lunedì 12 agosto 2013

CAFFÈ: Lezioni di politica economica

MORO: BLOCCATO ACCOUNT IMPOSIMATO

BLOCCATO ACCOUNT IMPOSIMATO, NON SMETTERO' DI COMUNICARE

Scritto da  ugi
    BLOCCATO ACCOUNT IMPOSIMATO, NON SMETTERO' DI COMUNICARE
(AGENPARL) - Roma, 07 ago - Riceviamo e pubblichiamo la lettera del giudice Fernando Imposimato nella quale denuncia alla nostra agenzia il blocco del suo account Facebook definendolo un "sabotaggio" da parte di chi vorrebbe che tacesse.
Il Magistrato si è occupato nel corso della sua carriera della lotta alla mafia, alla camorra e al terrorismo: è stato il giudice istruttore dei più importanti casi di terrorismo, tra cui il rapimento di Aldo Moro del 1978, l'attentato al papa Giovanni Paolo II del 1981, l'omicidio del vicepresidente delConsiglio Superiore della Magistratura Vittorio Bachelet e dei giudici Riccardo Palmae Girolamo Tartaglione. Attualmente si occupa della difesa dei diritti umani. 
[LETTERA]
Gentile Direttore, 
La informo che  "ignoti" hanno da tre giorni, bloccato il mio account Facebook e quello dell'ingegnere Niccolò Disperati , mio amministratore su facebook . Credo si tratti di un attacco doloso  da parte  di chi vuole  farmi tacere.  Ma io continuerò a  parlare  e a  dialogare  con i giovani e i lavoratori, ai quali va il mio pensiero solidale e amichevole.
Per questo mi scuso  con i miei amici di facebook - oltre 22.000,- poichè  sono nella impossibilità  di comunicare con  loro,    e di formulare le mie valutazioni sull'azione del Governo , sulle priorità  da rispettare e sul pericolo gravissimo di stravolgimento della Costituzione, che sta avvenendo nella  indifferenza  generale, come oggi ha ricordato il costituzionalista Alessandro Pace . Ricordo che Aristotele  scrisse, nel 450 AC,   che "occorre difendere la Costituzione, standole vicino".  E   aggiunse "quelli che si danno pensiero della Costituzione  devono procurare motivi di timore in modo che i cittadini siano in guardia e non allentino la  vigilanza  intorno alla Costituzione". Questo pensiero è di una attualità impressinante. Avevo cominciato a creare allarme, ma è quello che mi è stato impedito di fare.
Avrei anche voluto esprimere il mio consenso alla iniziativa di istituire  una commissione di inchiesta sul caso Moro , che ha come primi firmatari gli onorevoli Giuseppe Fioroni e Gero Grassi, e porta anche la firma dei capigruppo del Pd Speranza, Pdl Brunetta, Sel Migliore, Scelta Civica Dellai, Fratelli d'Italia Meloni, Centro Democratico Pisicchio, del vicecapogruppo della Lega nord Pini, e poi di Bersani, Bindi, Fitto, Cesa, Tabacci, Cecconi e da altri novanta deputati in rappresentanza di tutti i gruppi.. Si tratta di indagare sulle gravi omissioni denunziate  da parte di militari  che avrebbero dovuto partecipare all'intervento in via Montalcini previsto per il giorno 8 maggio 1978, alla  presenza nell'appartamento sovrastante la prigione di uomini di Gladio e dei servizi segreti inglesi (SAS) e tedeschi. sull'ordine che sarebbe stato dato per annulare il blitz, fortemente voluto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sul comitato di crisi di cui faceva parte anche un uomo del dipartimento di Stato USA, Steve Pieczenik , sul ruolo della P2  e dei generali Santovito, Maletti e Musumeci che ne facevano parte, tutte circostanze tenute nascoste ai magistrati che indagavano sulla strage di via Fani , che vide il sacrificio dei Carabinieri  Oreste Leonardi e Domenico Ricci e degli agenti Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, sulla scoperta, da parte di agenti dell'UCIGOS, della prigione di Moro in via Montalcini, tenuta segreta ai magistrati che indagavano, come vennero tenuto nascosti anche i documenti dei commponenti del comitato di crisi.
Grazie per la ospitalità 
Ferdinando Imposimato

Euro, un’opera di sterminio economico

LA CAMPAGNA DI LIBERO

Combattere l'euro non è populismo ma una battaglia di civiltà

I santoni della valuta unica liquidano così chi presenta i benefici dell’uscita. Ma i vincoli monetari rischiano di soffocare la persona umana

08/06/2013
Combattere l'euro non è populismo
ma una battaglia di civiltà
Qual è il tuo stato d'animo?
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E smettetela con questo ritornello del populismo. Uscire dall’euro è un’opzione che non può essere liquidata con la solita formula del mastrospazzolone lavatutto  vileda, per cui si scarica via il pensiero come se fosse acqua sporca: "populista", e via, "populista" e tanto basta, "populista" e non se ne parla più. Puff, un lampo: basta una passata a suon di "populismo" e le idee svaporano come le macchie di sporco nelle pubblicità. Libero ha avuto il merito di  aprire il dibattito su un tema molto sentito. Ha colto lo spirito del tempo e ha posto una domanda. Si può rispondere in un modo o nell’altro, si può essere pro o contro, si può avere qualsiasi opinione. Ma non si può liquidare tutto con la scorciatoia del "populismo".  Prima di tutto perché questo è un dibattito che sta circolando in ogni parte Europa, e sarebbe una follia cercare di stare in Europa in tutto e farsi escludere proprio dalla discussione che riguarda il nostro futuro. E poi, in secondo luogo, perché l’opzione "via dall’euro" ha tutti i fondamenti economici ed etici per poter (oserei dire: per dover) essere presa sul serio.
Ragioni economiche - Cominciamo dai fondamenti economici. Come se non bastassero le numerose prese di posizione pubblicate in settimana da Libero, ieri contemporaneamente su due organi di informazione distanti l’uno dall’altro (Il Foglio e Linkiesta)  sono apparse due interviste importanti con un premio Nobel e un quasi premio Nobel che ipotizzano proprio l’uscita dall’euro. "Uscire dall’euro è un’opzione reale, fattibile, non impossibile. L’Italia dovrebbe farlo", dice al Foglio Roger Bootle,  fondatore e direttore di Capital Economics e vincitore del Wolfson Prize, considerato il secondo premio del mondo per gli economisti dopo il Nobel. E su Linkiesta il premio Nobel James Mirrlees gli fa eco: "Se la situazione continuasse così, con un quadro sociale esplosivo di disoccupazione e austerity, ai paesi mediterranei  (fra cui ovviamente l’Italia, ndr) converrebbe uscire dall’euro".
Mi ha colpito molto, fra l’altro, la cruda semplicità dell’analisi del premio Nobel Mirrlees: "L’euro non ha funzionato come previsto", dice. "L’Italia non ne ha tratto nessun beneficio né per crescita né per riduzione del debito". E dunque: perché tenerselo? Un’analisi laica e schietta che stride con tanta fideistica venerazione  che si osserva in giro.  E che fa quasi far venire il dubbio che l’euro, più che uno strumento, sia diventato un totem: abbiamo paura ad abbatterlo, ma è una paura irrazionale, non basata su dati di fatto quanto su tabù. Anche il tentativo di evitare la discussione ricorrendo alle formule magiche ("Populisti! Populisti!") è sintomo  dell’atteggiamento sacrale che si ha nei confronti della moneta: non si combatte con argomenti, ma  al massimo facendo la danza dell’europioggia. Peccato però che, per quel finto totem sacrale, si sacrifichino reali vite umane, esistenze, attività, interi pezzi della nostra società.  Ecco allora che la discussione sull’euro acquista, come dicevamo, anche una dimensione etica, oltre che economica. Non a caso è stato lo stesso cardinal Bertone ieri, davanti al Papa e a Napolitano,  a sollevare il tema, sottolineando come  «la salvaguardia dei comuni vincoli di natura finanziaria e monetaria» non deve essere «disgiunta da un profondo spirito di solidarietà tra le varie generazioni e i differenti popoli». Come a dire: attenti, amici, perché ci sono alcuni valori e beni che vengono prima anche dell’unità monetaria, per quanto  difficile possa sembrare sotto il regno del Kaiser Merkel.  E dunque: sarà mica diventato populista anche il cardinal Bertone?
La gente lo chiede - No, non è populista lui e non sono populisti i premi Nobel.  Stanno, semplicemente, cogliendo un tema d’attualità, che per altro è molto popolare. Ecco, forse bisognerebbe spiegare a chi è troppo impegnato nella torre Bce per ascoltare quel che si dice sul tram, la differenza che passa tra ciò che è popolare e ciò che è populista. Bisognerebbe spiegargli che se la gente sta peggio, se si accorge alla bancarella del mercato ancor prima che nei convegni  teorici  che quest’euro senza Europa non funziona,  se  la gente non vede sbocco di uscita da una situazione di austerità che sta diventando un’opera di sterminio economico, ebbene forse sarebbe il caso di ascoltare quella voce popolare senza liquidarla in fretta come "populista". Del resto da sempre hanno bollato come "populista" anche  la richiesta di tagliare i costi della politica. Ricordate? Abolire il finanziamento pubblico dei partiti? "Populismo".  Risparmiare su voli di Stato e auto blu? "Populismo". Eliminare vitalizi e doppi stipendi dei ministri? "Populismo". Ora si sono forse resi conto dell’errore e cercando affannosamente (e con qualche inganno) di fare in modo che l’ex populismo si trasformi in programma di governo. Forse è tardi, però. Si potrebbe, per favore,  evitare di ripetere lo stesso errore con l’euro?

Contro chi lottava il prof. Giacinto Auriti?

Chieti, 10 Agosto ‘13 – Sab<to, S. Lorenzo , Anno XXXIV n. 191 - www.abruzzopress.info – abruzzopress@yahoo.it – Ch 1/81
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Ap –In Memoria
11 agosto 2013 –
In ricordo del prof. Auriti: la continuità del suo pensiero
e l’attualità di una rivoluzione ormai innescata
di Antonio Pimpini

Contro chi lottava il prof. Giacinto Auriti? Contro chi strumentalizzava l’uomo, contro le strategie culturali di dominazione e tutte le forme di società strumentalizzanti che, in modo più o meno occulto, si nascondono dietro soggettività artificiali al solo fine di sottomettere l’uomo. La sua battaglia culturale tende ad emancipare la persona umana per farla veramente libera e titolare esclusivo dei benefici che il vivere associato crea. La fisiologia del diritto è, in buona sostanza, condizione per l’attuazione della libertà, cioè quella conforme al diritto naturale e che, per ciò stesso, riconosce i valori etici fondamentali, dove la persona umana utilizza a suo beneficio tutti gli strumenti che crea, tra i quali quello più importante è il valore monetario. Il prof. Auriti amava dire che “ Lo spazio coincide solo col presente, tutto il resto è tempo”! Da tale premessa anche il senso dello stato e della cosa pubblica in generale assumono un significato chiaro. Ma vediamo perché vi è un’incompatibilità assoluta tra Lui (e noi che ne condividiamo il pensiero) e i suoi detrattori.
Auriti afferma che la dimensione oggettiva del tempo è solo il presente, con la conseguenza che solo in tal senso può parlarsi di oggettivazione del tempo. Per giungere a tale affermazione, occorre precisare che il punto di osservazione della successiva analisi interpretativa è quello del soggetto pensante, per cui si comprende che egli ha la capacità di ricordare e quella di ipotizzare il futuro. Di conseguenza se è l’io pensante da cui partire, lo spazio è unicamente il momento presente (che è momento pensante), mentre il ricordo o la previsione del futuro sono al di fuori dello spazio, cioè “sono tempi pensati e non pensanti”.
Conseguentemente, il valore è un rapporto tra fasi di tempo, quello della previsione e quello previsto, da cui discende il classico esempio della penna, che ha valore perché prevedo (momento della previsione) lo scrivere e il momento della realizzazione della previsione (tempo previsto), appunto lo scrivere. Dal ché il valore è tempo, non è spazio, con il corollario che il giudizio di valore può ritenersi fisiologico unicamente se si distingue il momento strumentale (che attiene all’oggetto) dal momento previsto (che è prerogativa esclusiva del soggetto). Solo il soggetto può godere dello strumento, mai uno strumento può usare un soggetto! Al contrario, quando si confonde la fase strumentale con quella soggettiva, il giudizio di valore entra nella patologia e crea le aberrazioni più grandi della storia, perché dietro lo strumento vi è sempre l’uomo, per cui alla fisiologia, cioè al bene comune della collettività, si sostituisce una soggettività strumentalizzante che usa la società strumentale e, quindi, in ultima analisi, una piccola cerchia di persone domina la collettività.
Nell’emissione monetaria la patologia è evidente, poiché la banca centrale, al più titolare dei simboli monetari, si appropria addirittura del valore monetario creato dalla collettività, sottomettendo la collettività stessa, privandola così di ogni possibilità di sopravvivenza, (ab)usando, per giungere a tale devastante risultato, la società strumentale Stato.
Ciò avviene perché – in chiara mala fede – la Banca centrale ritiene che il valore costituisca una caratteristica intrinseca al simbolo monetario, cioè sia coevo alla materia, mentre è conseguenza della convenzione sociale. Inoltre, in tal modo, il valore viene spacciato come una dimensione dello spazio, mentre esso è una dimensione del tempo.
Il valore non può essere cercato nello spazio, cioè nel presente, ma nel tempo.
Il momento strumentale è presente, cioè è quello della previsione, l’unico che si oggetti vizza nel tempo. Se, invece, si confonde il momento strumentale con quello previsto, che riguarda e compete unicamente al soggetto, si confonde l'oggetto col soggetto e quindi il momento strumentale, oggettivo, con quello edonistico, soggettivo. In questo modo, l’oggetto utilizza il soggetto, ma siccome un’affermazione di tal fatta è assolutamente impossibile, perché dietro ogni strumento (società strumentale) vi è sempre la persona umana che lo usa e ne gode, possiamo finalmente comprendere la ragione della nascita delle varie forme di società strumentalizzanti: la mafia, la massoneria, l’abuso del sindacato di voto e via dicendo, cioè la personificazione dello strumento. La banca centrale opera in questo modo poiché emette dei meri simboli, che assumono valore di moneta perché la collettività li accetta come valore della misura e misura del valore e li utilizza per le transazioni economiche. Solo grazie alla convenzione sociale la moneta ha valore e solo in virtù della presenza di una collettività la moneta ha ragion d’essere, altrimenti il governatore della banca centrale, nel classico esempio dell’isola deserta, se stampa moneta e non vi è la base umana che l’accetta e la utilizza, potrebbe fare un uso assai limitato dei simboli così creati, certamente non quello di moneta.
Cosa argomenta invece la banca di emissione, cioè il nemico principale del prof. Auriti (ed anche nostro)? Afferma che i simboli stampati su carta acquisterebbero la funzione e il valore di moneta allorché l’istituto li immette nel mercato e ne trasferisce la proprietà ai percettori. Cioè con una sola affermazione si dicono due grandi fandonie. La prima è che il simbolo cartaceo avrebbe valore intrinseco, sarebbe cioè dotato di valore monetario ex ante, quando è ancora nelle fauci della bce. Di conseguenza, ed è la seconda bestialità, la banca d’emissione trasferisce la proprietà alla collettività, cioè ai cittadini e per essi allo Stato.
Le affermazioni confermano quanto detto in precedenza, cioè che vi è deformazione del giudizio di valore e si tende ad attuare una strategia culturale di dominazione, perché, da un verso, l’istituto di emissione pretende di definire il valore come prerogativa della materia e, nel contempo, incorre nel gravissimo (e voluto) errore di considerare il valore nella dimensione dello spazio, mentre è caratteristica esclusiva del tempo. Infine, afferma che il valore monetario risiede nella materia, mentre è conseguenza esclusiva della presenza di una collettività umana che l’accetta come tale.
Dire cioè che la moneta è già tale al momento dell’emissione ed è di proprietà della banca di emissione, è falso ed è un’affermazione gravissima e devastante per tutte le collettività nazionali perché vuol dire espropriare la collettività del 100% del valore monetario. Ma non è tutto. Se l’asserito trasferimento alla collettività avviene a titolo di prestito, come in effetti oggi è, la conseguenza è l’obbligo di restituzione, da cui discende un ulteriore indebitamento ancora del 100%. Il famoso 200% che indusse il prof. Auriti a denunciare l’allora governatore della banca d’Italia per usura, associazione a delinquere, truffa, falso in bilancio, istigazione al suicidio.
Oggi continuiamo ad assistere inermi all’indebitamento dei singoli stati con la BCE, attraverso l’emissione di titoli di debito pubblico per ottenere moneta, quando invece la moneta dovrebbe essere semplicemente accreditata, a titolo originario, alle collettività nazionali. Non solo, le banche secondarie non finanziano, recte non erogano, ma investono sui titoli di debito pubblico, ritenendoli più remunerativi rispetto all’utilizzo che del denaro farebbero i cittadini e le imprese, togliendo così il sangue all’organismo sociale che, in assenza del sangue - denaro, non può sopravvivere. E ciò sempre senza considerare che, in ogni caso, la moneta è della collettività e, quindi, la oggettiva funzione pubblica del denaro dovrebbe imporre il divieto alle banche di svolgere attività di lucro e di investimento in strumenti di debito pubblico (anch’essi comunque da abolire per cessazione di ragion d’essere). Quindi, a sette anni dalla prematura scomparsa del prof. Giacinto Auriti, il suo messaggio profetico si fa rivoluzione: riconsegnare alla banca di emissione unicamente la funzione tipografica, attribuendo la proprietà della moneta ai cittadini e conseguentemente dichiarare l’obbligo a carico delle banche di raccolta del risparmio e di finanziamento di erogare denaro ai cittadini e alle imprese.
Una rivoluzione da portare a termine ad ogni costo, come ci insegnò.
Moneta di popolo contro moneta di banca. Il bene contro il male.

A.P.

giovedì 8 agosto 2013

Bagnai: Saccomanni, girovago smarrito

Il bilancino del farmacista

http://goofynomics.blogspot.it/2013/08/il-bilancino-del-farmacista.html
Oh! Ora sì che possiamo tirare un sospiro di sollievo! Siamo finalmente arrivati alla fine della recessione. Chi ce lo dice? Saccomanni. Chi era costui? Un funzionario della Banca centrale indipendente prestato al Tesoro. Come dire che se la Banca è indipendente dal Tesoro, il Tesoro non lo è dalla Banca.

Ma non entriamo in questa dolorosa diatriba.

Perché, a volerla dire tutta, il problema più evidente è un altro: Saccomanni sta alla ripresa come l'oste sta al vino, e ci siamo capiti. Cosa volete che dica un povero governante!? Lui deve infondere ottimismo. Anche voi, ne sono sicuro, al posto suo mentireste. Magari, dopo due anni in mia compagnia, sapreste trovare motivazioni meno ridicole. Perché quelle del ministro lo sono abbastanza: la sua fiducia sarebbe alimentata dal fatto che nel secondo trimestre la decrescita dell'Italia è stata solo del -0.2%, anziché del -0.4% previsto "dagli economisti".

Accipicchia! Che risultatone!

Io veramente avevo letto nei flashfile dell'OCSE pubblicati ad aprile che nel secondo trimestre la decrescita sarebbe stata del -0.26%, non del -0.4%, il che significa che le previsioni dell'OCSE non erano (ad aprile) poi così distanti dalle stime preliminari dell'ISTAT (a luglio). Diciamo anzi che queste stime sostanziamente confermano il dato OCSE, e questa non è una bellissima notizia, perché in effetti ad aprile l'OCSE annunciava (ritualmente) la ripresa per l'anno prossimo.

Ma anche questa diatriba credo che possiamo abbandonarla, non in quanto dolorosa, ma in quanto futile.

Perché, vedete, io a voi non devo spiegarlo, e nemmeno a Saccomanni. Sia voi che lui lo sapete benissimo. Qui il problema è un altro, è completamente un altro, e lo abbiamo già visto. Le rigidità dell'euro, con la connessa austerità (chi non capisse perché l'euro impone l'austerità può rileggere questo), hanno trasformato uno shock esterno indubbiamente rilevante in una catastrofe di proporzioni inaudite, che si sarebbe potuto e dovuto gestire diversamente, e che ci ha riportato ai livelli di reddito di più di 15 anni or sono. Cerchiamo allora di capirci su quale sia il problema. Ve lo illustro con un disegnino a colori, volete?

Allora: la variabile rappresentata è il reddito pro capite in termini reali (cioè in effettivo potere d'acquisto). La linea blu continua riporta quello che è successo finora (vedete i due balzi versi il basso), quella tratteggiata riporta le previsioni del Fondo Monetario Internazionale emesse ad aprile (ripresina nel 2014).

Poi ci sono altre due linee.

Quella verde fa vedere dove saremmo oggi se a partire dal 2007 avessimo continuato a crescere al tasso medio registrato fra il 1999 e il 2007 stesso, cioè nell'età dell'euro, tasso pari all'1.1%. Se la crescita fosse rimasta su questo standard (un tasso non sfolgorante, pari a quasi la metà di quanto si era avuto dal 1980 al 1998, per capirci), oggi avremmo comunque un reddito pro capite di quasi 27000 euro, anziché di 22450 (come nel 1998).

Non male, eh? Perché se si parla di quello che si è perso, forse bisogna anche contare quello che si sarebbe potuto guadagnare non abbandonando la vecchia strada per la nuova (e fatemi fare un po' di moralismo pure a me, dai!...).

E la linea rossa? Be', quella, è evidente, esprime uno scenario ipotetico nel quale noi riusciamo nei cinque anni dal 2013 al 2018 a recuperare tutto il tempo perduto, riportandoci sul sentiero tendenziale pre-crisi (cioè sulla retta verde). E sapete a quale tasso dovrebbe crescere l'economia italiana per realizzare questo risultato? Ve lo dico io: al 3.6%. Come dire: è impossibile. Un altro dato: se cominciassimo a crescere al 2% fisso in termini reali dall'anno prossimo, ci vorrebbero diciassette anni per recuperare i diciotto anni buttati (cioè a ritornare sulla linea verde). Ma anche una crescita simile, dentro l'euro, è impossibile.

Questi sono gli ordini di grandezza che sarebbero risolutivi: il 4%, il 2%. Questo, almeno, se per "fine della recessione" intendiamo il recupero, sia pure graduale, sia pure in tempi lunghi, del nostro tenore di vita relativo.

Ma Saccomanni gioca con lo 0.2%, e ci parla di una fine della recessione che nelle sue parole sembra una marcia trionfale, ma che in realtà è lo smarrito girovagare di superstiti fra le macerie di un bombardamento.

Così è se vi pare, e, naturalmente, anche se non vi pare.


(scusate, lavoro come una bestia, non vi sentiate trascurati: sto facendo quello che c'è da fare per togliersi di torno queste persone che pesano i decimali sul bilancino del farmacista mentre la gente si annienta dalla disperazione. Ne parleremo presto. Non siamo i soli a desiderare che le cose cambino. E cambieranno.)

martedì 6 agosto 2013

Adriano Celentano: perché non cambierà mai ...

Adriano Celentano sul Fatto Quotidiano: “La precarietà generale”

Pubblicato il 6 agosto 2013 08.30 | Ultimo aggiornamento: 6 agosto 2013 08.30





ROMA – Torna a farsi sentire Adriano Celentano, questa volta lo fa con un articolo (“La precarietà generale“) dalle pagine del Fatto Quotidiano. “Quanti hanno ucciso o non si sono fermati a soccorrere chi è stato investito e dopo qualche anno viaggiano liberi? Ormai anche la punizione è diventata un optional – scrive Celentano – È come se gli italiani fossero investiti da un senso di precarietà generale non solo nel lavoro, ma anche nei rapporti fra padre e figlio, marito, moglie e amante, quasi come se non ci fidassimo l’uno dell’altro.”
Ecco uno stralcio dell’articolo:
“Avete visto cosa è successo a Venezia? Uno spettacolo grandioso che non poteva che succedere nella città più bella del mondo, considerata per altro PATRIMONIO dell’Umanità. La Carnival Sunshine, così si chiama la nave, ha voluto fare l’inchino a Micky Arison, Presidente della Carnival Corporation che nel frattempo, mentre il mostro si avvicinava a soli 20 metri dalle fondamenta, non ha resistito alla tentazione di mandare un tweet con tanto di foto allegata raffigurante il passaggio della sua “creatura”. Non posso non pensare che i responsabili di questo lento e inesorabile ASSASSINIO perpetrato alla città di Venezia non siano prima di tutti Luca Zaia, Presidente della Regione veneta, e l’ex sindaco Paolo Costa, ora Presidente delle autorità portuali che, pur di non rinunciare a sfasciare del tutto Venezia, vorrebbe addirittura escavare il fondo di uno dei canali circostanti.
È questa la nuova Lega di Maroni? Ma ora mi viene spontaneo un consiglio ai due ministri di Infrastrutture e Ambiente: Cari Lupi e Orlando, se per caso non siete in grado di fermare questo SACRILEGIO UMANITARIO, ditelo a qualcuno che vi aiuti prima che il governo cada, perché quelli che verranno dopo di voi potrebbero essere peggio di voi. Fatelo presto, altrimenti il governo INCIAMPERÀ molto prima di quanto voi pensiate. Le plateali gesta condotte dalla Carnival Sunshine Corporation nella Laguna di Venezia non sono altro che le prove generali di un imminente DISASTRO che potrebbe abbattersi sulla città più bella del mondo. Dove persino le pietre, arricchite dall’ARTE dei grandi maestri nel corso dei secoli, non ne possono più. Sono stanche di essere continuamente minacciate.
Ora dalla pubblicità degli stilisti in Piazza San Marco; ora addirittura, come qualche anno fa, dai giganteschi cartelloni raffiguranti le automobili che oscurarono per mesi il Ponte dei Sospiri, nascondendolo alla vista di migliaia di turisti; ora, peggio ancora, dai folli architetti che propongono torri velenose alte 250 metri all’insegna del più basso e becero consumismo. Ma la minaccia più grande e insidiosa viene dai sindaci. Capaci di strangolare non soltanto i sospiri del leggendario ponte, ma di tutto ciò che dalla natura si respira. Quei sindaci che via via, senza vergogna, si sono succeduti non per governare Venezia, ma per affondarla. Sono le PIETRE, quindi, le più arrabbiate. Queste “creature” smussate da una bellezza ANTICA apparentemente sono ferme e silenziose, ma a guardarle più da vicino si percepisce un lamento che viene da lontano: l’ODIO che esse sprigionano contro questa classe politica. E non solo questa, ma tutte quelle che si sono succedute dalla fine della guerra in poi.
Qualcuno si domanderà come dovrebbe essere la NUOVA classe politica. Io lo so e sarebbe anche facile da spiegare, ma non sono in grado di competere contro l’OMERTÀ di coloro che per non perdere il posto, come ad esempio quello di “direttore di un giornale”, ti censurano spudoratamente. Mentre invece sarebbe ora di cominciare a perderlo, il posto. Altrimenti, come ho scritto in un SMS mandato all’interessato: “Fino a quando ci saranno persone come te a guidare posti di comando come può essere quello di un giornale, che per sua natura impone il NOBILE compito di informare e non di CENSURARE come fai tu, l’Italia non cambierà mai.”

Le banche rubano i tuoi soldi | Mister O | Bonsai TV

lunedì 5 agosto 2013

La rovina dell'Italia non è la spesa pubblica...

La grande menzogna di chi ci governa: la rovina dell'Italia non è la spesa pubblica ma l'interesse sul debito pagato alle banche

di Stefano Di Francesco
05/08/2013
 16:19:04
http://www.ioamolitalia.it/blogs/vivere-senza-l-euro/la-grande-menzogna-di-chi-ci-governa-la-rovina-dell-italia-non-e-la-spesa-pubblica-ma-l-interesse-sul-debito-pagato-alle-banche.html

Abbiamo un debito totale di quasi 4.000 miliardi di euro, distribuito equamente tra settore pubblico e settore privato. Come si è potuti arrivare ad una simile dimensione?  La tabella che segue ci permette di riflettere su alcune  situazioni.

Indubbiamente la cosa più sconcertante è verificare l’entità degli interessi pagati dallo Stato italiano sul proprio stock di debito: più di 3.000 miliardi di euro dal 1980 ad oggi!!!direi che i creditori sono stati ben pagati… forse troppo ben pagati!!
Altra considerazione è da fare sull’entità del saldo primario di bilancio,che nel corso di questi ultimi  anni, ha prodotto un valore positivo di 740 miliardi di euro che però, a causa della spesa per interessi sul debito, ha fatto si che i deficit reali divenissero sempre più considerevoli. Insomma nonostante una serie di politiche improntate ai tagli di spesa e risanamento dei conti pubblici, i risultati ottenuti sono  pari a ZERO!! Nulla!! Il debito non si riduce di una virgola!!!Anzi.
Se infatti consideriamo anche la dinamica del debito privato (famiglia, imprese, banche), oggi abbiamo un livello di debito complessivo di circa 4.000 miliardi, sul quale gravano interessi annuali di circa 160 miliardi di euro ( interessi sul debito pubblico => 2000 x 4% = 80 miliardi)+ (interessi sul debito privato =>2000 x4%=80 miliardi) = 160 miliardi di euro l’anno
Sono praticamente oggi  il 10% del PIL!!
Quanto alla spesa pubblica, erroneamente considerata la principale causa della crescita del debito, credo sia utile osservare il seguente grafico:

Si osserva che il rapporto Spesa Pubblica / PIL è salito vertiginosamente negli anni 70 per poi stabilizzarsi a partire dagli  anni 80 in un range di variazione compreso tra il 46 ed il 53% del PIL. Ma il debito pubblico invece è passato nello stesso arco temporale dal  56,1 al 130% del PIL!!!! Come si può dire dunque che è la spesa pubblica la principale responsabile del debito pubblico? Perché non dicono la verità, ovvero che sono gli interessi passivi sul debito che lo Stato paga ai creditori (principalmente banche, fondi hedge, istituzioni finanziarie,…) la ragione della nostra rovina finanziaria?
 Possiamo dunque affermare che le cause che han determinato la crescita del debito pubblico, sono sostanzialmente  tre:
1 -  l’abolizione degli accordi di Bretton Woods del 1971,  con cui il Dollaro si sganciò dalla convertibilità in oro e da quel momento ne furono stampati troppi; le valute iniziarono a fluttuare tra loro passando da un sistema a cambi fissi ad uno a cambi flessibili. Questo cambiamento del sistema monetario è quello che ha permesso questa  Globalizzazione basata sul mantenimento di colossali deficit esteri cronici. Ovviamente anche la Lira fu agganciata al Dollaro dal 1949 al 1971, come tutte le altre valute occidentali; i cambi erano fissi rispetto al dollaro che a sua volta era fisso rispetto all'Oro e in questo modo era impossibile avere disavanzi esteri sistematici (come hanno gli USA oggi) e nessuno poteva stampare dollari in eccesso, perchè le riserve di oro erano limitate .
Quando si realizzava un deficit estero,  l'oro usciva dal Paese ed si era  costretti a dare una stretta monetaria alzando i tassi d’interesse, creando una recessione, limitando i consumi, facendo così scendere i salari e i prezzi. In questo modo il valore delle monete rimaneva sempre "allineato" e nessuno era sopravvalutato o sottovalutato. Questo era un meccanismo "duro", automatico, che disciplinava sempre tutti e impediva l'inflazione.
Il seguente grafico mostra come il debito sia cresciuto esponenzialmente da tale data:

2 – l’abolizione della legge della preferenza comunitaria nel 1973, secondo la  quale, l'80% degli scambi commerciali ( prodotti agricoli e beni di consumo)dovevano avvenire dentro la Comunità Europea, ha segnato il punto di svolta per l’avvio di una progressiva deregolamentazione negli scambi internazionali. Anche per i lavoratori, oltre che per le imprese, fintanto che resse il protezionismo,   vissero in una sorta di paradiso, perchè non soffrivano la concorrenza di centinaia di milioni di turchi, polacchi, cinesi, indiani, egiziani, messicani, giapponesi, coreani, taiwanesi.
Dal 1973 in poi, le cose cambiarono notevolmente come testimoniano anche i numerosi lavori del più grande economista del secolo scorso,il premio Nobel Maurice Allais che ha scritto invano libri su libri e articoli su articoli  per mostrare che dal 1973 in poi  la disoccupazione in Europa è raddoppiata ; fino ad allora era stata sul 5% per 20 anni, ma una volta aperto il mercato europeo ad importazioni a basso costo l'occupazione e i salari europei ovviamente hanno sofferto.
Il seguente grafico mostra l’andamento dell’occupazione in Francia dai primi anni 50 fino agli anni 90 ed evidenzia gli effetti della globalizzazione sulla forza lavoro:
3 – il divorzio tra la Banca d’Italia ed il Governo del 1981, con il quale si impediva alla Banca Centrale di sottoscrivere i titoli del debito pubblico obbligando lo Stato ad indebitarsi verso il mercato a tassi d’interesse maggiori del tasso d’inflazione. Fin dal 1950 lo Stato si finanziava stampando moneta e tenendo dei controlli ai capitali per cui quando si emettevano titoli di stato questi  rendevano meno dell'inflazione  (repressione finanziaria come la definisce il FMI) e non li voleva quasi nessuno. Se la gente però non li comprava, la Banca d'Italia finanziava lei il governo; se si  esagerava si creava inflazione e pressione sul cambio, le riserve di oro diminuivano, si alzavano i tassi, si riduceva il credito disponibile,l'economia rallentava ecc..ed il sistema si stabilizzava di nuovo.
Quando nel 1971, il dollaro si sganciò dall'oro, la Banca d'Italia era ancora nella condizione di poter finanziare lei il governo, questo era libero di stampare moneta senza il vincolo esterno dell'oro. Cosa successe, il cambio andò a picco ? No, si svalutò contro dollaro, ma non molto.
Questo fino al 1981 quando si "tagliò" il legame tra Bankitalia e Governo vietando alla prima di finanziare il secondo e obbligando lo Stato ad andare ad indebitarsi sul mercato vendendo BTP e remunerando gli investitori con tassi ben superiori all’inflazione.. Questo rese il cambio della lira più stabile ? No,esattamente produsse l’effetto contrario come si vede dal grafico seguente.
In altre parole oggi abbiamo invertito tutti e tre gli elementi del sistema monetario che avevano fatto ricca l'Italia durante il miracolo economico. Attualmente ci troviamo dunque in una situazione in cui:
a – la Moneta elettronica e cartacea viene emessa dalle Banche Centrali e dal sistema bancario senza alcuna riserva di valore;( creata dal nulla)
b – tale emissione di Moneta è volta al finanziamento di crescenti deficit sia di bilancio che esteri, come nel caso degli USA favorendo la formazione di debiti colossali;
c – la Globalizzazione selvaggia ed indiscriminata ha travolto sia le imprese che i lavoratori dei paesi occidentali a vantaggio di quelli asiatici e sudamericani.
Una conclusiva osservazione va fatta a proposito del confronto tra il debito pubblico italiano e quello di paesi come l’Inghilterra; osservando il grafico si nota come i due valori tendano a divergere nel tempo, cioè mentre il debito pubblico italiano sale, quello inglese scende. Perchè?
Il motivo è piuttosto semplice: laddove non è lo Stato ad indebitarsi, a farlo debbono essere i privati come accade in UK e  negli Usa.
Infatti se andiamo ad analizzare il livello d’indebitamento delle famiglie ed imprese (debito privato) osserviamo che questo assume valori di assoluto rilievo in tutti quei paesi che non hanno invece un elevato debito pubblico, come si nota dal seguente grafico :
 Ma a che punto siamo oggi?
Il PIL è praticamente fermo al livello del 2007 , mentre il debito rispetto al 2007, è aumentato di  400 miliardi di euro!!
La spesa per interessi sul PIL è in crescita sia in termini percentuali che assoluti, il che significa maggiori tasse , minori servizi e riduzione della spesa pubblica.
Tutto questo nonostante lo Stato italiano abbia negli ultimi 20 anni realizzato avanzi primari di bilancio per una cifra di 740 miliardi di euro, che non ha eguali in Europa. Ma non è servito a nulla e non serviranno a nulla i sacrifici futuri, i decreti del “Fare”, i provvedimenti tardivi per pagare i debiti della pubblica amministrazione, la caccia all’evasore condotta sui media come se di tutto sto macello l’evasione e l’economia sommersa  fossero  i principali responsabili!!
Ora tornano alla carica per vendere, ops… svendere i gioielli di Stato a qualche Fondo Sovrano, qualche banca cinese,araba,americana impoverendoci ancor di più e privando il Paese di asset strategici. Sono una manica di somarelli che non capiscono il mondo in cui vivono e quel che è peggio è che le nostre esistenze dipendono dal loro operato. Siamo messi male. Molto male.
La chiave di tutto è capire come funziona  l’economia, cosa è la moneta, chi la emette,perché siamo giunti a questo livello di debito globale colossale,come si spiegano i 640.000 miliardi di operazioni in derivati rispetto al PIL mondiale di 70.000 miliardi (addirittura il PIL globale è inferiore alla cifra di  100.000 miliardi che ogni anno si pagano per gli interessi sul  debito mondiale).
La moneta è la chiave di tutto ed  uscire dall’euro non basta. Bisogna avere un piano, semplice,realizzabile e che porti immediati benefici all’economia reale. Quel piano ora c’è. Devono darci la forza per realizzarlo, ora, subito, prima che sia tardi.
L’Unione Europea, la tecnocrazia, il sistema bancario ( banche centrali e banche commerciali), la burocrazia, l’Euro  sono la nostra prigione. Dobbiamo uno ad uno, aprire dei varchi nelle menti delle persone, perché è possibile tornare a crescere,perché è possibile vivere degnamente, perché la speranza possa nuovamente trovar posto in questa nostra splendida, meravigliosa,inestimabile  Italia.