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sabato 3 dicembre 2011
La Fornero apre al “reddito minimo garantito”
Flexsecurity e welfare: la Fornero apre al “reddito minimo garantito”
Oltre all’Italia, solo la Grecia è sprovvista di una protezione di questo tipo. Se si immagina un reddito minimo garantito va inteso come compensazione a una maggiore flessibilità in uscita, secondo il modello di flexsecurity adottato dai sistemi di welfare scandinavi e promossi in Italia soprattutto dal giuslavorista Pietro Ichino. Svincolato dal mercato del lavoro si configurerebbe come un reddito di cittadinanza per contrastare le situazioni di estrema indigenza destinato ai giovani da 0 a 16 anni e agli over 65. Tecnicamente una forma di “imposta negativa”, cioè a carico dell’Erario.
Molto positiva è stata la reazione a sinistra (Livia Turco del Pd e Vendola di Sel). Anche gli economisti del lavoro apprezzano. Per Carlo Dell’Aringa “il reddito minimo garantito si configurerebbe di più come forma di protezione sociale a tutela delle persone non protette dagli ammortizzatori sociali e non come un indistinto reddito di cittadinanza”. Tito Boeri, fautore della prima ora, spiega i meccanismi con cui dovrebbe essere concepito: “Bisognerà considerare sia le fonti di reddito che i patrimoni posseduti dai beneficiari per evitare un uso improprio del sussidio. La misura non dovrà superare una certa soglia per la minima esistenza: fatta 100 questa soglia e già possedendo 60 il beneficiario, il contributo statale dovrebbe coprire la differenza”.
2 dicembre 2011 | 11:56
venerdì 2 dicembre 2011
giovedì 1 dicembre 2011
I paradisi fiscali: visita guidata
I paradisi fiscali: visita guidata
di Thomas Vendryes - 30/11/2011Fonte: Come Don Chisciotte
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Quali somme sono nascoste nei paradisi fiscali? Da chi? E come? Con l'aiuto di un metodo originale e di dati finora poco sfruttati, Gabriel Zucman fa piena luce su questi problemi, sperando che ciò possa aiutare a migliorare la lotta contro i paradisi fiscali.
Avete svolto un importante lavoro su quello che lei chiama la "ricchezza mancante delle nazioni", ossia il patrimonio delle famiglie che non appare nelle statistiche nazionali e mondiali, perché nascosto nei paradisi fiscali. Vorremmo chiederle di fornirci un ordine di grandezza: quale sarebbe l'importo di questa ricchezza? La sua struttura? Quali i principali detentori? Quali sono i principali paradisi fiscali?
Gabriele Zucman: Lo studio che ho realizzato suggerisce che circa il 8% del patrimonio finanziario è detenuto nei paradisi fiscali di tutto il mondo. Alla fine del 2008, il patrimonio finanziario delle famiglie – ossia i depositi bancari, i portafogli azionari, le quote dei fondi di investimenti e i contratti di assicurazione sulla vita detenuti dalle famiglie di tutto il mondo – arrivavano a 75 trilioni di dollari. Quindi le famiglie detenevano circa 6 trilioni di dollari nei paradisi fiscali.
Si immagina spesso che avere un conto in Svizzera corrisponda a detenere del denaro che rimane fermo, in una cassaforte o su un conto corrente. In realtà, le famiglie agiate non vanno in Svizzera per mettere dei milioni su conti che fruttano l’1% l'anno. Dai propri conti svizzeri, fanno investimenti relativamente sofisticati. La grande parte delle fortune offshore viene investita in titoli finanziari: azioni, quote di fondi di investimento, obbligazioni. Tra questi titoli finanziari, le quote dei fondi di investimento giocano un ruolo preponderante. Non c’è niente di cui sorprendersi: investire in un fondo, che investe a sua volta in obbligazioni americane, in azioni brasiliane, eccetera, può portare a un risultato ben maggiore dell’accumulo di liquidità su un conto corrente.
È assai più difficile sapere a chi appartengono le fortune nei paradisi fiscali, conoscere l'importo totale dei capitali fortune offshore e la loro composizione. In effetti, abbiamo a disposizione solamente i dati che vengono dalla Svizzera. Le banche svizzere gestiscono circa un terzo delle fortuneoffshore, dunque circa 2 trilioni alla fine del 2008. Ciò fa della Svizzera il più importante paradiso fiscale per la gestione di capitali transfrontalieri.
Di questi 2 trilioni, più del 60% appartiene agli europei, particolarmente a italiani, tedeschi, francesi, spagnoli, portoghesi e greci. In seconda battuta vengono i paesi del Golfo - le ricche famiglie del Golfo sono fin dagli anni '70 clienti molto importanti delle banche svizzere e londinesi – e non c’è da stupirsi, visto il debole sviluppo del sistema finanziario dei paesi del Golfo.
Diversamente dall’opinione comune, le fortune dei dittatori africani o degli oligarchi russi costituiscono solo una piccola frazione delle fortune gestite dalle banche svizzere. La gran parte del denaro in Svizzera appartiene ancora agli europei, in genere ai residenti dei paesi ricchi, Giappone escluso. Ultimamente sembra che la parte relativa ai paesi emergenti sia in crescita, mentre quella degli europei e degli americani stia declinando.
Non si sa ciò avviene negli altri paradisi fiscali. Alcuni resoconti realizzati sulla base di interviste avute con i gestori dei capitali suggeriscono che la maggioranza delle fortune gestite nei paradisi fiscali europei (Svizzera, Lussemburgo, Jersey, Guernsey, Lichtenstein, ecc.) appartengano agli europei, la gran parte di quelle presente nei Caraibi (isole Cayman, Bahamas, Bermuda, ecc.) agli americani (del Nord e del Sud) e di quelle gestite nei paradisi fiscali asiatici (Singapore e Hong Kong) agli asiatici. Ma non ci sono dati certi come per la Svizzera.
È comunque chiaro che una parte sostanziale dei capitalioffshore appartenga necessariamemte agli europei, poiché possiedono la maggioranza delle ricchezze gestite dal maggiore paradiso fiscale, la Svizzera.
Perché il Giappone viene distinto dagli altri paesi ricchi, forse perché, contrariamente agli europei e agli americani, i giapponesi benestanti non rifugiano il proprio patrimonio nei paradisi fiscali?
Gabriele Zucman: Bisogna essere prudenti, perché non si dispongono di dati eccetto che per la Svizzera. Ma è vero che i giapponesi non sembrano essere grossi clienti delle banche svizzere. Le ricerche che cercano di stabilire ciò che spinge le persone a convogliare il denaro nei paradisi fiscali non hanno conclusione univoca. Sembra molto plausibile, tuttavia, che i livelli di tassazione rivestano un ruolo importante: in Giappone, i dividendi percepiti sono tassati solo al 10%, contro il 21% degli Stati Uniti, il 24% della Germania e più del 30% in Francia [1].
Come vengono mascherati patrimonio e redditi
Ci potrebbe dare un'idea delle iniziative tipiche, ad esempio di una famiglia europea, per mascherare il patrimonio e i redditi alle autorità fiscali? Come funziona la cosa?
Gabriele Zucman: Bisogna distinguere due fasi: l'invio del denaro in Svizzera, per esempio, e la gestione del denaro che è stato mandato in Svizzera. Cominciamo dalla seconda fase. Se disponete di un milione di euro su un conto svizzero, il fisco francese non ha nessun modo per venirlo a sapere, perché le banche svizzere non scambiano informazioni col fisco francese, è il principio basilare del segreto bancario. Questo milione genera dei redditi (interessi, dividendi) di cui il fisco francese non viene a conoscenza; quindi, avere un conto in Svizzera permette di evitare al tempo stesso l'imposta sui redditi, la tassa di solidarietà sui capitali e la tassa sulle successioni.
In genere, le persone che trasferiscono il denaro in Svizzera prendono alcune precauzioni supplementari. Ad esempio, sono pochi i conti intestati direttamente alle famiglie; la maggior parte delle fortune offshore sono detenute tramite società di comodo, trust o fondazioni, in modo da rendere più opaco il legame tra un conto e i beneficiari effettivi.
Nello schema-tipo, una famiglia francese possiede un conto in Svizzera attraverso una società di comodo domiciliata in Panama (tutto ciò è puramente formale, non accade niente a Panama: la società di comodo viene creata direttamente in Svizzera). Il denaro viene investito, per una larga fetta, nei fondi di investimento che operano nel Lussemburgo (che sono, alla fine, solo filiali delle banche svizzere). Il Lussemburgo non tassa i versamenti transfrontalieri: la nostra famiglia riceve sul suo conto svizzero il 100% dei dividendi ottenuti dai fondi. Il fisco francese non ha modo per venire a conoscenza dei redditi generati offshore, dunque se la nostra famiglia non dichiara i propri introiti nella denuncia dei redditi, non paga tasse in Francia. Se anche il fisco avesse dei sospetti, può opinare il fatto che il conto appartiene a una società panamense, e non a una famiglia francese con un indirizzo di Parigi. Quando si riesce a interpretare - ossia quando si comprende come vengono costruiti – i dati ufficiali della Banca centrale Svizzera, accessibili a tutti, apparire molto chiaramente questo schema-tipo, Francia-(Panama)-Svizzera-Lussemburgo. Non si tratta di un brutto poliziesco.
Veniamo ne alla prima tappa: come arriva il denaro in Svizzera? Nell'immaginario collettivo ogni passaggio avviene con le valigie piene di banconote; ma così è difficile trasportare molto denaro, ed è molto rischioso. In realtà, la gran parte dei trasferimenti avviene con versamenti elettronici assolutamente banali. Per esempio, una società controllata da una famiglia francese accredita un conto svizzero per l’acquisto di un servizio fittizio. Altro meccanismo: già oggi molti impiegati del settore finanziario londinese ricevono direttamente lo stipendio su un conto in Jersey. È anche usuale che gli impiegati delle multinazionali ricevano il loro stipendio su un conto collocato a Cipro, ad esempio. Una volta che il denaro è in un paradiso fiscale, può circolare facilmente verso un altro paradiso fiscale.
Perché alcune società pagano i propri dipendenti su contioffshore? Perché realizzano una gran parte dei propri profitti nei paradisi fiscali. I profitti realizzati da una società americana in un paradiso fiscale non sono tassati negli Stati Uniti finché non vengono rimpatriati. Invece di rimpatriare i profitti negli Stati Uniti, le multinazionali hanno tutto l’interesse a pagare direttamente i loro impiegati a partire dalle posizioni che accumulano nei paradisi fiscali.
Come si misura il denaro presente nei paradisi fiscali?
Vista la complessità e l'anonimato di questi strumenti, che vengono scelti proprio per sfuggire alla sorveglianza degli Stati, come fate per misurarli e studiarli, e quale fiducia accordate ai risultati?
Gabriele Zucman: Quando una famiglia francese detiene su un conto in Svizzera una quota di fondi di investimento del Lussemburgo, la Francia non registra nessun attivo (i contabili francesi non hanno modo di determinarlo). La Svizzera non registra né attività né passività, perché tutto questo, dal punto di vista della contabilità internazionale, non riguarda la Svizzera: si tratta di un investimento realizzato da un francese in Lussemburgo. Ma il Lussemburgo registra invece una passività: più precisamente, i contabili del Lussemburgo osservano che ci sono stranieri che possiedono delle quote dei fondi di investimento lussemburghesi, e ciò costituisce un passivo del Lussemburgo verso il resto del mondo. Fatalmente, sono registrati più passivi che attivi su scala mondiale; i passivi registrati dal Lussemburgo sono, in particolare, molto più alti del totale delle attività contabilizzate da tutti i paesi del mondo verso il Lussemburgo (in questo caso, la differenza nel 2008 era pari a un trilione di dollari).
Per mettere in evidenza queste anomalie ho utilizzato una ricerca, realizzata sotto la direzione del FMI dal 2001, ilCoordinated Portfolio Investment Survey (CPIS). Questa inchiesta, di una qualità eccezionale, è stata realizzata per risolvere le anomalie, che da decenni vengono osservate dagli statistici del FMI, presenti nella bilancia dei pagamenti mondiale, e in modo particolare lo squilibrio aberrante tra attivi e passivi. Questa inchiesta ha permesso di armonizzare i dati tra le varie nazioni, di diffondere nel mondo le migliori pratiche, ha fatto risolvere quasi tutti i problemi dei conti internazionali, tranne uno: i contabili francesi, malgrado la loro buona volontà, non possono registrare, come dovrebbero, gli averi detenuti dai francesi in Svizzera. Quindi, le anomalie che ancora persistono nelCPIS, dopo il notevole lavoro di armonizzazione eseguito dal FMI e dai periti del mondo intero, riflettono largamente l'utilizzo dei paradisi fiscali da parte delle famiglie.
Certamente, il metodo che utilizzo è indiretto. È impossibile quantificare al miliardo il denaro presente nei paradisi fiscali. È impossibile sapere esattamente chi sono i detentori dei conti offshore. Il mio studio fornisce solamente degli ordini di grandezza. Penso che l'8% del patrimonio finanziario mondiale sia un livello ragionevole. Tutti gli studi esistenti, che siano state realizzati da commissioni a partire dalle interviste o da ONG specializzate nei paradisi fiscali, danno delle cifre più alte, talvolta molto più alte. Non voglio esagerare il problema. Mi interesso poi solo a un aspetto delle attività dei paradisi fiscali, la gestione dei capitali transfrontalieri per conto di persone fisiche. Succedono molte altre cose nei paradisi fiscali, su cui abbiamo molto da imparare.
Lo studio che ho realizzato si appoggia su dati che esistono solamente da poco, ma che sono totalmente pubblici e facilmente accessibili. Tutti quelli che lo desiderano possono rifare i calcoli che ho realizzato, potendo partire dall'allegato del mio lavoro che descrive punto per punto il modo che ho adottato, le fonti utilizzate, sperando che questo possa migliorare le mie valutazioni. È certo che la comparsa di nuove informazioni potrà migliorare il calcolo.
Le somme che lei ha riscontrato per questa ricchezza nascosta sembrano notevoli. Come potrebbero modificare l'apprensione che si prova per i grandi equilibri economici e finanziari mondiali?
Gabriele Zucman: La valutazione dei capitali offshoredetenuti dai privati ha un forte impatto sugli squilibri finanziari internazionali. In base ai dati ufficiali, la zona euro ha una posizione negativa nei confronti il resto del mondo: sembra che il resto del mondo possieda più di attivi sulla zona euro di quanto la zona euro non ne possieda sul resto del mondo. È abbastanza stupefacente per la teoria economica, perché l'Europa, come il Giappone, è una regione che ha una debole crescita, è in fase di invecchiamento e ha un tasso di risparmio elevato; la teoria economica suggerisce invece che dovrebbe essere una creditrice netta nei confronti del resto del mondo.
Il prendere in considerazioni i patrimoni non registrati nei paesi europei permette di risolvere questo paradosso: è probabile che, una volta sommati i capitali offshore detenuti dagli europei, la posizione con l’estero dell’eurozona passi in terreno positivo.
Allo stesso modo, il mondo ricco nel suo insieme è, secondo le statistiche ufficiali, indebitato con il mondo in via di sviluppo. La teoria economica ci suggerisce che il mondo ricco dovrebbe essere invece un creditore, o almeno in equilibrio. Sommare anche i capitali non registrati presenti nei paradisi fiscali consente in parte di riconciliare la teoria con i fatti.
Lottare contro i paradisi fiscali
Questi dati suggeriscono che le famiglie ricche sono ancora più ricche di quanto non appaia nelle statistiche nazionali, e dunque le disuguaglianze, almeno in termini di patrimonio, sono più elevate? Ciò significa anche che questi privati riescono a ben dissimulare il proprio patrimonio, e che ogni tentativo di tassare questi capitali sia quanto meno inutile, se non controproducente?
Gabriele Zucman: I capitali offshore, per la gran parte, sfuggono a tutte le fonti di dati a disposizione, sia per la contabilità nazionale, per i dati fiscali, le indagini. Siccome i capitali presenti nei paradisi fiscali appartengono probabilmente a persone molto ricche, è probabile che le disuguaglianze di ricchezza siano ancora più marcate di quello che viene di solito misurato. Ma i paradisi fiscali non modificano di molto la conoscenza che abbiamo sulla ripartizione della ricchezza all’interno dei paesi. I dati disponibili dimostrano che i patrimoni sono estremamente concentrati: in Francia, i 10% più ricchi possiedono più del 60% del patrimonio nazionale. Potrebbero forse possedere il 65% o il 70%, ma in ogni caso le ricchezze sono comunque fortemente concentrate.
Per le conseguenze che i paradisi fiscali hanno sulla tassazione dei patrimoni, bisogna essere chiari. È perfettamente legale, in Francia almeno, avere un conto in Svizzera o alle Bahamas. Ma è perfettamente illegale non dichiarare gli introiti accreditati su un conto offshore. I paradisi fiscali permettono alle persone che li aprono di infrangere la legge. Gli Stati Uniti e l'Europa devono impadronirsi del problema in modo coordinato. Se ne avessero la volontà, le grandi nazioni potrebbero porre fine con facilità alla frode fiscale dei privati nei paradisi fiscali. Basta costringere i paradisi fiscali a scambiare in automaticamente le notizie in loro possesso. Ogni volta che una famiglia francese percepisce un dividendo su un conto in Svizzera posseduto grazie a una società di comodo panamense, la Svizzera dovrebbe inviare l’informazione alla Francia. L'Unione Europea, se parlasse con una sola voce, avrebbe la capacità di costringere tutti i paradisi fiscali a concedere questo scambio automatico di notizie. È lo scopo definitivo della direttiva sul risparmio emessa dall’Unione Europea nel 2005. È quindi plausibile che la frode fiscale nei paradisi fiscali venga sradicata nel giro di alcuni anni. Tutto dipenderà dall'unità dei paesi europei e della volontà degli Stati Uniti.
Se la cosa non è così difficile, perché le nazioni europee o gli Stati Uniti hanno tardato tanto a lottare contro i paradisi fiscali? E da dove provengono le forze che resistono alle richieste della comunità internazionale?
Gabriele Zucman: Malgrado gli sforzi lodevoli di parecchie ONG e di alcuni ricercatori che hanno affrontato l'argomento, c'è una forte carenza di notizie sui paradisi fiscali. Questa mancanza di notizie lascia campo libero ai gruppi di pressione che vogliono che niente cambia in concreto. Ed è difficile realizzare buone politiche quando non si comprende esattamente quello che accade e la sua dimensione. Si tratta di un argomento molto tecnico, dove i dettagli contano enormemente. Ad esempio, nella sua formulazione attuale, la direttiva sul risparmio dell'Unione Europea non colpisce i conti offshore che appartengono agli europei tramite società di comodo non europee. Fino a poco tempo fa, a Bruxelles nessuno era a conoscenza del fatto che la gran parte dei conti offshore era sostenuto su questo sistema. Di colpo, la direttiva sul risparmio non andava più bene. Gli economisti hanno la loro parte di responsabilità: il loro interesse per i paradisi fiscali è sempre stato molto scarso. Ma le cose si stanno muovendo, e questo può aiutare i decisori a realizzare strumenti più adeguati.
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE
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I debiti vanno pagati?
I debiti vanno pagati? No, se sono illegittimi
di Debora Billi - 30/11/2011Fonte: crisis.blogosfere
Non sempre i debiti vanno pagati. Lo hanno dimostrato Ecuador e Islanda, ma anche il Consiglio di Stato e la Provincia di Pisa che blocca i pagamenti alle banche. Ad un debito illegittimo, si può dire di no.
E' uno dei tanti mantra che i cittadini ripetono senza capire davvero che le implicazioni sono anzitutto psicologiche. "I debiti vanno pagati", un po' come "Equitalia punisce solo gli evasori" e "Mario Monti promette equità". Ma è vero che "i debiti vanno pagati"? Oppure è solo un meccanismo di autoconsolazione, che ci aiuta a rassegnarci alla spremitura generale che ci attende? Ripetendo questo mantra, ci siamo messi in fila ordinatamente come le mucche al macello in attesa dell'inevitabile fine.
Eppure, c'è chi ha voluto andare fino in fondo alla questione del debito del proprio Paese. Come Rafael Correa, Presidente dell'Ecuador, che ha istituito una commissione apposita che lo esaminasse fin nei dettagli. Ne avevamo parlatoqui, e qui trovate l'intera relazione della commissione. Il responsabile della commissione ha dichiarato:
oltre l'80% del debito corresponde a re-finanziamento e solo il 20% è destinato a progetti di sviluppo. E' una violazione alla sovranità e alla dignità. Questo percorso di 30 anni di indebitamento non è servito agli interessi dell'Ecuador ma solo alle necessità dei paesi creditori; ci sono notevoli indizi di un'attività fraudulenta che ha convertito il debito in un mostro impagabile.
Oltre all'Ecuador abbiamo l'esempio dell'Islanda, che ha istituito un'analoga commissione, non ha pagato nessuno e per giunta ha fatto arrestare i banchieri responsabili del disastro.
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di esempi estremi, esotici, da palme tropicali o paesaggi artici, impraticabili qui da noi. E invece, qualcosa si è già mosso: la provincia di Pisa ha riscontrato che il proprio debito in derivati, contratto con alcune istituzioni bancarie, ha tutte le caratteristiche dell'illegalità ed ha annullato unilateralmente tutte le operazioni in derivati. E il Consiglio di Stato gli ha dato ragione. Tra le motivazioni, che trovate qui nei dettagli, vediamo che le banche pretendevano di far valere qui la giurisdizione inglese, e che nei contratti esistevano "costi impliciti" di cui l'ente non era a conoscenza e di cui avrebbe subito l'aggravio per anni.
Insomma, i debiti si pagano, ma non quando sono stati creati con l'imbroglio. E questo vale sicuramente per moltissimi enti locali italiani, che stanno affogando in debiti su operazioni incomprensibili e talvolta fraudolente. D'altronde, nessuno è tenuto ad essere esperto in questioni finanziarie e per questo ci si fida dei consulenti. Se il medico dà una cura sbagliata, la colpa non è del paziente che "non si è informato prima".
Forse il nostro ultragoverno magico dovrebbe istituire una commissione di esperti, super partes (che non hanno lavorato per Goldman Sachs, per intenderci), allo scopo di dissezionare il debito italiano. Probabilmente ne scoprirebbero delle belle.
Ci conviene rimanere nella zona euro ?
Ci conviene rimanere nella zona euro ?
Riflessioni di Massimo Costa (*) sulla crisi economica
commenta!12 novembre 2011| Osservatorio Sicilia
Diciamo più sotto tono che sono “strumenti” di politica monetaria che, sapientemente usati, possono servire, male usati, possono essere devastanti. Anche se, devastanti per devastanti, meglio che li usi un governo che non una banca che, con un click, crea inflazione e, così facendo, sposta ricchezze reali dalle nostre alle loro tasche.
Ma questi strumenti – ripeto da non idealizzare – non sono più nelle nostre mani, in ogni caso.
Qualche giorno fa, su un noto sito di informazione alternativa, è uscito un lungo saggio di Barnard sul “Più grande crimine”, pieno di grandi verità e di qualche errore non da poco, nonostante abbia avuto l’aiuto di economisti nel redigere questo saggio. Uno di questi, a mio avviso, è di considerare gli USA un paese a moneta sovrana, a differenza dell’Europa. Credo si tratti di un grosso errore. La Federal Reserve non prende ordini dal Tesoro o dal Presidente degli Stati Uniti. Semmai, mi si passi l’azzardo, è il contrario. Quindi anche gli USA sono un paese che ha demandato ad un’autorità esterna, lì del tutto privata, qui in Europa “tecnocratica”, almeno in apparenza, la propria politica monetaria.
In occidente i paesi “sovrani” nella propria politica monetaria semplicemente non esistono.
E comunque, se anche lo ridiventassimo, la soluzione non è – come dice Barnard – di creare moneta a go go e togliere così tasse e debito. La soluzione è sempre quella di creare la moneta che serve, solo quella che serve, ma E QUESTO E’ IMPORTANTE, non farla creare alle banche private, ma farla creare direttamente allo Stato.
Poi può restare un’autorità monetaria indipendente, anzi forse è meglio che resti tale. Ma l’immissione di denaro nuovo nel sistema devono farlo gli stati, non le banche. Altrimenti si genera sistematicamente un debito impagabile per definizione. E’ questa la grande truffa organizzata da denunciare.
Poi può restare un’autorità monetaria indipendente, anzi forse è meglio che resti tale. Ma l’immissione di denaro nuovo nel sistema devono farlo gli stati, non le banche. Altrimenti si genera sistematicamente un debito impagabile per definizione. E’ questa la grande truffa organizzata da denunciare.
Poi, se lo stato crea la moneta, e non le banche private, tutto ciò potrebbe non bastare ancora. E allora si potrà parlare di tasse, di debiti, di tagli alla spesa pubblica, etc. Ma è una questione di mix. Non avendo più lo Stato le entrate monetarie, invece, questi altri strumenti, invocati da economisti pseudo-liberali e in mala fede, non potranno mai servire allo scopo. Il debito, per come è generato, è semplicemente impagabile. E quindi non va pagato. Mandando in malora gli investitori truffaldini che lo hanno inventato.
Io sono scandalizzato dalle grida, sempre più scomposte, delle autorità monetarie europee, sulla necessità di ricapitalizzare le banche.
Ricapitalizzare la banche? A spese di chi? Ma stiamo scherzando?
Ricapitalizziamo le famiglie, piuttosto, che ce n’è un gran bisogno.
Fanno bene i dimostranti a prendersela con la Banca d’Italia invece che con Berlusconi. Berlusconi è finito, o sta finendo. Non è lui il problema. Il problema è il governo che verrà, fatto di maggiordomi delle oligarchie finanziarie, come in Grecia e dappertutto, pronte a spremere tutto, pronte a venderci i figli, pur di non rinunciare ai loro privilegi.
Sveglia, ci stanno riducendo tutti alla schiavitù!
Qui o si restaura la democrazia o si muore.
E, purtroppo, non si può fare in questa Europa: è irredimibile. Primo: uscirne al più presto, costi quel che costi, tanto i costi della permanenza saranno in ogni caso ben maggiori. Secondo: con calma, pensare ad una forma di integrazione nuova, basata sulla coesione, sulla solidarietà, su una vera democrazia continentale. Oggi l’Europa che ci strangola con il debito è la stessa che affossa i contadini siciliani con il consenso colpevole, per non usare una parola più pesante, di qualche nostro pseudo eurodeputato. Via da Bruxelles e da Francoforte, prima che sia troppo tardi.
*(docente di Economia Aziendale presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università degli Studi di Palermo)
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