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Come evitare il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

mercoledì 26 settembre 2012

Il democrazismo in difesa della banco-crazia spara sulla folla

Fonte: http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.it/2012/09/la-democratura-in-difesa-della-banco.html
di Nicoletta Forcheri 25 settembre 2012
Occorre tornare ai biglietti di stato, lo spauracchio del rischio inflazione è stato smontato  dal vecchio Chicago plan rivalutato negli USA persino dal  FMI (vedi articoli sotto)
  
Non è una manifestazione esattamente organizzata dagli indignados, sembra non portare alcuna etichetta la protesta che dopo le 21, ora prestabilita per la fine del corteo, si è estesa attorno al Parlamento a Madrid, fino a dopo la mezzanotte, ieri 25 settembre 2012.  
La piazza era gremita, dicono 6000 persone, ma dalle immagini si direbbe molte di più, e in questo assomiglia alle tante altre piazze del Mediterraneo dove ultimamente la gente senza voce urla regolarmente, sulla sponda settentrionale contro la democratura dell'usura (Spagna, Grecia, Portogallo, i Forconi in Italia), sulla sponda meridionale a favore del "dittatore" designato di turno dall'usurocrazia internazionale, designato per farlo fuori, quella stessa che ci ha imposto in puro stile dittatoriale la Monti-nomics. Bombe ai derivati, bombe tout court, o proiettili di gomma come ieri sera a Madrid, aggressioni sono,  violenza, prepotenza, in poche parole la democratura all'attacco dei popoli, in particolare del Mediterraneo.

  

Non è degli indignados, avrebbe avuto la ribalta sulla nostra stampa, è invece la manifestazione dei desesperados, quella di ieri sera a Madrid, del popolo disperato che scende in piazza contro le misure di austerità del governo, e che ne chiede le dimissioni.
Massimo dei paradossi, il popolo spagnolo chiede le dimissioni del suo governo eletto, mentre il popolo italiano cui è stata imposta direttamente la  dittatura dal Bilderberg/Goldman Sachs, se ne sta all'ignaro di quello che sta succedendo in un popolo compagno di sventura di Spread e PIIGS, fratello per latinità e ubicazione geografica. Neanche abbiamo più la forza di chiedere niente. Non per niente ci nascondono la notizia, la minimizzano - 3  paragrafi sul Giornale a pag. 21 e 2 paragrafi sul Corriere, qualche paragrafo sulla Stampa, in una paginetta in fondo: per evitare l'effetto contagio. Ma sulla rassegna stampa della Camera, solo l'articoletto del Giornale... I deputati soprattutto non devono sapere? Numerosi scontri con la polizia, si parla di 26 arresti, ma forse di più, decine di feriti: un uomo in mutande si aggira con una scritta davanti ai poliziotti inebetiti, "questa è la Madrid disperata". Un cartello dice: "Spagna in svendita". Un altro dice: "Banchieri e politici al fresco: rubano i nostri soldi". 
 Poi verso le 21 un uomo prende il microfono e dice testuale: "Da dove vengono i soldi?? Niente, se li inventano e poi ce li prestano, con gli interessi." (L'ho sentito con le mie orecche, meno male che ho studiato lo spagnolo).

martedì 25 settembre 2012

Il democrazismo è contro la democrazia diretta

domenica 23 settembre 2012

Beppe Grillo - La Storia Siamo Noi

sabato 22 settembre 2012

L'esportazione del DEMOCRAZISMO


Centralismo democratico
di Francesco Mario Agnoli - 21/09/2012
Fonte: Arianna Editrice 
Chissà se qualcuno ricorda che ai tempi dell'URSS  vigeva non solo all'interno, ma per tutti  i  paesi del blocco sovietico  il centralismo democratico, che, nella sua versione da esportazione, comportava  per gli Stati satelliti una limitazione di sovranità e autorizzava l'URSS ad intervenire  militarmente nei  paesi nei quali la reazione mettesse in pericolo il  regime socialista. Fu in nome del centralismo democratico che le truppe di  Mosca intervennero a ristabilire l'ordine prima in Ungheria poi in Cecoslovacchia. Il “mondo libero”, come allora si diceva (esistevano con questo nome anche un giornalino e, se ben ricordo, una trasmittente radiofonica) s'indignò terribilmente per gli interventi a Budapest e a Praga e tutti noi, che non eravamo comunisti,  ne traemmo  ulteriori  conferme  sia dell'essenza antidemocratica del comunismo sia  della natura sostanzialmente coloniale del dominio esercitato dall'URSS sui paesi satelliti. Ci sentimmo anche molto grati nei confronti degli USA,  lo Stato capofila del  mondo libero, che mai si sarebbe sognato di avanzare  simili pretese.
    A oltre   vent'anni di distanza  dalla fine dell'URSS (cinquantasei dall'invasione dell'Ungheria e quarantaquattro da quella della Cecoslovacchia) tutto è cambiato.  Che non esiste più l'URSS tutti lo sanno, ma fino a ieri l'altro forse non tutti sapevano che non esiste più nemmeno il mondo libero
    A seguito  dell'uccisione in Libia dell'ambasciatore Usa  e  di altri tre dipendenti dell'ambasciata americana, Obama ha annunciato  (ma forse anche già effettuato) l'invio nella stessa Libia, nello Yemen e nel Sudan e, forse, in Tunisia e  altrove se  le proteste contro l'America si estenderanno, di marines e di droni   non solo per proteggere le proprie ambasciate e i consolati, ma per punire  i colpevoli (esecutori e mandanti) cioè per ucciderli dal momento che i droni (aerei senza pilota per la caccia all'uomo) servono solo per uccidere, come ben sanno afgani e pachistani.
    Il termine centralismo democratico è del tutto demodé, ma esistono ancora, eccome, i paesi a sovranità limitata. Solo che si sono trasferiti dallo scomparso blocco sovietico  al mondo libero.
      Cosa ne pensi il governicchio libico non si sa. Lo Yemen e il Sudan,  evidentemente illusi di essere ancora Stati sovrani, hanno fatto sapere  di non volere  truppe straniere sul loro territorio, ma certamente dovranno fare di necessità virtù, come allora fecero Budapest e Praga.
    Stranamente quanti allora s'indignarono  per  gli interventi sovietici (in genere non più giovanissimi, ma comunque  in gran numero tuttora vivi e vegeti), e tanto meno i loro eredi e successori, non hanno obiettato alcunché e anzi hanno mostrato la massima solidarietà e comprensione per la decisione  di Obama  di  inviare  truppe e di punire i colpevoli.
      Gli unici ai quali non si può obiettare nulla sono gli ex-comunisti che ai tempi di Budapest e Praga non solo non criticarono, ma lodarono  l'intervento sovietico.  Fra loro il presidente Giorgio Napolitano che, allora trentunenne, criticando il suo compagno di partito on. Giolitti  espresse l'opinione (già autorevole) che l'intervento dell'URSS in Ungheria avesse “contribuito in maniera decisiva a salvare la pasce nel mondo”.
    E' vero che un'invasione di carri armati è  ben più spettacolare e, nelle apparenze, ben più minacciosa  dell'invio di  qualche drone, tuttavia  è difficile pensare che la punizione ad ogni costo e con violazione di ogni regola di chi ha ucciso   quattro americani  per quanto importanti sia indispensabile per salvare la pace nel mondo. Soprattutto se si tratta di un Medio Oriente nel quale negli ultimi anni gli interventi, diretti e indiretti, del cosiddetto Occidente (ex mondo libero) hanno causato lo sterminio  di centinaia di migliaia di esseri umani e ancora oggi offrono ogni giorno (in Siria) decine di vittime al Moloch dell'esportazione della democrazia.

giovedì 20 settembre 2012

Che vuol dire: "democrazia" ?


Democrazia equivale a libertà?
di Massimo Mazzucco - 19/09/2012
Fonte: Luogo Comune 
 
 
Ogni tanto capita di leggere commenti del genere "Voi siete qui a lamentarvi della democrazia, ma il semplice fatto che possiate esprimere liberamente la vostra opinione significa che non sapete apprezzare i vantaggi del mondo in cui vivete".

In realtà, democrazia e libertà sono due cose ben diverse, che vengono assimilate troppo spesso l'una all'altra.

La democrazia è un sistema di governo che permette ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento [1]. La libertà è un principio astratto fra i più fondamentali ed importanti in assoluto nella storia degli esseri umani, che molto raramente è stato davvero rispettato nella storia stessa dell'umanità.

La confusione fra democrazia e libertà, o meglio l'equazione automatica che spesso facciamo fra le due cose, nasce da un motivo molto semplice, tutt'altro che casuale: il sistema democratico prevede, come quintessenza stessa del suo funzionamento, la "libertà" del cittadino di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.

Il cittadino si sente "libero" di votare per chi vuole lui, e presume automaticamente che riceverà in cambio la stessa quantità di libertà che ha esercitato nell'esprimere il suo voto.

Ma questo è tutt'altro che vero.

Non sta scritto da nessuna parte che una volta ricevuto il nostro mandato, i parlamentari ne faranno l'uso che noi intendevamo quando glielo abbiamo conferito.

Se davvero il parlamentare (o partito) che abbiamo scelto ci dovesse "rappresentare" in Parlamento, ...


... si batterebbe, ad esempio, per avere una maggiore informazione sulla stampa riguardo alle cure alternative. Oppure si batterebbe per evitare che i media continuino a diffondere bugie clamorose come quella dell'11 settembre, di Al-Qaeda o dei cattivi islamici che vogliono mettere a ferro e fuoco il mondo (o chiederebbe almeno un'informazione più equa al riguardo). Oppure ancora, si batterebbe perchè venga fatta luce sul preoccupante fenomeno delle scie chimiche.

Perché invece tutto questo non accade? 

Non accade perché le persone (oppure il partito) che noi abbiamo scelto si dimenticano immediatamente di "rappresentarci" in Parlamento, e si approfittano invece del nostro mandato per partecipare a quel sistema di potere che in realtà finisce per ritorcersi contro noi stessi.

La nostra Costituzione stabilisce il totale diritto ad esprimere liberamente le proprie idee, ma poi per un qualche motivo questa libertà non viene affatto esercitata dagli organi di stampa, che vengono messi invece sotto controllo dallo stesso sistema di potere che noi abbiamo contribuito a legittimare.

La democrazia quindi è un'arma a doppio taglio, che illude il cittadino di poter determinare il proprio futuro grazie alle scelte elettorali, ma che poi approfitta dell'incapacità del cittadino di usare correttamente quest'arma, e ritorce contro di lui l'enorme potere che ne ha ricevuto.

Sta quindi per prima cosa al cittadino di imparare a pretendere che i propri rappresentanti facciano effettivamente ed esclusivamente ciò per cui sono stati scelti, ed a punirli con una mancata e definitiva rielezione al Parlamento nel caso in cui non lo facessero.

Finchè continui a legittimare le stesse persone che già ti hanno messo le catene in passato, sarai tu stesso a stringere nuovamente quelle catene ai tuoi polsi.

Pensate che bello: siamo partiti da "democrazia uguale libertà", e siamo finiti a "democrazia uguale auto-prigionia".

Democrazia e libertà sono due cose molto diverse: la prima la scegli, come semplice sistema di governo, ma la seconda te la devi conquistare.

Note:

1 - Lasciamo da parte il fatto che la scheda elettorale ci proponga una libertà di scelta molto "limitata", e facciamo finta che nel momento di apporre il voto noi stiamo veramente esercitando un gesto di totale libertà. Ragioniamo intanto all'interno di questo paradigma, per non complicare troppo le cose.

Cosa vuol dire: "produttività"?

www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - linguaggio e comunicazione - 19-09-12 - n. 421

da http://www.contropiano.org/it/archivio-news/documenti/item/11259-il-trucco-della-produttivit%C3%A0
 
Il trucco della produttività
 
di Claudio Conti
 
18/09/2012
 
Ci sono parole ripetute in continuazione di cui sembra di conoscere il significato. Ma non è così. "Produttività", per esempio. Una decostruzione ragionata delle parole truccate che ingannano i lavoratori e la società.
 
Il "luogo comune" è un insieme di informazioni strutturate che cementano nel cervello di molti un determinato significato. Sembra si tratti di una cosa certa, naturale, oggettiva; invece è una costruzione sociale, fatta attraverso il linguaggio ma a partire da interessi concreti, strutturatissimi, forti di grandi leve di comando e poderose macchine comunicative.
 
"Produttività" è una delle parole che veicolano da diversi mesi il "senso comune" dell'ineluttabilità del chinare la testa, rinunciare a quote di salario e agli "antichi" diritti del lavoratore. Si dice produttività per dire "dovete lavorare di più". E questo lo capiamo tutti subito.
 
Quello che resta sullo sfondo, invisibile e accuratamente nascosto, è il significato vero della parola che concentra su di sé il (costruito) "senso comune".
 
Proviamo a spiegarci utlizzando questo peraltro ottimo pezzo di Marco Panara, pubblicato come apertura dell'inserto "Affari e finanza" di Reppubblica, lunedì 17 settembre, che definisce in modo più chiaro cosa ci sia sul tavolo del "dialogo" tra governo e sindacati appunto sulla "ripresa" attraverso un aumento della "produttività". Per agevolare ai lettori la decodifica dei concetti intervalliamo il testo di Panara con le nostre controdeduzioni o "disambiguazioni" (come si dice oggi, per esempio, in Wikipedia).
 
Hi tech, brevetti, innovazione come far uscire l'Italia dalla trappola della produttività
 
Un sistema economico rimasto ancora al secolo scorso. Gli imprenditori hanno investito in media con l'Europa, ma in modo inefficace senza spostarsi sui settori più avanzati
 
di Marco Panara
 
Dopo aver campato su debito pubblico e svalutazioni per vent'anni e aver galleggiato sui tassi bassi per altri dieci ora siamo arrivati all'osso. O troviamo il modo di aumentare la produttività o si ridurranno i salari. I singoli salari, tagliandone un pezzo a ciascuno, oppure il monte salari attraverso i licenziamenti. Quelli fatti fino ad ora non bastano. A imprese e sindacati, con il ministro allo Sviluppo Corrado Passera a gestire il tavolo, Monti ha dato un mese di tempo per trovare una soluzione a un problema che sta lì da molti anni prima che arrivasse la crisi.
 
Redazione. Il problema del prossimo anno è chiaro: maggiore produttività o riduzione salariale. Non importa tanto se "individualmente" (il taglio uguale per tutti, in stile Grecia) o "complessivamente" (il monte salari, appunto, o il reddito totale disponibile per i consumi).
 
La questione è seria, perché se ci sono molti modi nei quali una collettività si può impoverire, ce n'è uno solo attraverso il quale può arricchirsi: aumentare la produttività. In Italia non aumenta da molto tempo e infatti l'economia da altrettanto tempo è ferma e il reddito dei cittadini non cresce.
 
I numeri non perdonano, negli ultimi dieci anni la produttività per ora lavorata in Italia è cresciuta complessivamente dell'1,4%, nella Ue dell'11,4, in Germania del 13,6, e c'è un collegamento diretto e inequivoco tra produttività e aumento del prodotto lordo pro capite, ovvero la misura del benessere economico di una collettività: quello italiano dieci anni fa era sopra la media Ue ora è più basso nonché più basso di quello che avevamo nel 2000.
 
Red. I numeri sono il linguaggio con cui viene espressa una misurazione. Dicono molto solo a chi capisce quella lingua. Ma, essendo numeri, danno l'impressione della "certezza matematica" anche quando la certezza è tutt'altro che certa. Quel che non possono dire, in effetti, è il "perché" una data misurazione restituisce certe cifre. I rapporti tra le "cause" e i numeri è dunque un'indagine da fare a carico del pensiero che spende l'"osservatore". E qui, in genere, sorgono i problemi e le "ambiguazioni"; spesso involontarie, altre volte volontarissime.
 
Il motivo per il quale siamo arrivati a questa drammatica alternativa tra produttività e salari si chiama Clup, costo del lavoro per unità di prodotto.
 
Red. Il problema è già mal posto. Oppure, dal punto di vista dell'impresa, posto benissimo. Il Clup (costo del lavoro per unità di prodotto, ovvero quanto pesa il costo complessivo del lavoro - salario, contributi, tasse, ecc - sul costo di produzione finale di una merce) è un'altra unità di misura, non una "causa". E' come confondere il termometro con la febbre; o peggio ancora con "la causa" della febbre. Ma nel calcolo gestionale il Clup compare come una grandezza data, sulla cui origine - complicata - non è più necessario soffermarsi.
 
Rispetto alla Germania dal 2000 ad oggi questo famoso Clup è aumentato del 35%, il che vuol dire che i nostri prodotti hanno perso un terzo della loro competitività in termini di costo. A far aumentare il Clup possono essere due fattori, il costo del lavoro oppure il prodotto che da quel lavoro esce fuori. Poiché in Italia il costo del lavoro in questi anni è cresciuto solo marginalmente, quello che non ha funzionato è la seconda parte dell'equazione: il prodotto. Fatto 100 il costo del lavoro impiegato, nel 2011 abbiamo tirato fuori un prodotto il cui valore è del 35% inferiore a quello che con lo stesso costo del lavoro riesce realizzare la Germania.
 
Red. Abbiamo comunque un primo dato concreto: "in Italia il costo del lavoro in questi anni è cresciuto solo marginalmente". In termini nominali, è vero (la quantità di euro in cui si esprime il salario non è aumentata); come potere d'acquisto è invece diminuito (con la stessa cifra si acquistano meno merci). Si potrebbe già qui tranquillamente concludere che è dunque perfettamente inutile continuare ad abbassare il costo del lavoro, visto che è sull'altro fronte - il prodotto - che il problema esiste. Naturalmente, non può essere questa la conclusione di Repubblica.
 
A questo punto, se non si fa qualcosa per invertire la dinamica della produttività, l'impoverimento progressivo del paese è una strada segnata. Perché l'alternativa, ovvero la inevitabile riduzione della remunerazione del lavoro, vuol dire esattamente questo: impoverirsi.
 
Red. Anche lo schema retorico è chiaro: se non volete impoverirvi dovete "aumentare la produttività". La pistola è puntata, o la borsa o la vita.
 
Nel lungo termine peraltro non è quella la ricetta giusta. Per capirlo basta guardare la classifica della competitività del World Economic Forum. Il paese più competitivo è la Svizzera, dove il costo del lavoro è del 50% superiore a quello italiano, tra i primi dieci (l'Italia è quarantaduesima) sei paesi hanno il costo del lavoro più alto e uno, il Regno Unito, comparabile. La chiave quindi non è ridurre il costo del lavoro, se non temporaneamente, ma aumentare il prodotto in quantità o in valore.
 
Red. Altri dati sconsigliano questa strada, "deflazionistica" sul lungo periodo. Se abbassi troppo i salari, diminuiranno di conseguenza i consumi. Ma questo non avviene in modo "matematico" (cali i salari del 20% e calano i consumi in proporzione). Esistono infatti nella vita reale delle "soglie" oltre le quali le dinamiche procedono più velocemente. Esempio: se il mio salario scende sotto la soglia della sopravvivenza, non comprerò più nulla se non l'indispensabile (a prezzo discount o peggio) per cercare comunque di sopravvivere. Naturalmente farò a meno di iphone, ipad, vacanze a Torvaianica o alle Maldive, automobile, motorino e persino autobus, ecc. Le ricadute sull'economia saranno dunque un avvitamento depressivo esponenziale che rischia di diventare irrecuperabile. Stabilito che il problema è "aumentare il prodotto in quantità o in valore", la soluzione è già scritta. Ma è sbagliata. Come vedremo.
 
Come? E' questo il punto. Per affrontare il quale è meglio capire prima quali sono le ragioni per le quali la produttività in Italia non cresce. Ce ne sono di due ordini, il primo è quello che accade dentro l'impresa e il secondo (non in ordine di importanza) è quello che c'è fuori, ovvero il famigerato contesto.
 
Cominciamo dal primo. Dentro l'impresa ci sono la proprietà, la gestione, gli investimenti, l'organizzazione del lavoro. La proprietà è nell'85% dei casi familiare, poco meno della Germania e poco più della Francia e della Spagna, in linea quindi con il resto dell'Europa, la differenza è nella gestione: in Francia e Germania meno del 30% delle imprese familiari hanno manager di famiglia, in Italia oltre il 66%, il che spesso vuol dire che non si è scelta la opzione migliore ma si è privilegiato quello si aveva in casa con il rischio di una gestione non ottimale delle risorse.
 
Red. Le imprese italiane promuovono a "manager" i loro figli, cugini, nipoti. Sono la fotografia di una cultura del "risparmio" che oltre un certo livello diventa suicidio. Paradossalmente, però, la scelta di mettere in posizione di responsabilità uno qualsiasi purché parente, invece che un "estraneo" che ci sa fare, indica che nell'autopercezione stessa dell'imprenditore-tipo italiano per "fare il capitalista" non serve poi una scienza particolare. Son buoni tutti o quasi, come a fare il facchino.
 
Il secondo punto caldo sono gli investimenti, che fino al 2007 non sono stati troppo inferiori alla media degli altri paesi comparabili, ma che non è chiaro dove siano andati: quelli in macchinari sono crollati, come dimostrano il fatto che tra il 2000 e il 2010 la quota degli ammortamenti sul fatturato è scesa dal 6,5 al 3,8% e che nello stesso arco di tempo la vita media dei macchinari è balzata da 10 a oltre 16 anni. E sono stati bassissimi, sotto la media europea e la media Ocse, quelli in asset intangibili, ovvero brevetti, ricerca e sviluppo, formazione.
 
Red. Dove sono finiti gli investimenti? Non per rinnovare i macchinari, non per migliorare la tecnologia. Dunque, non per aumentare la produttività. In termini marxiani, non è stata aumentata quella parte del capitale fisso che consente di incrementare l'estrazione di "plusvalore relativo". Ovvero che mette il singolo operaio in condizione di produrre una maggiore quantità di pezzi nella stessa unità di tempo e di fatica. A noi sembra che gli investimenti delle imprese, negli ultimi venti anni, siano stati "diversificati" verso la finanza e il mercato immobiliare, che hanno garantito a lungo profitti percentualmente più alti e senza alcuna attesa dei "tempi di rotazione" della merce fisica (produzione-immissione sul mercato-vendita-ritorno). Quindi fuori dalla dinamica propria dell'industria. Ma di questo, chi è responsabile?
 
«La crescita della produttività del lavoro modesta - è scritto in L'innovazione come chiave per rendere l'Italia più competitiva, un documento pubblicato dall'Aspen lo scorso marzo - è dipesa essenzialmente da un livello molto basso in investimenti in capitale e capitale umano, accompagnati da investimenti minimi in " intangible assets". Tutto ciò ha determinato una crescita negativa della produttività totale dei fattori». Sulla stessa linea è l'Occasional paper della Banca d'Italia di aprile 2012 dal titolo Il gap innovativo del sistema produttivo italiano.
 
Infine, dentro l'azienda, c'è l'organizzazione del lavoro, che dove non sono arrivati accordi sindacali innovativi (che in molte aziende e settori ci sono stati) è rimasta troppo rigida dentro la fabbrica e dentro l'impresa. E c'è un altro elemento importante: come ormai dimostrato da molte analisi, il largo ricorso al lavoro precario diminuisce la produttività ed ha anche l'effetto collaterale che il lavoro superflessibile in uscita e a basso costo disincentiva gli investimenti.
 
Red. Qui cadono molti asini, compresi i professori al governo. L'innovazione tecnologica - compito dell'impresa, al massimo "promuovibile" dall'intervento statale - non c'è stata per scelta miopre delle aziende stesse. Gli "accordi aziendali innovativi" invece ci sono stati. E sono andati tutti nella direzione chiesta dalle aziende: più straordinari, più precarietà, più "flessibilità in uscita". Fino ad ottenere la sostanziale cancellazione dell'art. 18. Ma proprio questi "successi innovativi" - dimostrano le ricerche empiriche citate anche da Panara - abbassano la produttività e disincentivano gli investimenti. Ricapitolando: le misure fin qui imposte a forza al mondo del lavoro per "aumentare la produttività" hanno realizzato il risultato diametralmente opposto: l'hanno diminuita. Non si capisce quindi perché si insista nel dire che l'organizzazione del lavoro in fabbrica sia rimasta "troppo rigida". O invece sì.
 
Il che ci fornisce la fotografia di quello che accaduto in Italia fino al 2007, occupazione in salita, pochi investimenti, produttività declinante. In mezzo tra quello succede nell'impresa e quello che c'è fuori c'è la dimensione dell'impresa e il suo rapporto con il mercato. E qui, anche qui, sono dolori, i dolori di sempre.
 
Dei 4,4 milioni di imprese che ci sono in Italia il 94,8% hanno meno di 10 addetti, mentre quelle grandi (con oltre 250 addetti) sono solo 3.502. Niente di male in assoluto, se non fosse che il valore aggiunto per addetto delle microimprese, pari a circa 25 mila euro l'anno, è pari a metà di quello delle medie imprese e due volte e mezzo più basso di quelle grandi (60 mila euro). Il che vuol dire che avere una quota così rilevante di piccolissime imprese abbassa la produttività media e, in un mondo globalizzato e senza più svalutazioni, è come una zavorra sulla crescita della competitività.
 
Si potrebbe dire che la struttura dell'economia italiana era così anche prima, quando la produttività cresceva. Ma prima non c'era l'euro, quindi erano possibili le svalutazioni, non c'era la globalizzazione, e quindi la concorrenza era minore anche sul mercato domestico, e prima gli imprenditori - moltissimi dei quali sono di prima generazione - avevano molti anni di meno e un patrimonio culturale e di esperienze in linea con le tecnologie e il quadro competitivo del momento. Oggi gli anni sono di più e il rapporto con l'evoluzione tecnologica e dei mercati assai più complesso.
 
Red. Se ne dovrebbe trarre la scomoda conclusione del fallimento della classe imprenditoriale italiana, incapace di crescere qualitativamente, concentrarsi organizzativamente, liberarsi del "familismo amorale" che ha infine trovato in Berlusconi (e nella Lega) i suoi autentici campioni. Ma naturalmente si va in direzione opposta.
 
E qui arriviamo al contesto, perché la colpa non è solo né prevalentemente degli imprenditori se il tessuto produttivo italiano non s'è evoluto con i tempi. La lista dei disincentivi a crescere, a managerializzare, a investire è sterminata ed anche qui è la solita, da una tassazione che punisce l'impresa e il lavoro a una giustizia civile che non garantisce l'osservanza dei contratti, da una formazione inadeguata, soprattutto tecnica, a mercati troppo protetti, da una pubblica amministrazione costosa e inutilmente complessa a una normativa inutilmente farraginosa a infrastrutture insufficienti.
 
Red. La banalità del pensiero è sempre una colpa. Anche Panara si lascia andare a un elenco di luoghi comuni "copincollati" senza pensarci sopra. Strano semmai che non vi abbia aggiunto la corruzione e l'economia sommersa.
 
Oltre all'imprenditore però ci sono i lavoratori e chi li rappresenta, il sindacato, che come molti imprenditori, la politica e la pubblica amministrazione s'è fermato agli anni '90, non ha colto il cambiamento, non ha cavalcato le potenzialità della nuova epoca per creare un ambiente più favorevole al lavoro spesso (non sempre) privilegiando la conservazione all'evoluzione.
 
Red. Il problema inizialmente mal posto produce un circolo vizioso. O ci sono state "riforme innovative" accettate dai sindacati ufficiali (che però hanno prodotto un inatteso abbassamento della produttività e degli investimenti) oppure c'è stata "troppa rigidità conservativa" da parte sindacale. Tutte e due le cose non possono stare insieme. O è l'impresa-media che è venuta meno alla sua "missione" (investire per crescere, anche in produttività), o c'è qualcuno che glie lo ha impedito. E quest'ultima cosa non è mai accaduta.
 
Ora però siamo tutti nudi, di fronte alla prospettiva dell'impoverimento nessuno può più permettersi di stare fermo. Il governo ha fatto molto per muovere il contesto, ma per il momento sono leggi in attesa di implementazione, senza la quale restano solo buoni propositi e, soprattutto, quello che è stato possibile fare in un anno non può trasformare un paese ancora pienamente immerso in un secolo che è ormai finito già da oltre un decennio.
 
Red. Altro circolo vizioso. Il governo Monti e quello precedente "hanno fatto molto" nel senso sbagliato, favorendo tutte quelle misure (precarietà e flessibilità in uscita) che hanno abbassato la produttività. Anche a Panara non resta che rifugiarsi nell'ideologia dei luoghi comuni sul paese "rimasto al secolo scorso".
 
Imprese e sindacati si devono invece occupare di quello che avviene dentro l'azienda, che è una componente importante della partita. Con un problema al quale bisogna trovare soluzione: il grosso delle aziende italiane, quelle dove è più acuto il problema della produttività sono le piccolissime, ma lì il sindacato e la contrattazione aziendale non arrivano. Per loro gli accordi che Confindustria e sindacato eventualmente raggiungeranno saranno lettera morta, bisognerà immaginare qualcos'altro e in fretta.
 
Red. Notazione giusta, ma con due possibili vie d'uscita. La piccolissima impresa non ha quasi fisiologicamente la possibilità di migliorare in tecnologia, quindi in "produttività buona". E qui il sindacato non esiste; quindi non è neppure retoricamente evocabile come "ostacolo". Non a caso, Panara alza bandiera bianca e invita a "immaginare" qualcosa. Per chi negli anni aveva innalzato ad esempio per tutti il "piccolo è bello" si tratta di una resa senza condizioni.
 
Infine le conseguenze. Aumentare la produttività è necessario, pena l'impoverimento, ma non è facile né indolore. Perché, in condizioni date, aumentare la produttività vuol dire fare le stesse cose di prima ma con meno lavoratori, ovvero ulteriore disoccupazione. Questo è quello che gli economisti definiscono un aumento della produttività difensivo.
 
Red. Siamo al punto: quel che il governo vuole dai sindacati. Più ore di lavoro individuali per chi resta, più licenziamenti. L'"aumento della produttività difensivo" è, nel nostro linguaggio, "aumento dell'estrazione di plusvalore assoluto". Non c'entra nulla con la "produttività", e persino poco con la profittabilità. È sfruttamento intensivo di una forza lavoro ridotta, che non darà alcun vantaggio"competitivo", nemmeno ai livelli più bassi della catena produttiva; perché su quel piano la competizione degli "emergenti" (e ancor più dei "non ancora emersi") è imbattibile.
 
Per la crescita dell'economia e dell'occupazione è necessario qualcosa di più, non basta neanche fare più cose con le stesse persone (e trovare un mercato per il maggior prodotto). Per creare lavoro si deve produrre molto di più o cose di maggior valore impiegando molte più persone, ma questo richiede la capacità di spostarsi verso settori più avanzati, di creare prodotti nuovi e vincenti, di creare e conquistare nuovi mercati. Non ci si arriva dall'oggi al domani. E' la strada che molte aziende esportatrici (quelle che producono il valore aggiunto più alto indipendentemente dalla dimensione) hanno già percorso, ma non sono abbastanza.
 
E' il sistema Italia che deve fare questo salto. Un mese non basterà per cominciare e neanche per mettere a punto la ricetta. Ci aspettiamo almeno un segnale.
 
Red. Da quel che vediamo, siamo certi che questo "segnale" non arriverà. Come spiega persino Moody's, parlando del rating dei big dell'automobile (Fiat, Renault, Peugeot), siamo in piena "sovraproduzione". O si riduce la "propria" capacità produttiva (distruggendo capitale, macchinari, infrastrutture, uomini in carne e ossa; è quello che Panara chiama pudicamente "impoverimento"), o si distrugge quella altrui ("creare prodotti nuovi e vincenti, di creare e conquistare nuovi mercati"). Chi resta all'interno di questo scenario non può immaginare altro. La possibilità della "cooperazione" non li sfiora nemmeno. È questo che rende la crisi, nelle loro mani, "irrisolvibile".

mercoledì 19 settembre 2012

Che vuol dire: "populista" ?


Perché non dobbiamo berci la favola del mostro cattivo populista

Ecco la favola. Un fantasma cattivo si aggira per l’Europa: il populismo. A esso se ne contrappone uno buono: l’europeismo. Il fantasma cattivo ha un pessimo carattere: odia l’euro, non ha mai amato l’unità del Vecchio continente, diffida delle banche, in qualche caso è xenofobo se non razzista, ha paura del nuovo, difende il territorio e la nazione, è stufo di fare sacrifici pagando tasse e usufruendo di minori servizi. Ha molte facce, quella della Lega e quella di Grillo dalle nostre parti, quella di Marine Le Pen o di Heinz-Christian Strache, leader del partito austriaco della Libertà e persino quella di Alexis Tsipras capo di Syriza (colpevole di dire sì all’euro ma no all’austerità) in Europa. Spesso si insinua in fasce di popolazione sociali più ampie che con quei partiti non hanno niente a che fare. E’ successo in Europa quando grandi paesi come la Francia e l’Olanda non hanno votato i trattati europei. O quando nelle piazze di Atene, di Madrid o di New York è divampato l’odio contro le misure delle Banche centrali.
Il fantasma buono invece difende l’euro, ha la faccia del Parlamento europeo, delle Banche centrali, dei sacrifici necessari, del politicamente corretto, della sobrietà nordica, di un moderato multiculturalismo. E’ efficiente e retto. Vuole che tutto funzioni a dovere, senza sprechi e senza eccessi. E’ penetrato dovunque. Negli istituti finanziari, nei governi europei, nei grandi giornali. Ha imposto il rigore e promesso la crescita. E’ nemico giurato del populismo e pensa che contro di esso occorra lottare senza tregua. Il nostro di governo ha proposto addirittura di convocare un summit con i capi di stato europei su questo tema. Per prendere le adeguate misure. Basta col populismo, ha detto severamente Mario Monti.
Troviamo la favola del fantasma cattivo e del fantasma buono ogni giorno sui giornali nazionali. Con tempestività e sincronia direttori ed editorialisti hanno unito il loro coro a quello dei politici preoccupati. Usando le stesse parole, facendo le stesse confusioni e servendosi delle stesse semplificazioni di comodo. E’ una semplificazione di comodo, ad esempio, dire che sono egualmente populisti Grillo, Tsipras, i movimenti di ribellione alla politica di austerità, che il fantasma venga intravisto anche nelle critiche che partiti pur moderati fanno alle attuali politiche europee, che, insomma, si sospetti in tutte le posizioni non coincidenti con quelle dei centri finanziari e dei governi che sono in sintonia con essi.
E allora nasce un dubbio, anzi molti. Forse il mostro populista è evocato per paura che alle attuali, sobrie, rigoriste e conformiste politiche europee si contrapponga un’opposizione, di qualunque tipo, di qualunque natura, comunque non reggibile da chi pensa di detenere “tecnicamente” e quindi chissà perché ormai giustamente il potere. Forse il fantasma è creato per occultare una impotenza o un probabile fallimento di fronte all’enormità dei problemi posti dalla crisi. Forse la favola cela una insopportabilità verso qualunque forma di disaccordo, comunque si manifesti. Sono dubbi forti che le tirate quotidiane contro i populismi accrescono. Che la sincronia fra la descrizione del mostro e i dati drammatici sulla situazione sociale avvalorano.
Oggi si ha bisogno della favola dei due fantasmi. Si ha bisogno di raccontarla e di raccontarsela, invece di fare un esercizio più utile e salutare. Capire che sotto ogni pulsione popolare o populistica, persino la più spregevole, c’è un motivo e un bisogno. La pulsione xenofoba, forse la più odiosa, non è in gran parte frutto della insicurezza non solo economica? La ribellione all’euro non nasce dalla constatazione innegabile che le condizioni di vita sono peggiorate? La diffidenza nei confronti delle banche non ha seri motivi su cui fondarsi? La rabbia è sempre indistinta e condannabile, oppure qualche volta nasce da una disperazione che si deve comprendere? Forse chi evoca il fantasma del populismo fa solo la politica dello struzzo. Nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere.
di Ritanna Armeni

Che vuol dire: "fascista" ?


L'IDEOLOGIA DEL FASCISMO

Che cosa è il Fascismo?
Una Ideologia Moderna e Rivoluzionaria che mira ad edificare un nuovo tipo di società alternativa a quella espressa dalle democrazie liberali e capitaliste. Il Modello politico di questo Ideale prende il nome di STATO ETICO CORPORATIVO.

Che cosa è lo Stato Etico?
Il Fascismo afferma il valore di in individuo inserito all’interno di una compagine sociale che è la comunità nazionale. Tale comunità si eleva a realtà etica diventando Stato, un ente Morale Superiore che ha il compito di realizzare il Bene Comune dei Cittadini. L’individuo identificandosi con lo Stato, quindi con la sua Comunità di appartenenza, raggiunge la vera libertà. L’etica che permea la morale dello Stato Fascista è il Corporativismo.

Che cosa è il Corporativismo?
Il Corporativismo è una concezione Morale ed Etica della Politica da cui deriva una concezione socioeconomica che mette l'uomo al centro della società, ritenendolo un Componente essenziale della Comunità nazionale. Il Corporativismo concepisce dunque la Comunità Nazionale come un Corpo Organico in cui ogni “parte” concorre e collabora per il Bene Collettivo. Compito dello Stato è di realizzare un armonico collettivo all’interno del quale non sono ammesse divisioni e lotte intestine, in nome della più pura ed autentica Democrazia Organica, totalitaria e corporativa. 

Il Corporativismo è anche un principio economico?
Si, anche l’economia rientra nello Stato, a differenza delle economie capitalistiche dove è lasciata all’egoismo individualistico di mercati e privati. Il Fascismo non ritiene che l'egoismo dei singoli sia fonte di benessere per tutta la società e mira alla creazione di una società solidale ed altruistica nella quale l'economia sia un mezzo per garantire il benessere materiale della società e nel quale il lavoro, assurgendo a valore morale, diventi non più l’oggetto ma il soggetto dell’economia.
Il Fascismo prevede la Partecipazione diretta del Lavoro nello Stato attraverso una Camera delle Corporazioni nella quale sono presenti i rappresentanti di ogni professione e delle diverse categorie produttrici, riuniti in sindacati di categoria che possano legiferare su questioni di loro competenza. Anche nelle aziende il lavoro partecipa alla gestione della “res publica” tramite una equa distribuzione degli utili.

Che differenza c’è tra Corporativismo Fascista e neocorporativismo anglosassone?
Il Corporativismo Fascista è qualcosa di completamente diverso dal sistema delle "corporates" americane, che sono singoli gruppi di potere che manipolano lo Stato per i propri egoistici interessi: nello Stato Etico Corporativo le corporazioni sono di fatto Organi dello Stato che concorrono al suo benessere e quindi al benessere della Collettività.

Il Fascismo è dunque una Dittatura Collettivistica?
Niente affatto, si tratta di indirizzare le iniziative private verso i bisogni della comunità realizzando quella sintesi armonica tra capitale e lavoro, individuo e Stato, libertà e autorità che è necessità vitale dell’epoca moderna. Questa impostazione rivoluzionaria dei problemi è il sigillo impresso di una nuova Civiltà. Lo Stato Etico Corporativo non solo è compatibile con il pluralismo, ma anzi lo esalta, valorizzando i singoli impulsi, senza che essi degenerino nell’antagonismo e nella frammentazione. Citando Ugo Spirito: “lo Stato per realizzarsi nella sua integrità non ha bisogno di livellare, disindividualizzare, annientare l’individuo e vivere della sua distruzione: al contrario esso si potenzia col potenziamento dell’individuo, della sua libertà, della sua proprietà, della sua iniziativa, della sua peculiare posizione nei rapporti con gli altri individui”.

Ma quindi il Fascismo è Democratico? 
Il Fascismo nega che i regimi liberali cosiddetti “democratici”, fondati sul monopolio del capitalismo finanziario, sulla dittatura dei parlamenti e dei partiti che non sono una libera espressione della volontà popolare, sulle clientele e sulla corruzione oligarchica, possano essere considerati regimi realmente democratici. Il Fascismo rivendica a se la pretesa di realizzare l’unica democrazia possibile, quella Corporativa, dove il Popolo partecipa attivamente e in maniera diretta alla vita dello Stato, in quanto Cittadino e Produttore, attraverso le diverse istituzioni e le Corporazioni. La democrazia fascista non è intesa in senso materialistico, come nei regimi liberali dove il popolo è visto come “numero”, ma spiritualmente come l’idea che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti.

Il Fascismo è una Civiltà Spirituale?
Il Fascismo respinge il materialismo che rende l’uomo una macchina dedita all’interesse esclusivo per la cura dei suoi propri interessi economici e materiali ed esalta un modello di società Spirituale che riassume tutte le forme della vita morale e intellettuale dell’uomo. il Fascismo crede ancora e sempre nella santità e nell’eroismo, concepisce la vita come lotta, esalta quelle che sono le virtù etiche dell’uomo. 
Il Fascismo ha una concezione della vita religiosa in quanto richiede una fede cosciente, assoluta ed intransigente ai valori etici e morali che permeano la comunità. 

Questa Civiltà è solo italiana o Universale?
Il Fascismo, in continuità con la tradizione civile e imperiale di Roma, propone un Modello di Cittadinanza che trascende la mera appartenenza geografica per elevarsi a costruzione di una coscienza unitaria universale. Per il Fascismo il concetto stesso di Nazione non ha carattere "materiale", come nel nazionalismo, ma Spirituale. Lo Stato Fascista, superando i limiti di una visione fin troppo angusta e materialista non si pone confini territoriali, bensì affratella popoli e nazioni, crea un ponte tra culture differenti ed instaura un modello superiore di Civiltà. Civiltà che fu e sarà sempre imperialista; cioè mondiale, nel senso più alto e più puro della parola.

Il Fascismo non e' dunque razzista? 
Esattamente. Il Fascismo, dottrina erede dell'universalismo romano, non è razzista e nemmeno antisemita. La sua concezione Spirituale supera il materialismo tipico della concezione naturalistica del razzismo ed afferma il sommo valore dello Stato che affratella etnie, popoli e nazioni all'insegna della Civiltà Imperiale del Littorio. Per il Fascismo la cittadinanza è data dall’adesione ai valori etici e culturali trasmessi dallo Stato, che con la sua azione etico-pedagogica è in grado forgiare il carattere ed il temperamento degli uomini dando vita ad una nuova "razza", a prescindere dall’etnia d’origine, che rappresenta l'Uomo Nuovo Fascista. Solo chi non vuole assimilarsi all’armonico collettivo fascista e mira invece ad intaccarlo ne viene coerentemente allontanato, a prescindere dalla sua etnia.

Il Fascismo è di destra o di sinistra?
Per il Fascismo Destra e Sinistra sono parole vuote e prive di significato, appartengono alla fraseologia da museo dei sistemi liberali. Il Fascismo non è né di Destra né di Sinistra in quanto mira all’unità del Corpo Politico e Sociale della Nazione.

Quindi il Fascismo non è di Estrema Destra? 
Non solo il Fascismo non è di Destra o di Estrema Destra, ma considera questa area politica come il principale ostacolo alla sua affermazione, sia perché si appropria illegittimamente del Fascismo, snaturandone l’essenza, sia perché idee e metodologie sono estranee al Fascismo e fanno invece comodo alla nomenklatura antifascista che vede identificati in essa gli stereotipi del fascista rozzo, violento, razzista e filonazista.

Può il Fascismo definirsi una forma di socialismo?
Il Fascismo ha superato le vecchie dicotomie Destra e Sinistra, così come ha ripreso e superato lo stesso socialismo. Partendo dal recupero di Mazzini e coniugandolo ad esperienze e concezioni successive (Sindacalismo Rivoluzionario di Sorel) il Fascismo definisce la sua Dottrina come UNICO SOCIALISMO POSSIBILE, permeato da una concezione Spiritualistica basata sulla “Rivoluzione Morale” della Cittadinanza. Il socialismo di Mussolini si ritrova nella Dottrina stessa, fondata sull'Etica, la Morale e la Giustizia Sociale. Una Dottrina che vuole il Sindacalismo Corporativo come base del Lavoro Nazionale. Si tratta quindi, parafrasando Mussolini, di un “Socialismo Nostro”, un socialismo etico ed anti-materialista. 

Hanno le religioni una particolare valenza per il Fascismo? 
Il Fascismo riconosce e rispetta le religioni di un determinato popolo e rispetta la libertà di culto dei singoli cittadini fintanto che non siano in contrasto con l’etica dello Stato. Il Fascismo, rigettando le battaglie anticlericali del materialismo, auspica una società fondata sull’armonico collettivo all’interno del quale si stabilisca una retta Laicità fondata sulla concordia e sulla giustizia: Stato e Chiese che lavorino in campi distinti e definiti, ognuno nel proprio ambito e per la propria funzione. 

Qual è il simbolo del Fascismo?
L’emblema del Fascismo è il Fascio Littorio, simbolo dell'Unità, della Forza e della Giustizia. L'unità del Corpo Sociale, le cui classi sono legate insieme dalle verghe che simboleggiano l’Unità, la cui forza, l'ascia, è garante della Giustizia.

Quale Partito oggi rappresenta l’Ideale Fascista? 
Nessun partito odierno rappresenta l’Ideale del Fascismo mussoliniano- gentiliano. In particolar modo i partiti cosiddetti “neofascisti”, inseriti nel sistema partitocratico della repubblica nata dalla resistenza, che vengono ingenuamente associati ad esso. 

Ma allora come posso conoscere il Fascismo? 
Puoi conoscere il Fascismo tramite l’unica Associazione Culturale realmente fascista che da tempo ne promuove lo Studio e la Diffusione: Associazione Cultura Fascista - http://culturafascista.com/

sabato 15 settembre 2012

L'onestà intellettuale, un optional raro nella democratura


Dopo aver letto questo articolo del Prof. Bagnai, non ho potuto esimermi dal commentarlo:
"Bagnai non è stronzo, come lui stesso si vanta, ma è ipocrita: paragona gli EURISTI ai FASCISTI come se non sapesse che proprio durante il fascismo vi fu una economia il più possibile sovrana con cospicue emissioni di biglietti di stato a corso legale. Tant'è che nell'ultimo anno, 1945, il bilancio statale chiuse con un attivo di 21 miliardi di lire, nonostante la guerra e l'occupazione americana... Lui dà del "piddino" e luogocomunista a Bersani e company, ma alla fine dimostra di essere vittima della stessa propaganda, peccato.".

E se non ci credete che la propaganda ipocrita sia ben viva e vegeta, più che mai, leggete questo:

UNA “RISPOSTINA” A MASSIMO FINI
Da Il conformista ne Il Gazzettino di venerdì 31 agosto 2012
di Filippo Giannini

   Ė proprio vero, l’eredità più grave lasciata dal Fascismo è quella di aver generato l’antifascismo.
   Uno dei pochissimi giornalisti che questa repubblichetta aveva generato e che io stimavo, era Massimo Fini. Dopo aver letto il suo articolo, di cui propongo uno scorcio, la mia stima traballa. Nell’articolo citato, dopo aver riconosciuto alcuni meriti del fascismo, ecco come conclude: "Certo, poi ci sono gli orrori" ed ecco l’elenco degli orrori: "il carcere di Gramsci (“Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per almeno vent’anni”), l’omicidio Matteotti, quello dei Rosselli, il criminale uso dell’iprite in Abissinia, le leggi razziali. E l’errore fatale: che i tedeschi avrebbero vinto la guerra in quattro e quattr’otto (“ci basteranno poche centinaia di morti per sederci al tavolo della pace”) (…)"..
   Cominciamo con Gramsci. Per prima cosa stabiliamo: quale Gramsci? Mario o Antonio? Perché pochi sanno che Mario Gramsci, fratello di Antonio più giovane di lui di dodici anni, era un fascista: volontario nella campagna d’Etiopia e combattente in Africa Settentrionale. Fatto prigioniero, fu inviato in Australia. Rientò in Patria nel 1945 malfermo in salute a causa delle angherie subite perché non-cooperatore. Morì subito dopo il rientro, solo e dimenticato, in un ospedale di terz’ordine, ma Massimo Fini intende ricordare l’altro  Gramsci, Antonio.
   Prima di iniziare, mi si permetta una domanda: "Perché negli “orrori” si citano sempre i soliti nomi e mai quelli di Armando Casalini, di Berto Ricci o quello di Nicola Bonservizi o di Giulio Giordani o di altri centinaia di caduti in Camicia Nera, assassinati a sangue freddo?". Mi si perdoni la sbadataggine: questi erano fascisti! Oh, buon Dio che lapsus, non è forse vero che “uccidere un fascista non è reato”?
   Ma andiamo avanti. Il primo martire degli orrori fascisti citato da Massimo Fini è Antonio Gramsci.
   Un primo equivoco è di credere – o far credere – che Gramsci fosse un “democratico” o un “pacifista”. Tutt’altro: una costante del pensiero gramsciano era quella di spingere le masse verso una rivoluzione "sulla falsariga di quella russa": il che equivaleva dire di far pagare all’Italia uno scotto di centinaia di migliaia di morti.
   Pochi sanno che le prime azioni squadristiche non erano di “marca fascista”- in quanto avvenute nell’inverno 1918-primavera 1919, cioè quando il fascismo non era ancora nato – ma “rosse”; avvenivano principalmente nell’Emilia-Romagna; e obiettivi erano i contadini di quelle terre restii ad iscriversi ai sindacati socialisti. Ebbene, in un dibattito alla Camera Gramsci ebbe l’impudenza di rimproverare Mussolini per l’uso della violenza praticata dai fascisti; al che Mussolini replicò ricordando che fu proprio il suo compagno di partito, Bordiga, a giustificare l’uso della violenza. Nella controreplica Gramsci superò se stesso sostenendo: "Noi siamo sicuri di rappresentare la maggioranza della popolazione, di rappresentare gli interessi più essenziali della maggioranza del popolo italiano; la violenza proletaria è perciò progressiva e non può essere sistematica. La vostra violenza è sistematica e sistematicamente arbitraria, perché voi rappresentate una minoranza destinata a scomparire". Una controreplica, quella di Gramsci, che ben si allinea a quanto da lui stesso sostenuto, e cioè che "una menzogna in bocca a un comunista è una verità rivoluzionaria". Infatti, quando mai la maggioranza del popolo italiano era di marca rossa’?
   Dopo la svolta del 1925, quando il Fascismo assunse un atteggiamento“autoritario”, Gramsci costituiva un motivo di disturbo. Venne arrestato l’8 novembre 1926; dapprima fu rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, quindi tradotto a Ustica dove giungerà il 7 dicembre. Nel 1928 il Tribunale Speciale lo condannò a venti anni di reclusione. Gramsci si rifiutò sempre di inoltrare domanda di grazia.
   Un’altra nota da presentare al signor Massimo Fini viene fornita da Giancarlo Galdi, il quale ha scritto: "Non fu Mussolini a pronunciare la frase “dobbiamo impedire a quel cervello di funzionare per i prossimi vent’anni”. L’autore di questa sciocchezza fu il “togato” Michele Isgrò, pubblico Ministero del Tribunale Speciale (…). Il Duce mostrò nei confronti dell’avversario una silenziosa, fattiva solidarietà per quanto gli era possibile e… consentito". Se Massimo Fini non è d’accordo, si può rivolgere all’autore di questa puntualizzazione.
   Durante la detenzione, sia al confino a Ustica, sia nel carcere di Turi (che in pratica era una “clinica con le sbarre” dove il personale sanitario aveva la prevalenza su quello di sorveglianza), sia, come vedremo, nella clinica Cusumano di Formia, Gramsci poté godere di un trattamento di riguardo e dell’assistenza della cognata Tatiana Schucht.
   In carcere continuò i suoi studi, disponendo anche di libri “sovversivi” che di volta in volta ordinava.
I suoi “Quaderni dal carcere” potevano uscire senza problemi e giungere a quelle persone cui erano destinati, senza che il Governo li avesse mai sequestrarli.
   Fu proprio quanto contenuto nei “Quaderni” ad alienargli le simpatie del Cremlino e, in particolare, del suo “proconsole generale per l’Italia” Palmiro Togliatti. Infatti, per quanto riguarda le lettere inviate da Gramsci alla cognata tra il 1926 e il 1935, lo stesso “Istituto Gramsci” riconosce: "Oggi disponiamo di documenti che testimoniano in modo inequivocabile come Togliatti ritenne che, per motivi politici, interventi manipolatori sugli scritti di Gramsci fossero non solo ammissibili, ma anche necessari". In altre parole, Togliatti manipolava gli scritti del fondatore del Partito Comunista d’Italia secondo i voleri del Cremlino. Giustamente Franco Monaco, nel suo libro “Quando l’Italia era ITALIA”, scrive: "Nemici implacabili di Antonio Gramsci furono gli stessi comunisti, poiché il suo leninismo non combaciava con lo stalinismo vigente in Russia. Nell’Unione Sovietica infieriva il terrore e i comunisti, anche italiani, sparivano nelle prigioni e in Siberia". Così Gramsci fu messo nel “libro nero” dai suoi stessi compagni e ci vuole proprio la loro “faccia di bronzo” per innalzarlo a martire della loro idea. Tanto che – e questo è lo stesso ex segretario di Togliatti, Massimo Caprara, a ricordarlo: "Togliatti-Ercoli ostacolò lo scambio di prigionieri sostenuto dal Vaticano che Mussolini avrebbe accettato e che avrebbe consentito la liberazione di Gramsci".
   La malattia che accompagnava sin dalla nascita il grande pensatore comunista progrediva sempre più; ne fa testimonianza lo storico del PCI, Paolo Spriano, che nel suo libro “Gramsci”, denuncia: "L’insonnia lo tormenta (…). Tra il 1931 e il 1934 si palesano lesioni tubercolari polmonari, fatti di depressione cardiaca, attacchi artritici, nefriti, piorrea alveolare".
   Il 5 novembre 1932, in occasione del decennale della Marcia su Roma, con Regio decreto gli fu ridotta la pena a dodici anni e quattro mesi e anticipata la decorrenza dal 20 gennaio 1927.
Nel 1933 Gramsci, colpito da una nuova grave crisi, ottenne il trasferimento dal carcere di Turi alla clinica Cusumano di Formia, non prima di essere stato assistito dai migliori clinici del tempo, quali Arcangeli, Liccione, Saporito.
   Fu per diretto intervento di Mussolini che venne emesso, il 25 ottobre 1934, un decreto per la libertà condizionata. A Gramsci venne proposto di essere ricoverato nella clinica “Quisisana” specializzata in malattie polmonari.
   Così egli scrisse il 3 novembre 1933 a Novelli direttore del Ministero di Grazia e Giustizia: "Ho ricevuto dai miei familiari l’annuncio che S.E. il Capo del Governo ha concesso che io sia ricoverato in una casa di cura privata e nello stesso tempo mi è stato comunicato l’ammontare della spesa giornaliera (…). La spesa è tale da escludere un mio soggiorno, in questa casa, sufficientemente lungo da permettere una cura razionale e organica delle mie sofferenze (…)".
Mussolini venuto a conoscenza della questione “costose spese”, la risolse con un decreto che stabiliva: "un ex detenuto in quanto libero, ma sorvegliato, ha il diritto di essere assistito dallo Stato".
Diamo di nuovo la parola a Spriano: "Terminato il periodo di libertà condizionale, Gramsci riacquista la piena libertà nell’aprile 1937. Il 25 è colpito da emorragia cerebrale. Nel primo pomeriggio del 27 aprile Gramsci muore. E’ assistito sino all’ultimo dalla cognata Tatiana. Le sue ceneri, chiuse in un’urna, vengono inumate nel Cimitero degli Inglesi".
   Al momento del trapasso, erano presenti oltre a Tatiana, anche i professori Frugoni e Puccinelli.
La menzogna che Antonio Gramsci morì da detenuto nelle carceri fasciste naufraga miseramente di fronte ai fatti: il pensatore comunista morì da uomo libero in un appartamento al numero 2 di Via delle Alpi a Roma, dove era andato a vivere insieme alla cognata Tatiana.
   E se Gramsci fosse stato portato in Urss dopo lo “strappo” antistalinista da lui effettuato, quale sarebbe stata la sua sorte? Risponde Dario Fertilio su il “Corriere della Sera”  del 10 marzo 1996: "Certo la malattia l’avrebbe ucciso comunque, ma Dio solo sa che cosa gli avrebbero fatto se avesse cominciato ad esprimere pareri".
   Centinaia di comunisti italiani rifugiatisi nel “Paradiso sovietico” trovarono orribile morte     - uccisi dai loro compagni di fede - per molto, ma per molto meno di quanto il pensiero di  Gramsci aveva deviato dalla linea imposta da Stalin.
   Sin qui la storia di Antonio Gramsci, ora passiamo a quella di Matteotti.
   Matteo Matteotti era il figlio di Giacomo Matteotti. Matteo rilasciò questa intervista al giornalista Marcello Staglieno, intervista pubblicata su Storia Illustrata del novembre 1985. Di questa ne riporto uno stralcio: "(…). Matteo Matteotti: nel 1924, dopo l’uccisione di mio padre, i giornali – ma non solo quelli – parlarono della denuncia che avrebbe dovuta essere portata da Giacomo Matteotti davanti alla Camera, riferendosi in particolare a un dossier contenuto nella sua cartella il giorno del rapimento, che riguardava appunto, assieme alle bische, i petroli.
   Staglieno: Suo padre aveva realmente con sé quel dossier?
  M. Matteotti: non ho le prove materiali. Però uno storico serio come Renzo De Felice afferma che le insistenti voci di un delitto affaristico “non possono essere lasciate cadere a priori”".
   Dopo aver chiamato in causa la Sinclair, la Anglo Persian Oil, la Loggia massonica, The Unicorn and the Lion, fu la volta di Vittorio Emanuele III, interessato ad entrare nei giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico.
   Così l’intervista continua:
   Staglieno: Benito Mussolini non aveva alcun interesse a far uccidere suo padre…
  M. Matteotti: Mussolini voleva – fin dal 1922, subito dopo la marcia su Roma – riavvicinarsi ai socialisti. Il 7 giugno 1924, quando già il delitto era in piena fase di progettazione, pronunciò un discorso che era un appello alla collaborazione rivolto proprio ai socialisti (…). Ci sono in proposito due testimonianze: quella di Giunta e quella di Carlo Silvestri. Anzi a quest’ultimo, come risulta da una sua deposizione al processo Matteotti rifatto nel 1947, fu proprio Mussolini in persona a dichiararlo, aggiungendo che Matteotti era stato vittima di loschi interessi. No, il duce non aveva alcun interesse a farlo uccidere: si sarebbe alienato per sempre la possibilità di una alleanza con i suoi vecchi compagni, che non finì mai di rimpiangere (…).".
   Povero Matteo Matteotti, non l’avesse mai dette certe verità! Il giorno dopo fu costretto a rimangiarsi tutto. Non è questa la repubblica nata dalla resistenza? Il Duce non deve, sottolineo DEVE essere l’artefice di ogni mascalzonata? Quindi DEVE (anche se la logica, la sua personalità, le prove dimostrano il contrario) DEVE, ripeto, essere stato l’autore anche della morte di Giacomo Mateotti.
   Illustriamo meglio citando il più fiero accusatore di Mussolini all’epoca dell’assassinio di Giacomo Matteotti: cioè quel Carlo Silvestri, poco sopra menzionato. Carlo Silvestri fu interlocutore e confidente di Mussolini all’epoca della Repubblica Sociale e ne sostenne l’innocenza quando prese parte, come testimone, al processo Matteotti che si tenne a Roma a Febbraio 1947. Silvestri sostenne che Matteotti fu ucciso per sbarrare la strada a qualsiasi pacificazione e il suo cadavere "fu gettato tra il socialismo e Mussolini". Sempre secondo Silvestri, la creazione di una Repubblica sociale dopo l’8 settembre, ebbe il merito di rimettere il socialismo all’ordine del giorno. Ne fu convinto quando nei suoi contatti con Mussolini sul lago di Garda, soprattutto verso la fine del 1944, scoprì che il suo interlocutore stava coltivando, in circostanze molto diverse, un progetto molto simile a quello del 1924: consegnare la Repubblica Sociale, al momento della disfatta, al partrito socialista. L’operazione fallì, fallì per opera soprattutto di Sandro Pertini, perché questi, al contrario del tiranno, voleva il sangue, sangue che ottenne.
   Se il signor Massimo Fini non fosse convinto di quanto abbiamo sostenuto, presenti le prove della colpevolezza di Mussolini circa quell’odioso omicidio e diventerà ancora più famoso di quanto oggi non sia.
   Passiamo ora all’omicidio Rosselli. Gradiremmo prima citare un pensiero di Antonio Falcone (Storia Verità, n° 20): "Questo tipo di risorsa propagandistica è stato gestito dall’antifascismo con un’abilità e un professionismo che i fascisti erano lontani dal possedere. I nomi di Giacomo Matteotti, di don Giovanni Minz-oni, dei fratelli Rosselli – per citare i più sfruttati – sono stati quasi mitizzati da una agiografia che non ha nulla da imparare dal martirologio cristiano. Nello stesso tempo vengono ignorati come mai esistiti, i nomi di Armando Casalini, di Giulio Giordani, di Aldo Sette, di Giovanni Berta, di Nicola Bonservizi e di tanti altri fascisti, non caduti in conflitti, ma assassinati a sangue freddo".
    La storiografia ufficiale attesta: "Carlo Rosselli fece ritorno in Francia (dalla Spagna dove aveva preso parte alla guerra civile, nda), e cadde, insieme al fratello Nello, sotto il pugnale dei “cagoulards” (incappucciati), che agivano dietro ordine del governo fascista". La verità è completamente diversa, come dimostra lo storico Franco Bandini nel documentatissimo volume Il cono d’ombra. I due fratelli Rosselli vengono assassinati  tra le 19,30 e le 19,40 il 9 giugno 1937 a Bagnoles-de l’Orne. Franco Bandini descrive esattamente cosa avvenne quel giorno; poi scrive: "Filliol (uno degli assassini) fruga febbrilmente i cadaveri di ciò che i due fratelli hanno con loro, nulla viene toccato, né denaro, né assegni. In realtà Filliol cerca un’unica cosa: un pacchetto di documenti che si trovava nella giacca di Carlo e come ricordato da Bandini (Filliol) se ne impadronisce con un grugnito di soddisfazione". Il lunedì 14 giugno “Le Figaro” esce con due sensazionali titoli: "Carlo Rosselli, amnistiato dal governo italiano, stava rientrando nel suo paese. I documenti segreti in suo possesso sono alla base del crimine". Per concludere, Franco Bandini, nel citato volume, riporta documenti che dimostrano che il capo dei “cagoulards”, l’ingegnere Eugène Deloncle, lavorava per conto della sovietica NKVD. Della stessa opinione è Paolo Pellitteri, nel suo libro “Il conformista indifferente e il delitto Rosselli”. Ė accertato che i fratelli Rosselli, dopo la scioccante esperienza spagnola, avevano abbandonato il fronte, probabilmente perché disgustati dalla violenza dei rossi che proprio il mese precedente avevano massacrato i compagni di lotta, gli anarchici. Il fatto era avvenuto il 7-8 maggio 1937 a Barcellona. A seguito di ciò, i fratelli Rosselli avrebbero maturato l’idea di rientrare in Italia con documenti importanti. Questo potrebbe essere stato il movente del loro assassinio. Altro che il “governo fascista”!. A proposito di questo, mai si è fatta la storia dei rapporti esistenti tra i fuorusciti e il Governo fascista. I fuorusciti, allo scadere del visto sul passaporto, si presentavano ai rispettivi Regi Consolati per il rinnovo che era regolarmente concesso. Questo non veniva negato nemmeno ai più tenaci avversari del Governo italiano, come risulta dalla ricca documentazione riposta nell’Archivio centrale dello Stato. In mancanza del rinnovo, gli Stati ospitanti si sarebbero visti in diritto di pretendere l’espatrio.
   Ora esaminiamo l’accusa del “criminale uso dell’iprite in Abissinia”.
   Allora, gli italiani nella guerra etiopica usarono o no i gas asfissianti?  Prima  di entrare nel merito sarà bene ricordare che  quando  l’Italia affrontò quell’impresa, Francia e Inghilterra profetizzarono che, qualora il nostro Paese fosse riuscito a vincere quella guerra, questa sarebbe durata non meno di cinque anni e con perdite inimmaginabili.  Grande  fu  lo scorno della “Perfida Albione” allorquando quel  conflitto  si risolse  per  noi vittoriosamente in una manciata di mesi.  Ecco  allora venir fuori la calunnia: “Hanno vinto perché usarono i gas asfissianti”. E’  sempre difficile tentare di confutare certi argomenti,  quelli  cioé che riguardano “il feroce volto del fascismo”, il minimo che può capitare al malcapitato che si dovesse avventurare nell’impresa sarebbe quella di essere marchiato di “revisionismo”, il che equivale ad una infamia.
   Ascoltiamo ora qualche testimonianza di chi quella esperienza la visse.
Montanelli in data  12 gennaio 1996 su “Il Messaggero” ricorda: "Se la guerra a cui ho partecipato  corrisponde  a questi connotati, vuol dire che io  ne  ho  fatta un’altra.  Che non c’ero. Ma quali gas?". Alla domanda: "Lei continua  a non credere nei gas?" Montanelli rispose: "Vorrebbe dire che ero  cieco, sordo, imbecille. No, guardi di quelle cose non c’era traccia. Una  cosa sono  le  carte, che possono anche essere scritte  per  la  circostanza, un’altra le testimonianze vissute".
Pietro  Romano,  “Il Giornale” del 18/2/96: "All’epoca ero  un  semplice gregario  del gruppo Diamanti. Poiché il mio reparto, come  è  risaputo, operò  sempre  in  avanguardia nel Tigrai e altrove,  nessuno  dei  suoi gregari  sarebbe sfuggito alle contaminazioni, se fossero stati usati  i gas (...). Posso assicurare che i gas non furono mai usati".  Il  Colonnello  Giuseppe Spelorzo in data 18/3/96 mi  ha,  fra  l’altro, scritto: "Ho la buona sensazione che il Sig.... e gli altri cretinissimi italiani ne sappiano molto meno di me. Già, io ho avuto la ventura di percorrere  tutto  l’Impero  A.O.I. (...) mai  sentito  parlare  di  gas (...)". Sempre il Colonnello Spelorzo, ma in data 12/6 ha ribadito:  "I gas!  Nessun  militare del nostro esercito conquistatore era  dotato  di maschere antigas! Ne sono testimone vivente: sbarcato a Mogadiscio il 24 giugno 1935, rimbarcato a Massaua il 28  marzo 1938!". Il sig. Giovanni De Simone  su  “Il Giornale d’Italia” del 23 marzo 1996: "(...) In A.O.I. non vennero usati i  gas.  Se così fosse stato io sarei stato il primo a  saperlo  prestando servizio al Sim ove giungevano decrittati tutti i messaggi della  intera rete  radio  del nemico captati dal “Centro  intercettazioni”  di  Forte Bracci;  un vero libro aperto per noi in possesso di “decifratore”.  Mai rilevata una parola sui gas"
   E  ancora “Il Giornale d’Italia” del 29/4/96, il Sig. Giulio  Del  Rosso testimonia: "Posso tranquillamente affermare che nel settore del  fronte etiopico,  dal fiume Mareb, confine fra l’Eritrea e l’Etiopia,  fino  al Lago  Tana  (oltre 1000 Km. pedibus calcantibus) ove ha operato  il  VI° Corpo d’Armata, comandato dal generale Babbini e del quale faceva  parte il mio reparto, non sono mai stati impiegati gas tossici. Avevo raggiunto,  io,  Addis  Abeba dopo le ostilità ed avevo  avuto  l’occasione di contatti con commilitoni provenienti da altri fronti e da altre località ove  si susseguirono battaglie cruente e sanguinose, non ho mai  sentito la parola ‘gas’ (...). Altra perla, me la riferì una graziosa francesina incontrata  a  Firenze nel ‘37, secondo la quale  giornali  francesi  ed inglesi riportavano che noi Cc.NN. avremmo mangiato a colazione  bambini abissini".
   Lo  stesso Winston Churchill nella sua “La Seconda Guerra  Mondiale”,  a pag. 210, esclude l’uso dei gas nei seguenti termini: "I gas asfissianti sebbene di sicuro effetto contro gli indigeni non avrebbero certo accresciuto prestigio al nome d’Italia nel mondo".
   Vittorio  Mussolini che all’epoca era al comando di una  squadriglia  di bombardieri  mi disse: "Mai usati i gas. E  noi  dell’aeronautica  che avremmo  dovuto trasportarli e sganciarli, dovevamo pur esserne a  conoscenza".
Ė cosa nota (o almeno dovrebbe essererlo) che ai prigionieri caduti in mano abissina venivano riservati  trattamenti diabolici: l’evirazione era la norma comune.
   Non è male ricordare un fatto che traumatizzò l’opinione pubblica nazionale: il 13 febbraio 1936 a Mai Lahlà operava, ubicato  imprudentemente oltre  il  Mareb, un cantiere Gondrand. Su questo opificio  piombò  una banda di 2000 guerriglieri abissini al comando del Ras Immirù, che  dopo aver ucciso in modo atroce tutti gli operai, torturò, come  sapevano fare, l’ingegnere milanese Cesare Rocca fino ad ucciderlo. Violentarono  ripetutamente  la moglie Lidia Maffioli e, prima  di  finirla,  le misero in bocca i testicoli del marito. Nel caso del genere, contro gli autori di simili misfatti, l’uso dei gas sarebbe stato più che motivato; il diritto di rappresaglia era previsto dalle Convenzioni de l’Aja e quanto avvenuto a Mai Lahlà ne sanciva la legittimità.
   Citiamo una nuova testimonianza, questa volta di Alberto Franci (Voce del Sud, 18/5/1996): "Chi scrive, allora giovanissimo, seguiva attentamente le operazioni belliche attraverso la stampa italiana ed estera, e ricorda ancora qualche episodico impiego di gas contro gli Etiopi, ma a puro scopo di rappresaglia, a causa di violazioni di norme internazionali commesse dalle formazioni etiopiche (…). Ricordo ancora con raccapriccio,  l’episodio del tenente pilota Minniti, sul fronte dell’Ogaden,  che, costretto all’atterraggio, si difese con la rivoltella, finché sopraffatto e catturato venne inesorabilmente torturato e, alla fine, evirato (…). Inoltre dovrebbe risultare che il Governo italiano più volte inoltrò formali proteste alla Società delle Nazioni (in Ginevra) per il sistematico impiego – da parte etiopica – dei micidiali proiettili dum-dum che, all’impatto, si frantumavano producendo ferite gravissime e, quasi sempre inevitabili mutilazioni. Perciò le dum-dum erano bandite dalle Convenzioni (…)". Per quanto mi risulta i casi del cantiere Gondrand, del tenente Minniti e delle pallottole dum-dum non vengono ricordati dai sostenitori delle atrocità fasciste. Perché?. Ed ora giungiamo ai  telegrammi di autorizzazione; telegrammi che si trovano nell’Archivio di Stato di Roma.   Il 2 gennaio 1936 il capo del fascismo telegrafa a Graziani e per conoscenza a Badoglio: "Approvo pienamente bombardamento rappresaglia e approvo fin da questo momento i successivi, soltanto cercare di evitare le istituzioni internazionali della Croce Rossa".
Evidentemente si era in attesa delle decisioni ginevrine in merito alle attività irregolari degli etiopi e della loro condanna, tre giorni dopo e precisamente il 5 gennaio, Mussolini inviò a Badoglio il seguente telegramma: "Sospenda l’impiego dei gas sino alle riunioni ginevrine a meno che non sia reso necessario da supreme necessità offese aut difesa.". I toni duri si ripetono nel telegramma “Segreto”, sempre a Badoglio, del 29 marzo: "Dati metodi di guerra del nemico le rinnovo autorizzazione impiego gas di qualunque specie e su qualunque scala". Il 10 aprile un nuovo telegramma, questa volta a Graziani, il Duce ordina: "Non faccia – dico: non faccia – impiego di mezzi chimici sino a nuovo ordine". Pochi giorni dopo, il 17 aprile, un nuovo telegramma ordina: "Visto che gli abissini continuano a impiegare le pallottole dum-dum – autorizzo V.E. – se lo ritiene necessario – all’impiego dei gas a titolo di rappresaglia – esclusa l’iprite". Per inciso è da notare che il Duce usava il Lei che, in teoria, il regime aveva abolito.
   Gli episodi sopra indicati (che poi non erano tali, ma la norma), non erano  “propaganda fascista”, ciò è dimostrato dal fatto che vennero denunciati anche  dai Governi  pre-fascisti,  in occasione  delle disastrose  spedizioni effettuate  in  quel periodo e in quelle località. In  merito  a  quegli avvenimenti  accaduti alla fine del XIX secolo, il Del Boca. sostenitore dell’uso dei gas,  attesta: "E  se  la prima guerra d’Africa fu condotta  in  maniera  cavalleresca, quella intrapresa dal fascismo fu invece di sterminio (!) e di sopraffazione". Non so se queste dichiarazioni possono essere tacciate di  impudenza  o di cos’altro; infatti evirare i prigionieri e sotterrarli  vivi (notizie di fonte inglese) era una “maniera cavalleresca” di condurre la guerra.  Altra testimonianza interessante è quella dello storico scozzese Denis M. Smith, non certo sospettoto di nutrire simpatie  per il regime mussoliniano, esprime uguali perplessità;  nella  sua biografia  su “Mussolini” riconosce che: "L’impiego dei gas è  forse  un fatto  meno  rilevante dei grandi sforzi prodigati  per  celarlo  (...) contrastava  con  la  missione civilizzatrice (...) e  la vittoria  con atrocità illegali avrebbe danneggiato il prestigio fascista".
 Anni fa prima di compilare un articolo su questo argomento, contattai il  generale  Angelo Bastiani, presidente del gruppo Medaglie d’Oro, recentemente  scomparso.  Alla mia domanda, sdegnato mi rispose: "E’ una vigliaccata, rieccoci con le carognate. Io e i miei indigeni eravamo le avanguardie di ogni assalto, ci avrebbero almeno dato le maschere antigas. Alla battaglia conclusiva di Maiceo, al lago Ashraghi, quella a cui partecipò anche il Negus; perché  lui  che  ne avrebbe avuto tutto l’interesse mai  disse  che  lo combattemmo coi gas?".
      Giro  le  domande al signor Massimo Fini che ne sa più di me: 1) perché nessun milite italiano fu  mai  fornito  di maschere antigas? 2) Perché il Negus, benché fosse di casa alla  Società delle  Nazioni,  mai denunciò l’uso di ‘armi illegali’  da  parte  degli italiani?
   Altro argomento interessante proposto dal signor Massimo Fini: le ignobili leggi razziali.
   Per dimostrare quanto fosse malato di xenofobia il fascismo, ricordiamo che nella 179° riunione del Gran Consiglio del Fascismo, tenutasi il 26 ottobre 1936, venne approvata una mozione che stabilisce “che le quattro province della Libia entrano a far parte del territorio nazionale”. Questo provvedimento non fu che l’estensione del R. D. 8 aprile 1937 XV n° 431, nel quale l’articolo 4 riconosce: "una cittadinanza italiana speciale per i nativi mussulmani delle quattro province libiche che fanno parte integrante del Regno d’Italia". Un decreto veramente rivoluzionario: mai nulla di simile era stato realizzato da alcun paese coloniale, dove i nativi venivano sfruttati come schiavi e le loro terre depredate di tutti i beni. L’Italia fascista concesse loro, invece, la parità di diritti come un qualsiasi altro italiano. (I libici furono definiti Italiani della Quarta Sponda).
   Passiamo alle Leggi razziali. Winston Churchill (La Seconda Guerra Mondiale, Vol. 2°, pag. 209: "Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi dall’altra parte, la Germania non era più sola". Renzo De Felice osserva: "Una volta che Musolini fu gettato nelle braccia della Germania di Hitler, era impensabile che anche l’Italia  non avesse le sue leggi razziali". Chi scrive queste note è convinto assertore che, se sono esistite le camere a gas, solo l’Italia fascista salvò migliaia di ebrei. In proposito – dato che ho abusato troppo dello spazio – citerò solo una osservazione  dello storico ebreo Léon Poliakov (Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, pagg. 219-220): "Mentre, in generale, i governi filofascisti dell’Europa asservita non opponeva che fiacca resistenza all’attuazione di una rete sistematica di deportazioni, i capi del fascismo italiani manifestarono in questo campo un atteggiamento ben diverso. Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico (…)".  
   "L’errore fatale" ha scritto Massimo Fini "Entrare in guerra impreparati". Allora. Mussolini ha voluto la guerra? Rubo le parole di Totò e dico: "Ma fatemi il piacere!". La guerra l’hanno voluta, preparata e ottenuta i Paesi democratici, così come aveva profetizzato Bernard Shaw nel corso di un’intervista concessa al Manchester Guardian nel 1937. Bernard Shaw disse: "Le cose da Mussolini già fatte lo condurranno prima o poi ad un serio conflitto con il capitalismo".
  Dato che non posso pretendere altro spazio, presento solo pochi altri argomenti. Ancora una volta cito un pensiero dello storico Rutilio Sermonti, perché in poche parole esprime quel che realmente si verificò in quegli anni (L’Italia nel XX Secolo): "La risposta poteva essere una sola: perché esse volevano un generale conflitto europeo, quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla realtà storica:  soprattutto dell’Italia".
E i fatti e documenti (solo questi parlano, signor Massimo Fini, non le chiacchiere!). Ecco cosa disse l’ex ambasciatore Pietro Gerbore a Piero Buscaroli nell’aprile 1973 nel corso di un’intervista: "C’è un documento unico. Di rado nella storia della diplomazia, una decisione come quella del 10 giugno 1940 è illuminata  da un retroscena  altrettanto minuzioso  e coerente. Non è sconosciuto, i pochi intenditori lo chiamano dal nome del suo autore: IL RAPPORTO PIETROMARCHI". Ci credo che sia poco conosciuto e trascurato, perché Luca Pietromarchi, Capo dell’Ufficio Guerra Economica, presentò il suo primo Rapporto a Mussolini l’11 maggio 1940 (un secondo fu presentato l’8 giugno seguente). Con questi Rapporti Luca Pietromarchi illustrava come la marina anglo-francese abbia effettuato 1340 casi di abbordaggio e di sequestro di nostri bastimenti e navi di linea violando ogni legge internazionale. Da questi documenti, che provengono dall’Archivio del Ministero degli Esteri, si evince al di là di ogni ragionevole dubbio, quali mezzi di provocazione siano stati messi in atto da chi volle effettivamente un generale conflitto europeo.
   Prima di concludere, desidero ricordare che Mussolini, il 31 marzo 1940, preparò un piano strategico che sottopose prima a Vittorio Emanuele III  e, quindi, al Capo di Stato Maggiore Pietro Badoglio e ai più alti gradi militari. Nel memoriale (conosciuto col nome di Promemoria 328) il Duce motivava la necessità del nostro intervento militare; fra l’altro ammoniva: "Non possono esserci ulteriori indugi, perché altrimenti noi corriamo dei pericoli maggiori di quelli che sarebbero potuti essere provocati da un intervento prematuro (…)". Sia il Re che i Capi militari (tutti) trovarono il Promemoria 328 di “una logica geometrica”. Quindi analizzava: "Credere che l’Italia possa rimanere estranea fino alla fine è assurdo e impossibile. L’Italia non è accantonata in un angolo dell’Europa come la Spagna, non è semi- asiatica come la Russia, non è lontana dai teatri d’operazione come il Giappone e gli Stati Uniti, l’Italia è in mezzo ai belligeranti tanto in terra quanto in mare. Anche se l’Italia cambiasse atteggiamento e passasse armi  e bagagli ai franco-inglesi, essa non eviterebbe la guerra con la Germania. Guerra che l’Italia dovrebbe sostenere da sola (…)". Un’altra osservazione Mussolini ha omesso: i tedeschi non hanno dimenticato lo scherzetto che l’Italia riservò loro nel maggio 1915, quando pur essendo loro alleata, tradì l’alleanza e fece loro guerra.
   Ora analizziamo la situazione geografica-militare-politica a metà 1940: la Germania era padrona della quasi totalità dell’Europa, con un esercito potentissimo che si affacciava al Brennero. La Russia alleata di Hitler, Roosevelt garantiva gli americani (truffaldinamente) che “non un americano morirà per le guerre europee”, gli eserciti franco-inglesi erano in rotta, tallonati da quello tedesco. In questa situazione Mussolini si trovò di fronte a tre e solo tre alternative: neutralità (ma Hitler aveva già invaso Belgio, Danmarca, Olanda ecc, Paesi neutrali), guerra alla Germania (una pazzia!), guerra a fianco della Germania; oltretutto, come ebbe a dire Churchill in quel periodo “nessuno avrebbe scommesso un penny sulla possibilità di resistenza della Gran Bretagna. Vorrei avere un parere da Massimo Fini: quale di queste tre soluzioni avrebbe suggerito a Mussolini?
Termino citando un giudizio del più grande giornalista e storico Svizzero Paul Gentizon: “Tutto ciò che ha fatto il Fascismo è consegnato alla Storia. Ma se c’è un nome che, in tutto questo dramma, resterà puro e immacolato, sarà quello di Mussolini (…)” (Les Mois Suisse, maggio 1945).
   Sarà la Storia, non i vari Massimo Fini, a dare il giudizio definitivo!