator that took the most constructive approach to local currencies. First, the institution is structurally more open to the question, because in Scotland and Northern Ireland, it is not the monopoly issuer of banknotes. Seven private financial institutions are allowed to issue banknotes. Legislation ensuring that noteholders would be able to redeem their notes at face value was only introduced in 2009.
The BoE also has a more flexible conception of money. From a theoretical perspective, it rejects a purely legal definition of money as a universal means of payment backed by the central bank: “legal tender has very little practical application, as whether or not an instrument is used as a means of payment is subject only to the mutual agreement of the parties to the transaction”. Pragmatically, the BoE recognises the existence of “many other physical media of exchange available for transactions. One example is retail vouchers” (Naqvi & Southgate, 2013). In that perspective, local currencies are just another variation.
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In the UK, the leading local currency is undoubtedly the Bristol Pound, with the equivalent of £250,000 in circulation (Naqvi & Southgate, 2013). Its promoters present it as a cultural and economic weapon to fight the standardisation of ways of living induced by globalisation. On their website, they explain that they “don’t want Bristol to be another clone town. Bristol Pounds supports independent business by helping us commit to spend locally, and helps forge new business relationships because choosing Bristol Pounds means that businesses spend locally too”.

Promoting solidarity, at a cost?

Green, local and sustainable: in short, local currencies are hip. In addition to Germany, they are developing all around Europe: in Greece, in France, and in the United Kingdom, where they can also take the form of LETS – Local Exchange Trading Systems. Earlier this month an EU-backed project, Community Currencies in Action (CCIA), launched an information portal on community currencies showing the breadth of objectives they can have – for example SME liquidity, social inclusion or waste-reduction - as well as their issuance mechanisms, monetary elements and other aspects.  But how much do local currencies really benefit the local economy?
In 2006, a Bundesbank economist claimed that: “the theoretical assumptions of the Schwundgeld concept are highly flawed” (Rösl, 2006). At the time, there were already 16 local or regional currencies in Germany, but the overall amount was very low, at roughly € 200,000. Did the crisis make the Bundesbank change its mind? Absolutely not: “Local currencies do not support the local economy, they generate costs instead” (Bundesbank, 2013). They are also accused of facilitating tax dodging.
By design, local currencies force customers to buy goods within a local area, which curtails competition. “By segregating off different regions by means of local currencies, users and enterprises are deliberately opting out of an efficient division of labour across regional borders. Day-to-day goods and services are supplied not by the provider best placed to produce them, but by one’s neighbours” (Bundesbank, 2013).
On the other hand, one could argue with the BoE that this is precisely the rationale of the system: helping your neighbour instead of always going for the cheaper goods. “Participation by both local businesses and consumers might also reduce environmental footprints as well as signal a commitment to supporting the local community” (Naqvi & Southgate, 2013). In this perspective, local currencies could be a fruitful way to promote solidarity at the community level, but their limited economic efficiency prevents them from being a real alternative to official currencies. As the Mayor of Volos claims in the Guardian: “It won't ever replace the euro but it is really helping weaker members of our society”.
Local and digital currencies are both consequences of globalisation, developing beyond the control of states, either at the local scale, or thanks to the distributive power of the Internet. It is a radically different conception of the world, where trust is not a product of a pyramidal institutional system. Trust is generated by horizontal relationships. At this stage, finance is not likely to be radically changed by those innovations, but they are clearly in the direction of history.

References

* Mining is the verifying of Bitcoin-based transactions thanks to asymmetric cryptography (public-key / private-key). These operations require computer power. As a reward for the services that they provide, miners get newly created Bitcoins plus fees on verified transactions. Miners are competing with each other and their revenues are proportional to the number of achieved calculations (for more details, see: www.bitcoinmining.com).
Digital currencies

Local currencies

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martedì 23 dicembre 2014

Commissione d’inchiesta bicamerale sullo scandalo derivati

GABANELLI: ITALIA ALLA DERIVA-TI – IL TESORO HA IN PANCIA DERIVATI PER 160 MILIARDI E HA GIÀ DOVUTO RIMBORSARE 2 MILIARDI A MORGAN STANLEY – ADESSO VIENE FUORI CHE IL RISCHIO PERDITE NEL 2013 AMMONTA A 34 MILIARDI

Nella legge di Stabilità torna nuovamente una norma, già bocciata in passato, che autorizza lo Stato a fornire alle banche garanzie anche per cassa sui derivati. Milena Gabanelli: serve una commissione d’inchiesta bicamerale…

DAGOSPIA

Milena Gabanelli per il “Corriere della Sera

carlo fuortes e pier carlo padoan carlo fuortes e pier carlo padoan
 
A fine 2011, imperava lo spread: cadeva Berlusconi arrivava Monti a «salvare» il Paese ed Elsa Fornero imponeva con qualche lacrima la nota riforma pensionistica che ha creato gli esodati.
 
In questo bailamme, è passato quasi inosservato il pagamento pronta cassa di oltre 2 miliardi di euro che lo Stato ha fatto alla banca americana Morgan Stanley. Soldi del contribuente italiano, che sono serviti a chiudere anticipatamente un derivato stipulato anni prima dal ministero del Tesoro nella speranza di risparmiare. Era una scommessa, che purtroppo è andata male.
 
Ad accorgersene, pare strano, sono stati i giornali stranieri. Passa qualche mese e a marzo 2012 finalmente l’onorevole Idv Antonio Borghesi fa partire un’interrogazione parlamentare. Il Tesoro risponde a mezza bocca, manda avanti il sottosegretario all’Istruzione, ma finalmente — dopo anni di richieste — si viene a sapere quanti derivati lo Stato ha in pancia: 160 miliardi di euro. Cioè un numero pari a circa l’8% di tutto il nostro debito pubblico.
 
matteo renzi pier carlo padoan matteo renzi pier carlo padoan
 
Il Parlamento torna a dormire un altro po’ e siamo al 2013. Un’indagine riservata della Corte dei conti sui derivati finisce nelle mani di qualche giornalista: stavolta viene a galla che su tutta quella montagna di derivati lo Stato ci sta perdendo, e le cifre sono grosse. Il Tesoro tace.

Il ministro Saccomanni minimizza. Anzi, su iniziativa del direttore Maria Cannata, il ministero dell’Economia e delle Finanze rilancia: un progetto da realizzare tramite la legge di Stabilità per l’anno 2014 dice che, oltre ai derivati nuovi, lo Stato potrà fornire garanzie sui derivati già stipulati, «anche» per cassa. Sospettiamo che «anche» per le banche voglia dire:

ministero del Tesoro ministero del Tesoro
 
«Sicuramente». Per semplificare, se la scommessa (il derivato) sta andando male per — diciamo — 1 miliardo di euro, la banca può chiedere allo Stato di congelare su un conto una bella fetta di questa somma a garanzia dei suoi impegni. Prima non succedeva: la parola del governo era sufficiente. Ma ora le banche non si fidano più dello Stato e chiedono contante in garanzia. Guarda caso, altri Paesi ritenuti poco affidabili, come Irlanda e Portogallo, proprio su pressione delle banche, avevano poco prima varato la stessa norma.
 
Nel complesso, c’è chi dice che lo Stato dovrebbe sborsare fino a 8 miliardi di garanzie e succede un finimondo. La Direzione II del ministero dell’Economia e delle Finanze vuole tirare dritto, ma le critiche sono pesanti e bipartisan e la misura non passa.
 
MILENA GABANELLI NELLA REDAZIONE DI REPORT FOTO LUCIANO VITI PER SETTE MILENA GABANELLI NELLA REDAZIONE DI REPORT FOTO LUCIANO VITI PER SETTE 
 
Tutto tace per un altro po’, ma nella legge di Stabilità 2015 ecco che rifà capolino la norma sulla garanzia pro-banche. Ricomincia il balletto parlamentare: arriva una nuova interpellanza — questa volta di Daniele Pesco, M5S — il Tesoro minimizza ed a parlare lo scorso 5 dicembre arriva Massimo Cassano, sottosegretario di Stato per il Lavoro e le politiche sociali. Insomma, pare che dei derivati ne parlino tutti, tranne quelli del ministero dell’Economia e delle Finanze.

Stavolta, per bocca del sottosegretario Cassano esce qualche numero in più: «Le operazioni in derivati hanno generato un esborso netto nel 2013 di poco superiore ai 3 miliardi (…) il valore di mercato, aggiornato al secondo trimestre 2014, è negativo per 34,428 miliardi di euro». Traduzione: solo nel 2013 abbiamo già pagato 3 miliardi di euro sui derivati e si rischiano 34 miliardi di perdite totali.
 
derivati Morgan Stanley derivati Morgan Stanley 
 
Saccomanni disse di stare tranquilli, perché rischiare di perdere, non vuole dire perderli per davvero. Sarà stato anche vero, ma se ora su quelle perdite potenziali bisogna dare liquidità in garanzia, il discorso cambia. I soldi escono per davvero, così la banca può stare tranquilla.

 Qualcuno chiede una nuova Commissione d’indagine (la terza in dieci anni?). Forse sarebbe più opportuna una Commissione d’inchiesta bicamerale, dove i componenti hanno gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria bicamerale, magari come quella sui rifiuti tossici. D’altronde, in fatto di tossicità, non siamo lontani.