lunedì 22 agosto 2011

L'11 Settembre bancario

L'11 Settembre bancario
Da Effedieffe - Maurizio Blondet

Il tracollo delle Borse mondiali passerà probabilmente alla storia
come l’inizio della vera Grande Depressione. È stato l'Undici
Settembre per le banche europe; e come l'altro 11 Settembre, è stato
un attentato. Autore, lo stesso che ha fatto collassare le Twin Towers
(se credete che sia stato Bin Laden, è inutile che leggiate oltre).

Il tracollo è stato causato - scientemente - dalla Federal Reserve. I
fatti:


Il 18 agosto, alle 20.06 ora americana, sul sito del Wall Street
Journal del noto Rupert Murdoch, appare il seguente alert:

«La FED sta chiedendo alle banche europe che operano in USA se esse
dispongano dei fondi per operare su base giornaliera negli Stati
Uniti, e in certo casi, consiglia le banche di revisionare le proprie
strutture in USA».

Infatti, prosegue il testo «la FED e i regolatori statali segnalano di
essere sempre più preoccupati che la crisi del debito europeo possa
tracimare nel sistema bancario americano, e perciò intensificano la
loro sorveglianza sulle grandi banche europee con filiali in USA».

Con la prima frase, la Banca Centrale americana fa sapere al mondo che
sospetta le banche europe di essere insolventi. Da quell'occhiuto
controllore che ha dimostrato di essere dal 2007, si comporta come il
direttore della gioielleria Tiffany di fronte ad un tizio male in
arnese che si dichiara intenzionato a comprare un anello con brillante
grosso come una nocciola: «Ma i soldi, lei, ce li ha? Ha un credibile
accesso a fondi?». E lo dice ad alta voce, in modo che tutti i clienti
sentano.

Come per il false-flag dell’altro 11 settembre 2001, si nota subito
una smagliatura nella narrativa, di per sè rivelatrice. Nella seconda
frase, si dichiara infatti che la FED è preoccupata non per l'economia
USA, solidissima, ma per la crisi europea del debito: teme possa
tracimare nel sistema bancario USA, che - tutti lo sanno - è sano e
forte come una quercia, e la sua perfezione può essere guastata solo
dall'estero. Anzi, fa sapere nel seguito la FED, se le banche europee
non hanno soldi, possiamo prestar loro noi qualche milioni di
dollari...

L’ora in cui il Wall Street Journal lancia questo allarme è ben
pensata: la Borsa americana di Wall Street è chiusa, ma stanno per
aprire le Borse asiatiche.

Che infatti crollano subito, trascinando ora dopo ora le altre piazze
mondiali. Capirai: le grandi banche europee (mica la Cooperativa di
Risparmio di Carugo, ma la Deutsche Bank, la Societé Generale...) sono
illiquide, anzi insolventi. Immediatamente, le banche europe si
trovano in guai duri e veri: chi mai presterà loro dei soldi?

Naturalmente nessuno potrà dire che è stata la FED a compiere
l’attentato. L’alert del Wall Street Journal non nomina alcuna fonte,
salvo «people familiar with the matter», «gente addentro alla
faccenda”. Se dite che è stata la FED a provocare il disastro, sarete
chiamati «complottisti». (The Fed bombed the market - I ask, "Why?")

Intendiamoci, non è detto che la notizia sia falsa. Anzi, le filiali
americane delle banche europee possono trovarsi in difficoltà a far
fronte ai loro impegni in USA perchè i loro capitali stanno venendo
rimpatriati d’urgenza in Europa. Ma a maggior ragione, in una
situazione così delicata, che può ripercuotersi come un effetto-domino
nel mondo, cominciando con il congelamento dei prestiti intrerbancari
a breve (che fu l'effetto del fallimento Lehman) fino al collasso di
Stati, banche ed economie reali per prosciugamento del credito, le
Banche Centrali mica spifferano tutto ai giornalisti; al contrario,
agiscono con discrezione assoluta, approntando soccorsi in tutta
segretezza.

La situazione finanziaria mondiale era in bilico; la FED l’ha
precipitata, aggravandola in modo forse definitivo, trasformandola in
Grande Depressione. E l’ha fatto apposta. Perché?

Secondo il sito Zero Hedge sopra citato, l’ha fatto per avere la scusa
politica di fare il terzo quantitative easing, ossia una terza stampa
di dollari in massa (è una metafora: non c’è più bisogno di stampare
fisicamente dollari, basta aumentarne la disponibilità, velocità e
abbassarne il prezzo con vari trucchi contabili). È una
interpretazione non affatto sbagliata, ma insufficiente.

La verità è che la FED deve mantenere ad ogni costo il dollaro come
moneta di riserva mondiale, mentre ne annacqua il potere d’acquisto
stampandone a fiumi. Deve stamparlo a fiumi per annacquare l’enorme
debito americano in mano ai cinesi e ai giapponesi, ma nello stesso
tempo fare in modo che questi e gli altri operatori continuino a
comprare e richiedere dollari – anzichè euro, yen e franchi svizzeri
come hanno cominciato a fare.

Come ottenere questo scopo? Distruggendo la credibilità dell’euro,
delle banche europee, dei debiti di Stato europei.

Intendiamoci, l’euro non è una moneta sana, se non relativamente alla
moneta USA. Ma è forte, in quanto la Banca Centrale Europea ha agito
al contrario di quella americana: non ha fatto alcun quantitative
easing (creazione di massa monetaria), anzi già in piena crisi Trichet
ha avuto la bella idea di rincarare il denaro aumentando il tasso
primario: ciò ha aggravato la deflazione in corso, appesantito
l'economia in recessione e il debito pubblico di noi mediterranei, ma
ha «rafforzato l'euro». Cosicchè a livello mondiale si è cominciato a
trattare l'euro come moneta di riserva alternativa al dollaro.

Un esempio recentissimo: tutti vogliono comprare in questo periodo di
incertezza e di crisi degli Stati-debitori, franchi svizzeri. Ciò
provoca una rivalutazione eccessiva della valuta elvetica rispetto a
dollaro ed euro, tanto da danneggiare l'economia svizzera. La Banca
Centrale Svizzera, il 12 agosto scorso, ha fatto sapere che, per
ridurre il corso del franco, appoggerà la sua moneta all'euro.

All'euro, non al dollaro: per l'impero americano, questo è un segno di
malaugurio. Significa che la Banca Centrale Svizzera, quando vorrà
abbassare il cambio del suo franco, ne stamperà la quantità opportuna,
per comprare con essa titoli in euro del debito pubblico degli Stati
europei, Bund, francesi (italiani non credo). Non comprerà Treasury
Bills americani, di cui la FED ha stampato troppe cartelle, e che
perdono troppo di valore.

Bisogna correre ai ripari: facendo vedere che il dollaro serve ancora,
eccome se serve. Anzi, persino la Svizzera ha bisogno di dollari,
tanti dollari, più che euro. Come?

Detto fatto: il 17 agosto, la Federal Reserve di New York fa sapere
che la Banca Centrale Svizzera - la più forte e stabile delle Banche
Centrali - ha chiesto alla FED un prestito di 200 milioni di dollari,
probabilmente per sostenere una grande banca elvetica in difficoltà,
si dice la UBS o forse il Credit Suisse, che non riesce a farsi
prestare dollari per far fronte ai suoi impegni americani. Segue il
noto attacco ai titoli finanziari europei, nonostante le smentite di
UBS e Credit. La mano che ha lanciato la bomba di questi rumors, è
probabilmente la stessa dell'11 settembre: Al Qaeda in Manhattan
(AQIM).

E l’effetto voluto segue immediatamente: i rendimenti dei Buoni del
Tesoro USA decennali scendono sotto l'inflazione. Ciò perchè nel
panico, gli investitori che non sanno più dove mettere i soldi (non
certo nell'euro, dopo che si è saputo delle difficoltà delle banche
europee), comprano quelle tonnellate di Treasury come se fossero
ancora un bene rifugio. Anzi, per comprarli, ci perdono, accettando un
1,8% su Buoni decennali.

L’effetto è forse solo momentaneo, forse no. L'impero americano
finanziario e monetario ha deciso di giocare sporco (ma non l’ha
sempre fatto?); si vede che per esso il gioco vale la candela.

La candela (le conseguenze) sono disastrose anzitutto per le banche
europe: non trovano più compratori per i propri titoli di debito, come
già fanno fatica a trovarne gli Stati europei del Club Med. Persino i
prestiti tra banca e banca europea sono calati, come ai tempi del
fallimento Lehman.

E il sistema bancario europeo è alla disperata ricerca di capitali: le
90 banche europee che hanno superato i cosiddetti stress test
necessitano di rinnovare 5,4 trilioni dei loro titoli nei prossimi due
anni, fra cui le nuove emissioni per essere in regola con le nuove
regole di Basilea III.

Nei momenti tranquilli, si fa così: danno al detentore di una
obbligazione che viene a scadenza, un’altra obbligazione con scadenza
più lontana. Ma questi non sono tempi normali, e il detentore, per la
nuova obbligazione, vuole avere più interessi. O magari, soldi.

Attualmente, la maggior parte dei titoli delle nostre banche europee
(il 60%) è detenuta dalle compagnie di assicurazione. Ora, anche le
compagnie di assicurazione cercano capitale (750 miliardi di dollari)
per adeguarsi alle nuove esigenze di fondi propri imposte loro da
Solvency II, che è l'equivalente di Basilea III per le banche. E, in
tempi di crisi, le due regolamentazioni combinate producono effetti
disastrosi e imprevisti (ma la Banca dei Regolamenti Internazionali li
aveva fatti presenti); di cui il primo può essere che le compagnie
d’assicurazione schifino le nuove obbligazioni della banche europee,
oggi dichiarate insicure dalle mosse terroristiche della Federal
Reserve.

Insomma, nelle prossime settimane vedremo un ammasso enorme di
indebitati - Stati, grandi banche europee, assicurazioni - che
implorano di indebitarsi ancor più, che chiedono denaro in prestito a
investitori – che, dal canto loro, sono sempre meno e meno disposti a
prestare a Stati, banche, assicurazioni a rischio-insolvenza. Con
tanta concorrenza e così pochi desiderosi di prestare, provate a
immaginare di quanto dovrà offrire loro lo Stato italiano in
interessi, per invogliarli. E magari non riuscirà ad invogliarli a
nessun prezzo.

Già ora, del resto, gli interessi sono tenuti a malapena a freno dal
fatto che la BCE compra i nostri titoli di debito pubblico, e quelli
spagnoli. I mercati compricchiano, proprio perchè la BCE compra. Ciò
significa che Italia e Spagna sono narco-dipendenti, per l’accesso ai
mercati di capitali, dalla continuazione degli acquisti della BCE.
Appena la BCE smette, smettono anche i mercati.

E la BCE deve aiutare anche le banche. Si calcola che abbia prestato
530 miliardi di euro finora a vari Stati e banche europee, accettando
come garanzia titoli di debito di quelle entità. Fra cui titoli del
debito greco. Figuratevi che garanzia. Il guaio è che la BCE, per
regolamento, non può accettare, come garanzia per fare prestiti, dei
titoli e obbligazioni che le agenzie di rating (americane) dichiarano
junk. Se la Grecia fa bancarotta (ipotesi ogni giorno più concreta), i
suoi titoli diventano junk, spazzatura: e la BCE non solo dovrà
accollarsi la perdita sul suo pacco di questi attivi che non valgono
più, ma dovrà restituire quei titoli che ha ricevuto dalle banche
europe come garanzia; e le banche europee dovranno sganciare altri 450
miliardi di euro in contante. Che ovviamente non hanno. La stessa BCE,
insomma, il prestatore d’ultima istanza, rischia l’insolvenza.

Provate solo ad immaginarvi come sarà ridotta l’economia reale
sottostante, come le imprese e i privati otterranno credito per andare
avanti, per il mutuo, per l’acquisto a rate di macchinari o beni di
consumo. O meglio, non cercate di immaginare; meglio non vedere. Non
vedere le nostre caste da 15 mila euro al mese che prelevano il loro
dovuto parassitario da un popolo di disocccupati, a cui hanno tassato
persino le mutande.

Si sta ripetendo, con lo stesso ritmo e con gli stessi errori, il
processo che trasformò la crisi di Borsa del 1929 nella Grande
Depressione del 1931. Anche allora la prima globalizzazione rese il
mondo così interconnesso, che una crisi in un Paese provocava un
effetto a catena negli altri: pericolo che i politici rifiutarono di
riconoscere.

Le follie speculative non furono regolamentate, proprio come oggi non
sono stati vietati i derivati e i CDS, nè si sono proscritte le
transazioni ad altissima velocità che sono diventate la piaga della
speculazione. Perchè no? Perchè, come nel 1929, si diceva che il
mercato finanziario andava lasciato libero di inventare metodi nuovi,
ciò alla fine rendeva più disponibile e a basso prezzo il capitale per
famiglie, imprese, acquisti a rate, banche bisognose di liquidità.

Nel 1931 una piccola banca austriaca, la Creditstantalt, fallì.
L’effetto a catena colpì economie già indebolite dalla crisi. La crisi
fu – ed è – la stessa cosa del boom: ossia indebitamento eccessivo.
Che oggi si chiama leveraging, effetto leva, perchè così suona più
tecnico-scientifico. (Home Blogroll Credit Crisis Finance Data News
Popular Sitemap RSS Daily Weekly Barack Obama as Herbert Hoover)

Ma indebitamento è. Economie ad alta leva, specie quelle in cui i
debiti a breve vengono di continuo rinnovati per fiducia in attivi
dati a garanzia che sono relativamente illiquidi, finiscono sempre
male. Governi altamente indebitati, banche indebitatissime, aziende e
famiglie ultra-indebitate possono trionfare ed esuberare per un tempo
anche lungo. Poi - bang! - di colpo la fiducia crolla, gli allegri
prestatori svaniscono, gli attivi diventano invendibili, e la crisi
appare come uno spettro abissale. L'euforia lascia il posto a decenni
di miseria, di disoccupazione, di stenti, ovviamente di insolvenze a
catena.

È questo il meccanismo che ha scatenato AQIM, Al Qaeda in Manhattan,
apparentemente per mantenere al dollaro bucato lo status di moneta
imperiale. Il gioco vale la candela? Chissà.

In tanto disastro, può avere interesse una constatazione anedottica:
la fortuna di Silvio Berlusconi esiste ancora. Fino a ieri era il
governante più ridicolo e screditato in Europa, il che si rifletteva
pesantemente sul debito italiano. I tedeschi facevano sapere che «non
desiderano affatto garantire le spese pubbliche dell'Italia. L'unica
molla che li indurrebbe a prestare i soldi è la fiducia che hanno nei
Paesi che ne beneficerebbero: tra questi non c’è quello governato da
Berlusconi» (da un blog germanico). Dopo aver firmato una manovra di
austerità che prometteva riforme del pubblico settore (la vera palla
al piede) e dei costi della politica, s'è visto che non era altro che
fumo negli occhi, una furbata disonesta - la sola cosa vera essendo un
durissimo prelievo dalle tasche degli italiani. Appena parlava lui, i
mercati chiedevano più interessi sul debito italiota.

Ogni giorno di più, il satiro di Arcore si rivelava quel clown, anzi
nano politico e mentale che è. Oggi, dopo l’incontro Merkel-Sarkozy a
cui non è stato invitato, la sua statura è cresciuta. Nel senso che
sono stati Angela e Sarko a rimpicciolire. Hanno proclamato di attuare
«un vero governo della zona-euro», hanno annunciato la Tobin tax,
hanno intimato la Regola d’Oro, ossia il pareggio di bilancio iscritto
nelle costituzioni agli altri Paesi. Erano annunci, vacui annunci in
pieno stile berlusconiano, furbesco fumo negli occhi alla Calderoli.

Appena finito «il vertice franco-tedesco», i mercati hanno risposto
fuggendo, e le Borse crollando in modo spaventoso. La Societé Generale
ha perso finora il 40%; la fiducia nelle grandi banche tedesche è
scossa. All’occhio dei mercati, non c'è poi tanta differenza: tutti
nani uguali questi leader europei, si confondono l'uno con l'altro.

Dunque, Berlusconi è assistito dalla sua ben nota fortuna.
Relativamente.

Cercasi Principe per Filettino

(20 agosto 2011) - Corriere della Sera

PRIMO PIANO APPROFONDIMENTI - LA STORIA - PICCOLI COMUNI A RISCHIO LA BATTAGLIA CONTRO IL DECRETO

Cercasi Principe per Filettino «Mai sotto i Vicini di Trevi»

Il sindaco chiama Emanuele Filiberto e stampa moneta per salvare il paese

FILETTINO (Frosinone) - «Stiamo pensando di interpellare il giovane principe, il figlio dell' erede...». Emanuele Filiberto di Savoia? «Lui. Una provocazione, lo so, ma almeno così verrebbero tutti a capire perché ci opponiamo alla soppressione del nostro Comune. E che non costiamo allo Stato, ma anzi chiudiamo il bilancio in attivo, a fine 2011 conto di avere in cassa 400 mila euro risparmiati. Magari, chissà, il ragazzo potrebbe essere interessato al titolo di Principe di Filettino. Ci affideremo all' avvocato Carlo Taormina per capire come avviare l' iter per chiedere l' autonomia e arrivare al Principato...». Il sindaco Luca Sellari, 46 anni, in carica dal 16 maggio 2011 alla guida di una lista civica («metà centrodestra e metà centrosinistra, più civica di così») non va sottovalutato, anche se governa da una sede che sembra una villetta in collina. Conosce bene le regole della comunicazione, viene da una famiglia di solidi imprenditori di Frosinone («Sellari Immobiliare, agenzie in tutta Italia», recita la pubblicità) e sa che il gioco mediatico del Principato può fruttare molto a Filettino: in visibilità, quindi in turismo, cioè in ricchezza diffusa. È già arrivata la tv tedesca. Ben venga dunque Emanuele Filiberto. Il Savoia interessato per ora liquida tutto con una battuta: «Ringrazio per aver pensato a me, ma francamente la vedo un' ipotesi assai complicata e difficilmente praticabile. Anche se... in fondo so sciare abbastanza bene». Nel frattempo, Sellari ha già stampato (200 euro di investimento di tasca propria) un pacco da diecimila finte banconote del principato con la sua immagine. Valore 10 fioriti «che per noi valgono 20 euro, potrei anche dare una mano a Tremonti per risanare il bilancio... Ma i nostri "soldi" sono già finiti, sono venuti da Sora, Cassino, Avezzano, Capistrano dopo aver visto la tv». Prova generale del lancio di un prodotto: il Principato di Filettino. Riuscita alla grande. Tanto da immaginare una convention nazionale a settembre, tra questi monti, dei mini Comuni destinati alla cancellazione. Fin qui (Emanuele Filiberto, le banconote, forse anche la battuta sull' avvocato Taormina) siamo al gioco. Veniamo alle cose serie. E Sellari cambia passo: «Siamo solo 554 abitanti ma ospitiamo 5.800 seconde case di turisti, presenze estive e invernali da 10-13 mila persone nelle due stagioni con punte da 20 mila a Ferragosto perché a quota 1.063 metri siamo il Comune più alto del Lazio. Controlliamo il 22% del territorio del Parco dei Monti Simbruini, qui sgorga la fonte dell' Aniene con una capacità da 4.000 mila litri al secondo e disseta 70 Comuni laziali, se mai ne deviassimo il corso mezzo Lazio sarebbe in ginocchio, siamo località sciistica d' inverno e climatica d' estate. Abbiamo appena 8 dipendenti e un bilancio che non supera i 2 milioni di euro, con l' attivo che ho detto, e provvediamo ai bisogni del turismo». Una pausa, una confidenza: «La mia simpatia politica va istintivamente al centrodestra ma non capisco perché Berlusconi e Tremonti vogliano distruggere tradizioni secolari, consuetudini e legami sociali, la stessa dignità dei piccoli centri. Dovrebbero capire, Berlusconi e Tremonti, che chiudere i piccoli Comuni sarà come chiudere le piccole imprese... e poi gli abitanti di Filettino non accetteranno mai di fondersi con quelli là, finiremmo col portare solo soldi senza avere niente in cambio. Loro sì, hanno bei problemi di bilancio». Quelli là, gli innominabili, sono i duemila abitanti di Trevi nel Lazio, appena 9 chilometri di distanza che segnano un abisso incolmabile. Incomprensioni, ostilità, irrisioni secolari. Per quelli di Filettino darsi del «trebano» (ovvero abitante di Trevi) equivale a un insulto. Assicura Sellari: «Due giorni fa mi ha fatto chiamare una vecchietta di 91 anni che aveva saputo tutto dal tg. Appena arrivato mi ha detto: "Senti, sindaco, io ormai ho più di novant' anni e preferisco morire subito, adesso, piuttosto che iscritta all' anagrafe di Trevi". È la verità, giuro, nomi e cognomi». La conferma più sacra viene da don Alessandro De Sanctis, 93 anni portati (se non fosse banale scriverlo) miracolosamente, parroco di Filettino dal ' 49 (il più longevo d' Italia) ed erede dello zio paterno parroco don Filippo («la mia famiglia guida la parrocchia da 105 anni»). Dalla sua fantastica terrazza che si affaccia sul Monte Cotento, 2014 metri, e sul Viglio, 2156, protesta lucidissimo (d' estate celebra quattro Sante Messe domenicali in scioltezza): «I piccoli Comuni sono le perle d' Italia, le famiglie nelle grandi città si disperdono, qui restano unite. I soldi? A noi Provincia e Regione non danno che briciole, siamo autonomi». E Trevi, reverendo? Gli occhi azzurrissimi hanno un sussulto: «Da sempre c' è incomprensione... Finiremmo con l' essere oppressi. Oppressi! Loro hanno un che di superbo, erano già municipio romano dai tempi della Repubblica e poi dell' Impero, Filettino venne fondata solo verso il 1000 dopo Cristo. Ma noi abbiamo il turismo, l' acqua dell' Aniene, la gloria di questi monti. Insomma finire con Trevi? Sarebbe una ver-go-gna! Se organizzassero un referendum sull' autonomia sarebbe un plebiscito». Concordano tutti in piazza Giuditta Tavani Arquati, dove dal 24 dicembre al 6 gennaio è sempre acceso giorno e notte un gran falò a disposizione di chiunque voglia cucinare o scaldarsi. Concordano i coniugi Enerico (così, con la "e" al centro di Enrico) Scocchi e Rosamaria Giulitti, da quarant' anni titolari del ristorante «La galleria» (indimenticabili le sontuose tagliatelle al ragù di agnello). Soprattutto lei, Rosamaria, la cuoca, è furiosa: «Andare con Trevi? Mai! Quelli ci stendono, e poi non capiscono niente, non sono abituati al turismo e usano ancora un dialetto antichissimo. Insomma, con Trevi non se ne parla». Dieci passi più in là, ed ecco il bar «Risorgimento», autentico omaggio all' eroina della piazza, moglie del filettinese Francesco Arquati, uccisa con lui e il loro figlio dodicenne Antonio alla Lungaretta, Roma, il 25 ottobre 1867 dagli zuavi pontifici. La gestione è da 22 anni nelle mani di una rara «coppia mista»: Gianfranco Pomponi (da Trevi) e Ada Rossi (da Filettino). Ma il vincolo matrimoniale, e il bar in piazza, ha trascinato anche lui su posizioni filettinesi: «No, non mi sembra una cosa giusta chiudere il Comune, funziona bene così». Assai più agguerrita lei, e chissà cosa accade tra le mura domestiche: «Finire "sotto a Trevi" non va bene, noi abbiamo anche un campo da sci, Campo Staffi è roba nostra, e loro, lì, cosa hanno? Niente». È l' ora dell' aperitivo e capita Celestino Alunni, romano, dal 1978 titolare di una seconda casa a Filettino: «Aderisco subito al Principato, un' idea geniale. Vuoi mettere quando dico: "Ho una piccola casa nel Principato di Filettino". Elegante, no? Scherzi a parte, qui si sta benone, il Comune ci obbliga anche alla raccolta differenziata, tutto funziona abbastanza, ma perché in questa Italia dovrebbero buttare via qualcosa che gira per il verso giusto?». Nel frattempo funziona benissimo la pubblicità. Da due giorni il Comune è assediato da curiosi ma anche da proprietari di seconde case, soprattutto romani, che cercano il sindaco e si dichiarano pronti a cambiare residenza per evitare che Filettino scompaia come Comune autonomo e finisca «sotto» Trevi. A furia di sentirlo dire nei bar, nei ristoranti, a Campo Staffi, anche i turisti hanno un moto di fastidio quando gli nomini i trebani. Intanto, a Palazzo Chigi parlano di accorpamenti. Chissà quante Filettino, e quante Trevi, litigano lungo lo Stivale del 150° anniversario dell' Unità. Paolo Conti RIPRODUZIONE RISERVATA **** Il cartello **** La scheda I numeri Il Comune di Filettino si trova in Provincia di Frosinone, ha una superficie di 77,6 Km² e si trova a 1.063 metri sopra il livello del mare. Gli abitanti sono 554 Il sindaco Dal maggio 2011 sindaco è Luca Sellari ( sopra ): con la manovra Filettino rischia di essere soppresso L' idea Il sindaco sta pensando di affrontare l' iter per chiedere l' autonomia e trasformare Filettino in un Principato. Sellari ha pensato a Emanuele Filiberto di Savoia ( sopra ) come principe. L' interessato però si defila: «Ringrazio per aver pensato a me, ma francamente la vedo un' ipotesi assai complicata»

Conti Paolo

Pagina 17

domenica 21 agosto 2011

Manovra economica, debito pubblico, sovranità monetaria e funzione del denaroPDFStampaE-mail
venerdì 19 agosto 2011

manovra economica .. funzione del denaro.jpgdi MAURIZIO MOTTOLA, AGENZIA RADICALE

Dal 14 agosto 2011 è in vigore il decreto legge 13 agosto 2011 n. 138, decreto anticrisi Ulteriori disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo,varato dal Consiglio dei Ministri per arrivare al pareggio di bilancio nei prossimi anni. Bene esprime il nodo irrisolto della responsabilità della politica ovvero quello di una politica responsabile, che sappia affrontare temi strutturali ed avviarli a possibili soluzioni.

La classe politica vuole continuare ad ignorare che non c'è interesse da parte del sistema bancario all'estinzione del debito pubblico, se l'ulteriore indebitamento, dovuto agli interessi, è fonte per loro di facile guadagno, che tra l'altro non viene praticamente tassato grazie alle regole contabili di comodo create dal sistema bancario.

Eppure una semplice modificazione di queste regole contabili, una tassazione intorno al 7% del "signoraggio" (un profitto enorme dato in nome della delega ad emettere denaro!) consentirebbe alla società civile di raggiungere un equilibrio economico, che conferirebbe a sua volta a tutti i cittadini un certo grado di tranquillità e di benessere, in quanto porterebbe sufficienti risorse alla finanza pubblica ed anche il rilancio dell'economia e degli investimenti (a discapito dei perversi giochi finanziari), evitando i tagli delle spese sociali ed i prelievi (diretti e indiretti) ai contribuenti.

Eppure l'articolo redazionale "Sovranità monetaria, debito pubblico e crisi economica", pubblicato su Il Giornale del 11 dicembre 2009 così tra l'altro affermava: "Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. È vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie. Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici che hanno tentato di far saltare l'accordo con le banche e di cui si parla come dei «caduti» per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato la legge che autorizzava lo Stato a produrre il dollaro in proprio.".Questo articolo denota tra l'altro come sia difficile provare ad instaurare la sovranità monetaria.

Invece nell'attuale manovra economica non hanno nemmeno approvato il divieto (che vale per adesso solo provvisoriamente!) delle "vendite allo scoperto" (che consentono agli speculatori di partecipare al gioco di Borsa senza nemmeno essere in possesso di ciò che vendono!), né hanno previsto una tassa sulle "transazioni" in Borsa, che colpirebbe i soli speculatori (che possono continuare incontrastati a giocare in Borsa come se giocassero al Monopoli!) e non la stragrande maggioranza dei risparmiatori e degli investitori, che si limitano a poche transazioni in un anno.

E pensare che in Inghilterra nel giugno del 1720 fu emanato il Bubble Act, che proibiva la formazione di società per azioni non legalmente costituite se non tramite autorizzazione della Corona, a conclusione di un periodo di grande confusione per il mercato. Il Bubble Act venne reso più rigido nel 1735 con la proibizione di vendere azioni non liberate e restò in vigore fino al 1824 e cioè per oltre cento anni! Raro esempio di deciso e coraggioso intervento della politica sulla speculazione finanziaria in Borsa. Inoltre in Francia nel 1782 venne fatto un tentativo di liberalizzare il trattamento delle sociétés en commandite (società con alcuni soci taciti), ma il Parlamento di Parigi non volle rinunciare alla sua giurisdizione sulle società e respinse il progetto di legge. Già allo scoppio della bolla speculativa del Mississippi nel 1720, in sostituzione della rue Quincampoix a Parigi vi fu la creazione della Borsa di rue de Vibienne, che rappresentò il mezzo di vigilanza sul mercato delle azioni societarie.

In realtà il denaro soggiace alla regola della somma zero, cioè se ne sono in possesso io, vuol dire che è stato sottratto a qualcun altro (al meglio in modi socialmente accettabili). Che sia stipendio, onorario, fitto od altro, prima di me quello stesso denaro lo possedeva qualcun altro (la collettività in caso di stipendio, il cliente in caso di onorario, l'inquilino in caso di fitto e così via).

Per guadagnare denaro bisogna accettare di sottrarlo ad altri: prima insomma non poteva non essere in possesso di qualcun altro. Anche coloro (come i responsabili delle banche nazionali o taluni dittatori), i quali hanno il potere di far stampare nuovo denaro, lo sottraggono ad altri, in quanto incrementando la quantità di denaro in circolazione ne riducono il valore ed in questo modo lo sottraggono ad altri, ad esempio a coloro che lo hanno guadagnato con lo stipendio, l'onorario, il fitto od altro (del resto anche questo denaro proviene da altri).

Dunque non esisterebbe denaro senza padrone e per entrarne in possesso perciò bisognerebbe sottrarlo ad altri. Questa affermazione disturba non pochi, ma è molto difficile dimostrare che non faccia parte del principio di realtà.

Nella nostra attuale società, sempre meno persone guadagnano sempre più soldi. Mentre gli stipendi dei ceti bassi ristagnano o addirittura si riducono, aumentano in modo pressoché inarrestabile quelli delle classi alte. A causa del processo di concentrazione attraverso le fusioni, il numero di coloro che guadagnano tanto diminuisce, mentre aumenta quello di chi guadagna poco. Questi ultimi producono una quantità sempre maggiore di prodotti, che loro stessi non si possono più permettere.

Dunque chi guadagna tanto possiede il denaro per potersi permettere l'esaudimento dei propri desideri, ma purtroppo non ha tempo! Questa contraddizione diviene lampante nel paradosso per il quale giovani, anziani e disoccupati, che avrebbero il tempo per realizzare i loro desideri, non hanno però il denaro per poterselo permettere! Insomma, le società attuali producono cose in eccesso per persone che non si concedono il tempo per godersele, mentre coloro che hanno tempo non dispongono del denaro necessario!

Mentre in società arcaiche chi costruiva decine di capanne quando ne poteva abitare solo una veniva preso per matto ed accompagnato dallo stregone, invece nelle nostre società chi possiede diecine di palazzi con centinaia di appartamenti senza abitarne e godersene nessuno viene riverito ed invidiato: quale dei due tipi di società ha da essere considerata sana/insana ed evoluta/retrograda?

La ragionevolezza e la razionalità escono sconfitte da tali contraddizioni, evidenziandosi anche che l'emozionalizzazione degli atteggiamenti e dei comportamenti diviene un fattore peculiare della "civilizzazione" e del relativo rapporto con il denaro.

Indicativamente il rapporto con il denaro può articolarsi in varie modalità:
- si guadagna denaro con il proprio lavoro (operai, impiegati);
- si guadagna denaro con il lavoro degli altri (imprenditori);
- si guadagna denaro con il proprio denaro (proventi da interessi);
- si guadagna denaro con il denaro degli altri (per esempio, le banche);
- si guadagna denaro con il denaro che avranno altri in futuro.
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Strettamente legato alla speculazione è il sistema degli interessi e degli interessi composti. Inventato originariamente come mezzo di scambio, il denaro ha sviluppato nel frattempo un'incredibile vita propria: ha la più grande ed efficace lobby del mondo, di cui è la merce più ambita. Supera tutti i limiti, anche quelli posti originariamente dalle religioni. Infatti la richiesta di interessi veniva severamente sanzionata da tutte le religioni, alcuna delle quali hanno anche sollecitato a non prendere mai più di ciò che si può dare e soprattutto a prendere solo ciò che serve per vivere, escludendo a priori l'accumulo di ricchezza, la speculazione e gli interessi.

Le limitazioni delle religioni non hanno impedito che il denaro sviluppasse nel tempo ed ovunque una dinamica propria ed un fascino tale da trasformarlo in obiettivo essenziale, invece che servire come mezzo di scambio. Ciò però determina una svalutazione del denaro, in quanto se tutti vogliono averne sempre di più, i prezzi saliranno e si verificherà il fenomeno dell'inflazione, che mantiene in circolazione il denaro, ma solo se gli interessi permettono di evitarne o almeno limitarne la svalutazione. Compensare la svalutazione è quindi il principale e peculiare obiettivo degli interessi: presto il denaro solo se posso essere sicuro che mantenga il suo valore e compensi l'inflazione ed anzi richiedo di più della semplice compensazione dell'inflazione e cioè un guadagno.

È in questo passaggio che si sviluppa il tumore della speculazione: fattori preminentemente psicoemozionali, quali avidità, pretese, ambizioni ed altri ne sono il terreno di coltura, mentre i fatti concreti della produttività, dell'indebitamento, del prodotto interno lordo fungono da mero contesto. L'affannarsi degli economisti sull'individuazione dei fattori oggettivi che determinerebbero le crisi corre il rischio di coprire il fatto che sono i fattori soggettivi che giocano un ruolo predominante.

La situazione potrebbe cambiare solo se il denaro recuperasse la sua funzione originaria di mezzo di scambio e si accettasse di ridefinire il sistema degli interessi e degli interessi composti, che a lungo termine rende impossibile il pagamento se non determinando periodicamente vari crolli che fanno perdere interi patrimoni a cittadini e nazione.

In conclusione, si pone il dilemma: il singolo e la collettività devono necessariamente affidare il proprio denaro al sistema degli interessi per guadagnare o esistono delle valide alternative?

Perché gli Eurobond sono sbagliati e inutili

Perché gli Eurobond sono sbagliati e inutili

17 agosto 2011 (MoviSol) - Nell'analizzare le decisioni e le azioni dei leader e delle istituzioni europee nell'ultima settimana, non bisogna dimenticare nemmeno per un secondo che l'attuale sistema èirrimediabilmente in bancarotta. Gli sforzi di salvare un sistema carico dimilioni di miliardi di debito speculativo può solo condurre a politiche che schiacciano la popolazione e alimentano un incendio iperinflazionistico che alla fine distruggerà ogni valore finanziario e monetario.

Autorizzando la BCE ad acquistare su vasta scala titoli di stato in mano alle banche, la Giunta EU ha accelerato proprio quella tendenza iperinflazionistica. E riservando il trattamento greco al governo italiano, complice Mario Draghi, la stessa Giunta ha esteso un regime di brutale austerità su sessanta milioni di italiani. Anche se il governo ha evitato di tagliare pensioni e sanità, il nuovo pacchetto di 45,5 miliardi, che si aggiunge ai tagli di 48 miliardi di luglio, è stato dettato dalla BCE e da Francia e Germania, che hanno di fatto commissariato il governo.

Mentre queste misure da "lacrime e sangue" saranno completamente inutile, la prossima crisi è già iniziata in Francia, dove le banche e i titoli di stato sono finiti nel mirino della speculazione. Il divieto di vendite allo scoperto, tardivo e incompleto (non riguarda i CDS), è più che altro una reazione di panico.

Queste misure sono inutili perché il collasso finanziario è determinato dal "deleveraging", e cioè dallo sgonfiarsi dell'effetto leva nel sistema bancario ombra, una progressione geometrica di sgonfiamento della bolla che non può essere fermata. Il sistema bancario "regolare" è coinvolto perché esso non ha cambiato il suo modus operandi dall'inizio della crisi. Le banche dipendono tuttora da finanziamenti a leva finanziaria rinnovati giorno per giorno sul mercato interbancario. Quando la qualità del collaterale necessario per il finanziamento deteriora, la leva si sgonfia. È accaduto con la retrocessione del debito UE e con quella, recente, del debito USA.

L'UE ha aggiunto il suo tocco di insanità al processo, con il famoso patto per la "competitività" o "Euro-plus" stipulato nel marzo scorso, che ha ridotto il già assurdo parametro del deficit al 3% azzerandolo, e ponendo agli stati membri il traguardo del 2014 per raggiungere l'obiettivo. Questo target, che non ha base legale (la legge europea in vigore è il Trattato di Lisbona che parla di deficit al 3%) può essere raggiunto solo aggirando le istituzioni democratiche, come mostra il caso italiano. E tutto questo per salvare le banche.

Ora crescono le pressioni per adottare un bilancio europeo, attraverso la creazione dei cosiddetti "Eurobonds". Questo schema, se verrà adottato, significherà un passo gigantesco verso la dittatura e l'iperinflazione. Infatti, il vero scopo degli Eurobond, o titoli di stato europei, è quello di rifinanziare il debito marcio del sistema bancario. Anche se qualcuno sostiene che gli Eurobond saranno usati per finanziare gli investimenti, questa è una pia illusione. Finché il sistema bancario non sarà ripulito dai titoli tossici, le garanzie illimitate concesse dai governi costringeranno quest'ultimi a rifinanziare le banche, tagliando gli investimenti e i programmi sociali. Solo una separazione bancaria secondo i criteri Glass-Steagall può risolvere il problema, limitando le garanzie al settore commerciale e scaricando il resto.

Una volta fatto ciò, non ci sarà bisogno di eurobond ed euro dittature.

venerdì 19 agosto 2011

Morire per il debito?

Morire per il debito?

Italia :::: Daniele Scalea :::: 15 agosto, 2011 :
Morire per il debito?

http://www.eurasia-rivista.org/morire-per-il-debito/10716/


Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il socialista francese Marcel Deat si chiedeva se valesse la pena “morire per Danzica”. Parafrasando le sue parole, oggi gl’Italiani dovrebbero domandarsi se valga la pena “morire per il debito”. Perché la sorte che si profila per il nostro paese è tutt’altro che rosea. A meno di prendere scelte coraggiose che possono cambiare il corso della nostra storia…

Il recente attacco speculativo allo Stato ed alle banche italiane ha portato, per riprendere la formulazione ripetuta da molti commentatori, ad un commissariamento del nostro paese da parte di potentati esteri. La Banca Centrale Europea (BCE), d’accordo con USA, Francia e Germania, ha cominciato ad acquistare titoli di debito pubblico italiano sul mercato, ma chiedendo in cambio pesanti contropartite.

La “politica di risanamento” che la BCE pretende dall’Italia nasconde dei palesi secondi fini, e non potrebbe essere altrimenti vista la regia – neppure tanto occulta – di potenze estere nella vicenda. L’ormai famosa lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi a Berlusconi è rivelatrice in tal senso. Il duo rappresentante della BCE avrebbe infatti indicato come misura prioritaria la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano.

Ora, non esiste un singolo esempio storico in cui le privatizzazioni abbiano portato ad una significativa riduzione del debito d’uno Stato. Il caso italiano dei primi anni ’90 è significativo. Allora lo Stato procedette, tra le altre cose, alla dismissione di una mega-corporazione industriale-finanziaria, l’IRI: la settima maggiore società al mondo per fatturato, che a lungo era stata la più grande azienda al di fuori degli USA. Ebbene, l’erario incassò in totale 198.000 miliardi di lire, pari ad appena l’8% del debito pubblico (2.500.000 miliardi di lire). Se sollievo vi fu, fu di breve durata, perché oggi il debito pubblico italiano è di oltre 1.900 miliardi di euro, ossia quasi 3.700.000 miliardi di vecchie lire.

Mario Draghi dovrebbe conoscere bene questo caso, dal momento che all’epoca delle privatizzazioni degli anni ’90 era direttore generale del Tesoro e partecipò alla tristemente nota riunione sul panfilo “Britannia” di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Dovrebbe ricordarsi anche di come le privatizzazioni (che già erano cominciate negli anni ’80) abbiano portato, alfine, al declino industriale dell’Italia. Infatti, cosa rimane oggi di quell’Italia in cui la Olivettiproduceva calcolatori elettronici (oggi noti come computer, proprio perché noi uscimmo anzitempo dal settore lasciandolo in mano agli anglosassoni) o in cui la Montedison era all’avanguardia nella sperimentazione degli organismi geneticamente modificati? Queste amare considerazioni potrebbero spingerci a farne d’ancora più aspre circa la scelta del governo Berlusconi di barattare con Sarkozy la Libia e la Parmalat pur d’avere il via libera francese alla nomina di Draghi a prossimo presidente della BCE: in tempi non sospetti notevamo che l’ex dirigente di Goldman Sachs appare più vicino alla finanza anglosassone che al sistema economico italiano.

Ma se le privatizzazioni sono inefficaci, perché Trichet e Draghi, ma anche le cosiddette “parti sociali” italiane (Confindustria e sindacati), pongono l’enfasi su di esse? Probabilmente perché rimangono oggi alcuni bocconi ghiotti, aziende solide ed in attivo come ENI, Finmeccanica ePoste Italiane. Aziende che sono però strategiche per lo Stato italiano, perché operative, rispettivamente, in settori come l’approvvigionamento energetico, la produzione d’armamenti, la banca e le comunicazioni.

Al di là della preoccupante prospettiva di perdere il controllo d’industrie strategiche, lasciando in futuro settori vitali dell’economia e della potenza italiana in mano altrui, la “politica di risanamento” impone altri pesanti oneri e sacrifici alla società: la finanziaria recentemente annunciata dal Governo ne è un chiaro esempio.

La logica, ancora una volta, è quella di spostare la ricchezza dai produttori agli speculatori, ossia dai cittadini lavoratori ed imprenditori alle banche ed ai giocatori di borsa, dal profitto e dai salari alla rendita. È la stessa logica insita nel quantitative easing perseguito negli USA, ma risponde ad una tendenza di più lungo periodo, quella della finanziarizzazione dell’economia occidentale, in cui per l’appunto la rendita e la speculazione hanno preso il sopravvento sull’economia reale e produttiva. Il professore Steve Keen, economista australiano, ha parlato del «più grande trasferimento di ricchezza della storia». L’economista statunitense Dean Baker ha scritto di una «massiccia redistribuzione del reddito agli azionisti ed agli alti dirigenti delle banche». Gli economisti Hossein Askari e Noureddine Krichene hanno affermato che «il potere d’acquisto è sottratto a lavoratori, pensionati e correntisti e donato a debitori e speculatori».

Non si tratta solo d’un problema di equità o iniquità, ma anche di efficienza e pragmatica. Gli stessi padri del liberismo, gli economisti politici classici dell’Inghilterra sette-ottocentesca, sottolineavano il ruolo negativo giocato dalla rendita nella crescita economica. Politiche che favoriscono la rendita sul profitto e sul salario, la speculazione sulle attività produttive, sono del resto cominciate ben prima della crisi del 2008, in parallelo con la finanziarizzazione (e deindustrializzazione) dell’economia occidentale.

Misure di “risanamento” che, per salvare speculatori e rentier, colpiscono i produttori, finiscono col dilapidare il capitale umano della nazione. Pensiamo ai tagli al sociale: un cittadino meno istruito e meno sano apporta minore beneficio alla nazione. Inoltre, il pericoloso sommarsi di riduzione dei servizi ed aumento della pressione fiscale genera malcontento, ed i recenti esempi dei paesi arabi, dell’Inghilterra e della Francia dovrebbero far suonare un campanello d’allarme. L’inasprirsi del conflitto sociale e l’esplodere di tumulti raramente è una buona notizia per un paese, quasi mai lo è per la sua economia.

Inoltre, la diminuzione della spesa pubblica può incidere negativamente, oltre che sui servizi, anche sugl’investimenti produttivi, come la costruzione di nuove infrastrutture. Non si vuol qui negare l’opportunità di ridurre la spesa pubblica, ma si contesta che, lungi dal puntare agli sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai rentier.

Il rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o addirittura più indietro.

Alternative possibili ci sono, benché se ne parli di rado. Salvatore Cannavò è uno dei pochi giornalisti ad averne proposta una: ricorrere alla tesi del “debito illegittimo” dell’economista francese François Chesnais per disconoscere o rinegoziare una parte del debito, come fatto dall’Ecuador nel 2007. Nel 2005 l’Argentina fece di più, ristrutturando per intero il proprio debito: ossia rinegoziando gl’importi e gl’interessi coi creditori, di fronte all’oggettiva impossibilità di ripagarlo per intero. Si tratta di provvedimenti più moderati del puro e semplice “default sovrano” (ossia la bancarotta e la cancellazione tout court del debito), ma non meno efficaci.

Ristrutturare il debito non ha avuto che effetti benefici sui paesi che l’hanno fatto. L’Ecuador nel 2008 fece segnare una crescita record del PIL per il paese, pari al 6,5%, ed anche dopo il duro colpo della crisi mondiale oggi cresce d’oltre il 3% l’anno. Dal 2006 ad oggi il PIL pro capite del paese è cresciuto d’oltre il 70%, e la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita di quasi il 15%. In Argentina la crescita del PIL post-ristrutturazione si è assestata attorno al 9% e, dopo il rallentamento in coincidenza con la crisi mondiale, è tornata al 7,5%. Il reddito pro capite dal 2004 ad oggi è cresciuto di quasi un quinto. Dal 2004 al 2010 la popolazione sotto la soglia di povertà è passata dal 44,3% al 13,9%.

A titolo di raffronto, dal 2004 in Italia il reddito pro capite è aumentato solo del 10%, il PIL è cresciuto, quando è cresciuto, di poco più dell’1% all’anno. Nella Grecia catturata dalla spirale debitoria un quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il reddito pro capite è in calo dal 2007, il PIL è sceso del 2% nel 2009 e del 4,5% nel 2010.

Alla luce di questi dati, non resta che da domandarsi: chi vuole imitare l’Italia? La Grecia e le sue ferali prestazioni economiche, oppure l’Argentina che, sgravatasi dal peso del debito pubblico, sta crescendo a ritmi “cinesi”?

* Daniele Scalea è segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e redattore della rivista “Eurasia”. È autore de La sfida totale (Roma 2010) e co-autore (con Pietro Longo) di Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario (Dublin-Roma 2011).