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Come evitare il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

venerdì 31 maggio 2013

Domenico Moro: Club Bilderberg

www.resistenze.org - segnalazioni resistenti - libri - 27-05-13 - n. 455

Domenico Moro: Club Bilderberg - Gli uomini che comandano il mondo


Recensione di Alexander Höbel

Sul Gruppo Bilderberg e organismi affini è fiorita in questi anni una letteratura di taglio "complottistico" che, per quanto attraente per molti lettori, di fatto non favorisce una reale comprensione del fenomeno. In una direzione diversa va invece il libro di Domenico Moro (Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, Aliberti 2013), che colloca la questione in un quadro più ampio, quello dell'attuale fase della storia del capitalismo e delle dinamiche della lotta di classe; Moro insomma affronta il problema da un punto di vista marxista.

Se il titolo e il cuore del libro riguardano il Club Bilderberg (cui si aggiunge la più giovane Trilateral), sullo sfondo ci sono questioni più complessive, il ruolo delle élite(e del "ritorno delle élite" parla anche l'ultimo libro di Rita di Leo), i caratteri dell'attuale oligarchia capitalistica trans-nazionale, le forze di classe in campo e gli scontri in atto sul piano globale, la questione della democrazia e della sua crisi.

Se partiamo da quest'ultimo punto, non possiamo che partire dalla straordinaria avanzata della "democrazia organizzata", della partecipazione popolare e dei partiti di massa, che riguardò molti paesi e l'Italia in modo particolare negli anni Sessanta e Settanta. Fu allora che la domanda sociale crescente trovò sbocchi politici e anche legislativi nella costruzione del Welfare State e in quelle riforme (riforme vere, ben diverse dalle controriforme degli ultimi decenni) che determinarono il progresso sociale e civile, tra gli altri, del nostro paese. La costruzione dello Stato sociale - forma peraltro del salario indiretto - e le conquiste salariali vere e proprie, accanto al generale spostamento nel rapporto di forza tra le classi nella società, nella politica e nelle istituzioni rappresentative (dunque nello Stato stesso), misero dunque in allarme le classi dominanti, che proprio negli anni Settanta (apice della loro difficoltà sul piano mondiale) avviarono la loro micidiale controffensiva, dotandosi di strumenti nuovi, quali appunto la Commissione trilaterale. E non a caso, uno dei primi documenti di questa struttura, fu quel testo sulla "crisi della democrazia" che Domenico Moro cita ampiamente, opera di quel Samuel Huntington che diventato famoso in anni recenti per la sua pseudo-teoria dello "scontro di civiltà", e di Michel Crozier, il quale individuava il pericolo principale nei partiti comunisti, a partire da quelli europei, "le sole istituzioni rimaste nell'Europa occidentale la cui autorità non venga messa in dubbio" (p. 119).

Da allora, nel dibattito pubblico, la governabilità iniziava a prendere il posto della rappresentanza, fino a sostituirla quasi del tutto, giungendo a quello svuotamento delle istituzioni rappresentative e alla conseguente apatia politica di massa che oggi sono davanti ai nostri occhi.

Il libro di Moro, peraltro, mostra come quella controffensiva fosse iniziata ancora prima, negli anni Cinquanta; gli anni più duri della guerra fredda, quelli della nascita di Gladio e della rete Stay-behind, e appunto del Club Bilderberg, fondato nel 1954 da esponenti del grande capitale come David Rockefeller. E non a caso, l'anticomunismo e la lotta al blocco sovietico sono al centro dei primi incontri del Club. Ma che cosa è dunque il Gruppo Bilderberg? Secondo la definizione che ne dà Domenico Moro, è "il luogo dove il capitale finanziario si incontra con la politica internazionale" (p. 72), e infatti al suo interno troviamo finanzieri, proprietari e dirigenti di corporation, grandi manager privati e pubblici, uomini politici, accademici, giornalisti. Ed è molto interessante il meccanismo descritto nel libro, quello delle "porte girevoli", per cui un ministro (o, nel caso degli USA, un segretario di Stato) si ritrova poi al vertice di una multinazionale, o magari ne aveva fatto parte prima (tipici i casi di Dick Cheney, Donald Rumsfeld e molti altri esponenti dell'amministrazione Bush), mentre grandi manager pubblici come Romano Prodi dopo aver portato avanti massicce privatizzazioni si ritrovano presidenti del Consiglio o ai vertici dell'Unione europea, o ancora uomini come Mario Draghi passano da presidente del Comitato economico e finanziario del Consiglio della UE a direttore generale del Ministero del Tesoro italiano, per poi diventare vicepresidente della Goldman-Sachs, infine governatore della Banca d'Italia e infine presidente della Banca centrale europea.

Ed è inquietante il dato - documentato da Moro - per cui per il Club Bilderberg sono passati tutti i ministri delle Finanze italiani degli ultimi anni, due governatori della Banca d'Italia e almeno due presidenti del Consiglio, tra cui quello attualmente in carica.

La commistione e lo scambio continuo tra settori diversi dell'oligarchia è a sua volta il riflesso di un intreccio sempre più stretto fra grandi corporation, Stati e organismi sovranazionali. Quella che compare sulla scena è dunque una nuova classe dominante, quella che Leslie Sklair chiama "classe capitalistica transnazionale", una definizione ripresa in Italia da Luciano Gallino (La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza 2012) e che anche Domenico Moro fa propria e sviluppa, descrivendo attraverso alcuni dei suoi principali esponenti una classe, che oltre che nel Club Bilderberg e nella Trilateral trova luoghi di coordinamento e "camere di compensazione" anche in altri organismi, come il World Economic Forum di Davos.

Questa classe - il libro lo mette bene in luce - ha vari punti di forza: la grande omogeneità ideologica, una forte capacità di egemonia attraverso think-tank e mass-media, e infine appunto quel carattere trans-nazionale che ha spiazzato il movimento operaio. E però ha anche rilevanti punti deboli. Come osserva l'Autore, infatti, la complessità del quadro e la stessa molteplicità della sua composizione e dei suoi interessi pongono seri limiti "alla sua capacità di controllare il processo sociale complessivo e soprattutto di organizzare un ordine mondiale" stabile (p. 131). Non a caso, la potenza ancora egemone, quella statunitense, attraversa una crisi grave, che ha finora superato grazie al signoraggio del dollaro e alla sua stessa collocazione nel mercato mondiale; ma non è più in grado di svolgere il suo ruolo, e quindi è sempre più spesso indotta all'uso della forza militare, attuando quello che alcuni studiosi hanno definito un "dominio senza egemonia", per non parlare della crisi di legittimità che si è aperta ormai esplicitamente. E non a caso il restringimento degli spazi democratici continua, all'interno degli Stati nazionali e grazie alle cessioni di sovranità ad organismi sovranazionali privi di ogni legittimazione.

D'altra parte, Moro osserva come questa classe abbia potuto portare avanti il suo programma anche grazie alla globalizzazione, alla mondializzazione del ciclo produttivo, dei mercati e dell'economia in generale, che ha messo in seria difficoltà il movimento dei lavoratori, che fino ad allora aveva contrastato l'avversario sul terreno nazionale, ottenendo risultati non irrilevanti.

Se questo è vero, è chiaro che i versanti su cui agire sono almeno due: la difesa degli spazi di sovranità nazionale rimasti e la ricostruzione di spazi di sovranità popolare sulle decisioni più rilevanti; l'internazionalizzazione della risposta, dell'organizzazione e della strategia del movimento operaio che incredibilmente - nato internazionalista - proprio su questo terreno è rimasto indietro. Su entrambi i fronti - e su quello di una nuova lotta per la democrazia - il fronte che si può costruire è molto ampio, a patto che ci si doti degli strumenti di analisi e controffensiva ideologica e culturale, e di organizzazione politica e sindacale, adeguate; in sostanza a patto che il movimento dei lavoratori riacquisti una sua autonomia strategica. Lo slogan "voi 1%, noi 99%" sebbene ingenuo e per certi versi sbagliato, segnala che si sta facendo strada una nuova consapevolezza della contrapposizione di interessi tra la stragrande maggioranza della popolazione e oligarchie sempre più ristrette, uno dei punti essenziali della riflessione di Marx.

Su questa strada, i comunisti e gli anticapitalisti in generale hanno praterie davanti a sé, o se si preferisce un oceano dentro al quale devono reimparare a nuotare. Per farlo devono però tornare a orientarsi attraverso un serio lavoro di analisi. Il libro di Domenico Moro offre in tal senso un contributo importante.

Domenico Moro

Club Bilderberg

Editore Aliberti

2013

Pagine: 171

Prezzo: 14 Euro

Signoraggio: la rete è in rivolta, vuole la verità

Le Anti-Iene: "Bilderberg: perché la tv non ne parla" (VIDEO)

Alessandro Carluccio e Francesco Amodeo, le due anti-Iene, dopo aver criticato il programma di Italia Uno le Iene Show, girano il loro secondo servizio diventando loro stessi giornalisti d’inchiesta. Nel video svelano i rapporti del nostro paese con il Gruppo Bilderberg, il MES e il signoraggio bancario.more ima


Romano Prodi è il nuovo candidato del PD per il Quirinale-DIRETTA
Alessandro Carluccio e Francesco Amodeo di nuovo insieme all’attacco contro i media tradizionali, le due anti-Iene  realizzano il loro secondo video contro lo show televisivo Le Iene, in onda su Italia Uno, insoddisfatti della mancata risposta del programma al loro primo servizio, visualizzato in rete da oltre un milione e mezzo di utenti (clicca qui per vedere il primo video). I due questa volta non si limitano soltanto a criticare il finto giornalismo di Italia Uno, ma vestono loro stessi i panni dei giornalisti d’inchiesta e realizzano un servizio scottante sulle relazioni del nostro paese e  il gruppo Bilderberg, il MES e il signoraggio bancario. Il video contiene l’intervista all'autore del best-seller “Il Club Bilderberg”, Daniel Estulin. Il gruppo Bilderberg è una riunione annuale, su invito, di circa 130 partecipanti tra politici, giornalisti, economisti e banchieri in cui vengono trattati temi di rilevanza globale in campo militare, economico e politico. Nessuna dichiarazione viene rilasciata al termine della conferenza e l'incontro è chiuso ai media, l'unica cosa che si conosce sono i nomi dei partecipanti. Lo scopo del Bilderberg, secondo Daniel Estulin e molti altri, è di togliere il potere ai Governi Sovrani e di creare un ente sovranazionale che funzioni come un SPA. Durante l'intervista emerge che sia il nostro attuale presidente del consiglio, Enrico Letta, sia il primo ministro uscente Mario Monti fanno parte del Bilderberg, Monti è addirittura un membro del comitato direttivo ed entrambi sono stati presidenti della Commissione Trilaterale,un gruppo di studio non governativo e non partitico, anch'esso al centro delle maggiori teorie del complotto.
Anche Emma Bonino, non a caso Ministro degli Esteri, e Romano Prodi ne fanno parte e quest’ultimo è stato anch’esso presidente della Commissione Trilaterare, in tutti e tre i casi (Letta, Monti, Prodi) questi fatti accadevano nell'anno precedente alla loro elezione come Presidenti del consiglio. Silvio Berlusconi invece non è stato mai invitato alle riunioni segrete poiché ritenuto del tutto inaffidabile e troppo focalizzato sui propri interessi ma comunque non ha mai avuto alcun interessamento a denunciare il fatto tramite le sue televisioni per paura di una ripercussione negativa in borsa del titoloMediaset. Tra i nomi dei membri compaiono non solo politici ma anche imprenditori come Franco Bernabè, attualmente Presidente Esecutivo di Telecom Italia. Nel video vengono mostrate le immagini di Mario Monti e del suo esecutivo che si recano a un incontro del Bilderberg avvenuto a Roma lo scorso Novembre, tra gli invitati compare anche Gianni Alemanno, sindaco di Roma.
Altri temi scottanti vengono poi trattati come il Meccanismo Europeo di Stabilità(MES) e il signoraggio bancario. Il MES, detto fondo salva stati, non è altro che un organo intergovernativo formato dai 17 ministri delle finanze dei paesi che aderiscono al fondo, dal presidente della BCE e di quello dell' Eurogruppo, i quali gestiscono 700 miliardi di euro (l’Italia si è fatta garante per 125 miliardi) senza controllo alcuno, con regole perverse e pericolose per l'economia globale (clicca qui per approfondire: Cos'è il MES? I 125 mld di cui politici e media non parlano). Il video conclude con l'intervento in parlamento dell'onorevole Carlo Sibilla (M5S), che denuncia per la prima volta alla camera il signoraggio bancario e il Gruppo Bilderberg.
La rete è in rivolta, vuole la verità e Carluccio e Amodeo hanno tutte le intenzioni di continuare a informare liberamente.

Movimento 5 Stelle - Ognuno vale uno

Alta Vendita di terreni, invece dello sviluppo


Svendere gli immobili con risparmi dei cittadini

di Marco Bersani

Pubblicato sabato 18 Maggio 2013
Nel dicembre 2011 Deutsche Bank presentò direttamente alla Troika il rapporto “Guadagni, concorrenza e crescita”, con cui proponeva per una serie di paesi europei un gigantesco piano di dismissioni, proporzionale a quello che coinvolse la ex Germania Est dopo la riunificazione del 1990. Alcuni passaggi relativi al nostro Paese sono senz’altro significativi: “ (..) I Comuni offrono il maggior potenziale di privatizzazione. Attualmente, si stima che le rimanenti imprese a capitale pubblico abbiano un valore complessivo di 80 miliardi di euro (pari a circa il 5,2% del PIL); ma una particolare attenzione deve essere prestata agli edifici pubblici, il cui valore totale corrente arriva a 421 miliardi di euro, con un 10% attualmente non in uso, che potrebbe essere messo in vendita con relativamente poco sforzo o spesa”.
Deutsche Bank, nel rapporto rimasto a lungo segreto, si richiama direttamente al Treuhandanstalt tedesco, l’Istituto di Gestione Fiduciaria che, tra il 1990 e il 1994, garantì la dismissione di circa 8.000 aziende dell’ex DDR a vantaggio delle imprese dell’ovest, per un valore patrimoniale di 600 miliardi di marchi tedeschi (307 miliardi di euro attuali). “La situazione difficile sui mercati finanziari non è un ostacolo – afferma il rapporto – Una modalità consisterebbe nel trasferire gli attivi ad un’agenzia incaricata esplicitamente di privatizzazione. Questa potrebbe in seguito, a seconda della congiuntura dei mercati, scaglionare la vendita nel tempo”.
Sembra esattamente il ruolo che Cassa Depositi e Prestiti si sta ritagliando verso gli enti locali con il nuovo Fondo Investimenti per la Valorizzazione degli immobili comunali (Fiv), che ormai da mesi propaganda attraverso un tour nelle maggiori città italiane.
Tra patto di stabilità, fiscal compact, spending review e drastica riduzione dei trasferimenti erariali, gli enti locali sono prossimi al collasso e impossibilitati ad assolvere alla propria funzione sociale : quale miglior occasione per tirare un po’ il fiato di una bella svendita del patrimonio pubblico? E quale miglior beffa del realizzarla utilizzando il risparmio postale dei cittadini?
Cassa Depositi e Prestiti si propone all’ente locale come consulente per la definizione del valore degli immobili, assegnandogli un prezzo. Da quel momento, l’ente locale potrà metterli in vendita e, se riuscirà a farlo ad un prezzo superiore, avrà fatto un buon affare; in caso contrario, gli immobili verranno acquistati da Cdp al prezzo fissato e messi successivamente sul mercato.
In pratica, si utilizza la drammatica situazione di difficoltà finanziaria nella quale sono stati scientemente condotti gli enti locali dopo anni di politiche liberiste, per permettere loro di “fare cassa” una tantum, deprivando i cittadini di beni pubblici che potrebbero a ben altri scopi essere riutilizzati. Con il paradosso di un’espropriazione di beni collettivi fatta utilizzando i risparmi postali dei cittadini stessi.
Se tutto ciò non bastasse, ci sono sempre i servizi pubblici locali da mettere in vendita, e anche in questo settore Cassa Depositi e Prestiti si sta velocemente attrezzando con Volano Utilities, proponendosi come partner ideale per accompagnare gli enti locali nella privatizzazione dei servizi a rete, nella fusione tra sociètà partecipate, nella messa sul mercato dei beni comuni.
Se questo è il quadro, diviene evidente come la riappropriazione della democrazia locale e di prossimità passi necessariamente per la socializzazione di Cdp e la restituzione alla stessa di un ruolo pubblico, sociale e partecipato dalle comunità territoriali. Pubblicato su Il Manifesto del 17 Maggio 2013

giovedì 30 maggio 2013

2" Convegno, a Milano Degenerazione della finanza


Da Piazza Fontana a Maastricht: "moral suasion" o terrorismo ?

DSCN3541 from Marco Saba on Vimeo.

Si suicidano anche i massoni


Ravenna sconvolta: suicida il figlio del gran Maestro Raffi

Gustavo Raffi
Gustavo Raffi
29 magg – Il civilista di 45 anni si è tolto la vita con un’arma bianca, ed è stato ritrovato dai Vigili del Fuoco allertati dai conoscenti: da qualche tempo Michele Raffi non dava notizia di sé – Il padre Gustavo è a capo della loggia massonica Grande Oriente d’Italia, e il figlio ne aveva seguito le orme…
L’avvocato Michele Raffi è stato trovato ieri senza vita nella sua abitazione, a Russi. Il legale, civilista, aveva 45 anni: si è tolto la vita con un’arma bianca. A trovarlo sono stati i vigili del fuoco, allertati dai conoscenti: da qualche tempo – secondo le prime ricostruzioni – l’uomo non dava notizia di sè. Michele Raffi era uno dei due figli di Gustavo, maestro del Grande Oriente d’Italia. Profondo cordoglio in città, dove l’avvocato era molto conosciuto.  romagnanoi.it

martedì 28 maggio 2013

Colpo di stato a bassa intensità

Conferenza DEGENERAZIONE DELLA FINANZA E TUTELA DEL RISPARMIO

“DEGENERAZIONE DELLA FINANZA E TUTELA DEL RISPARMIO” 
Relatori: Nino Galloni, Guido Viale, Bruno Amoroso, Francesco Bochicchio e Nando Ioppolo. 29 maggio 2013, ore 14.30, c/o Università Statale di Milano Scienze Politiche, Via Conservatorio, 15, Milano. Info. Tel. 02.80.91.72” (METRO "SAN BABILA")

Il bilancio dello stato: un istituto in trasformazione

lunedì 27 maggio 2013

Il costo effettivo dell'indebitamento pubblico


Autore: Passalacqua, Giuliano
Titolo: Il costo effettivo dell'indebitamento pubblico
Periodico: Note economiche
Anno: 1979 - Fascicolo: 6 - Pagina iniziale: 52 - Pagina finale: 91



domenica 26 maggio 2013

Messora, Scilipoti e Moffa

USCIRE DALL'EURO - Avv. Marco Della Luna

Reddito di cittadinanza: universale ed incondizionato


(nota: il reddito di cittadinanza può essere completamente coperto dall'emissione di biglietti di stato che non gravano sul bilancio)

Il reddito di cittadinanza che Pd, Sel e Grillo non vedono
  • Avere costretto il Pd a inserire al punto otto del miniprogramma «per un governo di emergenza» gli «interventi urgenti per l’occupazione» è un altro segno delle possibilità che la crisi, economica e istituzionale, stanno regalando al nostro paese. La dizione è vaga, ma quello della chiarezza programmatica non è mai stato un dono degli ultimi eredi del Pci. Basta leggere l’intervista rilasciata ieri a Repubblica da Pierluigi Bersani che farfuglia qualcosa a proposito di «sistemi universalistici negli ammortizzatori sociali». Tanto per essere chiari: il reddito di cittadinanza non è un ammortizzatore sociale. È una misura di tutela universalistica delle persone, e non solo dei lavoratori con contratto da dipendente o da precario. Una differenza sconosciuta al segretario Pd, e ai suoi solidi convincimenti lavoristici, ma forse non agli alleati sellini di Nichi Vendola.
    Sebbene sia stata la prima a indicare un accordo di governo con Beppe Grillo a partire dal reddito di cittadinanza, Sel non ha mai citato la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un «reddito minimo» in Italia, unico paese dell’Eurozona insieme alla Grecia e all’Ungheria a non avere adottato questa misura. Peraltro il partito di Vendola è stato tra i promotori della proposta di legge, insieme al Basic Income network-Italia (Bin) e altre 170 associazioni. Lo stato confusionale in cui vive il centrosinistra deve avere impedito di mettere sul tavolo questa proposta che potrebbe essere votata dal movimento 5 stelle. Una proposta firmata da oltre 50 mila persone che fanno parte del «popolo», anche se non è quello a cui fa riferimento Grillo.
    Ma quanto costa il reddito di cittadinanza? Secondo San Precario, i cui calcoli sono stati esposti nei Quaderni San Precario e poi ripresi anche dai promotori della proposta sul reddito, della proposta di legge, 10 miliardi all’anno da ricavare dalla fiscalità generale. Ai singoli andrebbero 600 euro al mese, 7200 euro all’anno, «fino al miglioramento della condizione individuale», quindi per una durata flessibile e non rigida, come del resto previsto dalla stessa Commissione Europea. Questi costi dovrebbero essere finanziati dalla riforma (non cancellazione) della giungla degli attuali ammortizzatori sociali, stornando risorse dalla lotta all’evasione fiscale, dalle spese militari e dai risparmi sui costi della politica e della burocrazia (taglio della province e spending review).
    Qualcosa di simile l’ha detta Grillo in campagna elettorale, anche se la proposta, che oggi è senz’altro un cavallo di battaglia del suo movimento, è molto più rigida perché ha una durata massima di tre anni e prevede l’erogazione di mille euro ad una platea non ancora ben delineata. In un post sul suo blog, Grillo ha fatto un’analisi alquanto sommaria, e per certi versi inquietante, dividendo in due blocchi la società italiana. Da una parte c’è la «casta» e i dipendenti pubblici, e dall’altra parte milioni di precari, gli esodati, i pensionati, i poveri. A questi ultimi dovrebbe andare quello che a pagina 10 del programma, l’M5S definisce il «sussidio di disoccupazione garantito», poi ribattezzato «reddito di cittadinanza». I finanziamenti verrebbero dal taglio delle spese militari, del fondo per l’editoria e dei salari dei dipendenti pubblici. In più ci sarebbe l’obbligo di accettare ogni proposta di lavoro.
    Sulla querelle è intervenuto ieri il coordinamento San Precario che ha richiamato alcuni dei principi fondamentali indicati dal filosofo Philippe Van Parijs, uno dei principali ispiratori del «basic income» come misura universale e incondizionata a favore della persona. Il reddito non è un sussidio di povertà, non deve obbligare ad accettare qualunque lavoro ma garantire dai ricatti e incentivare alla formazione o alla riqualificazione del cittadino, deve essere accessibile a chi risiede in Italia, anche senza cittadinanza. Su questo punto Grillo latita, ma se Bersani o Vendola volessero convincerlo, questi sono i punti per una vera riforma. La loro latitanza su questo tema è dovuta anche alla diffidenza della Cgil sul reddito. Ma, segno dei tempi, il segretario generale Susanna Camusso ha dichiarato a Il Manifesto del 23 febbraio di «non essere contraria ideologicamente al reddito», visto che ci sono state «sperimentazioni» nel Lazio o in Campania.
    Quella del reddito di cittadinanza, da sempre una battaglia dei movimenti sociali, è diventata nel 1998 oggetto di un disegno organico della Commissione parlamentare presieduta da Paolo Onofri. A quel tavolo sedevano alcuni tra i massimi esperti italiani del Welfare, Massimo Paci e Chiara Saraceno, favorevoli al reddito e critici del «lavorismo» del sindacato italiano. Quella Commissione promosse le sperimentazioni abolite dal governo Berlusconi che pensò di trattarlo con la social card, una misura di mera sussistenza. In una vibrante intervista al Manifesto del 12 gennaio Stefano Rodotà (pubblicata nella versione lunga su “La furia dei cervelli) ha ribadito che il reddito è «un diritto universale della persona». Per essere istituito, ha bisogno di una riforma radicale del Welfare «proprio come accadde con lo Statuto dei lavoratori». Bersani ha capito poco o nulla di tutto questo ma, preso dal panico dell’«ingovernabilità», dovrà capire che alla «radicalità» di Grillo si risponde con una rivoluzione:il reddito di cittadinanza, universale e incondizionato.
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    Leggi: Salario o reddito? Il minimo che manca in Agenda di Roberto Ciccarelli

di Roberto Ciccarelli 
pubblicato il 2 marzo 2013 

Parma: Wally, una partigiana del 2000

MPS: PD prestanome degli oligarchi ?

sabato 25 maggio 2013

I governanti ci vogliono uccidere


La denuncia di Ida Magli: “I governanti ci vogliono uccidere” 

Minimalista, depressa, costantemente sull’orlo del baratro. E’ questa l’Italia che vuole l’Europa?O è la conseguenza di errori politici? Ne discutiamo con Ida Magli, antropologa e saggista italiana. Nel suo lavoro ha applicato il metodo antropologico alla cultura occidentale, pubblicando i risultati delle ricerche in numerosi saggi dedicati al cristianesimo, alla condizione delle donne, agli strumenti della comunicazione di massa. Ida Magli, nel 1997, con il suo saggio “Contro l’Europa”, ha previsto ciò che oggi sta accadendo in Europa, in Italia.
Dal 1997 lei afferma che l’Europa, questa Europa, è dannosa per l’Italia. Come spiega l’europeismo italiano a tutti i costi?
Sono i governanti, i politici, i sindacalisti, più qualcuno dei grandi industriali per ovvi motivi di allargamento del mercato, ad aver imposto l’europeismo italiano a tutti i costi. Lei fa bene a sottolineare che è ‘italiano’: in tutti gli altri paesi, sebbene i governanti spingano verso l’unificazione europea, non c’è l’assolutezza che c’è in Italia, naturalmente anche a causa dell’obbedienza dei mezzi d’informazione nel tenere il più possibile all’oscuro i cittadini sugli scopi dell’Europa e sui suoi aspetti negativi, un’obbedienza quasi incredibile. Faccio un solo esempio: tanto Mario Monti quanto Emma Bonino sono stati compartecipi del più grosso scandalo avvenuto in seno al governo europeo (La Commissione Santer: Commissione Europea in carica dal 1995 al 1999, quando è stata costretta alle dimissioni perché travolta da uno scandalo di corruzione – ndr) e costretti alle dimissioni con due anni di anticipo dalla scadenza del mandato per motivazioni ignobili quali nepotismo, contratti illeciti, enorme buco di bilancio, come recitala Gazzettaufficiale dell’UE. Ma nessun giornalista lo dice mai e nessuno l’ha mai sottolineato, neanche quando Mario Monti è stato capo del governo e oggi in cui Emma Bonino è ministro degli esteri nel governo Letta.”
Quali sono gli interessi in gioco?
“I motivi di esclusivo interesse per i governanti sono molti, ma mi fermo a illustrarne soltanto due. Il primo è di carattere politico: distruggere gli Stati nazionali e per mezzo dell’unificazione europea, distruggere i popoli d’Europa, ossia i ‘bianchi’, facilitando l’invasione degli africani e dei musulmani per giungere a un governo ‘americano mondiale’. Naturalmente per la grande maggioranza degli italiani, quella comunista, l’universalizzazione era già presente negli ideali marxisti ed è persistita, malgrado le traversie della storia, fino ad oggi in cui vede finalmente realizzati i propri scopi nel governo Letta. Si spiega soltanto così la lentezza e la tortuosità che sono state necessarie per giungere al governo Letta: era indispensabile creare le condizioni che giustificassero il vero governo ‘europeo’, abilitato a distruggere l’Italia consegnandola all’Europa. Il secondo motivo è esclusivamente d’interesse personale: si sono costruiti, spremendo e schiacciando il corpo dei sudditi, un grande ‘Impero’ finto, di carta, che non conta nulla e non deve contare nulla in base ai motivi che ho già esposto, ma che per i politici dei singoli Stati è ricchissimo. Ricchissimo di onori, di benemerenze, di poltrone, di soldi. Governare oltre cinquecento milioni di persone, con tanto di ambasciate aperte in tutte le parti del mondo, fa perdere la testa a questi politici che vengono dal nulla e che non sono nulla e che, quando manca una poltrona in patria, la trovano in Europa per se stessi, parenti, amici, amanti, con un giro immenso di possibilità e libero da ogni controllo. Non c’è praticamente nessuno dei politici oggi sulla scena che non sia stato parlamentare europeo: Napolitano, Bonino, Monti, Prodi, Letta, Rodotà, Bersani, Cofferati e tanti altri ancora, con un ricchissimo stipendio e benefici neppure immaginabili  per i comuni lavoratori. Essere parlamentare europeo significa anche impiegare il poco tempo passato a Bruxelles a tessere i legami e scambiare i favori utili per la futura carriera in patria, godendo anche alla fine di questi ben cinque anni di dura fatica, di una cosa strabiliante: la pensione per tutta la vita.”
In un suo recente intervento ha affermato che non c’è nessuna luce al termine del tunnel della crisi. Il tunnel è dunque la realtà alla quale dobbiamo abituarci?
“Sì, il tunnel è la realtà. Non dobbiamo abituarci, però, anzi: dobbiamo guardarla in faccia come realtà. Niente di ciò che dicono i politici prospettando un futuro miglioramento nel campo economico è vero e realizzabile, perché non possiamo fabbricare la moneta, come fa ogni Stato sovrano (Come fanno in questi giorni il Giappone e l’America per esempio – ndr). Una moneta uguale fra paesi diversi è una tale aberrazione che non è possibile credere a un errore compiuto dai tanti esperti banchieri ed economisti che l’hanno creato, fra i nostri Ciampi e Prodi. E’ stato fatto volutamente per giungere a una distruzione.”
Per distruggere cosa?
L’introduzione dell’euro ha sferrato il colpo di grazia all’economia degli Stati. Se viceversa si fosse trattato davvero di un errore, allora perché, invece di metterli alla gogna, continuiamo a farci governare da quegli stessi banchieri ed economisti che non sopportano la minima critica all’euro? Dunque la situazione economica continuerà ad essere gravissima e il solerte Distruttore si prepara a consegnarci all’Europa sostenendo che mai e poi mai potremo mancare agli impegni presi e che per far funzionare l’euro bisogna unificarsi sempre di più. Questa è la meta cui si vuole giungere. Visto che la moneta unica non funziona, perché sono diverse le produzioni dei singoli Stati, cambieranno forse queste produzioni unificando le banche e le strutture economiche? Bisogna farsi prendere per imbecilli non reagendo a simili affermazioni. L’unica possibilità che abbiamo per salvarci è che sorga qualcuno in grado di organizzare una forza contraria. Io non lo vedo, ma lo spero. Lo spero perché l’importante è aver capito, sapere quale sia la verità, guardare in faccia il nostro nemico sapendo che è ‘il nemico’.”
In Italia, come in altri paesi colpiti da questo nuovo assetto di mercato che tanti chiamano crisi economica, spesso il suicidio è visto come una soluzione. Come si spiega antropologicamente che è meglio morire invece di ribellarsi?
“La spiegazione si trova in quello che ho detto: i governanti ci vogliono uccidere, lavorano esclusivamente a questo scopo, obbligandoci a fornire loro le armi per eliminarci il più in fretta possibile. Questo è il ‘modello culturale’ in cui viviamo. In base alla corrispondenza e l’interazione fra modello culturale e personalità individuale, chi più chi meno, tutti gli italiani percepiscono il messaggio di condanna a morte che i governanti hanno stabilito per noi in ogni decisione che prendono, in ogni discorso che fanno, in ogni persona che scelgono, in ognuno dei decreti, delle leggi che emanano e delle tasse che impongono. E tuttavia non se ne può parlare: la condanna a morte è chiara ma implicita, sottintesa, segreta, nascosta perché ovviamente l’assassinio individuale così come il genocidio di un popolo, è un delitto e non si può accusarne il governo, il parlamento, i partiti: nessunoE’ questo il motivo per il quale ci si uccide: l’impossibilità a parlarne, a dirlo chiaramente perfino a se stessi, a fare qualsiasi cosa per evitarlo e ad accusare il proprio ‘padre’. Neanche Shakespeare sarebbe stato in grado di descrivere la tragedia che stiamo vivendo, per la quale stiamo morendo. Qualcuno riesce forse a rendersi conto di che cosa significhi eliminare volontariamente i ‘bianchi’, la civiltà europea, invece che tentare di allontanare il più possibile questa fine, di imprimere nella storia lo sforzo per la salvezza? Qualcuno riesce a concepire un delitto più nefando di questo: che si siano assunti il compito di agevolare  questa morte soprattutto gli italiani, i governanti italiani, quando viceversa avrebbero dovuto essere loro a impedirlo, a voler conservare il più possibile l’immensa Bellezza che gli italiani hanno donato al mondo?

Signoraggio: finalmente se ne può parlare !



Un J’accuse contro i Signori del denaro

L’intervento M5Stelle alla Camera

L’intervento alla Camera del deputato 5 stelle Sibilia del 21 maggio scorso ha riproposto il cruciale problema del signoraggio e delle banche nel Parlamento della Repubblica: non è cosa da poco, anzi è un atto di coraggio politico importante. Dal 1995 ad oggi sono stati presentati molti progetti di legge di partiti di ogni tendenza – unico grande assente il PD – finalizzati a riprendere il maltolto dal governo Amato, quel Dl 333 del 1992 che trasformò l’industria di Stato in Spa, privatizzando indirettamente anche la Banca d’Italia. AN e Rifondazione Comunista, la Destra di Storace e l’IdV di Lannutti, Buontempo e il Pdl di Berlusconi (una legge, la 262/05, peraltro approvata e mai applicata), tutti hanno proposto obbiettivi quali la ri-nazionalizzazione più o meno soft della Banca d’Italia, il reddito di cittadinanza, l’emissione diretta di moneta da parte dello Stato tramite la riesumabile Zecca.
Più volte del resto Grillo ne aveva parlato, e oltre a lui Berlusconi, che nel giugno 2012 aveva accennato alla possibilità-necessità per lo Stato di tornare a battere moneta, non solo Euro (l’art. 105 del Trattato di Maastricht lo potrebbe permettere, laddove recita che la BCE ‘autorizza’ l’emissione dell’Euro) ma anche la Lira. Berlusconi si è fermato alla soglia della campagna elettorale. Adesso però, grazie a Grillo, la questione signoraggio e banche entra con un discorso chiaro e forte in Parlamento, sentito probabilmente da fasce di popolazione molto più ampie, sia perché 5 stelle ha comunque un grande seguito, sia perché la crisi è ancora più acuta. Tutti sanno, anche se molti fanno finta di non sapere, che nessuna, dicesi nessuna delle misure proposte dai due partiti di governo per superare la crisi, potrà essere realizzata veramente (non come provvedimento effimero ma come svolta definitiva) a meno che lo Stato italiano non ritorni padrone dell’emissione monetaria e del suo reddito, come lo fu, sia pure attraverso quel che sembra essere stato un doppio binario di emissione (la Bd’I ente di diritto pubblico, e i “Biglietti di Stato a corso legale”) dal 1936 al 1992.

Il signoraggio esiste, lo diceva un uomo delle Banche, Beniamino Andreatta. Lo riconoscono come vero un opinionista serio e accreditato come Sergio Romano, e poi i nobel dell'Economia Krugman e Allais
Signoraggio? Reddito da signoraggio? Che sono queste fantasie, queste ‘farneticazioni’? Puntualmente questo è il ritornello che viene riproposto ogni volta che il tema sfora i confini ristretti di qualche piccolo gruppo di auritiani. La minoranza è tollerata (si fa per dire) ma se rischia di diventare maggioranza, allora partono i missili al contrattacco: come alcuni siti e ‘esperti’ di rete in queste ore, che assicurano che il signoraggio è una invenzione clerico-fascista, o comunque una bufala
Ma il signoraggio non puo’ non esistere: esiste in base a un principio di logicità; a argomentazioni di insigni studiosi e opinionisti, a testimonianze di protagonisti attivi (che guadagnano dal reddito di signoraggio) e passivi (che subiscono un danno per esserne stati privati); e a eventi storici che mostrano con ogni evidenza la centralità della moneta e del suo controllo nel divenire delle società umane, e probabilmente non da pochi secoli, ma da millenni.
Cominciamo dal secondo punto, il più facile. Leggiamo ad esempio questo passo dell’articolo di Beniamino Andreatta pubblicato da Il Sole 24 ore il 26 luglio 1991, in occasione del decimo anniversario della lettera dell’allora ministro del Tesoro del governo Spadolini, al governatore della Banca d’Italia Ciampi, lettera che come ormai noto a molti, separava il Tesoro dalla Banca d'Italia. E’ proprio questo politico legato al mondo delle banche e dei loro interessi a riconoscere qualcosa che mai il suo milieu ammetterebbe in modo pubblico, e cioè che quella sua decisione extralegale aveva sì comportato un maggiore controllo di Palazzo Koch sull’inflazione, ma aveva anche provocato, vista la necessità del Tesoro di finanziarsi sul mercato e dunque a tassi più elevati, “la riduzione del signoraggio monetario” (sic) del Ministero stesso (cioè dello Stato) creando effetti negativi sulle finanze pubbliche:
“la riduzione del signoraggio monetario e i tassi d' interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l' escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale”, debito che commenta l’articolista avrebbe favorito “la creazione di un debito pubblico enorme - da meno del 60% nel 1980 al 120% nel 1994” [i]
L’ammissione di Andreatta ha un alto valore probatorio dell’esistenza di un reddito da signoraggio. Ma anche altre testimonianze contribuiscono a sdoganare la parola-tabù e quel che essa rappresenta: ad esempio Sergio Romano, parlando dell’inondazione planetaria del dollaro USA come di un mezzo con cui “l' America ... ha finanziato in tal modo il suo debito”, la definisce tranquillamente come “la più colossale operazione di signoraggio mai realizzata nella storia dell' umanità”[ii]: con il che riconoscendo che il reddito da emissione monetaria non riguarda peraltro solo il Novecento o l’età contemporanea o quella moderna, ma in pratica tutta la storia umana, tutte le società umane uscite dalla fase del baratto.
Prima di lui anche un economista di sinistra molto attento al ruolo del capitale finanziario nella crisi polacca degli anni Ottanta, Riccardo Parboni, aveva definito il ruolo mondiale del dollaro allo stesso modo. [iii].
Il signoraggio produce o guadagno (per chi lo esercita) o perdita (per chi lo subisce)
Come si può vedere, in queste citazioni ogni volta il signoraggio è fonte di guadagno o di perdita, secondo il punto di vista da cui ci si pone. Una questione di reddito dunque, insito nel potere di emissione monetaria. ‘Guadagnare’ è il verbo usato amche dal premio Nobel Paul Krugman, da lui riferito a “un governo (...) quando stampa moneta che spende in beni e servizi» [iv]. Con lui un altro studioso, Maurice Obstfeld. Maurice Allais, altro premio Nobel per l'economia, si dilunga ampiamente sulla questione, e scrive:
“Questa riforma (la riforma del sistema monetario, ndr) si deve basare su due principi fondamentali:
1) La creazione di moneta deve essere di competenza dello Stato e dello Stato soltanto. Tutta la creazione di moneta eccedente la quantità di base da parte della Banca centrale deve essere resa impossibile, in maniera tale che scompaiano i “falsi diritti” derivanti attualmente dalla creazione di moneta bancaria;
2) Tutti i finanziamenti d’investimento a un termine prestabilito devono essere assicurati da fondi di prestito a scadenze maggiori, o tuttalpiù alla stessa scadenza".
(Per questo occorre)
- l’attribuzione allo Stato, cioè alla collettività, del reddito da signoraggio proveniente dalla creazione di moneta, e il conseguente alleggerimento delle imposte attuali;
- un controllo agevole da parte dell’opinione pubblica e del Parlamento della creazione monetaria e delle sue implicazioni”.
Tutti questi vantaggi sarebbero certamente fondamentali. I profondi cambiamenti necessari dalla loro attuazione andrebbero a scontrarsi naturalmente contro forti interessi e contro pregiudizi profondamente radicati (…) [v]
Insomma, al di là delle opzioni di ciascuno sulla questione - da una parte Andreatta, dall’altra Maurice Allais o Giacinto Auriti – il fatto del ‘signoraggio’, cioè a dire del potere di emissione monetaria e del reddito che esso produce, è riconoscibile e riconosciuto [vi]. Solo il cosciente opportunismo di chi va a caccia di banche per rafforzare il suo potere – costume rintracciabile ormai a destra come a sinistra – solo la superficialità supponente di taluni, solo certo dogmatismo (soprattutto del marxisti ortodossi: anche Parboni era marxista, ma con un’attenzione ben diversa alla questione rispetto ai marxisti o post-marxisti della nostra epoca) possono negare la verità dei fatti: il reddito da emissione monetaria esiste, ed è più o meno alto secondo banconota, derivato dalla differenza tra il costo tipografico della banconota stessa e il valore su di essa stampigliato. Una realtà che - passando a prove di carattere storico - ben dovevano conoscere i diversi organismi di potere in conflitto tra loro per il controllo della zecca della Repubblica di Venezia: “Nel 1472, con quello che il Mueller definisce un colpo di mano, il Consiglio dei Dieci (“di X” nel testo originale) avocò a sé la giurisdizione sulla Zecca, che eserciterà fino al 1583, quando la materia tornerà di competenza del Senato. Va sottolineato che la data del 1472 è particolarmente significativa dal punto di vista monetario: la notizia, giunta a Venezia nel Maggio di quell’anno, che il Duca di Milano stava per immettere sul territorio grossi e grossoni falsi, per un valore di 80.000 ducati e che lo stesso progettavano Ferrara, Mantova e Bologna, destò comprensibili preoccupazioni. Il pericolo venne subito avvertito come una minaccia allo Stato stesso e quindi affrontato nel Consiglio dei Dieci, che garantiva segretezza e rapidità di intervento. Intorno agli anni Settanta si verifica anche una svolta nelle scelte monetarie della Serenissima: dopo la fase di smodata coniazione di moneta sopravvalutata tesa a sfruttare i territori dominati e i ceti economicamente più deboli, durata dal 1440 al 1470, Venezia inizia, nella coniazione della moneta piccola, la politica del ‘contagocce’" (vii) .
E' un episodio parziale ma significativo. A Venezia ci si batteva per il controllo della Zecca: perché mai se dal conio di monete non ci si guadagnava? Di eventi che riguardano la centralità del capitale bancario nella storia e la sua capacità di "inventare" il debito degli Stati, ce ne sono del resto molti:
"Jacob il Ricco (Jacob Fugger) ... Il suo intervento nell'elezione dell'imperatore Carlo V nel 1519 è decisivo: sul totale degli 850.000 fiorini (ché tanto sono costati i voti degli elettori) i Fugger ne hanno fornito 540.000" (Pierre Jeannin, Mercanti del '500, A. Mondadori, Milano 1962, p. 12).
Ezra Pound cita altri fatti e censure di fatti, come la «la decade 1830-1840 (quella della lotta vittoriosa di Van Buren e Jackson contro le banche )” che “ è quasi sparita dai libri di scuola», o come l’esperienza della moneta della Pennsylvania, gestita dai Quaccheri, eliminata su pressione della Banca d’Inghilterra.
Ovviamente ogni capitolo e dichiarazione di testimone storico potrebbe e dovrebbe essere approfondita, o semplicemente precisata sul versante delle fonti: vedi l’industriale Henry Ford: ““Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione”: o il presidente americano Thomas Jefferson:
“Se il popolo americano permetterà mai alle banche private di controllare l'emissione del denaro, ... le banche e le compagnie che nasceranno loro intorno priveranno il popolo dei suoi beni finché i loro figli si ritroveranno senza neanche una casa sul continente che i loro padri hanno conquistato”.
Ma tutto quanto raccontato da Ezra Pound non è stato smentito dagli autorevoli prefattori critici dei suoi libri, come Paolo Savona e Giorgio Lunghini. Famosa la dichiarazione di William Paterson, fondatore della Bank of England, 1694: “Il banco trae beneficio dall'interesse su tutta la moneta che crea dal nulla” che sintetizza in modo efficace quel che avrebbe poi denunciato lo stesso Marx nel I libro del Capitale:
“Quindi l'accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d'Inghilterra (1694). La Banca d'Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all'otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a battere moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un'altra volta al pubblico in forma di banconote. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d'Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l'altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all'ultimo centesimo che aveva dato”. (Carlo Marx, Il Capitale, 1885, Libro I, capitolo 24, paragrafo 6, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 817-818).
Mi fermo qui. E’ una storia da approfondire, come fanno ormai da molti anni tantissimi studiosi. Ma negare il fatto del signoraggio con battute idiote e con ironica supponenza è - di fronte a tanta mole di dati - un’esercizio tanto assurdo quanto inutile. Esso si scontra del resto – come dicevo agli inizi - anche con il mero principio di logicità: un falsario, un banchiere privato e/o lo Stato, una volta che stampano banconote e le immettono sul mercato guadagnano, eccome, dalla differenza tra il costo tipografico e il valore stampato sulla banconota stessa. E’ ovvio che il falsario va impedito di compiere la sua truffa. Meno ovvio sembrerebbe che tale divieto venga applicato anche al Banchiere privato. Eppure è proprio così: solo lo Stato ha diritto di emissione monetaria e dunque di incassarne il reddito, perché esso rappresenta (quale che sia la sua natura e il suo governo) il Popolo, e perché la massa monetaria circolante è-deve essere la proiezione del Lavoro di tutti cittadini che ne fanno parte.
Claudio Moffa

[i] Danilo Tailo, Euro Vale la legge ferrea del divorzio, Corriere della Sera, 21 novembre 2011. Per l'articolo di Andreatta vedi i due jpg pubblicati qui sotto.
[ii] Sergio Romano, Imperi Come prevedere un crollo imminente, Corriere della Sera, 18 aprile 2010
[iii] Citato in Tonino Perna, Il capitale usuraio. La sovranità finanziaria non è più in mano agli Stati. Ancora più grave è la crisi della democrazia rappresentativa, e la minaccia del debito ecologico, www.altreconomia.it, 10 novembre 2011: “il compianto Riccardo Parboni parlava fin dagli anni 70 del secolo scorso, di “signoraggio del dollaro”. In sostanza gli Usa sono stati per quarant’anni l’unico Paese al mondo che poteva pagare i propri debiti con l’estero attraverso l’emissione di cartamoneta, vale a dire svalutando il dollaro”
[iv] Paul R. Krugman - Maurice Obstfeld, International Economics: Theory and Policy, Addison Wesley, 2009, p. 626.
[v] Maurice_Allais, La crise mondiale d’aujourd’hui, Clément Jugar ed., Paris 1999
[vi] Talvolta anche sulla stampa: ad esempio sul sito dei de Il Giornale.it questo termine richiama 173 strisce corrispondenti ad altrettanti articoli di giornale, alcuni firmati ‘red’
[vii] G. Bonfiglio Dosio, “Controllo statale e amministrazione della Zecca veneziana fra XIII e prima metà del XVI secolo”, ‘Nuova rivista storica’, LXIX, pp. 463-476.

Precari, l'Istat certifica lo sfruttamento


Lavoro, per i precari stipendi del 25% più bassi: fermi a 1.000 euro

Pubblicato il 25 maggio 2013 12.43 | Ultimo aggiornamento: 25 maggio 2013 13.41
ROMA – Il lavoro precario vale sempre meno: chi ha un contratto a termine ha in media uno stipendio del 25% più basso rispetto a chi ha un posto a tempo indeterminato. 
Lo certifica l’Istat nel Rapporto annuale. Nel 2012, spiega l’Istituto italiano di statistica, la retribuzione media mensile netta di un dipendente a termine a tempo pieno si ferma a 1.070 euro, 355 euro in meno rispetto a un dipendente ”standard”.
L’Istat non usa la parola precario ma lavoratore ‘‘atipico” (contratti a termine e collaborazioni), tuttavia la sostanza non cambia. Nel Rapporto esplicitamente l’Istituto di statistica spiega come ”un indicatore importante dello svantaggio del lavoro atipico è dato dal differenziale retributivo con l’occupazione standard”, ovvero stabile e senza riduzioni d’orario.
Guardando solo a chi è full time, tra un dipendente a tempo determinato e uno a tempo indeterminato il divario, pari in media a un quarto, è dovuto a più ragioni, anche se ormai può essere considerato una costante.
”Il differenziale è in parte spiegato da effetti di composizione, quali l’età, il settore di attività, la professione. Ma le differenze permangono anche a parità di caratteristiche e aumentano al crescere dell’anzianita’ lavorativa, poiché al tempo determinato non si applicano gli scatti di anzianità”.
Ecco che, evidenzia, ”la differenza è di 85 euro per chi lavora da appena due anni e cresce a 392 euro per chi ha una carriera lavorativa di 20 anni e oltre, non necessariamente tutta da atipico”.

Perchè non scoppia la rivoluzione


Perchè non scoppia la rivoluzione in Italia? di sovvertitor

BeppeGrillo #tuttiacasatour Siena

venerdì 24 maggio 2013

Euro ? Roba da neuro !


Entrare o uscire dall'euro? Ecco il via vai dei Paesi della UE

Fuori dall'euro. Con il suo recente voto, l'Islanda ha deciso le sue sorti. La vittoria del centrodestra, dopo 4 anni di governo di centrosinistra, si è basata soprattutto sulla proposta di abbandonare le misure di austerità e la moneta unica, dopo anni di rigore necessari per sanare i conti in rosso dell'isola.
E oggi la nuova coalizione ha deciso di sospendere a tempo indeterminato i negoziati di adesione con l'Unione Europeaper i prossimi 4 anni, provando ad uscire dalle difficoltà economiche del Paese attraverso misure differenti.

La decisione, annunciata dal nuovo primo ministro islandese,Sigmundur David Gunnlaugsson, sarà mantenuta fino a quando non sarà messa a referendum la scelta di portare avanti i negoziati con la UE: "Non è stato fissato alcun termine per il referendum - ha dichiarato un portavoce del premier - se non che si svolgerà entro i prossimi quattro anni".
Nel frattempo, sono stati presentati nuovi accordi incentrati sulle modalità da affrontare per alleviare il debito delle famiglie e per sostenere la crescita economica di un Paese che è stato dal 2008 una delle più grandi vittime della crisi finanziaria globale. Accordi fatti dagli stessi partiti che nel 2008 portarono l'Islanda nelle condizioni di crisi.
Europa in stand by, dunque. Lo ha ribadito anche Bjarni Benediktsson, il nuovo ministro delle finanze, evidenziando il forte sentimento nazionalista emerso negli ultimi anni. Probabile dunque il ritorno alla Corona, la moneta locale, scelta in netta contrapposizione con i socialdemocratici, precedentemente al governo, che vedevano nell'adesione con la UE un modo per controllare i capitali del Paese. Un punto di forza invece per il centrodestra, che ha vede nell'abolizione dei controlli - che limitano i flussi della Corona dentro e fuori dal Paese - la principale priorità del governo.

Mentre l'Islanda decide per sè, c'è uno Stato rimasto con un piede dentro e uno fuori. Si tratta dellaGrecia: con tassi di disoccupazione spaventosi - nella regione di Dytiki Makedonia la disoccupazione giovanile è arrivata al 75% - e problemi economici e sociali sempre più difficili da gestire, Atene sembra avere non poche difficoltà a restare all'interno dei 27 Paesi dell'Eurozona. Se l'estate scorsa il capo economista di Citi, Willem Buiter era convinto che la Grecia aveva il 90% delle probabilità di uscire dall'euro entro il primo gennaio 2013, oggi - dopo l'intoduzione del programma di acquisto di titoli governativi, denominato OMT, per salvare la moneta unica dalla speculazione - Buiter fa scendere le probabilità al 60%, restando tuttavia convinto che lo scenario si verificherà nel 2014, dopo le elezioni tedesche.

C'è chi esce e c'è chi non vuole più entrare, come la Polonia. Almeno fino al 2015. Lo scorso marzo, il Presidente polacco Bronisław Komorowski, davanti alla scelta di aderire o meno è rimasto scettico, per poi decidere di rimanere fuori per altri 2 anni, il tempo necessario per  "valutare costi e benefici” ha detto Komorowski. Una decisione spinta soprattutto dai timori di fare la fine della Slovenia - con la quale ha molte somiglianze - entrata nell'euro nel 2004 e oggi a rischio default. Stessa decisione presa dalla Bulgaria, la cui entrata era prevista il 1 gennaio 2014 ed oggi in attesa della fine della crisi per aderire.

Qualcuno però, in questo via vai frenetico, è ancora in fila per entrare e aderire alla moneta unica. L'ultima ad entrare è stata l'Estonia, nel 2011: con un'economia al decollo e un debito pubblico ai minimi storici (6,6% del Pil), le stime europee considerano questo piccolo Paese uno dei "gioiellini" dell'UE, secondo solo alla Finlandia per bilanci virtuosi. In attesa di appartenere all'Eurozona ci sono poi Lituania Lettonia, quest'ultima pronta ad aderire all'euro dal 1 gennaio 2014, l'altra invece attenderà il 2015. Chi invece preme da tempo per ottenere la moneta di Bruxelles è la Romania, ma gli altri Stati membri sono abbastanza scettici. Prima della crisi, l'obiettivo della Romania era di aderire all'Eurozona entro il 2015, ma la recessione economica del Paese assieme all'instabilità politica ha frenato Bruxelles, che ha chiesto a Bucarest di ripristinare la competitività perduta. Se riuscirà, l'obiettivo è fissato per il 2017.