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venerdì 2 settembre 2011
PORTIAMO LA NAVE ITALIA NEL PORTO DELLA CRESCITA ECONOMICA
Roma, 02/09/2011: “Il dibattito politico serva a comporre una manovra che punti dritta al rilancio della crescita, con un pacchetto di misure adatto all’obiettivo del rilancio dell’economia”. Così l’On. Domenico Scilipoti, segretario politico del Movimento di Responsabilità Nazionale, in riferimento alla manovra economica e agli emendamenti che possono essere inseriti. “Per esempio – continua il deputato MRN - all’art. 2 (che reca disposizioni in materia di entrate) si può aggiungere un 2-bis che preveda che, a decorrere dal 2012, gli yacht e le imbarcazioni a motore e a vela con motore ausiliario da diporto, si assoggettino al pagamento di una tassa annuale di possesso, se di lunghezza superiore ai sei metri”. “L’importo può essere aumentato di un euro per ogni centimetro superiore ai 10 metri, fino ad un massimo di 10.000 euro annui”. Continua l’On. Scilipoti: “Si potrebbe, in questo modo, recuperare denaro da utilizzare per abbassare il debito pubblico, evitando, in parte, di intervenire sulle piccole e medie imprese e sugli enti locali”. “Così – conclude Scilipoti - non verrebbero tagliate le pensioni e si difenderebbero i cittadini con reddito basso .”
giovedì 1 settembre 2011
Il diritto al default come contropotere finanziario
Il diritto al default come contropotere finanziario
Una finanza mondiale grande otto volte l’economia reale non è sopportabile. La politica monetaria aiuta la speculazione e solo il diritto all’insolvenza degli stati potrebbe smontarne il potere. L’Europa potrebbe cambiare le regole e unire le sue politiche fiscali
In queste settimane di crisi finanziaria e di pressione speculativa sui paesi mediterranei, l’Europa non ha fatto una bella figura. E non poteva essere altrimenti, dal momento che la costruzione di un’Europa politica, economica e sociale è ancora lungi dall’essere raggiunta. Al momento, siamo di fronte solo all’unione monetaria europea, che è cosa diversa dall’Europa. I poteri sono in mano alla Bce, non a un parlamento regolarmente eletto a suffragio universale in grado di legiferare con poteri superiori a quelli nazionali. E, infatti, è la Bce che detta legge, tramite l’oligarchia dei poteri forti oggi rappresentati dall’asse Merkel-Sarkozy (un neo Berlusconi in salsa oltralpe!).
Eppure, ci potrebbero essere gli spazi per creare le premesse della costruzione di quell’Unione europea, sociale, economica, solidale e federale che tutti auspichiamo, in grado di essere superiore agli opportunismi nazionalistici. Un’Unione europea che è del tutto antitetica a quella che viene rappresentata dalla lettera “segreta” o “confidenziale” di Trichet e Draghi al governo italiano, nella quale vengono dettate le linee di politica economica che l’Italia dovrebbe seguire se vuole ottenere un aiuto per evitare il rischio di default e l’aumento degli oneri d’interesse.
Il diktat della Bce si basa su due false ma comode convenzioni, che derivano dal dogma neo e social-liberista: a. neutralità dei mercati finanziari e fiducia nel loro ruolo di arbitro imparziale dell’efficienza del libero mercato e b. la possibilità che politiche fiscali recessive del tipo lacrime-sangue possano raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio pubblico e quindi contrastare la speculazione.
La favola dei mercati finanziari concorrenziali, imparziali e neutri
Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme (al netto delle attività sul mercato delle valute e del credito), questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali: industrie, agricoltura, servizi. Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione.
Per quanto riguarda il settore bancario, i dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al 1° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati (fonte: www.occ.treas.gov).
Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. In tale processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari – da Sim, a banche, a assicurazioni,– che gestiscono per conto terzi gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ’30 Keynes definiva gli “speculatori di professione”). Oggi, sempre secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale, con un incremento di 20 volte rispetto a venti anni fa. Inoltre, tale quota è aumentata nell’ultimo anno, grazie alla diffusione dei titoli di debito sovrano (mai nome è più mistificatorio nell’epoca della crisi della sovranità nazionale!). Ad esempio, per quanto riguarda il debito pubblico, italiano, circa l’87% è detenuto da investitori istituzionali, per oltre il 60% all’estero (a differenza di quanto avviene in Giappone).
Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di imparziale e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali, essi si confermano come fortemente concentrati: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva. Tale struttura di mercato consente che poche società (in particolare le dieci, tra Sim e banche, citate in precedenza) siano in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Le società di rating (spesso colluse con le stesse società finanziarie), inoltre, ratificano, in modo strumentale, le decisioni oligarchiche che di volta in volta vengono prese.
Quando si leggono affermazioni del tipo “sono i mercati a chiederlo”, “è il giudizio dei mercati” e amenità del genere, dobbiamo renderci conti che tali cosiddetti mercati, presentati ideologicamente come entità metafisica, non sono altro che espressione di una precisa gerarchia e potere. E la Bce lo sa bene.
La farsa del pareggio di bilancio
Il deficit pubblico è costituito da due componenti: il disavanzo o avanzo primario, pari alla differenza tra il totale delle spese e il totale delle entrate dello Stato (al netto degli interessi) e le spese per interessi sui titoli di stato emessi negli anni precedenti. Le leggi finanziarie possono intervenire solo sull’avanzo o del disavanzo primario, non sulle spese per interessi. In seguito all’adozione di misure draconiane, si può creare anche un avanzo primario, ma se in contemporanea aumenta l’onere del debito e quindi la spesa per interessi, lo sforzo per ridurre il deficit di bilancio può essere del tutto vanificato. Ed è proprio questo ciò che è successo e sta succedendo oggi in Europa per i paesi Piigs. Al momento attuale, in seguito ai vari declassamenti che le agenzie di rating hanno inflitto ai titoli di stato, il divario (spread) con i bond tedeschi (quelli considerati più affidabili) è fortemente aumentato. Di fatto, al di là delle validità e affidabilità o meno delle manovre draconiane, l’ultima parola spetta sempre, come si confà al moderno capitalismo, al biopotere dei mercati finanziari.
In secondo luogo, occorre ricordare che ogni politica fiscale restrittiva ha come conseguenza immediata la contrazione del Pil. È cosi possibile che l’effetto negativo di tali cure sul Pil sia maggiore dell’effetto positivo di riduzione del deficit, con il risultato che l’obiettivo di ridurre il rapporto deficit/Pil non possa mai venir conseguito. È il classico caso in cui la cura è talmente forte da ammazzare il paziente, utilizzando una nota metafora di Keynes. Tale rischio è tanto più elevato tanto più la politica fiscale restrittiva avviene all’indomani di una fase recessiva così pesante come quella del 2009. Ed è veramente ipocrita che gli economisti che fino a ieri chiedevano a gran voce tali misure restrittive oggi paventino il rischio della doppia recessione.
Non è necessario essere esperti di economia per capire che difficilmente tali manovre di politica economica potranno avere successo. Al contrario, il rischio è che la situazione si avviti in una spirale viziosa senza uscita con la necessità ogni anno di adottare politiche fiscali ancor più recessive.
I grandi investitori istituzionali sanno perfettamente tutto ciò. Il raggiungimento del bilancio in pareggio dell’Italia o degli altri paesi europei non interessa. Ciò che a loro interessa è, in primo luogo, che lo spazio per la speculazione finanziaria rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. Infine, in terzo luogo, si vuole che venga garantito il pagamento delle tranches di interessi. La Bce mente sapendo di mentire.
Contro il potere finanziario: diritto al default
La speculazione finanziaria è un meccanismo che nulla ha di parassitario, anzi. Da quando non sono più in vigore gli accordi di Bretton Woods, il potere finanziario stabilisce in modo autonomo e sovranazionale il valore della moneta, sulla base delle gerarchie e delle aspettative che gli speculatori istituzionali di volta in volta definiscono. La pervasività dei mercati finanziari sulla vita economica e sociale degli abitanti della terra (dai contadini del Sud del mondo, agli operai e ai precari dell’Est e dell’Ovest del mondo, dagli studenti ai migranti) è tale che l’accesso a porzioni (sempre più decrescenti) di ricchezza sia condizionato direttamente e indirettamente dagli effetti distributivi e distorsivi che gli stessi mercati finanziari generano. Qui sta il loro biopotere e la loro governance. Ogni euro di plusvalenza generata virtualmente nell’attività speculativa ha effetti reali sull’economia per circa un 30% (secondo i dati della Bri), mettendo in moto un moltiplicatore finanziario che incide direttamente sulle capacità di investimento e di distribuzione del reddito che stanno alla base dell’attuale processo di accumulazione. Tale 30% di fatto è creazione netta di moneta, al di fuori di qualsiasi forma di signoraggio statuale oggi esistente. La produzione di moneta a mezzo di moneta implica una ridefinizione della legge del valore-lavoro e nuove regole di sfruttamento (cfr. www.ephemeraweb.org) ed è per questo potere che i mercati finanziari sono oggi il centro della valorizzazione.
A fronte di questo contesto, è necessario operare per restringere il campo d’azione dei mercati finanziari: non tramite l’illusione di una loro riforma, ma tramite la costituzione di un contropotere, in grado di erodere la loro efficacia. È necessario rompere il circuito della speculazione finanziaria andando a colpire la fonte del loro guadagno, ovvero favorendo la completa svalutazione dei titoli sovrani che sono di volta in volta al centro dell’attività speculativa. Tale obiettivo può essere ottenuto solo tramite uno strumento: il non pagamento degli interessi (o la loro dilazione temporale) e la dichiarazione di default (bancarotta). In tal modo, lo strumento stesso della speculazione verrebbe meno: i titoli sovrani diventerebbero di conseguenza carta straccia, junk bonds. Gli investitori istituzionali speculano sul rischio di default ma sono i primi a non volere il default. In tal modo, la speculazione non potrà avere come mira il welfare, soprattutto se si perseguisse una strategia di default controllato, ovvero accompagnata, a livello europeo e di concerto con la Federal Reserve, da una politica comune di gestione della crisi, finalizzata non solo a creare un fondo di intervento a sostegno dei paesi in difficoltà, ma soprattutto a emettere Eurobonds in grado di sostituire i titoli sovrani entrati in default a tassi d’interessi fissi (in linea con il Libor, ad esempio), garantendo i rendimenti solo ai titoli in possesso delle famiglie e con interventi di controllo della libera circolazione dei capitali.
Il diktat della Bce, accompagnato dall’immissione di liquidità ex-nihilo, ha come scopo quello di favorire la speculazione, non di contrastarla. Solo il diritto alla bancarotta degli stati europei può rappresentare una prima risposta efficace, da coniugare con la ripresa di un movimento transnazionale europeo che ponga al primo punto la costruzione di un budget fiscale europeo unico, una politica fiscale e di spesa pubblica che travalichi i confini nazionali. I principali punti di una simile strategia programmatica possono essere i seguenti:
- Costituzione di un fondo di garanzia europeo finanziato prevalentemente dalla Banca centrale europea;
- Aumento progressivo del contributo di ogni stato europeo (ora all’1% del Pil) per costituire un budget gestito a livello europeo in grado di favorire una politica sociale comune;
- L’avvio di piano europeo per la definizione di una politica fiscale comune.
Tali punti rappresentano solo un programma minimo per consentire il passaggio della sovranità fiscale dal livello nazionale e quello europeo e consentire, in tal modo, di porre un contropotere al potere monetario e finanziario oggi dominante. Ma per raggiungere tali obiettivi è necessario che si sviluppino movimenti sociali fra loro coordinati in grado di incidere nello spazio pubblico e comune europeo. Dai sommovimenti ancora nazionali finalizzati a estendere il diritto all’insolvenza è ora di passare, tramite le reti studentesche, dei migranti, dei precari, delle donne, degli “indignati”, al diritto alla bancarotta su scala europea. Perché il diritto alla bancarotta significa ipotizzare che la moneta è un bene comune.
Il Premier è stufo dell'Italia
Si parlano l’uno su un cellulare panamense, l’altro con una scheda wind intestata a tale Ceron Caceres, cittadino peruviano. L’uno e l’altro sono Valter Lavitola e Silvio Berlusconi. Entrambe le schede sono un’idea del direttore dell’Avanti, che poche settimane prima ha consegnato a Palazzo Grazioli le sim card e i telefoni che poi il premier userà con lui. “Tra qualche mese me ne vado …vado via da questo paese di merda…di cui…sono nauseato…punto e basta…”. Comincia così lo sfogo del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in una conversazione intercettata la sera del 13 luglio scorso.
Secondo il gip di Napoli – che ha disposto l’arresto dello stesso Lavitola, di Giampaolo Tarantinie della moglie per estorsione a Berlusconi – la conversazione in questione è “rilevante” in quanto attesta la “speciale vicinanza” tra il premier e Lavitola e la “natura dei rapporti” tra i due, “rivelandosi Lavitola impegnato sostanzialmente quale attivo e riservato ‘informatore’ su vicende giudiziarie che, benché riguardanti terzi, appaiono di specifico e rilevante interesse dello stesso Berlusconi”.
Viene quindi riportato il contenuto della conversazione nella quale, scrive il gip, “al di là del merito delle considerazioni che provengono dal Lavitola, è soprattutto di procedimenti giudiziari che egli discorre, riferendosi in particolare a quello condotto qui a Napoli sulla cosiddetta ‘P4′ nonché ad altri potenziali procedimenti riguardanti fatti accaduti a Bari e di cui il Lavitola sembra avere notizie”.
E’ Berlusconi a contattare Lavitola sull’utenza panamense di quest’ultimo alle ore 23 e 14 del 13 luglio facendosi introdurre da un tale Alfredo. La telefonata dura più di 13 minuti, durante i quali si parla di vari argomenti, in particolare di vicende giudiziarie..
”Anche di questo – sostiene un Berlusconi che sembra essere molto consapevole che la telefonata sia intercettata – non me ne può importare di meno… perché io …sono così trasparente..così pulito nelle mie cose..che non c’è nulla che mi possa dare fastidio..capito?..io sono uno..che non fa niente che possa essere assunto come notizia di reato…quindi..io sono assolutamente tranquillo…a me possono dire che scopo..è l’unica cosa che possono dire di me…è chiaro?..quindi io..mi mettono le spie dove vogliono..mi controllano le telefonate..non me ne fotte niente…io..tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei…da un’altra parte e quindi…vado via da questo paese di merda…di cui…sono nauseato…punto e basta…”.
"Ingannati" (recensione)
”Ingannati” è un libro scritto da Alberto Medici, un ingegnere che ha seguito da vicino, per diversi anni, siti di libera informazione come Effedieffe di Maurizio Blondet, Disinformazione di Marcello Pamio, il blog di Paolo Franceschetti e Solange Manfredi, Infowars di Alex Jones, e lo stesso luogocomune (Medici è anche un nostro iscritto). Il libro è particolarmente interessante per una serie di motivi diversi.
Prima di tutto rappresenta un tentativo, a mio parere ben riuscito, di fare una sintesi “trasversale” di tutti i maggiori temi trattati negli scorsi anni dai siti sopracitati. E questo è tutt’altro che poco. Per ottenere questo risultato Medici ha usato il filo conduttore della Grande Menzogna – l’archetipo, si potrebbe dire – unificando così la chiave di lettura di argomenti solo apparentemente diversi come le scie chimiche, il sistema monetario, l’11 settembre, l’assassinio Kennedy, i viaggi lunari, Big Pharma, il Global Warming, le “False Flags” o l’AIDS.
Il secondo aspetto interessante del libro è il continuo inserimento di riferimenti culturali di alto livello, ...
... all’interno dell’analisi dei temi trattati. Questo è uno dei tanti esempi, tratto dalla prefazione del libro: “Il mondo oggi sembra diviso in due: da una parte chi ancora si fida dell’informazione ufficiale come ci viene raccontata da televisione, giornali, fonti ufficiali; dall’altra chi ha cominciato a mettere in dubbio ciò che viene raccontato, e cerca le informazioni per conto proprio. Questo spartiacque mi ricorda il mito della caverna di Platone, dove chi vede solo le ombre non crede a chi, slegatosi e uscito all’aria aperta, riesce a vedere le cose come stanno e non come sembrano”.
In particolare, è molto efficace l’analisi fatta dall'autore del mondo dell’informazione, e dei meccanismi mentali che permettono a chi detiene il potere di continuare a mentire alle masse in ogni parte del mondo. Risulta evidente, pagina dopo pagina, che soltanto avendo chiari quei meccanismi ci si potrà liberare definitivamente dalla Menzogna.
Ed è qui che scatta il terzo aspetto, e forse il più interessante di tutti, del libro: il famoso “La verità vi renderà liberi”, ovvero lo sforzo sincero, da parte dell’autore, di leggere la problematica dell’inganno in chiave cristiana. Ogni volta che questo avviene, riemerge con forza la profonda differenza fra il vero messaggio cristico originale, e la deformazione di tale messaggio che ha preso, nel corso dei secoli, il nome di “cristianesimo”.
Il lettore potrà non concordare con tutte le opinioni espresse dell’autore, ma il libro rimane una fonte immensamente ricca di spunti per ragionare, confrontarsi, e cercare in ogni caso di procedere nel nostro cammino di conoscenza e di presa di coscienza della nostra realtà individuale.
“Fatti non foste per viver come bruti …”
Massimo Mazzucco
Ingannati, sito e libro.
mercoledì 31 agosto 2011
Cesare Geronzi, un banchiere tra politica e Vaticano
Un banchiere tra politica e Vaticano
Carlo Marroni, IlSole24Ore, 11 aprile 2011
La famiglia fa sacrifici e lo fa studiare, tanto che nel 1960 supera il concorso in Banca d'Italia, dove negli anni creerà la base su cui costruirà una carriera formidabile e a cui resterà sempre legato («un saio che ti porti sempre addosso», è uso definire il passaggio in via Nazionale). Allievo di Guido Carli, in pochi anni di lavoro a capo basso arriva a guidare l'uffico cambi, snodo nevralgico della politica monetaria, da dove tiene d'occhio gli speculatori che via via mettono sotto pressione la liretta dell'epoca, che passava da una svalutazione all'altra. Un potere reale immenso, in realtà. Un giorno, raccontano le biografie, il grande Beniamino Andreatta affermò in Parlamento: «Mentre voi state discutendo, c'è un signore di nome Cesare Geronzi che manipola il tasso d'inflazione del nostro Paese». Era la prima volta che il suo nome veniva pronunciato in pubblico, anche se gli adetti ai lavori lo conoscevano bene. Ricorda Florio Fiorini, nei primi anni '80 a capo della finanza dell'Eni, che quando esagerava con le operazioni spericolate lo chiamava Geronzi, ribattezzato "il dottor Koch", dal nome del palazzo dove ha sede la banca centrale. Lì stabilisce un soldalizio con Antonio Fazio, che negli anni avrà alti e bassi. Esce da Bankitalia e segue Rinaldo Ossola al Banco di Napoli, ma l'esperinza dura poco, i napoletani dell'epoca non amavano i colonizzatori. Appoggiato da Carlo Azeglio Ciampi ricomincia dalla piccola Cassa di Risparmio di Roma, che in poco tempo diventerà il più formidabile polo aggregante bancario d'Italia, per la verità senza badare troppo ai ratios o alle sofferenze nascoste tra le pieghe. La sonnacchiosa banchetta romana, grazie ai buoni uffici di Giulio Andreotti, si pappa il Banco di Santo Spirito, all'epoca dell'Iri. Non è solo crecita dimensionale: si tratta della banca di fiducia del Vaticano, che storicamente ha sede proprio di là dal ponte di Castel Sant'Angelo. Ma il vero salto lo fa subito dopo con l'acquisizione del Banco di Roma - l'altro istituto di fiducia della Santa Sede e dell'intera classe politica democristiana, ma che soprattutto ha in pancia la quota Mediobanca che sarà strategica per gli sviluppi futuri - venduta dall'Iri presieduto da un altro andreottiano di ferro, Franco Nobili. Sono gli anni in cui tutto o quasi si decide nello studio al terzo piano del Presidente, a piazza San Lorenzo in Lucina, e in cui le diramazioni del potere andreottiano si allargano dalla partecipazioni statali all'imprenditoria privata che in un modo o nell'altro fa affari con lo Stato. A chi chiede come fare per portare in fondo un'operazione, il Presidente - raccontano quelli che gli sono stati vicino a lungo - risponde «parlatene con Geronzi».
Ma tangentopoli è in arrivo e Silvio Berlusconi sta per scendere in campo. Con il Cavaliere - e con il suo plenipotenziario Gianni Letta - sarà stretto un sodalizio che dura fino ad oggi, e che passa nel 1995 per il sostegno all'operazione Wave che porta in Borsa Mediaset. Anche se Geronzi - che nel fattempo aggrega Bna e Mediocredito - non trascurerà di stringere con altri, tra cui Massimo D'Alema e Piero Fassino, ma anche con Walter Veltroni (per la verità in maggiore sintonia con Matteo Arpe) con il quale condivide ufficialmente la battaglia della romanità, preservando la banca dagli appetiti nordisti. Prestare denaro è politica, forse della più efficace, lo sa lui, lo sanno gli altri. E così la Banca di Roma sarà sempre al centro di partite cruciali come la ristrutturazione del debito dei Ds e il sostegno finanziario all'Unità e al Manifesto. Ma anche il calcio è potere, e ad un certo punto Geronzi avrà in mano i destini aziendali della Roma (ancora oggi in ballo) e poi della Lazio - a lungo sponsorizzata direttamente sulle magliette biancocelesti - di Fiorentina e Perugia. La Banca è al culmine del suo radicamento, porta in Italia gli azionisti libici, ma il gioco si fa duro, spuntano i guai giudiziari, di lì a poco l'alleanza storica e ostentata con Fazio si rompe sulla partita Antonveneta, che il Governatore aveva destinato alla Popolare di Lodi (vicenda che ancora occupa le aule di giustizia). Sono gli anni in cui Geronzi consolida un rapporto con Tremonti, che fu il più fiero avversario di Fazio tanto da ottenerne le dimissioni a fine 2005. Ma in tempi recenti - proprio lo scorso novembre - in una delle rare uscite pubbliche, arriva dopo molto tempo e tanto gelo l'attesa riappacificazione ufficiale, con il riconoscimento del ruolo svolto dal Governatore nel «disboscamento della foresta pietrificata» e la chiamata dell'amico Antonio alla guida del comitato scientifico della Fondazione Generali. Intanto, è il 2007, da meno di un anno Intesa si è fusa con il San Paolo, e il tempo stringe per chiudere operazioni di sistema. Nasce così l'operazione che porta UniCredit ad acquisire Capitalia, che gli spianerà la strada per la guida di Mediobanca che anni prima, ha detto sempre di recente, «avevamo pacificato» trovando l'accordo tra soci italiani e francesi. Un gioco in grande nel quale Geronzi dà il meglio di sè, dove ogni cosa passa senza trovare ostacoli, come l'eliminazione del sistema di governance duale faticosamente varato da Piazzetta Cuccia poco prima. Quando fu decisa la fusione con UniCredit e Capitalia andava dentro la pancia di un colosso nordico-tedesco la Chiesa, si allarmò: che fine faranno i rapporti stretti tra l'ex Santo Spirito e le mille diramazioni ecclesiali, dal momento che tutto finiva in un conglomerato di diversa marca? Ed ecco Geronzi che all'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede incontra i vertici della Cei per rassicurare che la direzione di marcia non cambiava. Ma è con il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che il rapporto è particolarmente fecondo. Un segnale è stata l'assunzione come capo delle relazioni istituzionali prima in Capitalia e poi in Mediobanca del giovane avvocato ligure Marco Simeon, pupillo del cardinale. Eppoi le nozze di una delle figlie di Geronzi personalmente celebrate da Bertone, nel dicembre 2007 a Santo Spirito in Sassia. Tra gli ospiti della cerimonia, ricordano le cronache dell'epoca, anche nomi che in queste ore ricorrono di continuo, come il suo predecessore alla presidenza di Generali, Antoine Bernheim, e i vertici di Mediobanca, Renato Pagliaro e Alberto Nagel.
LA PAROLA CHIAVE
Governance duale
Mediobanca è stata la prima società italiana ad adottare la governance duale: in questo modello il governo societario prevede è la suddivisione in due diversi organi delle attività gestionali e di controllo di una società: un Consiglio di sorveglianza, al quale sono demandate le funzioni di controllo e che determina le linee guida e di indirizzo della società; e un Consiglio di gestione, che si occupa dell'amministrazione e gestione della società uniformandosi alle linee guida formulate dal Consiglio di sorveglianza.
Come detto, Mediobanca è stata apripista in Italia, ma anche la prima a fare marcia indietro: già nel 2008 Piazzetta Cuccia è tornata alla governance tradizionale.
Primi passi a Palazzo Koch
Cesare Geronzi fa il suo ingresso in Banca d'Italia nel 1961, dove lavora nel settore cambi collaborando con Guido Carli (nella foto) per 15 anni. Lascia Palazzo Koch nel 1980 per approdare al Banco di Napoli in qualità di vicedirettore generale, incarico che mantiene fino al 1982.
L'ascesa capitolina
Nel 1982 Geronzi diviene direttore generale della Cassa di Risparmio di Roma. Nei primi anni 90 la banca cresce aggregando Banco di Santo Spirito e Banco di Roma.
Nasce la Banca di Roma che acquista numerosi altri istituti in Italia e nel luglio 2002 si trasforma in Capitalia.
2002-2007
La fusione con UniCredit
Nel 2004 Geronzi e Capitalia sono coinvolti nei crac Parmalat e Cirio. Il banchiere viene condannato per il crac Italease (sentenza ribaltata in appello). Supera la concorrenza interna di Matteo Arpe e nel 2007 fonde Capitalia con l'Unicredit di Alessandro Profumo (foto a sinistra).
Da piazzetta Cuccia a Trieste
Un mese dopo l'operazione UniCredit, Geronzi diventa presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, di cui era già vice presidente. La sua parabola si conclude nell'aprile 2010, quando viene nominato presidente delle Generali.
Cronologia articolo07 aprile 201
Giorgio Bocca: “Il Pd come il Psi di Craxi"
Giorgio Bocca: “Il Pd come il Psi di Craxi, Bersani si butti a mare”
31 agosto 2011ROMA – “Rubano tutti”, anche a sinistra: novantuno anni e un “tono mite”, racconta il Fattoquotidiano, Giorgio Bocca dà sfogo alle sue riflessioni sull’onestà in politica. Lo scrittore e giornalista di Repubblica e L’Espresso vede “un’assoluta identità” tra il Pd e il Partito socialista di Bettino Craxi.
Quanto a onestà per Bocca tra destra e sinistra cambia poco e “Bersani non dovrebbe fare un passo indietro, ma un tuffo nel mare”. E ancora: ”Alla fine della Guerra io e altri partigiani pensavamo che il Partito socialista avrebbe cambiato il modo di fare politica in Italia. Nel giro di pochi anni tutte le persone per bene e oneste sono state cacciate da quel partito. Dove sono rimasti solo i furbi e i ladri. La politica è cambiata? Non lo penso”.
Alla domanda su eventuali pericoli all’orizzonte risponde: “L’unico pericolo è che questa intera classe dirigente, per non andare in galera, faccia un golpe. Proveranno a tirare avanti, come han fatto fino a ora. Chi ha i soldi se la cava. Cesare è ricordato come uno dei più grandi uomini politici della romanità ed era uno che confessava candidamente di aver rubato. Però potrebbe arrivare anche un moto d’ira popolare che li manda tutti a casa. Mi trovo di fronte a un’umanità incomprensibile. Un politico che ruba, sa di essere al di fuori dell’etica. Eppure lo fa. Io veramente non li capisco”.
LA MANOVRA CHE INSEGNA AD EMIGRARE
LA MANOVRA CHE INSEGNA AD EMIGRARE
Il rifacimento 30.08.11 della manovra-bis di risanamento dei conti pubblici conferma il mio già più volte enunciato teorema, secondo cui la classe politica italiana non può tagliare, nemmeno in situazioni di emergenza, nemmeno per rilanciare l’economia in recessione, la spesa improduttiva (inutile, parassitaria, clientelare), perché è quella da cui dipende per arricchirsi e ancor prima mantenere il potere, e ne dipende tanto più rigidamente, quanto peggio amministra – perché quanto peggio amministra, tanto meno riceve sostegno fisiologico, e tanto più deve procurarselo in via clientelare e ladresca.
Il caso Penati non è un’eccezione, ma la regola: ciò di cui lo si accusa è semplicemente ciò per cui e con cui operano i partiti. E’ la regola, non l’eccezione criminale. E’ lo strumento della produzione del consenso, quindi della legittimazione politica, anche se per la legge formale è illecito. Il rifacimento della manovra era stato, per l’appunto, imposto dalle esigenze degli apparati dei partiti, i quali non possono rinunciare alla spesa degli enti locali perché da essa mangiano e traggono le risorse per ottenere i voti e le sponsorizzazioni. La nuova e stravolta versione della manovra è stato un rifacimento per salvare la greppia della casta. Per la medesima ragione i partiti non possono rinunciare alle 25.000 poltrone di consiglieri di amministrazione di enti misti, dove mangiano ancora di più. Non è possibile, per la nostra classe politica e burocratica cessare queste pratiche, perché da esse dipende la sua stessa esistenza. Non è possibile che essa si metta ad amministrare bene, perché l’unica cosa per cui si è selezionata e formata è quella pratica, quindi manca delle necessarie competenze tecniche per fare buona amministrazione. Infatti, non sa nemmeno far quadrare i conti sulla carta. Davanti al mondo si comporta in un modo grottescamente contraddittorio, convulso, indecoroso. Accecata e indementita dalla sua avidità, angosciata dal rischio di perdere le sue posizioni, è completamente appiattita sulla divorante esigenza di assicurare a se stessa i soldi e le risorse pubbliche con cui preservarsi nell’immediato, e a tal fine spreme il paese con ulteriore pressione fiscale, a costo di precipitarlo nella recessione. Del rilancio economico e del medio-lungo termine neanche si dà pensiero. E ciò non vale solo per il centro-destra, ma pure per il centro-sinistra, la cui contro-proposta arrivava a 1/10 della copertura e, come quella del centro-destra, non aveva reali strumenti per il rilancio economico.
E così il suddetto rifacimento, seguito all’ondata di proteste suscitata dalla sua prima versione, sta abortendo già il giorno stesso del suo esultante annuncio da parte di Berlusconi e Bossi: fallisce sia nel paese (perché l’ondata di rifiuto monta come contro la precedente versione), che sui mercati finanziari, perché lo spread Btp-Bund si è impennato e il FMI ha tagliato le previsioni sul pil (i mercati si sono accorti che la manovra non ha copertura, che tra qualche giorno bisognerà fare un’ulteriore manovra, che è incostituzionale, che consiste più di promesse lontane che di fatti tangibili, come il dimezzamento dei parlamentari e la soppressione delle province). Per non parlare delle palesi illegittimità del togliere diritti per i quali i cittadini hanno già pagato (riscatto degli anni di laurea) o del discriminatorio mantenimento del c.d. prelievo di solidarietà sui soli redditi degli statali. Mi chiedo se Tremonti avrebbe mai sottoscritto una manovra di tale livello, prima che l’affaire Milanese lo indebolisse e lo rendesse, come alcuni dicono, più disponibile all’ascolto delle ragioni degli altri.
A questo punto è chiaro a tutti – a tutti gli operatori stranieri, se non a tutti gli Italiani – che la vera stortura, il vero male da tagliare, è la stessa classe politico-burocratica italiana, e che se essa non viene eliminata il paese continuerà ad andare allo sbando e poi alla rovina. Poiché essa, internamente solidale nonostante gli scontri di facciata, detiene e domina tutti gli spazi politici e le istituzioni, non è possibile eliminarla per via elettorale – e in effetti non è mai stata eliminata, nonostante le molte elezioni e i molti cambi di maggioranza. In teoria, una simile casta dovrebbe essere eliminata con una rivoluzione popolare, che la tolga di mezzo fisicamente. Ma gli Italiani sono codardi, incapaci di organizzarsi e di fidarsi e di comportarsi lealmente, quindi non faranno alcuna rivoluzione – e in effetti non ne hanno mai fatte. E, ancora più importante, essi tradizionalmente concepiscono il rapporto con l’uomo politico di riferimento come una complicità, un allearsi per fare i propri interessi a spese della cosa pubblica. Mangiare insieme. Infatti le preferenze più numerose le prendevano i politici più bravi in quest’arte. Quindi la classe politico-burocratica italiana è un’espressione antropologica degli Italiani reali, non un qualcosa di sovrapposto alla società italiana, che possa essere rimosso per liberare quella società da un parassita. Forse non bastano secoli per cambiare la mentalità di una popolazione. Diverse civiltà del passato si sono accorte di essere in decadenza, e hanno cercato di porvi rimedio, ma nessuna vi è riuscita. Hanno tutte continuato a decadere finché sono state spazzate via o sottomesse da altri popoli.
Di tutto questo, della deriva alla rovina, dell’impossibilità di correggere, dell’inutilità dello strumento elettorale, della infattibilità di una rivoluzione, la gente ha oramai una percezione diffusa. E questa percezione si traduce in comportamenti realistici, ossia emigrare, delocalizzare, preparare i propri figli per andare a studiare e lavorare all’estero. Anche a studiare, ovviamente, perché la scuola italiana, soprattutto l’università, è degradata e dequalificata come tutto il sistema-paese, quindi una buona formazione è, con poche eccezioni, possibile solo all’estero. Perché sforzarsi di cambiare le cose, di debellare la partitocrazia, di organizzare una rivoluzione o una secessione? Queste sono tutte opzioni incerte, lunghe, faticose, pericolose. Antieconomiche. Emigrare è molto più semplice, rapido, sicuro. Emigrare, ossia uscire non solo dall’Italia, ma anche e soprattutto da un popolo e da un sistema sociale programmati per stagnare e marcire.
31.08.11