mercoledì 17 agosto 2011

Rapinare l’Italia: la truffa del “risanamento”

Rapinare l’Italia: la truffa del “risanamento” Bce-Draghi


Quando l’Italia si sbarazzò dell’Iri, che era stata la più grande azienda del mondo al di fuori degli Usa, ottenne solo una riduzione dell’8% del debito: se oggi la Bce impone la manovra “lacrime e sangue”, è perché spera di costringere l’Italia a privatizzare quel che le resta, a cominciare da Eni, Poste e Finmeccanica. Questi i veri obiettivi della drastica politica di “risanamento” imposta dalle lobby finanziarie al riparo della Commissione Europea: lo afferma Daniele Scalea, segretario scientifico dell’Isag, Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, nonché redattore della rivista “Eurasia”. Tesi: il debito è l’alibi di chi vuol mettere le mani sui beni pubblici. Le privatizzazioni? Non hanno mai risolto il problema. Al contrario, paesi come l’Argentina sono “risorti” battendo la strada opposta: rifiutando di pagare.

«Il recente attacco speculativo allo Stato ed alle banche italiane – scrive Scalea, in un intervento ripreso da “Megachip” – ha portato ad un Mario Draghicommissariamento del nostro paese da parte di potentati esteri». D’accordo con Usa, Francia e Germania, la Banca Centrale Europea ha cominciato ad acquistare titoli di debito pubblico italiano sul mercato, ma chiedendo in cambio pesanti contropartite. «La “politica di risanamento” che la Bce pretende dall’Italia nasconde dei palesi secondi fini, e non potrebbe essere altrimenti vista la regia – neppure tanto occulta – di potenze estere nella vicenda». Per Scalea, l’ormai famosa lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi a Berlusconi è rivelatrice: «Il duo rappresentante della Bce avrebbe infatti indicato come misura prioritaria la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano».

L’analista di “Eurasia” non ha dubbi: «Non esiste un singolo esempio storico in cui le privatizzazioni abbiano portato ad una significativa riduzione del debito d’uno Stato». Il segretario dell’Isag cita il caso italiano dei primi anni ’90, quando «lo Stato procedette, tra le altre cose, alla dismissione di una mega-corporazione industriale-finanziaria, l’Iri», che era la settima maggiore società al mondo per fatturato, e a lungo era stata la più grande impresa planetaria non statunitense. «Ebbene, l’erario incassò in totale 198.000 miliardi di lire, pari ad appena l’8% del debito pubblico (2.500.000 miliardi di lire). Se sollievo vi fu, fu di breve durata, perché oggi il debito la regina Elisabetta d'Inghilterrapubblico italiano è di oltre 1.900 miliardi di euro, ossia quasi 3.700.000 miliardi di vecchie lire».

Mario Draghi dovrebbe conoscere bene questo caso, aggiunge Scalea, dal momento che all’epoca delle privatizzazioni degli anni ’90 era direttore generale del Tesoro e partecipò alla tristemente nota riunione sul panfilo “Britannia” di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Lo stesso Draghi «dovrebbe ricordarsi anche di come le privatizzazioni (che già erano cominciate negli anni ’80) abbiano portato, alfine, al declino industriale dell’Italia», il paese dell’Olivetti che rinunciò a sviluppare il primo computer brevettato a Ivrea «lasciandolo in mano agli anglosassoni» e della Montedison, altra azienda all’avanguardia, che per prima aveva sperimentato gli Ogm. «Queste amare considerazioni – aggiunge Scalea – potrebbero spingerci a farne d’ancora più aspre circa la scelta del governo Berlusconi di barattare con Sarkozy la Libia e la Parmalat pur d’avere il via libera francese alla nomina di Draghi a prossimo presidente della Bce: in tempi non sospetti notavamo che l’ex dirigente di Goldman Sachs appare più vicino allafinanza anglosassone che al sistema economico italiano».

Ma se le privatizzazioni sono inefficaci, perché Trichet e Draghi, insieme alle cosiddette “parti sociali” (Confindustria e sindacati), pongono l’enfasi su di esse? «Probabilmente – ne deduce l’analista di “Eurasia” – perché rimangono oggi alcuni bocconi ghiotti, aziende solide ed in attivo come Eni, Finmeccanica e Poste Italiane». Aziende tuttora strategiche per lo Stato italiano, «perché operative, rispettivamente, in settori come l’approvvigionamento energetico, la produzione d’armamenti, la banca e le comunicazioni». Pezzi pregiatissimi e decisivi, ai quali l’Italia potrebbe dover rinunciare: ma oltre alla preoccupante prospettiva di perdere il controllo delle industrie strategiche, lasciando in futuro settori vitali dell’economia e della potenza italiana in mano altrui, la “politica di Dean Bakerrisanamento” impone altri pesanti oneri e sacrifici alla società, come dimostra la finanziaria recentemente annunciata dal governo Berlusconi.

«La logica, ancora una volta, è quella di spostare la ricchezza dai produttori agli speculatori, ossia dai cittadini lavoratori ed imprenditori alle banche ed ai giocatori di borsa, dal profitto e dai salari alla rendita», accusa Daniele Scalea. «È la stessa logica insita nel “quantitative easing” perseguito negli Usa, ma risponde ad una tendenza di più lungo periodo, quella della finanziarizzazione dell’economia occidentale, in cui per l’appunto la rendita e la speculazione hanno preso il sopravvento sull’economia reale e produttiva». Il professor Steve Keen, economista australiano, ha parlato del «più grande trasferimento di ricchezza della storia». L’economista statunitense Dean Baker ha scritto di una «massiccia redistribuzione del reddito agli azionisti ed agli alti dirigenti delle banche». Gli economisti Hossein Askari e Noureddine Krichene hanno affermato che «il potere d’acquisto è sottratto a lavoratori, pensionati e correntisti e donato a debitori e speculatori».

«Non si tratta solo d’un problema di equità o iniquità, ma anche di efficienza e pragmatica», continua Scalea. «Gli stessi padri del liberismo, gli economisti politici classici dell’Inghilterra sette-ottocentesca, sottolineavano il ruolo negativo giocato dalla rendita nella crescita economica». Politiche che favoriscono la rendita sul profitto e sul salario, la speculazione sulle attività produttive, sono del resto cominciate ben prima della crisi del 2008, in parallelo con la finanziarizzazione (e deindustrializzazione) dell’economia occidentale. «Misure di “risanamento” che, per salvare speculatori e “rentier”, colpiscono i produttori e finiscono col dilapidare il capitale umano della nazione». Basti pensare ai tagli al sociale: indebolire le difese delle categorie più esposte significaGrecia protestesostanzialmente minare lo stesso sistema-paese nelle sue capacità produttive.

«Un cittadino meno istruito e meno sano apporta minore beneficio alla nazione», osserva Scalea. «Inoltre, il pericoloso sommarsi di riduzione dei servizi ed aumento della pressione fiscale genera malcontento, ed i recenti esempi dei paesi arabi, dell’Inghilterra e della Francia dovrebbero far suonare un campanello d’allarme: l’inasprirsi del conflitto sociale e l’esplodere di tumulti raramente è una buona notizia per un paese, quasi mai lo è per la suaeconomia». Infine, la diminuzione della spesa pubblica può incidere negativamente, oltre che sui servizi, anche sugli investimenti produttivi, come la costruzione di nuove infrastrutture. «Non si vuol qui negare l’opportunità di ridurre la spesa pubblica, ma si contesta che, lungi dal puntare agli sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai “rentier”».

Il rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o addirittura più indietro, avverte Scalea. Alternative possibili? Ci sono, benché se ne parli di rado. Salvatore Cannavò è uno dei pochi giornalisti ad averne proposta una: ricorrere alla tesi del “debito illegittimo” formulata dall’economista francese François Chesnais per disconoscere o rinegoziare una parte del debito. Lo ha fatto l’Ecuador nel 2007. Ma prima ancora, nel 2005, l’Argentina fece di più, ristrutturando per intero il proprio debito: ossia rinegoziando importi e interessi coi creditori, «di fronte all’oggettiva impossibilità di ripagarlo per intero». Per Scalea, si tratta di provvedimenti più moderati del puro e semplice “default sovrano”, ossia la bancarotta e la cancellazione tout court Néstor Kirchner, il presidente della rinascita argentinadel debito, ma non meno efficaci.

«Ristrutturare il debito – insiste il segretario dell’Isag – non ha avuto che effetti benefici sui paesi che l’hanno fatto». Lo dimostrano le cifre: l’Ecuador nel 2008 fece segnare una crescita record del Pil per il paese, pari al 6,5%. E anche dopo il duro colpo della crisimondiale, oggi cresce d’oltre il 3% l’anno. Dal 2006 ad oggi, il Pil ecuadoregno pro capite è cresciuto di oltre il 70%, e la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita di quasi il 15%. Risultati altrettanto spettacolari in Argentina, dove la crescita del Pil post-ristrutturazione si è assestata attorno al 9% e, dopo il rallentamento in coincidenza con lacrisi mondiale, è tornata al 7,5%. Il reddito pro capite dal 2004 ad oggi è cresciuto di quasi un quinto. Dal 2004 al 2010 la popolazione argentina sotto la soglia di povertà è passata dal 44,3% al 13,9%.

Sempre utilizzando i parametri standard dell’economia, Scalea cita, a titolo di raffronto, gli indicatori italiani: dal 2004, da noi il reddito pro capite è aumentato solo del 10%, mentre il Pil – quando è cresciuto – si è fermato poco oltre 1% all’anno. E alla nostre frontiere mediterranee, ecco il monito della Grecia, catturata dalla spirale debitoria: un quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il reddito pro capite è in calo dal 2007, mentre il prodotto interno lordo è sceso del 2% nel 2009 e del 4,5% nel 2010. «Alla luce di questi dati – conclude Scalea – non resta che da domandarsi: chi vuole imitare l’Italia? La Grecia e le sue ferali prestazioni economiche, oppure l’Argentina che, sgravatasi dal peso del debito pubblico, sta crescendo a ritmi “cinesi”?».

Clearstrem, la scatola nera delle banche

Ricordo che le banche centrali dei paradisi fiscali sono ancora subordinate all'autorità della patrie madri che ne verificano l'emissione monetaria, nello specifico, Olanda, Francia e Gran Bretagna. Questi paesi godono di importanti deroghe (assieme alla Danimarca) e nell'adozione dell'euro (GB) e nell'applicazione delle norme comunitarie, visto che la maggior parte dei paradisi fiscali sono fintamente ipocritamente autonomi o indipendenti e che in virtù di tale ipocrisia i Trattati UE ammettono l'eccezione, eccezioni fatali che permettono la continuazione del trucco signoraggista e imperialista che permette alle Regine d'Olanda e di Gran Bretagna di controllare il mercato dei cambi dollaro-euro-sterlina, visto che le monete da loro prodotte in quelle isole sono agganciate al dollaro.
Non solo, ma permettono allo stesso cartello supranazionale di controllare enormi incommensurabili flussi finanziari che sovvenzionano in tutti i modi possibili, la grande distribuzione, i monopoli delle risorse energetiche, agroindustriali, farmaceutiche...
Un gioco quello della concorrenza completamente falsato quindi, con carte nascoste nella manica, i dadi truccati, con giocatori che barano a vantaggio dei continuatori delle compagnie delle Indie orientali e occidentali francoanglolandesi, veri e propri embrioni delle attuali multinazionali bancario/finanziarie con tanto di imperialismo colonialismo larvato e strisciante che sta scoppiando alla luce del sole per chi sapesse leggere le varie guerre d'invasione con copertura "umanitaria".
NF
Riferimenti: http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com/2009/05/isole-caymane-sgabuzzini-delleuro.html

martedì 16 agosto 2011

Contro il ricatto dei mercati

PEACEREPORTER, 16/08/2011
Rendere i titoli del debito pubblico carta straccia e ripartire con un'Europa “vera”: una ricetta per abbattere la speculazione

Nel tentativo di arginare la speculazione finanziaria, l'Esma, l'Autorità europea di vigilanza sui mercati, ha cercato nei giorni scorsi di bloccare le "vendite allo scoperto" sulle piazze di Italia, Spagna, Francia e Belgio, cioè quelle "scommesse al ribasso" che polverizzano titoli del debito e pacchetti azionari e che di fatto ricattano governi e interi sistemi-Paese.
Se l'Esecutivo italiano appare "commissariato" dall'Europa, è tutta la politica che sembra ormai alla mercè dei mercati finanziari, spesso invocati come arbitro imparziale di qualsiasi politica economica. Ma è davvero così? Detta altrimenti: la speculazione finanziaria è un fatto naturale e inevitabile?
Ne parliamo con Andrea Fumagalli, che insegna Economia Politica all'Università di Pavia, fa ricerca militante presso il Collettivo UniNomade e partecipa alla Rete di San Precario.

La crisi in corso è il nuovo modo con cui il grande capitale finanziario mette le mani nelle nostre tasche?

Sì, secondo modalità che sono in corso da almeno 15 anni. I mercati finanziari sono estremamente concentrati: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori in grado di controllare oltre il 70 per cento dei flussi finanziari globali e di indirizzare e condizionare i mercati. Alla base, c'è una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva. I grandi operatori sono i cosiddetti investitori istituzionali, cioè una decina di società tra banche e Sim (società di intermediazione mobiliare): J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc, Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Lynch, Bnp-Parisbas.
Ci si accorse per la prima volta della loro potenza quando ci fu la sollevazione del Chiapas, diciassette anni fa: era il 2 gennaio 1994. Si stava per firmare il trattato di libero scambio tra Usa, Canada e Messico (Nafta): parità delle valute e libero scambio di merci e servizi, ma non di manodopera (un po' come l'Europa con Schengen). Si erano create molte aspettative e i titoli di Stato messicani ne avevano tratto vantaggio. Scoppia la sollevazione zapatista e nel giro di pochissimi giorni milioni di dollari vengono stornati verso i Paesi del Sudest asiatico, creando quell'accumulo di liquidità che in seguito provocherà la crisi del Baht nel 1996-97. In una settimana il Peso messicano si svaluta del 30 per cento, la Federal Reserve comincia a comprarne per tenerne alto il valore, però dopo un paio di settimane deve arrendersi: la speculazione al ribasso non ha fine e il Nafta salta. È il primo caso della storia in cui la banca centrale più forte del mondo (a quei tempi lo era) non detta più legge. Da allora, la Fed attua politiche monetarie subordinate ai mercati finanziari, cioè alle banche d'affari.

Perché avviene questo?

Perché la speculazione finanziaria è nella natura di questi investitori. Loro si fanno prestare titoli da fondi d'investimento o fondi pensione, li vendono sul mercato a dodici scommettendo sul ribasso e contribuendo con la vendita al ribasso stesso. Poi li ricomprano a dieci: guadagnano dalle plusvalenze, cioè dalle variazioni di valore. È il meccanismo delle "vendite allo scoperto". In pratica non si guadagna più sui dividendi o sugli interessi dei titoli di Stato, ma sulla pura speculazione. Chiaramente può farlo chi dispone di enorme liquidità e Goldman Sachs, per fare un esempio, ne ha più della Federal Reserve.
Tutto ciò è consentito da due cose: primo, la liberalizzazione totale dei movimenti di capitale, per cui spostare soldi da un Paese all'altro non ti costa niente e non ha vincoli di sorta; secondo, l'assenza di un'unità di misura della moneta. Finché erano in vigore gli accordi di Bretton Woods, cioè fino al 1971, il dollaro aveva un rapporto di parità fissa con l'oro che corrispondeva a 35 dollari per un'oncia d'oro. Il dollaro era ancorato a una merce. Dopo la fine di quel sistema, il valore delle monete è determinato in maniera puramente virtuale che viene deciso dai mercati finanziari, cioè da chi detiene così tanto denaro da poterli influenzare. Così si determina il valore di dollaro, euro, yen, e anche il valore dei titoli espressi in quelle valute.
Queste plusvalenze creano valore: si stima per esempio che il 35 per cento dei lavoratori Usa tragga una parte del proprio reddito da questi meccanismi finanziari. Stesso discorso per quei pensionati che dipendono dai fondi pensione. Quindi i mercati finanziari svolgono lo stesso ruolo che un tempo svolgeva lo Stato. Il welfare si è privatizzato e dipende dai mercati finanziari.
È chiaro che per guadagnare, questi mercati devono puntare sui settori in cui possono generare plusvalenze. Negli anni Novanta furono le imprese delle nuove tecnologie; negli anni 2000 erano i titoli immobiliari; poi l'ingresso della Cina nel Wto ha aumentato di molto la liquidità in circolazione; con la crisi del 2008-2009 e il crollo dell'immobiliare, si è speculato sulle materie prime (grano, petrolio, etc); adesso si sono spostati sui debiti pubblici, cioè sui sistemi di welfare.
Nel giro di sei mesi, Deutsche Bank vende l'88 per cento dei titoli italiani in suo possesso, il valore del titolo crolla e lei ricompra a meno prezzo: alla fine, si ritrova con i gli stessi titoli di prima e con le plusvalenze.
Voglio anche aggiungere che questo è normale. Smettiamola però di dire che i mercati finanziari sono neutrali: sono una istituzione economica che fa i propri interessi come è naturale in una società capitalistica. Io non ce l'ho con la Goldman Sachs, che fa il proprio sporco lavoro; ce l'ho con quelli che la presentano come un arbitro imparziale. Sono loro i truffatori.

Cosa avviene sui sistemi di welfare?

Vengono distrutti. Tutti i Paesi sono costretti a prendere misure di contenimento del debito attraverso lo smantellamento del welfare. In pratica, quando aumenta il deficit di un Paese, questo deve vendere i titoli offrendo maggiori interessi. Ma l'aumento degli interessi da pagare non fa che aumentare il deficit e quindi l'unico modo per uscirne è tagliare la spesa, cioè il welfare. In Italia, dove nessuno vuole aumentare le tasse, si tagliano 6 miliardi di euro agli enti locali, che sono costretti ad aumentare il prezzo del biglietto del tram e a introdurre l'addizionale Irpef, mettendo le mani nelle tasche dei cittadini.

Come si fa a interrompere questo meccanismo?

Bisogna colpire alla radice, ovvero al cuore del sistema finanziario. Oggi le istituzioni finanziarie guadagnano sui titoli di Stato europei, pubblici. Benissimo, bisogna rendere effettivamente questi titoli pubblici carta straccia, così da creare loro perdite elevate in conto patrimoniale. È quello che ha fatto l'Islanda. La Deutsche Bank ha venduto i titoli italiani e si è presa quelli tedeschi, in pratica ha sostituito dei titoli con altri, indirizzando la speculazione da un territorio a un altro territorio. Se tu azzeri i titoli pubblici, se cioè il governo italiano dichiara che non paga più gli interessi, diventano spazzatura e tutti li vendono. È quello che è successo a Lehman Brothers con i mutui subprime, quando si è trovata con una parte consistente del proprio patrimonio azzerato.
L'Europa può sostituire i titoli dei singoli Stati con Eurobond, perché ha diritto di signoraggio, cioè stampa moneta. Li piazza a un tasso d'interesse che non è superiore di sei volte a quello dei bund tedeschi ma, metti, due volte superiore. Per lo spread viene fissato un limite di duecento punti. Alle famiglie, che in Italia possiedono ormai solo il 13,6 per cento dei titoli di Stato, si garantisce in caso di default un rendimento pari a quello che avevano sottoscritto al momento dell'acquisto, metti il 2 per cento. Il rimanente 86 per cento dei titoli vale carta straccia. Le banche falliscono? Bene, allora contrattiamo. Perché bisogna tenere presente che queste istituzioni speculano sul default, però poi sono le prime che hanno paura del default, perché i titoli di Stato sono la loro gallina dalle uova d'oro.
Se invece di comprare titoli di Stato per tenerne alto il prezzo - come ha fatto per l'Italia - la Bce li ignora e li sostituisce con Eurobond, salvaguardando il piccolo risparmiatore, ecco che taglia fuori lo speculatore. Tecnicamente si può fare, ma mancano le condizioni politiche, perché presupporrebbe la creazione di un solo budget e di un solo sistema fiscale europeo, un'unica politica economica e sociale: un'unica legge Finanziaria.
Questo è l'impasse dell'Europa.

A proposito di Europa: come si inserisce in questo quadro il commissariamento del governo italiano da parte della Bce, emerso chiaramente con la roadmap calata da Draghi e Trichet sulla testa dell'Esecutivo?

C'è stato il patetico tentativo di Berlusconi di fare una Finanziaria da 80 miliardi, una cosa mai vista, rimandandola tutta al futuro, cioè quando lui probabilmente non sarà più Presidente del consiglio. A quel punto i mercati hanno detto: "Ci state prendendo in giro?", ed è cominciata la speculazione sul nostro debito pubblico. La Bce allora è intervenuta piuttosto drasticamente: "Voi fate la Finanziaria 'lacrime & sangue' come la Grecia e la Spagna". In Spagna, Zapatero è addirittura andato a elezioni anticipate con un atteggiamento molto coerente, da politico vero: non posso fare una Finanziaria del genere, mi sottometto al giudizio degli elettori. Dato che i nostri non hanno questo senso dello Stato e il governo vuole salvarsi a tutti i costi, allora Trichet e Draghi hanno imposto le linee guida: "Voi adesso fate così". Privatizzazioni selvagge, flessibilizzazione totale del mercato del lavoro (non si sa che cosa vogliano flessibilizzare ancora), totale libertà di licenziamento, un pizzico di libertà d'impresa e, visto che bisogna anticipare le entrate, si toccheranno le pensioni sperando che gli anziani a una certa età si suicidino. Non so se questo si può chiamare commissariamento: rivela però una subordinazione del nostro governo ai diktat imposti da mercati finanziari e Bce.

L'intervento di Draghi e Trichet può contrastare la speculazione?

Secondo me invece l'aiuta. La speculazione gioca al ribasso su alcuni titoli. Per evitare che questi titoli diventino spazzatura, interviene la Bce e i titoli riprendono a salire. Quello è l'obiettivo degli speculatori stessi: hanno venduto nominalmente i titoli a 100, li ricomprano a 90 e, grazie all'intervento Bce, se li ritrovano a 110.

I MOLTEPLICI ASPETTI DELLA SOVRANITA'

I MOLTEPLICI ASPETTI DELLA SOVRANITA'

sabato 1 ottobre · 10.00 - 20.00
Castello Ducale
Fiano Romano
(ROMA)

oragnizzata da:
Giovanna Canzano e Ubaldo Croce

moderatore
Guglielmo Quagliarotti

Sono stati invitati:

Giovanni Bartolone
Furio Bassanelli
Giuseppe Biamonte
Enrico Bianchi
Piero Cappellari
Antonio Caracciolo
Claudio Cerasomma
Maurizio Cerchiara
Ubaldo Croce
Francesco d'Auria
Stelvio Dal Piaz
Stefano Fabei
Orazio Fergnani
Massimo Filippini
Luigi Antonio Fino
Nino Galloni
Filippo Giannini
Ivan Ingrilli
Guglielmo Lolli Ghetti
Giuseppe Magliacane
Maria Antonietta Marocchi
Fabio di Martino
Maurizio Messina
Nazareno Mollicone
Gian Paolo Pucciarelli
Giorgio Prinzi
Fernando Riccardi
Ernesto Roli
Antonella Rustico
Augusto Sinagra
Marco Saba
Matteo Cornelius Sullivan
Giuseppe Turrisi
Giorgio Vitali

Le persone che intendono svolgere una relazione (possibilmente innovativa), sono invitati ad inviare il titolo della relazione.


per chi vuole pernottare a Fiano Romano, convenzioni con:
http://www.latanadeilupi.c​om/

Pescara fa causa ad Unicredit per gli SWAP

Il Comune di Pescara fa causa ad Unicredit per gli SWAP


L'amministrazione comunale di Pescara ha deciso di intraprendere le vie legali per correre ai ripari da eventuali ma non troppo improbabili ripercussioni finanziare che potrebbero dissestare le casse comunali già fin troppo esposte da debiti. L'attuale situazione finanziaria mondiale ha indotto la giunta presieduta dal Sindaco Albore Mascia a rivedere o annnullare i contratti di Credit Default Swap in essere per un ammontare di 65 milioni di euro. L'assessore alle finanze Eugenio Seccia ha stanziato in vie cautelativa 400.000 euro che si vanno ad aggiungere al milione di euro che aveva già stanziato la precedente giunta, immobilizzando di fatto il guadagno iniziale del Comune. Il fondo ora è di 1.400.000 euro che non potranno essere utilizzati sia per tamponare la probabile perdita con l'aumento degli interessi sia per prepararsi al contenzioso legale con Unicredit. Dalle vie "bonarie" intraprese dalla precedente giunta a guida D'Alfonso che firmò tali contratti, si passa ora alle vie legali. Noi eravamo già in possesso di una relazione, che fu richiesta nel gennaio 2008, sulla situazione debitoria del Comune di Pescara dalla quale si evince l'esposizione finanziaria alla quale devono sottostare i cittadini contribuenti di Pescara.
Il documento che vi pubblichiamo mette in risalto l'entità di indebitamento del Comune di Pescara dal 2003 al 1 gennaio 2008 quando a Pescara governava la famigerata giunta D'Alfonso.
Nel documento si può notare che appena dopo l'insediamento la giunta si preoccupò subito di usare gli strumenti finanziari contrattando ripetutamente negli anni con le banche. Il debito all'atto dell'insediamento era costituito da mutui contratti negli anni '90 e rimodulati con SWAP nel 2003 per un importo di 81.168.000 euro. A fine documento noterete che i mutui totali, prolungando le scadenze dal 2020 al 2030, ammontano a 161.600.000 euro. Ben 80 milioni di euro in più di debiti in appena 5 anni. Un raddoppio dei debiti in un tempo così breve che non poteva non influire sul prelievo fiscale dei pescaresi.
Ma il bello, come dice il nostro analista Di Candida, deve ancora venire. Infatti la composizione dei derivati è nota soltanto alla banca ed a scadenza , nel 2030, sapremo effettivamente quanto ci sono costati, a meno che il Comune non riesca nell'impresa di estinguerli o far annullare i contratti in sede giudiziale.Sarebbe il primo caso in cui IL BANCO PERDE.Non siamo così fiduciosi ma quello che dovrebbe far riflettere i cittadini, leggendo il documento, è il fatto che l'utile di circa 1.000.000 di euro per il Comune, ricavato con la continua rimodulazione negli anni dei contratti derivati, è stato annullato per essere contabilizzato in riserva e non potrà essere utilizzato per i fini sociali ed il funzionamento dell'amministrazione. A chi ha giovato tutto ciò?
Buona lettura


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lunedì 15 agosto 2011

Divieto di vendita allo scoperto in Europa

Divieto di vendita allo scoperto in Europa

A causa dei recenti movimenti di mercato le autorità europee (ESMA) hanno richiesto la sospensione delle vendite allo scoperto sui titoli finanziari per 15 giorni a partire dal 12 Agosto 2011. L'Italia, la Spagna, il Belgio e la Francia hanno adottare il provvedimento.

Con effetto immediato, non sarà possibile aprire nuove posizioni ribassiste sui CFD dei titoli coinvolti in questo provvedimento.

Vi ricordiamo che le autorità greche avevano già agito in questa direzione nei giorni scorsi vietando le vendite allo scoperto sulla Borsa di Atene.

NB: le posizioni ribassiste esistenti non verranno chiuse

I titoli coinvolti sono i seguenti:

Francia:

April Group
Axa
BNP Paribas
CIC
CNP Assurances
Crédit Agricole
Euler Hermés
Natixis
Paris Ré
Société Générale
Spagna:

Banca Cívica, S.A.
Banco Bilbao Vizcaya Argentaria, S.A.
Banco de Sabadell, S.A.
Banco de Valencia, S.A.
Banco Español de Crédito, S.A.
Banco Pastor, S.A.
Banco Popular Español, S.A.
Banco Santander, S.A.
Bankia, S.A.
Bankinter, S.A.
Bolsas y Mercados Españoles, S.A.
Caixabank, S.A.
Caja de Ahorros del Mediterráneo
Grupo Catalana de Occidente S.A.
Mapfre, S.A.
Renta 4 Servicios de Inversion, S.A.
Se recuerda que el artículo 99 quinquies de la LMV
Italia:

Azimut Holding
Banca Carige
Banca Finnat
Banca Generali
Banca Ifis
Banca Intermobiliare
Banca Monte Paschi Siena
Banca Popolare Emilia Romagna
Banca Popolare Etruria e Lazio
Banca Popolare Milano
Banca Popolare Sondrio
Banca Profilo
Banco di Desio e Brianza
Banco di Sardegna Rsp
Banco Popolare
Cattolica Assicurazioni
Credito Artigiano
Credito Emiliano
Credito Valtellinese
Fondiaria - Sai
Generali (AssicurazioniI Generali)
Intesa Sanpaolo
Mediobanca
Mediolanum
Milano Assicurazioni
Ubi Banca
Unicredit
Unipol
Vittoria Assicurazioni
Belgio:

Ageas (AGS BB)
Dexia (DEXB BB)
KBC Groep (KBC BB)
KBC Ancora (KBCA BB)

ROMPERE IL MONOPOLIO MONETARIO-CREDITIZIO

ROMPERE IL MONOPOLIO MONETARIO-CREDITIZIO

L’ALTERNATIVA AI SACRIFICI INUTILI ESISTE

Il decreto legge risanatore del 12 Agosto è un palliativo strutturalmente errato e impotente, depressivo, socialmente dirompente. La forte e compatta opposizione che esso giustamente suscita può costringere il governo Tremonti a far qualcosa all’altezza dell’intelligenza del suo capo. Per riuscirci, però, ha necessità di costringerlo a confrontarsi con la causa vera dei mali finanziari in cui ci dibattiamo.

I disastri della borsa e dell’economia reale, e i fallimenti delle ricette di risanamento e rilancio, i declassamenti, il debito pubblico a 1.900 miliardi, il crollo del 12,5% del gettito tributario a giugno, ancora non sono bastati: ancora si finge di non vedere il problema di fondo, ossia che il mondo vive in un regime di monopolio (cartello bancario) della moneta (del money supply), comprendente anche le banche centrali (Fed, BCE etc.), e che questo, come tutti i monopoli dei beni necessari, tende a ottenere, in cambio del proprio prodotto, il massimo dal mercato del prodotto stesso, cioè tutto il reddito prodotto nel mondo. E persegue questo scopo mediante il farsi pagare il denaro, l’indebitare, il raccogliere interessi. Il punto di equilibrio di tale sistema è quando ogni reddito è destinato al servizio del debito e ogni asset alla garanzia del servizio. Con governi e legislatori come ostaggi-garanti-esecutori di questa destinazione, sotto permanente minaccia di downgrading da parte delle agenzie di rating del medesimo cartello monopolista, e di rifiuto di acquistare i loro titoli. Quindi è ovvio che la BCE, in questa fase, arrivi a commissariare Grecia, Italia e altri paesi. Era tutto prevedibile e scontato.

Ovvio e inevitabile, dunque

a) che il denaro prodotto dal monopolista (a costo zero: fiat money, monrta fiduciaria, nessuna copertura o convertibilità in valore) sia un denaro (come meglio vedremo) che genera un debito infinitamente ed esponenzialmente crescente a carico di tutta la società: il debito costituisce ulteriore bisogno-domanda del bene prodotto dal monopolista, quindi aumenta il valore di questo bene rispetto a tutti gli altri beni, ne rende più pressante il bisogno, sicché la gente, le imprese, gli stati, sono sempre più dipendenti, oramai anche per la sopravvivenza quotidiana, dal monopolio monetario-creditizio, e fanno, danno, subiscono e promettono oramai qualsiasi cosa pur di ottenerne quanto basta per l’immediato – si sono abituati a vivere con l’acqua alla gola;

b) che l’esponenzialmente crescente peso di questo indebitamento progressivamente ed inarrestabilmente erode tutti i redditi e tutti i patrimoni, costringendo a crescenti trasferimenti degli uni e degli altri, anche via tassazione, a favore del settore finanziario-speculativo che esercita la sovranità monetaria; questo trasferimento è costante da decenni e porta con se riforme delle norme sul lavoro, sul bilancio, sul welfare;

c) che nessuna misura di tassazione o di risparmio o di efficientizzazione dell’economia o della pubblica amministrazione può conseguire più di un sollievo sempre più breve dal peso dell’indebitamento e delle devastazioni che esso comporta: ciò che i governi vanno da anni deliberando, comprese le manovre agostane di Tremonti, è semplicemente ingiusto e sterile, perché niente sortisce effetto stabile se non si comincia con l’eliminazione del monopolio.

Il fine connaturale del cartello monopolista della moneta, oltre ovviamente a preservare (con mezzi accademici, politici, militari) il proprio monopolio della creazione, distruzione e fissazione del tasso d’interesse della moneta, è quello – ribadisco – di ottenere, in cambio del proprio prodotto (o in pagamento degli interessi e del debito) tutto il valore disponibile prodotto da ogni altro soggetto economico – il che comporta anche l’acquisizione di potere politico, come oggi palesano gli atti con cui i banchieri centrali prescrivono la politica a governi e parlamenti, e coi quali riformulano l’ordinamento sociale in funzione di tale fine. Se ciò che osserviamo oggi sono semplicemente gli sviluppi avanzati della tendenza intrinseca del monopolio, la novità del 2012 è che adesso il cartello monopolista è venuto allo scoperto, ossia viene divulgato il fatto che esso impartisce direttive ai governi in difficoltà finanziarie – i c.d. commissariamenti. Quindi per la prima volta il cartello monopolista, attraverso BCE e FMI, assume, davanti all’opinione pubblica, la responsabilità politica, sostanzialmente, di essere un super-governo tecnico. Si espone al biasimo e alle conseguenze e alle possibili reazioni politiche di ciò che potrà conseguire all’adozione delle sue ricette. Questa è la novità di oggi: il padrone ci mette la faccia, a costo di far capire che governi e parlamenti sono solo teste di legno. E che il Trattato di Maastricht è una farsa, laddove stabilisce che la BCE non debba dare direttive alle istituzioni politiche. La BCE sta facendo l’unità politica dell’Europa intorno al fine di trasferire stabilmente molto reddito al settore finanziario (stabilmente, nel senso di non fare default e mettere in crisi il sistema internazionale di questi trasferimenti).

La leva di comando del monopolio sui governi è semplice: “se non fai le cose che ti dico, ti abbasso il rating con le mie agenzie di rating e non ti compero più i titoli del debito pubblico con la mia banca centrale (BCE) – quindi ti faccio saltare.” Ciò che rimane implicito è che il debito pubblico, con la sua spinta al rialzo, deriva dal fatto che il monopolio esercita il potere politico e sovrano di creare denaro a costo zero dal nulla, impadronendosi del potere d’acquisto corrispondente, e lo presta agli stati a interesse, creando così in capo agli stati il bisogno di ulteriori prestiti per pagare gli interessi, all’infinito. Quindi il monopolio crea il bisogno e la crisi a proprio beneficio, e poi lo sfrutta per assumere la guida politica degli stati.

In questo regime monopolista sovrannazionale e non-regolato dalla politica, ma regolante sulle istituzioni pubbliche, la funzione del denaro e del credito, ovviamente, non è la piena attivazione dei fattori di produzione, non è la produzione di ricchezza, non è nemmeno la massimizzazione del profitto, né la stabilità dei prezzi, ma il potere, il dominio economico, politico e sociale, nonché quello scientifico/culturale. Il monopolio si concentra soprattutto sugli obbiettivi di irrigidire ed esasperare la domanda di liquidità/credito (massimizzare il bisogno, la mancanza, la scarsità) e di impedire che qualche stato si sottragga alla dipendenza dal monopolio. Perché la dipendenza rigida e stringente di tutti verso il fornitore-creditore monopolista conferisce a questi il potere assoluto, ma anche l’impunità e il diritto di “fare la morale” alle istituzioni. Quindi il monopolio ha bisogno che i popoli, finanziariamente ed economicamente, stiano con l’acqua alla gola, che siano in crisi, in difficoltà – in un’emergenza permanente, seppur mutevole nelle espressioni.

Ricordiamo che la medesima comunità bancaria mondiale che, da un lato, produce e sfrutta le bolle-truffe finanziarie, dei derivati, dei mutui subprime, dei falsi bilanci greci, dall’altro lato esprime i vertici e forgia la politica delle banche centrali che fanno le analisi, prescrivono le ricette, commissionano i governi, dettano le politiche ai parlamenti, fanno direttamente le politiche economiche avendo ricevuto la sovranità finanziaria e monetaria (Maastricht), e minacciano di far saltare gli stati che non obbediscono declassando i loro bonds mediante le agenzie di rating da essa posseduta e non comperandoli più.

Quanti fallimenti di manovre e riforme finanziarie ci vorranno ancora, quanti crolli di borsa e sacrifici sociali, quanti default e quanti commissariamenti di governi, prima che si capisca che è sbagliata, non corrispondendo alla realtà, la concezione di fondo della moneta, del debito, della finanza, dell’economia? Che le analisi, le ricette, gli interventi, i sacrifici falliscono perché non tengono conto dell’esistenza e della logica del monopolio monetario privato-irresponsabile (consacrata dal Trattato di Maastricht, dallo statuto di BCE, Fed, Bis) e si basano su una concezione errata della realtà, quindi è inevitabile che falliscano e non risolvano i problemi? Che bisogna riconsiderare il fondo delle cose senza preconcetti scolastici?

Alcuni paesi – ovviamente – hanno problemi propri, peculiari, di inefficienza, corruzione, ma il problema mondiale è il debito, pubblico e privato, che comporta alte tasse e alti interessi passivi, e sottrae liquidità all’economia, inducendo così insolvenze, defaults, disinvestimenti, disoccupazione, cali della domanda interna, rincari generalizzati.

E questo debito, pubblico e privato, con i suoi effetti suddetti, cresce inarrestabilmente, nonostante i sempre più frequenti interventi di contenimento e risanamento: è dagli anni ’80 che sento fare manovre di risanamento del debito pubblico, e che esso continua a crescere, anzi si è impennato proprio da quanto, col fine dichiarato di contenerlo, è stata fatta la riforma che l’ha moltip0licato, ossia il divorzio Tesoro-Bankitalia.

E non cresce linearmente, ma esponenzialmente, perché i mezzi monetari vengono tutti creati mediante operazioni di addebitamento – cioè in pratica vengono tutti dati a prestito, gravati di un debito ad interesse composto, che fa sì che il totale del debito sia più alto, e divenga sempre più alto, con andamento esponenziale, rispetto alla totalità del money supply, drenando quindi dall’economia una esponenzialmente crescente quota del reddito per il pagamento degli interessi.

L’indebitamento è oramai fuori controllo, come dimostrano i fallimenti di ogni tentativo di arrestarlo, o meglio come dimostra il fatto che i vari tentativi falliscono sempre prima. E le bolle mobiliari e immobiliari non sono accidenti, bensì sono prodotto inevitabile dell’uso del denaro-debito (della necessità di distruggere l’eccedenza del credito-debito sul money supply), tuttavia, pur succedendosi molto velocemente, non riescono più a mantenere il funzionamento del sistema.

Bisogna insomma rivedere il fondo delle cose per capire il rapporto tra moneta e debito.

(In Italia, bisognerebbe inoltre aprire un dibattito sul divorzio BdI-Tesoro, causa principale dell’impennata incontenibile del pubblico indebitamento, assieme alla spesa assistenzialistica finalizzata a prevenire la saldatura, negli anni di piombo, tra protesta operaia del Nord e protesta dei diseredati del Sud. Il Giappone, che ha un debito pubblico più che doppio del pil, non subisce attacchi speculativi ai suoi t-bonds, perché la sua banca centrale compera i titoli invenduti. In Italia (e in altri paesi) bisognerebbe ripristinare i vincoli di portafoglio che aveva un tempo la BdI.)

Le ricette anticrisi, che falliscono ma arricchiscono sempre determinati livelli, producendo una concentrazione della ricchezza e dei redditi in tutto il mondo, e l’immiserimento dei ceti medi, vengono da un soggetto interessato, dal settore bancario mondiale, dalle sue scuole di economia e dai suoi ingegneri finanziari. Arrivano attraverso le banche centrali, come Fed, BCE, BoE, BoJ. E attraverso la banca centrale delle banche centrali, la BIS. E’ stupido presentare siffatte analisi, critiche, richieste, ricette, come l’espressione dell’”Europa”. Sono l’espressione di un soggetto interessato. Precisamente, controinteressato, rispetto al resto della società globale, e soprattutto verso i produttori di ricchezza, i risparmiatori, i pensionati, i giovani.

La liquidità in assoluto è troppa, è un multiplo di quanto dovrebbe essere, ma si concentra nel settore speculativo: non investe e non consuma. Ma è insipiente dire che il mercato sia drogato da troppa liquidità. La ricorrente ricetta del monopolio bancario, comprendente le banche centrali, di curare la crisi mobiliare e la recessione con iniezioni di moneta, il c.d. quantitative easing, produce brevi fiammate di borsa, seguite da profondi e persistenti cali o crolli. E da nessun beneficio per l’economia reale. Infatti, tali immissioni vengono fatte dalle banche centrali, a controllo e (spesso anche, come la Fed) a proprietà privata (di finanzieri) in favore degli speculatori (cioè delle stesse banche che esprimono la direzione delle banche centrali). E il settore speculativo dà rendimenti più elevati e rapidi del settore produttivo, soprattutto ai grandi soggetti che sono in grado di influenzare i mercati finanziari dall’esterno (con l’insider trading, l’aggiotaggio, il vantaggio conoscitivo, il condizionamento sui governi). Il settore speculativo fa così concorrenza, da decenni oramai, al settore produttivo, e lo sta de-monetizzando e costringendo a competere sulla redditività di breve, mediante politiche di disinvestimenti, licenziamenti, tagli della qualità, della formazione, della ricerca, della produzione, per perseguire la massimizzazione non del profitto totale, ma del saggio di profitto.

Le politiche fiscali possono essere utili, quindi, solo se abbassano la redditività del settore speculativo rispetto a quello produttivo. Ma per riuscire in questo necessitano di essere globali (perché la piazza speculativa è delocalizzata, apolide) e da esser precedute da una revisione delle regole di contabilità bancaria, che consentono massicci occultamenti di ricavi e utili realizzati nell’erogazione del credito, nel senso più volte indicato negli scritti miei e di altri (v. Euroschiavi e La Moneta Copernicana), le cui analisi e previsioni stanno ricevendo la più dura delle conferme. Però anche questo sarà insufficiente, se si continuerà a consentire che una moneta fiduciaria, prodotta a costo zero e senza garanzia/convertibilità, in regime di monopolio privato non regolato, venga trattata come merce. Qualsiasi passo in questa direzione presuppone che si interrompa l’azione finanziaria e politica dei monopolisti (grandi famiglie finanziarie e bancarie, direttori delle banche centrali) ossia che i governi (via G8 e servizi di sicurezza) dispongano il loro arresto e la segregazione in un regime del tipo di Guantanamo, per prevenire che essi si oppongano in qualsiasi modo, e che abbiano contatti con l’esterno. Non si può pensare che l’orso consegni la sua pelle su garbata richiesta, foss’anche con voto popolare. Si tratta di riforme possibili solamente se, prima, si abbatte il potere del monopolio. E questo orso è molto più pericoloso e organizzato dei terroristi islamici, veri o supposti. Quindi le mezze misure non servirebbero.

Ma come riorganizzare il sistema monetario e bancario, dopo l’eliminazione del monopolio? Ne La Moneta Copernicana (Nexus 2008), scritto assieme a Nino Galloni, ho delineato l’alternativa all’attuale sistema basato sulla distruttiva moneta-debito e sul monopolio privato della funzione monetaria:

“Avremo lo Stato che, attraverso un suo organo di regolazione del money supply – organo costituzionale, tecnico-economico, meglio configurabile come quarto potere dello Stato, e per quanto possibile super partes e indipendente monitorerà in continuo la situazione monetaria ed economica nazionale e internazionale, accertando di quanta liquidità abbisogni il paese per impiegare o sviluppare al meglio i propri fattori produttivi (sui criteri per stabilire questo ‘meglio’ ritorneremo presto), e vigilerà soprattutto affinché non si producano situazioni di demonetazione, ossia di insufficienza della moneta disponibile rispetto al fabbisogno, che causerebbe un rischio di deflazione e recessione.

Quest’organo darà conseguenti disposizioni a un dipartimento del Ministero del Tesoro di creare ed immettere nel mercato la quantità di moneta ritenuta opportuna, o di ritirare quella che risulti in eccedenza (mediante prelievi fiscali, vendite di beni pubblici comprese riserve auree, vendite di valute estere, etc.).

Verrà così creata tutta la moneta, ossia tutto il money supply: sia quell’8% che oggi è costituito da moneta legale (cartamoneta e monetine), sia quel 92% che oggi è costituito da moneta scritturale delle banche; il money supply consisterà tutto di moneta legale, la quale sarà affiancata solo da moneta complementare, essendo alle banche proibita la creazione di liquidità. Il Ministero del Tesoro emetterà la moneta, per una parte, sotto forma di monete metalliche, per una parte sotto forma di cartamoneta, per il resto sotto forma di annotazioni contabili (informatiche o anche su supporto cartaceo). Registrerà l’importo di ogni emissione tra le entrate tributarie.

Per disposizione costituzionale, vincolerà in bilancio la spesa del valore delle emissioni a impieghi produttivi (investimenti, infrastrutture, etc.) – ossia tali da generare un aumento di ricchezza reale a copertura dell’importo dell’emissione, onde prevenire tensioni inflative.

Le uscite diverse dagli investimenti produttivi saranno coperte da entrate non derivanti dall’emissione di moneta.

L’immissione della nuova moneta avverrà attraverso:

-investimenti diretti

-erogazioni di mutui a banche di credito e altri soggetti.

-sovvenzioni alla produzione.

In tal modo, lo Stato eserciterà la funzione sovrana e politica di creare denaro prelevando potere d’acquisto dalla nazione e spendendo e investendo nell’interesse di essa senza indebitarla né tassarla; e le banche non creeranno più moneta contabile (e debito infinito), non preleveranno più tasse occulte dai cittadini e dalle imprese, ma svolgeranno la funzione loropropria di intermediari del credito: raccoglieranno il denaro prendendolo a prestito dai risparmiatori e dallo Stato, pagando loro un tasso di interesse che sarà stabilito dal mercato, e lo presteranno ai loro clienti a tassi e condizioni che saranno stabiliti, a loro volta, dal mercato. Guadagneranno sullo spread, sulla ‘forbice’. Le banche presteranno quindi solo il denaro che esse effettivamente hanno in proprietà ho hanno ricevuto in prestito (mutuo) dai depositanti; di conseguenza, non vi sarà più riserva frazionaria, ma riserva totale. Certamente, in un simile sistema sussiste il rischio che la sovranità bancaria,tolta formalmente alle banche e trasferita allo Stato, venga nuovamente privatizzata, nel senso che lo Stato stesso è ‘privatizzato’, ossia oggetto di possesso e lottizzazione partitocratica o a corporate takeover. Ma a questo rischio si opporrebbe la chiarezza oramai fatta, la conoscenza diffusa, circa i meccanismi fondamentali della moneta e il loro impatto su economia e società. Diverrebbe, cioè, impossibile continuare a ingannare e a governare con l’inganno il mercato, gli operatori economici, i contribuenti, come lo si sta facendo ora.” (pag. 127 ss).

41 Werner, 2005, 258.

142 Zarlenga, 663 ss., propone una riforma analoga.

139 Così raccomanda Anche Zarlenga, 657

140 La principale obiezione di merito alla creazione del denaro da parte dello Stato in funzione di pagare le proprie spese, è che essa si tradurrebbe, per ragioni di demagogia, in un’espansione monetaria incontrollata e inflazionistica. A questa obiezione, oltre a richiamare quanto già detto, si può replicare:

-in primo luogo, che il sistema attuale è in ogni caso peggiore, perché lascia a un sistema bancario privato la possibilità di compiere un’espansione dei mezzi monetari incontrollata, destabilizzante, e destinata ad attività speculative delle banche stesse;

-in secondo luogo, che una creazione eccessiva di liquidità da parte dello Stato può essere prevenuta con vincoli costituzionali e con l’affidamento della regolazione a un organo indipendente dai partiti politici; e, ancor più, con la divulgazione della conoscenza di quello che oggi rimane, per quasi tutti, il segreto della moneta.

Raccomando al governo Tremonti, prima di lasciarsi sconfiggere, marginalizzare o rottamare dagli eventi e dai poteri forti, di spiegare alla gente, e soprattutto al serttore produttivo, come stanno veramente le cose, quale è la causa dei mali in cui ci dibattiamo - ossia il monopolio privato irresponsabile di credito e moneta. Il momento è giusto perché molti si interessino, capiscano, e si muovono in modo tale da consentire una riforma decente anzichè il proseguire di un processo distruttivo che porta solo alla disperazione.

13.08.11 Marco Della Luna

Cossiga: L'ONU è un bluff

Le Nazioni Unite sono un bluff

da: Fotti il potere, di Andrea Cangini con Francesco Cossiga, Aliberti, 2010

È a questo punto che Francesco Cossiga si lancia in un raro elogio dei "confini", dal latino cum finis: con una fine, un limite.
"Nonostante tutto" dice, "i confini sono e restano importanti perché ogni cosa, per crescere bene, deve avere uno spazio e un suo limite. I confini non sono tratti capricciosi di penna, ma rappresentano l'estremo limite di mondi vivi, tra loro in verità il più delle volte meno simili di quel che sembra". E poi, aggiunge, "non è vero che separano e allontanano: rendendo i cittadini e gli Stati sicuri di sé, i confini in fondo incoraggiano l'apertura e il venirsi incontro".
Eppure, una sorprendente indagine svolta da LaPolis per la rivista "Limes" ha mostrato come più del 27 per cento degli italiani ami dichiararsi "cittadino del mondo"...
"No, guardi, queste sono cose che si dicono quando non si sa più a cosa attaccarsi, ma non prenderei il dato come il segno di una reale coscienza cosmopolita. Semmai, come il segno di un certo conformismo politicamente corretto e di un crescente disorientamento...".
Una forma di disperazione, insomma.
L'identità nazionale, dunque, non è in crisi come si dice ?
"L'identità nazionale è in crisi, non c'è dubbio, ma la fonte della legittimità della rappresentanza politica resta comunque nazionale. Non foss'altro perché non esistono ancora alternative concrete ai concetti di nazione e di Stato".

Se ne desume che le Nazioni Unite possono al massimo rappresentare un auspicio ideale. Una tensione, un sogno, un'utopia. O, come dice più prosaicamente Cossiga, "un bluff abbondantemente scoperto".
Il Presidente non è infatti il solo a sostenere che l'Onu abbia "miseramente fallito il suo mandato perché, com'è chiaro a tutti, non è stata capace di risolvere un solo problema internazionale tra i tanti che s'è trovata ad affrontare. Neanche uno. Il caso del Ruanda, dove i caschi blu hanno assistito attoniti ai massacri tribali senza muovere un dito, è in questo senso emblematico...".
In definitiva, secondo Cossiga c'è solo un ambito nel qualle le Nazioni Unite effettivamente primeggiano: "nello spendere i quattrini. Mentre l'unico problema che è riuscita a risolvere la Fao è stato quello del benessere e del posto di lavoro dei suoi numerosissimi e ottimamente pagati dirigenti e dipendenti, altro che fame nel mondo...".
È pensabile una riforma che dia alle Nazioni Unite quell'efficacia e quell'efficienza che oggi mancano ?
"No, non è pensabile. Le Nazioni Unite si fondano necessariamente sul diritto di veto, per cui, non essendo immaginabile che le decisioni più delicate possano essere prese all'unanimità, ogni possibile scelta viene regolarmente bloccata dagli Stati che ne sarebbero danneggiati. Ne consegue la paralisi".
Cossiga fa l'esempio della definizione di terrorismo. "Le Nazioni Unite" racconta, "non sono mai riuscite neppure a dare una definizione chiara di terrorismo perché i Paesi arabi e quelli governati dalla sinistra si sono sempre opposti a ogni possibile ipotesi. I ceceni, le Farc colombiane. Hamas... sono terroristi o resistenti ? Impossibile chiarirlo. E così è su tutto. Una riforma è dunque impensabile perché presupporrebbe l'introduzione di quella capacità decisionale la cui inevitabile conseguenza sarebbe la frantumazione per conflitto di interessi dell'intera Istituzione. In definitiva, l'unica utilità oggettiva delle Nazioni Unite è che rappresentano il luogo dove anche i nemici più radicali possono parlarsi a quattr'occhi senza che questo faccia notizia. Dove, tanto per capirci, il segretario di stato americano Hillary Clinton può riservatamente incontrare l'iraniano Mahmud Ahmadinejad e discutere con lui delle possibili soluzioni pacifiche di un rapporto sempre sul punto di sfociare nel conflitto armato e fors'anche nucleare. Tutto qui. Mentre, volendone a tutti i costi trovarne una, l'utilità del Consiglio di sicurezza dell'Onu sta nel fatto che bilancia la potenza degli Stati membri: nessuno può strafare perché sennò i Paesi che ne subirebbero le decisioni metterebbero il veto. Ma se adesso verranno fatti entrare India e Brasile saranno tutti voti a favore di Putin e si manifesterà allora il rischio di un sistema sempre più sbilanciato a sfavore dell'Occidente industrializzato".