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Come evitare il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

mercoledì 31 luglio 2019

Come i banchieri fecero crollare l'impero Romano

IL PARADISO PERDUTO: LE REALIZZAZIONI MONETARIE DEI ROMANI
Tratto da: Money, the unauthorised biography, di Felix Martin, Random House, 2013, pag.74

  Con ogni anno che passa, ci rendiamo conto che i risultati tecnologici del mondo romano sono più grandi di quanto pensassimo. Cinquant'anni fa, tendevamo a ritenere che Virgilio si diffondesse in un famoso passaggio dell'Eneide: che i romani potrebbero non essere stati molto bravi nella scienza, nella tecnologia o nelle arti, ma che avrebbero compensato eccellendo nel loro vocazione a costruire imperi e governare il mondo. 1 Ora sappiamo che i loro generali possiedono computer e che i loro imprenditori costruiscono fabbriche meccanizzate. 2 Ma se i risultati tecnologici di Roma erano impressionanti, non sarebbero stati nulla rispetto alla sua raffinatezza finanziaria. Nel giro di pochi secoli dalla sua nascita nell'Egeo, il denaro era ovunque a Roma. 


  L'infrastruttura finanziaria era vasta e complessa. Naturalmente c'era un conio fidato, ma come in qualsiasi sofisticata economia monetaria, le monete erano principalmente per piccole transazioni. I conti grandi - e ai tempi d'oro di Roma, c'erano alcuni conti molto grandi - venivano regolati usando littera o nomina - cambiali o obbligazioni. Il grande politico e oratore Cicerone riassunse il normale metodo dei grandi pagamenti nella tarda Repubblica come "nomina facit, negoium conficit" (" uno fornisce le obbligazioni e completa la transazione "). 3

  Né l'economia del credito si è estesa solo ai grandi pagamenti. Nel libro di testo satirico del poeta Ovidio per i giovani innamorati, Ars Amatoria, avverte il potenziale Lotario che le ragazze hanno bisogno di regali - e non va bene scusarsi che non hai soldi a portata di mano, perché puoi sempre scrivere un assegno. 4


  Già all'inizio dell'età imperiale, i giorni in cui la ricchezza del romano intelligente era interamente nella terra erano ormai lontani. "Dives agris, Dives positis in faenore nummis" ("Ricco di campi, ricco di soldi per interessi") è stato il modo in cui il poeta Orazio descrisse il romano mondano dei suoi giorni. 5 Difficilmente sarebbe sembrato fuori posto nell'Inghilterra vittoriana, con i suoi redditieri che imploravano di essere scusati dal pagare un conto perché sono "tutti nei fondi al momento". Quindi, come oggi, c'erano persino quelli che respingevano del tutto i beni reali e preferivano essere ricchi solo in forma monetaria. 6 


  I banchieri potevano prendere depositi, fare prestiti e saldare pagamenti internazionali. 7 Allora come adesso, questa élite finanziaria si è specializzata nel stupire i non iniziati con la raffinatezza della loro tecnica: il cicerone stanco scrisse di loro con ironia acuta che "riguardo all'acquisizione e al collocamento di denaro e al suo uso, certi eccellenti compagni, la cui sede di affari è vicino al Tempio di Giano, conversa in modo più eloquente dei filosofi di qualsiasi scuola ". 8

  In un'economia così ampiamente monetizzata, non sorprende che i romani conoscessero bene anche un'altra caratteristica familiare della finanza moderna: la crisi del credito. Occasionalmente, le somiglianze con l'età moderna sono a dir poco inquietanti. Nel 33 d.C., i funzionari finanziari dell'imperatore Tiberio furono persuasi che il recente boom dei prestiti privati ​​fosse diventato eccessivo. Fu deciso che la regolamentazione dovesse essere rafforzata per estinguere questa esuberanza irrazionale. Dopo una breve revisione degli statuti, si scoprì che nientemeno che il padre della dinastia, Giulio Cesare, nella sua saggezza aveva istituito una legge molti decenni prima per specificare limiti rigorosi su quanto del loro patrimonio i ricchi aristocratici potevano impiegare in prestiti . 9 In altre parole, aveva introdotto un rigoroso requisito di adeguatezza patrimoniale per i finanziatori. La legge era abbastanza chiara: ma non per la prima volta nella storia, i prestatori operosi si erano dimostrati straordinariamente abili nell'eluderla. Le loro ingegnose evasioni, riferiva lo storico Tacito, "sebbene continuamente represse da nuovi regolamenti, riapparivano ancora, attraverso strani artifici". 10


  Ora l'imperatore decretò che il gioco era finito: la lettera della vecchia legge del dittatore sarebbe stata applicata. Le conseguenze furono caotiche. Non appena fu emessa la prima sentenza, si rese conto con un certo imbarazzo che la maggior parte del Senato era in violazione. Seguirono tutte le caratteristiche familiari di una moderna crisi bancaria.


  C'era una corsa folle a chiedere prestiti per ottemperare. Vedendo il pericolo, le autorità tentarono di ammorbidire l'editto allentandone i termini e annunciando un generoso periodo di transizione. Ma la misura arrivò troppo tardi. Il mercato immobiliare crollò quando i terreni ipotecati venivano venduti in massa per finanziare i rimborsi. Il fallimento di massa ha minacciato di inghiottire il sistema finanziario. Con Roma in preda a una stretta creditizia, l'imperatore fu costretto a mettere in atto un massiccio salvataggio. Il Ministero del Tesoro imperiale rifinanziò i finanziatori sovraestesi con un programma di 100 milioni di sesterzi di prestiti triennali senza interessi contro la garanzia di immobili deliberatamente sopravvalutati. Con grande sollievo del Senato, tutto finì felicemente: "Il credito fu così ripristinato e gradualmente ripresero i prestiti privati". 11 Questa prima fioritura della società monetaria in Europa non doveva tuttavia durare.


  Con il declino della potenza militare e politica di Roma, così pure declinò il suo ricco sistema finanziario. Alla fine del terzo secolo d.C., quando il possesso prezioso dell'Egitto da parte di Roma passava dentro e fuori da mani straniere, vi fu un grave disordine monetario, compresa un'inflazione nel 274-5 d.C. quando i prezzi aumentarono del 1000% in un solo anno. 12 

  Dopo il 300 d.C., i banchieri scompaiono dai registri: la stabilità sociale e politica richiesta per sostenere la finanza professionale sembra essersi disintegrata. 13 Mentre le istituzioni del governo si ritiravano dalle zone più esterne dell'impero, così, in gran parte, anche l'istituzione del denaro. Gli effetti erano più gravi nelle colonie più remote e marginali. In Gran Bretagna, ad esempio, il sistema monetario romano scomparve completamente nel giro di una generazione dalla partenza delle legioni all'inizio del V secolo d.C. Per ben duecento anni, il conio fu dimenticato come mezzo per rappresentare il denaro nonostante fosse stato in uso costante per quasi cinque secoli prima di allora.14 

  Alla fine, in tutta Europa - persino nella stessa Roma - la splendida raffinatezza della società monetaria svanì. Come la Grecia dopo la caduta di Micene, l'Europa è entrata nella sua stessa età oscura, un'epoca che ha visto una regressione quasi totale dalla società monetaria a quella tradizionale.


Note:

1. 'Altri, non ne dubito, con la muffa più morbida batteranno il bronzo che respira, coassiali dai lineamenti di marmo alla vita, supplicheranno casi con maggiore eloquenza e con un puntatore rintracceranno i moti del cielo e predirranno il sorgere delle stelle: tu, romano assicurati di governare il mondo (siano queste le tue arti), di coronare la pace con giustizia, di risparmiare i vinti e di schiacciare gli orgogliosi, 'Virgilio, Eneide VI.847–53 (nella traduzione di HR Fairclough).

2. Il generale romano Marco Claudio Marcello recuperò gli strumenti astronomici dall'accademia di Archimede in seguito al sacco di Siracusa - Cicerone li vide nella casa di suo nipote - che probabilmente erano simili al Meccanismo Antikythera, lo straordinario computer antico i cui meccanismi furono decifrati nel 2006 dal progetto internazionale di ricerca sul meccanismo di Antikythera. Le incisioni sulla tomba di Marco Vergilio Eurisace, un magnate romano della cottura di età augustea, raffigurano con orgoglio la produzione
meccanizzata di massa del pane.

3. Cicerone, De Officiis, 3.59, citato in Harris, 2008, pag. 176.


4. Ovidio, Ars Amatoria, 1.428, citato ibid., 2008, pag. 178.


5. Orazio, Ars Poetica, l.421.


6. Ad esempio, il giurista Scaevola si riferisce a un certo banchiere che paene totam fortunam in nominibus [habebat] ("aveva quasi tutta la sua fortuna in obbligazioni"). Il digest di Giustiniano, 40.7.40.8. Vedi Harris, 2006, pag. 6.


7. Andreau, 1999.


8. Cicerone, De Officiis, 2.87. Citato in Jones, 2006. Janus era, ovviamente, il dio a due facce - sebbene questo non avesse le stesse connotazioni per i romani come per noi.


9. La legge era De modo credendi possidendique intra Italiam ("Regolamentare il prestito e il titolo in Italia"). Altra traduzione: Il modo di dare in prestito e di possedere contanti in Italia.


10. Tacito, Annales, 6.16.


11. Tacito, Annales, 6.17. La storia di questa e di altre crisi bancarie viene analizzata in Andreau, 1999, capitolo 9.


12. Vedi Harris, W., "The Nature of Roman Money", in Harris, 2008, p. 205.


13. Ibid.


14. Spufford, 1988, pag. 9.

lunedì 29 luglio 2019

Cartello bancario: e la magistratura che fa ?

Roma, 19 luglio 2019 - Protocollo d'intesa tra la Procura della Repubblica di Milano e la Banca d’Italia

Con il presente Protocollo le Parti individuano modalità volte ad assicurare la più ampia ed effettiva collaborazione al fine di agevolare le rispettive funzioni tenuto conto delle attribuzioni di ciascuna.

https://www.bancaditalia.it/media/comunicati/documenti/2019-02/cs-20190719-protocollo-bi-proc-milano.pdf

I protocolli dei Savi Anziani di Milano...

https://www.bancaditalia.it/chi-siamo/provvedimenti/accordi-vari/Protocollo-BancadItalia-Procura-Milano.pdf

I ricatti di bankitalia illustrati da Bisignani

Conte in guerra con Banca Italia per l’oro

Mentre Conte vivacchia baldanzoso, un’altra scure sta per abbattersi sul Governo: i rapporti sempre più tesi con Banca d’Italia, che rischiano di minare il bilancio dello Stato. Al Premier non è andato giù che le nomine del Direttorio siano state fatte senza un accordo preventivo con Palazzo Chigi. Da quel momento, Lega e M5S hanno iniziato a bombardare la nostra banca centrale con mosse provocatorie, dalla nazionalizzazione, alla pazza idea di utilizzare l’oro, fino alla commissione parlamentare d’inchiesta con lo scopo di mettere sotto accusa la Vigilanza per gli omessi controlli.

Ma via Nazionale, in silenzio, è passata al contrattacco. Per prima cosa, disattendendo la direttiva dell’esecutivo sulla vendita degli immobili non funzionali volta a recuperare 18 miliardi, comunque già usati nell’ultima Legge di bilancio a copertura di ‘reddito di cittadinanza’ e ‘quota cento’. Se dovessero venire a mancare, saranno l’ennesimo buco da ripianare. Gli altri enti coinvolti, Demanio, ex Province, Comuni, Inps, hanno già iniziato le procedure di dismissione, ma non Banca d’Italia, che pure ha una sua società, la Sidief, con un patrimonio di circa 2 miliardi di euro. Stabili di pregio in tutta Italia che il capo servizio immobili, Luigi Donato, non sblocca. Una semplice disattenzione o, come fanno intendere dirigenti vicini al Direttorio, volontà di non collaborare con un governo che vuole Bankitalia meno autonoma e sotto il proprio controllo?

La mossa più eclatante potrebbe avvenire a settembre. Il Servizio Studi e la Cassa Centrale, al pian terreno di Palazzo Koch, stanno infatti valutando la possibilità di un aumento delle riserve auree, l’unico asset che può essere utilizzato in caso di crisi internazionali. L’acquisto dell’oro avverrebbe gradualmente, per non creare ripercussioni nei mercati, ma con conseguenze immediate per il bilancio dello Stato: ridurrebbe l’utile che la Banca d’Italia gira al Tesoro. Per inciso, tale utile nel 2018 è stato attorno ai 5,7 miliardi, parte dei quali, insieme al dividendo di Cassa Depositi e Prestiti, sono stati usati per la trattativa con la Commissione europea, salvando l’esecutivo dalla procedura di infrazione.

Visco potrà dire che altre banche centrali, come quella cinese, polacca e russa, hanno recentemente acquistato il prezioso metallo. L’esatto contrario di ciò che ha in mente il Governo, cioè che, oltre agli immobili, Bankitalia venda anche l’oro per consentire alla maggioranza di spendere a piacimento. Il piano di via Nazionale è in linea con l’ultima esternazione di Mario Draghi, da cui è emerso che tutti gli strumenti di politica monetaria a disposizione della Bce sono stati già utilizzati e l’unico margine di manovra che rimane sembra essere proprio il ricorso ai lingotti gialli.

Per Conte e il suo simpatico esercito di Franceschiello sarà un problema drammatico se Banca d’Italia smetterà di rimpinguare le casse dello Stato. Ma l’Avvocato degli italiani, Salvini e Di Maio fingeranno ancora, come le tre scimmiette, di non vedere, non sentire e non parlare. La lezione di Renzi, bruciatosi sulle banche, gli attacchi a Visco e la commissione d’inchiesta, non sono serviti a nulla. Senza elezioni anticipate, Il baratro, come ripetono a Salvini i principali dirigenti della Lega (Giorgetti, Zaia e Fontana), è vicino. Contenti Salvini e Mattarella, contenti tutti…

Luigi Bisignani, Il Tempo 28 luglio 2019

mercoledì 24 luglio 2019

L'alto tradimento contagia il movimento: bocciata nazionalizzazione bankitalia

 RESOCONTO STENOGRAFICO 
213 
SEDUTA DI MARTEDÌ 23 LUGLIO 2019
 https://documenti.camera.it/leg18/resoconti/assemblea/html/sed0213/stenografico.pdf

Discussione della proposta di legge: Meloni ed altri:  
Norme per l'attribuzione a soggetti pubblici della proprietà della Banca d'Italia 
(A.C. 313-A) (ore 11,13). 


PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 313-A: Norme per l'attribuzione a soggetti pubblici della proprietà della Banca d'Italia. Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato nell’allegato A al resoconto stenografico della seduta del 12 luglio 2019 (Vedi l’allegato A della seduta del12 luglio 2019).Ricordo che la Commissione propone la reiezione della proposta di legge.(Discussione sulle linee generali – A.C. 313-A)

 PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali. Avverto che i presidenti dei gruppi parlamentari MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico ne hanno chiesto l’ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare,
ai sensi dell’articolo 83, comma 2, del Regolamento. Avverto, altresì, che la VI Commissione (Finanze) si intende autorizzata a riferire oralmente.Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Francesca Anna Ruggiero.

 FRANCESCA ANNA RUGGIERO, Relatrice. Gentile Presidente, onorevoli colleghi, la proposta di legge in esame propone di trasferire, con decorrenza 1° marzo 2019, le quote di capitale della Banca d’Italia detenute da soggetti privati al Ministero dell’Economia e delle finanze, ponendo il vincolo che tali quote possano circolare esclusivamente presso soggetti pubblici. Si propone, inoltre, che la cessione al Ministero dell’Economia e delle finanze sia effettuata al valore nominale delle quote, come stabilito dall’articolo 20 del regio decreto-legge n. 375 del 1936, ovvero in misura pari a 154.937 euro, ossia 300 milioni di lire. Da notare che l’articolo 20 è stato abrogato dall’articolo 6 del decreto-legge n. 133 del 2013, il quale, oltre ad estendere il novero dei partecipanti al capitale della Banca d’Italia, ha disposto la rivalutazione del capitale, che ora ammonta a 7,5 miliardi di euro, suddiviso in quote di 25 mila euro ciascuna. Dalla comunicazione del Governatore della Banca d’Italia inviata al Presidente della Camera dei deputati in data 4 gennaio 2019, emerge la segnalazione esplicita circa la compagine dei partecipanti al capitale della Banca, con evidenza di nuovi soggetti aggiunti, tra cui tre enti di previdenza e assistenza e un fondo pensione. Queste acquisizioni sono state operate al valore nominale rivalutato. Con l’abrogazione esplicita delle norme del decreto-legge n. 133 del 2013 si prevede di modificare radicalmente l’attuale assetto proprietario della Banca d’Italia. Alla luce delle premesse suesposte, nel corso dell’esame in Commissione finanze, nella seduta del 9 luglio, la VI Commissione ha votato la soppressione degli articoli 1 e 2. La reiezione di entrambi gli articoli della proposta di legge, precludendole restanti proposte emendative, implica la contrarietà della Commissione al testo della proposta nel suo insieme. La proposta in esame dispone il trasferimento delle quote ex lege ad un valore nominale sensibilmente inferiore all’attuale. Sembra plausibile ritenere,in conformità ai principi costituzionali, che dalla riduzione forzosa del valore delle quote discenda l’obbligo di indennizzare gli attuali partecipanti secondo i principi generali dell’ordinamento, in quanto tali soggetti privati sono titolari di posizioni giuridiche tutelate ex lege.In proposito, come già evidenziato in premessa, si fa presente che, successivamente alla riforma del 2013, sono state negoziate quote di partecipazione in misura pari al 33 per cento circa del capitale della Banca, nella generalità dei casi al valore fissato ex lege di 25 mila euro, per un controvalore complessivo delle operazioni pari a 2,5 miliardi di euro. In particolare, tra i cessionari figurano nuovi enti previdenziali, espressione di categorie professionali come, ad esempio, Cassa forense, Enpam e Inarcassa, rappresentative rispettivamente di avvocati, medici e odontoiatri, ingegneri e architetti, che hanno acquistato nel complesso 47.960 quote, pari al 15,99 per cento del capitale,per un controvalore di poco meno di 1,2 miliardi di euro, nonché sette fondi pensione che hanno acquistato il 3,29 per cento del capitale, investendo circa 247 milioni di euro. A queste si aggiunga la partecipazione consolidata degli istituti di interesse pubblico come l’INPS e l’INAIL, ai quali la corresponsione di un indennizzo non equo si ripercuoterebbe sulla stessa finanza pubblica. Considerando che ogni quota di partecipazione della Banca d’Italia oggi in mano a soggetti privati sarebbe acquisita dal Ministero dell’economia e delle finanze al valore nominale di mille lire, pari a 51,64 centesimi di euro, anziché al valore nominale di 25mila euro, previsto nello statuto della Banca d’Italia, sui bilanci di INPS, INAIL, Cassa forense, Enpam e Inarcassa, che posseggono quote di partecipazione della Banca d’Italia le quali ad oggi sono iscritte a bilancio per un importo pari al valore nominale attualmente indicato nello statuto della Banca d’Italia, si determinerebbe un impatto negativo che incide sulla capitalizzazione dell’intero sistema previdenziale del nostro Paese, a danno dei pensionati e dei lavoratori che oggi versano i loro contributi. Pertanto, si è reso necessario valutare l’opportunità di verificare eventuali oneri a carico del bilancio dello Stato derivanti dalla nazionalizzazione degli assetti proprietari della Banca d’Italia prevista dalla norma in esame, che, come evidenziato dalla Ragioneria generale dello Stato, recherebbe nuovi, ulteriori o maggiori oneri per la finanza pubblica derivanti dal presumibile obbligo di ristoro in capo allo Stato nei confronti dei soggetti privati pari a 7,5 miliardi dieuro, cui si aggiungerebbero ulteriori effetti negativi sempre per la finanza pubblica in termini di minor gettito non quantificati, né tantomeno individuati come copertura nella norma proposta.Oltre il danno, la beffa: la prima firmataria della proposta di legge in esame, nonché leader di Fratelli d’Italia, non solo non si stracciò le vesti per l’approvazione della riforma Fornero,votando a favore, ma ancora oggi continua a voler mettere le mani in tasca ai pensionati, impoverendo i bilanci dell’INPS e delle casse previdenziali. E non ci si è neppure preoccupati di coprire tali risorse in altro modo. Non vi è dubbio che l’attuale assetto proprietario e della governance di Banca d’Italia sia un’anomalia nel contesto europeo delle banche centrali, ma resto fermamente convinta che non possa essere messa in atto a discapito di enti e casse previdenziali e che obblighi i contribuenti a sborsare somme ingenti per gli indennizzi che ne conseguirebbero a tutti i partecipanti al capitale della Banca d’Italia che hanno acquistato a loro spese le quote a valore nominale rivalutato. La proposta di legge abroga disposizioni legislative vigenti sulla titolarità e sulla governance della Banca d’Italia; abroga, altresì, una serie di disposizioni normative di natura tecnica necessarie alla coerenza del quadro normativo che disciplina la Banca d’Italia e a individuare un periodo di tempo adeguato per modificare lo statuto della Banca d’Italia alle nuove disposizioni normative. Si rivelano anche questioni critiche emerse nel corso dell’esame in Commissione: nel progetto dilegge in esame l’acquisizione del capitale della Banca d’Italia ora in mano a privati da parte del Ministero dell’economia viene realizzata anche riproponendo disposizioni di legge precedentemente in vigore, mai attuate e successivamente abrogate. La proposta di legge abrogherebbe, inoltre, ilcomma 2 dell’articolo 5 del citato decreto n. 133 del 2013, che dispone in merito alla governance dell’istituto, alla composizione, alla nomina e ai requisiti dei vertici previsti anche nello statuto della Banca d’Italia. Il provvedimento in esame propone, inoltre, di abrogare una disposizione in forza della quale il Ministero dell’economia e delle finanze non ha il potere di sospendere e annullare le deliberazioni del Consiglio superiore [di bankitalia] ove il Ministro le ritenga contrarie alle leggi, ai regolamenti e agli statuti. Abrogherebbe, altresì, l’articolo 4, comma 1, del decreto-legge n. 133 del 2013, in virtù del quale la Banca d’Italia è indipendente nella gestione delle sue finanze. Inoltre, attraverso l’abrogazione dell’articolo 6, comma 5, lettera a), del decreto-legge n. 133 del 2013, sopprime una norma fondamentale che prescrive che lo statuto preveda adeguati presidi patrimoniali alla rischiosità. Infine, in tema di governance di Banca d’Italia la proposta in esame non prevede norme per garantire ai fini di certezza giuridica che lo statuto della Banca d’Italia sia adeguato alle nuove disposizioni in tempi definiti, creando così un vuoto normativo e incertezza in merito alle regole e ai criteri da applicare nella governance della Banca centrale. Mi appresto a concludere: questa proposta di legge, scevra da ogni disposizione normativa che vada a delineare i nuovi assetti e i
nuovi confini nella governance e da coperture finanziarie che non ledano i diritti dei cittadini, si è prefigurata come una mera propaganda elettorale. Sono soddisfatta di avere garantito la democrazia in Commissione e in quest’Aula,per aver accettato il compito di relatrice di un provvedimento in quota opposizione, per aver mantenuto il provvedimento in Commissione il tempo utile per recepire emendamenti migliorativi, ma così non è stato. 

PRESIDENTE. Prendo atto che ilrappresentante del Governo si riserva di intervenire. È iscritto a parlare il deputato Ungaro. Ne ha facoltà. 

MASSIMO UNGARO (PD). Grazie e buongiorno, Presidente. 

PRESIDENTE. Buongiorno. 

MASSIMO UNGARO (PD). Sì, assolutamente. Noi siamo all’esame di questa proposta di legge avanzata da Fratelli d’Italia e dalla collega Meloni che vuole nazionalizzare o comunque riportare a soggetti pubblici le quote di proprietà della Banca d’Italia. Noi voteremo contro perché per noi è una proposta populista, inutile e pericolosa. È inutile perché la Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico, è la nostra banca centrale, che opera già nella Repubblica italiana per gli italiani ed è autonoma, come prevedono il suo statuto, le norme nazionali ed europee; quindi, non si vede veramente il bisogno di questa proposta di legge. Ma, più che populista, è una proposta estremamente costosa, lo diceva poco fa la collega Ruggiero nella sua relazione, perché, ovviamente, si ordina con questa proposta di legge la nazionalizzazione delle quote al valore nominale, cioè al valore di emissione delle quote nel 1936, quando il valore del capitale della Banca d’Italia era di 300 milioni di lire,ovvero 150 mila euro. Ora, per quanto io sia molto cosciente che quello era un periodo storico a cui i nostri
amici e colleghi di Fratelli d’Italia guardano con favore, negli ultimi 83 anni c’è stata una certa divergenza tra valore nominale e valore di mercato, e quindi voi sapete che oggi il capitale della Banca d’Italia è valutato 7,5 miliardi di euro, il che provocherebbe un enorme problema per gli enti che hanno acquistato quelle quote, perché molti degli enti che avevano le quote di proprietà si sono visti le proprie quote essere rivalutate dal valore di 50 centesimi a quota a 25 mila euro a quota, ma un terzo del capitale, quindi quasi 2,5 miliardi di euro di valore di quote sono state rinegoziate e negoziate comunque. Quindi, noi abbiamo una serie di enti e banche che hanno acquistato queste quote [NdT: vorrei vedere le pezze d'appoggio...] a seguito della riforma nel 2013, dove si è vista una rivalutazione del capitale di Banca d’Italia, e quindi, se questa proposta di legge diventasse legge dello Stato, si creerebbe un enorme buco nei patrimoni di questi enti che hanno acquistato le quote negli ultimi sei anni. Vorrei ricordare che gli enti che detengono le quote di Banca d’Italia - sono 123 a giugno 2019 - non sono fondi speculativi stranieri e neanche banche. Ci sono moltissimi fondi pensione e fondi o enti nazionali di previdenza, casse di risparmio, fondazioni, oltre a tante banche di credito cooperativo e istituti assicurativi. Quindi, si andrebbe a creare con questa legge un ammanco enorme; ricordiamoci anche che l’operazione di rivalutazione delle quote di Banca d’Italia nel 2013 aveva aiutato i bilanci di questi azionisti, che non solo beneficiano di un rendimento sicuro del 6 percento in un momento che è critico per il nostro sistema bancario. Quindi la domanda che io farei, il principale argomento per votare no a questa proposta non è perché ce lo dice l’Europa o il parere negativo della Banca centrale europea, che ha molto ben esposto e ricordato la collega Ruggiero poc’anzi, ma perché, appunto, qui si va a creare un enorme danno ai patrimoni delle nostre banche, dei nostri fondi pensioni,dei nostri fondi di previdenza. Quindi, se l’esproprio deve avvenire, deve ovviamente essere corrisposto il giusto valore.Quindi, se questa proposta deve vedere la luce, chiedo che il valore vero sia 2,5 miliardi e non 150 mila euro, per lo meno se vogliamo preservare la qualità patrimoniale delle nostre banche, o comunque degli enti che hanno acquisito le quote. Ricordiamoci anche che le quote di Banca d’Italia oggi sono incluse nel patrimonio di vigilanza e quindi hanno contribuito a rinforzare la patrimonializzazione degli azionisti, che ovviamente è utile, quindi,ai fini dell’asset quality review o almeno lo studio che la Banca centrale conduce periodicamente sui patrimoni dei nostri enti assicurativi e bancari, e comunque dei nostri fondi pensione. Infine, è una proposta pericolosa perché se questa proposta di legge venisse approvata, verrebbero aboliti organi come il consiglio superiore e l’assemblea degli azionisti e ciò creerebbe tutta una serie d’incertezze giuridiche che non vado qui a ricordare - lo ha già fatto la collega Ruggiero poc’anzi - ma che comporterebbe un serio rischio di inoperabilità della Banca d’Italia. Ovviamente, la proposta di legge abrogherebbe tutta una serie di disposizioni che, in realtà, rimangono comunque nello statuto della banca e quindi potrebbero accadere enormi contraddizioni che impedirebbero alla Banca d’Italia di operare. È, quindi, una proposta di legge populista, estremamente costosa e pericolosa. Ricordiamo anche che molti azionisti - sì - sono privati; è vero. Molti degli azionisti della Banca d’Italia sono privati, ma esistono delle salvaguardie che garantiscono l’autonomia operativa alla Banca d’Italia ed è giusto ricordarle, perché la Banca d’Italia è assolutamente assicurata rispetto all’indipendenza dei privati. Infatti, l’assemblea dei partecipanti al capitale e il consiglio superiore, dove appunto sono rappresentati questi azionisti privati, non hanno in alcun modo il potere [NdT: aboliamoli subito, allora] di nominare né il governatore, né il direttorio e, ovviamente, nemmeno i dirigenti dell’amministrazione della Banca d’Italia. Ricordiamo anche che esiste un limite massimo di possesso del capitale, un limite fissato al 3 per cento oltre il quale non si hanno più voti in assemblea e non si ricevono dividendi, il che, appunto, limita la capacità di influenza di ogni soggetto privato sulle sfere in cui i soggetti privati possono intervenire (quindi, è estremamente ridotto). Infine, ricordiamoci bene che l’assemblea dei partecipanti al capitale, sia nella sua forma ordinaria, sia in quella straordinaria, delibera sulle modifiche statutarie e sulle altre materie ad essa assegnate. In nessun modo - in nessun modo, in nessun modo - l’assemblea dei partecipanti al capitale della Banca d’Italia ha ingerenza sulle materie relative all’esercizio delle funzioni pubbliche attribuite dal trattato dello statuto del Sistema europeo delle banche centrali e della Banca centrale europea rispetto alle funzioni, appunto, della Banca centrale,sia in politica di vigilanza, sia in politica monetaria. [NdT: quindi va abolita come ente inutile...] Quindi, in nessun modo le funzioni pubbliche e di pubblica utilità che la nostra Banca centrale esercita per il popolo italiano vengono influenzate o comunque possono essere modificate dal consiglio superiore e dell’assemblea dei partecipanti al capitale: questo è giusto ricordarlo. Fa molto piacere qui prendere atto del cambio di idea del MoVimento 5 Stelle e siamo, come Partito Democratico, molto felici di questo cambio a 180 gradi del MoVimento 5 Stelle. Noi sappiamo molto bene che qualche anno fa, esattamente il 16 aprile 2016, veniva depositata in questo ramo del Parlamento una proposta di legge a firma Villarosa, Alberti, Pesco, Pisano, Ruocco e Sibilia - e, se non sbaglio, due di questi sono diventati sottosegretari, mentre Carla Ruocco è la presidente della Commissione finanze - che appunto prevedeva, così come in questa proposta di legge di oggi, la nazionalizzazione delle quote di Banca d’Italia al valore nominale, precisamente nell’articolo 3. Invece, fa molto piacere vedere che anche oggi siamo uniti nel votare contro su questa proposta populista, a prova del fatto che una cosa è la propaganda, la demagogia e il populismo, un’altra è invece governare e pensare al bene del Paese. Quello di Fratelli d’Italia pensiamo che sia un populismo che si scioglie al sole. Ci sono altri problemi molto più importanti nel Paese e sicuramente non quello di trovare 2,5 miliardi per nazionalizzare le quote di Banca d’Italia. Abbiamo un problema di enorme evasione fiscale, di disoccupazione giovanile, di numero dei laureati insufficiente, di sofferenze che soffocano il nostro sistema bancario, [NdT: mentre sono i clienti che sui suicidano a migliaia all'anno...] quindi questo provvedimento provoca solo confusione e sicuramente non è una priorità per il nostro Paese. Ovviamente, trovare non soltanto i 23 miliardi per l’IVA nella legge di bilancio di quest’anno ma anche gli oltre 11 miliardi per la manovra correttiva per far quadrare i conti e anche 2,5 miliardi per poter finanziare questa proposta di legge, credo che sarebbe solo un modo per impiccarsi da soli e con voi il Paese. 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Covolo. Ne ha facoltà. 

SILVIA COVOLO (LEGA). Presidente, la proposta di legge della collega Meloni mira a incidere sull’assetto proprietario della Banca d’Italia, prevedendo, dal 1° marzo 2019, [NdT: primo marzo ? Siamo a luglio...] il trasferimento al MEF delle quote di capitale detenute da soggetti privati, facendo sì che esse circolino solo tra soggetti pubblici al valore nominale delle quote. Il senso della proposta si comprende soltanto attraverso un’attenta analisi della storia della Banca d’Italia, costituita nel 1893 come istituto finanziario privato, per poi assumere, dal 1926, il monopolio nell’emissione della moneta. Definita come istituto di diritto pubblico con legge del 1936, i suoi azionisti privati furono espropriati e le quote del capitale furono redistribuite tra le banche ormai nazionalizzate. [NdT: Ecco perché era chiamata di diritto pubblico, coglioni !] Al contempo, l’istituto fu costretto ad abbandonare le normali operazioni commerciali con clienti non bancari per essere soggetto a una vigilanza più stringente. Dagli anni Novanta, con il processo di trasformazione delle banche pubbliche in SpA, la titolarità delle quote di partecipazione della Banca d’Italia è mutata, tanto che con la legge n. 153
del 1999 è stata disciplinata la partecipazione al capitale della Banca d’Italia da parte di fondazioni bancarie, enti di diritto privato che avevano effettuato il conferimento delle aziende bancarie alle società nate dal processo di trasformazione delle banche pubbliche. Al contempo, con il passare degli anni la Banca d’Italia, oltre ad assicurare il servizio di tesoreria dello Stato, ha assunto nuove e numerose funzioni di natura pubblicistica, sia per quanto attiene alla regolamentazione del sistema bancario e finanziario, in cui concorre con la Consob, sia per via del processo eurocomunitario che l’ha resa compartecipe ed esecutrice a livello nazionale delle decisioni di politica monetaria assunte dalla BCE nell’ambito del Sistema europeo delle banche centrali. Il decreto legislativo n. 385 del 1993, reintroducendo il modello di banca universale, ha segnato l’adesione a sistemi di vigilanza uniformi a livello europeo. Il decreto-legge n. 133 del 2013 ha modificato notevolmente l’assetto della Banca d’Italia con nuove norme riguardanti il capitale, per cui nessun partecipante può possedere una quota superiore al 3 per cento e per garantire tale limite la Banca d’Italia potrà acquistare temporaneamente la quota in possesso di altri soggetti. Tale decreto-legge ha allargato il novero dei soggetti italiani che potranno acquistare quote di capitale, estendendolo a fondi pensione, fondazioni, assicurazioni, enti e istituti di previdenza, oltre alle a tutte le banche, mentre precedentemente era prevista la partecipazione delle sole banche succedute nelle posizioni giuridiche di aziende creditizie già considerate dal regio decreto-legge del 1936, quindi casse di risparmio, istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale. La proposta di legge Meloni, condivisibile nella sua ratio, mira a risolvere una delle criticità di questo nuovo assetto, perché la Banca d’Italia potrebbe divenire in futuro a maggioranza di azionisti esteri, dato che le banche e le assicurazioni sono private e la loro nazionalità non è più difendibile a priori. La privatizzazione solleva perplessità anche sulla salvaguardia delle riserve auree, che appartengono allo Stato italiano e che costituiscono un bene pubblico di destinazione quasi demaniale, anche se tale funzione è messa a rischio per il fatto che la funzione monetaria della Banca d’Italia è confluita in quella ormai affidata alla Banca centrale europea. Proprio perché la ricchezza accumulata dalla Banca d’Italia deve ritornare in possesso pubblico è stata presentata anche la proposta di legge n. 1064, a prima firma dell’onorevole Claudio Borghi, la quale, mediante interpretazione autentica della vigente normativa valutaria, intende specificare che la Banca d’Italia gestisce e detiene a esclusivo titolo di deposito le riserve auree, su cui resta fermo il diritto di proprietà dello Stato italiano. Il motivo per cui esprimeremo voto contrario sulla proposta di legge Meloni, relativamente alla quale la Commissione finanze ha suggerito di sopprimere gli articoli 1 e 2, risiede nel parere contrario espresso il 24 giugno scorso dalla Banca centrale europea, che gli Stati membri hanno l’obbligo di consultare su disposizioni legislative che rientrano nell’ambito delle sue competenze per valutare la compatibilità con l’assetto comunitario. Ebbene, nonostante il Trattato nulla dica circa la struttura proprietaria delle Banche centrali, rimessa all’autonoma determinazione degli Stati membri, occorre comunque salvaguardare il principio di indipendenza della Banca centrale nazionale, per evitare indebite ingerenze di soggetti proprietari sui processi decisionali in relazione ai compiti derivanti dalla partecipazione al Sistema europeo delle Banche centrali. In particolare, occorre garantire che i Governi, ai sensi dell’articolo 130 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, si impegnino a non influenzare i membri degli organi decisionali delle Banche centrali nazionali [NdT: ma allora a cosa servono ?] nell’assolvimento dei loro compiti. La BCE ha rilevato che la proposta in esame è volta ad abrogare alcuni articoli del decreto-legge n. 133 del 2013, ritenuti fondamentali per tutelare l’indipendenza dell’istituto. Non
può inoltre essere abrogata la disposizione che inibisce al Ministro dell’Economia e delle finanze di sospendere o annullare deliberazioni del consiglio superiore dell’ente, ove il Ministro le ritenga contrarie a leggi, regolamenti e statuti. [NdT: la sudditanza è così completa...] In aggiunta, alcune disposizioni della proposta di legge Meloni mirano ad abrogare disposizioni di legge che trovano corrispondenza nello statuto della Banca d’Italia, il quale, in assenza di un adeguamento normativo, continuerebbe quindi a trovare applicazione. Infine, prevedendo l’acquisto di quote da parte del Ministero dell’Economia e delle finanze al valore nominale di 1.000 lire, pari ad euro 0,5164, come previsto dal regio decreto-legge n. 175 del 1936, anziché al valore nominale attualmente vigente di 25.000 euro, per effetto della rivalutazione operata con decreto-legge n. 133 del 2013, che ha stabilito il valore del capitale in 7,5 miliardi di euro suddivisi in 300 quote in luogo dei 300milioni di lire originarie, questo comporterebbe un impatto negativo sugli enti creditizi che posseggono quote del capitale della Banca d’Italia iscritte a bilancio a valori corrispondenti a quelli attuali. Proprio perché siamo convinti che l’esigenza di garantire l’indipendenza dall’Esecutivo della Banca d’Italia, in linea con la normativa euro-comunitaria, non possa comunque esulare dal sistema di bilanciamento e controlli dei poteri tipico delle democrazie liberali, la maggioranza giallo-verde ha depositato al Senato il progetto di legge n. 1332, d’iniziativa dei senatori Romeo e Patuanelli, che mira a riconoscere un ruolo attivo del Parlamento italiano nella designazione dei vertici dell’Istituto, così come avviene per altre autorità amministrative indipendenti in cui la nomina dei vertici prevede un passaggio parlamentare o un intervento governativo. [NdT: tipico caso di sovranità cosmetica...] Anche nell’Eurosistema, in 8 delle 19 Banche centrali che ad esso partecipano il Parlamento è coinvolto in modo più o meno penetrante nella nomina del direttorio; ciò avviene anche nel caso della Bundesbank tedesca.
Il disegno di legge n. 1332, considerandole implicazioni della normativa europea e la necessità di salvaguardare l’autonomia funzionale dell’Istituto, mira a far sì che le modifiche dello statuto della Banca d’Italia vengano apportate solo con legge, nel rispetto di norme di rango primario e secondario, e che il procedimento di nomina delle varie cariche venga ripartito tra Parlamento e Governo. Continueremo quindi ad impegnarci per fare sì che la Banca d’Italia rimanga azienda pubblica per eccellenza, nel rispetto della normativa europea, ma con un occhio di riguardo alla tutela degli asset proprietari e del patrimonio che appartiene a tutti gli italiani, per cui la gestione non può che prevedere il coinvolgimento delle istituzioni democratiche nazionali. 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Osnato. Ne ha facoltà. 

MARCO OSNATO (FDI). Presidente, vede,se uno volesse individuare un caso di scuola sul tema della coerenza in politica, probabilmente potrebbe prendere questo provvedimento, i lavori della Commissione e i lavori che oggi stiamo svolgendo per descrivere proprio questo tema della coerenza, della coerenza in politica, della coerenza e le sue distorsioni in politica, della mancata applicazione degli intenti di coerenza quando si fa politica e quando si viene qui a rappresentare quelle persone che ti hanno votato in base ad un programma elettorale che prevede alcune cose che hai annunciato, e che non riesci o non vuoi o non sei in grado di mantenere in quest’Aula. Si può e si deve, se si è convinti, contestare tutto su quello che riguarda un provvedimento in quest’Aula: ci sono gli strumenti in Commissione e in Aula per definire la propria idea, il proprio giudizio, i propri valori rispetto ad un provvedimento; però, fa un po’ specie, dicevo, che questi giudizi siano totalmente contrari a molti altri giudizi che sono stati dati non decenni fa, ma magari poche settimane fa. Bisogna vedere anche come nasce questo provvedimento, come nasce anche
la necessità di introdurre un provvedimento di questo genere. Il fatto che Bankitalia - qualcuno vagamente l’ha provato a raccontare - oggi non sia di proprietà pubblica non è che nasce in base ad un grande discorso democratico nel Paese e nell’Aula, nasce perché ad un certo punto scenari internazionali peraltro mai chiariti, ma comunque a quanto pare legittimi, decidono che bisogna privatizzare una serie di banche che erano pubbliche, e che detenevano le quote di Bankitalia. Per cui Bankitalia, che storicamente, come è stato raccontato molto bene da alcuni colleghi, diventa una banca le cui azioni vengono detenute sostanzialmente da banche private. Noi non stiamo allora parlando di un ammennicolo rispetto all’organizzazione dello Stato: stiamo parlando della Banca centrale della nostra nazione, di una banca che determina delle scelte essenziali per il nostro Paese, e direi anche per l’Europa; di una banca che, in teoria, dovrebbe anche controllare quello che succede nel sistema del credito in questa nazione. Mi dispiace non vedere molti colleghi oggi qui; però credo che quello che è successo nel sistema del credito di questo Paese avrebbe bisogno di un’attenzione un po’ più intensa, probabilmente, di questa che vediamo oggi (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia). Noi stiamo parlando, sì, di una realtà che ha nel 2019, ci dice il Governatore, un utile netto di 6,24 miliardi, non poco; che ha un utile lordo di 8,9 miliardi, rispetto all’utile del 2017 un aumento di praticamente 2 miliardi e mezzo, quindi anche una situazione che, grazie al quantitative easing e ad altre situazioni magari anche esogene, sta aumentando; che l’anno scorso ha diviso tra questi azionisti 340milioni di euro. Stiamo parlando non di un ente pubblico, ma di un istituto di diritto pubblico, che è cosa ben diversa. E allora io mi chiedo: ma perché se noi abbiamo la necessità, come ha fatto anche il collega Ungaro, di rivendicare la pubblicità, la necessità di una pubblicità di un istituto di questo genere, dobbiamo farlo passare per una proprietà privata, creando mille situazioni cuscinetto, un direttorio dove c’è un Governatore, un direttore, tre vicedirettori, un consiglio superiore, un collegio sindacale, un’assemblea, e chi più ne ha più ne metta? Se abbiamo bisogno di evidenziare la necessità pubblica di Bankitalia, rendiamola pubblica, cari amici: non c’è tanta alternativa (Applausidei deputati del gruppo Fratelli d’Italia)! Altrimenti uno pensa che non ci sia nella mente di qualcuno la necessità che ci sia una funzione pubblica di Bankitalia. Non mi soffermo molto, e ahimè, vedo che anche altri che avrebbero dovuto soffermarsi molto non ne hanno parlato, sull’oro che anche Bankitalia detiene, e sulle motivazioni che sottendono alla detenzione di Bankitalia dell’oro, e su chi ha diritto di proprietà su quest’oro; che ricordo, sono 2.452 tonnellate, valutate 88,4 miliardi a quest’anno, 3 miliardi in più dell’anno scorso. Non ricordo neanche, ma credo che sia ben chiaro a tutti, che la tanto vituperata Italia, anche tramite la sua banca centrale, è un bastione a salvaguardia dell’euro, grazie alle sue riserve e grazie a quest’oro. Ricordiamocelo, perché poi sembra sempre che noi siamo la Cenerentola di questa Europa, ma noi, anche grazie alla Banca centrale della nostra Italia, siamo una delle colonne che mantengono il tanto vituperato euro. Allora, noi abbiamo parlato a lungo adesso - in Commissione no, purtroppo, e poi lo spiegherò - del perché e del percome bisogna ristorare gli eventuali danneggiati da questa privatizzazione e, allora, ne parlo dopo; ma, sulle casse previdenziali e sui timori della relatrice, che non ho sentito molto durante la fase della Commissione, comunque, ricordo che noi non abbiamo mai avuto una posizione che volesse pregiudicare le casse previdenziali; noi siamo per restituire integralmente quanto le casse previdenziali hanno sborsato, non c’ènessun problema e spiegherò dopo come. Per quanto riguarda il valore che viene attribuito alle azioni detenute invece dalle banche, qualcuno ci deve spiegare qual è il valore delle azioni detenute dalle banche, perché, vede, io so che, con un decreto del 2013, qualcuno le ha rivalutate; il Governo Letta di allora rivalutò con un decreto il valore di queste azioni, però, poi, vedo che Carige, per esempio - Carige, non so se vi ricorda qualcosa - rivaluta le sue azioni da 41 euro a 73.764 euro cadauna, il 180 mila per cento in più; lo ripeto, il 180mila per cento in più. Non lo fa per esempio UniCredit, che le rivaluta, ma non in questo modo, non lo fanno altre realtà. Quindi, anche su questo, 5 milioni di euro dice qualcuno? Può essere. Ce l’ha spiegato qualcuno? No, sono valutazioni di vari organismi che non hanno però una capacità decisionale su questo tema. Ma noi sappiamo soltanto che, comunque, il valore nominale delle azioni era quello che è stato ampiamente descritto anche dai colleghi che ci hanno preceduto; qualcuno ha fatto anche delle simpatiche valutazioni su un periodo della nostra storia nel quale, però, almeno, le leggi erano chiare; si può fare molta ironia, ma si sapeva quanto valeva un’azione della nostra banca nazionale (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia), perché se si fanno le ironie, noi allora facciamo ironia su certi Governi che sulle banche sono stati, come minimo, un po’ distratti, come minimo un po’complici, dei Governi che, come minimo, sulle banche, hanno avuto un atteggiamento un po’ troppo “zerbinato”, oserei dire, visto che si fanno delle ironie. Allora, io so che fino al 2013, per esempio, il dividendo era circa il 4 per cento annuo, era un millesimo del capitale sociale; il capitale sociale era appunto di questa cifra e molti di questi dividendi andavano invece nelle riserve della stessa banca che servivano appunto a dare una stabilità monetaria al nostro continente. Oggi, sappiamo che i dividendi arrivano fino al 6 per cento, quindi, siamo su una cifra che va dai 280milioni ai 500 milioni di euro. Allora, io dico che noi siamo in grado di restituire chiaramente tutte le cifre che si vogliono individuare, che siano i 5 milioni, sui quali noi, lo dichiaro apertamente, non siamo d’accordo, perché - e spiegherò perché - sono state ipervalutate, sia quelle al titolo nominale che ricordavamo prima dei 150 mila euro ad
azione. Lo dico perché, con questi dividendi, con questi tassi di dividendi, con questa capacità di distribuzione di dividendi della Banca d’Italia, noi possiamo emettere tranquillamente dei titoli di Stato a trent’anni, rimborsati, appunto, annualmente, che portano sicuramente queste banche a non subire nessunissimo danno, né patrimoniale, né economico, né di bilancio, né in nessun modo (Applausi dei deputati delgruppo Fratelli d’Italia). Lo dico perché, vedete, gran parte di questi dividendi deriva dal famoso reddito di signoraggio, cioè dall’emettere moneta, un tema che non credo sia estraneo a nessuno ed è stato molto presente nel dibattito politico ed economico di questo Paese, anche da parte di alcune forze che, oggi, siedono, anche, plasticamente sui banchi del Governo. E io ho capito che molti servono a finanziare il reddito di cittadinanza, per l’amor del cielo, sono scelte politiche, c’è chi preferisce il reddito di cittadinanza e c’è chi preferisce restituire la banca e l’oro agli italiani, sono scelte; magari, prima, eravamo più d’accordo, poi, qualcuno, di questa seconda parte se ne è dimenticata, magari per logiche politiche clientelari, va bene. Quindi, io dico però una cosa che è evidente a tutti, e non lo dice Marco Osnato che può essere ovviamente smentito in un secondo, ma lo dice - e mi dispiace che non ci sia più in Aula il collega Ungaro - un economista che non fa parte sicuramente del pantheon economico e finanziario di Fratelli d’Italia, si chiama Tito Boeri; lo diceva - e, ripeto, mi dispiace che non sia presente l’onorevole Ungaro che è frequentatore, come è noto, di Londra, essendo eletto all’estero - insieme a Davide Serra; vi ricordate Davide Serra, economista dell’era renziana, citato come grande esperto e grande ideatore di soluzioni di prospettiva per il nostro Paese? Diceva che nel 2013 vi è stato un regalo di 4 miliardi alle banche, cioè questo Paese, con il Governo del 2013 presieduto da Enrico Letta, ha regalato, secondo Boeri, non secondo Marco Osnato, 4 miliardi alle banche, ha distribuito, come dicevo, la rendita di signoraggio alle banche invece che alle riserve che erano degli italiani. E, quindi, noi abbiamo regalato e continuiamo a regalare la rendita di signoraggio alle banche e non la usiamo per il bene degli italiani (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia). Sempre Tito Boeri, non Marco Osnato, ritiene che, dal 2013, qui citerò il caso del 2013, ma, poi, per altre motivazioni, questo regalo sia stato necessario per utilizzare le tassazioni delle rivalutazioni, che sono tra il 16 e il 20 per cento, cioè il capital gain, che fornisce dal miliardo di euro in su, per le politiche finanziarie clientelari di questo Paese. Per esempio, nel 2013 Letta le ha usate per pagare la seconda tranche della cancellazione della rata IMU. Quindi, evidentemente, qualcuno aveva promesso delle cose che non sapeva come finanziare e ha deciso di fare - e lo dico virgolettato, in modo che nessuno poi si offenda, perché qui c’è gente che si offende - come disse Boeri, questa “vera e propria associazione a delinquere”; così la definisce uno dei più noti economisti italiani che, peraltro, era a capo anche di un importante organismo previdenziale del nostro Paese; definisce questo accordo tra le banche e il Governo del 2013 una specie di associazione a delinquere. E nell’associazione a delinquere, sapete cosa c’è? C’è anche il fatto che questo regalo da 4 miliardi di euro alle banche è servito alle banche per superare i famosi stress test. Cosa sono gli stress test? Sono i controlli che prevedeva Basilea II rispetto alla tenuta patrimoniale delle banche. Allora, nel 2014, molte banche, tante - poi, magari, il collega che parlerà dopo di me, citerà anche quali sono, tutti istituti di credito che partecipano a Bankitalia e, magari, sarà simpatico fare l’accostamento con le cronache giudiziarie dei risparmiatori truffati negli ultimi anni - hanno potuto superare gli stress test,utilizzando proprio questa partita, perché, non avendo più capitale liquido, hanno ottenuto di computare le quote di Banca Italia per rispettare proprio i requisiti di Basilea II. Questo è il regalo che abbiamo fatto - non noi di certo - alle banche, che continuiamo a fare e che anche questo Governo vuole continuare a fare (Applausi dei deputati del gruppo Fratellid’Italia). Allora, forse, erano evitabili alcuni di questi scandali bancari e lo dico anche perché, poi, qualcuno ironizza sulla italianità delle banche, va bene, io capisco che il concetto di patria, di nazione, di Italia non sia dello stesso grado in ognuno di noi, è chiaro e forse sarà più evidente a tutti che noi ce l’abbiamo, ce l’abbiamo sempre, ce l’abbiamo comunque e lo evidenziamo anche fuori dai social e anche nelle aule elettive e assembleari nelle quali siamo eletti, però, non è che il fatto che lo statuto dica che la Banca d’Italia deve essere italiana garantisca che rimanga italiana.Se, infatti, una delle banche o molte delle banche che sono attualmente detentrici delle azioni vengono acquisite da soggetti stranieri, diventa straniera anche la Banca d’Italia, non c’è niente da fare, non c’è niente da fare su questo, diventa straniera anche la Banca d’Italia, e non credo che noi possiamo tollerare questo! E anche questo non lo dice Marco Osnato, ma lo dice Matteo Salvini, ma non lo dice nel 1994, da giovane militante padano, lo dice il 29 marzo 2019. Io sono contento che la collega della Lega dica che i principi sono condivisibili, poi noi vorremmo che li condividessero anche nei fatti, perché Matteo dice: Il dubbio da cittadino italiano e risparmiatore ce l'ho nei confronti di chi doveva vigilare e non ha vigilato, mentre le banche saltavano una via l'altra. Un conto è l'autonomia di Bankitalia che nessuno mette in discussione, un altro è la mancanza di responsabilità. Anche perché andate ad approfondire sostanzialmente tutte le banche simili a Bankitalia: sono sotto il controllo pubblico in tutta Europa e in tutto il mondo; Bankitalia è un unicum a totale controllo privato. Matteo Salvini, non Marco Osnato, eh, Matteo Salvini. Quindi: condivisibili? Condividiamoli, onorevole. 

PRESIDENTE. Concluda.

MARCO OSNATO (FDI). Per carità di patria, non commento la proposta di legge che presentò l’attuale sottosegretario Villarosa. Noto una grande assonanza - e questo fa cronaca attuale - tra la relatrice del MoVimento 5 Stelle e l’intervento del collega Ungaro del Partito Democratico, siamo contenti che si stia palesando questa alleanza non solo sui giornali, ma anche in quest’Aula. Io ricordo alla relatrice che lei disse, il 20 febbraio del 2019: faremo audizioni perché vogliamo riportare l’istituto in mani pubbliche, approfondiremo il dibattito, questo è il nostro obiettivo. Poi, cosa abbiamo ottenuto? Soltanto una letterina dalla Banca centrale europea. E lì, mani in alto, ci siamo fermati tutti perché la Banca centrale europea non ha neanche detto di “no”, ha detto: è un po’ complicato. E allora il MoVimento 5 Stelle fa una relazione contraria, la collega della Lega dice che ci siamo fermati perché la Banca centrale europea dice di “no” e allora il sovranismo è finito lì, rimane sui social network, il sovranismo. No! Noi lo vogliamo qui dentro (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia), il sovranismo, caro Presidente, perché si può fare tutta l’ironia del mondo sulla Meloni, sulla Fornero e altre cose, si può fare tutta l’ironia del mondo sulla democrazia più o meno violata o più o meno praticata. Però, vede, noi sicuramente tutto quello che facciamo, lo facciamo... 

PRESIDENTE. Deve concludere. 

MARCO OSNATO (FDI). Sì, concludo. Casomai prendo due minuti dal collega.

PRESIDENTE. No, deve concludere.

MARCO OSNATO (FDI). Si può fare tutta l’ironia che si vuole su questo, però poi la coerenza che citavo all’inizio va praticata. Va praticata soprattutto per rispetto agli italiani.E allora noi abbiamo cominciato la nostra carriera politica, noi che stiamo seduti da questa parte, cantando una canzone che citava: “il popolo vinca dell’oro il signor”. Bene, noi rimaniamo sempre quelli: il nostro oro dev’essere degli italiani (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia). 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Cattaneo. Ne ha facoltà. 

ALESSANDRO CATTANEO (FI). Grazie, Presidente. Come gruppo di Forza Italia, interveniamo nel dibattito sulla nazionalizzazione di Banca d’Italia, facendo seguito alla nostra posizione in Commissione che ci vede fortemente contrari a questa proposta, perché la troviamo estremamente anacronistica, fuori contesto, sbagliata nel metodo e anche portatrice di una visione di Paese lontana da quella di cui Forza Italia è sempre stata portatrice, ovvero un ritorno al passato, un ritorno verso una visione statalista del Paese. E credo anche che ci siano alcuni errori di impostazione metodologica all’interno di questa proposta, perché si mescolano un po’ di ingredienti in maniera disordinata: il sovranismo, l’interesse pubblico, il nazionalismo e lo statalismo. Concetti in ordine sparso, raffazzonati in maniera troppo disordinata, che ci trovano contrari a questa proposta, e spiegherò il motivo. Non sto a ritornare nel dettaglio, che già i colleghi in discussione generale hanno affrontato prima. Per sommi capi ricordo solo che arriviamo a questa discussione dopo varie date che hanno rappresentato la Banca d’Italia che abbiamo oggi nel nostro Paese. Si fa riferimento, ovviamente, alla legge bancaria del 1936 - e addirittura questa legge vuole riportare un po’ le lancette dell’orologio ad allora - che aveva stabilito che la Banca d’Italia fosse un istituto di diritto pubblico e che il suo capitale, pari a 300 milioni, fosse rappresentato da 300mila quote nominative da 1.000 lire ciascuna; e oggi vorremmo portare indietro le lancette dell’orologio fino ad allora. Poi - è stato ricordato - c’è la riforma degli anni Novanta, in cui Banca d’Italia ha mutato il suo ordinamento in conseguenza del completamento del processo di trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni. Erano allora i tempi della “legge Amato-Carli” e da lì anche l’ingresso in Banca d’Italia delle fondazioni bancarie. E poi arriviamo ai giorni nostri e, soprattutto, non possiamo oggi prescindere da quanto è accaduto nel novembre del 2013, con il decreto-legge n. 113, convertito poi, con modifiche, dalla legge n. 5 del 2014. Allora, Banca d’Italia ha visto aumentato il proprio capitale a 7,5 miliardi di euro e ha aperto anche, nella partecipazione al capitale, a vari soggetti. Quali soggetti? Banche con sede legale e amministrazione centrale in Italia, imprese di assicurazione e riassicurazione con sede in Italia, fondazioni bancarie, di cui all’articolo 27 del decreto legislativo n. 153 del 1999 che ricordavo prima, enti ed istituti di previdenza ed assicurazione aventi sede legale in Italia e, infine, fondi pensione, tutti con sede in Italia. Allora, mi sembra che, come dire, il sovranismo, se qualcuno lo vuole evocare rispetto al tema della permanenza in Italia delle sedi legali, dovrebbe essere garantito già da questa impostazione, ma, come dicevo in premessa, vedo che si fa molta confusione tra sovranismo e statalismo. Abbiamo oggi detto - ricordato da vari colleghi - che Banca d’Italia era ed è un istituto di diritto pubblico che svolge funzioni di interesse generale. Ricordiamo anche che il Governatore della Banca d’Italia viene nominato dal Presidente della Repubblica, su indicazione del Governo, e che le sue finalità sono finalità che garantiscono il pubblico interesse, il bene comune [NdT: Cosa Nostra diventa "il bene comune"...] diremmo in quest’Aula. E il fatto che ci sia all’interno una compartecipazione di soggetti privati per alcuni diventa la pietra dello scandalo, diventa il motivo per cui bisogna riformare e nazionalizzare. Ecco, io credo che confondere la garanzia che svolge Banca d’Italia, l’interesse pubblico, con la necessità di nazionalizzare Banca d’Italia sia un una contraddizione sbagliata e portatrice di una visione di Paese diversa da quella che ha sempre portato ForzaItalia. Mi spiego meglio: guai a confondere l’interesse pubblico con la necessità che questo stesso sia perseguito solo da soggetti 100 per cento statalizzati. Questo è un errore. Questo è un errore che ci ha visto governare, tra l’altro, enti locali, territori, regioni, istituti, insieme anche ai colleghi di Fratelli d’Italia, ma portatori di una visione completamente diversa. Se l’interesse pubblico è perseguito magari meglio da un privato che non dal pubblico controllo, ben venga. Anche perché, se qualcuno vuole tornare indietro come in questa legge il gruppo di Fratelli d’Italia propone, bisogna rispondere ad alcune domande semplici: 1) chi paga i 7 miliardi e mezzo di euro necessari?

 PRESIDENZA DELLA VICEPRESIDENTE MARIA ROSARIA CARFAGNA (ore 12,05) 

ALESSANDRO CATTANEO (FI). A questa domanda ci avete risposto che bisogna far riferimento al costo del 1936. Perfetto! Peccato che a questo punto bisogna andarlo a spiegare a tutti gli istituti di credito che hanno in pancia queste azioni, che vedrebbero quindi una svalutazione di 7 miliardi e mezzo di euro e che vedrebbero quindi anche minata la solidità dei propri bilanci. Vogliamo mettere in crisi un sistema bancario che già oggi è estremamente fragile, che è estremamente soggetto a difficoltà? Oltre al fatto che ci dimentichiamo che di questi 7 miliardi e mezzo già lo Stato ha beneficiato, sono stati pagati degli interessi, abbiamo già introitato le tasse rispetto a questi denari. E quindi cosa facciamo? È evidente che, messa in questi termini, vuole solo essere una provocazione, vuole solo essere una bandiera per dimostrare chi è più sovranista dei sovranisti, mentre invece servirebbe altro. Perché, se c’è un tema che ci deve vedere uniti e non divisi, è il fatto che, in qualche caso, anche recente, il problema che il Parlamento ha affrontato è stato il seguente: Banca d’Italia ha esercitato la funzione di controllo in maniera efficace e terza? Ha prevenuto situazioni di crisi bancarie che poi hanno portato enormi danni ai cittadini italiani? Probabilmente, la risposta che abbiamo già dato in quest’Aula è “no”. Banca d’Italia poteva e doveva meglio sorvegliare. Quindi, sull’analisi e sulla diagnosi siamo vicini, cioè aiutare Banca d’Italia a svolgere la sua funzione di controllo come soggetto terzo in maniera migliore. Chi chiede la nazionalizzazione evidentemente immagina che ci siano conflitti di interesse potenziali per la presenza di soggetti privati in pancia a Banca d’Italia stessa. Su questo iniziamo a dividerci nella visione che abbiamo di come è impostata la nostra banca centrale perché, se esiste un problema, allora nella sua cura io non posso violare i miei valori fondanti e non sono neanche convinto che una banca al 100 per cento pubblica sia garanzia di soggetto terzo migliore; anzi, mi spiace ma io mi fiderò sempre di più dell’iniziativa privata del libero mercato che non invece di un controllo statale al 100 per cento. Mi spiace, ma questo è per me un principio sacrosanto e inviolabile, perché una banca a totale controllo nazionale paradossalmente - ce lo ha detto anche la BCE nel suo parere - vedrebbe minata in maniera più forte la sua indipendenza e probabilmente la longa manus della politica di turno, dei Governi di turno, avrebbe gioco-forza migliore, più efficace rispetto al passato, sì, di dare vita a conflitti di interesse a seconda della politica di turno che governa la Banca. Quindi, attenzione anche a immaginare che un ritorno al passato curi il problema rispetto al quale ci troviamo anche vicini. Questo è un principio, secondo noi, sacrosanto che quindi non nega le difficoltà che ci sono state e che ci sono, ma vede la soluzione proposta da Fratelli d’Italia come sbagliata nel metodo e nel merito, perché non risolverebbe il problema di essere un miglior soggetto terzo di controllo e, inoltre, porterebbe indietro le lancette dell’orologio quasi a un secolo fa in maniera del tutto anacronistica. Credo davvero che siamo di fronte a una proposta di legge che andava proposta in maniera differente, in maniera più articolata e, in questo senso, come è già stato ricordato,è illuminante il parere che abbiamo ricevuto da parte del Governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, che di fatto ne ha stroncato completamente l’impianto. Non credo, come veniva detto prima, che lasci aperto qualche spiraglio: di fatto ne ha stroncato completamente l’impianto e lo abbiamo letto. Dal punto di vista politico, sono d’accordo con i colleghi di Fratelli d’Italia quando puntano il dito verso chi ha avuto un riscontro elettorale forte per una narrazione antieuropea contro i poteri forti della Banca centrale e poi, quando arriva un parere, si piega e si inginocchia al parere stesso della Banca centrale o di quegli istituti che proprio venivano additati come i nemici dello Stato italiano e della sovranità nazionale. Tale contraddizione esiste, è vera, è macroscopica e la vediamo sia nei colleghi della Lega ma, in maniera ancora più eclatante, nei colleghi del MoVimento 5 Stelle che avevano presentato nella passata legislatura - voglio ricordarlo anch’io - una proposta che sostanzialmente era uguale a quella che oggi propone Fratelli d’Italia. Quindi, cos’è cambiato? È cambiata una cosa semplice: un conto è protestare e fare proposte naïf urlando nelle piazze e un conto è avere responsabilità di Governo. Però, rispetto a quello che stiamo vedendo in queste ore, mi sembra anche ben poca cosa rispetto ai giri di volta che i colleghi 5 Stelle hanno dovuto fare in questa legislatura: siamo nelle ore in cui si parla insomma del mandato zero, un po’ come la cocazero, figuriamoci se è un problema rimangiarsi l’idea e l’impostazione avuta su Banca d’Italia e sulla sua nazionalizzazione. Tuttavia, leggendo meglio il parere di Mario Draghi, vengono sottolineate tutte le difficoltà, tutte le fragilità, tutti gli errori di tale impostazione di legge: ci sono incertezze giuridiche, abrogazioni involontarie di parti di più leggi già in vigore, disposizioni che confliggono non solo con i trattati europei - quindi c’è un problema anche con i trattati europei - ma anche con lo statuto stesso della Banca d’Italia, che quindi entrerebbe in conflitto con la proposta di legge in esame. E potenzialmente - questo già lo dicono diversi costituzionalisti - è una proposta di legge che confligge con la Costituzione stessa del nostro Paese, oltre che - qua c’è il paradosso - si limitano il potere e l’indipendenza della Banca d’Italia. Uno dei problema originari per cui è stata presentata la proposta è avere una maggiore indipendenza, una maggiore terzietà: ecco,Mario Draghi ci dice che il problema con questa riforma non solo non verrebbe risolto ma addirittura si renderebbe più grave, e io sono d’accordo anche da un punto vista politico, aspetto che ovviamente non è contenuto nel parere dato da Mario Draghi, perché, lo ribadisco, un controllo statale mi lascia meno tranquillo che una compartecipazione pubblica-privata, peraltro con una governance che garantisce l’istituzione che rimane ente pubblico nell’anima. Quindi, certo capisco che per chi ha additato Mario Draghi alla Banca centrale europea come il nemico supremo sia oggi un po’imbarazzante citarlo a suffragio del voto contrario. Non è così per noi di Forza Italia perché noi - ricordiamocelo - siamo quelli che hanno sostenuto Mario Draghi quando lo proponemmo con il Governo Berlusconi come Governatore della Banca centrale europea, anni che sembrano lontani e in cui l’autorevolezza dell’Italia riusciva a convincere i partner europei a prendere un italiano alla guida del più importante istituto di finanza europea. Sembra passato un secolo, visto che oggi, invece, maldestramente dobbiamo rincorrere le istituzioni europee per farci entrare dalla porta secondaria e non essere più minimamente protagonisti della politica europea. Noi siamo orgogliosi di avere allora ottenuto un risultato politico importante di un Presidente della Banca centrale europea, un italiano, Mario Draghi, proposto dal Presidente Berlusconi e, quindi, abbiamo fiducia in lui e il giudizio che diamo al suo operato di questi anni è un giudizio complessivamente altamente positivo; e, quindi, oggi leggiamo il parere che ci arriva dalla Banca europea rispetto alla proposta di legge con fiducia e vi ritroviamo un riscontro rispetto a tutto ciò che una banca centrale deve fare non come nemica del sovranismo in una narrazione ormai fuori controllo ma come garante dei trattati europei e anche della politica monetaria europea. Il parere della Banca europea prosegue e addirittura arriva a definire l’idea strampalata di riportare indietro le lancette di quasi un secolo, trasformando il valore di 7,5 miliardi di euro in 150 mila euro, come una confisca in piena norma. Ora non riesco a capire perché la confisca proletaria fa parte di altre culture politiche, non della nostra di centrodestra, anche se in questo senso mi viene anche in soccorso l’intervento del collega Zanettin, nel mese di maggio, durante il quale ricordò quali sono le banche centrali in giro per il mondo che sono state a pieno controllo statale. Ebbene, il caso più eclatante è quello dell’Unione Sovietica, l’URSS (Commenti del deputato Osnato). Non so se questo è un riferimento politico e culturale che convince qualcuno... 

PRESIDENTE. Colleghi, avete avuto la possibilità di intervenire e l’avrete anche dopo, quindi lasciamo intervenire l’onorevole Cattaneo, grazie.

 ALESSANDRO CATTANEO (FI). Non so se questo convince qualcuno, non certamente noi. L’altro giorno leggevo che anche la Banca centrale dell’Iran ha un’impostazione simile a quella avanzata nella proposta di legge e, per finire, la Banca centrale era sottomessa alla politica anche nel Governo dell’Argentina di Perón: forse questo può trovare un maggior consenso in qualcuno, non in noi che rimaniamo profondamente liberali. I lavori in Commissione hanno visto presentare da parte di Forza Italia complessivamente 57 emendamenti, di carattere anche ostruzionistico, non lo neghiamo, avendo una posizione fortemente contraria ai contenuti del provvedimento. Abbiamo evidenziato le contraddizioni anche del MoVimento 5 Stelle. Ho ascoltato in apertura la relazione fatta dalla relatrice del MoVimento 5 Stelle, ed effettivamente, stranamente, in questa occasione ci troviamo vicini alle riflessioni che la relatrice ha condiviso, ma certo sottolineiamo la distanza rispetto alle prese di posizioni su questo tema nella passata legislatura del MoVimento 5Stelle e, invece, la posizione che hanno preso su questo provvedimento. Vado, quindi, a chiudere, Presidente. ForzaItalia non cambia idea, non cambia posizione,non cambia la sua visione di Paese. Se un problema c’è, c’è stato e vogliamo fare di più e meglio affinché Banca d’Italia sia quel soggetto terzo di controllo rispetto al buon funzionamento del sistema bancario, non neghiamo, anzi siamo i primi a sollecitare una maggior attenzione, una riforma interna, strumenti differenti da quelli che hanno portato anche in anni recenti a disastri, però crediamo che la soluzione proposta faccia fare non solo passi avanti ma faccia fare passi indietro e sia paradossalmente più di danno che di beneficio. E poi, di nuovo, torno su un principio chiave, che vede da sempre Forza Italia portatrice di una visione che è il contrario dello statalismo,una visione in cui esiste la partnership pubblico-privato e, se qualcosa non funziona, allora la si modifica, si modificano gli strumenti di controllo, di operatività, si vanno a vedere gli statuti, si sorveglia sulla governance, ma non si torna indietro, su una visione in cui lo statalismo non ha mai portato e mai porterà un beneficio al Paese. Noi su questo non solo non arretriamo, nonostante oggi ci sentiamo più soli rispetto al passato, in questo Parlamento, ad urlare i nostri valori, ma lo continueremo a fare, perché siamo coerenti, anche noi, soprattutto noi, su battaglie come queste, perché non è con una visione che mette al centro lo Stato che il nostro Paese farà progressi. Noi continuiamo a immaginare che sia il cittadino che deve essere messo al centro, nelle sue accezioni, nella libera iniziativa, nell’essere portatore di interesse. La libertà dell’individuo per noi è sacra, lo è anche, quindi, come concetto, come visione di Paese all’interno di una discussione come questa. Per questo motivo il gruppo di Forza Italia voterà contro questo provvedimento, pur essendo disponibili poi, lo ripeto, su tutto il resto, sui problemi del sistema bancario, ad affrontarli, ad approfondirli, a migliorarli, ma senza derogare ai valori di cui siamo da sempre portatori (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente). 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Acquaroli. Ne ha facoltà. 

FRANCESCO ACQUAROLI (FDI).Presidente, inizio questo intervento facendo un richiamo ai lavori che si sono svolti, forse un po’ male, in Commissione; credo che il vulnus che si è creato in Commissione non approfondendo questa proposta di legge, o facendolo in maniera molto superficiale, probabilmente ha creato un’opinione, un’idea che poi, si scopre oggi, in questa discussione in Aula, essere assolutamente fuorviante, anche e soprattutto per noi che eravamo coloro che hanno presentato questa proposta di legge. Al di là di quello che c’è scritto in questa proposta di legge, basta guardare la storia recente, anche attuale, delle proposte di legge che sono state presentate al Senato dal Governo giallo-verde, o nella scorsa legislatura, quando i colleghi del MoVimento 5 Stelle avevano fatto una proposta sullo stesso tema, e addirittura - parlo dopo il collega di Forza Italia – ricordo il Ministro Tremonti il quale nel 2005 aveva fatto approvare in Consiglio dei ministri la statalizzazione di Banca d’Italia (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia). Credo che questi elementi che ho appena citato siano inconfutabili per tutti. Parliamo di un tema molto importante, che riguarda la vita della nostra patria, della nostra nazione, della nostra Italia, che riguarda anche e soprattutto il futuro di quello che potrà essere la nostra economia, perché le politiche monetarie fanno parte a pieno titolo delle politiche economiche. La Banca d’Italia, la struttura della Banca d’Italia, è essenziale per la tenuta della struttura della Banca centrale europea, ed è essenziale per il futuro della nostra economia e della capacità dell’Europa di risollevarsi, dell’Italia di risollevarsi dal momento che stiamo vivendo. Dicevo di polemiche che addirittura parlavano, con preoccupazione, di tenuta della democrazia o di salvare i bilanci che sarebbero stati messi a rischio. Credo che l’unico vero pericolo per l’Italia sia stato quello della mancanza della vigilanza e del controllo sulle banche che sono fallite, che sono costate miliardi di euro ed hanno prodotto molti danni in tutto il nostro territorio nazionale. Quello è l’unico pericolo che veramente ha toccato questo tema e ha sconvolto la vita di tante aziende, di tanti imprenditori, compromettendo anche lo sviluppo futuro del nostro Paese. La proposta di legge presentata dal presidente Meloni sulla nazionalizzazione della Banca d’Italia ha l’elemento essenziale di riportare non solo la natura giuridica dell’istituto, che deve rimanere chiaramente pubblica, ma anche la proprietà, insieme alla salvaguardia delle riserve auree. È un tema trattato tante volte in passato, un tema per cui, in maniera bizzarra, secondo noi, questa Camera dei deputati ha dovuto chiedere addirittura un parere alla Banca centrale europea. Su un tema così importante, noi praticamente chiediamo un parere alla Banca centrale europea, che comunque - smentisco anche chi ha raccontato in quest’Aula di questo parere una versione che non è assolutamente vera - non è assolutamente contrario, ma dice che queste operazioni debbono avvenire in base a quello che è lo schema delle norme che vigono attualmente in Europa rispetto a questo tema (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia). Credo che questo sia un elemento talmente scontato che non era assolutamente necessario,per attenersi alla legislazione vigente, italiana e europea, chiedere un parere alla Banca centrale europea. Prima chiediamo il parere, poi diamo a questo parere un’interpretazione che è fuorviante rispetto alla realtà. Questi elementi sono necessari a far capire quanto questo tema, così importante e nevralgico per le famiglie, per la nostra economia, per le nostre banche e per il nostro futuro, sia stato trattato in maniera approfondita in Commissione e in quest’Aula: è sconvolgente scoprire che praticamente è stato, in maniera ipocrita, non trattato per niente, è stato, in qualche maniera, strumentalizzato solo per fare, questa sì, bassa propaganda politica. Allora, siccome noi crediamo che di opportunità perse in quest’Aula ce ne siano state veramente tante, vogliamo far sì che almeno questi pochi minuti possano far comprendere l’iniziativa, che voleva veramente dare un contributo importante. Riteniamo che sia importante innanzitutto un’operazione di chiarezza. Tutti qua dentro hanno difeso la natura pubblica delle funzioni della Banca d’Italia, allora non comprendiamo per quale motivo, se deve essere pubblica la natura della funzione di Banca d’Italia, bisogna che ci sia per forza questo contrasto ove la proprietà è gestita dai privati. E il pericolo - lo diceva anche prima una nostra collega della Lega - è che, è chiaro che queste banche private oggi hanno un controllo di capitale nazionale, ma domani potrebbero avere un capitale estero, ed essere però i titolari della nostra Banca d’Italia (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia). Sembra assurdo, sembrerebbe quasi inimmaginabile una fine del genere, eppure è unrischio che Banca d’Italia corre. Fratelli d’Italia vorrebbe impedire in maniera concreta, insieme a tutte le altre forze politiche presenti in questo Parlamento, questo pericolo, questo rischio, invece, nell’indifferenza del Parlamento, siamo tacciati come attentatori della democrazia. Una chiarezza forte dovrebbe essere fatta sulla distribuzione dei dividendi, che le azioni di Banca d’Italia ogni anno comunque fruttano, come chiarezza deve essere fatta sulla trasparenza con cui viene gestita Banca d’Italia, soprattutto, l’ho detto prima, la vigilanza e il controllo. Vengo da una regione, la regione Marche, che aveva un istituto di credito importante per la nostra regione, che rappresentava la storia, i sacrifici e gli sforzi dei nostri nonni, dei nostri padri, e che rappresentava veramente un punto di riferimento per le imprese, per le industrie, per l’economia locale. Una struttura bancaria che aveva saputo sostenere l’economia della nostra regione nella crescita, aveva saputo scommettere insieme alla nostra regione perché conosceva il nostro territorio, perché conosceva la storia del nostro territorio, le peculiarità, e conosceva i soggetti che sono i protagonisti del nostro territorio, che erano i protagonisti del nostro territorio. E dico “erano” perché Banca Marche è uno di quegli istituti che purtroppo non ci sono più, con un danno importantissimo non solo dal punto di vista finanziario, ma dal punto di vista economico e imprenditoriale per il futuro della nostra terra. Ecco, BancaMarche è uno dei tantissimi istituti di credito che purtroppo hanno fatto questa fine. Allora possiamo difendere tutto, ma non possiamo difendere questa governance, che è mancata totalmente nel controllo e nella vigilanza, che ha prodotto danni per miliardi di euro e che compromette la possibilità di sviluppo del nostro territorio, la tenuta in questo momento particolare del nostro territorio. E allora parlare di un tema così importante e parlarne scevri dalle appartenenze ideologiche e scevri anche dal ruolo che bisogna avere per forza in quest’Aula per rispondere non so a quale logica o a quale interesse, che non sia, però, riconducibile a quello di chi ci vota per stare qui dentro, porta purtroppo alla fine a una bocciatura della nostra legge. Una bocciatura che poteva essere pure compresa dopo un dialogo, dopo una discussione, dopo un approfondimento, dopo una concertazione vera, che è mancata totalmente. Un’opportunità che purtroppo pagheranno, come tante altre, i nostri concittadini, pagheranno i nostri imprenditori; però almeno la speranza è che la discussione di questa mattina, per i pochissimi presenti in Aula su un tema così importante, possa essere almeno di incentivo a far restare sempre vigile questo Parlamento su di un tema che troppo spesso è lasciato ai margini della politica nazionale, perché nessuno vuole toccare l’indipendenza della Banca d’Italia, non viene neanche lontanamente in testa di toccare l’indipendenza, ma l’opportunità di riportare centrale nella discussione le proprietà della Banca d’Italia con il capitale nazionale è fondamentale, perché è una garanzia per gli italiani, sia per le azioni che per le riserve auree, senza inventarsi le favole di mettere a rischio l’INPS, le pensioni o chissà cos’altro. Parliamo di cose concrete e parliamo di proposte concrete. Non credo che questo atteggiamento di sminuire con questi toni la proposta a prima firma Meloni sia l’atteggiamento giusto per affrontare veramente i cosiddetti poteri forti, i cosiddetti scenari difficili, i cosiddetti scenari anche che devono vedere per forza protagonista il nostro Paese, perché senza una Banca d’Italia che possa essere di garanzia, trasparente e infallibile sul controllo, sulla vigilanza e sulla governance noi non avremo un compito facile sul futuro delle nostre generazioni e sulla ripresa economica, che ci è tanto cara a parole, ma, nei fatti, sembra assolutamente rimanere una propaganda da fare nelle piazze, ma che non si traduce mai in azioni concrete e vere in Parlamento (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d’Italia). 

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali. 

(Repliche - A.C. 313-A) 

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare la relatrice, onorevole Ruggiero. 

FRANCESCA ANNA RUGGIERO,Relatrice. Grazie, Presidente. Innanzi tutto volevo ringraziare il sottosegretario Alessio Villarosa per avere seguito il provvedimento in Commissione e gli uffici per avermi coadiuvato in questo percorso, e resto fermamente convinta, ribadendo il parere contrario a questo provvedimento, che esso vada a depauperare i bilanci degli enti e delle casse previdenziali, mettendo le mani in tasca ai pensionati e a coloro che versano i loro contributi lavorando una vita intera. Non vi è dubbio che l’attuale assetto proprietario della governance di Banca d’Italia sia un’anomalia nel contesto europeo delle banche centrali; non vi è dubbio della ravvisata necessità di adeguare il nostro ordinamento a quello dei Paesi europei più virtuosi. Non ci sono soprattutto da parte nostra, da parte del MoVimento 5 Stelle, incertezze o perplessità nel rivedere il senso generale e il sistema di regole che riguardi in un’ottica innovativa il sistema di nomine del management della Banca d’Italia, dello statuto, del capitale sociale e delle riserve auree della Banca, anche e soprattutto alla luce delle evidenti responsabilità che essa ha avuto nel corso degli ultimi anni nel non avere assolto ai propri compiti ispettivi e di vigilanza. Il MoVimento 5 Stelle sin dalla scorsa legislatura ha sempre denunciato la scarsa trasparenza e i gravissimi comportamenti dimostrati dai responsabili dell’Istituto di via Nazionale che si sono susseguiti negli anni sugli insufficienti o addirittura mancati controlli o sull’omessa vigilanza su operazioni finanziarie come i crediti deteriorati di tanti istituti di credito che hanno portato purtroppo ai molteplici scandali a livello nazionale, mandando in rovina tanti risparmiatori italiani. In tale contesto, l’esigenza di far luce sulle responsabilità dei manager delle banche e sull’inerzia dell’autorità di vigilanza da parte della Consob e, come detto, della Banca d’Italia risulta un tema di stretta attualità, che nell’agenda del Governo e del Parlamento siamo certi troverà in tempi rapidi spazi e soluzioni. Quanto detto, anche a causa delle carenze dimostrate da parte dei Governi che ci hanno preceduto, alimenta l’esigenza di misure legislative rigorose e adeguate volte a sanzionare i reati finanziari e i comportamenti fraudolenti degli amministratori e delle banche ai danni di tanti azionisti e risparmiatori. Per queste ragioni, questa mattina ho depositato una proposta di legge, a mia prima firma, per ampliare il ventaglio dei soggetti partecipanti al capitale della Banca d’Italia, aprendolo anche ai soggetti pubblici, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, perché è necessario riformare Banca d’Italia, ma non deve essere fatto a spese dei cittadini, non creando debito e non mettendo le mani, ancora una volta, nelle tasche dei cittadini italiani, gli unici che noi rappresentiamo in queste istituzioni e che tuteleremo sempre.

 PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo, sottosegretario Villarosa. 

ALESSIO MATTIA VILLAROSA,Sottosegretario di Stato per l'Economia e le finanze
Grazie, Presidente. Ci tengo a rispondere ad alcune dichiarazioni che sono state fatte in quest’Aula, ma anche a dichiarare ufficialmente la mia posizione su questa proposta di legge. Il tema, come dichiarato da alcuni, non è stupido, non è folle; è un tema assolutamente importante, che va approfondito. Però sicuramente qualcuno di voi ha detto che il tema proposto oggi è anacronistico, e questo è ovvio ed è chiaro. Ma non è anacronistico di chissà quanti anni, è una questione di tempo: bastava un attimino fare attenzione a quello che accadeva nel mercato delle quote di Banca d’Italia per capire che una proposta di questo tipo, fatta ora, in questo momento, avrebbe semplicemente arrecato dei danni a chi in questi anni ha acquistato quelle quote; e principalmente, purtroppo, si trattava di fondi pensione. Infatti, nell’analisi anche nel dossier della Camera dei deputati si legge chiaramente che, nel caso in cui avessimo messo in piedi una proposta di questo tipo, avremmo dovuto o azzerare un valore pari a circa 2 miliardi di euro acquisito all’interno dei bilanci delle banche e dei fondi pensione che avevano acquistato le quote di Banca d’Italia oppure tirar fuori con fondi pubblici 2,7 miliardi di euro circa. La proposta di legge non conteneva nessun tipo di coperture, e quindi non è un problema di contenuti, ma un problema proprio di momento storico nel quale ci troviamo. Voglio replicare a chi in alcuni momenti ha detto nella discussione di poco fa che la garanzia di indipendenza la dà sola il privato. Una garanzia di indipendenza di una banca centrale non la dà solo il privato. Si può discutere se il pubblico sia in grado di garantirla nel migliore dei modi, però è ovvio ed è chiaro ed è visibile a tutti che, su circa 160 banche centrali, più dell’80 per cento sono in mano a soggetti pubblici, sicuramente con più del 50 per cento, e, con riferimento al caso dell’Italia, nel 2004, quando gli italiani hanno scoperto che le partecipazioni non erano più in mano pubblica, ma in mano privata - e ora vi dico anche come -, in quel momento si è capito che era veramente un caso particolare. Cosa accadde? Accade semplicemente che nei primi anni Novanta, quando fu introdotto il testo unico bancario e, quindi, furono privatizzate la maggior parte delle banche ovvero per ottenere la licenza bancaria dovevi essere o una Spa ou na Scpa, cioè società cooperativa per azioni, allora in quel momento chi aveva in mano le quote di Banca d’Italia si trovò, in un periodo di trasformazione, dal passare dal pubblico al privato e allora si arrivò a questa situazione. Stranamente nel 2004 ci fu un giornale che non si occupa di economia che pubblicò i nomi di questi azionisti, che fu Famiglia Cristiana se non ricordo male, con lo studioso Coltorti, che lavorava in Mediobanca, che analizzando i bilanci delle banche tirò fuori, appunto, i dati e si scoprì che Intesa Sanpaolo e UniCredit - oggi Intesa Sanpaolo e UniCredit - ai tempi avevano circa il 50 per cento, se non oltre, di quote. E, infatti, nel 2005 questo Parlamento si impegnò e questo per far capire che l’attenzione c’è già stata in questo Parlamento, non è una follia, non stiamo parlando di un secolo fa; stiamo parlando del2005, stiamo parlando della legge n. 262 del 2005, se non sbaglio, il famoso provvedimento di Tremonti che chiedeva, appunto, di portare di nuovo in mano pubblica, dopo che nel 2004 l’opinione pubblica era impazzita nel vedere le quote in mano privata, le quote di Banca d’Italia. Nel 2005 fu fatta la legge che fu approvata da questo Parlamento, però, come spesso accade, i decreti attuativi - e mi viene da ridere, ma c’è poco da ridere perché tutti quanti si aspettavano le quote in mano pubblica - che dovevano stabilire entro tre anni le modalità non furono mai messi in piedi e, quindi, anche se il Parlamento aveva votato per riportare in mano pubblica le quote di Banca d’Italia - e non come si è detto poco fa, “un secolo fa”, ma nel 2005 - poi i decreti attuativi non furono messi in piedi e, quindi, non si arrivò a questo punto. Poi, un altro dato importante. Noi la proposta di legge l’abbiamo fatta nel 2014, è stata messa in piedi nel 2014, nel momento in cui era appena stato emanato il decreto-legge n.133 del 2013. Il decreto-legge n. 133 del 2013 è il decreto-legge - e noi abbiamo fatto una battaglia enorme, siamo saliti sui banchi del Governo, c’è stata una “ghigliottina” in quest’Aula parlamentare, cioè è stata bloccata la possibilità di intervenire - che volevamo bloccare, perché sapevamo del passaggio delle quote di partecipazione - e attenzione, perché non sono azioni: sono quote di partecipazione - da un valore di 136 mila euro a 7 miliardi e mezzo, quando mai nessuno ci aveva pensato dal 1936 a oggi e dal 1936 a oggi quel valore è rimasto tale, anche perché non è un’azienda che opera commercialmente, ma è una banca centrale e non c’era un motivo valido secondo noi - e continuiamo a dirlo - per portare le quote a 7 miliardi e mezzo. Tra l’altro, non so se vi ricordate ma era stata scelta una forbice per un valore che poteva essere di 5 miliardi fino a 7 miliardi e mezzo e guarda caso quel Governo, il Governo precedente, decise di valutarle 7 miliardi e mezzo, quindi l’asticella più alta. Noi, in quel momento, avevamo la paura - e l’abbiamo detto più volte - che con quel tipo di proposta, anche se garantiva una maggioreindipendenza rispetto a prima perché tutti i privati non potevano detenere più del 3 percento di quote, ma dando i 7,5 miliardi di euro di sicuro lo Stato e il pubblico non sarebbero più potuti entrare nel capitale se non versando, appunto, 7,5 miliardi di euro, che già sono scomparsi dalle riserve statutarie della Banca d’Italia con quell’operazione, perché se andate a verificare le riserve statutarie di Banca d’Italia prima del decreto-legge n. 133 del 2013 e subito dopo troverete 7,5 miliardi in meno, che sono, appunto, i soldi che Banca d’Italia ha utilizzato per aumentare il valore delle quote delle banche private. Quindi, subito dopo, nel 2014, visto che c’era un periodo transitorio e queste quote ancora rimanevano in mano ai titolari principali, abbiamo deciso di mettere in piedi questa proposta.Oggi questo tipo di proposta non si può fare se non tirando fuori 7,5 miliardi di euro. Il MoVimento 5 Stelle ragiona su questo tipo di intervento, ma ne capisce le difficoltà. La collega Ruggiero ha comunicato di aver depositato una proposta di legge che darà agli enti pubblici finalmente la possibilità di partecipare, dopo il decreto-legge n. 133 del 2013 che non lo prevedeva, all’azionariato della Banca d’Italia e, anzi, poter acquistare le quote di partecipazione di Banca d’Italia. In più, stiamo mettendo in piedi tante proposte che riguardano la vigilanza, perché quello di cui ha parlato la maggior parte di voi è la tutela del risparmio e del credito, quindi di Banca d’Italia vista come entità di vigilanza. È lì che oggi dobbiamo operare e concentrarci per far sì che i nostri risparmiatori vengano tutelati, così come dice il nostro articolo principe in tema, ovvero l’articolo 47 della Costituzione.

 PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è quindi rinviato ad altra seduta. Sospendo, a questo punto, la seduta, che riprenderà alle ore 15,30 per il seguito dell’esame del decreto-legge recante disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica. 

(...)