lunedì 26 dicembre 2011

Ricusazione per il prof. Mario Monti


Lettera di ricusazione per il prof. Mario Monti


di: Carmelo R. Viola, Rinascita

Egregio Signore, in verità io non avrei nulla contro di Lei, ma giacché, secondo la linea ufficiale del comportamento – voluto soprattutto dal primo cittadino d’Italia – come gli altri miei concittadini, dovrei dirle grazie per quanto sta facendo e per quanto farà per il bene del mio Paese, io, al contrario penso di avere diritto e dovere di ricusarla, avendo più di una motivazione a difesa mia personale e del Popolo italiano come si evince dall’analisi, che segue.
1 - La ricuso perché Lei non è stato eletto dal Popolo come vuole la Costituzione. A Lei è stato “dato in omaggio” il Governo del mio Paese da un Presidente della Repubblica, abituato a calpestare la Costituzione (come ci dicono le ripetute spedizioni militari all’estero come servaggio coloniale ad Usa-Nato, contro l’art. 11, che lo vieta categoricamente). Costui, che evidentemente non conosce la Costituzione, meriterebbe – in applicazione dell’art. 90 della carta costituzionale - di essere messo sotto accusa e di essere processato per alto tradimento della Costituzione stessa, alla quale ha formalmente giurato fedeltà. Nessun costituzionalista o magistrato ha sentito di dovere di proporlo, ma ciò dimostra solo il livello di viltà di coloro che dovrebbero difendere lo statuto giuridico del nostro Stato. La Sua posizione ha una parvenza di legalità ma solo nella forma. Nella sostanza, è incontestabilmente illegittima. Questa non è la motivazione peggiore perché non interessa i contenuti. Comunque, La ricuso come rappresentante illegittimo del Parlamento e quindi di me, cittadino
2 - La ricuso perché Lei non è il tecnico (soggetto al di sopra delle parti) che dice di essere ma un politico (soggetto di parte) se è vero che Lei identifica (confonde) la scienza sociale e l’economia con il capitalismo, anzi con il capitalismo estremo, detto liberismo globale. Con riferimento a questo Lei è un uomo dell’estrema destra. Dirsi tecnico non ha senso come non ha senso dirsi indipendente da ogni partito. Tecnico è colui, che ripara (per fare un esempio) un motore che, dopo la riparazione, riprende a funzionare. Il sistema, che Lei sarebbe venuto a riparare (come tecnico), che si valuta anzitutto su base economica e solo in un secondo tempo su base politica, può solo continuare a fare altro male.
3 - La ricuso perché Lei non conosce né la scienza sociale né l’economia (salvo a mentire) e nemmeno il capitalismo che è, nella sostanza, criminalità predatoria legale e paralegale-mafiosa senza soluzione di continuità. Non esiste capitalismo senza mafia. La ricuso perché la Sua attività parlamentare, politica ed economica può solo peggiorare la situazione d’insieme.
4 - La ricuso perché davanti ad una realtà palpabile, che ci prova ogni giorno di più, come il capitalismo – trasposizione della predazione forestale – abbia fatto il suo tempo, come non sia, oggi più che mai, in grado di risolvere quei problemi della civiltà, che non ha mai risolto, e come cada letteralmente a pezzi causando solo altri danni, Lei persiste nel volere eliminare i danni del capitalismo con il capitalismo stesso.
5 - La ricuso perché Lei segue una logica manicomiale. Infatti.
a) Lei sostiene (sebbene non apertamente) che una maggiore pressione fiscale (più tasse) serva come condizione della crescita, mentre è vero il contrario. Secondo Lei un soggetto con un ridotto potere di acquisto (a causa della maggiore pressione fiscale) sarebbe, perciò solo, nelle migliori condizioni per fare crescita. Mentre è vero l’esatto contrario.
b) Lei sostiene la stessa cosa a proposito dei tagli sociali. Dal che si deduce che più si danno calci e pugni ad una povera vittima (il lavoratore), più questo può dare segni di effettiva crescita. Che al posto della crescita ci sia solo il suo contrario - la recessione – l’ha già dichiarato l’Istat. La ricuso come causa manicomiale di recessione.
6 - La ricuso perché il Suo scopo evidente è solo quello di fare quadrare i conti dello Stato e in termini di euro per una maggiore e migliore agibilità dei mercati (da Lei definiti bestie feroci, cioè imprevedibili e sanguinarie) e dei mercanti, con riferimento particolare (ma occulto) ai “padroni usurai dell’euro”.
7 - La ricuso perché a Lei non interessano le molteplici facce del dramma del lavoro (a partire dalla disoccupazione giovanile per finire nei vecchi con una pensione miserabile o addirittura senza). A maggior ragione, ho diritto di non riconoscerle alcun titolo giuridico per governarmi.
8 - La ricuso perché Lei sostiene che dare più potere al privato (attraverso le privatizzazioni o meglio liberizzazioni) sia utile a chi vive solo di lavoro. Mentre è esattamente il contrario: più potere al privato significa desocializzazione dello Stato, condizioni peggiori per i lavoratori, più forza al capitalismo legale-paralegale-mafioso.
9 - La ricuso perché Lei sostiene che dalla concorrenza di tutti contro tutti (ovvero dalla “bellum omnium contra omnes”) possa derivare un maggiore benessere dei lavoratori mentre, come prova la sola pubblicità, serve solo ai più forti per eliminare i più deboli.
10 - La ricuso perché Lei sostiene che l’insieme delle imprese private (cioè il sistema “impresocentrico”) possa rispondere a tutto il fabbisogno dei lavoratori, sapendo che è vero l’esatto contrario.
11 - La ricuso perché Lei sostiene che la maggiore libertà imprenditoriale equivalga a maggiore funzionalità del lavoro sapendo che è l’esatto contrario e che mercato del lavoro più libero vuol dire assumere per raccomandazione e tenere dei precari per disporre sempre di dipendenti giovani.
12 - La ricuso perché Lei sostiene che dal caos liberista possa discendere l’ordine sociale e quindi anche l’equità. Qui la schizofrenia è ad un livello di guardia perché aspettarsi che dal caos possa scaturire l’ordine significa aspettarsi che da un’urna del lotto vengano fuori tutti i numeri in ordine progressivo dall’uno al novanta!
13 - La ricuso perché Lei non vuole liberare il mio Paese dai mali reali, alcuni dei quali sono: a) il signoraggio monetario (dipendenza monetaria al posto della sovranità monetaria), b) l’euro, c) il debito pubblico, d) la pressione fiscale, e) il bisogno.
14 - La ricuso perché Lei non accenna nemmeno minimamente all’applicazione dell’economia vera (gestione secondo equità di una famiglia e così di una comunità o dello Stato), la cui prima realizzazione – in quanto sistema “antropocentrico” - è proprio ciò che Lei considera un valore incidentale: cioè la “piena occupazione”. Altro che maggiore pressione fiscale!
15 - Infine, La ricuso perché i Suoi compensi astronomici sono un insulto alla civiltà ed al bisogno. Perché dall’alto di quei emolumenti è psicologicamente impossibile capire i vari aspetti del dramma del lavoro e del bisogno. Io ho lavorato onestamente per oltre sessant’anni anche per il bene del mio simile e, pur convinto di non valere meno di Lei, riesco appena a sbarcare il lunario.

Signoraggio: una ennesima proposta dalla rete


Signoraggio: una ennesima proposta dalla rete,
interessante ma da ottimizzare

Sottoscrivi la lettera su facebook al gruppo "La Nostra Città" al link:

http://www.facebook.com/groups/276195305748875/#

Oppure manda una e-mail di adesione agli indirizzi:

info@lanostracitta.it; o fulvio.dam@gmail.com; o adolfobottiglione@gmail.com
UNA PROPOSTA CONCRETA PER RISOLVERE LA CRISI FINANZIARIA DELL’EURO.
“LETTERA APERTA A TUTTI I CITTADINI DELL’EUROZONA”
Roma, 11/11/2011

Cari concittadini Europei, vogliamo spiegare con questa lettera il funzionamento dell’attuale sistema monetario ed i problemi ad esso legati.
L'emissione monetaria, attualmente, è esercitata dalla Banca Centrale Europea (di seguito denominata BCE), un soggetto giuridico privato. La BCE è controllata dalle singole banche centrali, sia dei paesi aderenti all'Euro che di quelli non appartenenti all’eurozona. A loro volta, le singole banche centrali di ogni Paese, possono essere controllate da operatori del settore bancario (nel caso italiano la Banca d'Italia lo è per il 95%) oppure direttamente dallo Stato (come la Bundesbank in Germania).
A seguito dell'entrata in vigore dell'Euro, il primo elemento che emerge è il fatto che gli Stati Europei non esercitano più la sovranità monetaria, ossia l'emissione della carta moneta. Gli stati membri possono “coniare” solo le monete metalliche.
Il secondo elemento che vogliamo evidenziare riguarda le modalità operative attuate dalla BCE, in qualità di gestore della “moneta europea”:
  1. La BCE stampa la carta moneta e presta il denaro al canale bancario (esclusivamente ad operatori accreditati). Per tale attività chiede ed ottiene in cambio delle garanzie (obbligazioni in pegno);questo è a tutti gli effetti un prestito, per il quale pretende un interesse a scadenza.
  2. La BCE può inoltre acquistare sui mercati finanziari sempre e solo obbligazioni o titoli di stato. La BCE in sostanza compra i titoli di Stato/obbligazioni, con il denaro stampato. Il “venditore” è ovviamente un operatore finanziario che opera nel mercato. 

Insomma… la BCE si rivolge esclusivamente alle banche o agli operatori finanziari e MAI ai singoli Stati aderenti all'Euro (per Statuto della BCE). Ogni nazione è costretta quindi ad acquistare il denaro non direttamente dalla BCE ma rivolgendosi ad operatori finanziari, emettendo titoli di debito pubblico, attraverso “aste di emissione” che fissano, di volta in volta, il tasso d’interesse da pagare. Gli interessi che ciascuno Stato deve pagare, per acquistare il denaro, sono ovviamente superiori a quelli praticati dalla BCE, perché l'operazione ha come controparti solo operatori finanziari privati.  

Altro elemento da considerare è “l’effetto moltiplicatore” che le attività bancarie producono sulla moneta circolanteInfatti l'attività principale delle banche consiste nel prestare quasi l’intera liquidità presente nelle proprie tesorerie, poiché queste non ritengono necessario averla interamente disponibile (riserva frazionaria). Il denaro prestato quindi ritorna in deposito presso le banche e viene nuovamente prestato, da qui l'effetto moltiplicativo sulla liquidità in giacenza. In Italia l'attività bancaria moltiplica la liquidità (il denaro) in giacenza nei c/c, di circa 10 volte. Negli altri paesi aderenti all'euro il moltiplicatore è decisamente superiore a quello Italiano !!
Pertanto in Italia, a fronte di circa 120 Miliardi (di seguito denominati Mld) di € in banconote (dato Banca D'Italia anno 2010), ci sono depositi liquidi e attività immediatamente liquidabili per circa 10 volte tanto !!

Ed ora arriviamo al PROBLEMA di questo sistema, che lo rende praticamente instabile e destinato al collasso !!!
A fronte di questi depositi bancari ci sono altrettanti soggetti che hanno contratto debiti per il 90% delle somme depositate liquidabili; per tali debiti non esistono nel sistema i soldi per pagare gli interessi.
Quindi, a fronte di 1.200 Mld di € di depositi in liquidità presso le banche, esistono banconote per soli 120 Mld. di €, mentre vi sono prestiti che fruttano interessi per quasi 1.100 Mld. di € !!!
Questo sistema di emissione e di gestione della moneta presenta 2 gravi problemi: 

1) nel sistema non ci sono i soldi per pagare gli interessi, e pertanto il sistema è ad altissimo rischio, in quanto spinge un’alta percentuale di debitori al fallimento;
2) i depositi non sono liquidabili immediatamente, perché non c’è la carta moneta a copertura dei depositi. Nel caso di una “corsa generalizzata” agli sportelli bancari - per ritirare ciascuno il proprio denaro - si verificherebbe, come conseguenza, il fallimento dell'intero sistema bancario. 


In conclusione la “nostra” moneta è emessa a debito e le banche moltiplicano tale attività sfruttando il meccanismo della riserva frazionaria, cioè prestano quasi tutta la liquidità in loro possesso, per cui i debiti continuano a crescere a dismisura. I debiti crescono fino a che le uniche attività redditizie restano solo quelle finanziarie, semplicemente perché è più facile fare denaro dal denaro piuttosto che impiegarlo in “attività di rischio” come fanno le imprese che producono beni e servizi. Conclusione: il debito richiede sempre più, denaro e beni tangibili, l'economia reale, per mancanza di investimenti, non è più in grado di sostenere il peso del debito e, al termine di questo processo di trasferimento di capitali dalla produzione alla finanza, si arriva inevitabilmente al crollo del sistema bancario.

Che cosa accade allo Stato che rinuncia alla sovranità monetaria?
L'Italia ha rinunciato spontaneamente alla propria sovranità monetaria tra il 1981 e il 1982, trasferendo la gestione dell'emissione monetaria nelle mani della Banca D'Italia, senza vincoli da parte del Ministero del Tesoro; inoltre, sia la Banca D'Italia che le banche commerciali, all’epoca di proprietà statali, non furono più costrette per legge a comprare i titoli di stato invenduti alle aste di emissione. Risultato ? Lo Stato Italiano dal 1982 non emette più banconote, ma è costretto a prenderle in prestito, e gli interessi sono più alti a causa della modifica della normativa delle aste di emissione.
Facciamo ora il conto di quanto ciò abbia inciso sul bilancio italiano (calcolo degli interessi tra il 1980 e il 1993). Va sottolineato in aggiunta a quanto sopra esposto che, a causa di un comportamento completamente irresponsabile della classe politica dell'epoca, il bilancio Statale in quegli stessi anni fu tenuto in perenne deficit (in rapporto al PIL) in misura oscillante tra il 10% e il 12%, senza alcun controllo effettivo sulla spesa pubblica.

Questo meccanismo ha avuto come conseguenza che gli interessi reali, ovvero quelli calcolati al netto dell'inflazione, abbiano raddoppiato il debito pubblico nel giro di poco più di 10 anni, come si evidenzia nei dati riportati nella tabella seguente:
Debito_Pubb._TUS______Costo________Anno___Tasso_reale____Spesa_reale
______________________debito_____________al_netto_infl.__interessi_annua
114066_______16,5_____18820,89_____1980____-4,50%___________-5132,97
142427,1_____19_______27061,15_____1981_____0,30%____________427,28
181567,8_____18_______32682,2______1982_____1,00%___________1815,68
232385,5_____17_______39505,54_____1983_____0,60%___________1394,31
286744,4_____16,5_____47312,83_____1984_____4,00%__________11469,78
347592,6_____15_______52138,89_____1985_____6,00%__________20855,56
404335,9_____12_______48520,31_____1986_____7,00%__________28303,51
463083,4_____12_______55570,01_____1987_____7,00%__________32415,84
524528,4_____12,5_____65566,05_____1988_____7,00%__________36716,99
591618,7_____13,5_____79868,52_____1989_____7,00%__________41413,31
667847,7_____12,5_____83480,96_____1990_____7,00%__________46749,34
755010,9_____12_______90601,31_____1991_____6,00%__________45300,65
849920,5_____12______101990,46_____1992_____6,00%__________50995,23
959713,5_____8________76777,08_____1993_____8,00%__________76777,08
____________________819.896,20____________________________389.501,59

(*) Dati ufficiali Banca D’Italia
N.B.: I dati sul debito e del corrispettivo degli interessi sono espressi in milioni di €.
Costo complessivo degli interessi: 819.896,2 (valore nominale)
Costo interessi: 389.501,59 (valore reale al netto dell'inflazione)
Dalla tabella si osserva che per effetto della somma degli interessi reali del periodo, oltre il 40% circa del debito statale del 1993 è dovuto a questi interessi; ciò ha determinato un trasferimento di ricchezza reale, dal lavoro dei cittadini al reddito parassitario del denaro, da chi ha pagato le tasse a chi ha investito in titoli di stato !!!
E’ importante ricordare che il rapporto debito/Pil per l'Italia è passato da circa il 60% del 1982 a quasi il 120% del 1994.
Questo eccessivo aumento del debito pubblico sarebbe stato evitato con opportune politiche di pareggio di bilancio, il cui “costo sociale” avrebbe significato l’inevitabile taglio della spesa pubblica o l’aumento dell’imposizione fiscale, vista la necessità di dover far fronte all’oneroso costo degli interessi reali sul debito. Purtroppo tutto ciò non è stato fatto !!!
Pertanto la crescita del debito pubblico è stata causata in gran parte dal pagamento degli interessi per l'utilizzo della propria moneta, a seguito della rinuncia all'emissione monetaria da parte dello Stato. Facciamo notare che tale rinuncia avvenne all'epoca, perché negli anni precedenti al 1981 il tasso reale degli interessi era sistematicamente negativo (inflazione maggiore del tasso di interesse) ed oscillante tra il 4%-5%.
La cosa provocò una forte svalutazione della moneta nel giro di pochi anni, e le perdite reali sui risparmi accumulati non erano più socialmente accettabili.
Il vero grosso PROBLEMA dello Stato italiano non è quindi la corruzione, l'evasione fiscale, il costo della politica o “il costo della casta”, ma il costo degli interessi sul debito, che per il 2011 è di circa 85Mld di € (contro i 95 Mld di € di spesa annua per le pensioni!!!), e le previsioni per i prossimi anni dicono che continuerà a crescere !!! 

Questa situazione è da tempo comune a tutti i cittadini dell'Eurozona; la sola differenza tra l’Italia e gli altri stati membri, è che l’Italia è senza sovranità monetaria già dal 1982, mentre gli altri lo sono solamente dal 2002.

Fra poco le altre nazioni dell’Eurozona (purtroppo per Voi) sperimenteranno quello che l’Italia ha sopportato negli ultimi 20 anni.
Per questo chiediamo con forza a tutti, di aderire all'iniziativa del movimento “La Nostra Città”, sottoscrivendo la richiesta a modificare i trattati europei (in particolare quello di Maastricht) al fine di rendere il sistema monetario più equo per chi lo ha adottato e più stabile di quello attuale, nel quale di fatto non esistono i soldi per pagare gli interessi. 

E’ in pratica un vortice dal quale è impossibile uscire se non si cambiano le “regole del gioco”. Per scongiurare il fallimento del sistema proponiamo una semplice modifica al trattato di Maastricht (articolo 104-C che regola i deficit eccessivi), lasciando inalterati i vincoli ai bilanci statali.

Il provvedimento relativo alla nostra proposta prevede di:
Consentire l’emissione monetaria diretta da parte di ciascun stato aderente all'Euro a fronte di investimenti in infrastrutture, per un ammontare massimo pari al 3% del Pil, in modo da non generare una consistente inflazione monetaria.Rimarrebbe inalterato il vincolo al deficit di bilancio previsto dal trattato di Maastricht, e ciò comporterebbe il pareggio di bilancio per tutti gli stati membri, mentre l'emissione della carta moneta da parte dei singoli stati avverrebbe solo sotto stretto controllo della BCE, per le sole spese in infrastrutture. Al mancato rispetto del suddetto vincolo, seguirebbero immediate sanzioni da parte della BCE attraverso la limitazione, fino all’azzeramento, delle successive emissioni monetarie statali.

Il pregio ed il vantaggio di questa proposta è che consentirebbe l’emissione di carta moneta, senza creare debito, da parte degli Stati. Gli stati sarebbero vincolati esplicitamente al rispetto del pareggio di bilancio. Il processo di immissione monetaria compenserebbe l'effetto distruttivo segnalato che hanno gli interessi sull'economia reale.

La proposta non è “inflattiva”, perché è previsto un tetto massimo annuo, e perché la moneta emessa sarebbe spesa esclusivamente per sviluppare le infrastrutture nel proprio paese, a beneficio dell'intera collettività, rimettendo in moto l’economia reale ed il processo di crescita economica viste le nuove opportunità che si creerebbero per le imprese ed il mondo del lavoro.  

Crediamoci e lavoriamo tutti con passione per creare una Vera, Unica, Grande Europa.

Grazie a Voi tutti.

domenica 25 dicembre 2011

Wsj; tornano Lira, Dracma, Escudo?




Auguri di buone feste

Tanti cari auguri di buone feste dalla Redazione di signoraggio.it ai nostri 154.000 lettori del 2011 !

sabato 24 dicembre 2011

Impariamo dall'Argentina


Argentina: un banco di prova per il collasso dell'ingegneria finanziaria
di Adrian Salbuchi - 23/12/2011

Fonte: Come Don Chisciotte

CHE INSEGNAMENTI PER L’EUROPA… 
Esattamente dieci anni fa l'Argentina subì un vero e proprio collasso finanziario e politico. Dopo un decennio in cui abbiamo seguito quello che gli "esperti" del FMI, i banchieri internazionali e le agenzie di rating ci hanno detto di fare, questo è il risultato finale.
L'allora presidente Fernando De la Rua ha applicato fino all'ultimo minuto tutte le ricette del FMI, facendoci ingoiare i loro rimedi "velenosi".
Agli inizi del 2001 la situazione divenne davvero brutta quando De la Rua non poté più pagare gli interessi del "debito sovrano" argentino, anche dopo aver guidato il paese in modalità "deficit zero", tagliando spesa pubblica, posti di lavoro, sanità, educazione e servizi pubblici essenziali. 

Nel marzo 2011 richiamò come ministro delle Finanze Domingo Cavallo, ruolo che Cavallo aveva già svolto per sei anni durante gli anni ‘90 sotto la presidenza di Carlos Menem, imponendo le scandalose politiche di deregolamentazione e privatizzazione del FMI che indebolirono lo stato e lo portarono dritto al collasso del 2001.
Beh, non fu proprio De la Rua a richiamare Cavallo, quanto piuttosto David Rockefeller (JPMorgan Chase) e William Rhodes (CitiCorp), che vennero personalmente a Buenos Aires per dire/ordinare al presidente De la Rua di nominare Cavallo, altrimenti...
Così a giugno 2001, Cavallo - membro della Commissione Trilaterale e protetto di Soros-Rockefeller-Rhodes - provò a dissipare il default rifinanziando il debito sovrano, che aumentò il debito pubblico di 51 miliardi di dollari, ma non evitò il collasso totale di dicembre.
Cosa successe poi? De la Rua e Cavallo difesero i banchieri e evitarono la corsa agli sportelli congelando tutti i depositi bancari. Lo chiamarono il "Corrallito", quando i titolari dei conti correnti potevano ritirare 250 pesos alla settimana (all'epoca l' equivalente di 250 dollari; dopo la svalutazione del 2002 solo 75).
L'economia argentina quasi collassò; le persone scesero per strada sbattendo pentole e padelle, urlando, chiamando tutti i banchieri “ladri, criminali, truffatori, imbroglioni”, ma i grandi cancelli di bronzo delle megabanche rimasero chiusi. Nessuno ebbe i suoi soldi indietro.
Metà dei depositi bancari erano in dollari. Anche in questo caso nessuno ebbe i dollari indietro, solo pesos a un tasso di cambio fraudolento dopo la svalutazione imposta e dopo che fu abbandonata la cosiddetta "convertibilità" della valuta che Cavallo impose dieci anni prima, ancorando il peso al dollaro ad una irreale parità di 1 a 1.
Fu chiaramente un enorme furto di beni e risparmi di quaranta milioni di argentini, orchestrato dai banchieri e appoggiato dal governo. Metà della nostra popolazione scese rapidamente sotto la soglia di povertà, il PIL si contrasse di quasi il 40% nel 2002, in milioni persero il posto di lavoro, i risparmi, le case per via dei pignoramenti, i mezzi di sussistenza e neppure una banca è collassata!
Dopo gli scontri a Buenos Aires e nelle altre città maggiori, e la repressione brutale della polizia che lasciò trenta morti sulle strade, De la Rua prese il suo elicottero sul tetto del palazzo presidenziale, la Casa Rosada, e abbandonò la nave. Nell'ultima settimana del dicembre 2001 si sono succeduti quattro presidenti, fino a che le banche, i media, gli Stati Uniti e il suo Dipartimento del Tesoro accettarono Eduardo Duhalde come presidente provvisorio. Alla fine nominò ministro delle Finanze Roberto Lavagna, membro fondatore del CARI, la versione argentina del Council of Foreign Relations.
L'Argentina è stata usata come banco di prova dall'elite per apprendere come controllare un totale collasso finanziario, monetario, bancario ed economico, e le sue conseguenze sociali adeguatamente progettate per garantire che, con il tempo: (a) i banchieri ne escano illesi, (b) l'"ordine democratico" venga ripristinato e il nuovo governo imponga un nuova rifinanziamento del debito sovrano, equilibri le cifre, e calmi la popolazione (altrimenti...), e (c) ristampi un grande sorriso sulle facce dei banchieri... Tutto come sempre!
Gli insegnamenti dell'Argentina del 2001/2003 vengono usati oggi con la Grecia, Irlanda, Spagna, Italia, Islanda, Regno Unito e Stati Uniti.
Quindi, manifestanti di "Occupy Wall Street", a me le orecchie! Non avete possibilità! I signori del denaro hanno già fatto il loro giochi finanziari in Argentina.
A un certo punto le cose andavano così male che un giornalista del New York Times, Larry Rohter, (successivamente accusato dal governo brasiliano di avere legami con la CIA) ebbe il coraggio di suggerire la divisione territoriale dell' Argentina per "risolvere" la nostra crisi del debito. Il titolo del suo perverso articolo, pubblicato il 27 agosto 2002, diceva tutto: "Alcuni in Argentina vedono la secessione come risposta al pericolo dell'economia", mirando specificatamente alla nostra regione ricca di risorse naturali, la Patagonia...
Allora le potenti élite globali finalmente trovarono il loro uomo quando Nestor Kirchner divenne presidente nel maggio 2003. Kirchner mantenne in carica il ministro delle Finanze, Lavagna, rifinanziò il debito sovrano con scadenza in 42 anni(!); pagò al FMI l'intero importo di dieci miliardi di dollari (in contanti, in dollari e senza riduzioni; cioè in assoluto lo status di creditore più favorito) senza ricevere nulla in cambio; ha indebolito ulteriormente l'esercito argentino, rincretinito l'educazione, i media e la cultura e ha terminato imponendo sua moglie Christina come successore.
Chiaramente, un sacco di lezioni sono state apprese dall'"esperienza Argentina", che tornano così utili quando si tratta di questi chiassosi e poveri europei di oggi.
Così, dieci anni dopo... nessuno vuole ballare un tango?
**********************************************

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di REIO

La baionetta di Mario Draghi


La baionetta di Mario Draghi
di Giuseppe Masala - 23/12/2011

Fonte: statopotenza 
  

Strepitoso successo dell’operazione di pronti contro termine implementata dalla BCE di Mario Draghi, così almeno l’hanno definita gli imbonitori dei mass media tradizionali. 

Tecnicamente questa operazione, posta in essere dalla BCE e denominata LTRO (Long Term Rifinancing Operation), consiste nel concedere liquidità (danaro contante) al sistema delle banche commerciali europee in cambio di titoli in garanzia (collateral) e ad un tasso dell’1%. Prestito che andrà rimborsato alla banca centrale, comodamente, in tre anni. Forse la novità più importante in questa operazione, oltre alla durata del prestito (3 anni) e all’importo colossale (489 miliardi di euro), è l’accettazione, come collaterale a garanzia, di titoli di bassa o bassissima qualità che mai, fino ad ora la Banca Centrale Europea aveva accettato, considerandoli cartacce di infimo valore reale. Non si può negare che sulla carta, il piano congegnato da Mario Draghi sia di una raffinatezza tecnica che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la sua superba competenza sul funzionamento dei mercati finanziari. Si deve anche ammettere come questa operazione potrebbe avere positivi cascami su alcune variabili importantissime nell’economia reale. 

Con il suo ingegnoso piano, il Governatore Draghi sembra quasi, visto l’infimo tasso d’interesse richiesto, suggerire alle banche commerciali di acquistare, con i soldi prestati, titoli di debito sovrano degli stati. Tale acquisto allenterebbe il boom degli interessi richiesti dal mercato su questa classe di investimento e allo stesso tempo permetterebbe, a rischio quasi zero, alle banche di lucrare sul differenziale tra i tassi dei titoli del debito sovrano eventualmente acquistato e quelli all’1% richiesti per partecipare alla LTRO. 

Non c’è che dire, una soluzione ingegnosa che “nutre” a rischio zero l’anemico (un garbato eufemismo questo) sistema bancario europeo e allo stesso tempo consente l’allentamento della pressione sugli interessi dei titoli sovrani dei paesi in difficoltà dell’area euro, con relativo beneficio sul pagamento del servizio del debito. Un piano che avrebbe avuto forti probabilità di funzionare. Un anno fa. Innanzitutto, bisogna ricordare che quest’anno è deflagrata la crisi del debito greco. I vari piani proposti nel corso dell’anno non hanno portato ad una stabilizzazione della situazione (parliamo naturalmente dell’aspetto meramente finanziario, il lato sociale di questa crisi non lo teniamo in considerazione), vuoi perché le banche europee, a causa degli haircut ciclicamente proposti, rischiavano una significativa erosione del loro capitale netto, vuoi perché i tedeschi non hanno mai abbandonato il dogma della disciplina ferrea dei bilanci pubblici, vuoi perché i paesi “forti” volevano colpirne uno per educarne cento imponendo misure draconiane con l’intento di evitare eventuali comportamenti cosiddetti di “azzardo morale” da parte dei paesi deboli. Fatto sta che ancora oggi, l’investitore (qualora fosse così folle) da investire 1000 euro nei bond governativi greci ad un anno otterrebbe, alla scadenza, ben 4560 euro grazie ad un tasso del 356%. Naturalmente, lo dico nell’interesse dell’eventuale lettore ingenuo, è evidente che queste cifre non verranno mai pagate: semplicemente il mercato prezza una qualche forma di default con annesso haircut dei titoli del debito greco. Tale probabile haircut provocherà forti perdite alle banche europee. 

Ovvio che in una situazione così problematica, i banchieri europei hanno paura di bruciarsi le mani. Per esempio Federico Ghizzoni, top manager di Unicredit, già infatti mette le mani avanti e dichiara che “non sarebbe logico” usare i soldi ottenuti dalla BCE per acquistare ulteriori quote di debito governativo. Quindi, con buona pace della BCE, probabilmente le tensioni sui tassi di interesse dei debiti sovrani europei non sono destinate a rallentare. 
Ma altri cigni neri, per usare una felice espressione di Nassim Taleb, potrebbero perturbare quello che è l’altro possibile grande obiettivo del piano di Draghi: dare nutrimento alle dissanguate casse delle banche commerciali, consentendo di lucrare sulla differenza tra i tassi di interesse all’1% sui prestiti concessi e i vari assets che con quei soldi verranno acquistati. 
Infatti nel frattempo l’Italia, terza economia dell’area euro, sta entrando in una recessione che potrebbe trasformarsi in una depressione. E’ di questi giorni l’annuncio ufficiale dell’Istat che già nel terzo trimestre il Pil italiano è entrato in “crescita negativa” (-0,2% rispetto al trimestre precedente). 

Ancora più terrificante se si vuole, il dato (sempre Istat) dell’indice grezzo sulle vendite diffuso oggi: -1,5% rispetto ad ottobre 2010. Tutto questo probabilmente è solo l’antipasto di quello che accadrà grazie alla manovra Monti che ha effetti sicuramente recessivi. Inutile dire che la recessione alle porte aumenterà le sofferenze delle banche vanificando in parte l’obbiettivo della BCE di mettere in sicurezza (dare nutrimento…) il sistema bancario, almeno in Italia.

Siccome, a quanto pare, viviamo un epoca storica dove i cigni neri non vengono da soli ma in stormi, segnalo che altri problemi potrebbero venire dall’Est Europa e precisamente dall’Ungheria. Infatti il FMI e la UE hanno deciso di non proseguire i colloqui per la concessione di un altro prestito “di salvataggio”. La situazione ungherese è sotto certi aspetti drammatica, infatti circa il 50% dei mutui immobiliari concessi sono denominati in franchi svizzeri. L’attuale svalutazione del fiorino ungherese rispetto alla moneta della confederazione elvetica ha messo in seria difficoltà prima i mutuatari (che guadagnano in fiorini ungheresi svalutati e pagano i mutui in franchi svizzeri) e poi, di conseguenza, le banche che avevano concesso i mutui. Il rischio crollo dell’economia magiara andrebbe a colpire il sistema bancario italiano e austriaco enormemente esposto in questa nazione. 

I guai per Mario Draghi sembrano dunque non essere finiti, ed anzi la sua manovra monetaria rischia di essere vanificata da tutta una serie di fattori incontrollabili. 

In definitiva, visto che l’operazione di LTRO della BCE, aumenta la leva finanziaria delle banche commerciali europee si potrebbe dire che il suo eventuale fallimento provocherebbe un effetto moltiplicatore del collasso, trasformando la deflagrazione convenzionale del sistema in una deflagrazione termonucleare. Paradossalmente proprio quello che l’economista Ludwig Von Mises, demiurgo dell’attuale dottrina economica dominante, aveva ipotizzato in questo genere di situazioni: “Non c’è modo di evitare il collasso finale di un boom indotto da un’espansione creditizia. La scelta è solo se la crisi debba avvenire prima come risultato dell’abbandono volontario di un’ulteriore espansione del debito o più tardi con la totale catastrofe del sistema monetario coinvolto”. 

E’ per questo che il piano di Mario Draghi a me sembra la baionetta del fante italiano prima di Caporetto. 

Argentina: in dieci anni dal collasso al rinascimento


L’Argentina in dieci anni dal collasso al rinascimento. Come liberarsi del FMI e vivere felici
di Gennaro Carotenuto - 23/12/2011

Fonte: gennarocarotenuto 

Oggi, esattamente dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.
Il cosiddetto “corralito”, il blocco dei conti correnti bancari dei cittadini, era stato l’ultimo passo di una vera guerra economica contro l’Argentina durata quasi cinquant’anni. L’FMI era stato il vero dominus del paese dal golpe contro Juan Domingo Perón nel 1955 fino a quel 19 dicembre 2001. Attraverso tre dittature militari, 30.000 desaparecidos e governi teoricamente democratici ma completamente sottomessi al “Washington consensus”, l’Argentina era passata dall’essere una delle prime dieci economie al mondo all’avere province con il 71% di denutrizione infantile, dalla piena occupazione al 42% di disoccupazione reale, da un’economia florida al debito pubblico pro-capite più alto al mondo. Con la parità col dollaro, e con la popolazione addormentata dalla continua orgia di televisione spazzatura dell’era Menem (1989-1999), il paese aveva dissipato un’invidiabile base manifatturiera e tecnologica. Nulla più si produceva e si spacciava che oramai fosse conveniente importare tutto in un paese che aveva accolto, realizzato e poi infranto il sogno di generazioni di migranti e da dove figli e nipoti di questi fuggivano.
In quei giorni, in quello che per decenni il FMI aveva considerato come il proprio “allievo prediletto”, salvo misconoscerlo all’evidenza del fallimento, non fu solo il sottoproletariato del Gran Buenos Aires ridotto alla miseria più nera a esplodere ma anche le classi medie urbane. Queste, che per decenni si erano fatte impaurire da timori rivoluzionari e d’instabilità, blandire da promesse di soldi facili e convincere che il sol dell’avvenire fosse la privatizzazione totale dello Stato e della democrazia, si univano in un solo grido contro la casta politica e finanziaria responsabile del disastro: “que se vayan todos”, che vadano via tutti. Era un movimento forte quello argentino, antesignano di quelli attuali, e solo parzialmente rifluito perché soddisfatto in molte delle richieste più importanti.
I passi successivi al disastro furono decisi e in direzione ostinata e contraria rispetto a quelli intrapresi nei 46 anni anteriori. Quegli argentini che a milioni si erano sentiti liberi di scegliere scuole e sanità private adesso erano costretti a tornare al pubblico trovandolo in macerie. Al default, che penalizzava chi speculava -anche in Italia- sulla miseria degli argentini, seguì la fine dell’irreale parità col dollaro. Le redini del paese furono prese dai superstiti di quella gioventù peronista degli anni ’70 che era stata sterminata dalla dittatura del 1976. Prima Néstor Kirchner e poi sua moglie Cristina Fernández, appoggiati in maniera crescente dagli imponenti movimenti sociali, con una politica economica prudente ma marcatamente redistributiva, hanno fatto scendere gli indici di povertà e indigenza a un quarto di quelli degli anni ‘90. Al dunque l’Argentina ha dimostrato che perfino un’altra economia di mercato è possibile e dal 2003 in avanti il paese cresce con ritmi tra il 7 e il 10% l’anno.
La crescita economica è stata favorita da una serie di fattori propri del nostro tempo, dall’aumento dei prezzi dell’export agricolo all’arrivo della Cina come partner economico. Soprattutto però i governi kirchneristi sono stati, con Brasile e Venezuela, i grandi motori dell’integrazione latinoamericana, una delle principali novità geopolitiche mondiali del decennio. Le date chiave di tale processo sono due: Nel 2005 a Mar del Plata, soprattutto la sinergia Kirchner-Lula stoppò il progetto dell’ALCA di George Bush, il mercato unico continentale che voleva trasformare l’intera America latina in una fabbrica a basso costo per le multinazionali statunitensi mettendo un continente intero a disposizione degli Stati Uniti per sostenere la competizione con la Cina. Nel 2006 l’Argentina e il Brasile, con l’aiuto di Hugo Chávez, chiusero i loro conti col FMI: “non abbiamo più bisogno dei vostri consigli interessati” dissero mettendo fine a mezzo secolo di sovranità limitata. Per anni i media mainstream mondiali hanno cercato di ridicolizzare il tentativo del popolo argentino di rialzare la testa, l’integrazione latinoamericana e la capacità del Sudamerica di affrancarsi dallo strapotere degli Stati Uniti e dell’FMI. A dieci anni di distanza, tirando le somme, ci si può levare qualche sassolino dalla scarpa su chi disinformasse su cosa. Ancora un anno fa, nel momento della morte di Néstor Kirchner i grandi media internazionali –quelli autodesignati come i più autorevoli al mondo- avevano di nuovo offeso la presidente, con un maschilismo vomitevole, descrivendola come una marionetta incapace di arrivare a fine mandato. Il popolo argentino la pensa diversamente e il 23 ottobre 2011 l’ha confermata alla presidenza al primo turno con il 54% dei voti.
Cristina, e prima di lei Néstor, ad una politica economica che ha permesso all’Argentina di riprendere in mano il proprio destino, affianca una politica sociale marcatamente progressista dai processi contro i violatori di diritti umani alle nozze omosessuali. Perfino nei media l’Argentina è oggi all’avanguardia nel mondo nella battaglia contro i monopoli dell’informazione: non più di un terzo può essere lasciato al mercato, il resto deve avere finalità sociali e culturali perché non di solo mercato è fatta la società.
A dieci anni dal crollo l’Argentina sta vincendo la scommessa della sua rinascita. I paradigmi neoliberali sono sbaragliati e dall’acqua alle poste alle aerolinee molti beni sono stati rinazionalizzati per il bene comune dopo essere stati privatizzati durante la notte neoliberale a beneficio di pochi corrotti. I soldi investiti in educazione sono passati dal 2 al 6.5% del PIL e… la lista potrebbe continuare. Basta un dato per concludere: dei 200.000 argentini che nei primi mesi del 2002 sbarcarono in Italia (tutti o quasi con passaporto italiano) alla ricerca di un futuro, oltre il 90% sono tornati indietro: “meglio, molto meglio, là”.

Mario Monti vittima della terza guerra mondiale


Mario Monti sarà "la prossima vittima, a primavera, della terza guerra mondiale, quella tra dollaro ed euro". E' l'ultimo botto di Roberto D'Agostino, ideatore del sito di gossip politico-cult, Dagospia, ospite del direttore di Libero Maurizio Belpietro a La telefonata, su Canale 5. "L'Italia è sempre il paese del melodramma - sottolinea - e sotto il loden di Monti c'è il solito costume di Arlecchino di noi italiani".