sabato 13 dicembre 2014

Usura, don Ciotti contro Unicredit e Montepaschi

Usura, don Ciotti contro Unicredit e Montepaschi: “Rubano e uccidono economia”

Il Fatto Quotidiano. di Lucio Musolino

Video: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/12/13/usura-don-ciotti-contro-unicredit-e-monte-paschi-rubano-e-uccidono-economia/322204/

“Chi ha i conti con l’Unicredit, con Monte dei Paschi di Siena e banche collaterali si prepari a ritirare i suoi soldi da quegli istituti di credito”. L’invito lo ha lanciato don Luigi Ciotti, ieri a Gioia Tauro al fianco dell’imprenditore Nino Demasi, usurato dalle banche che non lo risarciscono dopo essere state condannate in Cassazione per avergli applicato tassi superiori a quelli consentiti dalla legge. Su richiesta di don Ciotti, i dipendenti dell’azienda Demasi, che rischiano di essere licenziati a fine mese, hanno interrotto lo sciopero della fame indetto tre giorni fa in attesa della riunione del 18 dicembre a Roma tra l’imprenditore, il governo e le banche. “Se da quel tavolo non uscirà una soluzione, chiederemo alle persone oneste di chiudere i conti correnti accesi in quelle banche che rubano e assassinano l’economia”. All’incontro con don Ciotti hanno partecipato anche i lavoratori e i sindacati che aspettano risposte la settimana prossima. Risposte che, se non arrivano, provocheranno nuove proteste. E non sono escluse iniziative forti come il blocco dell’autostrada o delle stazioni ferroviarie.

giovedì 11 dicembre 2014

Nuova indagine sulle banche USA

Nuova indagine sulle banche USA padrone delle commodity
di Mario Lettieri - Paolo Raimondi - 10/12/2014
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=50008
Fonte: Arianna editrice

Le grandi banche sono state pizzicate a speculare alla grande sulle commodity, sulle materie prime, sui cereali e su altri prodotti alimentari.
La Commissione d’Indagine del Senato americano, diretta dal democratico Carl Levin e dal repubblicano John McCain, ha pubblicato un dossier di 400 pagine dal titolo “Wall Street bank involvement with physical commodities” per denunciare con dovizia di dettagli come le “too big to fail” stiano manipolando, ovviamente  a loro vantaggio, i mercati delle commodity. Naturalmente tutto ciò con riverberi sui mercati internazionali.
Per due anni la Commissione ha indagato sui casi più eclatanti che evidenziano come “il massiccio coinvolgimento di Wall Street nelle commodity mette a rischio  la nostra economia, le nostre imprese e l’integrità dei nostri mercati. Bisogna reintrodurre - continua la Commissione - la separazione tra banca e commercio per prevenire che Wall Street utilizzi informazioni non di pubblico dominio a suo profitto e a spese dell’industria e quindi dei cittadini”. Ciò non vale soltanto per gli Stati Uniti ma per il mondo intero.
La Commissione sta procedendo con delle audizioni pubbliche per dimostrare come alcune banche abbiano fatto aumentare artificialmente i prezzi delle materie prime e speculato in derivati sulle stesse, sfruttando gli “effetti provocati” dalle manipolazioni. Il senatore Levin avverte anche di possibili futuri rischi sistemici per l’economia dovuti al fatto che le banche sono coinvolte in imprese esposte ad alti rischi di catastrofi ambientali.
Sono state analizzate in particolare le attività delle solite maggiori banche americane, tra cui la Goldman Sachs, la JP Morgan Chase, la Morgan Stanley e la Bank of America.
La Goldman avrebbe “assunto” il controllo del mercato dell’alluminio. Nel 2010 ha acquistato la Metro International Trade Services di Detroit, che gestisce lo stoccaggio certificato dalla London Metal Exchange, la principale borsa mondiale dei metalli. Nei suoi magazzini ci sarebbe l’85% di tutto l’alluminio contrattato alla borsa di Londra per il mercato americano. Trattasi di 1,6 milioni di metri cubi di alluminio pari al 25% dell’interno consumo annuale in Nord America. La banca ha aumentato la sua proprietà diretta di alluminio passando da una quantità pari a 100 milioni di  dollari a 3 miliardi. Possiede, tra l’altro, anche un’impresa che  commercia uranio e due grandi miniere di carbone in Colombia!
Il meccanismo messo in atto sembra piuttosto semplice. Attraverso varie manipolazioni e fittizi spostamenti di ingenti quantità da un magazzino all’altro la Goldman Sachs sarebbe riuscita a determinare ritardi nelle consegne del metallo alle industrie acquirenti. Invece dei 40 giorni necessari nel 2010, lo scorso settembre il tempo di consegna è stato di ben 600 giorni! Ovviamente ciò ha prodotto un aumento sul costo dello  stoccaggio, la cui percentuale su quello totale è passata dal 6% del 2010 al 20% di oggi. Naturalmente tutto a beneficio di Metro-Goldman. La conseguenza è stata un’impennata dei prezzi dell’alluminio tanto che molte imprese colpite hanno denunciato la manipolazione, tra cui la Coca Cola. Sembra che al “giochetto degli spostamenti” abbiano partecipato anche altre banche come la Deutsche Bank e l’hedge fund inglese Red Kite,
I profitti realizzati con l’aumento dei prezzi di stoccaggio per la Goldman sono stati soltanto una piccola parte del guadagno. Il  vero business lo hanno fatto con le speculazioni sui future dell’alluminio e con altri derivati costruiti in base alla manipolazione dei prezzi e alla posizione di monopolio dello stoccaggio.
Da parte sua la JP Morgan Chase ha ammassato grandi quantità di materie prime per un valore di mercato di 17,4 miliardi di dollari pari al 12% del suo capitale di base, il cosiddetto Tier 1. Poiché sono stati superati abbondantemente i limiti permessi, la banca furbescamente ha sottostimato di quasi due terzi tale valore prima di rendicontarlo alla Federal Reserve.  E’ arrivata anche a possedere fino al 60% di tutto il rame negoziato sui mercati mondiali. Nel campo energetico possiede 25 milioni di barili di petrolio e controlla 19 centri di immagazzinamento di gas.
La Morgan Stanley invece controlla 58 milioni di barili di petrolio. Possiede 100 petroliere e circa 8.000 km di oleodotti. E’ padrona di 18 centri di immagazzinamento di gas. Contemporaneamente sta costruendo la propria centrale di compressione del gas ed è la fornitrice privilegiata di carburante per alcune grandi compagnie aeree.
La Bank of America ha 35 centri di stoccaggio di petrolio e 54 di gas.
In altre parole, all’ombra di una troppo abusata “globalizzazione” che tutto giustifica, le banche fanno sempre meno gli istituti di credito e, forti anche dei capitali ottenuti a tassi di favore dal governo, si mettono in diretta competizione con le imprese che operano nei settori dell’industria, dell’agricoltura, del commercio, della lavorazione e dello sfruttamento delle materie prime fino a determinarne i comportamenti e la stessa sopravvivenza.
Appare chiaro l’intreccio perverso tra banche e organismi di controllo che evidentemente non hanno fatto il loro dovere.
Avviata l’indagine senatoriale, la Goldman Sachs si è affrettata a licenziare due suoi importanti operatori coinvolti nelle manipolazione. Si è scoperto però che prima essi avevano lavorato per la Federal Reserve di New York. Del resto è noto che l’attuale capo della Fed di New York, William Dudley, è stato un alto dirigente della Goldman fino al 2005
E’ certamente importante che la Commissione d’Indagine del Senato lavori su questi casi specifici. In passato la stessa Commissione in verità aveva denunciato le responsabilità delle grandi banche americane nella crisi finanziaria globale dei mutui subprime, dei derivati Otc e dei titoli tossici. Il fatto che, a distanza di anni, si debba ancora denunciare simili gravi comportamenti, dovrebbe suonare come un vero allarme sui rischi sistemici di una finanza che purtroppo continua a ritenersi  l’ agnello d’oro” da adorare sempre.
Ci saremmo aspettati che a Brisbane si fosse parlato anche di ciò.

domenica 7 dicembre 2014

LA CASSAZIONE CONFERMA CONDANNE A CESARE GERONZI E MATTEO ARPE

6 dic 2014 12:10

LATTE MARCIO - NEL PROCESSO PER LA VENDITA ALLA PARMALAT DELLE ACQUE MINERALI CIAPPAZZI, LA CASSAZIONE CONFERMA LE CONDANNE DI CESARE GERONZI E MATTEO ARPE MA DISPONE DI RIDURRE LE PENE PER L’INTERVENUTA PRESCRIZIONE - - - - -

Tra gli imputati l’ex presidente di Banca di Roma-Capitalia, Cesare Geronzi, l’allora direttore generale di Capitalia, Matteo Arpe - Il 7 giugno 2013 la corte d’appello di Bologna aveva confermato le condanne di primo grado: a Geronzi erano stati inflitti cinque anni per bancarotta e usura, ad Arpe tre anni e sette mesi per la sola bancarotta… 

DAGOSPIA

Cesare Geronzi Cesare Geronzi
R.E. per “la Stampa”

Impianto accusatorio sostanzialmente confermato, ma pene da rivedere al ribasso per l’intervenuta prescrizione e la riqualificazione di alcuni reati. Questo il verdetto della Cassazione, giunto ieri in serata, sulla vicenda giudiziaria relativa alla vendita alla Parmalat delle acque minerali Ciappazzi.

MATTEO ARPE MATTEO ARPE
Tra gli imputati l’ex presidente di Banca di Roma-Capitalia, Cesare Geronzi, l’allora direttore generale di Capitalia, Matteo Arpe, e altri sei manager della banca. Il 7 giugno 2013 la corte d’appello di Bologna aveva confermato le condanne di primo grado: a Geronzi erano stati inflitti cinque anni per bancarotta e usura, ad Arpe tre anni e sette mesi per la sola bancarotta. Condanne anche per gli altri imputati.

CALISTO TANZI CALISTO TANZI

mercoledì 3 dicembre 2014

La casta di Bankitalia: Visco guadagna 450.000

/ La casta di Bankitalia: Visco guadagna 450.000 euro all'anno

La casta di Bankitalia: Visco guadagna 450.000 euro all'anno

La casta di Bankitalia: Visco guadagna 450.000 euro all'anno

Continua quello che il Prof. Alberto Bagnai chiamò il "golpe" della Banca d'Italia..

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=9647

di Francesca Morandi
Non un taglio netto agli stipendi per i vertici della Banca d’Italia, ma solo qualche “sforbiciata”. Secondo le recenti decisioni del Consiglio Superiore di Via Nazionale la retribuzione annua del governatore Ignazio Visco calerà da 496mila a 450mila euro lordi all’anno, con una diminuzione di 46mila euro. La remunerazione del direttore generale Salvatore Rossi passerà da 450mila a 400mila euro. Troppo poco per il presidente di Adusbef (Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari), Elio Lannutti che in una nota, nei giorni scorsi, ha definito il sacrificio <insufficiente e provocatorio in una fase di gravissima crisi  economica per il Paese>.
Resteranno invariati i compensi dei vicedirettori generali della Banca d’Italia, che ammontano a 315 mila euro annui. Cifre astronomiche per la “gente comune” e numeri eccessivi anche per il governo che, con il decreto sulla riduzione degli stipendi dei manager pubblici aveva fissato, lo scorso aprile, un tetto di 240mila euro annui a tutti gli stipendi statali. 
Tuttavia, Bankitalia ha deciso di non adeguarsi giustificando la sua decisione in virtù dell’indipendenza finanziaria dell’Istituto di via Nazionale.  Sebbene la Banca d’Italia sia riconosciuta come “istituzione dello Stato italiano” - motivo per il quale la nomina del governatore avviene con decreto del  presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia -,  è una società a capitale privato. Ma lo schiaffo ai “cittadini normali”, milioni dei quali vessati dai debiti e disoccupati, resta sonoro.  Finora il governatore della Banca d’Italia Visco ha guadagnato 496.000 euro all’anno,  più del presidente della Bce, Mario Draghi, (375.000 euro l’anno) e del presidente della Federal Reserve, Janet Yellen (346 mila euro l’anno). 
Ma gli stipendi stellari dei vertici di Bankitalia sono solo la punta dell’iceberg di quello che l’economista Alberto Bagnai ha chiamato un golpe nel suo libro “Il Tramonto dell’Euro” (ed. Imprimatur – 2012), in riferimento al cosiddetto “divorzio” avvenuto tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro nel 1981, un provvedimento ufficialmente giustificato dall’obiettivo di controllare le dinamiche inflattive prodotte a partire dallo shock petrolifero del 1973 e seguite all’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (SME), ma che  ebbe effetti devastanti sull’economia italiana. .  
Prima del “divorzio” la Banca d’Italia si impegnava ad acquistare tutti i titoli non collocati presso gli investitori privati. Un sistema che garantiva il finanziamento della spesa pubblica e la creazione della base monetaria che provvedevano alla crescita dell’economia reale del Paese.  In seguito alla separazione tra la Banca d’Italia il Tesoro, lo Stato italiano dovette invece collocare i titoli del proprio debito pubblico sul mercato finanziario privato a tassi d’interesse molto più alti, e con un conseguente indebitamento estero maggiore. 
Secondo Marco Saba, direttore di ricerca presso il Centro Studi Monetari di Milano (http://www.studimonetari.org/), "la privatizzazione della Banca d’Italia, diventata ufficiale con il decreto Imu-Bankitalia del gennaio 2014, sta nel fatto che tutte le sue proprietà, che appartenevano allo Stato italiano, tra cui le riserve della Lira, non sono state restituite al Ministero del Tesoro. Così le 2.700 tonnellate d’oro, gli 800 immobili e le riserve valutarie della Banca d’Italia che andavano restituite allo Stato italiano sono state lasciate in eredità agli stessi banchieri che si sono appropriati di una massa enorme di denaro pubblico. Con la privatizzazione della Banca d'Italia non solo si è fatto un “regalo” ai banchieri di 7.5 miliardi di euro in virtù della rivalutazione delle quote voluta dal governo con il recente decreto, ma si è consegnato alla Banca d’Italia un patrimonio che vale almeno 700 miliardi di euro".

venerdì 28 novembre 2014

Guido Agnello: "La mia battaglia contro il sistema delle banche"

Guido Agnello: "La mia battaglia contro il sistema delle banche che non aiutano l'impresa" Featured

Scritto da  marsalaviva
http://www.marsalaviva.it/notizie/item/17269-guido-agnello-la-mia-battaglia-contro-il-sistema-delle-banche-che-non-aiutano-limpresa
Guido Agnello: "La mia battaglia contro il sistema delle banche che non aiutano l'impresa"

Cosa vuol dire fare impresa, fare l'imprenditore? Quanto, nel corso distruttivo di un'economia stressata e violenta, questo fondamentale ruolo sociale è progressivamente diventato sinonimo di speculazione e speculatore? La verità è che si è perso il vero senso di fare impresa. L'imprenditore è colui che vive di un ego molto particolare, quello di creare. Di avere una buona idea, l'intuizione da cui costruire struttura e capacità produttiva. Qualcosa da tramandare che, piano piano, cresca fino a diventare autonoma perfino da se stesso. L'impresa per un imprenditore, degno di tale nome, è come un figlio o figlia che sia: nasce, cresce ,affronta le difficoltà, matura per poi poter affrontare il mercato trovando la propria strada evolutiva.

Lo speculatore è colui che vede e cerca solo il profitto, quel dio denaro che corrode e corrompe tutto e tutti. Struttura e capacità produttiva, dipendenti e macchinari non sono una diramazione di sé e delle proprie idee, ma meri strumenti per fare profitto, da sacrificare in qualsiasi momento in nome della speculazione finanziaria.

Una cosa è certa nel nostro paese per fare l'imprenditore ci vuole e c'è sempre voluto molto coraggio, perché si è "mosche bianche" in un mondo in cui la logica predominante resta quella speculativa. Massimo profitto minimo sforzo e se c'è da passare sul "cadavere di qualcuno" beh fa parte del gioco...

Ma si sa le idee, anche le migliori, oltre che delle gambe su cui camminare hanno anche necessità di risorse economiche su cui poter poggiare. Un imprenditore che investe del suo, oltre che in capacità, risorse economiche e tempo, può avere bisogno del credito bancario. Ma anche l'accesso al credito è un concetto di cui si è perso il reale significato. Il credito bancario in un sistema economico sano, dovrebbe essere fatto per agevolare la produzione di benessere generale derivante da una vera attività imprenditoriale. Ma è realmente così? Quali sono i presupposti per cui oggi una banca concede credito ad un'azienda? A quali condizioni lo fa? Ma sopratutto quanta libertà ha di revocare quanto prestato in qualsiasi momento? Per non parlare qualora si dovessero "sforare" i così detti tempi di rientro del debito, a che tassi d'interesse può richiedere la cifra prestata?

Il detto comune racchiude tutte le risposte ai molteplici interrogativi: "le banche prestano i soldi a chi già c'è li ha, a chi ha garanzie molto superiori a quanto si chiede e per i tassi d'interesse spesso ci si scontra contro percentuali, che se fossero applicabili al codice penale, si chiamerebbero: usura.

La storia che ci accingiamo a raccontare, trova i propri natali circa 20 anni fa, ma anche questo fa parte del gioco, la giustizia dal punto di vista del tempo non è certo di grande aiuto per chi vorrebbe difendere quantomeno i propri diritti ed eventualmente essere risarcito per un torto subito.

Il protagonista della nostra vicenda che, secondo l'ultima sentenza giudiziaria attesa a breve, potrebbe diventare l'emblema del contendere con il sistema bancario, incarnando l'epica battaglia di Davide contro Golia, è prima di tutto un Palermitano appassionato. Guido Agnello. Noto imprenditore siciliano che dagli anni 70 in poi ha sempre cercato di fare impresa con l'unica cosa che ad oggi nessuno è riuscito a copiarci: la Sicilia, la sua cultura, il proprio stile, valore sociale ed evocativo, uno dei primi a credere nel vero "Made in Sicily". Il tutto con una precisa volontà: quella di poter consegnare al mondo un'immagine nuova, diversa e positiva della propria terra, fuori dagli stereotipi, stringenti sopratutto in quei tremendi anni 90, in cui Sicilia voleva dire solo una cosa: Mafia. Ed ecco che le buone idee camminano... nel 1992, una delle sue storiche aziende, la Paradise, società già leader nel campo della moda, veniva scelta dal Consiglio d'Europa come modello di internazionalizzazione per la promozione del made in Sicily nel mondo. Così come in quegli stessi anni nasceva la Fondazione Palazzo Intelligente, sempre voluta da Guido Agnello e supportata dallo stesso Consiglio d'Europa. Fondazione che si proponeva di integrare il lavoro di operatori ed imprenditori siciliani per la promozione dei propri prodotti sui mercati internazionali con l'ausilio di supporti informatici e telematici. Idea che nei primi anni 90 era certamente da considerarsi pionieristica e che oggi è diventata la base per qualsiasi impresa.

Palermo sarebbe diventata con il progetto "Atelier del patrimonio storico" un centro culturale importante sul quale la Commissione Europea era pronta ad investire, un centro di formazione e informazione che poteva essere lanciato al livello internazionale...e tutti noi palermitani sappiamo quanto ne avrebbe avuto bisogno in quegli anni.

Un'attività imprenditoriale intensa e appassionata che arriva fino ai giorni nostri con due principali obiettivi: Lo sviluppo, valorizzazione e internazionalizzazione dell'artigianato e cultura locale, matrice imprenditoriale che trova uno dei suo tanti epiloghi con la creazione del marchio " La Coppola Storta". Anche qui con un preciso obbiettivo tramutare uno stereotipo negativo in qualcosa di bello e positivo. La Coppola " il copricapo usato per antonomasia dagli uomini d'onore" diventa un oggetto di moda esce dai propri schemi culturali e diventa simbolo positivo di una terra ricca e allegra, come può essere la Sicilia. Ecco che si delinea la storia di un uomo che ha avuto ed ha certamente delle idee e da quelle è riuscito a costruire qualcosa, con ottimi fatturati e innumerevoli riconoscimenti nazionali e internazionali.

Ma ecco che per crescere imprenditorialmente, sviluppare, crederci e generare legittimi profitti, occupazione diretta e indotto arriva il momento che bisogna "bussare" a una BANCA.

Uno degli Istituti Bancari con cui, già dagli albori della propria attività, lavorava Guido Agnello, era la BNL, la gloriosa Banca Nazionale del Lavoro, ma visto il giro d'affari delle proprie aziende certamente non l'unica. Infatti il clima bancario sulle aziende Agnello era molto più che positivo, fidi, scoperture, movimentazioni di liquidità, tutto secondo legge e in pieno rapporto di fiducia e bancabilità. Insomma Agnello era un imprenditore, come si dice in gergo, solvibile e perciò bancabile. Cosa testimoniata proprio dalle innumerevoli movimentazioni che le aziende operavano nei diversi conti, sempre onorate mai contestate, mai nessun intoppo.

Ma veniamo ai fatti: In questa pacifica routine proprio la BNL nel 1994 concede un fido all'imprenditore di 50 milioni di lire. Un'operazione di assoluta periodicità, visto i buoni rapporti con lo stesso. Dove, trattandosi di banche, vale la pena ricordare, buoni rapporti vuol dire che Agnello era considerato un imprenditore affidabile e solvibile. Ma qualcosa all'improvviso cambia. Cambiati i vertici direzionali locali della BNL dall'oggi al domani e senza alcuna motivazione contestuale a Guido Agnello gli viene chiesto il "rientro IMMEDIATO del fido concesso". 50 milioni oggi per domani... L'imprenditore non capisce, ma sa che il sistema bancario è una lobi collegata a stretto giro. Avere problemi con una banca blocca di fatto tutto il sistema creditizio anche con gli altri istituti con cui si hanno rapporti. Così incontrati i nuovi vertici della banca, non senza disappunto, Agnello stabilisce un piano di rientro per i 50 milioni. 20 subito, la restante parte secondo un piano di ammortamento concordato. Tutto sembra andare "per il verso giusto".

Ma ecco che la BNL dopo avere ricevuto, come da accordi, i primi 20 milioni, in baffo all'intesa raggiunta, mette in mora l'imprenditore e avvia il procedimento di ingiunzione di pagamento per l'intera cifra senza neanche calcolare il primo acconto versato. L'imprenditore si sente preso in giro e come si dice in questi casi "strozzato" dalla banca e decide di fare opposizione al decreto ingiuntivo promosso dalla BNL. La banca con i suoi buoni uffici legali, pur acclarando il rispetto degli accordi e il relativo versamento immediato di 20 milioni da parte di Agnello ottiene un decreto provvisoriamente esecutivo per il debito. Ed ecco che l'effetto lobi entra dirompente nella vita imprenditoriale di chi fa impresa. Decreto ingiuntivo, segnalazione in centrale rischi, tutte le banche che avevano rapporti con Agnello si chiudono a riccio chiedendogli l'immediato rientro di tutti gli altri fidi concessi. Di fatto stringendo il cappio messogli al collo dalla BNL.

Da li a breve iniziano a fioccare altri decreti ingiuntivi da parte degli altri istituti bancari con cui Agnello lavorava da sempre, decreti che sommati tra di loro espongono a una cifra a cui è impossibile fare fronte dall'oggi al domani, visto che nell'impresa esiste un piano di ammortamento dei propri debiti e investimenti. Così, il blindato sistema bancario oltre a stringere il cappio da anche un bel "calcio" allo sgabello in cui era in equilibrio, suo malgrado, Guido Agnello. Visto che l'imprenditore ovviamente non poteva fare fronte al rientro di tutte le scoperture contemporaneamente, le Banche non perdono tempo e arriva il pignoramento dei beni dati in garanzia fideussoria per i fidi concessi, sia dello stesso Agnello che della moglie.

Ecco che le banche a pancia piena sono soddisfatte, senza considerare che di fatto senza credito bancario, senza disponibilità dei propri beni, si è voluta impiccare un'impresa che fino a quel momento era stata considerata sana e affidabile. Dove impresa vuol dire, imprenditore, lavoro e lavoratori... ma questo al sistema bancario non è mai interessato e anche oggi la situazione non sembra essere migliorata, basta parlare con qualsiasi "incosciente" che ha deciso di fare impresa nel nostro paese per ricevere la medesima risposta: " le banche ci stanno facendo chiudere".

Ma la storia non finisce qui. Dopo tre anni dall'opposizione fatta al decreto ingiuntivo della BNL che di fatto ha generato l'effetto domino distruggente, il Giudice che aveva in carico l'analisi dell'opposizione fatta dall'imprenditore, da ragione ad Agnello e revoca il decreto ingiuntivo della BNL. Dopo tre anni... il danno è fatto un'azienda non può sopravvivere tre anni in una morsa del genere. Ma ciò che è ancora più grave e che la revoca del decreto ingiuntivo della BNL (non restituisce l'ipoteca) da parte del giudice non bloccò la tragica rutine dei ricorsi e dei contro ricorsi, ed infatti sono dovuti trascorrere ben 13 anni dall'inizio – 1995 2008- prima che si arrivasse ad una sentenza da parte del Tribunale di Palermo divenuta irreversibile in cui viene sancita la grave scorrettezza perpetuata dalla BNL ai danni delle imprese di Guido Agnello.

Agnello non si da per vinto, sa di essere nel giusto, e nel 2012 con l'appoggio dell'Adusbef e della Stampa Estera di Roma, che ha messo gratuitamente a disposizione la propria sede, organizza una conferenza stampa per raccontare la sua storia. In quell'occasione di discussione e dibattito sui rapporti tra impresa e banche partecipa anche il noto avvocato Alfredo Galasso che da quel giorno decide di assistere legalmente Agnello in quella che si presenza senz'altro come una battaglia impari.

Dopo due udienze il giudice assegnato letti gli atti e sciolta la riserva assunta all'udienza del 7 luglio 2014, acclara che: "ritenuto che, alla luce della complessiva documentazione prodotta, la causa è matura per la decisione".

Se da un lato il primo "paletto" sembra essere ben piantato nel terreno dei diritti, dall'altro la giustizia con i sui tempi, per il calcolo dei danni subiti dall'imprenditore e la precisazione delle conclusioni fissa udienza per il 15 giugno 2015, cioè dopo un altro lunghissimo anno. È certamente che tutte le battaglie "epiche" hanno tempi prolissi, ma nella letteratura è una cosa nella vita reale ben altra.

Una vicenda quella di Agnello persa nel tempo ma mai così attuale. Testimonianza dello scollamento tra due fondamentali forze che dovrebbero tenere in piedi il nostro paese. Gli imprenditori, degni di tale nome, e il sistema creditizio. Proprio a quest'ultimo a cui forse, si dovrebbe impedire di mettere una cappio intorno al collo di chi fa impresa e stringerlo a proprio piacimento, oggi il nostro sistema economico definisce e chiarisce molto bene tutte le garanzie di cui gli istituti di credito godono, meno quelle delle persone a cui ad essi si rivolgono... anche quando la giustizia acclara un torto subito. Resta il fatto che nonostante 18 anni d'attesa la prossima sentenza Agenllo - BNL potrebbe segnare una pietra miliare nell'impari battaglia e come lo stesso Agnello dice:

"Si racconta che Davide vinse il gigante Golia armato solo di coraggio e di una fionda, io combatto il gigante bancario armato di perseveranza e prove schiaccianti forte dei miei diritti in più sia io che Davide siamo dalla parte della ragione".

Resta chiaro che ognuna delle parti dovrà dimostrare le proprie ragioni alla prossima conclusiva udienza, dove la BNL, come dichiarato più volte dai propri legalispecifica  che è certa di essere nel giusto. Nel pieno rispetto delle parti e della magistratura l'ultima parola spetta al Giudice.


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il caso

"Le banche mi hanno strangolato
Ma adesso mi risarciscano"

Giovedì 27 Novembre 2014 - 13:58
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Storia dell'imprenditore Guido Agnello, che da vent'anni combatte una battaglia legale contro gli istituti di credito. Il tribunale gli ha già dato ragione una volta. Ma lui non si arrende.


, Economia
PALERMO - “Sono vent'anni che resisto. Sempre in piedi, nonostante le avversità. E adesso dalla banca che quelle avversità me le ha provocate, la Bnl, voglio un risarcimento”. Guido Agnello ha 65 anni, una buona parte dei quali trascorsi a esportare il marchio Sicilia nel mondo. Un nome su tutti: “Coppola storta”, il brand che ha modernizzato il tipico copricapo siciliano e che ancora oggi, oltre vent'anni dopo essere nato, solca con ottimi risultati i mari dell'export. Agnello, però, ha anche dedicato i suoi ultimi vent'anni a una battaglia legale che può assurgere a simbolo delle difficoltà che un imprenditore può incontrare. Una storia di credito e di rubinetti che si chiudono. Di improvvise richieste di rientro. Di kafkiane vicende legali.
Questa storia inizia nel 1995. Agnello ha un'esposizione da 70 milioni di lire nei confronti della Bnl, che all'improvviso gli chiede di rientrare. L'imprenditore palermitano versa subito venti milioni e accetta un piano di rientro rateizzato, ma qualche settimana dopo arriva una sorpresa: un decreto ingiuntivo della banca per tutta la somma. Non i 50 milioni rimanenti, ma tutti e 70, come se il primo versamento non fosse mai esistito. Inizia la guerra legale.
La prima battaglia si celebra al tribunale di Palermo. Nel 1998 i giudici danno ragione ad Agnello: “Non risulta prodotto alcun documento che dimostri la consistenza del debito nei confronti della Bnl”, scrivono nella sentenza. Nel frattempo, però, la Bnl ha segnalato il caso di Agnello alla “Centrale dei rischi”, l'istituzione che vigila sui cattivi debitori. Tutte le altre banche chiudono i rubinetti, e anzi chiedono ad Agnello di rientrare dalle esposizioni.
Ma la storia non finisce qui. Quando, dopo tre anni, il giudice revoca il decreto ingiuntivo, l'ipoteca non viene restituita. E i ricorsi e i controricorsi continuano. Fino al 2008, quando la sentenza del tribunale di Palermo che dà ragione ad Agnello diventa definitiva. Agnello, a quel punto, con l'appoggio dell'Adusbef e della Stampa estera di Roma, rende pubblica la sua storia. A quell'incontro nella sede romana dell'associazione Stampa estera partecipa l'avvocato Alfredo Galasso, che decide di assistere Agnello.
A quel punto l'imprenditore rilancia. E affidandosi a Galasso, chiede un risarcimento dei danni che sostiene di avere subito da questa vicenda. Il giudice deciderà il 15 giugno 2015, cioè fra un altro anno. E Bnl, contattata dalla redazione, preferisce non entrare nel merito, limitandosi a specificare di essere “certa che il tribunale di Palermo deciderà di non accogliere la richiesta di risarcimento dei danni”, come scrive Andrea Fioretti, il legale che assiste l'istituto in questa vicenda. Ma Agnello non ci sta: “Le banche – dice – hanno cercato di strangolarmi. Ma io ho le spalle larghe, resisto, vado avanti”. Come da vent'anni a questa parte. Nonostante le avversità.