martedì 21 gennaio 2014

IL PATRIMONIO DELLA BANCA D’ITALIA VA RESTITUITO ALLO STATO

Cara amica e caro amico,
questa è la notizia più importante per la vita e il benessere presente e futuro degli italiani.
È in gioco il futuro economico dell’Italia. Se la Banca d’Italia rimarrà degli italiani potremo avere qualche probabilità di riprenderci, uscire dalla dipendenza e dalla sottomissione ai paesi più potenti, vicini e lontani.
Con la Banca Centrale di nostra proprietà sarà possibile riattivare il nostro ineguagliabile sistema produttivo, ridurre la disoccupazione giovanile e l’impoverimento generale, recuperare l’indipendenza e la dignità della nostra nazione.
Come potrai scoprire più avanti, se permetteremo che la Banca d’Italia, e poi Poste Italiane, Eni, Enel, Snam, Fincantieri e Terna, RAI e molte altre delle nostre migliori aziende cadano nelle mani prima dei banchieri italiani e poi via via dei più grandi e potenti banchieri stranieri, noi italiani saremo destinati a decenni di decadenza e povertà.
Per questo ti chiedo di attivarti al massimo e immediatamente per condividere questo testo con tutte le persone che conosci, via Internet ma anche stampandolo.
Ognuno di coloro che riceverà questa informazione così importante e così poco conosciuta, deve informare tante altre persone prima possibile e poi dobbiamo intervenire verso tutti i giornali, tutti i siti web, scrivere al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, al Ministro dell’Economia e al Presidente dei Deputati, ai capi dei partiti e a tutti i personaggi importanti che possiamo conoscere.
Se ognuno di noi si impegna per quanto può ed è capace, tutti insieme potremo ottenere che in Italia nelle prossime ventiquattro ore si parli solo di questo, un argomento e una decisione davvero molto preoccupante per il futuro di tutti noi italiani, sicuramente molto più importante di Renzi e Berlusconi e della legge elettorale, e di tutti quegli assordanti pettegolezzi con cui tanti giornalisti ci distraggono continuamente per impedirci di ragionare con la nostra testa e con il buon senso.

Ti prego di fare tutto ciò che ti è possibile fin da questo momento!
Per favore dopo che hai letto l’allegato non ti fermare, non rinviare a più tardi. È possibile che ci sia qualche parola o qualcosa che non ti piace del tutto o verso cui sei critico. Per favore non te ne curare: ciò che conta è l’informazione principale, il furto della Banca d’Italia agli italiani, e poi di Poste Italiane, Eni, Snam, Rai, ecc, e fare arrivare questa importantissima informazione a tutti in pochissimo tempo, dopo sarà troppo tardi!
Devi trovare subito qualche minuto soltanto, per difendere il tuo benessere, dei tuoi cari e forse anche delle future generazioni. Forza, agisci subito, senza tentennamenti e gira subito questa mail a tante persone che conosci, anche tutte quelle che hai nel tuo indirizzario e nel tuo profilo facebook o su twitter con l'hashtag    #fermiamolapiugrandeporcatadellapartitocrazia
Nel fare questo non c’è niente di male, anzi farai solo del bene! In questo modo potremo far capire quanti italiani sono ormai stanchi di tutti i soprusi che subiamo ogni giorno e che non vogliamo più restare passivi. Grazie!
Appena puoi fai anche qualche decina di copie e distribuiscile a chi ti vive vicino e usa poco o non usa Internet: ricordati che nelle prossime ore ci vogliono derubare della nostra più importante ricchezza!
Se vuoi mettere il tuo nome e la tua città o paese sotto il mio saremo felici entrambi! (Il cognome è facoltativo)

Giorgio Gustavo  Cesena

SIAMO ANCORA IN TEMPO PER FERMARLI! LA PIÙ GRANDE PORCATA DELLA PARTITOCRAZIA ITALIANA ED EUROPEA VOGLIONO REGALARE IL PATRIMONIO DI CENTINAIA DI MILIARDI DELLA BANCA D’ITALIA AI BANCHIERI PRIVATI ITALIANI E STRANIERI
di GIORGIO GUSTAVO ROSSO

Dopo il Porcellum di Calderoli, Berlusconi e Casini del 2005, domani 21 gennaio 2014 arriva LA PIU’ GRANDE PORCATA di Saccomanni con Letta, Alfano e Renzi.
Se martedì 21 gennaio 2014 la Camera dei Deputati approverà il Decreto Legge n. 133, il ministro dell’Economia Saccomanni, insieme a Letta Alfano e Renzi regaleranno centinaia di miliardi di euro degli italiani ai banchieri che non hanno alcun diritto sull’immenso patrimonio della Banca d’Italia, oro immobili e diritti di signoraggio inclusi.

Il Decreto 133 è in evidente contrasto con la Costituzione Italiana*

Il Decreto 133 è in contrasto con la legge n. 262 del 2005, che stabilisce il ritorno allo Stato Italiano delle quote della Banca d’Italia**
IL PIÙ GRANDE CONFLITTO D’INTERESSI VIENE DAL MINISTRO
DELL’ECONOMIA FABRIZIO SACCOMANNI, infatti il Ministro dell’Economia e delle Finanze del Governo Letta è un banchiere, scelto dai banchieri a rappresentarli, e con questo Decreto Legge regalerà la Banca d’Italia e il suo patrimonio di centinaia di miliardi di euro ai banchieri che lo hanno scelto. Il Decreto Legge 133 è incostituzionale, è contro la legge 262 del 2005, va contro la natura pubblica della Banca d’Italia, va contro l’interesse degli italiani per favorire gli interessi dei banchieri privati e delle assicurazioni private italiane e straniere che hanno scelto Saccomanni prima come Direttore Generale della Banca d’Italia e poi come Ministro dell’Economia del Governo Letta. Fabrizio Saccomanni non è mai stato eletto e da decine d’anni è ai vertici del sistema bancario italiano e internazionale. Per questo Fabrizio Saccomanni non può più fare il Ministro dell’Economia e non deve essergli consentito di regalare la Banca d’Italia
ai suoi amici banchieri.

Dal sito della Banca d’Italia: la Banca d’Italia è la banca centrale della Repubblica italiana ed è parte del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e dell'Eurosistema. È un istituto di diritto
pubblico.
Nell’esercizio delle proprie attribuzioni la Banca opera con autonomia e indipendenza, nel rispetto del principio di trasparenza, secondo le disposizioni della normativa comunitaria e nazionale.
Coerentemente con la natura pubblica delle funzioni svolte e consapevole dell’importanza dei propri compiti e responsabilità, l’Istituto cura la diffusione di dati e notizie con la massima ampiezza informativa.
Il patrimonio della Banca d’Italia, i suoi immobili, le tonnellate di lingotti d’oro (da soli valgono più di 100 miliardi di euro), le centinaia di miliardi di euro derivanti dalla stampa dei biglietti
e delle monete sono degli italiani perché sono il risultato di oltre un secolo di attività pubblica della Banca d’Italia! Le banche e le assicurazioni private non hanno mai tirato fuori un solo euro
per acquistare la Banca d’Italia, e quindi non hanno nessun diritto sulla Banca d’Italia!
In tutti i grandi paesi europei, Germania Francia Inghilterra e Spagna per prime, la banca centrale è di proprietà pubblica.**

Il Decreto in discussione martedì alla Camera va contro la Costituzione perché:
-

I decreti legge devono avere requisiti di necessità e d’urgenza, altrimenti sono incostituzionali. La norma relativa al capitale della Banca d’Italia è evidentemente priva del requisito della necessità e urgenza, e quindi il Decreto 133 è incostituzionale.
     I decreti legge devono trattare materie omogenee altrimenti sono incostituzionali. Il Decreto Legge 133 tratta della tassazione dell’Imu e delle regole per la cessione di immobili pubblici: sono materie che non hanno nulla a che fare con la proprietà della Banca d’Italia!

      I decreti leggi non possono avere come argomento norme ordinamentali altrimenti sono incostituzionali. La norma relativa al capitale della Banca d’Italia invece è proprio una norma ordina mentale, e quindi non può essere oggetto di decretazione d’urgenza.

         A partire dal 2014, grazie al Decreto Legge 133, ogni anno i banchieri potranno impadronirsi di decine di miliardi di euro, derivanti dalla stampa degli euro che invece spettano a noi italiani, se la Banca d’Italia rimane pubblica.
 Mantenere la proprietà pubblica della Banca d’Italia è l’unica possibilità che abbiamo per potere ridiscutere il debito pubblico italiano e poi pagarlo.

             Per tutti questi motivi, da più parti è stata fatta richiesta al Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni di stralciare la parte relativa alla Banca d’Italia dal Decreto 133, ma l’ex Direttore Generale della Banca d’Italia, in grave e evidente conflitto d’interessi, si è opposto!


* LEGGE 28 dicembre 2005, n.262 - Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari. TITOLO IV DISPOSIZIONI CONCERNENTI LE AUTORITA' DI VIGILANZA Capo I PRINCIPI DI ORGANIZZAZIONE E RAPPORTI FRA LE AUTORITA'

Art. 19. (Banca d'Italia) ... 10. Con regolamento da adottare ai sensi dell'articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l'assetto proprietario della Banca d'Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d'Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.
PER SACCOMANNI E LETTA/ALFANO/RENZI DOPO LA BANCA D’ITALIA SARA’ IL TURNO DI POSTE ITALIANE, ENI, SNAM, TERNA, ENEL, FINMECCANICA, RAI, ...

Dopo aver regalato la Banca d’Italia ai banchieri che lo hanno scelto, il banchiere Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha già progettato di “vendere” POSTE ITALIANE (inclusi i risparmi di milioni d’italiani) e poi ENI, TERNA, ENEL, FINMECCANICA, RAI, SNAM, che gestisce la rete di distribuzione del gas, mentre stiamo già rischiando di perdere la rete telefonica dopo la svendita di Telecom, più immobili e terreni pubblici. In questo modo il banchiere Saccomanni sta proseguendo la svendita delle migliori aziende italiane già in parte realizzata dai suoi colleghi banchieri che lo hanno preceduto al Ministero del Tesoro, dell’Economia o a capo del Governo, quando sono state privatizzate alcune delle più importanti aziende italiane nel campo alimentare, industriale e bancario a prezzi di saldo, e a tutto vantaggio dei paesi concorrenti dell’Italia.
Se non fermiamo Saccomanni e i banchieri che lo dirigono la rovina dell’Italia sarà completa e probabilmente irreversibile!

Non farti distrarre da Renzi e Berlusconi, difendi la Banca d’Italia da chi vuole rubarla agli italiani.


lunedì 20 gennaio 2014

Ogni fallimento è organizzato con modalità predatorie

Viaggi e soldi in contanti per comprare le sentenze dei giudici fallimentari (Rita Di Giovacchino).

Toghe
CHIARA SCHETTINI,ARRESTATA IN GIUGNO: “A ROMA ERA UNA PRASSI DIVIDERE IL COMPENSO CON IL MAGISTRATO, 3 SU 4 SONO CORROTTI”.
In un interrogatorio di 60 pagine, reso ai pm Nello Rossi e Rocco Fava il 29 settembre scorso, l’ex giudice Chiara Schettini, arrestata a giugno dal gip di Perugia per corruzione e peculato, offre uno spaccato devastante del sistema di corruzione del Tribunale fallimentare di Roma. Perizie affidate a consulenti dall’ampio potere discrezionale e dai compensi stratosferici, mazzette spartite anche con i giudici. Un crocevia affaristico in cui è coinvolto il vertice dell’ufficio. Il giudice Schettini non risparmia neppure i magistrati umbri competenti su inchieste che coinvolgono i colleghi romani accusandoli di insabbiare gli esposti.Spiega anche il meccanismo delle truffe e i trucchi per pilotare i fallimenti milionari: “Si entrava in camera di consiglio e si diceva questo si fa fallire e questo no”. I soldi delle consulenze venivano poi ripartiti tra giudici delegati, curatori, periti e avvocati facendo levitare oltre misura le parcelle. Chiara Schettini tenta di scrollarsi di dosso le accuse pesantissime che l’hanno portata in carcere, aggravate da intercettazioni che la inchiodano a minacce, a frasi sorprendenti come: “Io se voglio sono più mafiosa dei mafiosi”.
DI FRONTE ai pm romani, provata dai mesi in cella, cambia registro, ridimensiona il proprio ruolo e punta in alto, accuse che non risparmiano i vertici dell’ufficio, in particolare un magistrato che tirerebbe le fila del sistema: “Il più corrotto di tutti”. Afferma di aver ricevuto minacce di morte, anche dopo l’arresto: “L’ambiente della fallimentare è ostile, durissimo, atavico, non ci sono soltanto spartizioni di denaro ma viaggi, regali, di tutto di più, una nomina a commissario giudiziale costa 150 mila euro, tutti sanno tutto e nessuno fa niente”. Ancora: “Era una prassi dividere il compenso con il giudice, tre su quattro lì dentro sono corrotti”. Dito puntato anche contro il padre di suo figlio, l’ex compagno Piercarlo Rossi che accusa di avere conti all’estero. “Mi sono fidata, ero innamorata, lui trafficava anche con il direttore di una filiale di Unicredit su 900 mila euro gliene dava 200 mila”. La percentuale per coprire la tangente. Un j’accuse a tutto campo che non risparmia il giudice fallimentare Tommaso Mar-vasi: “Piercarlo era l’ideatore e promotore, ma ripeto cresce come curatore di Marvasi… perché è troppo penetrante il suo controllo… poi veniva a chiedere a me ‘hai fatto questo? hai fatto quello’. ‘Non ti preoccupare sarà rimesso tutto perfettamente’… Io non l’ho più nominato Federico che rischia di far esplodere lo scandalo del tribunale fallimentare ai massimi vertici”. È un fiume in piena questa signora bionda che al momento opportuno parla come un facchino: “Io a Di Lauro l’avrei investito con la macchina… Lui lavorava con la banda della Magliana”. Descrive il meccanismo della corruzione: “C’era chi si faceva pagare le cene, chi i viaggi, chi smezzava il compenso, sul netto”. Uno in particolare non mollava mai l’osso: “Anche se era in un’altra sezione ha continuato a governare la fallimentare, è il capo della cupola”. Di un altro pezzo grosso dice: “Si sapeva tranquillamente e serenamente che per una nomina a commissario giudiziale andava a via Ferrari con la valigetta e prendeva 150 mila euro da un famoso studio, tutti sanno e ma nessuno fa niente, ha dato tre quarti delle nomine a quello studio”.
TIRA IN BALLO anche l’ex ministro Franco Frattini: “Mi telefonò dicendo che un suo amico, tale Maurizio Bonifati, aveva bisogno di consigli perché aveva questa società, la Mining, che stava per fallire…”. Ogni fallimento è organizzato con modalità predatorie. Crediti inesistenti attribuiti a soggetti inesistenti, sul piatto 2 milioni e mezzo di euro, ma prima di arraffarli è stata arrestata.
Da Il Fatto Quotidiano del 31/12/2013.

Deutsche Bank, buco kolossal

Deutsche Bank, buco kolossal. E indagata


Maxi-perdita di 1 miliardo di euro nel quarto trimestre più 2,5 miliardi per sanare il contenzioso legale.
La sede di Deutsche Bank, a Francoforte.
La sede di Deutsche Bank, a Francoforte.
NEW YORK (WSI) - Una maxi-perdita di un miliardo di euro nel quarto trimestre e 2,5 miliardi di euro per sanare i contenziosi legale 2013. Deutsche Bank, a sorpresa, diffonde i conti, mentre le autorità tedesche accendono un faro sulle attività dell’istituto nel mercato dei cambi.

Come già pochi giorni fa, l’istituto ha ammesso di aver «ricevuto richieste di informazioni dalle autorità di regolamentazione che stanno indagando sulle negoziazioni nel mercato dei cambi». In particolare, secondo lo Spiegel, Bafin, la Consob tedesca, avrebbe intenzione di esaminare con un’attività speciale se Deutsche Bank abbia gestito l’attività sul mercato dei cambi in modo adeguato e con sufficienti controlli. 

All’inizio della scorsa settimana, il Wall Street Journal aveva rivelato che il colosso tedesco, il più grande operatore al mondo nel mercato dei cambi che vale qualcosa come 5.000 miliardi di dollari al giorno, ha provveduto alle prime sospensioni di trader potenzialmente coinvolti nello scandalo dei cambi, che adesso sembra diventare molto più ampio di quello legato all’uso sconsiderato delle chat room fra i dipendenti di diverse banche d’affari. Nell’autunno scorso, Ubs, Rbs, Jp Morgan e Barclays hanno sospeso circa 12 operatori e, solo nella settimana scorsa, Hsbc ha sospeso due trader, Citigroup altri due e licenziato il capo delle negoziazioni della sede di Londra, Rohan Ramchandani, membro proprio della chat room sotto inchiesta, quella `The Cartel´ che comprendeva i principali trader di tutto il mondo.

domenica 19 gennaio 2014

Swap-truffa, indagati 15 banchieri a Trani

Swap-truffa, indagati 15 banchieri a Trani.
Coinvolti i vertici di Banca Intesa

Da Passera a Bazoli, trema il mondo finanziario. 'Non potevano non sapere', il senso dell'accusa. I prodotti offerti alla clientela "strutturalmente inefficaci ed inadeguati"
TRANI  -  Non potevano non sapere è il senso dell'accusa. Consapevoli cioè che i prodotti offerti alla clientela erano "strutturalmente inefficaci ed inadeguati" perché di natura speculativa e quindi sempre sbilanciati in favore della Banca. Per questo i vertici di Intesa San Paolo e di Banca Caboto, ora Banca Imi partecipata di Intesa, sono finiti nei guai. Ancora una volta nel mirino della procura di Trani che ha fatto notificare nelle ultime ore 15 informazioni di garanzia. Tra i destinatari nomi eccellenti della finanza italiana, figure apicali degli istituti di credito, tra cui spiccano quelli di Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza, Corrado Passera, ministro per lo sviluppo economico nel governo Monti e amministratore delegato sino al 2011, Enrico Salza, ex presidente del consiglio di gestione, Giampio Bracchi, ex vicepresidente e Giovanni Gorno Tempini, ex amministratore delegato di Caboto, oggi amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti.

L'inchiesta del magistrato Michele Ruggiero ipotizza il reato di truffa aggravata e continuata e abusivismo finanziario. Fu avviata all'indomani della denuncia di un imprenditore di Barletta, Ruggiero Di Vece, titolare di una società che opera nel settore della commercializzazione di materiali per l'edilizia, al quale i responsabili della filiale locale della banca avrebbero proposto la sottoscrizione di un finanziamento a tasso variabile dell'importo di 700mila euro da estinguere in quindici anni in rate trimestrali.

L'INCHIESTA Scandalo derivati, indagate Mps e altre 4 banche

In realtà il cliente sarebbe stato indotto a firmare con la Banca "contratti strutturalmente inefficaci e inadeguati", gli interest rate swap in pratica, contratti in cui le controparti si scambiano flussi finanziari (pagamenti periodici di interessi relativi ad un capitale di riferimento) per un determinato periodo di tempo. I derivati erano stati proposti all'imprenditore, emerge dai verbali, come "copertura dal rischio di variazione del tasso d'interesse" del suo finanziamento ma per l'accusa avrebbero procurato a Intesa un "ingiusto profitto patrimoniale" di oltre 40mila euro. Nel registro degli indagati sono finiti anche altre ex figure apicali dei due istituti di credito come Giangiacomo Domenico Luigi Nardozzi Tonielli, Andrea Munari, Massimo Arrighetti, Fabio Bolognini, Carlo Berselli, Matteo Farina e Giulio Sartirana, oltre a Vincenzo Petrarulo, Giovanni Civico e Salvatore Civita, funzionari della Banca Intesa di Barletta. Gli ispettori di Bankitalia e della Consob, si è appreso, avevano già messo in guardia l'istituto di credito della rischiosità di questi prodotti finanziari.

sabato 18 gennaio 2014

Farage: "Siamo gestiti da grandi banche e grandi burocrati"

Forlì, indagati 29 banchieri per usura

L'INCHIESTA-BOMBA

Forlì, indagati 29 banchieri per usura

Iscritti nel registro, tra gli altri, Bazoli, Modiano e Passera. Il pm chiede l'archiviazione, il gip dice no

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/1306362/Forli--indagati-29-banchieri-per-usura.html

07/09/2013

Indagati 29 banchieri per usura: scopri se c'è anche il tuo
Giovanni Bazoli e Corrado Passera ai tempi di Banca Intesa



Ventinove tra dirigenti di banca e banchieri italiani sono indagati per truffa e usura aggravata. Verso fine ottobre la procura di Forlì diventerà piuttosto frequentata: è qui che il gip ha convocato una Camera di Consiglio per decidere le sorti di un’inchiesta che potrebbe diventare un caso pilota per il capitalismo italiano. Iscritti al registro degli indagati ci sono molti pezzi da novanta del nostro mondo creditizio del periodo 2008-2009: basti citare il presidente di Intesa Giovanni Bazoli, il dg della stessa banca Pietro Modiano, l’ex ad di Intesa ed ex ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, l’ex ad di GeneraliGiovanni Perissinotto. Fa loro compagnia un gruppo di dirigenti bancari (italiani e non) che sono chiamati a comparire come indagati all’appuntamento fissato dal gip.

Tutto parte dal 2009, anno in cui un imprenditore fa esposto alla procura  perché ritiene spropositati i tassi ai quali, in periodo di crisi post-Lehman, le sue aziende ricevono credito dal sistema bancario. Il pm si prende il suo tempo per le indagini, apre come di consueto un fascicolo contro ignoti, quindi chiede l’archiviazione. Interviene qui il primo fatto notevole, che inizia a rendere decisamente interessante una vicenda giudiziaria cominciata come tante. Il gip infatti  rifiuta l’archiviazione, chiedendo un supplemento di indagine. Il pm si riapplica alla pratica, disponendo una consulenza tecnica. Il documento, cui Libero ha avuto accesso, è frutto di un lavoro lungo e meticoloso. In 22 pagine rendiconta i tassi applicati sui conti correnti delle aziende dell’imprenditore, riscontrando valori superiori anche di mezzo punto percentuali a quelli che la legge considera usurari. Una precisazione doverosa: l’indagine non si è ancora trasformata in un processo con degli imputati. Il fatto che la «perizia» accerti tassi superiori a quelli fissati come soglia non determina in alcun modo l’eventuale colpevolezza di quelli che al momento sono solo indagati, né di chiunque all’interno delle banche interessate.

I nomi - Sta di fatto che in seguito a questa consulenza tecnica il pm iscrive al registro nomi e cognomi precisi, per i reati di truffa e usura (articoli 640 e 644 del codice penale). Questi nomi sono desunti proprio dal documento della Guardia di Finanza. Per stabilire i «responsabili» dei tassi la GdF si rivolge direttamente alle filiali delle banche. Queste li rimandano ai direttori di filiali, e su su fino ai consigli di amministrazione che negli anni precedenti hanno fissato i criteri per erogare il credito e le linee guida dei loro istituti. Per questo la lista degli indagati è una fotografia dei «quadri» del mondo bancario italiano, comprendenti vertici, direttori generali e  membri dei consigli di amministrazione di Carisbo e Intesa, dalle quali l’imprenditore si riteneva truffato. A muovere l’indagine sembra essere la volontà di accertare le responsabilità specifiche di chi ha fissato tassi che una perizia giudica non leciti.
Le persone che in questi giorni stanno ricevendo la convocazione per la camera di consiglio sono, nell’ordine: Filippo Cavazzuti, Gianfranco Ragonesi, Carlo Bottari, Sergio Iovino, Paolo Lelli, Gianni Lorenzoni, Silvia Noè, Carlo Ricordi, Isabella Seragnoli, Pietro Modiano, Giovanni Bazoli, Giampio Bracchi, Corrado Passera, Giovanni Ancarani, Francesco Arcucci, Benito Benedini, Antoine Bernheim (nel frattempo deceduto), Ariberto Fassati, Paolo Fumagalli, Michel Le Masson, Giangiacomo Nardozzi, Eugenio Pavarani, Giovanni Perissinotto, Gino Trombi, Jean Frederic De Leusse, René Carron, Manuel Jorge Jardim Goncalves e Jean Laurent. Anche un occhio non esperto dei meandri della finanza può riconoscere almeno 3-4 nomi di primissimo piano tra gli indagati.

La responsabilità - Un passo indietro: in seguito alla perizia, il pm non chiede il rinvio a giudizio, ma una nuova archiviazione. La motivazione che adduce nella richiesta nel novembre 2012 merita di essere spiegata perché è esattamente il  crinale su cui si gioca il futuro di questa inchiesta. Nel chiedere al gip l’emissione di un decreto di archiviazione, il pm infatti riconosce la qualità del lavoro di ricostruzione della polizia giudiziaria che rileva «condotte oggettivamente usurarie». Tuttavia, il pm si rifà alla giurisprudenza che non permette di contestare l’eventuale usura ai presidenti e ai dirigenti delle banche. Pertanto, non disponendo di «significativi e seri elementi a carico» che determinino la «mala fede» degli indagati, chiede l’archiviazione del «gotha» dei banchieri italiani. Qui accade il secondo fatto di rilievo: di nuovo infatti il gip non concede l’archiviazione, e dispone per ottobre l’udienza in camera di consiglio di cui si è parlato poco sopra.

Le opzioni - Cosa può accadere a fine ottobre? Le opzioni comprendono un raggio di tre possibilità. Ovviamente gli indagati si augurano che l’inchiesta venga archiviata. La parte offesa, invece, cioè l’imprenditore il cui esposto ha generato il tutto, avrebbe come maggior successo possibile la cosiddetta imputazione coatta, cioè un rinvio a giudizio disposto dal gip malgrado la richiesta opposta da parte del pubblico ministero. Per citare un caso mediamente famoso, è quel che è successo all’ex ministro Saverio Romano, per il quale il gip di Palermo si oppose alla richiesta di archiviazione mossa dal pm per il reato di concorso in associazione mafiosa, e ne dispose appunto l’imputazione coatta. Tra queste due opzioni - vittoria totale della difesa e successo dell’accusa che otterrebbe l’avvìo del processo - c’è una gamma di possibilità che sinteticamente  potrebbe tradursi in un nuovo supplemento di indagini, volte a stabilire i veri responsabili delle presunte «condotte usurarie» di cui parla la relazione tecnica voluta dalla procura. In queste settimane gli eserciti legali delle banche avranno ovviamente tempo per organizzarsi e far valere le loro ragioni. Resta il fatto che dagli sviluppi di questo interessantissimo potenziale processo romagnolo potrebbero arrivare conseguenze anche clamorose per il nostro sistema bancario, visto il precedente che potrebbe creare e il numero di emuli che il ricorrente potrebbe scatenare. I lettori di Libero, nei prossimi giorni, ne saranno informati.

di Martino Cervo

Firenze: la mattanza del banchiere indagato

CRONACHE
 LA TRAGEDIA IN PROVINCIA DI FIRENZE

Firenze, presidente di banca uccide moglie e figlio in casa poi si spara

Lamberto Albuzzani era indagato dalla Procura in un’inchiesta sulla gestione
del Credito Area Pratese. A dare l’allarme i vicini di casa

ANSA
Carabinieri davanti all’abitazione a S.Piero a Ponti, nel comune di Campi Bisenzio (Firenze), dove sono stati rinvenuti i tre cadaveri

Con il suo fucile da caccia ha sparato alla moglie e al figlio, poi si è tolto la vita. È successo stasera, a Campi Bisenzio (Firenze). L’uomo, Lamberto Albuzzani, avvocato di 67 anni, era presidente della Banca Credito Cooperativo Area Pratese. Era indagato dalla procura di Prato in un’inchiesta sulla gestione dell’istituto di credito.  

Nell’abitazione non sono stati trovati biglietti che spieghino il perché di quanto avvenuto. A dare l’allarme sono stati i vicini di casa, quando hanno sentito il rumore degli spari. La famiglia Albuzzani viveva in una villetta a due piani in una frazione di Campi Bisenzio. Il padre è stato trovato vicino alla porta, con il fucile accanto. Il corpo della moglie, Maria Bellini, 66 anni, era poco distante. Quello del figlio, Marco, 23 anni, è stato trovato sulle scale che portano al piano superiore. Il ragazzo si era laureato il 12 dicembre scorso in economia e commercio ed era in attesa di partire per un master. 

Gli investigatori dei carabinieri stanno cercando di capire se ci sia un legame fra l’indagine e il duplice omicidio-suicidio. I reati ipotizzati dalla procura di Prato sarebbero ostacolo alla vigilanza, utilizzo di falsi strumenti finanziari e falso in bilancio. L’indagine è condotta dalla guardia di finanza. Accertamenti sono in corso anche da parte della Banca d’Italia. Albuzzani non era l’unico indagato e la sua posizione viene definita «marginale» dalla procura pratese. Fra l’altro, la procura ipotizzerebbe irregolarità nella redazione dei bilanci legate a crediti concessi a soggetti non più affidabili. Fra le pratiche nel mirino degli investigatori ci sarebbero anche mutui immobiliari a persone senza reddito

I vicini descrivono la famiglia come «molto tranquilla». Ogni sera Albuzzani rientrava a casa intorno alle 20. Questo pomeriggio è arrivato prima, intorno alle 18. Mezz’ora più tardi è scattato l’allarme: i vicini hanno sentito i colpi e hanno chiamato i carabinieri. Nella villetta sono arrivati anche gli esperti del ris per il rilievi scientifici. «Lamberto non avrebbe mai torto un capello a nessuno - dice Claudio Manetti, amico di vecchia data di Albuzzani - Era una persona corretta, spesso andava a caccia con gli amici. Suo padre, Bruno, aveva messo su una grossa fabbrica di tessuti». Gli investigatori, comunque, non hanno dubbi sulla dinamica: Albuzzani ha ucciso i familiari e poi si è sparato al petto.