Agenzie di rating: mandanti ed esecutori piano discredito processo
Trani (OPi – 12.3.2015) Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia, e
l’economista Paolo Raimondi non sono gli unici a constatare che i
responsabili politici e governativi ed anche i media italiani stanno
trattando con troppa sufficienza, se non con ostilità, il processo in
corso presso il Tribunale di Trani nei confronti delle agenzie di
rating, la Standard and Poors’ e la Fitch. Tra maggio 2001 e gennaio
2012 esse resero pubbliche delle analisi che declassavano drasticamente
l’Italia e il suo debito pubblico, provocando un terremoto economico e
finanziario. Ciò, come è noto, fece schizzare lo spread, la differenza
tra i tassi di interesse dei bond italiani e di quelli tedeschi, fino a
575 punti.
Il comportamento delle suddette agenzie di rating era –
sottolineano I due economisti - consapevolmente viziato e, attraverso
un’informazione falsa e una tempistica manovrata, mirava a mettere in
ginocchio l’Italia e a destabilizzare l’intera Europa. Secondo noi erano
proprio l’Unione europea e l’euro i veri bersagli economici e
geopolitici degli attacchi speculativi. Chi cerca di denigrare il
sostituto procuratore di Trani, Michele Ruggiero, come un esagerato
complottista dovrebbe rileggere i dossier preparati dalle varie
commissioni americane sul ruolo nefasto delle agenzie di rating nel
favorire prima la crisi finanziaria globale più devastante della storia e
poi nel detonarla.
Il rapporto del 2011 della bipartisan “Financial
Crisis Inquiry Commission” di Phil Angelides, al termine di centinaia
di pagine piene di dettagli comprovanti le varie responsabilità degli
attori coinvolti, dice: “Sosteniamo che i comportamenti fallimentari
delle agenzie di rating siano stati le componenti essenziali nel
meccanismo della distruzione finanziaria. Le tre agenzie sono state gli
attori chiave del meltdown finanziario. I derivati emessi sulle
ipoteche, che sono al centro della crisi, non potevano essere piazzati
né venduti senza il loro bollino di approvazione. Senza le agenzie di
rating la crisi non ci sarebbe stata.“
Anche la Commissione
d’indagine del Senato americano, guidata da Carl Levin e Tom Coburn, nel
rapporto “Wall Street and the Financial Crisis: The Role of Credit
Rating Agencies” del 2010 scriveva:” La Commissione ha provato che le
suddette agenzie di rating hanno permesso a Wall Street di influenzare
le loro analisi, la loro indipendenza, la loro reputazione e la loro
credibilità. E lo hanno fatto per soldi.. Esse hanno operato con un
inerente conflitto di interesse in quanto venivano pagate dagli stessi
istituti che emettevano i titoli a cui loro davano il rating.”
Secondo noi – affermano inoltre Lettieri e Raimondi - è rilevante il
fatto che a Trani anche la banca americana Morgan Stanley, uno dei
colossi della speculazione in derivati otc, sia stata messa sul banco
degli imputati. Essa era azionista della S&P e, proprio nel mezzo
dello sconquasso provocato dal declassamento del rating dell’Italia,
mise all’incasso un derivato sottoscritto con il Tesoro italiano nel
1994. Si trattava di un classico derivato capestro che, a seguito
dell’impennata dei tassi di interesse, era arrivato fino a 2 miliardi e
mezzo di euro. Nel corso del 2012 il governo italiano pagò senza
fiatare. Quei dirigenti che sollevarono dubbi e richieste di ulteriori
valutazioni vennero zittiti. La Morgan Stanley avrebbe portato, a
giustificazione della repentina richiesta di monetizzazione del
derivato, supposte pressioni fatte dalle autorità di vigilanza americane
e inglesi che avrebbero ritenuto inaccettabile l’esposizione della
banca con l’Italia. Anche in questo caso emerge chiaramente il conflitto
di interesse tra l’agenzia di rating e la banca in questione. Era una
cosa risaputa e generalizzata. Perciò si rende ridicolo, se non peggio,
chi sostiene di non aver saputo di una tale commistione di interessi!
Già nel 2006 analizzammo e pubblicammo le strutture di controllo delle
agenzie di rating per evidenziare, ancora prima del fallimento delle
Lehman Brothers, come le “tre sorelle” fossero compenetrate e
teleguidate dalla grande finanza globale.
Non era certamente
proibito, ma era sorprendente trovare nei direttivi delle agenzie di
rating uomini che provenivano dalle grandi banche impegnate nella
speculazione con derivati finanziari ad altissimo rischio. Ad esempio,
la Standard & Poor's (S&P) è una controllata della
multinazionale McGraw-Hill Companies, il colosso delle comunicazioni,
dell'editoria, delle costruzioni che è presente in quasi tutti i settori
economici. Allora era guidata dal presidente della Citigroup Europa,
dal presidente della Coca Cola, della BP, ecc., nonché partecipata anche
dalla citata Morgan Stanley.
La ragione vera degli attacchi contro
il lavoro del sostituto procuratore Ruggiero, secondo noi, è dovuta al
fatto che a Trani si sta celebrando il primo, e finora unico, vero
processo a livello internazionale nei confronti delle agenzie di rating.
Nemmeno negli Stati Uniti si sono tenuti dei validi processi contro di
loro. Anche per questa considerazione sarebbe stato opportuno che il
governo italiano si fosse costituito parte civile nel processo di Trani.
Se a Trani le agenzie di rating dovessero essere condannate allora si
potrebbe avere ovunque un’ondata di casi legali contro le stesse. Le
richieste di risarcimento sarebbero di proporzioni gigantesche.
Probabilmente emergerebbero anche tante verità sui giochi e sulle
manipolazioni delle grandi banche. Ecco perché – sottolineano infine
Lettieri e Raimondi - la finanza mondiale sta facendo di tutto per far
passare sotto silenzio il processo in questione.
Scopri la storia nascosta e i piani che manipolano la finanza e il potere globale.
venerdì 13 marzo 2015
martedì 10 marzo 2015
Trani, agenzie di rating: un processo e domande scomode
Un processo e domande scomode
di Sergio Rizzo
Corriere della Sera, prima pagina, 9 marzo 2015
Al
processo di Trani contro le agenzie di rating accusate di manipolazione
del mercato per i declassamenti del nostro debito pubblico avvenuti nel
2010 e nel 2011 il governo italiano non si è costituito parte civile,
sollevando pesanti critiche della destra. Critiche, riteniamo, non
proprio campate in aria.
In un suo recente parere
l’Avvocatura dello Stato ha affermato: «La costituzione di parte civile
risulta opportuna qualora vengano in rilievo interessi pubblici,
patrimoniali e non patrimoniali, di rilevanza talmente elevata da
postulare come necessario l’affiancamento del pubblico ministero nel
processo penale». E in questo caso gli interessi patrimoniali dello
Stato non si possono certo definire irrilevanti, a cominciare
dall’aggravio della spesa per interessi che quelle decisioni hanno
causato.
La pubblica accusa ha sottolineato
che dopo il declassamento da parte di Standard & Poor’s da A a BBB+
del debito italiano, il governo di Mario Monti dovette pagare in base a
una clausola del contratto di finanziamento ben 2,5 miliardi di euro
alla Morgan Stanley. Banca d’affari americana che è fra gli azionisti di
Mc Graw Hill, proprietario della medesima agenzia di rating.
Andrebbe però pure ricordato che
all’epoca dei fatti nessun leader politico di spicco prese la faccenda
sul serio: né a destra, né a sinistra. D avanti al fatto che a indagare
fosse un pubblico ministero, Michele Ruggiero, di una procura di
periferia come quella di Trani, facevano tutti spallucce. Tutti, tranne
il deputato del Pd Francesco Boccia, pugliese, che invocò invano la
costituzione di un’agenzia di rating europea per liberarsi dal giogo
delle società americane, e tranne il suo collega del Pdl Francesco Paolo
Sisto, pugliese anch’egli, che capitanò un manipolo di onorevoli del
centrodestra pronti a costituirsi loro parte civile.
Fecero spallucce anche uffici giudiziari
ben più blasonati. L’inchiesta, come spesso accade in Italia, partì da
un esposto presentato da alcune associazioni dei consumatori nel quale
si sosteneva che i declassamenti del debito italiano erano funzionali a
un’enorme speculazione ai nostri danni orchestrata dai colossi
finanziari in combutta con le agenzie di rating. La denuncia era stata
recapitata a una decina di procure della Repubblica, da Roma a Milano,
ma soltanto quella di Trani la prese in considerazione. Beccandosi anche
in seguito gli sfottò di influenti magistrati che l’accusavano neanche
troppo velatamente di protagonismo. Convinti com’erano, evidentemente,
che tutto sarebbe a finito in una bolla di sapone. Si sbagliavano di
grosso: l’inchiesta è sfociata nel rinvio a giudizio di due analisti di
Fitch e di sei esperti di Standard & Poor’s. Siamo dunque nuovamente
alla decisione del governo di non costituirsi parte civile. Su quella
storia si possono avere opinioni politiche diverse. Anche ritenere il
procedimento infondato. Magari tutto si concluderà con un’assoluzione e
gli imputati ne usciranno immacolati. Glielo auguriamo di cuore. Ma si
dà il caso che ci sia un processo in corso nel quale gli interessi dello
Stato non sono affatto trascurabili.
Indipendentemente dal dibattimento e
dai suoi esiti, qui si pone tuttavia un’altra serie di problemi. Che le
valutazioni delle agenzie di rating siano talvolta basate su stime così
datate nel tempo da risultare poco aderenti alla realtà del momento in
cui avviene il declassamento, è stato oggetto di ampia discussione. Come
è conclamato che in capo a quelle società s’intreccino conflitti
d’interessi mai risolti, capaci di gettare ombre sulle decisioni.
Basterebbe rammentare le figuracce rimediate nei casi Enron e Parmalat.
Elementi di cui tutti i governi sono sempre stati a conoscenza, e che
avrebbero dovuto consigliare in questo frangente maggiore prudenza e
minore indifferenza.
Il fatto è che l’inchiesta di Trani
dovrebbe spingere a fare finalmente luce su quelle vicende del
2010-2011 anche i loro protagonisti. Per sgombrare il campo, se non
altro, dai sospetti sorti in questi anni alimentando l’idea che la
finanza sia diventata soltanto un gioco di biechi complotti.
Alcuni sospetti certamente risibili, come il fatto che il declassamento fosse parte di un disegno planetario ordito per far cadere il governo di Silvio Berlusconi e sostituirlo con un esecutivo prono ai diktat di Berlino e agli interessi degli speculatori mondiali.
Alcuni sospetti certamente risibili, come il fatto che il declassamento fosse parte di un disegno planetario ordito per far cadere il governo di Silvio Berlusconi e sostituirlo con un esecutivo prono ai diktat di Berlino e agli interessi degli speculatori mondiali.
domenica 8 marzo 2015
giovedì 5 marzo 2015
Mario Draghi fugge dal Parlamento Europeo
CARI BUROCRATI, QUANTO E' RUMOROSA LA NOSTRA VOCE?
pubblicato il 26.02.15 09:08
Il Parlamento Europeo non riesce più a tollerare il comportamento dei burocrati. Serviti, riveriti e osannati per decenni, ora la musica sta cambiando. I gruppi contro la tecnocrazia non intendono passare la mano e continueranno a portare la voce di milioni e milioni di cittadini europei dentro le aule che contano.
Avete presente quando, alla fine di una discussione, improvvisamente vi viene in mente tutto quello che avreste potuto dire per ribattere al contraddittorio? Ecco, non è questo il caso. Perché nell'intervento che vi riportiamo del portavoce Marco Zanni, è stato detto tutto quello che milioni e milioni di persone vorrebbero dire al presidente della Banca Centrale Europea, ieri nella seduta plenaria di Bruxelles.
Alle non risposte, questa volta, anche la voce della Grecia si è fatta sentire con l'europarlamentare Notis Marias, vicepresidente del gruppo ECR. E' stato lui a interrompere lo sproloquio del governatore volto a nascondere sotto la sabbia (leggasi i 4 mesi di proroga agli ellenici) una polveriera che ha già messo a nudo l'intero sistema.
L'incontro, tra l'incredulità generale, si è interrotto con abbondante anticipo quando Mario Draghi ha deciso di andarsene lasciando tutti a discutere con un fantasma.
Caro presidente, è così rumorosa la voce di milioni di cittadini?
L'intervento di Marco Zanni con Mario Draghi, presidente BCE:
L'intervento di Marco Valli con Jeroen Dijsselbloem, presidente Eurogruppo:
Intanto, ieri, Varoufakis ha espresso una velata preoccupazione per il rimborso dei prestiti al FMI in marzo che ammontano ad 1,6 miliardi di euro. Infatti non sembrano esserci risorse disponibili, anche perché il programma di estensione è ancora in corso di definizione. L'idea del Ministro greco per ripagare il FMI ricalca la polemica di ieri al Parlamento Europeo, cioè la restituzione da parte della BCE degli utili sui bond greci acquistati nel programma SMP che ammonterebbero a 1,9 miliardi di euro. Questa disponibilità vorrebbe essere usata dal governo greco per ripagare i prestiti di Marzo. Ma il buon Draghi ha già detto "nein".
Ecco le scadenze di marzo per il governo greco:
6 Marzo: maturano €1,4 miliardi T-Bills da rimpiazzare con nuove immissioni;
6 Marzo: Repay €300 milioni al FMI;
13 Marzo: Repay €350 milioni al FMI;
13 Marzo: maturano €1,6 miliardi T-Bills da rimpiazzare con nuove immissioni;
16 Marzo: Repay €580 milioni al FMI;
20 Marzo: Repay €350 milioni al FMI;
20 Marzo: maturano altri €1,6 miliardi T-Bills sempre da rimpiazzare con nuove immissioni.
In totale si parla di 1,6 miliardi di euro da ripagare al FMI, e 4,6 miliardi da rifinanziare con nuovi T-Bills. Inoltre iniziano ad uscire le prime stime ancora non precise di parte del programma Tsipras presentato alla Troika, molto utopico a livello di lotta all'evasione (su 7 miliardi di evasione accertata prevede di recuperarne 2 miliardi) e non quantificabile a livello di tempistica; probabilmente non sarà sufficiente per FMI, BCE ed Europa, infatti verranno inserite le privatizzazioni (partita ancora aperta) e verra discusso il rialzo dell'IVA per rientrare nei parametri richiesti.
Ecco le stime di entrate/uscite del suo piano:
Entrate:
Riscossione tasse in ritardo: € 3 miliardi;
Contributi previdenziali: € 1,5 miliardi;
Evasione fiscale (azione sulla piccola evasione, i grandi capitali già scappati): €2 miliardi su € 7 miliardi su 3500 casi confermati;
Contrabbando: contrabbando di carburante €1,5 miliardi e tabacco €800 milioni.
Uscite:
Sistema bancario: €2 miliardi per una bad bank per raccogliere i NPL (non performing loans);
Crisi umanitaria: €1.32 miliardi (pochissimo rispetto a promesse elettorali);
Amministrazione: tagli del 20% sull'approvvigionamento con un sistema comune per i governi locali e ospedali quantificato in €1 miliardo.
PER APPROFONDIRE:
- Quattro mesi per vendere il vendibile. Ma l'unica via rimane #Grexit
- Chi comanda in Europa? Parla un testimone dei negoziati
- L'obbedienza alla Germania che pagheremo caro
- Eurogruppo, svelato il gioco sporco dei tedeschi
lunedì 2 marzo 2015
domenica 1 marzo 2015
giovedì 26 febbraio 2015
L’ABI E LE RISORSE NASCOSTE DEL BANKING
L’ABI E LE RISORSE NASCOSTE DEL BANKING:
Dedicato ai bancari e ai loro sindacalisti, che lottano contro il degrado del contratto di lavoro
Posted on 08/02/2015
Si
è aperta una non rosea stagione di trattative sindacali. ABI ha
disdetto il contratto nazionale di lavoro dei bancari adducendo esigenze
di innovazione nei servizi e risparmio sul personale, a seguito di un
calo degli utili in uno scenario generalmente depresso e di
deterioramento dei crediti. Quindi, o meno salario, o meno occupazione.
Ma questo principio si può e si deve concretamente rovesciare, perché la
torta è… più larga di quanto si è abituati a pensare, e di quanto
vorrebbe far intendere il documento denominato Posizione ABI sui temi principali del rinnovo contrattuale, “Perimetro contrattuale” e trattamento economico.
Col
presente articolo intendo fornire conoscenze che cambiano
strutturalmente e in positivo le premesse delle trattative, rivelando
risorse scientificamente accertate e insite nel banking, da diffondere
tra i colleghi bancari e adoperare energicamente nel negoziato, siccome
esse sono utili per ripensare tutta la situazione, e la loro attuale
propagazione fa prevedere l’imminente richiesta di una profonda
rettifica del modo di redigere il bilancio bancario, particolarmente in
fatto di utili.
Non
bisogna lasciarsi ingabbiare nella vulgata ABI della realtà aziendale
(e con “vulgata” non mi riferisco al solo documento succitato, ma al
complesso della dottrina economico-finanziaria che essa ha sposato), dal
suo piano di psicologia aziendale applicato… a voi, lavoratori
dipendenti.
Questa
vulgata è formulata per impedire di parlare e persino di pensare su
molti aspetti della realtà e per imporre una formulazione dei problemi
in una chiave tale da pre-determinare, come esito, lo schiacciamento dei
diritti e delle prospettive professionali, che è l’obiettivo datoriale.
Un obiettivo che può essere raggiunto combinando due cose che gli
ultimi governi (non eletti) hanno donato ai datori di lavoro: il diritto
di cambiare le mansioni ai dipendenti (fungibilità) e il diritto di
licenziare (quindi di porre i dipendenti sotto la minaccia di
demansionamento e licenziamento). E’ prevedibile – proprio perché la
controparte datoriale già si è preparata nel 2014 sia con una massiccia
campagna di schede di valutazione negative, sia lamentando un problema
di professionalità del personale bancario – che fra qualche tempo
partirà un’ondata strumentale di spostamenti mansionali arbitrari,
diretta a far apparire professionalmente inidonei anche coloro
che sono invece idonei alle mansioni in cui sono stati formati e
collocati, ma non nelle nuove mansioni (ad esempio, il funzionario
addetto alla qualità del credito che viene ri-mansionato agestore
affluent, o viceversa), allo scopo di creare il presupposto per
licenziare. Sarà così possibile sbarazzarsi del personale ritenuto in
eccesso o troppo costoso, e passare a una massiccia esternalizzazione
attraverso società controllate che riservano al personale un trattamento
di stretto risparmio – perché questo è il modello generale: comprimere i
diritti salariali, previdenziali etc. dei dipendenti per migliorare i
bilanci in funzione del mercato finanziario, ignorando quello
macroeconomico, nel quale già si vede che questa politica del lavoro
produce collasso dei redditi, della domanda aggregata, quindi dei ricavi
e della solvibilità: una spirale recessiva.
Questo
dovrebbe essere sempre tenuto e fatto presente: soprattutto se
applicata per singole aziende, senza una visione aggregata, la logica
del libero mercato finanziario produce disastri sul piano economico,
cioè della produzione, dell’occupazione, dei redditi, perché è una
logica di breve termine, di bilancio, che persegue ciecamente la
compressione dei costi e trascura gli effetti distruttivi di lungo
termine, sull’economia reale (tanto più che la finanza speculativa
guadagna proprio sulle oscillazioni, sugli shock, non sulla stabilità,
quindi non è da seguire). ABI non ha il diritto di agire con questa
logica, siccome è un’associazione di imprese che esistono perché lo
Stato ha dato loro la licenza bancaria ed esercitano in via esclusiva
una funzione eminentemente pubblica, in virtù di una pubblica licenza
bancaria, cioè la creazione e regolazione del credito l’economia
nazionale, per la quale la finanza è un mezzo, non il fine; quindi ABI
ha il dovere di agire con un’ottica nazionale, di lungo termine, con
riguardo all’economia reale. Che non è quella del bilancio e della
finanza.
Per
rompere lo schema e uscire da questa gabbia concettuale, da questa
prospettiva falsata ad hoc dalla controparte, non è necessario ricorrere
allo sciopero. Vi sono altri mezzi, molto meno conflittuali e molto più
adeguati ai tempi e al progresso dell’informazione. Mezzi che, a
differenza dello sciopero, non comportano costi e sacrifici per i
lavoratori, ma piuttosto a un lavoro di networking, di p.r. e, prima
ancora, di apertura dei propri orizzonti culturali.
Innanzitutto,
visto che la controparte ABI lamenta scarsa professionalità, bisogna
replicarle che “certe” banche da tempo non erogano più corsi e
richiederle l’organizzazione di opportuni corsi, corsi certificati onde
il datore di lavoro non possa disconoscerli, ricordandole che per questo
la banca riceve fondi europei. Se non lo farà, smentirà se stessa. E
sarà più facile per i licenziati impugnare vittoriosamente il
licenziamento davanti ai giudici del lavoro. Anzi, si può studiare la
possibilità di una class action per ottenere dal giudice l’ordine di
provvedere alla formazione, o in subordine risarcire i danni conseguenti
alla mancata formazione. Insomma, c’è spazio per mettere le mani
avanti. Già una simile class action è stata avviata contro la Regione
Sicilia.
Ma in questo articolo vi voglio indicare e documentare anche un altro mezzo, credo ancora più potente.
Un
responsabile dell’ufficio fidi e mutui di una nota banca, nel 2007,
dopo aver letto la prima edizione del mio saggio Euroschiavi, mi
scrisse: «… un giorno, aprendo un fido su un c/c, mi sono chiesto: Ma ‘sti soldi, da dove cavolo vengono? È possibile che vengano creati solo battendo una serie di tasti sul PC?” Poi hanno cominciato ad arrivare le informazioni, quasi mi stessero aspettando…».
Già, da dove provengono i soldi che la banca presta?
In proposito vi sono da tempo tre teorie:
La teoria ufficiale, recepita dal linguaggio delle leggi: la banca è un’intermediaria finanziaria,
cioè presta i soldi della raccolta: tanto raccoglie, tanto può
prestare. Da un lato riceve depositi, e dall’altro lato li presta,
applicando una forbice di interessi, e guadagnando su questa e sulle
commissioni; quindi, se presta 100, in bilancio deve registrare un calo
di cassa di 100, e un incremento di 100 dei crediti. Ovviamente, ogni
mancato rimborso dei prestiti concessi è una pari perdita. La quantità
di liquidità, il money supply, è generata interamente dalla banca
centrale di emissione e non dipende dalla quantità di credito erogato
dalle banche.
La teoria per gli “istruiti”, insegnata a ragioneria e all’università, è quella della riserva frazionale:
la singola banca può prestare un multiplo delle sue riserve, cioè può
creare moneta creditizia o scritturale o contabile per un multiplo delle
sue riserve – diciamo dieci volte – emettendo bonifici, lettere di
credito, assegni etc. E siccome questi mezzi di pagamento possono essere
depositati in altre banche (o su altro conto della medesima banca),
andando così ad aumentare le loro riserve, essi mettono queste altre
banche in condizioni di emettere ulteriore moneta contabile. L’effetto
complessivo è di una moltiplicazione reciproca da parte del sistema
bancario, in virtù della quale, se la banca centrale opera un incremento
iniziale di 100 di moneta legale, con un moltiplicatore di 10 abbiamo
un aumento di liquidità totale, nel sistema, di 9.900. La banca, quindi,
non è un semplice intermediario finanziario, e l’uso
di questa definizione, anche da parte dei testi di legge, è
ingannevole. L’attività creditizia delle banche, comportando la
creazione di mezzi monetari privati accettati anche dal settore pubblico
(con l’assegno circolare della banca voi potete pagare le tasse o il
prezzo di un terreno all’asta del tribunale), è in contrasto con la
legge, ossia col Testo Unico Bancario, che concede alle banche licenza di intermediare (raccogliere e prestare)
il risparmio ma non di creare moneta, e col Trattato di Maastricht,
che, all’art. 105, riserva la creazione monetaria, sotto forma di
banconote, al Sistema Europeo delle Banche Centrali. In ogni caso,
poiché la banca, secondo questa teoria, intacca frazionalmente le sue riserve
per erogare il prestito, necessariamente ad ogni erogazione le sue
riserve in bilancio devono ridursi in proporzione al rapporto
frazionario.
La terza teoria è che la banca – ogni banca, individualmente – crei direttamente i mezzi monetari che presta,
semplicemente aprendo un conto di disponibilità intestato al cliente e
scrivendoci sopra l’importo che intende prestare, senza attingere dalla
cassa e senza usare o intaccare le riserve. Quindi crea moneta
creditizia al 100% ex nihilo e la presta. O più esattamente la crea con
l’atto del metterla a disposizione o prestarla. Il prestato (il messo a
disposizione) non preesiste al prestare (al mettere a disposizione).
L’incompatibilità col Tub (che consente alle banche solo
l’intermediazione) e con Maastricht (che riserva la monetazione alla BCE
sotto forma di banconote) è totale. Questa è la teoria che esponevo in Euroschiavi e che indusse il vostro collega del settore fidi e mutui a scrivermi quelle poche ma significative righe di commento e conferma.
Leggendo il mio libro, aveva capito che cosa realmente faceva quando
erogava, ossia aveva capito che creava liquidità, e che questa capacità
di creare mezzi monetari è la vera peculiarità della banca, conferita di fatto (anche se non di diritto) dalla
licenza bancaria, e che rende il prestare della banca qualitativamente
diverso dal prestare di qualsiasi altro soggetto, perché qualsiasi altro
soggetto presta solo denaro che si è procurato in precedenza in cambio
di qualcosa (oppure con una rapina, un furto, una frode…); sicché, se
non recupera quanto ha prestato, soffre una perdita vera e propria,
mentre la banca no, quindi può
sopportare molto bene le perdite sui crediti e non ha bisogno di
scaricarle sul trattamento salariale dei dipendenti o sui livelli
occupazionali, né sui depositi dei clienti (bail in). Questo privilegio
ha, come presto vedremo, ulteriori conseguenze su come dovrebbero essere
formulati i bilanci in fatto di ricavi e sull’imponibile fiscale
effettivo. Ma in generale tutta la faccenda delle della sorveglianza,
crisi bancarie e dei rimedi ad esse, va riconsiderata.
Orbene, che le cose
stiano come spiega questa terza teoria è stato dimostrato
scientificamente dal prof. Richard Werner dell’Università di Southampton
mediante un esperimento, che è stato filmato da una troupe televisiva.
Su International Review of Financial Analysis – 36 (2014), Werner ha
pubblicato un paper su questo esperimento1, col titolo Can
banks individually create money out of nothing? – The theories and the
empirical evidence (Possono le banche creare denaro dal nulla? Teorie e
prove empiriche).
L’esperimento è stato
molto semplice: previo accordo con la Raiffeisenbank Wildenberg, una
banca cooperativa della Bassa Baviera inserita in una rete di molte
banche cooperative servite da un unico sistema contabile elettronico, il
07/08/13 Werner personalmente si fece erogare un mutuo di 200.000 Euro.
Prima e dopo l’erogazione, e di nuovo il giorno dopo, egli si fece
stampare il bilancio (balance sheet, situazione contabile) della banca
per confrontare il suo stato (le singole voci contabili) prima e dopo
l’erogazione del mutuo. Dal confronto tra le due situazioni, risultò che
la banca aveva aumentato i propri crediti di 200.000 (a fronte della
registrazione di una pari uscita), mentre non vi era stata alcuna
variazione in meno vuoi delle riserve, come avverrebbe se fosse
corrispondente alla realtà la teoria della riserva frazionaria, vuoi di
alcun altro conto o fondo, e specificamente della voce “cassa”, come
avverrebbe se fosse corrispondente alla realtà la teoria della banca
come intermediaria. La banca aveva movimentato solo il nuovo conto.
Quindi la banca aveva
effettivamente aumentato il proprio attivo patrimoniale a costo zero
proprio con l’atto del prestare. In effetti, aveva creato un conto di
disponibilità in favore del mutuatario Werner e vi aveva digitato dentro
un importo, accreditandosi al contempo la medesima somma. Sarebbe
interessante controllare se, quando il prestito viene rimborsato, le
varie banche cancellano o non cancellano questa posta attiva.
La scritturazione contabile operata nell’erogazione da parte dei funzionari della banca registra :
EUR CREDIT LIABILITIES BALANCE
Current account 200,000
Loan 200,000 -200,000
Bank Sum Total 200,000 200,000 0,00
Cioè i mezzi monetari, l’oggetto del prestito, sono creati semplicemente registrando ex nihilo un debito contro un credito, con un’operazione contabile esclusiva e peculiare delle banche, che nessun altro operatore economico potrebbe compiere, e che nondimeno fa quadrare il bilancio. Ma – osservo io – a quanto ammontano i mezzi monetari così creati? A 200.000, cioè la “somma” prestata, o a 400.000, ossia a quelli prestati al cliente più il credito che la banca ha registrato a proprio avere? Se questo credito è in qualche modo utilizzabile dalla banca come (se fosse) moneta, allora la creazione monetaria totale che si fa nell’erogare un prestito di 200.000 è di 400.000.
Questo esperimento
(il quale ha ulteriori aspetti e corollari, che per brevità qui
tralascio) conferma la terza teoria sulla origine dei depositi bancari
(della liquidità bancaria) confutando le altre due, cioè quella della
banca come intermediaria finanziaria, e quella della riserva
frazionaria, dato che ambedue ritengono che un prestito possa essere
erogato soltanto usando denaro preesistente. D’altronde, per non citare
me stesso2, già la Fed e la Bank of England, recentemente, avevano pubblicato papers3
da cui appare che il grosso, circa il 97% della liquidità (M1),
consiste in denaro bancario privato (contabile, scritturale,
creditizio), e solo il resto in legal tender, ossia moneta legale creata
dalle banche centrali di emissione: euro-note. E molti l’avevano capito
in occasione della crisi finanziaria del 2008, in quanto si spiegava
che la causa del liquidity crunch (restrizione della liquidità) era… il
credit crunch (restrizione del credito bancario). Quindi il money supply
è creato dal prestito bancario e, dopotutto, Werner ha confermato, col
suo esperimento, ciò che già si sapeva e vedeva. I tempi erano maturi.
Ancora prima, l’economista Antonino (Nino) Galloni aveva formulato, in
termini vicini a questi, un disegno complessivo di come la banca
“produce” il credito-liquidità nel saggio Il futuro della banca – Lineamenti di teoria bancaria e finanziaria (Eurilink Roma 2014 – pp.11-26).
Del resto, il funzionamento e la stessa
esistenza di Target2, la piattaforma per pagamenti interbancari
nell’Eurozona (e non solo), dimostrano che il denaro sui conti correnti
bancari, anche se denominato “euro”, non è l’euro, e non è creato dalla
BCE ma dalle banche dei singoli paesi aderenti. Infatti, se fosse l’euro
“vero”, l’euro-valuta legale della BCE, per fare un bonifico di 1.000
euro dal mio conto corrente italiano a quello del mio fornitore in
Germania, la mia banca opererebbe quando fa un bonifico a un altro conto
corrente italiano, a un altro conto corrente ABI, anziché passare per
Target2, cioè chiedere alla Banca d’Italia di prestarle 1.000 euro della
BCE (e la Banca d’Italia lo fa indebitandosi verso la BCE), con cui
viene eseguito l’accredito sul conto corrente tedesco. Infatti, l’euro
vero disponibile al privato, ossia la banconota e il conio, è egualmente
spendibile e accreditabile sui conti correnti direttamente (senza cioè
passare per le banche centrali) in qualsiasi paese dell’Eurozona. Il che
dimostra in modo diretto e compiuto, che gli “euro” segnati sui conti
correnti italiani non sono veri euro (la valuta legale), non sono emessi
dalla BCE, sono diversi anche dagli “euro” segnati sui conti correnti
tedeschi (greci, spagnoli, finlandesi…), e non sono l’Euro, la valuta
legale del SEBC, di Maastricht, l’unica ammessa e lecita. Sono una
moneta privata, creata internamente a ciascun sistema bancario
nazionale, e diversa per ogni sistema bancario (cioè per ogni paese). In
Italia, sono la moneta dell’ABI. Contabilizzarla al medesimo modo e con
la medesima denominazione dell’Euro vero, è scorretto, ingannevole,
illecito. E’ un’elusione del Trattato di Maastricht.
Dal punto di vista
del bilancio, dei ricavi e dell’imponibile, le conseguenze sono
facilmente immaginabili: l’importo prestato comporta automaticamente un
ricavo di pari importo, quindi, se il bilancio un domani verrà fatto
fedelmente, risulteranno maggiori gli utili e maggiore reddito. Sarebbe
interessante controllare se, quando il prestito viene rimborsato, le
varie banche cancellano o non cancellano questa posta attiva.
E’
significativo che le tre teorie siano esistite fianco a fianco per
molti decenni senza mai essere verificate sperimentalmente per accertare
quale fosse quella vera. Evidentemente, è un tema molto delicato, sul
quale si è preferito mantenere l’oscurità e la disinformazione, senza le
quali non si potrebbe continuare a parlare, anche da parte del
legislatore, delle banche come “intermediarie finanziarie” senza che la
gente anche solo un poco esperta del settore si accorgesse dalla falsità
di questa definizione, del contrasto tra le leggi in materia bancaria e
ciò che le banche realmente fanno, e degli erronei presupposti tecnici
degli interventi sulle crisi bancarie, i cui costi sono stati, nel
mondo, scaricati principalmente sui conti pubblici (quindi sui
contribuenti) e sui risparmiatori (bail-in), con effetti molto negativi
sull’economia reale.
Insomma,
gli impatti di quanto sopra sulla macroeconomia sono notevoli, ma a
voi, impiegati e funzionari di banca, oggi impegnati in una critica fase
di ristrutturazione aziendale e di sfida ai vostri diritti di
lavoratori da parte dell’ABI, non sarà certamente sfuggito che il
conoscere questi dati di fatto è una potente arma di negoziato, per
imporre nelle trattative che si parta da un piano di verità e che si
rinunci, da parte datoriale, a presupposti fasulli, di falsa debolezza e
di falsa impostazione contabile di comodo, oramai confutati sia dalla
ricerca scientifica che da due primarie banche centrali. Oggi potete
sbattere la prova della verità sul tavolo delle trattative, ma insieme
dovete diffondere la conoscenza di questa verità, per far partire da
essa un movimento di opinione e dibattito tra le categorie produttive,
trai mezzi di informazione, tra gli economisti e i politici, così da
renderla più forte e più efficace nelle vostre mani a tutela della
vostra dignità e del vostro futuro. E diffonderla è facile e non
costoso: internet, la rete delle conoscenze personali, i sindacalisti, i
convegni e le conferenze stampa, Passaparola. Già oggi, attraverso i blog collegati, questo articolo raggiunge decine di migliaia di persone.
08.02.15 Marco Della Luna
1 Gratuitamente scaricabile da:
c.els-cdn.com/S1057521914001070/1-s2.0-S1057521914001070-main.pdf?_tid=077966da-9662-11e4-b087-00000aacb360&acdnat=1420631030_d75cc632b899eb31c147ff9a866e34b2,
3 Trattasi Money creation in the modern economy, di Michael McLeay, Amar Radia and Ryland Thomas of the Bank’s Monetary Analysis Directorate (www.bankofengland.co.uk/…/2014/qb14q1prereleasemoneycreation.pdf ):c.els-cdn.com/S1057521914001070/1-s2.0-S1057521914001070-main.pdf?_tid=077966da-9662-11e4-b087-00000aacb360&acdnat=1420631030_d75cc632b899eb31c147ff9a866e34b2,
“La creazione monetaria in pratica differisce da alcune concezioni diffuse: le banche non agiscono semplicemente come intermedizri, prestando i depositi affidati loro dai risparmiatori, ne moltiplicano la moneta della banca centrale per creare nuovi prestiti e depositi… … nella realtà, le banche sono le creatrici della moneta costituente i depositi… … l’atto di prestare crea i depositi – l’inverso della sequenza ticipamente descritta nei libri di testo.
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