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lunedì 15 aprile 2013
domenica 14 aprile 2013
Bankenstein: 575 MILIONI AD UN'AZIENDA DECOTTA
RCS SOS - ‘’LE BANCHE CONCEDONO AD UN'AZIENDA DECOTTA 575 MILIONI DI EURO E LASCIANO A SECCO MIGLIAIA DI IMPRENDITORI!”
L’intesa che prevede un finanziamento per 575 mln € si sblocca dopo l’ok di Unicredit che però non vuole sganciare ancora per la parte di aumento di capitale che non sarà sottoscritta dai soci - 8 di questi (su 12) pronti a tirare fuori i denari, Rotelli e Della Valle tacciono.
1. MAIL
Ma non é una roba matti che concedono ad un'azienda decotta 575 milioni di euro e lascino a secco migliaia di imprenditori!!!!!
Dago grida allo schifo. A presto
Ma non é una roba matti che concedono ad un'azienda decotta 575 milioni di euro e lascino a secco migliaia di imprenditori!!!!!
Dago grida allo schifo. A presto
2. ACCORDO CON LE BANCHE CREDITRICI PER RINEGOZIARE IL DEBITO
Da "repubblica.it"
Da "repubblica.it"
Rcs ha raggiunto l'accordo con le banche creditrici per la rinegoziazione del debito in scadenza a fine anno siglando un finanziamento ('term sheet') per 575 milioni di euro, spalmato su tre linee di credito, con Mediobanca, Unicredit, Intesa, Ubi, Bnl e Bpm. Con l'importante traguardo raggiunto, appreso dall'ANSA da fonti finanziarie, la società si avvia così a riunire domani pomeriggio a Milano il consiglio di amministrazione che dovrà chiudere quindi i lavori sul piano di rilancio e il previsto aumento di capitale da 400 milioni, approvando il bilancio 2012.
Secondo quanto anticipato dal gruppo del Corriere, le trattative riguardavano una linea di credito con scadenza a tre anni, da rimborsare utilizzando parte dei proventi da cessioni, una linea di credito con scadenza finale a cinque anni e un periodo di preammortamento di tre anni e, infine, una linea di credito cosiddetta 'revolving' a cinque anni. Sulla trattativa, dopo la prima importante svolta al vertice tra soci e banche venerdì 5 aprile, la situazione si è definitivamente sbloccata questo mercoledì, quando anche Unicredit ha accettato di sedersi al tavolo della trattativa su tutte e tre le linee e non solo su quella a breve.
Dopo le adesioni da otto soci sui dodici del patto, pronti a farsi carico almeno del 44% dell'aumento di capitale, mancano all'appello il primo azionista Giuseppe Rotelli (16,5%) e Diego Della Valle (8,7%). Entrambi avrebbero scelto di non rispondere all'invito del presidente della società, Angelo Provasoli, di dare un'indicazione sull'adesione o meno all'operazione. L'imprenditore della Tod's in particolare potrebbe non partecipare all'aumento. Si tratterà poi di vedere però se i termini dell'emissione non riapriranno comunque i giochi.
Raggiunto l'accordo sul debito dovrebbero essere andati a posto anche i tasselli sul paracadute che si aprirà dalle banche per quella parte di aumento di capitale che non dovesse venir sottoscritta dai soci o dal mercato. Gli istituti sarebbero pronti a sostenere fino a metà dell'importo - stando alle attese degli ultimi giorni - con un intervento atteso pro quota rispetto alle singole esposizioni, con Unicredit intenzionata a chiamarsi fuori e Intesa che a quel punto sarebbe chiamata a uno sforzo maggiore.
Stanno procedendo poi anche nel weekend le trattative tra il comitato di redazione del Corriere della Sera e i rappresentanti aziendali sulla piattaforma presentata dai giornalisti come controproposta ai 110 esuberi previsti dall'azienda. Intanto il Cdr della divisione Periodici è intervenuto lamentando la chiusura da parte della società alla trattativa sulle dieci testate di cui è annunciata la vendita o chiusura: "Proseguire lungo la strada delle cessioni - ha detto il Cdr - non solo determinerebbe un oggettivo impoverimento anche economico del valore del gruppo", ma significherebbe anche "bruciare inspiegabilmente una parte importante dell'aumento di capitale", se è vero che l'azienda ha previsto una "dote milionaria per attirare l'attenzione di potenziali acquirenti".
Il gruppo ha anticipato già il 27 marzo di aver chiuso l'esercizio con ricavi per 1.598 milioni (-14%), con un margine operativo lordo in calo del 62% a 61 milioni prima delle voci non ricorrenti e a 1,3 milioni (dai 142 milioni del 2011) a valle degli oneri e dei proventi non ricorrenti.
L'indebitamento finanziario netto è migliorato a 846 milioni (era 875,6 milioni a fine settembre, a 981,7 milioni a fine 2011). Il Cda della società domani pomeriggio alzerà così il velo sul risultato netto dell'esercizio, dopo le perdite per 380,5 milioni già raggiunte a fine settembre, dopo 300,9 milioni di svalutazioni dei Quotidiani in Spagna (-25,5 milioni il risultato 2011).
Inflazione di suicidi
I SUICIDI AUMENTANO, MA TRANQUILLI: L'INFLAZIONE E' SOTTO CONTROLLO!
In questa precisa epoca storica ci sarebbe da domandarsi: vale più un'inflazione sotto la soglia del 2% oppure la vita delle persone?
Sembrerebbe che alla nostra classe politica importi più tenere un'inflazione bassa e non fermare il crescente numero di suicidi per insolvenza nel nostro territorio.
INFLAZIONE - A marzo l'inflazione rallenta ancora, con la crescita dei prezzi al consumo ferma all'1,6%, dall'1,9% di febbraio scorso. Secondo l'Istat, il tasso d'inflazione annuo si è dimezzato nell'arco di sei mesi, scendendo all'1,6% di marzo 2013 dal 3,2% di settembre 2012.
SUICIDI - A suicidarsi sono sempre più imprenditori, specie di piccole e medie aziende, ditte a volte a carattere famigliare. E’ un trend in crescita: 89 in totale nel 2012; nel 2013 stiamo già a 39 casi di suicidio da gennaio a metà marzo.
Inflazione e suicidi per insolvenza sembrano essere due fattori inversamente proporzionali: al diminuire di uno aumenta l'altro.
Perchè ho voluto confrontare la riduzione dell'inflazione con l'aumento di suicidi?
Semplice, perchè in qualità di economista ho il dovere morale di accusare di crimini contro una nazione chi continua a perseverare con l'applicazione di una politica monetaria basata sull'austerity (voluta dalle alte sfere delle B.C.E., dell'Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale e poi applicata dai quei figuranti che abbiamo in Parlamento), tutta basata su tagli della spesa pubblica, aumento delle imposte, ma livelli di inflazione contenuti.
E quali sono i risultati di questa folle quanto nefasta politica monetaria?
Ve ne accenno solo alcuni qui di seguito:
- chiuse 4.218 imprese tra gennaio e aprile, il 13% in più rispetto l'anno scorso
- la disoccupazione all'11,7%
- i giovani di qualità emigrano all'estero,
- il livello di produzione industriale attuale è come quello del 1986
- il Pil è diminuito dell'8% negli ultimi anni
- il debito pubblico ha raggiunto livelli record e i credit default swap sovrani (Scds, i contratti derivati usati come assicurazione contro il rischio crack dei titoli di Stato), il cui ruolo è definito come "uno strumento importante nella gestione del rischio", hanno toccato la quota di ben 388 miliardi di dollari, rappresentando la quantità maggiore a livello mondiale (la Spagna è seconda con 212 miliardi di assicurazioni sul debito pubblico)
La cosa più deplorevole è che in uno scenario così tragico (perchè nel 2013 morire per insolvenza esprime tutta la tragicità e allo stesso tempo la condizione miserabile di questa epoca) la nostra classe politica, invece di cambiare immediatamente rotta, continua in maniera servilmente servile a dar seguito al diktat imposto dalla "troika".
Inoltre, sono dei pagliacci, oppure degli ignoranti in materia economica qualora li ritenessi in buona fede, quei sindacalisti e quei politici che illudono la massa invocando l'arrivo di nuovi posti di lavoro attraverso nuove strategie\riforme nel mercato del lavoro. Non è riducendo i salari dei lavorati ed introducendo contratti flessibili (che tra l'altro annullano i diritti dei lavoratori stessi) che si genera occupazione. La domanda di lavoro si determina sul mercato dei beni e non sul mercato del lavoro. Non è necessario conoscere a memoria la formula della domanda aggregata keynesiana per comprendere certe cose.
Qui entra il gioco il ruolo essenziale della moneta, discorso abilmente censurato alla massa: per stimolare il mercato dei beni bisogna aumentare la spesa pubblica, offrendo più beni e servizi ai cittadini; in tal modo le imprese saranno chiamate a produrre e, di conseguenza, necessiteranno di forza lavoro da assumere per realizzare il ciclo produttivo. Allo stesso tempo la forza lavoro assunta permetterebbe di attivare i consumi, i beni\servizi verrebbero acquistati dai consumatori e le imprese sarebbero interessate a produrre ancora, attratte dalla possibilità di ricavi crescenti. Tutto ciò sarebbe possibile da attuare in un regime di sovranità monetaria, con uno Stato proprietario della moneta emessa e non debitore della moneta presa in prestito da organismi sovranazionali e privati come B.C.E. o F.M.I.; attualmente, invece, lo Stato restringe la spesa pubblica, optando per una politica monetaria restrittiva al posto di una politica monetaria espansiva.
Inoltre, in una situazione di pieno controllo della moneta nelle mani dello Stato, l'inflazione sarebbe una paura infondata quanto inesistente.
Una prova storica fu la Germania diretta dal ministro dell'economia Schacht (di origini ebree, ma al servizio del potere nazista di cui, però, ne ripudiava l'ideologie razziste), che dal 1935 in poi, ossia da quando la Germania cominciò a stampare una moneta libera dal debito e dagli interessi, avviò la sua travolgente ascesa dalla depressione alla condizione di potenza mondiale in soli 5 anni, creando nuovi posti di lavoro e salvando dalla disoccupazione ben 12 milioni di tedeschi. La Germania finanziò la spesa pubblica del suo paese e tutte le operazioni belliche, dal 1935 al 1945, senza aver bisogno di oro né di debito.
Un esempio più recente è il Giappone, dove non a caso il governo ha uno stretto controllo sulla banca centrale giapponese (la B.o.J.) e sull'emissione monetaria: da diverso tempo si procede a forti immissioni di liquidità (parliamo di una base monetaria che continuerà a crescere di 60-70 mila miliardi di yen l’anno, ovvero 645-755 miliardi di dollari) per finanziare la spesa pubblica e, nonostante ciò, l'inflazione si è ridotta in un anno, passando dallo 0,3% di febbraio 2012 al -0,6% di febbraio 2013. Per immettere liquidità nel sistema, il governo giapponese invece di indebitarsi ulteriormente (il rapporto tra debito e Pil in Giappone è oltre il 240 per cento) delega alla banca centrale il compito di stampare moneta e immetterla nell’economia acquistando il debito pubblico, sia breve sia a lunga scadenza.
Giusto per confrontare un po' di dati: l'Italia ha più dell'11% di disoccupati su una popolazione di circa 60 milioni di abitanti; il Giappone ha il 4,2% di disoccupati su una popolazione di 127 milioni di abitanti (il doppio di quella italiana); nonostante tutto il rapporto debito pubblico\Pil giapponese è circa il doppio di quello italiano.
Ma c'è di più. Ad avvalorare la tesi secondo cui non si generi inflazione stampando moneta connessa alla produzione di beni\servizi (ossia aumentando la spesa pubblica) è addirittura la banca centrale americana,la Federal Reserve. La FED ha pubblicato una lettera economica in cui affronta l’argomento della correlazione tra base monetaria e inflazione, evidenziando come l’aver triplicato la base monetaria dal 2008 non abbia generato maggiore inflazione.
Queste sono tutte argomentazioni teoriche e pratiche che non hanno spazio nè in dibattiti politici o televisivi, nè tanto meno nella dottrina accademica, ridotta a diffondere le nefaste teorie liberiste\neoclassiche che ci hanno condotto all'attuale recessione economica che stiamo vivendo.
Le soluzioni per uscire da questa crisi economica esistono; bisogna solo scegliere se applicarle, oppure continuare a veder crescere il numero delle imprese che chiudono i battenti e restare inermi dinanzi la tragicità dei suicidi per insolvenza, allietandosi però di avere un basso livello di inflazione.
Salvatore Tamburro
sabato 13 aprile 2013
Mastropasqua, solo un prestanome del sistema ?
I 25 tentacoli di Antonio Mastropasqua: dall’Inps ad Equitalia
Il conflitto di interessi che circonda il presidente dell'Inps Antonio Mastropasqua è davvero enorme e di sicuro non tutela i cittadini.
Eh sì, perchè Antonio Mastropasqua in materia di lavori è un vero recordman, imbattibile, nessuno “lavora” più di lui.
Antonio Mastropasqua è un conflitto di interessi in carne ed ossa, un uomo che colleziona incarichi e cariche di alto livello, e ovviamente gli stipendi ad esse collegati.
Ormai la sua figura, il suo nome e la sua carriera sono criticati da più e più parti, soprattutto da quando Inpdap e Enpals sono stata accorpate, nello stesso ente, e Mastropasqua, già presidente dell’Inps, è stato chiamato a coprire l’incarico di punto di riferimento della Idea Fimit in sostituzione di Paolo Crescimbeni dopo le sue dimissioni.
Idea Fimit, una società che ha appena un anno di vita, vede come suoi azionisti anche Inpdap e Enalps, e proprio il ruolo azionario dei due enti ha reso necessaria la nomina di Mastropasqua.
Con questo nuovo e fresco incarico Mastropasqua dovrebbe essere arrivato a quota 25 tra i ruoli che ricopre all’interno di presidenze, vice presidenze, presenze all’interno dei consigli di amministrazione et similia.
I tanti incarichi di Mastropasqua
Ricordiamo quali incarichi ricopre il tentacolare Antonio Mastropasqua: oltre ad essere presidente dell’Inps (nomina che gli è venuta direttamente dal Governo, non importa da quale, basti sapere che è una nomina governativa), tra le varie presidenze e vice presidenze, c’è anche Equitalia, Equitalia Nord, Equitalia Centro, Equitalia Sud.
Poi il nostro straordinario recordman è dirigente anche dirigente di Italia Previdente, di Eur Spa, di Eur Tel, di Eur Congressi Roma, di Coni servizi Spa, di Autostrade per l’Italia, di Fandango, di Telecom Italia Media; è inoltre all’interno del consiglio di amministrazione di Quadrifoglio, di Telenergia, di Loquendo, di Aquadrome e per finire presidente onorario di Mediterranean Nautilus Italy, di ADR Engineering, di Consel, di Groma, di EMSA Servizi, di Telecontact Center, di Idea Fimit SGR.
25 incarichi, che prima erano 55, ma sono stati ridotti
Nonostante la riduzione il potere nelle mani di questa persona è enorme; basti pensare a quante poltrone possa controllare dall’alto dei suoi incarichi.
Ma quello che viene da chiedersi e dove trovi il tempo per gestire tutti questi ruoli, per sedere su tutte queste poltrone.
E soprattutto una domanda sorge spontanea: quante mani deve avere per poter firmare assegni, documenti, relazioni, incarichi ecc…?
E quello che mi chiedo è: ma sarà davvero Mastropasqua a gestire tutti gli incarichi che è chiamato a ricoprire, o alla fine è solo un prestanome del sistema, della classe dirigente?
Link: http://www.investireoggi.it/finanza/i-25-tentacoli-di-antonio-mastropasqua-dallinps-ad-equitalia/#ixzz2QINI8Hsw
venerdì 12 aprile 2013
Rodotà: “Il Reddito di cittadinanza è un diritto universale”
Rodotà: “Il Reddito di cittadinanza è un diritto universale”
Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?Juncker ha mostrato più volte un’attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l’Ue si impegna a riconoscere il diritto all’assistenza sociale e abitativa e a garantire un’esistenza dignitosa ai cittadini. C’è un’assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall’approccio del salario minimo, o di quello del «reddito di sopravvivenza» di cui parla Monti nella sua agenda, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c’è solo la povertà crescente. Io credo che oggi la lotta all’esclusione sociale passi attraverso l’adozione del reddito di cittadinanza.
Quali sono le prime tappe del processo di una radicale riforma del Welfare?Ripristinare l’agibilità democratica nelle fabbriche; difendere il diritto del lavoro dalla privatizzazione strisciante che non è una fissazione della Fiom o di Maurizio Landini; una nuova legge sulla rappresentanza sindacale ma soprattutto ripristinare il diritto all’esistenza che passa attraverso il reddito di cittadinanza. È una questione di cui non possiamo liberarci né con un’alzata di spalle come ha fatto Carlo Dell’Aringa, ma anche dicendo che il contratto funziona bene, il sindacato fa la sua parte, mentre invece nella società c’è più di qualcosa che non funziona. Dobbiamo pensare a una trasformazione radicale, proprio come accadde con lo Statuto dei lavoratori. Perché non dovrebbe accadere oggi?
conversazione con Stefano Rodotà di Roberto Ciccarelli, da il manifesto, 12 gennaio 2013
http://temi.repubblica.it/micromega-online/rodota-il-reddito-di-cittadinanza-e-un-diritto-universale/?printpage=undefined
«In Europa - sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore del recentissimo "Il diritto di avere diritti" - siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l’istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».
«In Europa - sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore del recentissimo "Il diritto di avere diritti" - siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l’istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».
Riesce ancora a mantenere una fiducia ammirevole nelle istituzioni europee e a non considerarle solo come l’emanazione diretta della Bce o della volontà tedesca di imporre politiche anti-inflattive e di rigore nei bilanci pubblici. Come mai?Ma perché l’Europa non può essere ridotta solo alle politiche dell’economia che assorbe tutte le altre dimensioni. Non è possibile ricordarsi degli aspetti virtuosi dell’Europa solo quando interviene per sanzionare i licenziamenti di Pomigliano oppure la legge italiana sul testamento biologico e dimenticarli quando impone di considerare l’economia come il Vangelo, con questa idea di mercato naturalizzato. L’Europa è un campo di battaglia. Io stesso ricordo la fatica di introdurre nella Carta di Nizza i principi di solidarietà e uguaglianza che prima mancavano.
Susanna Camusso (Cgil) sembra avere tutt’altra idea sulla proposta di Juncker e ha escluso il «salario minimo» perché danneggerebbe la contrattazione nazionale. Come lo spiega?Capisco la sua volontà di salvaguardare la dimensione contrattuale, ma la trasformazione strutturale che viviamo ci obbliga ad andare oltre questo orizzonte. Il tema capitale e ineludibile è il reddito universale di cittadinanza. Martedì 15 a Roma presentiamo il libro Reddito minimo garantito del Basic Income Network dove discuteremo anche le proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, persone tutt’altro che ascrivibili ad un’orizzonte estremista. Il reddito è uno strumento fondamentale per razionalizzare un sistema altamente disfunzionale e sgangherato come quello italiano sulle protezioni sociali. Nei primi giorni di governo l’aveva citato anche Elsa Fornero, poi ha abbandonato questa prospettiva.
Di solito la sinistra e i sindacati considerano il reddito come un ammortizzatore sociale. Lei ritiene che sia un approccio corretto?Assolutamente no. Oggi non è più possibile considerarlo come uno tra i tanti ammortizzatori sociali perchè dobbiamo cominciare a lavorare sulla distribuzione delle risorse. L’idea degli ammortizzatori sociali riflette un modo di guardare al precariato come un problema sostanzialmente transitorio che l’intervento dei governanti farà rientrare in una situazione di normalità. Oggi non è più così e il reddito è una precondizione della cittadinanza, uno strumento per affermare la pienezza della vita di una persona. Riguarda anche i lavoratori che si trovano in difficoltà, ma è un diritto di tutti i cittadini.
Perchè forse allora c’era l’autunno caldo, la migliore cultura giuslavoristica con Giugni, Romagnoli, Mancini sostenne l’avanzata del movimento operaio. Oggi non è così…C’è una certa sordità del sindacato perché ritiene che gli strumenti acquisiti siano sufficienti per fronteggiare qualsiasi situazione. Ricordo che Romagnoli gli ha rivolto critiche molto severe quando abbiamo elaborato e firmato il referendum contro le modifiche all’articolo 18 e contro l’articolo 8. In generale trovo spaventoso constatare i guasti della progressiva emarginazione del dialogo con la cultura politica. E questo non accade solo nel mondo del lavoro.
(12 gennaio 2013)
giovedì 11 aprile 2013
Quirinale, l’influenza di Washington
Da Lockheed a Bilderberg quegli amici americani che “votano” per il Colle
Fonte: CONCITA DE GREGORIO, la Repubblica
Martedì 09 Aprile 2013 08:52 -
Quirinale, l’influenza di Washington
L’OMBRA dell’America è verde come il colore dei dollari. Tuona come le armi che varcano
l’oceano in perpetuo e spesso illecito commercio. Parla la lingua dei banchieri, la sola lingua
degli affari. Si affaccia sull’Italia dalla postazione mediterranea di Israele, si ammanta del
velluto della diplomazia quando riunisce a convegno i potenti del mondo, a centinaia e a porte
chiuse, in esclusive dimore in cui confortati da coppe d’argento colme di praline si discute di
come “favorire le relazioni economiche fra blocchi”.
DI SOLDI, in pratica. Di soldi e di chi li gestisce. C’è un momento esatto della storia in cui
tutto questo, di solito materia per complottisti appassionati della letteratura di genere, diventa
chiaro e inconfutabile. È un discorso pubblico. Quello che il senatore Frank Church fa al
Senato degli Stati Uniti mentre esibisce le prove – trascrive il
New York Magazine, siamo nel 1976 - che «la Lockheed corporation ha pagato tangenti in
almeno 15 paesi e in almeno sei ha provocato crisi di governo».
Uno di quei Paesi è l’Italia.
Il presidente in carica è Giovanni Leone. La Lockheed, colosso dell’industria aeronautica usa,
paga uomini di stato e di governo per piazzare i suoi aerei. Il loro delegato in Italia si chiama
Antonio Lefebvre.
Compare tra le carte uno scambio di assegni per 140 milioni fra Lefebvre e la signora Leone. Il
nome in codice del destinatario di quel denaro è – si dice a voce alta nelle aule del Senato
Usa – Antelope Cobbler. Ma forse c’è un errore di trascrizione, è gobbler non cobbler. In
questo caso sarebbe: chi mangia l’antilope. Una disdetta chiamarsi proprio in quel momento
Leone. I giornali deducono, è un massacro.
Più o meno negli stessi anni, a partire da un decennio prima, i soldi della Lockheed avevano
cominciato ad arrivare copiosissimi al principe consorte dei Paesi Bassi, Bernardo, in cambio
dell’acquisto di forniture di Starflighter e altre cortesie. Il Principe Bernardo è stato – per
coincidenza - il primo presidente della Bilderberg, associazione di finanzieri, banchieri, politici
e uomini di Stato fondata nel ’54 allo scopo di “favorire la cooperazione economica fra Stati
Uniti ed Europa”. I membri del gruppo, circa 130, si riuniscono ogni anno in un conclave a porte
chiuse. Sempre in un paese diverso, ogni 5 anni in America, sempre in primavera inoltrata. La
prossima riunione sarà forse vicino a Londra, forse la prima settimana di giugno. E’ un segreto.
Pochissimi gli italiani ammessi. Tra gli ultimi John Elkann, Gianni Letta, Franco Bernabè. Negli
anni e nei decenni
precedenti Tremonti, Monti, Draghi, Padoa Schioppa, Siniscalco, Prodi, finchè erano in vita
naturalmente gli Agnelli, l’ex ministro Ruggiero, prima ancora Giorgio La Malfa Claudio Martelli
Virginio Rognoni. Ogni tanto qualche giornalista, una volta Veltroni, una Emma Bonino. Ai
grandi gruppi economico-politici internazionali, alla finanza e dunque alla politica
nordamericana interessa molto e moltissimo chi governa, chi comanda, chi ha influenza in
Europa, e in subordine in Italia. Gli ambasciatori sono per loro missione di questo curiosi,
prediligono le anticipazioni. Ricevono politici in ascesa, annusano l’aria che tira. L’attuale
ambasciatore Thorne ha per esempio grandissimo interesse per Beppe Grillo e per il suo
movimento, interesse decuplicato dalla prospettiva eventuale di un referendum anti-euro
che, come si capisce, non arrecherebbe alcun danno alla supremazia del dollaro come
moneta di riserva. Reginald Bartholomev, ambasciatore dal ‘93 al ‘97, gli anni di Scalfaro, ha
raccontato poco prima di morire a Maurizio Molinari, era l’agosto del 2012, delle relazioni del
consolato di Milano con il pool di Mani pulite e delle sue con i leader politici: «Venne una
delegazione dc, erano tristissimi, sembrava un funerale». Prodi voleva essere ricevuto subito
da Clinton, ma non si poteva. Con Massimo D’Alema si sviluppò «un rapporto che sarebbe
durato nel tempo».
Gli ambasciatori sondano, fanno ricevimenti, conoscono i nuovi, coltivano l’interesse del loro
Paese. Sono in stretta relazione coi gruppi di affari e di discussione politica dove nascono
intese. Uno è il gruppo Bilderberg, un altro è l’entourage della banca d’affari Goldman Sachs
che si è avvalsa nel tempo dei consigli di Prodi, Draghi, Monti, Gianni Letta. Uno è l’Aspen,
che in Italia conta su Amato Prodi e D’Alema, un altro ancora è la Trilaterale fondata da
Rockefeller nel giugno del ‘73 con lo scopo di “favorire le relazioni fra Europa, Usa e
Giappone”. Monti l’ha presieduta fino al 2011. La frequentano la consulente per la politica
estera di D’Alema Marta Dassù, il giovane
Elkann, Enrico Letta, Carlo Pesenti, Guarguaglini, Sella di banca Sella, Sala di Intesa San
Paolo, vari esponenti di Confindustria. Molti anni fa Kissinger e Agnelli, oggi i loro eredi.
«Giulio Andreotti era amico personale di Rockefeller, il fondatore della Trilaterale. Moltissime
volte il banchiere lo ha pregato di fargli l’onore di partecipare ai loro incontri, posso
testimoniarlo – racconta Paolo Cirino Pomicino, vecchio dc – Andreotti non ha mai accettato
perché, diceva, la politica e i banchieri fanno mestieri diversi, è bene che non si mescolino».
Non è vero, non è questa la ragione. Questo era quel che Andreotti diceva, certo, ma ciò che
gli ebrei d’America non gli perdonavano era in realtà la sua attenzione alla causa palestinese –
tra le altre il suo essere filoarabo in nome di una ricerca del dialogo fra i popoli che nella
tradizione dc ha avuto un campione in La Pira. Il suo sguardo a un’altra parte di mondo, ad
altri interessi e, in Europa, ad altro tipo di famiglie che in quanto a potere e liquidità potevano
competere con i banchieri americani. Altre banche, in un certo senso, che gli consentivano di
dire agli Usa: no, grazie. Non è del resto un caso che Andreotti non sia mai stato eletto al
Quirinale. Dice ancora Pomicino, in procinto di presiedere al Parco dei Principi di Roma, il 12,
un convegno su “politica ed economia nel nuovo quadro politico”: «Senza le credenziali degli
americani e in specie delle grandi banche d’affari oggi nessuno può pensare di aspirare
seriamente al Quirinale. Del resto nessuno dei presidenti italiani è stato mai davvero sgradito
all’America. Anzi. Tutt’al più, quando era irrilevante, è stato ignorato».
Nessuno può farcela senza le credenziali giuste. E’ sempre stato così. Il primo pensiero di
Einaudi, appena insediato nel maggio ‘48, fu di mandare un telegramma amichevolissimo a
Truman. Quello di Gronchi di farsi perdonare dell’essere stato eletto coi voti del Pci, e
pazienza se la visita ad Eisenhower fu funestata da un’improvvida intervista preventiva in cui
Gronchi diceva che sarebbe stato utile riconoscere la Cina popolare e ammetterla all’Onu.
Henry Luce, proprietario del Time, ne riferì sul suo giornale. Sua moglie Claire Booth,
ambasciatrice in Italia, se ne lagnò con parole vivaci. Fu il Washington Post a liquidare la
questione: il presidente italiano non conta nulla, è solo decorativo. Con Segni comincia la
stagione del golpismo, sul fondo sempre sfuggente e viva l’ombra della rete atlantica. Prima il
tintinnar di sciabole del “Piano Solo”, ordito per la “tutela dell’ordine pubblico” allo scopo di
incarcerare “esponenti politici pericolosi”. Poi Saragat, tanto amato dal presidente Johnson,
compagno di battute di caccia di Licio Gelli e capo dello Stato al tempo del tentato golpe del
principe nero Junio Valerio Borghese. E’ nel settennato di Leone, s’è visto, che le reti di
intelligence iniziano a lasciare spazio alla più moderna legge degli affari. Scoppia lo scandalo
Lockheed, armi e tangenti. Le Br in Italia rapiscono Moro, Cossiga è ministro dell’Interno.
Quando sarà eletto presidente, dopo il settennato di Pertini, si ricomincerà a parlare di reti
misteriose e di oscuri finanziatori: il piano Stay Behind, conosciuto come Gladio, doveva
armare una rete di incursori pronti a respingere un eventuale tentativo di invasione sovietica.
Siamo alla fine degli anni Ottanta.
Alla fine di quel decennio arrivano Gorbaciov e la sua Perestroijka, la Russia non è più quella
di prima, nessuno sbarco in armi sembra più possibile. C’è Scalfaro, ora, al Quirinale. C’è il
ciclone di Mani Pulite che spazza via una stagione di politica corrotta per lasciare spazio ad
una generazione nuova. Più avvezza all’uso di mondo, alle relazioni internazionali, alla lingua
degli uomini d’affari. E’ dal denaro adesso, dalla finanza che passano gli interessi politici.
Cresce l’influenza delle agenzie di
brain storming, i conclave a porte chiuse, avanzano i tecnocrati. E’ ai banchieri che si ricorre
quando la politica tace o sobbolle di sue interne diatribe. Ciampi, una traiettoria politicamente
specchiatissima culminata in Bankitalia, è eletto all’unanimità e al primo scrutinio, salutato nel
’99 come salvatore della patria. Napolitano è a Monti che pensa quando deve tenere ferma la
rotta del Paese in un momento di crisi economica gravissima. Per la successione più d’uno
dice Draghi. Ma poi anche i banchieri finiscono, o hanno altro di più importante da fare. Ed è
sempre alla politica, alla fine, che bisogna tornare.
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