giovedì 15 ottobre 2015

Assemblea CREDEM: contestazione contabile sulla creazione di denaro

Assemblea degli azionisti CREDEM, 30 aprile 2015: contestazione contabile sulla creazione di denaro, da pag. 15 a pag.26 del verbale:
http://www.credem.it/Company_Profile/Corporate%20Governance/Verbale%20ottico%20Assemblea%20ordinaria%20e%20straordinaria.pdf

Ci resta la disobbedienza civile

Ci resta la disobbedienza civile

Un “nuovo” ordine mondiale produce, inventa e alimenta guerre ed esodi per dare spazio e proteggere i nuovi poteri finanziari. Opporsi sembra impossibile. “La governance dei nuovi poteri – spiega Bruno Amoroso – è assicurata da istituzioni militari come la Nato, dal business energetico industriale e tecnologico, e da pochi centri di potere della finanza internazionale. Impedire a questa governance di funzionare mettendo sabbia nei suoi meccanismi e distruggendo le sue istituzioni, è il passo necessario per ridare spazi di democrazia…”. La prima fortezza da espugnare è la Bce: per questo occorre intensificare “la denuncia del ruolo svolto dai sicari dell’economia, a iniziare da Mario Draghi” e sostenere campagne come la Dip (Dichiariamo Guerra alla Povertà). Sì, è tempo di resistenza e di organizzare un movimento di disobbedienza civile
Francoforte sul Meno, contestazioni allla Bce (Blockupy).
.
di Bruno Amoroso
Destabilizzazione politica, marginalizzazione economica: il risultato è un sistema di apartheid globale. Dal caos sapientemente prodotto e governato (guerre e migrazioni) si sta alimentando la domanda di un “nuovo” ordine mondiale, quello della globalizzazione. Questo viene oggi servito per garantire che tutto cambi per dare spazio e proteggere i nuovi poteri finanziari e militari.
Diritti, sindacati, partiti, democrazia, società civile, cosviluppo sono un ricordo del passato, il crollo di un’utopia. Il nuovo ordine si chiama Globalizzazione e le sue istituzioni governano il disordine mondiale. Opporsi sembra oggi impossibile perché dalla disperazione non nascono solidarietà e unità, ma solo divisioni e “guerre civili”. Infatti, i sistemi di welfare europeo sono stati travolti senza alcuna resistenza.
La loro forza consisteva anzitutto nella capacità di coniugare crescita economica, e diffusione del welfare dentro i valori comunitari dello Sato nazionale. La “governance” dei nuovi poteri è assicurata oggi dalle istituzioni militari (Nato), dal Big Business (energetico, industriale, tecnologico), e da pochi centri di potere della finanza internazionale. Impedire a questa “governance” di funzionare mettendo sabbia nei suoi meccanismi e distruggendo le sue istituzioni, è il passo necessario per ridare spazi di democrazia e ossigeno agli Stati nazionali, che oggi sono soffocati in Europa dentro la camicia di forza dell’Unione europea.
acw2
Le guerre e le migrazioni sono gli strumenti utilizzati dalla Troika per impedire ogni alternativa. Per impedire che le crisi si trasformassero in nuove solidarietà sono state introdotte misure che proibiscono la solidarietà tra i popoli come avviene oggi con l’occupazione della Banca Centrale Europea affidata alla guida gelida e sapiente di uno dei maggiori “sicari dell’economia”. Una Banca Centrale che finanzia guerre, rapine, garantisce con il ricatto la dipendenza dei governi dalla Troika. Da qui bisogna ripartire, non frammentando le lotte e le domande di nuova economica, ma unificandole per rovesciare questo che è il più grande ostacolo al cambiamento e per porre fine al massacro e impoverimento delle masse.
Le guerre e le migrazioni sono oggi un grande business che serve a dividere alternative e opposizioni: dividendo gli Stati europei nella camicia di forza delle norme dettate dai vincoli di bilancio sapientemente introdotte al momento giusto, dividendo la società civile (Ong ecc.) attratta da finanziamenti (gli “aiuti” che servono si a garantirgli la sopravvivenza ma di certo non a porre fine allo scempio), dividendo il mondo del lavoro offrendo privilegi a chi partecipa al dividendo della guerra.
eu_blocupy
La Campagna Dip (Dichiariamo Guerra alla Povertà) è nata su questa analisi e su queste premesse, cercando di contribuire alla creazione di una nuova resistenza, che travolga le divisioni e gli interessi particolari e organizzi un movimento di disobbedienza civile e di solidarietà attiva che contrasti le soluzioni criminali e illusorie che si cerca di contrabbandare tramite i mass media. La prima fortezza da espugnare è la Banca Centrale Europea, di cui va abolita a furore di popolo l’autonomia dalla politica e dalle istituzioni nazionali, e le cui funzioni devono avere come obiettivo il divieto di finanziare guerre, di favorire speculazioni finanziarie, di agire in modo autonomo sulle scelte politiche dell’Ue e dei singoli Stati.
Nel contempo va intensificata la denuncia del ruolo svolto dai sicari dell’economia, a iniziare da Mario Draghi, richiedendo e attuando la costituzione di un tribunale popolare che raccolga i documenti necessari per l’esproprio di tutti i beni accumulati e il risarcimento dei danni prodotti con la speculazione finanziaria ai danni dei cittadini, le guerre e la migrazioni.
.
*Bruno Amoroso, presidente del Centro Studi Federico Caffè e collaboratore di Comune, è stato uno degli allievi e collaboratori del noto economista Federico Caffè (nel libro «La stanza rossa», per Città aperta, traccia il significato dell’avventura intellettuale e umana dell’amico e maestro). Docente presso l’università di Roskilde (Danimarca) e quella di Hanoi (Vietnam), Amoroso è tra i promotori dell’Università del Bene Comune ed è autore di numerosi articoli e libri (tra cui «Europa e Mediterraneo. Le sfide del futuro» per Dedalo edizioni; l’ultima pubblicazione è «L’Europa oltre l’Euro», edita da Castelvecchi).

POPOLARE DI VICENZA / ECCO CHI HA SCAVATO IL BUCO

POPOLARE DI VICENZA / ECCO CHI HA SCAVATO IL BUCO. E 8 ANNI FA MAGISTRATURA E BANKITALIA CHIUSERO GLI OCCHI


14 ottobre 2015 autore: Andrea Cinquegrani
http://www.lavocedellevoci.it/?p=3420
mont vicenza

Scandalo Popolare di Vicenza. Come mai la procura ha dormito, nonostante alcune precise denunce presentate nelle mani del numero uno Nelson Salvarani addirittura nel 2008 dall’Adusbef su gravi episodi di malagestione? E perchè Bankitalia, dopo aver redatto alcune note preoccupanti sulle operazioni allegre dell’istituto veneto, ha poi pensato bene di non intervenire con una accurata ispezione e un rituale commissariamento?
Siamo alle solite, come del resto ha abbondantemente documentato nel volume “Bankster – Molto peggio di Al Capone i vampiri di Wall street e piazza Affari”, uscito a giugno 2010 (scaricabile gratuitamente dalla home page del sito della Voce), Elio Lannutti, storico e battagliero animatore della sigla che tutela i risparmiatori e utenti dei servizi bancari. Gli organi di repressione, vigilanza e controllo (lo stesso accade con Consob e le società quotate in borsa) intervengono “regolarmente” dopo che i buoi sono usciti dalle stalle, e quando le casse sono state svaligiate al punto giusto. Mai un “prima” o “durante” i furti: sempre dopo, a cose fatte, a bottino ampiamente trafugato, reinvestito o inviato con un bel fiocco in uno dei tanti, ospitali paradisi fiscali.
E così è successo, in modo clamoroso, con la Popolare di Vicenza e le indagini su un “insospettabile”, il padre-padrone della Banca Giovanni Zonin, il re del vino. Che già incarna un’anomalia: come è possibile immaginare a capo di un istituto di credito un pezzo da novanta del mondo imprenditoriale, che caso mai deve deliberare su un fido ad una sua azienda, oppure di un socio, di un parente o un amico? Come si diceva una volta: quando si verifica un caso del genere, mi alzo e lascio decidere in tutta libertà gli altri membri del consiglio d’amministrazione. Succedeva ai tempi di re Ferdinando Ventriglia e i fidi allegri al Banco di Napoli o all’istituto di credito agevolato per il mezzogiorno, l’Isveimer negli anni ’70 di vacche grasse. Ma ora? Nessuno se ne era accorto di una simile anomalia “genetica” alla Popolare di Vicenza?
C’è chi racconta a piazza Affari: “purtroppo episodi del genere ce se sono, soprattutto in un mondo variegato come quello delle Popolari e delle banche cooperative. Conflitti d’interesse dietro ogni angolo. Un po’ come succede adesso, in modo lampante, con Mario Mantovani in Lombardia: lo scandalo non è di oggi, che lo hanno beccato, ma viene da molto prima. Come è stato mai possibile nominare assessore alla sanità pubblica e anche vicepresidente della Regione il ras della sanità privata? Quelli che oggi cadono dal pero, cosa facevano ieri? E come mai, anche in questo caso, finora la magistratura ha chiuso gli occhi?”.
Ma torniamo alla Popolare vicentina e alle denunce dell’Adusbef. Primo atto. 18 marzo 2008. Lannutti firma un esposto-denuncia indirizzato al procuratore capo di Vicenza Nelson Salvarani, e per conoscenza anche alle procure di Milano e Roma. Eccone alcuni stralci. “Si è appreso che il Cda della Banca Popolare di Vicenza avrebbe dato il via libera ad un rafforzamento patrimoniale di complessivi 950 milioni di euro, di cui 480 milioni mediante aumento di capitale a pagamento, di euro 220 milioni mediante prestito obbligazionario subordinato ed euro 250 milioni mediante l’emissione di strumenti innovati di capitale”. Tutto ciò, veniva precisato, anche per sostenere l’onere di alcune operazioni, come l’acquisizione di 61 sportelli di Ubi banca, addirittura il 2 per cento di Mediobanca, una parte dei 186 sportelli messi in vendita da Unicredit e il 76 per cento del capitale del Mediocredito siciliano Irfis.
Elio Lannutti
Elio Lannutti
Adusbef, in particolare, puntava i riflettori “sull’illiceità di talune condotte societarie, del presidente Zonin e del cda, in merito alla delibera dello stesso cda di aumento della quotazione azionaria a 58 euro”, con un valore giudicato del tutto “inverosimile” e tale da richiedere un grosso “sacrificio finanziario a tutti i soci”. Per gli stessi motivi Adusbef chiedeva “l’apertura di un procedimento penale a carico degli esponenti aziendali della banca”.
Ma ecco, in rapida carrellata, le tappe successive. 2 gennaio 2009. Il pm Angela Barbaglio chiede al gip di poter proseguire nelle indagini, ma tre mesi dopo ha già le idee chiare e fa istanza di archiviazione, ratificata dal gip Eloisa Pesenti il 21 aprile che fa calare il sipario sull’inchiesta. Il decreto di archiviazione non viene neanche comunicato, come di prassi, al denunciante, in questo caso Adusbef. In tempo reale, il 23 aprile l’ufficio stampa della Popolare suona le trombe e annuncia il grande evento: tutto archiviato. E poi, altre 48 ore dopo, ecco il brindisi: quando l’assemblea dei soci, il 25 aprile, reincorona Zonin al vertice dell’istituto. “La consecutio delle date – denuncia Lannutti – e di tutto quanto è successo dal 15 al 25 aprile, sono elementi così importanti e decisivi da far sospettare un’attenta regia tra i vertici della Popolare e quello della procura, che si arrogava il diritto di archiviare per consentire all’assemblea dei soci di celebrare il trionfo senza ombre della gestione Zonin”.
Ma ecco che il 28 settembre 2010 la Cassazione “annulla lo scandaloso provvedimento di archiviazione del tribunale di Vicenza sui valori gonfiati dei titoli della Popolare”. Tutto è stato reinviato all’ufficio gip del tribunale del capoluogo veneto. Ma da allora le nebbie padane sono calate più fitte che mai.
Schermata 2015-10-14 alle 20.00.52E Bankitalia? Nel frattempo ha partorito il classico topolino. Una serie di schede, di cifre, di considerazioni dalle quali si comprende – in controluce – la preoccupante situazione della Popolare vicentina, ma senza prendere alcun provvedimento di sostanza. Ecco un paio di passaggi, a proposito di quella “acrobatica” quotazione azionaria a 58 euro e dei possibili scenari a seguire. “Emerge un quadro del patrimonio di vigilanza che, nonostante il rafforzamento patrimoniale deliberato e che s’ipotizza possa trovare esecuzione nel corso dell’anno, richiede attenzione da parte dei vertici della Banca e da parte dei suoi Soci. Se si venissero a concretizzare – veniva precisato – le operazioni strategiche perseguite, in mancanza di ulteriori manovre di bilancio di carattere straordinario, potrebbe essere infatti necessario ricorrere, forse già nel corso del 2009, ad ulteriori operazioni di rafforzamento patrimoniale per mantenere un adeguato coefficiente dei livelli di vigilanza”. Un palese sos, quindi, con il giusto “silenziatore”….
Ma dove sono finiti i milioni di euro delle allegre casse targata Popolare di Vicenza? Quali i beneficiari dei rubinetti aperti con gran generosità da zar Zonin? In cima alle preferenze un tris d’assi, che da soli rastrellano – con operazioni spesso incrociate e finanziariamente complesse – oltre 100 milioni di euro. La hit è composta dai gruppi Fusillo, Marchini e Degennaro, in ordine strettamente “creditizio”.
In pole position, infatti, i pugliesi “Fusillo”, con 50 milioni erogati dalla banca vicentina a favore delle controllate “Fimco” e “Maiora”. Ecco come vengono descritti in zona i Fusillo: “una famiglia che si è trasformata nel corso degli anni in un vero e proprio impero, dai mattoni fino all’alberghiero e all’editoria. Un impero gestito dai due fratelli: il cinquantanovenne Vito è amministratore delegato proprio di Fimco e Maiora, che hanno l’epicentro dei loro affari, mezzo miliardo e passa di euro, in Sud Africa, Congo e Libia, dove stanno mettendo su 500 appartamenti a Bengasi; poi c’è Nicola, che fino al 2003 è stato in parlamento e ora è alla guida della Fusillo Costruzioni. Hanno fatto grossi affari soprattutto realizzando i centri commerciali Ipercoop a Bari, Barletta e Andria, Auchan a Casamassima. Ci sono poi gli alberghi che diventano residence: come l’ex Ambasciatori di Bari, un’operazione da 45 milioni di euro, con un ultimo passaggio da Fimit ai Fusillo”.
Ma eccoci al secondo baciato dalla bea bendata, al Bingo-Zonin. Si tratta del supermattonaro romano Alfio Marchini, conteso da renziani e berlusconiani (sic) per la poltrona di sindaco nel dopo Marino. La Voce ne ha ampiamente documentato le ultime performance economico-finanziarie qualche settimana fa (in basso il link dell’inchiesta), anche sul fronte degli “scambi” con la Popolare di Vicenza, un fido da 30 milioni di euro erogato alla Imvest e un bel po’ di azioni comprate: un “mutuo” soccorso a botte azionarie e milionarie, passando spesso e volentieri per paradisi fiscali e maxi fondi, come l’ottimo “Optimum”. Ma c’è un’altra chicca, da pochi ricordata: il vice di Zonin nella Popolare vicentina è Andrea Monorchio, l’una volta inflessibile Ragioniere generale dello Stato al cui cospetto tutte le autorità si genuflettevano. Una sbirciatina ai conti, Monorchio, non poteva caso mai darla? E non poteva dire una parolina a suo figlio Giandomenico, che proprio alle ultime amministrative a Roma si era candidato nella lista Marchini, tanto per evitare spiacevoli conflitti “creditizi”?
Siamo ai terza della list, i Degennaro. Che sono riusciti ad ottenere una emissione di bond vicentini & popolari da ben 22 milioni di euro. Tra le società di punta targate Degennaro la Power Center, la Partecipazioni Investimenti Real Estate e la Sudcommerci. Quest’ultima, tanto per ricambiare i favori, ha comprato azioni della Popolare per 3 milioni di euro. Ma ecco le ultime sul versante giudiziario, come riportate dal “Quotidiano Italiano” edizione di Bari dello scorso 30 giugno: “sono stati rinviati a giudizio Savino Parisi, boss mafioso del quartiere Japigia, Emanuele Degennaro, rettore dell’università Lum e l’avvocato Vincenzo Lagioia, con l’accusa di riciclaggio con l’aggravante di favoreggiamento di associazione mafiosa. La cifra, enorme, sei miliardi di lire; il metodo, un’operazione immobiliare attraverso una società riconducibile a Degennaro, che ha dichiarato la propria estraneità alle accuse mossegli. L’udienza dinanzi al gip Francesco Agnino è stata rinviata al 4 novembre prossimo. Secondo le ricostruzioni della Dda, nel 2002 il gruppo Degennaro è in forti difficoltà economiche così da accettare i sei miliardi di lire in contanti da Michele Labellarte, imprenditore scomparso nel 2009, ritenuto dalle Fiamme Gialle il cassiere degli Stramaglia. Labellarte avrebbe dovuto “lavare” i proventi del clan Parisi-Stramaglia”.
Ma forse c’è una lavatrice che lava più bianco di tutte, e si trova nelle bianche terre vicentine…

Nella foto di apertura, la sede della Popolare di Vicenza, Alfio Marchini e, a destra, Giovanni Zonin.

Per approfondire:
IL PROSSIMO RE DI ROMA ALFIO MARCHINI / TRA MATTONI, PARADISI FISCALI E ACROBAZIE PERICOLOSE
leggi

mercoledì 14 ottobre 2015

Le euro-oligarchie provocheranno la guerra civile?

Le euro-oligarchie provocheranno la guerra civile?

Saranno 45 mila, ha subito detto la polizia. Forse 100 mila, hanno valutato gli organizzatori. A Berlino, sabato scorso, a scendere in strada per manifestare contro il TTIP, il trattato euro-americano cosiddetto di libero commercio concepito in segreto fra eurocrati globalisti e multinazionali Usa, sono stati 250 mila. “Una delle più grandi manifestazioni nella storia recente di Berlino”, secondo Christoph Bautz di Campact, una delle organizzazioni di base che hanno promosso la manifestazione. Gli altri gruppi promotori erano Verdi, Attac, Greenpeace, partiti di sinistra, i primi a non aspettarsi tanta partecipazione. Il fatto è che ad essere scesa in piazza con loro è stata la classe media, quella che vota – o votava – CDU.
Una manifestazione simile è avvenuta ad Amsterdam. Impressionante per violenza la reazione dei media mainstream: non potendo sminuire la manifestazione, la Faz ha deriso i manifestanti e i loro sloga; Der Spiegel ha collegato la crescita del movimento contro il trattato di libero commercio o TTIP alla “crescita del bruno-merda di Pegida (il partito tedesco anti-islamico), Marine Le Pen e Donald Trump”. Un amalgama – chi è contro il TTIP è un nazista di m. – dettato da rabbia e panico. Ed ostinazione a negare legittimità alla protesta.

berlino contro ttip
“Mai visto diffamare, e trattare come il male assoluto, una manifestazione che ha raccolto così tante sigle”, ha notato Ulric Schneider di Paritaetische (un’associazione di movimenti sociali “Impegnati a promuovere la giustizia sociale”).
Solo pochi giorni prima la Commissione Europea aveva ricevuto 3,2 milioni di firme di cittadini che esigono il blocco immediato del Trattato. Per “normativa”, ogni cittadino può partecipare all’elaborazione delle politiche della Commissione presentando un progetto di legge agli oligarchi: deve raccogliere però un milione di firme, dice la “normativa”. Nel 2014, una formale iniziativa in questo senso era già stata rifiutata dalla Commissione. Questa raccolta di firme non avrà forse destino migliore, perché “fuori dal quadro legale europeo”.
Le oligarchie che hanno occupato il potere hanno deliberatamente dichiarato guerra alla volontà popolare. “ È possibile che le pecore pretendano di   guidare il pastore nella buona direzione, assumendo anche il controllo del cane da pastore?”, ha dichiarato Mario Monti ex commissario, Trilateral, Bilderberg: “Ci si può addirittura chiedere se la democrazia come noi la conosciamo e l’integrazione internazionale siano ancora compatibili”.
E’ impossibile essere più chiari – e più insultanti. La democrazia è incompatibile col mondialismo, dice il parassita.  
In Francia le pecore però  stan cominciando a mordere? I capintesta di Air France costretti a fuggire con le camice strappate da lavoratori minacciati di licenziamento hanno suscitato in Hollande una tipica reazione da oligarca: cose del genere, ha detto, “intaccano l’immagine della Francia all’estero”, intendendo che allontanano i famosi investimenti esteri che la globalizzazione porterà ai paesi europei, se si rendono competitivi. “Venendo da uno che ha compromesso l’affidabilità della Francia come partner industriale annullando il contratto  di vendita dei due Mistral alla Russia, è senza dubbio un caso di amnesia”, ha ironizzato l’economista e storico Jacques Sapir.
http://russeurope.hypotheses.org/4352
Jacques Sapir
Jacques Sapir
Sapir è il primo ad evocare la parola proibita: “guerra civile”. Questo ottuso senso di onnipotenza delle elites, questa volontaria sordità delle oligarchie verso le basi sociali, la convinzione che non devono più rispondere ai cittadini, è indurre la guerra civile europea.
Non è una soluzione che Sapir auspica, anzi lo giudica uno sviluppo patologico della crisi che infuria, e che le oligarchie non vogliono vedere. Le violenze all’Air France? Ma è violenza peggiore annunciare il licenziamento di 2900 dipendenti in una società che soffre disoccupazione di massa da otto anni, senza alcuno scrupolo da parte dei dirigenti e nessuna vibrazione da parte del governo.
 Vuol dire non vedere “il senso di spossessione di ogni potere che soffrono ormai milioni, anzi la maggioranza dei francesi”, che si vedono “sequestrati gli strumenti di controllo sulle proprie esistenze” da mondializzazione e “costruzione europea” – dove sempre più chiaramente, quello che eufemisticamente chiamano ‘deficit di democrazia ‘ si manifesta per quello che è: negazione di democrazia”. Rifiuto deliberato di dare ascolto al “popolo”. Lo smantellamento delle istituzioni in nome del “ci pensa l’Europa”. Lo svuotamento della politica, lo scivolamento dello Stato verso uno Stato collusivo”. L’anomia generale,  dimostrata da ricchezze così eccessive da essere odiose e dalla pretesa di “diritti” dei gay. Tutti i disordini, il senso di essere spossessati del controllo sulle proprie vite,  le  crisi austeritarie e perdita di orientamento pubblico e privato hanno tutti una causa, in fondo: la perdita della sovranità.
Piaccia o no, solo all’interno di stati sovrani si applica il diritto, e le istituzioni sono legittime. Oggi siamo sotto leggi (meglio: direttive e normative) imposte e escogitate da poteri che non hanno, né cercano di avere, alcuna legittimità. Essi puntano ad un vero totalitarismo arbitrario.

Quale è l’ideologia di questo totalitarismo oligarchico? Attenzione, denuncia Sapir: “è quella tragicamente semplificata dei liberisti e libertari di tutte le risme”. E’ l’ideologia della Tatcher: non esistono le società (come non esistono “idee platoniche”) , la sola realtà sono gli individui che la compongono.. . Ciò equivale a dire che la sola realtà morale collettiva è “il mercato”, perché che la società non ha diritti; titolari di diritti sono solo gli individui, oggi lanciati nella conquista di “diritti narcisistici”.
Questa ideologia è fallace, ha buon gioco a dimostrare Sapir:
“In realtà gli individui sono il prodotto della società, e la costruzione della società è simultanea alla costruzione degli individui”.
Cari lettori, se questa asserzione vi sembra scandalosa, statalista-comunista (o bruno-merda, se siete “di sinistra”) è perché vi hanno imbevuto della ideologia “tragicamente semplificata”, liberista e libertaria, oggi imposta come pensiero unico.
In realtà, basta riflettere quanto sia infantile l’illusione che gli individui pre-esistano alla società e la creino loro, con loro decisioni coscienti individuali. In realtà, basta pensare alla lingua nazionale materna che gli individui parlano: è qualcosa che hanno ricevuto dalla società e dalla sua storia, altrimenti non potrebbero nemmeno parlarsi. E ciò vale per tutto: religione, quadro economico, cultura condivisa, la massima parte delle “idee” e della visione del mondo che gli individui hanno, non è stata pensata da loro originalmente, ma l’hanno ricevuta dalla società. Dalla società ricevono anche il “mercato” in cui speculano, anzi – attraverso le istituzioni – il diritto di essere “individui”.
Naturalmente non si nega con ciò che gli individui influiscano sulla società. “Tra l’individuo e il collettivo si stabiliscono legami complessi – dice Sapir -che sono irriducibili” alla visione tragicamente semplificata dei liberisti. I liberisti-libertari quando vedono un muro, ci vedono i mattoni. Ma non riescono a riconoscere che tra un mucchio di mattoni e un muro di mattoni c’è un salto qualitativo essenziale.
“Volerlo negare, pretendere che ci siano dei fogli bianchi su cui gli spiriti forti scrivono la storia senza tener conto della storia passata, è la ricetta che conduce a drammi orribili, di cui il peggiore è la guerra civile. Tuttavia è a quello che tendono le istituzioni europee e l’ideologia europeista”, in ciò alleato all’individualismo ideologico liberista: unito all’eurocrazia nello smantellare lo Stato, dichiararlo corrotto e quindi da esautorare, e deridere o demonizzare la Nazione e la sua storia, insultare ogni credenza collettiva come “tabù da superare”. Le due forze congiurano nell’abolire “la politica” – ossia il luogo dove gli individui e la società interagiscono, lo Stato. L’abolizione della sovranità, voluta fortemente dalle multinazionali come dai libertari vogliosi di esporre tutti i loro narcisismi (vedi gay pride), è l’abolizione della democrazia. “Perché ci possono essere degli stati sovrani che non sono democratici; ma non s’è mai visto uno stato democratico che non sia sovrano”.
Liberté
Perché questo non sbocchi nella guerra civile europea (la lotta di tutti contro tutti, che darebbe agli euro-oligarchi il pretesto per perfezionare la loro dittatura illegittima), si impone un compito: “la ricostruzione dell’ordine democratico”, attraverso la riconquista della sovranità, l’uscita dall’euro , la deflagrazione e ricomposizione dei partiti attuali, che sono comitati d’affari…e come?
Interessante constatare che Sapir (benché di sinistra) non condivida affatto la demonizzazione del populismo del mainstream progressista: “La rifondazione della democrazia può imporre o implicare elementi di populismo”.
E perché? Risposta: “Per combattere la tendenza delle burocrazie a produrre delle leggi senza curarsi della loro legittimità, il ricorso ad elementi di legittimità carismatica si impone”, è un antidoto. Come lo è il ricorso al referendum, che partecipa a questa legittimità carismatica.

La dittatura è democratica

E non si contenta di rivalutare il “populismo”, Sapir: “Soprattutto, bisogna ricordare che i poteri dittatoriali fanno parte dell’ordine democratico”. Naturalmente non pensa al senso volgare che oggi ha assunto il termine; pensa alla dittatura romana, che fu istituzione repubblicana, e probabilmente alle sue incarnazioni francesi: Robespierre, Napoleone, la Commune, il fronte popolare…dittature rivoluzionarie. “Bisognerà che la nostra mano non tremi, – scrive – che l’azione non sia interrotta, quando si porrà la questione dell’abrogazione di leggi varate in condizioni certo legali, ma interamente illegittime”. Quando la “legalità” è occupata da un potere illegittimo, la dittatura è la cura: dittatura rivoluzionaria.
Vi sembra un isolato un po’ delirante? Guardate meglio, sapendo quanto in Francia sono importanti gli intellettuali politici. Attualmente, un numero sempre più inquietante di intellettuali e maitres à penser che la sinistra credeva guadagnati per sempre alle sue schiere, stanno rivoltandosi. Un po’ sulla linea dell’ex comunista Alain Soral (“Sinistra del lavoro, destra dei valori”) contestano il politicamente corretto e la censura del pensiero che impone, l’immigrazione senza limiti, contro l’euro, contro l’europeismo, difendono l’identità nazionale contro l’inondazione musulmana. Sono personalità diverse, molti ebrei, molti atei , e adesso “fanno il gioco del Front National”. Le cose sono arrivate al punto che Libération, il giornale storico della gauche, se n’è uscito con un attacco a in piena regola contro questi “polemisti reazionari” (réacs) che “si dicono ostracizzati mentre sono onnipresenti” (nel talk shows), che impongono “Nei media” i loro temi “demagogici” (essenzialmente: contro l’immigrazione e contro la UE) e lo fanno “facendo a pezzi il politicamente corretto”.
E lo ha fatto, Libération, con una copertina così:


Capture d’écran 2015-10-05 à 20.39.16






“Sì, siamo benpensanti; e allora?”.
Inaudito. Il giornale di tutte le sinistre radical chic, fra trotzkismo e anarchismo, fra sessantottismo e trasgressione (ma di proprietà Rotschild) , si dichiara “benpensante”. Pensate solo se apparisse un titolo del genere, poniamo, sul nostro Manifesto. Siamo qui ad un rovesciamento comico di posizioni: la gauche frou frou si schiera dalla parte di ciò che è sensato, moderato ed assennato contro quei sovversivi anticonformisti di reazionari senza rispetto per i tabù della sinistra. Il punto è che questi spaccatutto, quando vanno in tv a fare a pezzi il pensiero unico, piacciono al pubblico – il pubblico che al 25 per cento voterà Marine Le Pen. Da qui l’accusa da parte di Libération agli intellettuali non-conformisti di “fare il gioco del Front National”, credendo con ciò di squalificarli. Il che ha indotto Régis Debray, un grande vecchio della cultura, non certo di destra, a dichiararsi disgustato dal fatto di “screditare moralmente un avversario intellettuale col piccolo gioco stalinista o maccarthista di ‘fare il gioco di’”.
Questo rovesciamento di posizioni per cui è la sinistra a difendere il perbenismo contro “i reazionari” che sono però trasgressivi e popolari, non è, in Francia, un gioco senza effetto di letterati. E’ il covare di una Révolution.
Siccome in Italia uno scontro e un rovesciamento simili non sono neppure immaginabili, riprendo qui di seguito – a futura memoria –  le motivazioni che il movimento “Stop TTIP” dà della sua iniziativa:
. StopTAFTA-720x340

Perché Stop TTIP



TTIP, l’accordo di libero scambio prevista tra l’UE e gli Stati Uniti (conosciuto anche con la sigla TAFTA) non servirà gli interessi dei cittadini ma a quelli delle imprese multinazionali:
TTIP mina la democrazia e lo Stato di diritto: le multinazionali straniere possono chiedere cifre esorbitanti, presentando una denuncia contro gli Stati, se gli Stati adottano leggi che riducono i profitti attesi. La causa sarà discussa non da magistrati pubblici, ma da tribunali arbitrali privati
TTIP apre la porta alla privatizzazione dei servizi pubblici: l’accordo privilegia i profitti delle multinazionali, a danno della comunità, sui servizi di distribuzione dell’acqua, della salute e dell’istruzione.     TTIP minaccia la nostra salute e il nostro ambiente: ciò che è consentito negli Stati Uniti, sarebbe anche diventata legale in Europa – la via sarebbe aperta per il fracking (shale gas), gli OGM e le carni gonfiate agli ormoni. L’agricoltura contadina sarebbe ulteriormente marginalizzata, mentre crescerebbe ancora il potere dell’agro-industria.
TTIP riduce la libertà: gli utenti di Internet possono essere soggetti a vigilanza e di controllo ancora più gravosi di oggi. Eccessiva protezione del diritto d’autore ostacoleranno l’accesso alla cultura, all’educazione e alla scienza.
TTIP è praticamente irreversibile: una volta votato, il trattato non sarà più modificabile dai politici eletti, in quanto è necessario il consenso di tutti i contraenti per qualsiasi cambiamento. Nessuno Stato membro potrà più recedere dal contratto in quanto è l’Unione europea che lo avrà concluso.

venerdì 9 ottobre 2015

VICE PRESIDENTE UNICREDIT INDAGATO

Palenzona si dimettera' ?

BANCHE: UN ALTRO BANCHIERE VICE PRESIDENTE UNICREDIT INDAGATO.

BANKITALIA DIFENDERA' ANCORA UNA VOLTA I REQUISITI DI ONORABILITA' DEI BANCHIERI INDAGATI ?
http://www.agi.it/repository/struttura-sito/la-voce-dei-consumatori/adusbef/notizie/palenzona-si-dimettera-br-/br-

Dopo gli arresti di Giovanni Berneschi, ex vice presidente Abi e padre padrone di Carige, le indagini per usura su alcuni importanti banchieri, l'ultimo scandalo della Banca Popolare di Vicenza di Giovanni Zonin, oggi le indagini  sul Vice Presidente di Unicredit Fabrizio Palenzona, accusato di reati finanziari aggravati dal favoreggiamento a Cosa nostra, nell'inchiesta dell'antimafia sui presunti fiancheggiatori del super latitante Matteo Messina Denaro.

Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit nonche' deus ex machina delle piu' importanti partite finanziarie italiane degli ultimi decenni, ha subito perquisizione degli uffici da parte dei carabinieri del nucleo speciale dei Ros, che ne hanno ricevuto incarico dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, che indagano su alcune operazioni finanziarie sospette legate a possibili infiltrazioni mafiose nel tessuto economico locale.

La perquisizione, uno dei tasselli di una piu' ampia operazione antimafia condotta dai carabinieri del Ros che riguarda una presunta rete di fiancheggiatori che potrebbero anche avere collegamenti piu' o meno diretti con la latitanza del boss Matteo Messina Denaro, dovrebbe indurre la Banca d'Italia a chiedere le dimissioni di Palenzona, dalla Vice-presidenza di Unicredit, qualora non dovesse offrire spontanee dimissioni.

Elio Lannutti 

8 ottobre 2015

martedì 6 ottobre 2015

Creazione di denaro in Svizzera

Curia Vista - Atti parlamentari

http://www.parlament.ch/i/suche/pagine/geschaefte.aspx?gesch_id=20123305

http://www.parlament.ch/i/suche/pagine/geschaefte.aspx?gesch_id=20123305

12.3305 – Interpellanza

Creazione di denaro in Svizzera (1)

Depositato da
Data del deposito
16.03.2012
Depositato in
Consiglio nazionale
Stato delle deliberazioni
Liquidato
 

Testo depositato

In ragione della crisi dell'euro e dell'indebitamento, invito il Consiglio federale a esprimere un parere in merito al processo di creazione di denaro in Svizzera. Le teorie macroeconomiche concordano nel sostenere che la parte preponderante della massa monetaria M1 non è creata dalla Banca nazionale svizzera (BNS) bensì dalle banche d'affari per mezzo di estensioni del bilancio. Il metodo della creazione di denaro contabile è confermato anche dalla BNS, che nella sua pubblicazione "Die Nationalbank und das liebe Geld" (pag. 19) sostiene che, concedendo crediti, le banche creano nuovo denaro.
Sulla scorta di queste considerazioni, invito il Consiglio federale a rispondere alle domande seguenti:
1. Conformemente alla legge federale sull'unità monetaria e i mezzi di pagamento (LUMP) sono mezzi legali di pagamento esclusivamente le monete, i biglietti di banca e i depositi a vista presso la BNS. Su quale base legale si fonda la prassi corrente (seguita anche dalle autorità), secondo cui i depositi a vista presso le banche sono considerati alla stregua di mezzi legali di pagamento, sebbene costituiscano soltanto crediti che le banche saranno disposte a onorare o meno in funzione della loro solvibilità?
2. Come si concilia la creazione di denaro privata, non contante da parte delle banche con il principio formulato nell'articolo 99 della Costituzione secondo cui il settore monetario compete alla Confederazione?
3. Come osserva il Consiglio federale nel messaggio del 26 maggio 1999 sulla LUMP, "Gli averi depositati presso una grande banca, cantonale o regionale, o addirittura presso un istituto di carte di credito sono del tutto diversi da quelli in deposito presso la BNS, unica istituzione del Paese ... autorizzata a creare moneta autonomamente." Lo Stato non potrebbe dunque "... dichiarare mezzo legale di pagamento la moneta scritturale ..." (FF 1999 6215). In considerazione della parità di trattamento di fatto tra denaro contabile delle banche e mezzi legali di pagamento, come valuta il Consiglio federale la necessità di precisare questa distinzione a livello di legge? La maggioranza della popolazione continua infatti a credere che i mezzi di pagamento espressi in franchi svizzeri siano messi in circolazione esclusivamente dalla BNS e garantiti da quest'ultima.
4. Come giustifica il Consiglio federale il diritto speciale delle banche private di creare denaro, senza un capitale di copertura integrale, operando estensioni di bilancio per mezzo di crediti, mentre un privato può concedere un prestito a terzi soltanto se dispone dell'importo necessario su un conto?

Risposta del Consiglio federale del 25.04.2012

1. Non vi è parità di trattamento tra mezzi legali e mezzi effettivi di pagamento. I mezzi legali di pagamento sono enumerati esaustivamente all'articolo 2 della legge federale sull'unità monetaria e i mezzi di pagamento (LUMP). A causa delle differenze di solvibilità tra gli istituti che gestiscono i conti, gli averi presso le banche non possiedono le caratteristiche di standardizzazione e fungibilità tipiche della moneta scritturale detenuta dalla banca centrale.
Contrariamente ai mezzi legali di pagamento, l'obbligo di accettare moneta scritturale delle banche sussiste soltanto se per contratto è stato concordato il pagamento in moneta scritturale, se si impone alla luce delle circostanze (usi commerciali) o se è previsto da particolari norme legali.
2. Il monopolio della Confederazione sul diritto di battere moneta ed emettere banconote (art. 99 cpv. 1 della Costituzione) comporta diverse facoltà, tra cui quella di determinare l'unità monetaria e di designare i mezzi legali di pagamento. L'articolo 2 LUMP dispone che i mezzi legali di pagamento sono le monete emesse dalla Confederazione, i biglietti di banca emessi dalla Banca nazionale svizzera (BNS) e i depositi a vista in franchi presso la BNS. La definizione costituzionale di moneta non comprende la moneta scritturale delle banche, la quale, contrariamente ai depositi presso la BNS, è soggetta a rischio di insolvenza. La Costituzione lascia al mercato il compito di sviluppare surrogati della moneta contante. La Confederazione ha comunque la possibilità, nel quadro della sua competenza a legiferare, di intervenire per contrastare gli sviluppi che potrebbero compromettere il controllo del processo di creazione di denaro da parte della BNS o minare in altro modo la fiducia nella moneta statale. Il legislatore ha limitato le possibilità che si offrono alle banche di creare moneta scritturale con l'adozione delle disposizioni in materia di riserve minime e delle prescrizioni in materia di mezzi propri e di liquidità contemplate nella legge sulle banche.
3. Si rimanda alle risposte fornite ai punti 1 e 2. L'articolo 2 LUMP stabilisce inequivocabilmente quali sono i mezzi legali di pagamento. Come emerso dalle discussioni sulla garanzia dei depositi sorte in seguito alla crisi finanziaria, l'opinione pubblica è consapevole che gli averi bancari in franchi non sono garantiti dalla BNS.
4. Secondo il concetto costituzionale di economia privata, spetta al mercato sviluppare eventuali surrogati della moneta contante. Accettando gli averi dei clienti e accordando crediti le banche adempiono alla loro funzione, centrale e importante per l'economia nazionale, quali mediatrici tra risparmiatori e beneficiari di crediti. In virtù della propria competenza a legiferare, la Confederazione ha la possibilità di limitare e regolamentare le possibilità che si offrono alle banche di creare moneta (cfr. punto 2). Il legislatore ha emanato in tal senso diverse prescrizioni dettagliate (p. es. sui mezzi propri, sulla liquidità e sulle riserve minime).
 
 

Cronologia / verbali

Data Consiglio  
15.06.2012CNLa discussione è differita.
21.03.2014
Tolto dal ruolo poiché pendente da più di due anni.
 
 

lunedì 5 ottobre 2015

L’economia è cosa loro

labottegadelbarbieri

L’economia è cosa loro

http://cvh0047.ergonet.it/articoli-brevi/5795-raffaele-k-salinari-l-economia-e-cosa-loro.html

Raffaele K. Salinari

Recensione di «I Rothschild e gli altri» di Pietro Ratto

«Il denaro fa la guerra» si usa dire, e certo il vecchio proverbio viene continuamente ribadito nella sua attualità contemporanea, per cui dietro ogni conflitto, anche quelli di tipo religioso o nazionalistico, ricompare sempre e immancabilmente lo spettro del soldo, da cui non a caso deriva anche la parola “soldato”. E così, ovviamente, possiamo dire anche il contrario cioè che è la guerra a fare il denaro, come dimostrano le plusvalenze dei venditori di armi e il fatto che ogni nazione, anche a fronte di problemi socialmente significativi come la fame, il sottosviluppo, le malattie, trovi sempre i finanziamenti per gli armamenti e difficilmente quelli per risolvere altri problemi. Ma, più in generale, è proprio la preponderanza dell’economia, specie di quella finanziaria, che configura la cifra portante del nostro tempo, in cui solo le compatibilità economiche sembrano in grado di stabilire le leggi su cui è possibile orientare le scelte politiche. Lo studioso della Tradizione René Guénon, in un suo celebre libro, «Il regno della quantità», dedica a questa degenerazione nell’uso del denaro, oramai assurto all’unica divinità realmente immanente, un’abissale riflessione in cui delinea quanto ci si è oramai scostati da un uso strumentale del danaro per farlo diventare il metro di ogni cosa, assimilando le qualità, anche degli esseri umani, alle loro quantità. Ma se tutto questo è vero, allora chi «fa» il denaro, chi lo fa girare, chi decide come e dove investirlo, le guerre da finanziare, i governi da sostenere o quelli da far cadere, chi alla fine decide il nostro stile di vita, quelli che possono e cosa possono consumare e quelli che invece sono esclusi dal supermercato globale? Il libro di Pietro Ratto «I Rothschild e gli altri» disegna la complessa geografia del potere economico finanziario che domina il nostro presente partendo dal passato, tutto sommato recente, di una famiglia di banchieri, e non solo, che coincide con la nascita stessa del capitalismo. Muovendo da una constatazione di ordine religioso, la possibilità negata ai cristiani ma permessa agli ebrei di dare danaro ad usura, che ha antecedenti importanti quali la riflessione di Max Weber sulle relazioni fra protestantesimo e capitale, l’autore dipana nel tempo e nello spazio, prima europeo poi globale, la storia di una dinastia ebrea e delle sue successive guerre e alleanze familiari ed economiche, per arrivare a tracciare una mappa intricatissima di una parte consistente dei poteri economico-finanziari che ancora dominano il nostro tempo. Si parte del capostipite della casata, Meyer, nato nel 1744 a Francoforte, per arrivare ai giorni nostri, risalendo il filo delle vicende storiche che sono la trama e l’ordito stesso di quegli avvenimenti che hanno portato, prima l’Europa, poi gli Stati Uniti, a essere quelle potenze globali che si sono affermate negli ultimi due secoli. Da Napoleone a Hitler, da Truman ad Agnelli, una galleria di personaggi noti e meno noti scorre nelle pagine documentate come in un film in costume, ricostruendo lati oscuri di avvenimenti che hanno marcato il passato del nostro presente. Un libro ricco dunque non solo di date e di dati, retroscena e intrecci spesso poco o niente affatto studiati sul come si sono sviluppati gli interessi e gli affari della casata, cronache del tempo e profili di singoli personaggi storici componenti la famiglia e le sue relazioni, ma anche un saggio sui flussi e sull’evoluzione del capitalismo globalizzato e sulla sua finanziarizzazione, le sue logiche, i suoi arcani, i suoi ideali e pulsioni, letto attraverso una genealogia familiare fra le più emblematiche, per storia e complessità. Essere solo dalla parte di se stessi, fedeli al proprio motto, prosperare con ogni mezzo: questo sembra essere l’unico vero imperativo dei Rothschild e dei suoi simili. Non c’è nessuna contraddizione tra finanziare lo schiavismo e al contempo far parte di una società che ne chiese l’abolizione, appoggiare la Francia contro l’Inghilterra mentre un altro ramo della famiglia è impegnata a fare il contrario, accumulare opere d’arte ed essere mecenati. Tutte queste antinomie si fondono al calore degli interessi di famiglia, nel crogiolo del denaro e della sua potenza. Forse proprio per questo fra le righe del libro emerge chiaramente anche l’opinione dell’autore, non un mero cronachista dunque ma un critico osservatore delle vite della potente famiglia e dei suoi, di volta in volta, nemici o alleati, antagonisti o sodali, che sulla base dei dati storici non sospende il giudizio ma inserisce tra gli elementi fattuali le sue critiche e le sue interpretazioni soggettive, trasformando così un saggio storico – nel quale si spiega, a esempio, la nascita del debito pubblico, oggi tanto presente nelle nostre vite – in un piccolo trattato di economia politica, come si conviene a un filosofo del nostro tempo, impegnato a fornire non solo dati oggettivi, seppure questi possano mai esistere, ma anche impegnato nel trasformarli in strumenti di ricerca attiva, orientata dalla necessità di aiutare chi legge a districarsi in quella rete di rapporti fra politica, affari, economia e finanza, che oggi tutti ci avvolge. Dunque un testo utile, non solo alla chiarezza storica di un fenomeno globale, quello del capitalismo e delle sue regole attraverso la vicenda di una famiglia e di altre genealogie che con essa hanno avuto un ruolo centrale in questa parte delle storia contemporanea, ma anche un manuale a uso di ognuno di noi, di quanti ogni giorno cercano le ragioni per trasformare il mondo e ristabilire il giusto equilibrio fra interesse collettivo e avidità di pochi.
Pietro Ratto
«I Rothschild e gli altri» (Dal governo del mondo all’indebitamento delle nazioni, i segreti delle famiglie più potenti del mondo)
150 pagine per 9,80 euri
Arianna editrice