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domenica 23 giugno 2013
Berezovsky, l'oligarca russo in esilio, trovato morto
http://fractionsofreality.blogspot.it/2013/06/la-russia-tutela-i-suoi-interessi.html
FONTE
Tradotto e Riadattato da Fractions Of Reality
| Il Rothschild Cabalista Boris Berezovsky era il più implacabile nemico di Vladimir Putin! |
FONTE
Tradotto e Riadattato da Fractions Of Reality
Boris Berezovsky, il magnate russo in esilio, è stato trovato morto nella sua casa nel Surrey ,hanno riferito le agenzie di stampa.
Non c'erano informazioni immediate su come Berezovsky, che aveva 67 anni e che ha vissuto nel Regno Unito dal 2000, sia morto.
| La Russia Dice ai cittadini degli Stati Uniti di non mollare le loro armi: Abbiamo imparato dall'esperienza di combattere i progetti del settore bancario dei Rothschild! |
QUANDO Putin è stato eletto presidente della Russia , nel 2000, la nazione era in bancarotta. La Russia doveva 16,6 miliardi dollari al Fondo monetario internazionale diretto dai Rothschild, mentre il debito estero alla controllata dai Rothschild di Parigi e Londra, il Club dei creditori era di oltre 36 miliardi di dollari.
Ma Putin ha approfittato del boom attuale dei prezzi mondiali del petrolio reindirizzando una parte dei profitti di Gazprom, il più grande produttore di petrolio della Russia al fine di pagare il debito del paese.L'aumento continuo del prezzo del petrolio ha notevolmente accelerato la capacità della Russia di ripristinare la sovranità finanziaria.
Nel 2006 Putin aveva pagato il debito della Russia con i Rothschild. La dipendenza finanziaria della Russia sui finanzieri mafiosi era ormai finita. Putin ha quindi potuto gettare le basi per ciò che diventerà lo slogan del suo Partito della Russia Unita: Il Piano di Putin significa vittoria per la Russia. Questo Slogan continua a provocare agitazione e tensione, tanto è vero che i Banchieri più importanti sono molto nervosi ... dal 2007!~ politico Vel Craft
| Il Presidente dell'Islanda Ólafur Ragnar Grímsson ha fatto arrestare 10 banchieri di origine Rothschild. |
I media russi hanno riferito che Berezovsky era stato trovato morto nella sua vasca da bagno nella sua casa Surrey alle 11 il Sabato e che i medici legali erano presenti.
L'agenzia di stampa Interfax ha citato un parente, il quale non ha fatto il nome, come dire che la morte era avvenuta a casa sua.
E 'anche stato citato un avvocato russo per Berezovsky, Alexander Dobrovinsky, che ha confermato come è morto.
Berezovsky è stato a lungo un uomo ricercato in Russia ed è stato un avversario ostico del russo Vladimir Putin per più di un decennio. Egli ancora una volta è venuto alla ribalta l'anno scorso quando ha perso una azione legale di alto profilo contro il collega d'affari russo Roman Abramovich .
| Jacob Rothschild |
Miliardario Russo del petrolio: prima di essere arrestato avrebbe passato informazioni ai Rothschild
In questo caso, Berezovsky ha sostenuto di essere stato intimidito dal sig Abramovich nel vendere le quote azionarie della società petrolifera russa Sibneft.
Berezovsky sosteneva di essere stato danneggiato per 3 miliardi di Sterline ($ 4,7 miliardi). Tuttavia, il giudice ha stabilito in favore del signor Abramovich, con una formula di giudizio sferzante nei confronti Berozovsky, dicendo che è un testimone "intrinsecamente inattendibile".
Le spese legali di questo caso si pensa possano arrivare alla cifra 100 milioni di sterline e Berezovsky ha anche affrontato in passato spese di altre battaglie giudiziarie perse, oltre ad un divorzio.
Berezovsky è un ex broker molto potente del Cremlino, che è venuto alla ribalta dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991 e l'ascesa di Boris Eltsin. Ma le sue fortune sono diminuite drasticamente dopo che Putin si è affermato come presidente russo .
Berezovsky aveva aiutato Putin nel salire al potere fino al 1990. Ma Berezovsky finì nell'opposizione e poi si auto impose un esilio dopo che il nuovo presidente Putin consolidò il suo potere nel 2000.
Berezovsky è sopravvissuto a numerosi tentativi di assassinio. Era strettamente alleato di Alexander Litvinenko , l'ex agente del KGB ucciso dal polonio nel 2006. Litvinenko, è stato asserito da alcuni funzionari della sicurezza britannici senza nome, fu ucciso per volere dello Stato russo .
| Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin |
lunedì 17 giugno 2013
Sostenne la Lira turca più che la Fede. E si dannò
Prima di affrontare analisi e tranciare giudizi per pubblicarli sui media, non andrebbe dimenticato che la Turchia ha ottantacinque milioni di abitanti a schiacciante maggioranza musulmani, che è il secondo paese Nato per potenza militare, e soprattutto che ha una crescita economica media dal 2002 a oggi del 5,2 per cento annuo, cioè altissima agli standard europei. Insomma la Turchia ha un “curriculum” degno di una nazione che aspira a un ruolo di leader in un’area delicata com’è il Medio Oriente.

Stando così le cose appare quanto mai strano che quella che si era iniziata come una protesta contro l’abbattimento degli alberi di un parco - Gezi Parki - adiacente a piazza Taksim, nel cuore della Istanbul moderna, sia rapidamente cresciuta fino a diventare una rivolta contro il governo del premier Recep Tayyip Erdogan . Infatti, da più giorni la stampa internazionale racconta le battaglie urbane di piazza Taksim, denuncia la dura repressione delle forze dell’ordine non soltanto ad Istanbul, ma anche nella capitale Ankara.
«Se facciamo un paragone», ha commentato il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu alla tv privata Haber Turk , «il resoconto dei media internazionali sulle proteste di Piazza Taksim è diverso dalla realtà di ciò che accade». Eppure - è notizia recente - pare che la polizia abbia usato anche i getti urticanti, perché quelli che ne sono stati colpiti hanno cominciato ad accusare bruciori agli occhi e alla pelle. Sicuramente, lo scenario è degenerato dopo che è venuto meno ad Erdogan e al suo modello di Turchia il forte sostegno degli Stati Uniti.
Infatti, il vertice del maggio scorso tra il presidente americano e il premier turco sulla Siria, ma soprattutto sugli scambi economici tra Stati Uniti e Turchia ha dato risultati più ambigui di quanto sia emerso dall’ufficialità. Più che dalla guerra siriana, ora i sonni di Erdogan sono turbati dal rischio di un fiasco sul fronte economico che gli potrebbe essere in prospettiva fatale. Si tenga a mente che le sue vittorie travolgenti e quelle del partito islamico conservatore Akp si sono fondate in questo decennio proprio sui successi economici , non sulla religione o sui progetti di ricostituire una sfera di influenza neo-ottomana, come molti commentatori poco informati, sicuramente embedded si affannano a sostenere, seminando in Occidente paura e sgomento.
Come ho spiegato su Geopolitica, il premier Erdogan pur di mantenere alto il Pil ha aperto persino all’Iran. L’idea è chiara: offrire agli iraniani la licenza bancaria turca perché essi possano concludere le transazioni commerciali quando scatteranno le sanzioni internazionali contro la banca centrale iraniana, e inoltre perché essi possano con i proventi petroliferi finanziare le numerose società iraniane che operano in e dalla Turchia.
Non sono soltanto le grandi banche come la Tejarat Bank e la Pasargad Bank di Teheran a correre ad Istanbul, ma già più di duemila società commerciali persiane hanno aperto filiali in Turchia. Tant’è che sono diventati ormai moltitudine i turchi che sono partner commerciali e bancari degli iraniani. Sicché non ci vuol molto a capire la nevrosi di Israele che da anni si inventa pretesti per coinvolgere gli Stati Uniti in una guerra contro gli Ayatollah.
Stando così le cose, gli spasmi di protagonismo e d’ intraprendenza di Erdogan hanno cominciato ad irritare anche gli Stati Uniti. Ne è una testimonianza appunto l’incontro di Washington del 16 maggio scorso, durante il quale il premier aveva chiesto ad Obama che la Turchia non restasse fuori dalla Translatlantic Trade and Investment Partnership, il progetto di zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti. Ma il Presidente americano oggi più di quel giorno di maggio continua ad esitare, sebbene la sua esclusione potrebbe portare a una contrazione del 2,5 per centodel Pil turco.
E quindi c’è un legame tra la copertura dei media occidentali alle proteste turche, le previsioni di Goldman Sachs su un crollo dell’economia turca, e il fatto che il sistema bancario turco sia diventato l’interfaccia tramite cui l’Iran aggira le sanzioni economiche? Risponderebbero di sì tutti coloro che sostengono che al di sopra del reale c'è il possibile. A loro piace citare il verso 256 del Dhammaṭṭha-vagga, “l'uomo retto” del Cammino del Dharma: «Tranciare giudizi affrettati non fa di te un giudice; è saggio colui che discerne il giudizio giusto da quello sbagliato.».
www.vincenzomaddaloni.it

Stando così le cose appare quanto mai strano che quella che si era iniziata come una protesta contro l’abbattimento degli alberi di un parco - Gezi Parki - adiacente a piazza Taksim, nel cuore della Istanbul moderna, sia rapidamente cresciuta fino a diventare una rivolta contro il governo del premier Recep Tayyip Erdogan . Infatti, da più giorni la stampa internazionale racconta le battaglie urbane di piazza Taksim, denuncia la dura repressione delle forze dell’ordine non soltanto ad Istanbul, ma anche nella capitale Ankara.
«Se facciamo un paragone», ha commentato il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu alla tv privata Haber Turk , «il resoconto dei media internazionali sulle proteste di Piazza Taksim è diverso dalla realtà di ciò che accade». Eppure - è notizia recente - pare che la polizia abbia usato anche i getti urticanti, perché quelli che ne sono stati colpiti hanno cominciato ad accusare bruciori agli occhi e alla pelle. Sicuramente, lo scenario è degenerato dopo che è venuto meno ad Erdogan e al suo modello di Turchia il forte sostegno degli Stati Uniti.
Infatti, il vertice del maggio scorso tra il presidente americano e il premier turco sulla Siria, ma soprattutto sugli scambi economici tra Stati Uniti e Turchia ha dato risultati più ambigui di quanto sia emerso dall’ufficialità. Più che dalla guerra siriana, ora i sonni di Erdogan sono turbati dal rischio di un fiasco sul fronte economico che gli potrebbe essere in prospettiva fatale. Si tenga a mente che le sue vittorie travolgenti e quelle del partito islamico conservatore Akp si sono fondate in questo decennio proprio sui successi economici , non sulla religione o sui progetti di ricostituire una sfera di influenza neo-ottomana, come molti commentatori poco informati, sicuramente embedded si affannano a sostenere, seminando in Occidente paura e sgomento.
Come ho spiegato su Geopolitica, il premier Erdogan pur di mantenere alto il Pil ha aperto persino all’Iran. L’idea è chiara: offrire agli iraniani la licenza bancaria turca perché essi possano concludere le transazioni commerciali quando scatteranno le sanzioni internazionali contro la banca centrale iraniana, e inoltre perché essi possano con i proventi petroliferi finanziare le numerose società iraniane che operano in e dalla Turchia.
Non sono soltanto le grandi banche come la Tejarat Bank e la Pasargad Bank di Teheran a correre ad Istanbul, ma già più di duemila società commerciali persiane hanno aperto filiali in Turchia. Tant’è che sono diventati ormai moltitudine i turchi che sono partner commerciali e bancari degli iraniani. Sicché non ci vuol molto a capire la nevrosi di Israele che da anni si inventa pretesti per coinvolgere gli Stati Uniti in una guerra contro gli Ayatollah.
Stando così le cose, gli spasmi di protagonismo e d’ intraprendenza di Erdogan hanno cominciato ad irritare anche gli Stati Uniti. Ne è una testimonianza appunto l’incontro di Washington del 16 maggio scorso, durante il quale il premier aveva chiesto ad Obama che la Turchia non restasse fuori dalla Translatlantic Trade and Investment Partnership, il progetto di zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti. Ma il Presidente americano oggi più di quel giorno di maggio continua ad esitare, sebbene la sua esclusione potrebbe portare a una contrazione del 2,5 per centodel Pil turco.
E quindi c’è un legame tra la copertura dei media occidentali alle proteste turche, le previsioni di Goldman Sachs su un crollo dell’economia turca, e il fatto che il sistema bancario turco sia diventato l’interfaccia tramite cui l’Iran aggira le sanzioni economiche? Risponderebbero di sì tutti coloro che sostengono che al di sopra del reale c'è il possibile. A loro piace citare il verso 256 del Dhammaṭṭha-vagga, “l'uomo retto” del Cammino del Dharma: «Tranciare giudizi affrettati non fa di te un giudice; è saggio colui che discerne il giudizio giusto da quello sbagliato.».
www.vincenzomaddaloni.it
sabato 15 giugno 2013
MES: prima truffa da 60 miliardi
Un tetto da 60 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche tramite il Mes
L'Eurozona starebbe concordando di porre un tetto da 60 miliardi di euro per la ricapitalizzazione diretta delle banche tramite il Mes.
Non è ancora chiaro se la responsabilità finale per il prestito rimarrà del governo nazionale o del Mes – nonostante i prestiti saranno poi gestiti dalle istituzioni governative. La decisione finale verrà formalizzata all'Eurogruppo del 20 giugno.
L'Italia è una colonia tedesca
PRIMO PIANO
Lo dice Nigel Farage, europarlamentare inglese ed euroscettico. Il suo partito è secondo in Gb
L'Italia è una colonia tedesca
Letta fa poco perché anche lui è telecomandato da Berlino
di Costanza Rizzacasa d'Orsogna @CostanzaRdO
http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1830206&codiciTestate=1&sez=hgiornali&testo=&titolo=L%27Italia%20è%20una%20colonia%20tedesca
http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1830206&codiciTestate=1&sez=hgiornali&testo=&titolo=L%27Italia%20è%20una%20colonia%20tedesca
Enrico Letta? Non ho alcuna opinione su di lui. È un personaggio irrilevante. Un altro burattino. Nessuna offesa personale, per carità. Ma, oggi, chi è al potere in Italia non conta niente. Non comanda su nulla. L'Italia non è più uno Stato sovrano, ma una colonia della Germania».
In un'intervista a ItaliaOggi, Nigel Farage, leader e militante storico dello Ukip, il partito indipendentista britannico che vuole l'addio del Regno Unito a Bruxelles, nonché co-presidente, con il leghista Francesco Speroni, del gruppo Efd (Europa della Libertà e della Democrazia), che raccoglie i principali partiti euroscettici al Parlamento europeo, denuncia «il declino della politica italiana».
Dopo il trionfo alle Europee del 2009, quando era riuscito addirittura a superare i laburisti, imponendosi come seconda formazione politica del Regno, alle ultime elezioni amministrative, un mese fa, il suo partito ha registrato un nuovo, clamoroso boom, trasformando il voto in un avvertimento per la politica nazionale e per l'Europa. Un vero tsunami, che ora rischia di travolgere anche le prossime elezioni politiche.
In rete, gli anatemi contro l'euro, di Farage, carismatico quanto furbo, oltre che bravissimo a gestire i tempi del video, sono seguitissimi. E tra i suoi estimatori (oltre a milioni di donne inglesi, che secondo il Telegraph considerano Farage più affascinante di Cameron – perché la popolarità oggi è più sexy del potere, signora mia) non poteva mancare Beppe Grillo, che l'ha definito un «oratore straordinario». Una stima ricambiata, quella del leader del M5S per il politico britannico, e del resto Farage è definito da molti “il Grillo inglese”. Anche se, al di là dei toni infiammati e della comune avversione al progetto europeo, le posizioni dei due non sempre convergono.
Domanda. Proprio ieri il Financial Times si è scagliato contro Letta, definendolo “in letargo” e spronandolo a svegliarsi. Concorda con il giudizio del quotidiano?
Risposta. Purtroppo sì. Letta sta un po' dormendo, è vero. D'altronde, se sei un Paese membro dell'euro cosa puoi fare davvero? Assolutamente nulla. L'abbiamo già visto accadere con altri Paesi. Non importa chi è al governo, perché, tanto, non è quella persona a governare. L'incarico politico, come si conferiva ed era inteso una volta, non esiste più. Non sono gli italiani a decidere, né tantomeno il Presidente della Repubblica: è l'Europa. E se all'Europa un leader non piace, lo rimpiazzano.
D. Si riferisce alle dimissioni forzate di Berlusconi nel 2011?
R. Guardi, io credo che in politica, come nel calcio e nello spettacolo, arrivi il momento di ammettere a se stessi che è tempo di andare in pensione. Per il bene dell'Italia, per l'immagine del vostro Paese in Europa e nel mondo, spero che Berlusconi abbia giocato la sua ultima partita. Detto questo, la nomina di Monti a Presidente del Consiglio è stata l'azione più esecrabile che abbia mai visto dalla nascita dell'Unione Europea. Sconvolgente e vergognoso che un gruppetto di persone in Europa decida, secondo le loro convenienze per di più, chi deve guidare l'Italia. Un governo fantoccio. È stato un bruttissimo segnale. Ero disgustato. Come si sono permessi? Come lo avete permesso?
D. Ce lo chiede l'Europa, o meglio, la Merkel.
R. Proprio così. Viviamo in un'Europa dominata dalla Germania. L'Unione europea, che sotto un altro nome, dopo la Seconda Guerra Mondiale, era stata concepita per contenere il potere tedesco, oggi è controllata e tiranneggiata economicamente dalla Germania. Una situazione pericolosissima. E nessun Paese sembra avere la forza di ribellarsi. Anche se il sentimento antitedesco e antieuropeo sui temi economici cresce, come ad esempio in Francia. Ma c'è di più: l'Ue era stata disegnata per avvicinare i suoi popoli, un tempo divisi tra Est e Ovest. Invece ha creato nazionalismi. Oggi l'Europa è divisa tra Nord e Sud, e il razzismo e la xenofobia dilagano. A questo proposito vorrei ricordare che è stato su mia iniziativa che Mario Borghezio è stato espulso dal gruppo degli euroscettici al Parlamento europeo, dopo le dichiarazioni sul ministro Kyenge.
D. Ma lei pensa che l'Italia dovrebbe uscire dall'euro e dall'Ue?
R. Penso che Grecia, Spagna e Portogallo debbano uscire il più presto possibile dall'euro, se vogliono sopravvivere. Sull'Italia non ho certezze altrettanto forti. I vostri indicatori economici sono drammatici, è vero. Ma l'Italia versava in gravi difficoltà ben prima di entrare nell'euro, e, lasciandolo, non risolverebbe tutti i suoi problemi. Allo stesso tempo, uscire dall'euro permetterebbe al governo italiano di governare davvero, di non essere un governo fantoccio. E questo è fondamentale. Grillo ha ragione quando chiama al referendum sull'euro e sull'Ue, uno dei suoi cavalli di battaglia. È un dibattito necessario, se non altro per spingere gli italiani a prendere coscienza di cos'è davvero l'euro e cosa vi sta facendo. Per quanto mi riguarda, considero l'intera esperienza europea un totale fallimento.
D. Tra lei e Grillo c'è stima reciproca. Come giudica la débâcle del Movimento 5 Stelle alle ultime amministrative?
R. Credo sia naturale che un movimento partito dal nulla e arrivato al top in pochissimo tempo vada incontro ad alti e bassi. Quel 25% che Grillo ha preso alle politiche di febbraio, e che neanche lui si aspettava, denuncia la grande sete di cambiamento degli italiani. Una sete che non è stata soddisfatta. Ed è per questo che Grillo è stato punito dagli elettori alle amministrative: perché non ha tenuto fede alle aspettative di cambiamento che aveva creato e alimentato. Ma il partito è appena nato. Bisogna dargli tempo. Questa sconfitta, come pure le divisioni interne e l'incapacità di alcuni parlamentari, sono i classici problemi della crescita.
D. Molti però dicono che Grillo si sia stancato e cerchi una via d'uscita. Lei che ne pensa?
R. Voglio credere che non sia così. Grillo sta ricoprendo un ruolo molto importante nella politica italiana. L'Italia ha bisogno di un dibattito aperto e franco sul proprio futuro economico e politico. E il M5S oggi è l'unico che possa portare a questo dibattito.
giovedì 13 giugno 2013
Etienne Davignon, assassino di Lumumba ?
www.resistenze.org - popoli resistenti - congo - 10-06-13 - n. 457
David Cronin | michelcollon.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
03/06/2013
Dopo aver vissuto 18 anni in Belgio, ho ritenuto opportuno esaminare il suo passato coloniale, che è forse il suo presente. La mia ricerca non è che all'inizio, ma una cosa è evidente: i principali responsabili belgi si comportano ancora come se stessero tirando le fila in Congo.
Patrice Lumumba, il liberatore del Congo, fu assassinato nel 1961.
Il settimanale "Marianne", ha appena pubblicato i nomi di 10 persone coinvolte nell'assassinio di Patrice Lumumba, il primo dei primi ministri in Congo. Questo elenco, compilato da membri della famiglia Lumumba in una denuncia legale depositata a Bruxelles due anni fa, include il nome di Etienne Davignon, ex membro della Commissione europea e membro del Gruppo Bilderberg, cerchia ristretta favorevole alla globalizzazione dei mercati. Davignon lavorava al Ministero belga degli Affari esteri al momento dell'assassinio di Lumumba, quando trasmise un telegramma raccomandando di "mettere fuori" il Primo Ministro.
Oggi l'ottantenne Davignon è un lobbista di alto bordo dei circoli affaristici. La sua presenza nell'elenco indicato dagli eredi di Lumumba mi ha indotto a verificare se la sua attività attuale ha ancora a che fare con il Congo. La risposta è chiaramente sì!
Davignon è indicato da "Business Week", come ex titolare della carica di Consigliere e Vice Presidente della Umicore, una società mineraria già nota sotto il nome di Unione Mineraria dell'Alto Katanga, con interessi di sfruttamento della favolosa ricchezza mineraria del Congo, avviati già all'inizio del ventesimo secolo. Davignon ha anche ottimi rapporti con Jean-Luc Dehaene, l'inossidabile ex primo ministro belga, anch'egli membro del Consiglio di Amministrazione di Umicore.
Patrice Lumumba aveva avuto l'ardire di affermare che la ricchezza del Congo doveva avvantaggiare innanzitutto i suoi figli. Fu nel mese di giugno del 1960. Cinquantatre anni più tardi, il sottosuolo della provincia del Katanga è ancora sfruttato a beneficio di Umicore. Ci sono buone probabilità che il mio o il vostro smartphone, se ne avete uno, contengono minerali provenienti dal Congo. L'Umicore si approvvigiona di cobalto grazie alle miniere e ai minatori del Katanga, per rifornire il mercato di batterie, computer, automobili e prodotti chimici. Umicore è orgogliosa di gestire, con un'altra società, il 50% delle materie prime sul mercato delle batterie al litio (una risorsa essenziale per le apparecchiature elettroniche).
Corporate Knights - una rubrica del Washington Post - che sostiene il capitalismo pulito (che ossimoro!) ha classificato Umicore tra le 100 aziende più trasparenti del 2013.
Occorre essere dotati di uno spiccato senso dell'umorismo per osare qualificare come trasparenti le imprese attive nel settore minerario in Congo. Il Fondo monetario internazionale, che non condivide questo tipo di umorismo, ha detto che l'ammontare delle esportazioni di petrolio e minerali dal Congo per il 2009 è pari a 4,2 miliardi di dollari. Il governo di Kinshasa riceve solo 155 milioni di dollari statunitensi di tasse per quest'anno, pari al 4% del valore delle esportazioni.
Questo in un paese dove, come ha rilevato di recente l'"Africa Progress Report" pubblicato da Kofi Annan, dilaga tra la più alta malnutrizione al mondo, dove sette milioni di bambini non vanno a scuola. Il Congo è in fondo alla classifica dell'indice di sviluppo umano elaborato dalle Nazioni Unite, un paese devastato dalla guerra, dove il controllo della ricchezza mineraria del Katanga gioca un ruolo decisivo.
Lungi dall'essere screditata per il suo coinvolgimento nella tragedia congolese, la competenza di Umicore viene spesso ricercata. Così, la Commissione europea ha invitato Christian Hagelüken, rappresentante di Umicore, nel "gruppo di esperti" con la responsabilità di garantire l'accesso degli imprenditori alle materie prime. Un rapporto del 2010 redatto dal gruppo, ha identificato il cobalto e il tantalio congolesi, come due dei quattordici elementi essenziali fondamentali per lo sviluppo del settore dell'elettronica. Il rapporto ha insistito che devono essere intraprese azioni per prevenire "le distorsioni del commercio", espressione usata per definire l'obbligo di utilizzare queste risorse in primo luogo per i figli del Congo, come voleva Lumumba, piuttosto che per gli utenti di MP3.
Inutile dire come questi "esperti" abbiano fatto della propaganda attorno alla loro apparente preoccupazione per la trasparenza, lo sviluppo sostenibile e la tutela ambientale. A parte questo, la determinazione degli europei per tenere sotto controllo il Congo non è cambiata.
Quando si risolse a concedere l'indipendenza al Congo, alla fine degli anni cinquanta, il Belgio decise di tenere in mano le risorse minerarie del Katanga. Cosa che fece incoraggiando Moise Tshombe, rivale di Lumumba e governatore della provincia e sostenendo la secessione del Katanga dal resto del Congo.
La richiesta di Davignon di mettere fuori Lumumba ricorda da vicino il messaggio di Dwight D. Eisenhower, presidente degli Stati Uniti, ad Allen Dulles, capo della CIA, suggerendo la "eliminazione" di Lumumba.
Nel 1884, l'America è stato il primo paese a riconoscere le pretese del Congo belga. L'inizio di questo processo ha portato, secondo l'antropologo specializzato in Africa centrale, Jan Vansina, allo sterminio di una buona metà della popolazione congolese tra il 1884 e il 1920. Ciò significa che 10 milioni di vite sono state soppresse durante il regno di Leopoldo II, il sovrano dello stato del Congo, regnante nei dieci anni successivi.
Il libro "Congo" di David Van Reybrouck, recentemente pubblicato, mostra come il colosso alimentare Unilever si sia sviluppato a partire dallo sfruttamento dell'olio di palma congolese. A spese del popolo congolese sono state create delle fortune colossali. Se il Belgio di lì a dieci anni si è scusato per il suo ruolo nell'assassinio di Lumumba, non si è mai effuso sulla sofferenza del popolo congolese. E' improbabile che lo faccia fino a quando gli uomini d'affari belgi continueranno ad arricchirsi saccheggiando le risorse del Congo allegramente.
* Il libro di David Cronin "Corporate Europe: "Quanto il grande business definisce le politiche sul cibo, il clima e la guerra" sarà pubblicato nel mese di agosto da Pluto Press (www.plutobooks.com). Una versione di questo articolo è stata di recente pubblicata dalla New Europe (www.neurope.eu)
Tradotto da Oscar Grosjean, su richiesta di Investig'Action.
Il Belgio conduce ancora la danza in Congo
David Cronin | michelcollon.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
03/06/2013
Dopo aver vissuto 18 anni in Belgio, ho ritenuto opportuno esaminare il suo passato coloniale, che è forse il suo presente. La mia ricerca non è che all'inizio, ma una cosa è evidente: i principali responsabili belgi si comportano ancora come se stessero tirando le fila in Congo.
Patrice Lumumba, il liberatore del Congo, fu assassinato nel 1961.
Il settimanale "Marianne", ha appena pubblicato i nomi di 10 persone coinvolte nell'assassinio di Patrice Lumumba, il primo dei primi ministri in Congo. Questo elenco, compilato da membri della famiglia Lumumba in una denuncia legale depositata a Bruxelles due anni fa, include il nome di Etienne Davignon, ex membro della Commissione europea e membro del Gruppo Bilderberg, cerchia ristretta favorevole alla globalizzazione dei mercati. Davignon lavorava al Ministero belga degli Affari esteri al momento dell'assassinio di Lumumba, quando trasmise un telegramma raccomandando di "mettere fuori" il Primo Ministro.
Oggi l'ottantenne Davignon è un lobbista di alto bordo dei circoli affaristici. La sua presenza nell'elenco indicato dagli eredi di Lumumba mi ha indotto a verificare se la sua attività attuale ha ancora a che fare con il Congo. La risposta è chiaramente sì!
Davignon è indicato da "Business Week", come ex titolare della carica di Consigliere e Vice Presidente della Umicore, una società mineraria già nota sotto il nome di Unione Mineraria dell'Alto Katanga, con interessi di sfruttamento della favolosa ricchezza mineraria del Congo, avviati già all'inizio del ventesimo secolo. Davignon ha anche ottimi rapporti con Jean-Luc Dehaene, l'inossidabile ex primo ministro belga, anch'egli membro del Consiglio di Amministrazione di Umicore.
Patrice Lumumba aveva avuto l'ardire di affermare che la ricchezza del Congo doveva avvantaggiare innanzitutto i suoi figli. Fu nel mese di giugno del 1960. Cinquantatre anni più tardi, il sottosuolo della provincia del Katanga è ancora sfruttato a beneficio di Umicore. Ci sono buone probabilità che il mio o il vostro smartphone, se ne avete uno, contengono minerali provenienti dal Congo. L'Umicore si approvvigiona di cobalto grazie alle miniere e ai minatori del Katanga, per rifornire il mercato di batterie, computer, automobili e prodotti chimici. Umicore è orgogliosa di gestire, con un'altra società, il 50% delle materie prime sul mercato delle batterie al litio (una risorsa essenziale per le apparecchiature elettroniche).
Corporate Knights - una rubrica del Washington Post - che sostiene il capitalismo pulito (che ossimoro!) ha classificato Umicore tra le 100 aziende più trasparenti del 2013.
Occorre essere dotati di uno spiccato senso dell'umorismo per osare qualificare come trasparenti le imprese attive nel settore minerario in Congo. Il Fondo monetario internazionale, che non condivide questo tipo di umorismo, ha detto che l'ammontare delle esportazioni di petrolio e minerali dal Congo per il 2009 è pari a 4,2 miliardi di dollari. Il governo di Kinshasa riceve solo 155 milioni di dollari statunitensi di tasse per quest'anno, pari al 4% del valore delle esportazioni.
Questo in un paese dove, come ha rilevato di recente l'"Africa Progress Report" pubblicato da Kofi Annan, dilaga tra la più alta malnutrizione al mondo, dove sette milioni di bambini non vanno a scuola. Il Congo è in fondo alla classifica dell'indice di sviluppo umano elaborato dalle Nazioni Unite, un paese devastato dalla guerra, dove il controllo della ricchezza mineraria del Katanga gioca un ruolo decisivo.
Lungi dall'essere screditata per il suo coinvolgimento nella tragedia congolese, la competenza di Umicore viene spesso ricercata. Così, la Commissione europea ha invitato Christian Hagelüken, rappresentante di Umicore, nel "gruppo di esperti" con la responsabilità di garantire l'accesso degli imprenditori alle materie prime. Un rapporto del 2010 redatto dal gruppo, ha identificato il cobalto e il tantalio congolesi, come due dei quattordici elementi essenziali fondamentali per lo sviluppo del settore dell'elettronica. Il rapporto ha insistito che devono essere intraprese azioni per prevenire "le distorsioni del commercio", espressione usata per definire l'obbligo di utilizzare queste risorse in primo luogo per i figli del Congo, come voleva Lumumba, piuttosto che per gli utenti di MP3.
Inutile dire come questi "esperti" abbiano fatto della propaganda attorno alla loro apparente preoccupazione per la trasparenza, lo sviluppo sostenibile e la tutela ambientale. A parte questo, la determinazione degli europei per tenere sotto controllo il Congo non è cambiata.
Quando si risolse a concedere l'indipendenza al Congo, alla fine degli anni cinquanta, il Belgio decise di tenere in mano le risorse minerarie del Katanga. Cosa che fece incoraggiando Moise Tshombe, rivale di Lumumba e governatore della provincia e sostenendo la secessione del Katanga dal resto del Congo.
La richiesta di Davignon di mettere fuori Lumumba ricorda da vicino il messaggio di Dwight D. Eisenhower, presidente degli Stati Uniti, ad Allen Dulles, capo della CIA, suggerendo la "eliminazione" di Lumumba.
Nel 1884, l'America è stato il primo paese a riconoscere le pretese del Congo belga. L'inizio di questo processo ha portato, secondo l'antropologo specializzato in Africa centrale, Jan Vansina, allo sterminio di una buona metà della popolazione congolese tra il 1884 e il 1920. Ciò significa che 10 milioni di vite sono state soppresse durante il regno di Leopoldo II, il sovrano dello stato del Congo, regnante nei dieci anni successivi.
Il libro "Congo" di David Van Reybrouck, recentemente pubblicato, mostra come il colosso alimentare Unilever si sia sviluppato a partire dallo sfruttamento dell'olio di palma congolese. A spese del popolo congolese sono state create delle fortune colossali. Se il Belgio di lì a dieci anni si è scusato per il suo ruolo nell'assassinio di Lumumba, non si è mai effuso sulla sofferenza del popolo congolese. E' improbabile che lo faccia fino a quando gli uomini d'affari belgi continueranno ad arricchirsi saccheggiando le risorse del Congo allegramente.
* Il libro di David Cronin "Corporate Europe: "Quanto il grande business definisce le politiche sul cibo, il clima e la guerra" sarà pubblicato nel mese di agosto da Pluto Press (www.plutobooks.com). Una versione di questo articolo è stata di recente pubblicata dalla New Europe (www.neurope.eu)
Tradotto da Oscar Grosjean, su richiesta di Investig'Action.
Coalizione di sinistra anti-euro e anti-NATO
www.resistenze.org - popoli resistenti - lettonia - 11-06-13 - n. 457
Coalizione di sinistra anti-euro e anti-NATO vince le comunali lettoni
LibreRed | elpravda.blogspot.it
10/06/2013
Questi risultati rappresentano una battuta d'arresto per la Commissione Europea (CE), alla ricerca dell'ingresso del piccolo paese baltico nella zona euro dal 2014. La coalizione Saskaas Centrs si è schierata contro questa integrazione. In realtà la Lettonia ha già respinto attraverso un referendum avvenuto un decennio fa, l'entrata nell'euro.
Il risultato di Saskaas è stato eccellente, ottenendo il 23 per cento dei voti a Daugavpils, la seconda città più grande della Lettonia e il 48 per cento a Rezekne.
La scorsa settimana, Burkhard Balz, Membro del Parlamento Europeo di visita a Riga, ha riconosciuto che, anche se gli piacerebbe che la Lettonia entrasse nell'area dell'euro, nota un basso livello di sostegno tra i lettoni verso questa scelta.
Una coalizione anti-Euro e anti-NATO
A settembre 2011, dispacci diplomatici dell'ambasciata degli Stati Uniti a Riga trapelati dall'organizzazione Wikileaks, mostravano la preoccupazione di Washington per il crescente sostegno popolare alla coalizione Saskaas Centrs, nota per la sua posizione contro l'Euro e la NATO. In uno dei dispacci inviati dall'ambasciata statunitense a Riga, si avvertiva della "minaccia" che avrebbe potuto provocare alla sicurezza, agli affari esteri e all'economia il fatto che questa coalizione giungesse al potere .
Saskaas Centrs nasce nel 2005 ed è composta dal Partito Socialdemocratico e il Partito Socialista di Lettonia, di ideologia comunista, ma che è costretto a adottare questo nome a causa di una Legge che proibisce termini e simbologia comunista. Fin dalla sua istituzione, l'alleanza ha progressivamente aumentato il numero di voti fino al successo delle ultime comunali.
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