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lunedì 8 luglio 2013
Intervista a Rino Formica sui Poteri Occulti (rentiers)
Pubblicato in data 21/mag/2012
Intervista a Rino Formica nella trasmissione "L'Ultima Parola" in onda su "RAI 2" l'11 Novembre 2011. Si parla di governo tecnico, sistema di poteri occulti, lobby nazionali e internazionali, Panfilo Britannia, 2 giugno 1992, svendita delle aziende italiane all'estero, e cioe' banche, Enel, Eni, Finmeccanica, telefonia, gioielli di casa. Politica subalterna a economia e finanza, Bce, Mario Draghi.
Islanda chiama Italia
LONTANO DAI RIFLETTORI
"Islanda chiama Italia". Intervista ad Andrea Degl'Innocenti
L'ascesa e la caduta del sogno islandese, dalla nascita della società neoliberale fino alle vicende più recenti, che hanno visto gli abitanti dell’isola ribellarsi contro i propri governanti corrotti, contro i banchieri senza scrupoli, contro l’intera comunità internazionale che premeva per il pagamento di un debito ingiusto, contratto da banche private. Abbiamo intervistato Andrea Degl'Innocenti, autore del libro “Islanda chiama Italia”.
di Alessandra Profilio - 8 Luglio 2013
http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/islanda_chiama_italia_intervista_andrea_degl_innocenti.htmlLa recente storia dell’Islanda riassume perfettamente, la parabola di ascesa e declino del sistema sociale contemporaneo
Il racconto della ascesa e della caduta del sogno islandese, dalla nascita della società neoliberale, fino alle vicende più recenti, che hanno visto gli abitanti dell’isola ribellarsi contro i propri governanti corrotti, contro i banchieri senza scrupoli che avevano condotto il paese al collasso, contro l’intera comunità internazionale che premeva per il pagamento di un debito ingiusto, contratto da banche private.
In circa tre anni di mobilitazioni gli islandesi hanno ottenuto risultati straordinari come la caduta del governo, le dimissioni delle principali autorità di controllo, la stesura di una nuova costituzione partecipata. La recente storia dell’Islanda riassume perfettamente, la parabola di ascesa e declino del sistema sociale contemporaneo.
Per saperne di più di questo Paese e della 'rivoluzione silenziosa' portata avanti dagli islandesi, abbiamo intervistato Andrea Degl'Innocenti, autore di “Islanda chiama Italia” (Ed. Ludica, 2013)
Di che cosa parla il tuo libro?
Di varie cose in realtà, è un po’ un’inchiesta, un po’ un reportage, un po’ un racconto. Parla di questa isoletta senza esercito sperduta nell’Oceano Atlantico la cui gente si è ribellata contro i propri governanti corrotti, contro il potere dei ricchissimi banchieri e contro l’intera comunità finanziaria internazionale che pretendeva da loro il pagamento di un debito ingiusto. Ma parla anche del mio viaggio su quell’isola, nel maggio 2012, a raccogliere informazioni e fare interviste, a conoscere i protagonisti delle vicende di cui stavo scrivendo e a capire come sono andate le cose e quali messaggi se ne possano trarre. Infine parla di come anche qui da noi le cose stanno cambiando, piano piano, senza destare attenzione né scalpore ma costantemente.
In che cosa è consistita la rivoluzione islandese e quali risultati ha portato?
La cosiddetta rivoluzione islandese si è composta in realtà di varie fasi. Una prima fase, a cavallo fra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, è stata caratterizzata da una stagione di forti proteste popolari anti-establishment. La rabbia, nata dall’improvviso e inaspettato – almeno per la popolazione – crollo delle banche e tracollo della nazione, si focalizzava soprattutto contro il governo, la banca centrale, le autorità di controllo ed i ricchissimi “Nuovi vichinghi” (la nuova classe dirigente islandese emersa in seguito alla privatizzazione del sistema finanziario). Tale fase è terminata con una vittoria schiacciante: il governo fu costretto a dimettersi, e con lui anche il governatore della Banca centrale, molti dei nuovi vichinghi fuggirono all’estero.
Una seconda fase è stata invece quella caratterizzata dalla lotta contro il debito. Dato che gli islandesi non hanno salvato le banche (neanche avrebbero potuto in realtà, viste le dimensioni), alcuni paesi stranieri hanno iniziato ad esigere dallo stato il pagamento dei debiti che queste banche fallite avevano contratto all’estero. Così, il governo aveva preparato un piano di restituzione che però pesava direttamente ed in maniera insostenibile sui cittadini. La gente tornò in piazza, ed anche in questo caso ebbe la meglio. Vennero indetti ben due referendum e la gente si oppose fermamente alla restituzione del debito contratto dai banchieri privati.
Infine c’è una terza fase, che cronologicamente si mescola con le prime due ma che è tematicamente distinta. È la fase delle proposte, del cambiamento, della novità. Con lo slancio fornito dai movimenti e dalla partecipazione popolare, gli islandesi hanno scritto una nuova costituzione partecipata (che però è ancora in attesa del via libera definitivo del parlamento, nonostante sia stata approvata con un referendum dalla maggioranza della popolazione), hanno introdotto leggi per tutelare la libertà d’espressione in rete, hanno riscoperto usanze e tradizioni antiche.
Per documentarti sei stato in Islanda, cosa hai potuto osservare direttamente durante questo viaggio e quali sensazioni hai avuto?
È stato un viaggio bellissimo. Sono partito assieme ad un amico, Marco. Quando siamo arrivati all’aeroporto eravamo evidentemente un po’ spaesati e senza che dicessimo niente una signora è venuta da noi, ci ha chiesto dove dovevamo andare e si è offerta di darci un passaggio assieme al marito fino al centro di Reykjavik (la capitale nonché unica città vera e propria dell’isola, teatro principale delle rivolte), che dista almeno 40 minuti di auto. Questo ci ha fatto capire fin da subito il carattere degli islandesi: gente estremamente aperta, gentile, ospitale, curiosa.
Una volta a Reykjavik abbiamo avuto modo di conoscere i principali protagonisti delle rivolte, persone splendide e disponibilissime a fare una chiacchierata davanti ad una birra. Salvor, una attivista di Attac, ci ha persino dato le chiavi della sua casa nuova in riva al mare, in cui si sarebbe trasferita col compagno pochi giorni dopo la nostra partenza. La cosa strana, almeno vista con gli occhi di un italiano che è sempre vissuto in grandi città, è che, essendo circa 300mila abitanti, lì tutti si conoscono. Parlare del premier o di questo o quel ministro significa spesso parlare del tuo vicino di casa. Basti pensare che gli islandesi non usano i cognomi e gli elenchi telefonici sono ordinati in base al nome di battesimo.
C’è qualcosa che ti ha colpito in particolare?
Molte cose in realtà. La natura bellissima e preponderante, l’acqua, il fuoco, il ghiaccio. Ma forse la cosa che mi ha colpito di più in assoluto sono state proprio le persone. Gente schietta e pragmatica, ma che al tempo stesso crede negli elfi e in un mondo magico in cui la natura è una sorta di divinità. Quando dicevo agli islandesi che l’acqua in Italia è privata e abbiamo dovuto fare un referendum per provare a ripubblicizzarla strabuzzavano gli occhi e mi guardavano increduli. L’acqua è sacra da loro.
E poi l’ospitalità: sarà perché di stranieri ne vedono pochi, soprattutto nei villaggi più sperduti, ma l’accoglienza islandese è una cosa straordinaria. Ti racconto un altro aneddoto, giusto per rendere l’idea. Stavamo viaggiando in macchina verso i fiordi dell’ovest, una delle zone più belle e meno turistiche dell’isola. Per ore ed ore abbiamo guidato in mezzo alla natura selvaggia, priva di tracce umane finché, verso le dieci di sera, siamo giunti in un villaggio di pescatori.
Non mangiavamo dalla mattina, ed il viaggio era ancora lungo, per cui ci siamo messi alla ricerca un posto per cenare. Allora fermiamo un signore per strada e gli chiediamo dove potevamo mangiare qualcosa, e lui dispiaciuto ci dice che a quell’ora l’unica trattoria del paese è già chiusa da un pezzo. “Se volete però, posso offrirvi qualcosa a casa mia, io e la mia famiglia abbiamo già cenato ma ci è rimasto qualcosa. Sono solo avanzi eh, ma a quest’ora non troverete di meglio”.
Gli “avanzi” erano, in ordine sparso: una grigliata di carne che sarebbe bastata a dieci persone, patate, insalata, dolce, birra e caffè. Mentre mangiavamo, vari bambini venivano curiosi a parlare con gli “stranieri”, in perfetto inglese. Ci chiedevano di Cavani e del Napoli, la loro squadra italiana preferita, e ci insegnavano a pronunciare Eyjafjallajökull (il nome del vulcano che nel 2011 paralizzò i cieli di mezzo mondo). Prima di andare via, ci danno persino del merluzzo secco da mangiare durante il viaggio, nel caso ci venisse fame.
Qual è attualmente la situazione in Islanda?
È una situazione complessa, con molte sfaccettature. Economicamente il paese è in netta ripresa, ma forse il ritrovato benessere rischia di affievolire quel movimento di protesta che ha ottenuto risultati così straordinari. La rabbia del popolo è ancora tanta, ma l’attuale assenza di un movimento coeso fa sì che questa rabbia e la voglia di cambiamento si disperdano o vengano incanalate in maniera tendenziosa dai politicanti di mestiere.
Un esempio sono le ultime elezioni, in cui ha vinto una coalizione di centro-destra, che ha cavalcato la rabbia anti-euro e anti debito per i propri scopi. Al tempo stesso però, altri segnali dimostrano che sono in atto dei cambiamenti di grossa portata nella mentalità e nelle abitudini delle persone. Cambiamenti che però, come mi ha detto lo storico islandese Arni Daniel, avranno bisogni di tempo per essere messi a sistema.
"Islanda chiama Italia". Perché questo titolo? Pensi che il nostro Paese potrebbe e dovrebbe seguire l'esempio dell'Islanda?
Ti ringrazio per la domanda, visto che una delle critiche che viene rivolta più spesso al caso islandese è quella di non essere applicabile. Non credo che esista un modello islandese applicabile su larga scala. Le caratteristiche dell’isola sono troppo peculiari per poterlo permettere. Questo però non significa che dalla vicenda non si possa trarre niente. Ci sono dei messaggi relativi alla sovranità popolare, al diritto di decidere del proprio destino, ai percorsi di partecipazione democratica che sono indipendenti da contesto specifico e possono essere d’ispirazione anche per noi.
E infatti, gli stessi concetti che sono alla base della vicenda islandese hanno ispirato e dato origine a molti altri movimenti nel mondo, dagli indignados spagnoli ai vari movimenti occupy. Anche in Italia sono sorte e stanno sorgendo realtà che criticano fortemente il sistema attuale e propongono soluzioni alternative. Nell’ultimo capitolo del libro cerco di raccogliere alcuni frammenti di queste complesse realtà e di metterle a sistema, provando a immaginare come potrebbe funzionare una società diversa, più giusta ed equa.
D’altronde che esistano centinaia di realtà in cambiamento nel nostro paese lo sa molto meglio di me Daniel Tarozzi, direttore del Cambiamento, che con il suo “Viaggio nell’Italia che cambia” è andato ad incontrarle e a scoprirle. Ma questa èun’altra storia, e un altro libro.
giovedì 4 luglio 2013
Lo Stato emetta dei buoni-spesa
Lo Stato emetta dei buoni spesa per immettere liquidità nel sistema
di Fabrizio Tajè 02/07/2013
http://www.ioamolitalia.it/sovranita-monetaria/lo-stato-emetta-dei-buoni-spesa-per-immettere-liquidita-nel-sistema.html
Lo Stato emette buoni spesa al portatore e trasferibili, nominalmente in euro, ma non convertibili in moneta. Infatti, il fine del buono è la sua conversione in beni e servizi, e deve essere sanzionata ogni conversione in moneta.
I buoni sono spendibili presso tutti gli esercizi commerciali e/o professionali e presso la grande distribuzione che li accettano.
Il buono può essere compensato, tranne che dal primo prenditore del buono stesso, con il debito fiscale di qualsiasi natura. Può essere portato in compensazione solo dai venditori di beni e servizi che lo accettano e non dal primo prenditore del buono, per meglio dire colui che riceve il buono direttamente dallo Stato.
Il buon circola, in ultima analisi, poiché è compensabile con il debito fiscale, è questo che lo rende appetibile. Il fine del buono è tuttavia la sua circolazione ad oltranza, nella speranza che anche il venditore di beni e servizi non lo compensi ma lo spenda a sua volta.
La facoltà di compensare il buono e la sua validità non ha scadenza.
A fronte di cosa lo Stato emette i buoni ? Lo Stato emette i buoni quale compenso a lavoro straordinario, lavori socialmente utili retribuiti in buoni, incremento di pensioni minime e provvidenze varie per ceti disagiati. Lo Stato può retribuire in buoni anche l’attività libero professionale e/o imprenditoriale prestata a favore dello stesso, se il fornitore lo accetta.
In sintesi: il buono circola perché è compensabile con il debito fiscale di qualsiasi natura e contribuisce a sostenere e rilanciare i consumi poiché non è utilizzabile sotto forma di risparmio, pertanto il suo effetto di incremento consumi e redditi è garantito.
I buoni sono spendibili presso tutti gli esercizi commerciali e/o professionali e presso la grande distribuzione che li accettano.
Il buono può essere compensato, tranne che dal primo prenditore del buono stesso, con il debito fiscale di qualsiasi natura. Può essere portato in compensazione solo dai venditori di beni e servizi che lo accettano e non dal primo prenditore del buono, per meglio dire colui che riceve il buono direttamente dallo Stato.
Il buon circola, in ultima analisi, poiché è compensabile con il debito fiscale, è questo che lo rende appetibile. Il fine del buono è tuttavia la sua circolazione ad oltranza, nella speranza che anche il venditore di beni e servizi non lo compensi ma lo spenda a sua volta.
La facoltà di compensare il buono e la sua validità non ha scadenza.
A fronte di cosa lo Stato emette i buoni ? Lo Stato emette i buoni quale compenso a lavoro straordinario, lavori socialmente utili retribuiti in buoni, incremento di pensioni minime e provvidenze varie per ceti disagiati. Lo Stato può retribuire in buoni anche l’attività libero professionale e/o imprenditoriale prestata a favore dello stesso, se il fornitore lo accetta.
In sintesi: il buono circola perché è compensabile con il debito fiscale di qualsiasi natura e contribuisce a sostenere e rilanciare i consumi poiché non è utilizzabile sotto forma di risparmio, pertanto il suo effetto di incremento consumi e redditi è garantito.
Uscita dell’Italia dall’Euro: rischi limitati
I rischi di un’uscita dell’Italia dall’Euro sono limitati
di investireoggi .it
01/07/2013 13:01:51
(http://www.investireoggi.it) - Di George Dorgan, SNBCHF.com - I motivi principali di questo rischio limitato sono indicati sul Telegraph e nella teoria dei giochi di David Woo di BoA Merrill Lynch.
1. La Banca centrale d’Italia ha sufficienti riserve d’oro da poter evitare l’iperinflazione, in caso di uscita.
2. Al contrario della Spagna, la posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia è solo leggermente negativa, mentre quella della Spagna è negativa per il 92% del PIL.
3. Il debito pubblico e privato è al 260% del PIL, simile alla Germania e molto inferiore rispetto a Francia, Spagna o Regno Unito (debito totale UK). Con una ricchezza privata di € 8,6 trilioni di dollari, gli italiani hanno una ricchezza pro capite maggiore dei tedeschi
4. ”Il tasso di risparmio Italiano molto elevato e la ricchezza privata stanno a significare che qualsiasi shock sui tassi per lo più ritornerebbe indietro all’economia come maggiori pagamenti agli obbligazionisti italiani.”(Telegraph). Dopo i programmi LTRO e OMT di quest’anno, i principali detentori del debito pubblico italiano sono le banche italiane e i risparmiatori privati.
5. Nell’indicatore di sostenibilità del debito a lungo termine del FMI, l’Italia è al primo posto, a 4.1, davanti al 4,6 della Germania, 7,9 della Francia, 13,3 del Regno Unito, 14,3 del Giappone, e 17 degli Stati Uniti. Un approccio alternativo per la valutazione del debito a lungo termine, comprensiva del il debito implicito (come promesse pensionistiche, ecc), mostra un risultato italiano ancora migliore.
6. Un forte aumento dell’interesse nominale (se davvero accadesse) dopo l’uscita dell’euro dell’Italia causerebbe dei danniai mutuatari italiani molto inferiori che agli spagnoli, perché il livello dell’indebitamento privato in Spagna è più alto che in Italia.
7. Gli stati periferici con i loro 100 milioni di persone con basso PIL pro capite non sono abbastanza rilevanti da innescare un crollo dei grandi paesi in via di sviluppo come la Cina o l’India, con 2 miliardi di persone, o gli Stati Uniti, con i suoi 300 milioni di abitanti. Anche la crisi asiatica e il default russo nel 1998, che hanno colpito circa 2 miliardi di persone, non sono riusciti afar andare l’economia americana in recessione, al contrario, il prezzo del petrolio a buon mercato ha alimentato la fiducia dei consumatori degli Stati Uniti. Sei anni dopo la crisi finanziaria, i consumatori americani sono abbastanza forti da assorbire una crisi della periferia europea, in particolare quando i prezzi del petrolio rimangono relativamente a buon mercato. Certo, questo non significa che ci sarà una forte crescita, negli USA ci vuole ancora qualche anno per completare il de-leveraging (riduzione dell’indebitamento, ndt).
8. Il rischio principale è un deficit di capitale per le banche periferiche, ma a seguito delle osservazioni formulate all’inizio, il rischio sarà limitato, almeno in Italia. L’ESM potrà avere un ruolo temporaneo nel finanziamento a breve termine di alcune banche italiane, in cambio l’Italia prometterà di non dichiarare default sul suo debito. Il debito secondo la legge italiana dovrebbe essere ridenominato in Nuove Lire al cambio del 1.999, con un conseguente implicito haircut per i mutuatari stranieri. Il MES finalmente farà qualcosa di più utile che il finanziamento a lungo termine delle economie periferiche da parte del contribuente tedesco.
9. Wolfgang Münchau, dell’establishment pro Eurobond (FT ed Euro Intelligence) si è affrettato a rispondere ad una potenziale uscita italiana dall’Euro nell’edizione tedesca di Der Spiegel. Il suo primo argomento è che i contribuenti tedeschi dovrebbero ricapitalizzare le banche tedesche.
L’esposizione bancaria della Germania verso l’Italia era solo di 36 miliardi nel 2010, una piccola cifra rispetto ai rischi che la Germania di è assunta con l’ESM. Da allora, la Deutsche Bank ha coperto la propria esposizione dell’88%, e molte banche straniere hanno scaricato le obbligazioni italiane.
10. Come tutti sappiamo, le banche tedesche sono riuscite a scaricare il loro “rischi PIIGS” sui saldi Target2, sulla Bundesbank, cioè il contribuente tedesco. Pertanto, il rischio di una ricapitalizzazione delle banche tedesche è ormai trascurabile dal punto di vista dei contribuenti tedeschi. Dopo le operazioni LTRO del 2012, la maggior parte dei titoli di Stato italiani sono oggi detenuti dalle banche italiane o da famiglie italiane.
11. Secondo Münchau, se l’Italia fallisse, la Germania dovrebbe accollarsi miliardi di perdite dal sistema Target2. Il Target2 in precedenza era solo un meccanismo tecnico di compensazione (fonte Whelan BoE) tra gli Stati membri dell’area dell’euro. Grazie alla discussione, iniziata da Hans Werner Sinn, Münchau e il pensiero economico comune hanno accettato il fatto che quando un paese lascia l’euro, le passività Target2 del paese uscente giungono a scadenza. Al fine di spaventare i lettori tedeschi, Munchau segnala la peggiore delle ipotesi, e cioè che l’Italia non ripagherà affatto i suoi debiti Target2. Noi pensiamo che l’Italia vorrà rimanere un membro della comunità internazionale, anche nel caso di un’uscita italianadall’euro. Pertanto, un approccio più realistico sarebbe quello di pensare che l’Italia ripagherà le sue passività in euro nella nuova Lira italiana.
Sulla base dello scenario di Jens Nordvig di Nomura di una svalutazione della Nuova Lira del 27% in caso di un crollo dell’euro, noi stimiamo una svalutazione del 15-20% della Nuova Lira contro l’euro, nel caso di una uscita dell’euro dell’Italia. A luglio 2012, l’Italia ha delle passività Target2 per 274 miliardi di €. Se queste venissero ridenominate nella Nuova Lira, si avrebbe una perdita di 40-50 miliardi di € per la parte della Germania, corrispondente a solo il 2% del PIL tedesco.
ITALIA FUORI DALL’EURO – Noi pensiamo che l’Italia, a differenza dell’Argentina nel 2001 e della Spagna oggi, potrebbe sopravvivere a un euro exit senza grossi problemi. Data l’opinione pubblica e politica in Italia e in Germania questo scenario ha una elevata probabilità di accadere nei prossimi 2-3 anni. Un nuovo compito per l’ESM sarà quello di sostenere le possibili temporanee ricadute sulle banche periferiche. Dopo i problemi iniziali, l’euro si apprezzerà perché quando due dei membri più deboli, vale a dire la Grecia e l’Italia, saranno usciti dalla moneta comune, le economie italiana e europea si riprenderanno abbastanza rapidamente. Se l’Italia, tuttavia, non abbandonasse la zona euro, l’Italia e la Germania corrono il rischio di una recessione di lunga durata, in cui sia i consumatori che le imprese cercano di ridurre il debito e di consumare meno, i tedeschi, nel timore di futuri debiti via ESM, gli italiani in risposta alla sempre crescenti misure di austerità.
Quindi un’uscita italiana dall’Euro sarebbe davvero d’aiuto per la zona euro. Alla fine sarà la strada a decidere e non le istituzioni o gli strani economisti che contraddicono le loro stesse teorie economiche.
Post Scriptum: L’autore principale di questo blog parla italiano e ha vissuto in Italia per un lungo periodo di tempo. Gli Italiani fin dall’inizio non sono stati contentidell’euro, molti pensano che i prezzi sono aumentati notevolmente a causa dell’euro, ma gli stipendi reali, aggiustati all’inflazione, sono rimasti gli stessi. In Germania inizialmente l’atteggiamento anti-euro era lo stesso, ma è svanito con il tempo, quando i prezzi sono diventati relativamente più economici. In Italia l’opposizione contro l’euro non è mai sparita, dopo 12 anni di euro i prezzi al consumo sono spesso più elevati rispetto alla Germania, ma gli stipendi sono la metà o anche meno.
Articolo originale: Repost: Italian Euro Exit: Why it Might Come in some Years and Why it Will Help the Euro Zone area
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1. La Banca centrale d’Italia ha sufficienti riserve d’oro da poter evitare l’iperinflazione, in caso di uscita.
2. Al contrario della Spagna, la posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia è solo leggermente negativa, mentre quella della Spagna è negativa per il 92% del PIL.
3. Il debito pubblico e privato è al 260% del PIL, simile alla Germania e molto inferiore rispetto a Francia, Spagna o Regno Unito (debito totale UK). Con una ricchezza privata di € 8,6 trilioni di dollari, gli italiani hanno una ricchezza pro capite maggiore dei tedeschi
4. ”Il tasso di risparmio Italiano molto elevato e la ricchezza privata stanno a significare che qualsiasi shock sui tassi per lo più ritornerebbe indietro all’economia come maggiori pagamenti agli obbligazionisti italiani.”(Telegraph). Dopo i programmi LTRO e OMT di quest’anno, i principali detentori del debito pubblico italiano sono le banche italiane e i risparmiatori privati.
5. Nell’indicatore di sostenibilità del debito a lungo termine del FMI, l’Italia è al primo posto, a 4.1, davanti al 4,6 della Germania, 7,9 della Francia, 13,3 del Regno Unito, 14,3 del Giappone, e 17 degli Stati Uniti. Un approccio alternativo per la valutazione del debito a lungo termine, comprensiva del il debito implicito (come promesse pensionistiche, ecc), mostra un risultato italiano ancora migliore.
6. Un forte aumento dell’interesse nominale (se davvero accadesse) dopo l’uscita dell’euro dell’Italia causerebbe dei danniai mutuatari italiani molto inferiori che agli spagnoli, perché il livello dell’indebitamento privato in Spagna è più alto che in Italia.
7. Gli stati periferici con i loro 100 milioni di persone con basso PIL pro capite non sono abbastanza rilevanti da innescare un crollo dei grandi paesi in via di sviluppo come la Cina o l’India, con 2 miliardi di persone, o gli Stati Uniti, con i suoi 300 milioni di abitanti. Anche la crisi asiatica e il default russo nel 1998, che hanno colpito circa 2 miliardi di persone, non sono riusciti afar andare l’economia americana in recessione, al contrario, il prezzo del petrolio a buon mercato ha alimentato la fiducia dei consumatori degli Stati Uniti. Sei anni dopo la crisi finanziaria, i consumatori americani sono abbastanza forti da assorbire una crisi della periferia europea, in particolare quando i prezzi del petrolio rimangono relativamente a buon mercato. Certo, questo non significa che ci sarà una forte crescita, negli USA ci vuole ancora qualche anno per completare il de-leveraging (riduzione dell’indebitamento, ndt).
8. Il rischio principale è un deficit di capitale per le banche periferiche, ma a seguito delle osservazioni formulate all’inizio, il rischio sarà limitato, almeno in Italia. L’ESM potrà avere un ruolo temporaneo nel finanziamento a breve termine di alcune banche italiane, in cambio l’Italia prometterà di non dichiarare default sul suo debito. Il debito secondo la legge italiana dovrebbe essere ridenominato in Nuove Lire al cambio del 1.999, con un conseguente implicito haircut per i mutuatari stranieri. Il MES finalmente farà qualcosa di più utile che il finanziamento a lungo termine delle economie periferiche da parte del contribuente tedesco.
9. Wolfgang Münchau, dell’establishment pro Eurobond (FT ed Euro Intelligence) si è affrettato a rispondere ad una potenziale uscita italiana dall’Euro nell’edizione tedesca di Der Spiegel. Il suo primo argomento è che i contribuenti tedeschi dovrebbero ricapitalizzare le banche tedesche.
L’esposizione bancaria della Germania verso l’Italia era solo di 36 miliardi nel 2010, una piccola cifra rispetto ai rischi che la Germania di è assunta con l’ESM. Da allora, la Deutsche Bank ha coperto la propria esposizione dell’88%, e molte banche straniere hanno scaricato le obbligazioni italiane.
10. Come tutti sappiamo, le banche tedesche sono riuscite a scaricare il loro “rischi PIIGS” sui saldi Target2, sulla Bundesbank, cioè il contribuente tedesco. Pertanto, il rischio di una ricapitalizzazione delle banche tedesche è ormai trascurabile dal punto di vista dei contribuenti tedeschi. Dopo le operazioni LTRO del 2012, la maggior parte dei titoli di Stato italiani sono oggi detenuti dalle banche italiane o da famiglie italiane.
11. Secondo Münchau, se l’Italia fallisse, la Germania dovrebbe accollarsi miliardi di perdite dal sistema Target2. Il Target2 in precedenza era solo un meccanismo tecnico di compensazione (fonte Whelan BoE) tra gli Stati membri dell’area dell’euro. Grazie alla discussione, iniziata da Hans Werner Sinn, Münchau e il pensiero economico comune hanno accettato il fatto che quando un paese lascia l’euro, le passività Target2 del paese uscente giungono a scadenza. Al fine di spaventare i lettori tedeschi, Munchau segnala la peggiore delle ipotesi, e cioè che l’Italia non ripagherà affatto i suoi debiti Target2. Noi pensiamo che l’Italia vorrà rimanere un membro della comunità internazionale, anche nel caso di un’uscita italianadall’euro. Pertanto, un approccio più realistico sarebbe quello di pensare che l’Italia ripagherà le sue passività in euro nella nuova Lira italiana.
Sulla base dello scenario di Jens Nordvig di Nomura di una svalutazione della Nuova Lira del 27% in caso di un crollo dell’euro, noi stimiamo una svalutazione del 15-20% della Nuova Lira contro l’euro, nel caso di una uscita dell’euro dell’Italia. A luglio 2012, l’Italia ha delle passività Target2 per 274 miliardi di €. Se queste venissero ridenominate nella Nuova Lira, si avrebbe una perdita di 40-50 miliardi di € per la parte della Germania, corrispondente a solo il 2% del PIL tedesco.
ITALIA FUORI DALL’EURO – Noi pensiamo che l’Italia, a differenza dell’Argentina nel 2001 e della Spagna oggi, potrebbe sopravvivere a un euro exit senza grossi problemi. Data l’opinione pubblica e politica in Italia e in Germania questo scenario ha una elevata probabilità di accadere nei prossimi 2-3 anni. Un nuovo compito per l’ESM sarà quello di sostenere le possibili temporanee ricadute sulle banche periferiche. Dopo i problemi iniziali, l’euro si apprezzerà perché quando due dei membri più deboli, vale a dire la Grecia e l’Italia, saranno usciti dalla moneta comune, le economie italiana e europea si riprenderanno abbastanza rapidamente. Se l’Italia, tuttavia, non abbandonasse la zona euro, l’Italia e la Germania corrono il rischio di una recessione di lunga durata, in cui sia i consumatori che le imprese cercano di ridurre il debito e di consumare meno, i tedeschi, nel timore di futuri debiti via ESM, gli italiani in risposta alla sempre crescenti misure di austerità.
Quindi un’uscita italiana dall’Euro sarebbe davvero d’aiuto per la zona euro. Alla fine sarà la strada a decidere e non le istituzioni o gli strani economisti che contraddicono le loro stesse teorie economiche.
Post Scriptum: L’autore principale di questo blog parla italiano e ha vissuto in Italia per un lungo periodo di tempo. Gli Italiani fin dall’inizio non sono stati contentidell’euro, molti pensano che i prezzi sono aumentati notevolmente a causa dell’euro, ma gli stipendi reali, aggiustati all’inflazione, sono rimasti gli stessi. In Germania inizialmente l’atteggiamento anti-euro era lo stesso, ma è svanito con il tempo, quando i prezzi sono diventati relativamente più economici. In Italia l’opposizione contro l’euro non è mai sparita, dopo 12 anni di euro i prezzi al consumo sono spesso più elevati rispetto alla Germania, ma gli stipendi sono la metà o anche meno.
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Le Pen: "Se vinco distruggo l'euro"
Francia, Le Pen: "Se vinco distruggo l'euro"
di: WSIPubblicato il 01 luglio 2013| Ora 10:00http://www.wallstreetitalia.com/article/1599118/politica/francia-le-pen-se-vinco-distruggo-l-euro.aspx
Dopo il terremoto alle legislative, la "Giovanna d'Arco" francese Marine Le Pen, leader del Front National, promette di tornare al franco e dare uno scossone al sistema europeo.
NEW YORK (WSI) - Ora non e' piu' un miraggio. Il Front National ha le carte in regola e l'ambizione necessaria per lanciare l'assalto ai due partiti principali di Francia e puntare alla vittoria alle prossime presidenziali.
Dopo il clamoroso risultato alle elezioni legislative di Villeneuve, dove un candidato di 23 anni, Étienne Bousquet-Cassagne, ha raggiunto il 46% dei consensi, contro il 53,76% del rivale dell'UMP (centro destra), Marine Le Pen crede nella possibilita' di governare il suo paese e tornare al franco. Distruggendo il castello di carta dell'area euro.
"Non possiamo essere sedotti", ha detto con fiducia dopo il terremoto elettorale di Vileneuve-sur-Lot dove il suo candidato ha umiliato politicamente il sindaco Socialista uscente. "Il cosiddetto fronte repubblicano è morto. Cio' dimostra che i partiti di sinistra e i liberali non sono piu' in grado di smobilitare i loro elettori, per evitare al Front National di guadagnare popolarita' e voti".
"L'euro cessa di esistere nell'esatto momento in cui la Francia se ne va e questa e' la nostra forza incredibile. Cosa faranno a quel punto, manderanno i carrarmati?", si e' chiesta retoricamente in un'intervia concessa al Daily Mail dalla sede del partito, nella periferia profonda di Parigi, a Nanterre.
"L'Europa e' un grande bluff. Da una parte c'e' la popolazione sovrana e dall'altra una manciata di tecnocrati", ha dichiarato al quotidiano inglese la leader dell'estrema destra, parlando dal suo ufficio piccolo, quasi austero.
Per la prima volta, il Front National puo' veramente competere con i due partiti che hanno sempre governato la Francia dalla Seconda Guerra Mondiale in poi: i socialisti e i gaullisti.
Entrambe le fazioni sono date in calo al 21% nei sondaggi, mentre il partito di Le Pen ha il vento in poppa. Grazie anche alle dichiarazioni populiste anti euro, che fanno grande presa in tempo di crisi.
La perdita di voti della sinistra nel dipartimento del Lot-et-Garonne, una regione tradizionalmente di sinistra, sembra poi anche sorta di un resa dei conti nei confronti dell’ex ministro del bilancio Jérôme Cahuzac, al centro dello scandalo relativo al conto offshore nascosto in Svizzera.
Dopo il clamoroso risultato alle elezioni legislative di Villeneuve, dove un candidato di 23 anni, Étienne Bousquet-Cassagne, ha raggiunto il 46% dei consensi, contro il 53,76% del rivale dell'UMP (centro destra), Marine Le Pen crede nella possibilita' di governare il suo paese e tornare al franco. Distruggendo il castello di carta dell'area euro.
"Non possiamo essere sedotti", ha detto con fiducia dopo il terremoto elettorale di Vileneuve-sur-Lot dove il suo candidato ha umiliato politicamente il sindaco Socialista uscente. "Il cosiddetto fronte repubblicano è morto. Cio' dimostra che i partiti di sinistra e i liberali non sono piu' in grado di smobilitare i loro elettori, per evitare al Front National di guadagnare popolarita' e voti".
"L'euro cessa di esistere nell'esatto momento in cui la Francia se ne va e questa e' la nostra forza incredibile. Cosa faranno a quel punto, manderanno i carrarmati?", si e' chiesta retoricamente in un'intervia concessa al Daily Mail dalla sede del partito, nella periferia profonda di Parigi, a Nanterre.
"L'Europa e' un grande bluff. Da una parte c'e' la popolazione sovrana e dall'altra una manciata di tecnocrati", ha dichiarato al quotidiano inglese la leader dell'estrema destra, parlando dal suo ufficio piccolo, quasi austero.
Per la prima volta, il Front National puo' veramente competere con i due partiti che hanno sempre governato la Francia dalla Seconda Guerra Mondiale in poi: i socialisti e i gaullisti.
Entrambe le fazioni sono date in calo al 21% nei sondaggi, mentre il partito di Le Pen ha il vento in poppa. Grazie anche alle dichiarazioni populiste anti euro, che fanno grande presa in tempo di crisi.
La perdita di voti della sinistra nel dipartimento del Lot-et-Garonne, una regione tradizionalmente di sinistra, sembra poi anche sorta di un resa dei conti nei confronti dell’ex ministro del bilancio Jérôme Cahuzac, al centro dello scandalo relativo al conto offshore nascosto in Svizzera.
Come gli USurocrati scatenarono la guerra in Corea
www.resistenze.org - cultura e memoria resistenti - storia - 29-06-13 - n. 460
Organizzazione Kirov del RKRP-RPK | amistadhispanosovietica.blogspot.com.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
25/06/2013
60 anni fa, 25 giugno 1950, gli Stati Uniti istigarono l'esercito della Corea del Sud a compiere l'attacco armato totale contro la Corea del Nord (RPDC). La guerra che ne scoppiò (dal giugno 1950 al luglio 1953), è stata la più feroce dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Perché gli Stati Uniti volevano questa guerra?
In primo luogo, per attuare la loro strategia di dominazione del mondo.
Gli USA conoscevano l'importanza geopolitica della penisola coreana come base militare per la dominazione del continente asiatico, e, approfittando della Seconda Guerra Mondiale nel settembre del 1945 sbarcarono le loro truppe in Corea del Sud, dopo aver indossato i loro caschi da "liberatori". Gli Stati Uniti confezionarono in Corea del Sud un governo filo-americano asservito completamente alla loro politica, economia e controllo militare. Predicando che "la loro presenza mira a coprire l'intero territorio della Corea", non nascosero l'intenzione di attaccare la Corea del Nord. MacArthur, l'ex comandante delle forze statunitensi in Estremo Oriente, disse: "Ho sempre considerato la Corea una base militare infinitamente preziosa". Nella penisola coreana, gli Stati Uniti individuarono un importante punto strategico da cui lanciare un attacco militare su qualsiasi area dell'Estremo Oriente, "il ponte che ci porta alla terraferma" e la "spada" per tagliare "un pezzo di carne ", il cui nome è Asia.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti decisero che la Corea sarebbe stata la prima linea dello scontro tra capitalismo e socialismo e un'importante arena politica e militare tra Occidente e Oriente. Nel 1946, lo stesso presidente Truman definì la Corea come un "campo della battaglia ideologica", da cui poteva dipendere il successo degli Stati Uniti in Asia. Chiese "del tempo per preparare un numero adeguato di persone e finanziare con successo i loro compiti".
La politica degli Stati Uniti verso i coreani, aveva come obiettivo principale la dominazione su tutta la penisola coreana. Per raggiungere questo obiettivo iniziarono a utilizzare metodi politici e diplomatici, e infine, optarono per la guerra, attraverso un attacco militare.
In secondo luogo, lo scoppio della Guerra di Corea è associato a una catastrofica crisi economica che attraversava in quel momento gli Stati Uniti.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti entrarono in una situazione di stasi economica. Riducendosi la produzione militare si ebbe un aumento della disoccupazione, causando un ciclo depressivo dell'economia nel suo complesso.
La crisi economica negli Stati Uniti, ebbe inizio con la crisi economica del 1948, e l'anno successivo si fece più profonda. La produzione industriale scese del 15% rispetto all'anno precedente, improvvisamente caddero i prezzi dei beni, il costo del capitale investito in macchinari e attrezzature si ridusse notevolmente. Solo nei primi mesi circa 4.600 imprese presentarono istanza di fallimento, il numero dei disoccupati aumentò a 6 milioni di persone. Si ipotizzava che nel 1950 il numero totale dei disoccupati sarebbe aumentato a 13 milioni di persone.
Il profitto dei monopoli degli USA nel settembre 1948 fu di 36,6 miliardi di dollari, e nel marzo 1949 scese drasticamente a 28,4 miliardi. I monopoli nordamericani chiesero quindi al governo di "preparare una nuova grossa siringa per iniettare nuova linfa all'economia".
Queste richieste furono esaudite con la militarizzazione dell'economia degli Stati Uniti e la diffusione delle armi, infine, incitando una nuova guerra. La rivista britannica "The Economist", scriveva: "Gli Stati Uniti hanno bisogno di un modo per superare la crisi. Si vedono costretti a provocare un conflitto".
In terzo luogo, gli USA entrarono nella guerra di Corea e salvarono l'indebitato Syngman Rhee e le autorità della Corea del Sud.
La crisi che colpiva gli Stati Uniti determinò nella Corea del Sud l'aumento dell'ingovernabilità, del cattivo stato dell'economia, del clima antigovernativo nella popolazione, del desiderio di una riunificazione pacifica del paese, il pericolo della distruzione del regime imposto, ecc.
La crisi politica ed economica in Corea del Sud continuò a peggiorare dal 1949, e nel maggio dell'anno successivo raggiunse l'apice.
Cinque anni di politica protezionista coloniale da parte degli Stati Uniti, prepararono la guerra in Corea del Sud nella prima metà del 1949, quando il numero delle imprese diminuì del 36% rispetto al 1939. Intanto l'agricoltura rovinanva, in quanto i rendimenti del grano diminuirono di 5 milioni dollari durante quel periodo, prima della liberazione del paese [dal Giappone]. A causa della eccessiva emissione di carta moneta, si ebbe una inflazione che raggiunse il limite. I prezzi dei beni aumentarono, peggiorando le condizioni di vita della popolazione.
Con il forte aumento delle persone che volevano la riunificazione pacifica della patria, anche in parlamento cominciarono ad aumentare le forze integrazioniste che indicavano la necessità di negoziati con il Nord, compresa la formazione "Insistenza", che faceva parte dell'ala destra del Parlamento. In sintesi, il governo di Syngman Rhee affrontava una crisi totale.
Nel libro americano "Storia della guerra di Corea", si dice: "E' logico supporre che la guerra era l'ultima risorsa del fanatico Syngman Rhee. L'economia stava affrontando il collasso, nella società regnava un atmosfera inquietante. Soprattutto dopo la sua sconfitta a maggio (nelle elezioni del Parlamento del 10 maggio 1950, i sostenitori di Syngman Rhee ottennero solo 48 posti su 210), le tempeste continuarono con un parlamento ostile. E la gente era disposta ad accettare l'unità pacifica con la Corea del Nord. E davanti a questo pericolo Syngman Rhee, continuò a giocare con il fuoco, gettando il paese in una guerra fratricida ... "
La conclusione è che, con la Guerra di Corea, gli Stati Uniti hanno voluto creare una base militare strategica per l'attuazione del loro dominio del mondo, da un lato, e dall'altro, salvare il destino dei propri vassalli rimasti intrappolati in un vicolo cieco. Si tratta di un fatto storico innegabile.
Come avvenne?
La guerra di Corea scoppiò il 25 giugno 1950, ma era già iniziata quando le truppe degli Stati Uniti invasero la Corea del Sud.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando la sconfitta del Giappone era vicina, gli Stati Uniti ritennero che era giunto il momento per la realizzazione della vecchia strategia di dominazione sulla Corea, e iniziarono un piano di cospirazione per impossessarsi della Corea del Sud. A sostegno di questa ipotesi possiamo avvalerci delle memorie dell'ex presidente degli Stati Uniti Truman: "il progetto della divisione della Corea lungo il 38° parallelo è stato proposto da parte americana".
Il 13 agosto 1945 lo Stato Maggiore Congiunto degli Stati Uniti, impartì al comandante delle forze USA nell'Estremo Oriente MacArthur, l'ordine di disarmare l'esercito giapponese nelle zone che si trovano sotto gli "accordi" sovietico-nordamericani, inclusa la Corea del Sud che era sotto la responsabilità degli Stati Uniti. MacArthur, a sua volta, ordinò al comandante degli Stati Uniti della 24° Divisione di Fanteria Hodge di accettare la resa dell'esercito giapponese, rappresentando gli Stati Uniti, e di occupare, e controllare la Corea del Sud. Pertanto, gli Stati Uniti presero senza combattere la Corea a sud del 38° parallelo. Questa fu la premessa logica della guerra di aggressione in Corea e il preludio del suo inizio.
Dopo l'acquisizione della Corea del Sud, gli Stati Uniti prepararono la provocazione di guerra contro la Corea del Nord.
Una delle loro tattiche era di formare un esercito fantoccio. Nel novembre 1945, venne istituito "il comando della difesa nazionale". Le truppe della Corea del Sud si formarono e si ampliarono per fasi, per garantire la loro "superiorità di 10 volte" rispetto alle forze armate della Corea del Nord. L'istruzione e la formazione militare ebbe luogo in un ambiente filo-americano. Venne approvato il diritto delle forze statunitensi al comando dell'esercito della Corea del Sud.
Nel 1949, i militari degli Stati Uniti consegnarono alla Corea del Sud l'equipaggiamento sufficiente per armare 50.000 soldati, e in seguito diedero appoggio militare addizionale per un valore di oltre 87 milioni di dollari. Nel gennaio del 1950, la guerra di Corea era preparata e il piano fu approvato all'unanimità dal Comitato dei Capi di Stato Maggiore degli Stati Uniti. Nello stesso mese, il capo della missione militare statunitense, Roberts comunicò a Syngman Rhee, che all'epoca era il presidente della Corea del Sud, il seguente ordine: il piano d'attacco alla Corea del Nord è definito, nel suo studio e realizzazione. Ma l'attacco non poteva avviarsi, senza un pretesto per giustificare le azioni.
MacArthur in una conversazione segreta con Syngman Rhee gli ordinò di lanciare un attacco contro la Corea del Nord non oltre la fine di luglio.
Da aprile a giugno 1950, gli Stati Uniti dispiegarono lungo il parallelo le truppe sudcoreane.
Il 17 giugno 1950 in Corea del Sud arrivò, appositamente inviato dal presidente Truman, Dulles, che giunse alle trincee del 38° parallelo per approvare finalmente il piano di guerra. Dopo aver controllato il piano nuovamente, assegnò ai capi della Corea del Sud la tattica di "propagandare una falsa aggressione da parte della Nord Corea, prima di attaccare il nord" e assicurò: "Rimanete due settimane senza avanzare, sarà allora il momento degli Stati Uniti di sollecitare l'Onu sul presunto attacco della Corea del Nord contro la Corea del Sud, e in suo nome mobiliteremo esercito, marina e aviazione, e così tutto andrà secondo i piani".
Alla vigilia della guerra, gli Stati Uniti non si dimenticarono di usare ingannevoli trucchi per nascondere la loro natura aggressiva. Prima della guerra gli Stati Uniti segretamente effettuarono l'operazione di evacuare le famiglie statunitensi in Corea del Sud, circa 2.000 cittadini statunitensi, tra cui i membri delle famiglie dei soldati e di civili. I familiari dei dipendenti dell'ambasciata USA furono evacuati in Giappone con aerei da trasporto col pretesto della minaccia della guerra, così il resto delle famiglie, su aerei e navi da carico.
Per nascondere le reali intenzioni mentre provocavano la guerra, i funzionari di alto rango degli Stati Uniti attuarono azioni diversive, come gite, viaggi, ricevimenti fino alla mattina del 24 giugno: "Truman lasciò Washington su un jet privato per trascorrere tranquillamente il fine settimana con la moglie e la figlia, nello stato del Missouri". Dulles fece sapere che "il turismo è interessato al Giappone". Alla vigilia della guerra, il governo Syngman Rhee proclamò l'abolizione dell'ordine dello stato di emergenza, la liberazione degli oppositori e la revoca dei mandati d'arresto per i disertori dell'esercito della Corea del Sud, ma era tutto un trucco.
Ovunque era inganno e dissimulazione.
Un ex ufficiale di stato maggiore del 17° Reggimento dell'esercito sudcoreano ha ammesso che, "il 24 giugno 1950 era sabato, ma gli ufficiali proibirono i permessi, venne ordinato di attendere la fine della guerra. La notte del 24 giugno si ricevette un ordine segreto, la mattina del 25 giugno si superò il 38° parallelo e si intrapresero azioni militari contro la Corea del Nord".
John Osbon, che all'epoca era un inviato speciale per la rivista nordamericana "Life" in Corea del Sud, ha scritto: "Nella nostra storia, non c'è nessun precedente in cui una guerra sia stata preparata così a fondo".
Il 25 Giugno 1950, alle 4.00 della mattina, per volere degli Stati Uniti, l'esercito sudcoreano lanciò un attacco militare a sorpresa contro la Corea del Nord attraverso la linea del 38° parallelo.
La guerra di Corea (1950 - 1953), è la guerra più crudele dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Perché gli Stati Uniti scatenarono la Guerra di Corea?
Organizzazione Kirov del RKRP-RPK | amistadhispanosovietica.blogspot.com.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
25/06/2013
60 anni fa, 25 giugno 1950, gli Stati Uniti istigarono l'esercito della Corea del Sud a compiere l'attacco armato totale contro la Corea del Nord (RPDC). La guerra che ne scoppiò (dal giugno 1950 al luglio 1953), è stata la più feroce dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Perché gli Stati Uniti volevano questa guerra?
In primo luogo, per attuare la loro strategia di dominazione del mondo.
Gli USA conoscevano l'importanza geopolitica della penisola coreana come base militare per la dominazione del continente asiatico, e, approfittando della Seconda Guerra Mondiale nel settembre del 1945 sbarcarono le loro truppe in Corea del Sud, dopo aver indossato i loro caschi da "liberatori". Gli Stati Uniti confezionarono in Corea del Sud un governo filo-americano asservito completamente alla loro politica, economia e controllo militare. Predicando che "la loro presenza mira a coprire l'intero territorio della Corea", non nascosero l'intenzione di attaccare la Corea del Nord. MacArthur, l'ex comandante delle forze statunitensi in Estremo Oriente, disse: "Ho sempre considerato la Corea una base militare infinitamente preziosa". Nella penisola coreana, gli Stati Uniti individuarono un importante punto strategico da cui lanciare un attacco militare su qualsiasi area dell'Estremo Oriente, "il ponte che ci porta alla terraferma" e la "spada" per tagliare "un pezzo di carne ", il cui nome è Asia.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti decisero che la Corea sarebbe stata la prima linea dello scontro tra capitalismo e socialismo e un'importante arena politica e militare tra Occidente e Oriente. Nel 1946, lo stesso presidente Truman definì la Corea come un "campo della battaglia ideologica", da cui poteva dipendere il successo degli Stati Uniti in Asia. Chiese "del tempo per preparare un numero adeguato di persone e finanziare con successo i loro compiti".
La politica degli Stati Uniti verso i coreani, aveva come obiettivo principale la dominazione su tutta la penisola coreana. Per raggiungere questo obiettivo iniziarono a utilizzare metodi politici e diplomatici, e infine, optarono per la guerra, attraverso un attacco militare.
In secondo luogo, lo scoppio della Guerra di Corea è associato a una catastrofica crisi economica che attraversava in quel momento gli Stati Uniti.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti entrarono in una situazione di stasi economica. Riducendosi la produzione militare si ebbe un aumento della disoccupazione, causando un ciclo depressivo dell'economia nel suo complesso.
La crisi economica negli Stati Uniti, ebbe inizio con la crisi economica del 1948, e l'anno successivo si fece più profonda. La produzione industriale scese del 15% rispetto all'anno precedente, improvvisamente caddero i prezzi dei beni, il costo del capitale investito in macchinari e attrezzature si ridusse notevolmente. Solo nei primi mesi circa 4.600 imprese presentarono istanza di fallimento, il numero dei disoccupati aumentò a 6 milioni di persone. Si ipotizzava che nel 1950 il numero totale dei disoccupati sarebbe aumentato a 13 milioni di persone.
Il profitto dei monopoli degli USA nel settembre 1948 fu di 36,6 miliardi di dollari, e nel marzo 1949 scese drasticamente a 28,4 miliardi. I monopoli nordamericani chiesero quindi al governo di "preparare una nuova grossa siringa per iniettare nuova linfa all'economia".
Queste richieste furono esaudite con la militarizzazione dell'economia degli Stati Uniti e la diffusione delle armi, infine, incitando una nuova guerra. La rivista britannica "The Economist", scriveva: "Gli Stati Uniti hanno bisogno di un modo per superare la crisi. Si vedono costretti a provocare un conflitto".
In terzo luogo, gli USA entrarono nella guerra di Corea e salvarono l'indebitato Syngman Rhee e le autorità della Corea del Sud.
La crisi che colpiva gli Stati Uniti determinò nella Corea del Sud l'aumento dell'ingovernabilità, del cattivo stato dell'economia, del clima antigovernativo nella popolazione, del desiderio di una riunificazione pacifica del paese, il pericolo della distruzione del regime imposto, ecc.
La crisi politica ed economica in Corea del Sud continuò a peggiorare dal 1949, e nel maggio dell'anno successivo raggiunse l'apice.
Cinque anni di politica protezionista coloniale da parte degli Stati Uniti, prepararono la guerra in Corea del Sud nella prima metà del 1949, quando il numero delle imprese diminuì del 36% rispetto al 1939. Intanto l'agricoltura rovinanva, in quanto i rendimenti del grano diminuirono di 5 milioni dollari durante quel periodo, prima della liberazione del paese [dal Giappone]. A causa della eccessiva emissione di carta moneta, si ebbe una inflazione che raggiunse il limite. I prezzi dei beni aumentarono, peggiorando le condizioni di vita della popolazione.
Con il forte aumento delle persone che volevano la riunificazione pacifica della patria, anche in parlamento cominciarono ad aumentare le forze integrazioniste che indicavano la necessità di negoziati con il Nord, compresa la formazione "Insistenza", che faceva parte dell'ala destra del Parlamento. In sintesi, il governo di Syngman Rhee affrontava una crisi totale.
Nel libro americano "Storia della guerra di Corea", si dice: "E' logico supporre che la guerra era l'ultima risorsa del fanatico Syngman Rhee. L'economia stava affrontando il collasso, nella società regnava un atmosfera inquietante. Soprattutto dopo la sua sconfitta a maggio (nelle elezioni del Parlamento del 10 maggio 1950, i sostenitori di Syngman Rhee ottennero solo 48 posti su 210), le tempeste continuarono con un parlamento ostile. E la gente era disposta ad accettare l'unità pacifica con la Corea del Nord. E davanti a questo pericolo Syngman Rhee, continuò a giocare con il fuoco, gettando il paese in una guerra fratricida ... "
La conclusione è che, con la Guerra di Corea, gli Stati Uniti hanno voluto creare una base militare strategica per l'attuazione del loro dominio del mondo, da un lato, e dall'altro, salvare il destino dei propri vassalli rimasti intrappolati in un vicolo cieco. Si tratta di un fatto storico innegabile.
Come avvenne?
La guerra di Corea scoppiò il 25 giugno 1950, ma era già iniziata quando le truppe degli Stati Uniti invasero la Corea del Sud.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando la sconfitta del Giappone era vicina, gli Stati Uniti ritennero che era giunto il momento per la realizzazione della vecchia strategia di dominazione sulla Corea, e iniziarono un piano di cospirazione per impossessarsi della Corea del Sud. A sostegno di questa ipotesi possiamo avvalerci delle memorie dell'ex presidente degli Stati Uniti Truman: "il progetto della divisione della Corea lungo il 38° parallelo è stato proposto da parte americana".
Il 13 agosto 1945 lo Stato Maggiore Congiunto degli Stati Uniti, impartì al comandante delle forze USA nell'Estremo Oriente MacArthur, l'ordine di disarmare l'esercito giapponese nelle zone che si trovano sotto gli "accordi" sovietico-nordamericani, inclusa la Corea del Sud che era sotto la responsabilità degli Stati Uniti. MacArthur, a sua volta, ordinò al comandante degli Stati Uniti della 24° Divisione di Fanteria Hodge di accettare la resa dell'esercito giapponese, rappresentando gli Stati Uniti, e di occupare, e controllare la Corea del Sud. Pertanto, gli Stati Uniti presero senza combattere la Corea a sud del 38° parallelo. Questa fu la premessa logica della guerra di aggressione in Corea e il preludio del suo inizio.
Dopo l'acquisizione della Corea del Sud, gli Stati Uniti prepararono la provocazione di guerra contro la Corea del Nord.
Una delle loro tattiche era di formare un esercito fantoccio. Nel novembre 1945, venne istituito "il comando della difesa nazionale". Le truppe della Corea del Sud si formarono e si ampliarono per fasi, per garantire la loro "superiorità di 10 volte" rispetto alle forze armate della Corea del Nord. L'istruzione e la formazione militare ebbe luogo in un ambiente filo-americano. Venne approvato il diritto delle forze statunitensi al comando dell'esercito della Corea del Sud.
Nel 1949, i militari degli Stati Uniti consegnarono alla Corea del Sud l'equipaggiamento sufficiente per armare 50.000 soldati, e in seguito diedero appoggio militare addizionale per un valore di oltre 87 milioni di dollari. Nel gennaio del 1950, la guerra di Corea era preparata e il piano fu approvato all'unanimità dal Comitato dei Capi di Stato Maggiore degli Stati Uniti. Nello stesso mese, il capo della missione militare statunitense, Roberts comunicò a Syngman Rhee, che all'epoca era il presidente della Corea del Sud, il seguente ordine: il piano d'attacco alla Corea del Nord è definito, nel suo studio e realizzazione. Ma l'attacco non poteva avviarsi, senza un pretesto per giustificare le azioni.
MacArthur in una conversazione segreta con Syngman Rhee gli ordinò di lanciare un attacco contro la Corea del Nord non oltre la fine di luglio.
Da aprile a giugno 1950, gli Stati Uniti dispiegarono lungo il parallelo le truppe sudcoreane.
Il 17 giugno 1950 in Corea del Sud arrivò, appositamente inviato dal presidente Truman, Dulles, che giunse alle trincee del 38° parallelo per approvare finalmente il piano di guerra. Dopo aver controllato il piano nuovamente, assegnò ai capi della Corea del Sud la tattica di "propagandare una falsa aggressione da parte della Nord Corea, prima di attaccare il nord" e assicurò: "Rimanete due settimane senza avanzare, sarà allora il momento degli Stati Uniti di sollecitare l'Onu sul presunto attacco della Corea del Nord contro la Corea del Sud, e in suo nome mobiliteremo esercito, marina e aviazione, e così tutto andrà secondo i piani".
Alla vigilia della guerra, gli Stati Uniti non si dimenticarono di usare ingannevoli trucchi per nascondere la loro natura aggressiva. Prima della guerra gli Stati Uniti segretamente effettuarono l'operazione di evacuare le famiglie statunitensi in Corea del Sud, circa 2.000 cittadini statunitensi, tra cui i membri delle famiglie dei soldati e di civili. I familiari dei dipendenti dell'ambasciata USA furono evacuati in Giappone con aerei da trasporto col pretesto della minaccia della guerra, così il resto delle famiglie, su aerei e navi da carico.
Per nascondere le reali intenzioni mentre provocavano la guerra, i funzionari di alto rango degli Stati Uniti attuarono azioni diversive, come gite, viaggi, ricevimenti fino alla mattina del 24 giugno: "Truman lasciò Washington su un jet privato per trascorrere tranquillamente il fine settimana con la moglie e la figlia, nello stato del Missouri". Dulles fece sapere che "il turismo è interessato al Giappone". Alla vigilia della guerra, il governo Syngman Rhee proclamò l'abolizione dell'ordine dello stato di emergenza, la liberazione degli oppositori e la revoca dei mandati d'arresto per i disertori dell'esercito della Corea del Sud, ma era tutto un trucco.
Ovunque era inganno e dissimulazione.
Un ex ufficiale di stato maggiore del 17° Reggimento dell'esercito sudcoreano ha ammesso che, "il 24 giugno 1950 era sabato, ma gli ufficiali proibirono i permessi, venne ordinato di attendere la fine della guerra. La notte del 24 giugno si ricevette un ordine segreto, la mattina del 25 giugno si superò il 38° parallelo e si intrapresero azioni militari contro la Corea del Nord".
John Osbon, che all'epoca era un inviato speciale per la rivista nordamericana "Life" in Corea del Sud, ha scritto: "Nella nostra storia, non c'è nessun precedente in cui una guerra sia stata preparata così a fondo".
Il 25 Giugno 1950, alle 4.00 della mattina, per volere degli Stati Uniti, l'esercito sudcoreano lanciò un attacco militare a sorpresa contro la Corea del Nord attraverso la linea del 38° parallelo.
La guerra di Corea (1950 - 1953), è la guerra più crudele dopo la Seconda Guerra Mondiale.
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