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giovedì 4 agosto 2011
Prove per incriminare Bernanke, Geithner e Obama
RIFORMA DEL PROCESSO TRIBUTARIO
È URGENTE E IMPROCASTINABILE UNA VERA RIFORMA DEL PROCESSO TRIBUTARIO Con le recenti misure economiche il legislatore ha compromesso seriamente il diritto di difesa del contribuente, costituzionalmente garantito (art. 24 della Costituzione), soprattutto dopo che sono state modificate le regole dell’accertamento esecutivo a far data dal 01 ottobre 2011. Infatti, con un primo intervento (D.L. n. 70/2011, convertito in legge n. 106/2011), ha reso esecutivo l’avviso di accertamento (a far data dal 1° ottobre 2011) e limitato a 180 giorni la pronuncia del giudice per la sospensiva, pena il pagamento immediato del terzo della maggioreimposta accertata, anche su semplice base presuntiva. Con un secondo intervento (D.L. n. 98/2011, convertito in legge n. 111/2011), il legislatore ha riordinato parzialmente la giustizia tributaria modificando le ipotesi di incompatibilità di cui all’art. 8 D.Lgs. n. 545/92. In particolare, a fronte di una generalizzata esclusione di tutti i professionisti iscritti ad un albo (avvocati, dottori commercialisti, consulenti del lavoro), si consente la partecipazione nei collegi giudicanti degli avvocati dello Stato a riposo e dei superispettori del fisco, compromettendo seriamente anche l’apparenza di terzietà ed imparzialità del giudice tributario nei confronti del cittadono-contribuente. Con dette modifiche di fatto il legislatore ha reso difficile il diritto di difesa del cittadino-contribuente che, con la riduzione drastica dei termini per le sospensive (180 giorni) nonché la inevitabile paralisi certa della giustizia tributaria a seguito delle ipotesi di incompatibilità tout-court,difficilmente potrà evitare il pagamento delle maggiori imposte accertate, anche presuntivamente. Le suddette riforme mettono seriamente in pericolo i principi di autonomia ed indipendenza della magistratura tributaria e ne travolgono l’attuale assetto in modo irrazionale ed incostituzionale. In definitiva, con le attuali modifiche, potremmo avere collegi giudicanti composti da magistrati militari - magistrati contabili - avvocati dello Stato a riposo - ispettori tributari - casalinghe con la laurea in giurisprudenza o in economia e commercio conseguita da almeno due anni - ufficiali della Guardia di Finanza cessati dalla posizione di servizio permanente effettivo prestato per almeno dieci anni - pensionati;- imprenditori - agenti di assicurazioni - commercianti - artigiani - docenti scolastici - magistrati onorari; - giudici di pace. Bisogna tener conto che, attualmente, la composizione delle C.T. è del 23,9% di magistrati togati e del 76,1% di giudici non togati. Pertanto è necessario modificare tale stato di fatto e, anche in prospettiva della generale riforma fiscale, è importante riformare totalmente e seriamente il processo tributario per consentire un efficace esercizio del diritto di difesa costituzionalmente garantito. I principi da rispettare sono i seguenti: - dipendenza delle Commissioni tributarie dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e non più dal Ministero dell’economia e delle finanze, che è una delle parti in causa ed ha interesse a non volere un “vero” processo dove il contribuente possa efficacemente difendersi, senza limitazioni, dinanzi ad un giudice terzo, indipendente ed imparziale, anche all’apparenza; - il giudice tributario deve essere a tempo pieno e con specifica competenza professionale, tenuto conto della difficoltà e particolarità della materia fiscale e non si può consentire, come oggi, che, per esempio, una semplice casalinga con la laurea in giurisprudenza o ineconomia e commercio presa da almeno due anni possa comporre un collegio giudicante; - il giudice tributario deve essere adeguatamente pagato e non umiliato, come oggi, con € 25 a sentenza depositata, pagati a distanza di anni e senza più tassazione separata; - le parti (pubbliche e private) devono essere poste sullo stesso piano processuale e senza limitazioni nella fase istruttoria, - la norma deve prevedere la possibilità di conciliare anche in grado di appello, logicamente riparametrando le sanzioni, nonché lapossibilità di ottenere le sospensive anche in grado di appello, per evitare una buona volta per tutte il contrasto interpretativo recente tra la Corte Costituzionale ed alcuni giudici di merito che ancora oggi negano in grado di appello la sospensiva delle sentenze impugnate; - in prospettiva della riduzione dei riti processuali prevista dal nuovo codice di procedura civile, il processo tributario deve essere disciplinato e gestito come un “vero” processo ordinario, con l’auspicio, peraltro, che possa essere inserito nella riforma della Costituzione. L'attuale strategia del Ministero dell’economia e delle finanze, con le recenti norme intrdotte, è quella di costringere il contribuente a pagare o conciliare senza dover ricorrere al giudice tributario e il cittadino-contribuente rischia di trovarsi dinanzi a giudici non professionalmente competenti ed in aggiunta con sensibili limiti istruttori nella fase difensiva. Le Commissioni tributarie non devono fare cassa a tutti i costi ma decidere con giustizia, competenza, equilibrio ed indipendenza da qualsiasi parte processsuale. Necessita pertanto, e con urgenza, una vera e completa riforma strutturale della giustizia tributaria, con giudici tributari professionalmente competenti, a tempo pieno, senza limitazione a diritto di difesa e, soprattutto, senza il controllo e la gestione del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che è una delle parti in causa. Renato Brillo |
Fronte comune: gli Usa e la destrutturazione
Fronte comune: gli Usa e la destrutturazione planetaria delle nazioni
E, in definitiva, qual è stato il vero motivo del contendere? Strano a dirsi e paradossale ad ammetterlo ma si tratta soltanto di legalizzare una funzione giuridica attraverso formule diverse dove però il problema di fondo, non solo è rimasto, a intesa raggiunta, irrisolto ma non viene proprio affrontato nelle sue cause scatenanti che altro non sono che cause da ricercare all’interno del “sistema americano”.
Alzare il livello di debito ammesso e consentito attraverso l’emissione di altra moneta a debito, significa continuare ad invadere il mondo con carta straccia chiamata dollaro che, per convenzione imposta unilateralmente con le armi, è lo strumento che regola le transazioni commerciali e finanziarie a livello planetario; e nemmeno il tanto decantato Obama si arrischia a fare l’unica mossa utile, la nazionalizzazione della Federal Reserve per il recupero della sovranità monetaria!
E tutto ciò comporta, da parte della cricca usurocratica anglosassone, di poter continuare a scaricare gli effetti del debito sugli altri arricchendosi e destabilizzando contestualmente la vita politica ed economica dei popoli e delle nazioni rese schiave con la forza delle armi e con il ricatto economico.
A rendere ancora più drammatica la situazione il fatto che i popoli sono volutamente tenuti all’oscuro sul meccanismo perverso del signoraggio e dell’usura da parte di una classe politica di governo e di opposizione servile ed in stato di totale sudditanza nei confronti della cupola plutocratica.
L’Italia sta vivendo uno dei suoi momenti peggiori in cui il masochismo e la rassegnazione sono gli stati d’animo dominanti di un popolo sottoposto ad una serie di provvedimenti punitivi finalizzati ad un progressivo impoverimento economico e morale ed alla perdita definitiva ed irreversibile della propria identità nazionale.
Assiste impotente e senza reagire alla destrutturazione dell’organismo “stato-nazione”, che è l’obiettivo finale di quel mostro senza volto e senza patria che vuole dominare il pianeta.
In tale contesto non c’è che da prendere atto che occorre aprire - senza indugio - la successione ai sistema politico-istituzionale imposto all’Italia dai vincitori della II Guerra mondiale, se vogliamo ancora sperare di poter vivere da uomini liberi.
Il lungo dopoguerra è durato anche troppo! Si tratta soltanto, da parte delle componenti di quel “Fronte Comune” che si sta coagulando attorno a “Rinascita”, di verificare se lo stesso sarà all’altezza di rivendicare il diritto alla successione. Liberiamoci dai liberatori, il nostro grido di battaglia, ma non solo: definiamo al più presto i “postulati” per un’azione politica costruttiva.
Maurizio Canosci
Stelvio Dal Piaz
arezzo
martedì 2 agosto 2011
La crisi economica e la soluzione per superarla
TENTATIVO DELLE LOBBY BANCARIE DI FAR CADERE IL GOVERNO
TENTATIVO DELLE LOBBY BANCARIE DI FAR CADERE IL GOVERNO
ECONOMIA. SCILIPOTI (MRN): TENTATIVO DELLE LOBBY BANCARIE DI FAR CADERE IL GOVERNO
Roma 02.08.2011: - “Sono convinto dell’importanza di una coesione tra Politica, Confindustria e sindacato, per affrontare al meglio la crisi economica, chiedendo alle banche di restituire agli utenti i 50 miliardi di euro, illegittimamente percepiti negli ultimi 20 anni”. Così l’On. Scilipoti (MRN) in riferimento alla crisi economia che ha investito, in questi ultimi 10 anni, il nostro Paese. “Le aziende migliorerebbero il proprio rating, potrebbero utilizzare le risorse riacquisite e accedere ad ulteriore credito per effettuare investimenti, fondamentali per la ripresa. Le banche, dal canto loro - prosegue Scilipoti – ove non disponessero immediatamente dei 50 miliardi di € da restituire e re immettere nel sistema economico per la crescita e lo sviluppo, potrebbero chiedere in tutto o in parte, il sostegno pubblico attuabile attraverso delle emissioni di speciali obbligazioni che le stesse banche potrebbero restituire nell’arco di un decennio. Il reddito (attuale e dei prossimi 10 anni) dei cittadini, delle famiglie e delle imprese, non presenta - allo stato attuale - dei margini ulteriori per delle manovre economiche volte a reperire risorse per lo sviluppo. E’ inutile - continua Scilipoti - fare pressing sul Governo con la inedita “triplice” , Banche - Confindustria - Sindacati, il cui obbiettivo appare quello di far cadere l’esecutivo, auspicando un ritorno dell'opposizione alla guida del Paese. La sinistra, si sa, è da sempre alleata con il sistema bancario. E’ per questa ragione che invito la Marcegaglia e la Camusso a unirsi a noi, al cospetto dell'ABI e non al suo fianco, affinché siano le banche, restituendo il maltolto, a farsi carico della ripresa economica. Nel 2008, in Francia, negli USA ed in Paesi, sono stati concessi agli istituti di credito dei finanziamenti pubblici per evitarne il tracollo, regolarmente restituiti (compresi gli interessi).Sono stati ben 13 i miliardi di € di Interessi pagati dalle Banche Francesi allo Stato, chesono stati tutti dirottati verso lo sviluppo: finanziando la ricerca scientifica. Le banche, quindi, in Italia, rappresentano un’importante risorsa, tuttora utilizzabile per sostenere la crescita e la Marcegaglia e la Camusso devono schierarsi dalla parte degli oppressi e non degli oppressori.
lunedì 1 agosto 2011
E se tutti i PIIGS facessero come l'ISLANDA ?
Di Chiara Pica
L’islanda, il paese che con le sue eruzioni vulcaniche è stato in grado di bloccare il traffico aereo per giorni, è ora il protagonista di un’eruzione forse ancora più imponente: la rivoluzione democratica. Un’esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito. Un paese con la democrazia probabilmente più antica del mondo, le cui origini vanno indietro all’anno 930 e che, da occupante il primo posto nel rapporto dell’ ONU sull’indice dello sviluppo umano 2007/2008, viene messo tra i dimenticati dai media. Perché questo silenzio su cambiamenti così epocali? Cosa fa così paura da tenere la cosa sotto censura? Vediamo come si sono svolti i fatti così capiremo come e perché un intero popolo si è risvegliato.
L’islanda ha visto negli ultimi 15 anni crescere notevolmente il benessere economico, tuttavia legato a un modello neoliberista puro, sinonimo di privatizzazione dei servizi pubblici, liberalizzazione di ogni settore e fine di ogni chiusura doganale; un modello economico spinto a tal punto che nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate. Esse cercarono di attrarre gli investimenti stranieri attraverso conti online con tassi di interesse piuttosto alti. Tutto ciò portò ad un notevole innalzamento del debito estero di queste banche, che dal 200% del PIL arrivò nel 2007 al 900%. Il colpo di scure arrivò con la crisi dei mercati finanziari del 2008: le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, fallirono e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull’euro, che perse l’85 per cento, peggiorò drasticamente le cose tanto che alla fine dell’anno il paese andò in bancarotta. Il governo fu costretto a chiedere l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, mentre nel frattempo serpeggiò il malcontento nella popolazione: questa costituì un presidio prolungato davanti al parlamento che portò a gennaio al crollo del governo. Nel frattempo il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea proponevano come unica soluzione possibile lasocializzazione del debito, cioè doveva essere la popolazione a farsene carico. Nonostante l’insediarsi di un governo di sinistra fortemente contrario al neoliberismo, esso cedette alle pressioni e con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento, che equivaleva a una spesa di 100 euro mensili a famiglia. Questo fu decisamente troppo: il popolo islandese, già esasperato dai precedenti avvenimenti, riuscì a convincere il capo di stato Ólafur Ragnar Grímsson a non approvare la manovra fiscale e a indire un referendum sulla questione. I potentati economici inglesi e olandesi passarono subito al contrattacco: se fosse passato il referendum avrebbero messo in atto il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi e il blocco di ogni prestito. Nonostante le accese minacce il referendum passò con il 93% delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le minacce promesse furono messe in atto, ma la rivoluzione continuò implacabile e portò l’interpool a emettere una serie di arresti verso i banchieri implicati nel crollo finanziario.
Il fermento popolare è cresciuto di giorno in giorno e ha portato alla proposta di creare ex novo una nuova costituzione completamente su base popolare: è stata eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. E, cosa ancora più innovativa, è una costituzione completamente costruita sulla comunicazione attraverso i social network.
Ora forse risultano più chiari i motivi per cui questa rivoluzione viene oscurata. Cosa implicherebbe la trasposizione ad altri paesi come l’Italia di un tale movimento di popolo? Lo Stato teme il dilagare del potente strumento mediatico che la rete rappresenta? L’esempio islandese è la prova che a decidere le sorti di un paese non sono solo i potentati economici o le lobby politiche. Molti paesi sono sull’orlo di questa crisi o ci sono già pienamente dentro. Il caso dell’Islanda rende chiaro il concetto a noi propinato come utopico che non deve essere il cittadino comune a sanare i debiti di una nazione.