mercoledì 13 luglio 2011

IL QE2 HA FALLITO: TUTTI I SOLDI FINITI ALL’ESTERO

PERCHÉ IL QE2 HA FALLITO: TUTTI I SOLDI SONO ANDATI ALL’ESTERO
Postato il Martedì, 12 luglio @ 14:00:00 CDT di supervice EconomiaDI ELLEN BROWN
Global Research

Il 30 giugno il QE2 è terminato con un mugolio. La seconda mandata di “alleggerimento quantitativo” della Fed ha riguardato 600 miliardi di dollari creati premendo un tasto su un computer per l’acquisto di bond del governo a lungo termine. Ma il governo non ha mai avuto davvero i soldi, che sono andati direttamente dei fondi di riserva dalle banche, dove sono ancora oggi. C’è di peggio, sono andati nei fondi di riserva di banche STRANIERE, alle quali la Federal Reserve sta pagando lo 0,25 per cento di interesse.

Prima del QE2 c’era il QE1, nel quale la Fed acquistò dalle banche 1,25 triliardi di dollari di titoli garantiti da mutui. Anche questi soldi sono rimasti nei fondi di riserva delle banche per raccogliere gli interessi e la polvere. La Fed riporta chele riserve accumulate in eccesso dalle istituzione del settore raggiungono adesso un totale di quasi 1,6 triliardi di dollari.

Da notare che 1,6 triliardi di dollari è anche la dimensione del deficit federale, un deficit così grande che alcuni membri del Congresso stanno minacciando di forzare un default sul debito nazionale se non verrà ridotto al più presto.

E così abbiamo una situazione anomala di un buco da un 1,6 triliardi di dollari nel bilancio federale e 1,6 triliardi di dollari creati dalla Fed che rimangono fermi nei fondi di riserva delle banche. Se lo scopo del “quantitative easing” era quello di stimolare l’economia, poteva funzionare meglio se i soldi destinati all’acquisto di titoli del Tesoro fossero stati direttamente consegnati al Tesoro. Questo è quello che veniva fatto prima del 1935, quando la legge fu cambiata in modo da imporre la presenza degli acquirenti privati delle obbligazioni.

L’unica cosa che il QE2 ha fatto per i contribuenti è stata quella di ridurre il conto degli interessi su debito federale. Le obbligazioni a lungo termine che la Fed ha acquistato sul mercato sono adesso davvero senza interessi per il governo, dal momento che la Fed rimborsa i suoi profitti al Tesoro dopo aver dedotti i costi.

Ma il QE2 non ha aiutato l’anemico mercato del credito interno, al quale si affidano le piccole imprese; e sono queste imprese che sono in larga parte responsabili per la creazioni di nuovi posti di lavoro. In un articolo del 30 giugno nel Wall Street Journal intitolato “Le aziende più piccole che cercano prestiti sono ancora a mani vuote”, Emily Maltby ha riportato che i proprietari di queste attività considerano l’accesso al capitale come la questione più importante che devono affrontare in questi tempi; e solo il 17% delle piccole imprese ha detto che era riuscito a procurarsi il finanziamento bancario necessario.

Perché il QE2 è finito nelle banche straniere

Prima del Banking Act del 1935, il governo era in grado di prendere a prestito direttamente dalla sua banca centrale. Altre nazioni seguivano quella pratica, tra cui Canada, Australia e Nuova Zelanda; e riuscirono a prosperare grazie anche a questo. Dopo il 1935, invece, se la banca centrale degli USA avesse voluta acquistare titoli del governo, li avrebbe dovuti acquistare dalle banche private sul “mercato aperto”. L’ex direttore della Fed, Marinner Eccles, scrisse a favore di una legge che rimuovesse quel requisito che il suo scopo era quello di impedire ai politici di spendere troppo. Ma la legge riuscì a solo ottenere che le banche che trattavano le obbligazioni ottenessero la parte del mediatore.

C’è di peggio, fece sì che la Fed perdesse il controllo della destinazione dei soldi. Invece di acquistare più obbligazioni dal Tesoro, le banche che avevano il contante lo tenevano fermo o lo usavano per i loro scopi; e lo stesso sembra accadere oggi.

Per sostenere gli acquisti del QE2, la Fed Ha dovuto seguire le procedure tipiche delle “operazioni del mercato aperto”: ha ricevuto le offerte di venti più importanti operatori di borsa autorizzati a vendere titoli alla Fed e ha accettato le migliori. Il problema era che dodici di questi operatori– più della metà - erano rami operativi negli Stati Uniti di banche straniere (tra cui BNP Paribas, Barclays, Credit Suisse, Deutsche Bank, HSBC, UBS e altre); e evidentemente hanno fatto le offerte migliori.

Il fatto che le banche straniere hanno avuto questi soldi fu stabilito da un post su Zero Hedge del 12 giugno da Tyler Durden (uno pseudonimo), in cui figuravano due grafici: il totale delle somme in contanti detenute dalle banche straniere negli USA, utilizzando i dati settimanali della Federal Reserve; e il totale delle riserve in carico alle banche della Federal Reserve, dalla dichiarazione della Fed alla fine della prima settimana di giugno. I diagrammi mostrano che dopo il 3 novembre del 2010, quando iniziarono le operazioni del QE2, il totale delle riserve bancarie incrementò di 610 miliardi di dollari. Le riserve della banche straniere aumentò di pari passo di 630 miliardi di dollari, più o meno l'intero QE2.





In un pezzo del 27 giugno sul suo blog, John Mason, professore di finanza allaPenn State University e ex esperto economista alla Federal Reserve, ha scritto:

In sintesi, sembra che la gran parte dello stimolo monetario generato dalla Federal Reserve sia andato nel mercato degli eurodollari. Tutto ciò fa parte di un “carry trade” dato che i rami stranieri di una banca americana possono prendere a prestito dollari dalla banca “di casa” creando un deposito di Eurodollari. […]

La liquidità delle banche più piccole [degli Stati Uniti] è rimasta relativamente in fase di stallo […] Di conseguenza, le riserve che la Fed stava pompando nel sistema bancario non erano dirette alle banche più piccole […]

Malgrado questo, i prestiti venivano sempre più concessi dalle istituzione bancarie più piccole.

I prestiti concessi dalle banche commerciali non sono destinati agli Stati Uniti. Il prestito avviene off-shore, sottoscritto dal Federal Reserve System e tutto ciò fa poco o niente per aiutare la crescita dell’economia americana.

Tyler Durden ha concluso:

Gli unici beneficiari delle riserve generate sono stati i rami con sede negli USA delle banche straniere (che poi hanno convogliato il flusso di cassa direttamente alle loro sedi), una scoperta sorprendente che spiega […] perché le banche degli Stati Uniti sono state riluttanti e, cosa ancora più importante, non sono state in grado di prendersi queste riserve. […]

I dati mostrati provano senza tema di smentita perché non c’è stato un eccesso di prestiti dalle banche ai prestatori statunitensi: questi soldi non sono mai arrivati alla banche statunitensi! […] Questo spiega anche il mistero del moltiplicatore monetario che si è rotto e del perché la velocità di circolazione è implosa.

Bene, non esattamente. Il fatto che i soldi del QE2 siano finiti tutti nelle banche straniere è una scoperta sconvolgente, non è la ragione per cui le banche non stanno concedendo prestiti. C’era già un trilione di dollari di riserve in eccesso che era ferme nei fondi di riserva della banche statunitensi, senza contare i 600 miliardi dal QE2.

Secondo Scott Fullwiler, professore associato di economia al Wartburg College, il modello del moltiplicatore monetario non si è rotto, ma è solo obsoleto. Le banche non prestano in base a quello che hanno in riserva. Possono concedere prestiti anche dopo aver preso soldi a prestito. Il fatto che le banche concedano prestiti dipende principalmente da: (a) se hanno clienti che meritano il credito; (b) se hanno capitale a sufficienza per soddisfare i requisiti di capitalizzazione; (c) dal costo del finanziamento, da intendersi con le spese sostenute dalla banca, per soddisfare i requisiti delle proprie riserve, con altri correntisti, con le altre banche o con la Federal Reserve.

Mettere le cose a posto

Indipendentemente dalle cause della stretta creditizia interna, i triliardi di dollari affidati dal Congresso e dalla Fed a Wall Street non hanno risolto il problema. È forse giunto il momento che i governi locali prendano il comando delle operazioni. Nell’attesa che legislatori federali prendano la decisione giusta, i mercati del credito interno possono essere rivitalizzati dalla creazione di banche possedute dagli Stati, sul modello della Bank of North Dakota (BND). La BND fornisce la liquidità necessaria alle richieste delle banche locali e mantenere vivo il flusso del credito all’interno dello Stato. Per maggiori informazioni, vedete qui e qui.

Sulla diminuzione del deficit federale, il parlamentare Ron Paul ha un’idea eccellente: la Fed dovrebbe semplicemente cancellare i titoli federali acquistati con i fondi creati dai programmi di alleggerimento quantitativo. Ciò non farebbe alcun danno ai creditori, visto che il denaro è stato generato dal nulla, premendo un tasto su una tastiera di un computer. Il governo dovrebbe solo cancellare il proprio debito, salvando gli interessi.

Per quanto riguarda il “quantitative easing,” se il suo scopo è quello di stimolare l’economia, il denaro deve andare direttamente agli acquisti di beni e servizi per stimolare la “domanda”. Se vanno solamente nei bilanci delle banche, invece si potrebbero rimanere fermi o venire usati per la speculazione invece che per la concessione di prestiti sul posto, come sta accadendo ora. In quest’altro caso, il denaro creato dal governo verrebbe speso in beni e servizi dell’economia reale, creando posti di lavoro essenziali, generando domanda e ripristinando la base dei contribuenti. Per assicurarsi che il denaro abbia davvero quest’utilizzo, la legge del 1935 che proibisce alla Fed di comprare direttamente dal Tesoro deve essere abrogata.

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Fonte: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25566

09.07.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

martedì 12 luglio 2011

Antiriclicaggio appoggia usura bancaria

CRITICITA' BANCARIE. SCILIPOTI (MRN) : MOTIVAZIONI INSENSATE ESPRESSE
DALL'ANTIRICICLAGGIO


Roma, 12/07/2011. "Ho concordato con il Governo la riduzione dei tassi
soglia antiusura, per mitigare l'incremento "estorto" dall'ABI nel decreto
sviluppo". L'emendamento predisposto ad hoc si scontra con il veto del
Direttore del Servizio Antiriciclaggio, che ha espresso parere di fondo
negativo, adducendo le medesime motivazioni espresse dall'ABI per ottenere
l'aumento dei tassi soglia: ne deriverebbe la chiusura dei rubinetti del credito da parte delle banche, spingendo le imprese e le famiglie verso l'usura
criminale!" Così l'On. Scilipoti, segretario politico del Movimento di
Responsabilità Nazionale e Presidente del Forum Nazionale Antiusura
Bancaria, a difesa delle famiglie, delle imprese e dei tassi bancari
contenuti. "Insomma, lo strapotere bancario vuole essere "legittimato" a
fare usura strozzando legalmente l'Economia. La mia missione - conclude il
deputato MRN - è salvare le famiglie ed i cittadini dallo strapotere
bancario che non esclude nessun colpo, nemmeno quello dell'uso del Servizio
Antiriciclaggio del Ministero dell'Economia e Finanze, per estorcere norme a
proprio vantaggio".

DESTABILIZZAZIONE GUIDATA DEL MERCATO

DESTABILIZZAZIONE GUIDATA DEL MERCATO DEI VALORI

CRITICITA’ BANCARIE. SCILIPOTI (MRN) : IPOTESI DI DESTABILIZZAZIONE GUIDATA DEL MERCATO DEI VALORI MOBILIARI

Roma, 12/07/2011. “Gli speculatori che calcolano di fare affari a danno della Borsa italiana e del debito pubblico potrebbero essere individuati nell'ambito del sistema bancario nazionale, che mal digerisce le battaglie che il Movimento di Responsabilità Nazionale sta attivando, non solo in sede parlamentare, contro le numerose "norme salvabanche"; tra queste vanno segnalate la previsione della prescrizione decennale dalla data dell’annotazione dell’importo dovuto, inserita nel decreto Milleproroghe e l'ingiustificato aumento dei tassi soglia antiusura”. Così l’On. Scilipoti, segretario politico del Movimento di Responsabilità Nazionale e Presidente del Forum Nazionale Antiusura Bancaria, a difesa di tassi bancari contenuti e dei problemi legati all’usura, denuncia il gioco al ribasso attuato recentemente in Borsa, che consiste nel fare abbassare i prezzi dei titoli di Stato e creare panico tra gli investitori interni e internazionali, tentando probabilmente di destabilizzare l’economia e il Governo. “Con il Forum Antiusura Bancaria - annuncia l’On. Scilipoti – stiamo valutando la possibilità di preparare un esposto alle autorità giudiziarie e garanti, per far accertare se uno o più componenti del sistema bancario italiano abbiano adottato o stiano adottando iniziative volte a turbare il mercato dei valori mobiliari, al fine di destabilizzare l'equilibrio socio-politico della Nazione. Il deputato MRN ricorda che attualmente la guida del sistema bancario italiano è in mano al presidente del Monte dei Paschi di Siena, con posizione politica ben chiara e quasi sicuramente non favorevole all’attuale Governo. “lo Stato italiano deve riappropriarsi della sovranità monetaria – conclude l’On. Scilipoti – gestita attualmente, attraverso la detenzione delle quote della Banca d’Italia, dai principali Istituti Bancari che, da controllati, fanno i controllori”.

Come si conquista un Paese

Come si conquista un Paese: l'attacco della finanza internazionale all'Italia
di G. Colonna
clarissa.it, 10 Luglio 2011

L'attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria. Chi continua a parlare dei "mercati finanziari" come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi "mercati finanziari" hanno nomi e cognomi. Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.
L'Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell'Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.
L'Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all'euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l'ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall'altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.
L'Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all'americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.
Infine, l'Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.
Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall'Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell'allocazione dei capitali. Il classico concetto dell'economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.
Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all'aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato "tradizionale" dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un'arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) - nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti "non allineati":
"Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell'incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all'aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l'inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un "contraccolpo" che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati"(2).
La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.
Moody's e Standard&Poor's hanno rappresentato nell'attacco all'Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria "voce del padrone". Sono stati infatti gli outlook (previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l'Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody's, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.
La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.
"Il primo azionista di Moody's, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody's. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor's: ecco nell'azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?"(3).
Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definiteNationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto laSecurities and Exchange Commission (SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4). Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody's, Standard&Poor's e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother's, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:
"Moody's, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell'assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d'oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un'enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all'utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody's ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi"(5).
Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.
"Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento "t" il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.
Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull'oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l'instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato"(6).
Se dunque il mito dell'efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l'incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell'attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.
"A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa "punizione monetaria" è accompagnata dal processo di "liberalizzazione finanziaria", che è l'esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la "repressione finanziaria" (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e "liberazione monetaria" (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti"(7).
Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i "mercati finanziari", accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all'uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.
Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell'efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile. Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l'inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo, non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.
Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che "quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni", non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta "logica di mercato" è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell'economia, non esiste, mentre esistono attori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.
Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le "ghiotte occasioni" per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l'Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l'Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:
"C'è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch'essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell'euro. (...) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l'efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti"(8).
Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l'unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull'Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo. In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all'ampiezza della loro utilizzazione.
Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l'apertura di un'inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all'attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali che deve essere oggi considerata l'irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.


1) R. Steiner, I capisaldi dell'economia, Milano, 1982, pp. 110-111.
2) Aa.Vv., "Crisis and debt in Europe: 10 pseudo "obvious facts", 22 measures to drive the debate out of the dead end", Real-world economics review, Issue no. 54, 27 September 2010, p. 19.
3) F. Pavesi, "Moody's, S&P e Fitch, ecco chi comanda nelle agenzie di rating", Il Sole 24 Ore, 9 maggio 2010.
4) F. William Engdahl, "The Financial Tsunami: Sub-Prime Mortgage Debt is but the Tip of the Iceberg", Global Research, November 23, 2007.
5) F. Pavesi, loc. cit.
6) Aa.Vv., "Crisis and debt in Europe", cit., p. 23.
7) Ivi, p. 26.
8) G. Perissinotto, "Serve una risposta europea agli attacchi", Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2011

sabato 9 luglio 2011

Fantasmi della realtà e potere dei banchieri

EDITORIALE

Fantasmi della realtà e potere dei banchieri
di Ida Magli
ItalianiLiberi | 06.07.2011


Si stanno rappresentando in questi giorni, in diversi paesi d’Europa, straordinarie commedie dell’assurdo. Gli attori più in vista sono gli uomini di Governo - in Francia, in Spagna, in Grecia, in Germania, in Italia - ma sono coadiuvati talmente bene in questa recita da tutti gli altri responsabili della vita politica e sociale, e prima di tutto dai giornalisti, che noi, poveri cittadini-sudditi, non riusciamo a capire perché il loro frenetico agire ci sembri così privo di una concreta direzione di senso e temibile proprio per questo.

Lo spettacolo offerto dagli “attori” italiani è tragico e surreale al tempo stesso. Berlusconi, Tremonti, Bossi, recitano a meraviglia i loro piccoli scontri sul bilancio, sul trasferimento di qualche Ministero al Nord, sulla necessità del governo centrale di aiutare lo smaltimento dei rifiuti a Napoli, come se davvero questi fossero i problemi politici di una Nazione che non soltanto deve provvedere alla vita ordinata di 60 milioni di persone ma che, per la sua posizione geografica, per i suoi impegni con l’Ue e con la Nato, è al centro di interessi economici e militari a livello mondiale. Le opposizioni stanno al gioco con una puntualità e una solerzia quasi incredibili, tenendo ben fissa l’attenzione dei cittadini, ma in apparenza anche la propria, sui piccoli particolari di queste dispute come se davvero fossero racchiusi qui i maggiori problemi degli Italiani. Se qualche volta la polemica sembra diventare più forte, è soltanto perché lo scambio di invettive ha assunto termini maggiormente violenti e volgari, ma si tratta in tutti i casi di invettive a vuoto: servono ad alimentare la commedia. Della politica vera, dei drammatici problemi veri, non parla nessuno, né al governo né all’opposizione.

I problemi più importanti

Sono problemi che chiunque è in grado di vedere e che, volendo limitarsi esclusivamente ai più gravi ed impellenti, possiamo indicare nel modo seguente:

L’ inesistenza dell’Europa come realtà politica, dalla quale però dipendiamo come se esistesse (la vicenda della guerra in Libia decisa da Sarkozy ne è una soltanto una delle ultime e sconvolgenti prove).
L’ appartenenza dell’Italia alla Nato, organizzazione militare che non si sa più a quale direttiva politica obbedisca data la mancanza di un’autorità politica europea e la contemporanea perdita di potere dei singoli Stati d’Europa (nessuno s’interroga, per esempio, su quale ruolo stia svolgendo nella politica estera l’Inghilterra, sempre sorella degli Stati Uniti ma con un piede dentro e uno fuori dell’Ue).
Il potere assoluto dei banchieri, a livello mondiale ed europeo, che ha completamente esautorato i politici nazionali e sta mano a mano svuotando l’essenza stessa dei singoli Stati costringendoli a vendere i loro possessi e finanche il proprio territorio (la Grecia è soltanto la prima di una catena già pronta).
L’irrazionalità di una sola moneta come espressione e strumento di 17 Stati totalmente differenti per il loro peso politico e le loro dimensioni economiche. E’ evidente che, o si disfa al più presto questa costruzione sul vuoto, oppure si verificherà un catastrofico fallimento collettivo. C’è forse bisogno di una qualsiasi dimostrazione in questo campo? L’euro è soltanto il diverso nome del marco. Un marco privo, però, dello Stato di cui era espressione. Per questo la Germania ha funzionato fino adesso come lo “Stato ombra” dell’euro. Ma è chiaro che la Germania non può continuare a reggere questa mastodontica finzione senza farsi trascinare anch’essa nel baratro: prestarsi soldi fra debitori (l’Italia, tanto per fare un esempio, ha iscritto nelle uscite del proprio bilancio il denaro prestato alla Grecia) è una pratica da “pazzi”, che nessun “povero” metterebbe in atto e che nessun usuraio accetterebbe, ma che i banchieri della Bce e del Fmi fingono di trovare normale e necessaria, spingendola fino all’estremo al solo scopo di rimanere alla fine “proprietari”, concretamente proprietari di tutta l’ Europa dell’euro.
L’eliminazione degli intellettuali dalla leadership, concordemente attuata da tutti i partiti europei, fatti esperti dallo scontro-sottomissione degli intellettuali nella Russia bolscevica. I partiti più importanti in Europa sono anche oggi quelli essenzialmente comunisti, reduci del comunismo e più o meno suoi eredi. L’Italia ne rappresenta la più fulgida testimonianza: il Presidente della Repubblica è appartenuto per tutta la vita, fino dai tempi di Stalin, al Partito comunista. Con il trattato di Maastricht gli intellettuali sono stati praticamente aboliti; non si sente più nessuna voce che possieda autorità tranne quella dei banchieri. Segno evidente di una tragica realtà: se sono morti gli intellettuali, è morta la civiltà europea.
La complicità di tutti i mezzi d’informazione con il disegno dei politici e dei banchieri. Una complicità così assoluta quale mai si era verificata prima nella storia perché non obbligata da nessuna censura. Gli oltre 500 milioni di cittadini d’Europa coinvolti nell’operazione disumana di lavorare senza saperlo al proprio suicidio, vi sono stati condannati non tanto dai politici quanto dai giornalisti. Senza il silenzio dell’informazione non sarebbe stato possibile condurre in porto un disegno di puro potere quale quello in atto.

Politici e banchieri in commedia

Se ciò che ho messo sinteticamente in luce è il quadro generale, per quanto riguarda i piccoli avvenimenti di quest’ultimo periodo a casa nostra non si può fare a meno di rilevare gli errori compiuti dai partiti di governo. Il Pdl e la Lega avrebbero avuto il dovere di piegarsi almeno per un momento a riflettere sui motivi delle sconfitte riportate nelle ultime elezioni e nei referendum. Per farlo, però, sarebbe stato necessario abbandonare il gioco della finzione come unica attività dei politici, uscire dalla “rappresentazione”, scendere dal palcoscenico dell’assurdo, cosa che evidentemente non hanno il coraggio di fare. Che non sia facile è chiaro. Bisognerebbe, infatti, rivelare agli Italiani che la sovranità e l’indipendenza della Nazione non esistono più, che tutte le funzioni vitali della società e del potere sono state consegnate in mani straniere e che quello che sembra ancora autonomo ed efficiente è di fatto pura apparenza. E’ sufficiente un solo esempio.

Tutto il gran parlare e il gran manovrare che si verificato in questi giorni intorno ai nomi del Signor Draghi, del signor Bini Smaghi e di altri importanti banchieri, appartiene al mondo della “rappresentazione”, della “commedia surreale”. In realtà i politici e il governo italiano non possiedono in questo campo alcun potere. Il signor Draghi, il signor Bini Smaghi, il signor Trichet (presidente della Bce) sono, chi in un modo chi in un altro, i proprietari, i possessori, gli “azionisti” delle Banche centrali. La Banca d’Italia, la cui direzione il signor Draghi sta per lasciare nelle mani del probabile signor Bini Smaghi, non è per nulla la Banca “di” Italia, non appartiene allo Stato italiano; quel “di”, particella possessiva, è un falso perché si tratta di una banca di proprietà di cittadini privati, possessori, come il signor Draghi, di parti del suo capitale, e continua a portare il nome di quando era effettivamente di proprietà dello Stato italiano ed emetteva la moneta dello Stato, esclusivamente allo scopo di ingannare i cittadini italiani. Stesso discorso si può fare per la Banca centrale europea, anch’essa proprietà di ricchissimi banchieri privati come i Rothschild, i Rockfeller e gli altri banchieri possessori del capitale della Banca d’Inghilterra, della Banca d’Olanda e ovviamente anche della Banca d’Italia come il signor Draghi. Lo Stato italiano, quindi, non ha, come nessun altro Stato europeo, alcun potere sulle nomine e tutto il gran parlare che si è fatto sul rispetto delle “procedure” da parte del Governo, sull’approvazione da parte del Parlamento europeo della nomina di un “illustre italiano” nelle vesti del signor Draghi, è stata una commedia, finzione allo stato puro: i banchieri si scelgono, si cooptano fra loro, tenendo nascosto il proprio potere dietro la copertura dei politici.

In conclusione: non c’è nessuno, in Italia, che non lavori a ingannare i cittadini, ivi compresi - è necessario ripeterlo e sottolinearlo - i giornalisti, la cui complicità è determinante in quanto costituisce il fattore indispensabile alla riuscita della rappresentazione.

Rimane la domanda fondamentale: perché i politici hanno rinunciato al proprio potere trasferendolo nelle mani dei banchieri? Nessuno ha ancora dato una risposta soddisfacente a questo interrogativo ed è questo il motivo per il quale siamo tutti paralizzati: siamo prigionieri in una rete fittissima ma non sappiamo contro chi combattere per liberarcene.

Il regno di Bruxelles

Laddove i banchieri non sono soli a comandare, troviamo insieme ad essi altri privati, non soggetti a nessuna votazione democratica, quali i Commissari dell’Ue e i Consiglieri del Consiglio d’Europa, di cui probabilmente gli Italiani non conoscono neanche il nome. In quel di Bruxelles le commedie dell’assurdo abbondano, tanto più che, lontani da qualsiasi controllo, si sono moltiplicati i ruoli, gli attori e i fiumi di denaro necessari alle rappresentazioni. Gli obbligati “passaggi” di alcune normative attraverso il Parlamento europeo, per esempio, costituiscono soltanto una delle innumerevoli, mirabili finzioni che sono state ideate per ingannare i poveri sudditi dell’Ue. Infatti le decisioni importanti vengono prese in ristretti gruppi di élite (il Bilderberg, l’Aspen Institute, per esempio) e la loro consegna al Parlamento obbedisce ad un rituale pro-forma, ad un’apparente spolverata di democraticità, così come soltanto pro-forma vengono consegnate poi per la ratifica finale ai singoli Parlamenti nazionali. Il nostro Parlamento, ubbidientissimo e servile come nessun altro, a sua volta le approva senza preoccuparsi neanche di farcelo sapere. A tutt’oggi l’80% delle normative in vigore in Italia è dettato da Bruxelles, ma gli Italiani credono ancora di essere cittadini di uno Stato sovrano.

Insomma, dobbiamo guardare in faccia la realtà: lo Stato italiano esiste soltanto di nome e noi, suoi sudditi, serviamo a tenere in vita, con i nostri soldi e la nostra credulità, una miriade di istituzioni “crea carte” e “passa carte” prive di reale potere. Si tratta, però, di istituzioni che, come succede sempre negli Stati totalitari, creano per sé a poco a poco il potere che non possiedono costruendo e organizzando cerchi sempre più larghi di nuove istituzioni, di inestricabili burocrazie. Non per nulla un esperto della Russia bolscevica quale Bukowski ha affermato che l’Ue ne costituisce una copia. Non si tratta di un’affermazione esagerata: gli avvenimenti che lo provano sono sotto gli occhi di tutti, anche se per la maggioranza dei cittadini, accecati dalla “rappresentazione” della democrazia, è difficile accorgersene. Ma presto la burocrazia mostrerà la durezza della sua faccia.

Dittatura europea e Val di SusaGrassetto

E’ di questi giorni lo scontro dei cittadini con il governo “democratico” a causa della cosiddetta “Alta velocità” in Val di Susa. Si tratta di un’opera imposta dall’Ue, ovviamente non per collegare Torino a Lione, affermazione incongrua e ridicola, ma per poter fingere che l’Europa sia un unico territorio, trasformando le Alpi e l’Italia in un “corridoio” europeo (non sono io ad avergli dato questo nome: l’hanno chiamato così coloro che si sono autoproclamati proprietari dell’Europa). “Traforare le Alpi”per far passare un treno da Torino a Lione è un’operazione talmente folle che è impossibile trovare aggettivi sufficienti a definirla. L’insensibilità dei padroni dell’Europa e dei loro servi italiani per ciò che è la “natura”, il territorio, il paesaggio, come la prima e assoluta bellezza di cui è divinamente ricca l’Italia, sarebbe sufficiente a negarne l’autorità e il potere. Deve essere comunque chiaro a tutti, e affermato con assoluta determinazione, che il territorio di una Nazione è proprietà del suo popolo, e non può essere alienato in nessun modo se non per espressa volontà del popolo. I politici odierni non sono monarchi, non possiedono, come un tempo i re, i territori che governano. Il governo italiano ha dimostrato in questa occasione, più e meglio che in molte altre, il suo disprezzo per la democrazia, opponendo la forza della polizia alla sovranità dei cittadini, mentre il suo primo dovere sarebbe stato quello di rifiutare l’imposizione dell’Ue per un’opera ingegneristicamente mostruosa, rischiosa fino all’impossibile, priva di una qualsiasi giustificazione. Appellarsi al denaro fornito dall’Ue, come i politici sono soliti fare, costituisce l’ennesima prova del disprezzo che nutrono per l’Italia, per il suo territorio, per la sua bellezza. Una prova, inoltre, della loro incapacità a credere che esista qualcuno al mondo la cui anima non somigli a quella dei banchieri.

Ida Magli
Roma, 5 Luglio 2011

venerdì 8 luglio 2011

giovedì 7 luglio 2011

Marra su Telelombardia e su Sky (video) - 4-7-2011

Marra su Telelombardia e su Sky (video 1 di 4)

Marra su Telelombardia e su Sky (video 2 di 4)

Marra su Telelombardia e su Sky (video 3 di 4)

Marra su Telelombardia e su Sky (video 4 di 4)