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martedì 6 settembre 2011
lunedì 5 settembre 2011
Blitz dei centri sociali in Borsa
Milano, tensione a Piazza Affari
blitz dei centri sociali in Borsa
Repubblica
Una decina tra militanti del centro sociale milanese Cantiere e appartenenti alla sigla sindacale Usb hanno fatto irruzione alla Borsa italiana, a Milano, riuscendo a salire al secondo piano del Palazzo della Borsa, da dove hanno esposto alcune bandiere del sindacato. Nel frattempo ci sono stati alcuni momenti di tensione quando un altro gruppo ha tentato di entrare ed è stato bloccato dal personale di sicurezza alla porta, che è stata poi chiusa. Fuori dall'edificio sono stati distribuiti volantini, allestite tende sul modello degli 'indignados' spagnoli ed esposti alcuni striscioni tra cui uno su cui era scritto, in vista dello sciopero generale di domani: 'Predicano austerity ma razzolano male, rubano ai poveri per dare ai soliti'. (05 settembre 2011)
blitz dei centri sociali in Borsa
Repubblica
Una decina tra militanti del centro sociale milanese Cantiere e appartenenti alla sigla sindacale Usb hanno fatto irruzione alla Borsa italiana, a Milano, riuscendo a salire al secondo piano del Palazzo della Borsa, da dove hanno esposto alcune bandiere del sindacato. Nel frattempo ci sono stati alcuni momenti di tensione quando un altro gruppo ha tentato di entrare ed è stato bloccato dal personale di sicurezza alla porta, che è stata poi chiusa. Fuori dall'edificio sono stati distribuiti volantini, allestite tende sul modello degli 'indignados' spagnoli ed esposti alcuni striscioni tra cui uno su cui era scritto, in vista dello sciopero generale di domani: 'Predicano austerity ma razzolano male, rubano ai poveri per dare ai soliti'. (05 settembre 2011)
Gli affari del finanziere rosso Vitale
Da Sesto alla corte di De Benedetti
Gli affari del finanziere rosso Vitale
di Redazione, Il Giornale
Milano - Non un «finanziere», dice di sé. Piuttosto «un intermediario». Che c’è una bella differenza. Perché «il finanziere investe quattrini suoi, l’intermediario è un professionista». E più di una volta Guido Roberto Vitale - fondatore e presidente della banca d’affari indipendente Vitale&Associati - si è trovato a gestire le tasche degli altri. Specialmente col portafoglio a sinistra. Detto l’anti-Cuccia, banchiere dei Democratici, sponsor di Nichi Vendola («Ha capito dove va il mondo») e del sindaco di Milano Giuliano Pisapia (a fianco del quale si schierò in campagna elettorale), il timoniere scelto a suo tempo da Carlo De Benedetti per guidare la merchant bank Euromobiliare, socio al 15% in Chiarelettere (casa editrice che sforna libri-inchiesta sul malaffare), già presidente di Rcs Mediagroup, un curriculum che lo colloca nel gotha del capitalismo italiano, e il neo di un arresto per una storia di tangenti a un colonnello della Guardia di finanza, cento milioni di lire versate nel 1988 per ammorbidire una verifica tributaria all’Istituto Lombardo del leasing, che del gruppo Euromobiliare faceva parte. E aveva sede - a volte, le coincidenze - a Sesto San Giovanni. Così, se una grana è partita da Sesto, a Sesto è tornata. Perché l’inchiesta della Procura di Monza sulle presunte tangenti chieste e ottenute da Filippo Penati - quando Penati era sindaco della Stalingrado d’Italia, e poi presidente della Provincia - ha riaperto gli armadi, a caccia di qualche scheletro. Uno su tutti: l’aquisto da parte di Palazzo Isimbardi delle quote azionarie di Serravalle in mano al costruttore Marcellino Gavio, secondo molti analisti costate uno sproposito alle casse pubbliche. Ma non secondo Vitale, la cui perizia fu l’unica a «giustificare» la spesa della Provincia. Il valore di ogni azione della società autostradale, secondo l’advisor, oscillava infatti tra i 7,1 e i 9,69 euro. Via Vivaio le pagherà 8,831 euro. Altre cinque perizie (Banca Intesa - che poi strutturò l’operazione - Lazard, Credit Suisse, Corte dei Conti, consulenti della Procura di Milano) avevano però abbassato l’asticella. I periti chiamati in causa dai pm milanesi avevano considerato «congruo» il prezzo, ma solo da un punto di vista generale. Non da quello di un’amministrazione. Perché «il prezzo pagato - avevano scritto i professori Mario Cattaneo e Gabriele Villa nel documento ora in mano ai pubblici ministeri di Monza - non ha un senso da un punto di vista pubblico». Tranchant anzichenò. Qualcuno, tra gli esperti, era sceso fino a 4,48 euro ad azione. Insomma, la cifra finale ipotizzata da alcuni analisti era arrivata anche alla metà di quello che poi pagherà effettivamente la Provincia: 238 milioni di euro che nel 2005 finirono nelle tasche di Gavio, generando una plusvalenza da 179 milioni, 50 dei quali girati nel tentativo di scalata di Bnl da parte della compagnia assicurativa bolognese Unipol, all’epoca in mano al manager Giovanni Consorte. Quello - per intendersi - che si sentì dire al telefono dall’allora segretario dei Ds Piero Fassino: «Allora, abbiamo una banca?». Lo studio Vitale&Associati, dunque, fu quello con la manica più larga. Ma non c’è solo un travaso di denaro, a legare Serravalle all’estate dei «furbetti del quartierino». Ancora una volta, ci sono di mezzo le consulenze. Perché chi scelse Consorte come uno degli assistenti di Unipol nell’«assalto» alla Banca nazionale del lavoro. Lui, l’«intermediario». L’anti-Cuccia. Guido Roberto Vitale. Un’altra piccola grana, in realtà. Perché, nel giugno del 2007, il banchiere fu convocato dal pm milanese Luigi Orsi proprio per spiegare (da testimone) un progetto di espansione che a molti era sembrato quantomeno azzardato, ma che trovava grossi sponsor a sinistra. La piccola Unipol che ci prova con il gigante Bnl. Come scalare l’Everest con le infradito. E sappiamo com’è andata a finire.
Gli affari del finanziere rosso Vitale
di Redazione, Il Giornale
Milano - Non un «finanziere», dice di sé. Piuttosto «un intermediario». Che c’è una bella differenza. Perché «il finanziere investe quattrini suoi, l’intermediario è un professionista». E più di una volta Guido Roberto Vitale - fondatore e presidente della banca d’affari indipendente Vitale&Associati - si è trovato a gestire le tasche degli altri. Specialmente col portafoglio a sinistra. Detto l’anti-Cuccia, banchiere dei Democratici, sponsor di Nichi Vendola («Ha capito dove va il mondo») e del sindaco di Milano Giuliano Pisapia (a fianco del quale si schierò in campagna elettorale), il timoniere scelto a suo tempo da Carlo De Benedetti per guidare la merchant bank Euromobiliare, socio al 15% in Chiarelettere (casa editrice che sforna libri-inchiesta sul malaffare), già presidente di Rcs Mediagroup, un curriculum che lo colloca nel gotha del capitalismo italiano, e il neo di un arresto per una storia di tangenti a un colonnello della Guardia di finanza, cento milioni di lire versate nel 1988 per ammorbidire una verifica tributaria all’Istituto Lombardo del leasing, che del gruppo Euromobiliare faceva parte. E aveva sede - a volte, le coincidenze - a Sesto San Giovanni. Così, se una grana è partita da Sesto, a Sesto è tornata. Perché l’inchiesta della Procura di Monza sulle presunte tangenti chieste e ottenute da Filippo Penati - quando Penati era sindaco della Stalingrado d’Italia, e poi presidente della Provincia - ha riaperto gli armadi, a caccia di qualche scheletro. Uno su tutti: l’aquisto da parte di Palazzo Isimbardi delle quote azionarie di Serravalle in mano al costruttore Marcellino Gavio, secondo molti analisti costate uno sproposito alle casse pubbliche. Ma non secondo Vitale, la cui perizia fu l’unica a «giustificare» la spesa della Provincia. Il valore di ogni azione della società autostradale, secondo l’advisor, oscillava infatti tra i 7,1 e i 9,69 euro. Via Vivaio le pagherà 8,831 euro. Altre cinque perizie (Banca Intesa - che poi strutturò l’operazione - Lazard, Credit Suisse, Corte dei Conti, consulenti della Procura di Milano) avevano però abbassato l’asticella. I periti chiamati in causa dai pm milanesi avevano considerato «congruo» il prezzo, ma solo da un punto di vista generale. Non da quello di un’amministrazione. Perché «il prezzo pagato - avevano scritto i professori Mario Cattaneo e Gabriele Villa nel documento ora in mano ai pubblici ministeri di Monza - non ha un senso da un punto di vista pubblico». Tranchant anzichenò. Qualcuno, tra gli esperti, era sceso fino a 4,48 euro ad azione. Insomma, la cifra finale ipotizzata da alcuni analisti era arrivata anche alla metà di quello che poi pagherà effettivamente la Provincia: 238 milioni di euro che nel 2005 finirono nelle tasche di Gavio, generando una plusvalenza da 179 milioni, 50 dei quali girati nel tentativo di scalata di Bnl da parte della compagnia assicurativa bolognese Unipol, all’epoca in mano al manager Giovanni Consorte. Quello - per intendersi - che si sentì dire al telefono dall’allora segretario dei Ds Piero Fassino: «Allora, abbiamo una banca?». Lo studio Vitale&Associati, dunque, fu quello con la manica più larga. Ma non c’è solo un travaso di denaro, a legare Serravalle all’estate dei «furbetti del quartierino». Ancora una volta, ci sono di mezzo le consulenze. Perché chi scelse Consorte come uno degli assistenti di Unipol nell’«assalto» alla Banca nazionale del lavoro. Lui, l’«intermediario». L’anti-Cuccia. Guido Roberto Vitale. Un’altra piccola grana, in realtà. Perché, nel giugno del 2007, il banchiere fu convocato dal pm milanese Luigi Orsi proprio per spiegare (da testimone) un progetto di espansione che a molti era sembrato quantomeno azzardato, ma che trovava grossi sponsor a sinistra. La piccola Unipol che ci prova con il gigante Bnl. Come scalare l’Everest con le infradito. E sappiamo com’è andata a finire.
domenica 4 settembre 2011
Quel 'buco' che inghiotte popoli e Stati
Fonte: Quel “buco” che inghiotte popoli e stati
Adriano Scianca
Ancora tu? Ma non dovevamo non vederci più? Devono aver pensato questo, gli italiani, di fronte al riemergere del problema dei problemi: il debito pubblico. Una cosetta, per capirci, da 1890,6 miliardi di euro. Che certo non nasce ieri. E mentre il governo cerca di districarsi fra i veti (interni ed esterni all’esecutivo) proprio per arginare la voragine, noi cerchiamo di guardare un po’ più a fondo dentro questo buco nero che ormai da anni sembra perseguitare governi e, soprattutto, cittadini.
Che cosa è?
La definizione ufficiale del debito pubblico data dal Consiglio europeo è la seguente: «Per debito pubblico si intende il valore nominale totale di tutte le passività del settore amministrazioni pubbliche in essere alla fine dell’anno, ad eccezione di quelle passività cui corrispondono attività finanziarie detenute dal settore amministrazioni pubbliche». Più genericamente, l’Enciclopedia Treccani spiega trattarsi dell’«importo complessivo dei prestiti che lo Stato, le aziende statali autonome, le regioni, le province, i comuni, le istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, le imprese e gli enti speciali appartenenti allo Stato contraggono periodicamente a fronte del deficit di bilancio [...]. La copertura del d.p. viene di solito realizzata con l’emissione di titoli di Stato (Bot, Cct ecc.) o con l’aumento delle imposte correnti». Per farla breve e parlare (è proprio il caso di dirlo) “in soldoni”: si ha debito pubblico quando le spese dello Stato sono maggiori delle sue entrate. Elementare. O forse no.
Quando si è formato...
Facciamo un po’ di storia. In Italia il rapporto percentuale tra il debito e il Prodotto interno lordo era di circa il 30% negli anni ’50 e ’60. Negli anni ’70 veleggiava tra il 44 e il 55%, con punte del 65. In quell’epoca, il resto dell’Europa stava più o meno come noi. Il problema è che i nostri cugini d’oltralpe rimarranno su quei valori per tutto il ventennio successivo. Da noi, invece, accadrà qualcosa. Di strano e di pericoloso. Gli anni ’80, infatti, vedono il nostro deficit ampliarsi a dismisura: a metà del decennio (in piena era Craxi), il rapporto debito/Pil supera l’80%, nel 1990 siamo già al 94,7%. Ma la corsa non si ferma, toccando l’apice nel 1994, con un preoccupante 121,8%. Da lì in poi saranno alti e bassi, sempre su valori folli, sia pur con lievi diminuzioni tra il ’95 e il 2005 (sia con i governi di sinistra che con quelli di destra) per poi tornare a risalire.
...e come
Stabilire le responsabilità della creazione di questo abisso senza fondo sarebbe ovviamente difficile. Quando si parla di grandi meccanismi e lunghi periodi, del resto, è probabile che il colpevole non sia una persona ma, piuttosto, un sistema, una tendenza, una mentalità. Sicuramente determinati da una serie di concause. Gli analisti, comunque, si dividono. C’è chi attribuisce le responsabilità all’espansione del welfare successiva ai grandi mutamenti sociali degli anni ’70. Chi alla classe dirigente socialista dell’epoca craxiana, cui viene rimproverata una cera mancanza di oculatezza finanziaria. Qualcun altro va più indietro, precisamente al ferragosto del ’71, quando gli americani (Nixon, per la precisione) posero fine al regime dei cambi fìssi instaurato dagli accordi di Bretton Woods. Il precedente sistema basato sulla convertibilità aurea del dollaro, infatti, aveva retto fino all’invasione dei mercati internazionali da parte dei petrodollari. La svolta di Nixon decretò la nascita della finanziarizzazione senza controlli, con denaro nato letteralmente dal nulla e senza corrispettivi reali.
Per colpa di chi?
D’accordo: macrosistemi, tendenze di lungo periodo, grandi mutamenti finanziari. Ma c’è qualche nome e cognome da fare per individuare i veri responsabili dell’aumento incontrollato del debito? Un nome è stato fatto ed è indubbiamente il più comodo da pronunciare per tanti: quello di Bettino Craxi. Eppure, per quanto il leader socialista possa avere le sue colpe, dovremmo forse guardarci attorno, fra i politici ancora in circolazione. Magari tra coloro che certi “ambienti finanziari” vorrebbero alla guida di improvvisati governi “tecnici” in possesso di tutte le ricette giuste (giuste per chi?). Già a inizio anno, precisamente il 4 gennaio, Franco Bechis faceva su Libero i nomi e i cognomi di coloro che, numeri alla mano, hanno maggiormente contribuito ad allargare il buco. Il primo classificato risultava essere Carlo Azeglio Ciampi. Durante il suo governo tecnico (1993/94) il debito aumentò di 117 miliardi e 568 milioni di euro (174 miliardi di euro a valore attuale). C’è chi fece peggio, in realtà: Amintore Fanfani, nel 1987, fece aumentare il debito pubblico di 13,692 miliardi di euro mensili (a valore attuale). Giuliano Amato, invece, nel 1992/93 allargò il buco di 13 miliardi e 543 milioni di euro ogni mese, sempre a valore attuale. E tuttavia, proseguiva Bechis, «visto che sia Fanfani che Amato nella storia repubblicana hanno guidato anche altri governi con migliori performance, fatta la media fra i vari esecutivi il primato in classifica come migliore scaricatore assoluto di debito pubblico sulle spalle degli italiani spetta proprio a Ciampi. Fanfani conquista comunque la medaglia d’argento con 11,448 miliardi di debito in più al mese durante tutti i suoi governi. E quella di bronzo spetta a Craxi, che con 10,8 miliardi di debito mensile regalato agli italiani supera di una spanna Spadolini e Forlani».
Monsieur le créditeur
C’è poi un altro aspetto interessante (e un po’ inquietante) nella vicenda del debito pubblico. Ricordate quando, a luglio, il governo di Pechino si rivolse a un Obama nei guai con il debito Usa con lo stesso tono in genere usato da Washington con gli stati vassalli? «Speriamo che il governo degli Stati Uniti adotti politiche e misure responsabili che garantiscano gli interessi degli investitori», dicevano i cinesi. E avevano le loro ragioni, dato che quei fantomatici investitori sono soprattutto loro. I cinesi, infatti, posseggono quasi il 10% dell’intero debito Usa. Ecco, in Italia succede una cosa simile, solo con la Francia. Il New York Times, nel maggio del 2010, spiegava che Parigi detiene 511 miliardi del nostro debito, pari al 30% del debito stesso e al 20% del Pil transalpino. Hai capito i francesi. Gli stessi che hanno messo le mani sulla Libia che un tempo era il nostro “cortile di casa”. Gli stessi che danno le scalate ai nostri colossi industriali. Stai a vedere che, come al solito, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca...
Pagare o non pagare? In tutto questo, come avrebbe detto Lenin: che fare? Nel breve periodo e nella contingenza drammatica che stiamo vivendo, ovviamente, si mira a tamponare, a tagliare, a risparmiare, a recuperare. Qualche analista, e in modo trasversale alle categorie di destra e sinistra, comincia tuttavia a mettere in discussione l’intera impalcatura che regge quella che è denominata “la truffa del debito”. Il giovane esperto di geopolitica Daniele Scalea, ad esempio, dichiara di non «negare l’opportunità di ridurre la spesa pubblica» ma contesta «che, lungi dal puntare agli sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai rentier. Il rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o addirittura più indietro». Un ragionamento analogo lo ha espresso Salvatore Cannavò, per il quale «si può certo puntare il dito contro il debito pubblico italiano, il terzo debito del mondo, ma senza dimenticare due dati. Quel debito c’era anche un mese fa, un anno fa, tre anni fa e non ha prodotto nessun attacco speculativo, nessuna crisi emergenziale. Secondo, quel debito è la misura non solo della dissennatezza della politica italiana degli ultimi trent’anni ma anche di una gigantesca redistribuzione del reddito dai salari, stipendi e pensioni ai profitti delle grandi banche e della società finanziarie internazionali che detengono gran parte del debito italiano». E allora sorge una tentazione: non pagare. O pagare solo in parte. Rinegoziare il debito. Come fece l’Ecuador nel 2007 o l’Argentina nel 2005. Pazzie? Teorie visionarie? Be’, se i lucidi, razionali e ortodossi analisti economici ci hanno portato sin qui, forse vale la pena di tentare la carta della follia
Ancora tu? Ma non dovevamo non vederci più? Devono aver pensato questo, gli italiani, di fronte al riemergere del problema dei problemi: il debito pubblico. Una cosetta, per capirci, da 1890,6 miliardi di euro. Che certo non nasce ieri. E mentre il governo cerca di districarsi fra i veti (interni ed esterni all’esecutivo) proprio per arginare la voragine, noi cerchiamo di guardare un po’ più a fondo dentro questo buco nero che ormai da anni sembra perseguitare governi e, soprattutto, cittadini.
Che cosa è?
La definizione ufficiale del debito pubblico data dal Consiglio europeo è la seguente: «Per debito pubblico si intende il valore nominale totale di tutte le passività del settore amministrazioni pubbliche in essere alla fine dell’anno, ad eccezione di quelle passività cui corrispondono attività finanziarie detenute dal settore amministrazioni pubbliche». Più genericamente, l’Enciclopedia Treccani spiega trattarsi dell’«importo complessivo dei prestiti che lo Stato, le aziende statali autonome, le regioni, le province, i comuni, le istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, le imprese e gli enti speciali appartenenti allo Stato contraggono periodicamente a fronte del deficit di bilancio [...]. La copertura del d.p. viene di solito realizzata con l’emissione di titoli di Stato (Bot, Cct ecc.) o con l’aumento delle imposte correnti». Per farla breve e parlare (è proprio il caso di dirlo) “in soldoni”: si ha debito pubblico quando le spese dello Stato sono maggiori delle sue entrate. Elementare. O forse no.
Quando si è formato...
Facciamo un po’ di storia. In Italia il rapporto percentuale tra il debito e il Prodotto interno lordo era di circa il 30% negli anni ’50 e ’60. Negli anni ’70 veleggiava tra il 44 e il 55%, con punte del 65. In quell’epoca, il resto dell’Europa stava più o meno come noi. Il problema è che i nostri cugini d’oltralpe rimarranno su quei valori per tutto il ventennio successivo. Da noi, invece, accadrà qualcosa. Di strano e di pericoloso. Gli anni ’80, infatti, vedono il nostro deficit ampliarsi a dismisura: a metà del decennio (in piena era Craxi), il rapporto debito/Pil supera l’80%, nel 1990 siamo già al 94,7%. Ma la corsa non si ferma, toccando l’apice nel 1994, con un preoccupante 121,8%. Da lì in poi saranno alti e bassi, sempre su valori folli, sia pur con lievi diminuzioni tra il ’95 e il 2005 (sia con i governi di sinistra che con quelli di destra) per poi tornare a risalire.
...e come
Stabilire le responsabilità della creazione di questo abisso senza fondo sarebbe ovviamente difficile. Quando si parla di grandi meccanismi e lunghi periodi, del resto, è probabile che il colpevole non sia una persona ma, piuttosto, un sistema, una tendenza, una mentalità. Sicuramente determinati da una serie di concause. Gli analisti, comunque, si dividono. C’è chi attribuisce le responsabilità all’espansione del welfare successiva ai grandi mutamenti sociali degli anni ’70. Chi alla classe dirigente socialista dell’epoca craxiana, cui viene rimproverata una cera mancanza di oculatezza finanziaria. Qualcun altro va più indietro, precisamente al ferragosto del ’71, quando gli americani (Nixon, per la precisione) posero fine al regime dei cambi fìssi instaurato dagli accordi di Bretton Woods. Il precedente sistema basato sulla convertibilità aurea del dollaro, infatti, aveva retto fino all’invasione dei mercati internazionali da parte dei petrodollari. La svolta di Nixon decretò la nascita della finanziarizzazione senza controlli, con denaro nato letteralmente dal nulla e senza corrispettivi reali.
Per colpa di chi?
D’accordo: macrosistemi, tendenze di lungo periodo, grandi mutamenti finanziari. Ma c’è qualche nome e cognome da fare per individuare i veri responsabili dell’aumento incontrollato del debito? Un nome è stato fatto ed è indubbiamente il più comodo da pronunciare per tanti: quello di Bettino Craxi. Eppure, per quanto il leader socialista possa avere le sue colpe, dovremmo forse guardarci attorno, fra i politici ancora in circolazione. Magari tra coloro che certi “ambienti finanziari” vorrebbero alla guida di improvvisati governi “tecnici” in possesso di tutte le ricette giuste (giuste per chi?). Già a inizio anno, precisamente il 4 gennaio, Franco Bechis faceva su Libero i nomi e i cognomi di coloro che, numeri alla mano, hanno maggiormente contribuito ad allargare il buco. Il primo classificato risultava essere Carlo Azeglio Ciampi. Durante il suo governo tecnico (1993/94) il debito aumentò di 117 miliardi e 568 milioni di euro (174 miliardi di euro a valore attuale). C’è chi fece peggio, in realtà: Amintore Fanfani, nel 1987, fece aumentare il debito pubblico di 13,692 miliardi di euro mensili (a valore attuale). Giuliano Amato, invece, nel 1992/93 allargò il buco di 13 miliardi e 543 milioni di euro ogni mese, sempre a valore attuale. E tuttavia, proseguiva Bechis, «visto che sia Fanfani che Amato nella storia repubblicana hanno guidato anche altri governi con migliori performance, fatta la media fra i vari esecutivi il primato in classifica come migliore scaricatore assoluto di debito pubblico sulle spalle degli italiani spetta proprio a Ciampi. Fanfani conquista comunque la medaglia d’argento con 11,448 miliardi di debito in più al mese durante tutti i suoi governi. E quella di bronzo spetta a Craxi, che con 10,8 miliardi di debito mensile regalato agli italiani supera di una spanna Spadolini e Forlani».
Monsieur le créditeur
C’è poi un altro aspetto interessante (e un po’ inquietante) nella vicenda del debito pubblico. Ricordate quando, a luglio, il governo di Pechino si rivolse a un Obama nei guai con il debito Usa con lo stesso tono in genere usato da Washington con gli stati vassalli? «Speriamo che il governo degli Stati Uniti adotti politiche e misure responsabili che garantiscano gli interessi degli investitori», dicevano i cinesi. E avevano le loro ragioni, dato che quei fantomatici investitori sono soprattutto loro. I cinesi, infatti, posseggono quasi il 10% dell’intero debito Usa. Ecco, in Italia succede una cosa simile, solo con la Francia. Il New York Times, nel maggio del 2010, spiegava che Parigi detiene 511 miliardi del nostro debito, pari al 30% del debito stesso e al 20% del Pil transalpino. Hai capito i francesi. Gli stessi che hanno messo le mani sulla Libia che un tempo era il nostro “cortile di casa”. Gli stessi che danno le scalate ai nostri colossi industriali. Stai a vedere che, come al solito, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca...
Pagare o non pagare? In tutto questo, come avrebbe detto Lenin: che fare? Nel breve periodo e nella contingenza drammatica che stiamo vivendo, ovviamente, si mira a tamponare, a tagliare, a risparmiare, a recuperare. Qualche analista, e in modo trasversale alle categorie di destra e sinistra, comincia tuttavia a mettere in discussione l’intera impalcatura che regge quella che è denominata “la truffa del debito”. Il giovane esperto di geopolitica Daniele Scalea, ad esempio, dichiara di non «negare l’opportunità di ridurre la spesa pubblica» ma contesta «che, lungi dal puntare agli sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai rentier. Il rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o addirittura più indietro». Un ragionamento analogo lo ha espresso Salvatore Cannavò, per il quale «si può certo puntare il dito contro il debito pubblico italiano, il terzo debito del mondo, ma senza dimenticare due dati. Quel debito c’era anche un mese fa, un anno fa, tre anni fa e non ha prodotto nessun attacco speculativo, nessuna crisi emergenziale. Secondo, quel debito è la misura non solo della dissennatezza della politica italiana degli ultimi trent’anni ma anche di una gigantesca redistribuzione del reddito dai salari, stipendi e pensioni ai profitti delle grandi banche e della società finanziarie internazionali che detengono gran parte del debito italiano». E allora sorge una tentazione: non pagare. O pagare solo in parte. Rinegoziare il debito. Come fece l’Ecuador nel 2007 o l’Argentina nel 2005. Pazzie? Teorie visionarie? Be’, se i lucidi, razionali e ortodossi analisti economici ci hanno portato sin qui, forse vale la pena di tentare la carta della follia
La tirannide democratica: qualche ragionamento sull'attualità in LIbia
Alberto B. Mariantoni
Fonte : http://www.socialismonazionale.it/
Il pesante e sproporzionato intervento armato della NATO contro la Libia (una delle tante guerre per la “pace”…) che, da più di 6 mesi, sta mettendo a ferro ed a fuoco quel Paese, distruggendo la quasi totalità delle sue infrastrutture e martirizzando gran parte della sua popolazione, non ha niente a che fare o a che vedere con i termini della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (No Fly Zone, per la difesa dei civili disarmati) del 17 Marzo 2011.
Questo, ormai, lo sanno anche i bambini delle scuole elementari. I quali, oltretutto, sono ugualmente a conoscenza dei reali motivi che sono all’origine di quel conflitto. Vale a dire, l’immenso e lucroso business mancato della Francia di Sarkozy con la Grande Giamahiriya Araba, Libica, Popolare e Socialista del Colonnello Muammar Gheddafi. Un “affaruccio” che – secondo la maggior parte degli esperti – prevedeva la vendita al “negro” di turno, da parte di Parigi, di diverse centrali atomiche civili (destinate a fornire energia elettrica, per alimentare impianti per la desalinizzazione dell’acqua), di 14 caccia Rafale della Dassault Aviation (che la Francia, oltre alle sue FF.AA. non è riuscita, fino ad ora, a vendere a nessun altro Paese!), di 35 elicotteri da combattimento (Eurocopter EC725 Caracal) e di ben 21 aerei di linea Airbus (quattro A-350, quattro A-330 e sette A-320, per la Lybian Airlines, e sei A-350 per l’Afriqiyah Airlines), per diverse decine di miliardi di euro.
E siccome il Colonnello di Tripoli, dopo la firma degli accordi preliminari di Parigi (2007), non aveva voluto, per le ragioni che sono sue, ratificare quei contratti, ecco che il medesimo Colonnello – che all’inizio degli anni 2000 era addirittura ridiventato frequentabile (vedere per credere: http://multimedia.lastampa.it/multimedia/nel-mondo/lstp/74497/) – ha incominciato ad essere additato al mondo come il mostro sanguinario che bisognava abbattere ad ogni costo e con tutti i mezzi.
Frankgangsters in azione
Il resto è storia conosciuta. La Francia, infatti – in stretta combutta con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti (tre Paesi, ormai, da qualche anno, sull’orlo del collasso economico e finanziario), nonché il sostegno logistico e militare del ricco e rinnegato Qatar e del suo diffusissimo e bugiardissimo canale televisivo satellitare Al-Jazeera – non faticherà affatto a convincere i responsabili degli Stati bancarottieri dell’Occidente ad organizzare la rapina del secolo, a discapito della Libia: 83 miliardi di dollari sequestrati negli USA; 52 miliardi di sterline, in Gran Bretagna; 20 miliardi di euro, in Francia; senza contare il “congelamento” preventivo degli Asset finanziari posseduti dalla Libyan Investment Authority (LIA), dalla Central Bank of Libya (CBL) e dalla Libyan Foreign Bank (LFB) – ad esempio, presso Banca UBAE SpA di Roma, la Société Générale di Parigi, e la Aresbank SA di Madrid, nonché la ABC (Arab Banking Corp.) International Bank, la British HSBC e la British Arab Commercial Bank Ltd di Londra – né quello delle quote libiche detenute presso Nokia, EDF-GDF, Lagardere, Nestlé e Danone, Sanofi-Aventi Lab., UniCredit, ENI, Finmeccanica, Ansaldo, Impregilo, Assicurazioni Generali, Telecom, la Juventus, etc.
L’ultimo ambito bottino affannosamente ricercato dagli Atlantici in pieno fallimento (default) – oltre agli immensi giacimenti di gas e di petrolio di cui sperano di potere, al più presto, far man bassa in Libia, nel dopo Gheddafi – essendo le 144 tonnellate di lingotti d’oro possedute dalla Banca centrale libica e che sono tuttora custodite e salvaguardate dalle ultime forze militari della Giamahiriya.
Altro che “diritti dell’uomo” o gli aneliti di “libertà” e “democrazia”, del popolo libico!
Capite, ora, il perché dell’urgenza con la quale la Francia, già dal Febbraio del 2011, incominciò immediatamente a sbracciarsi per riunire, in quattro e quattrotto, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e con la scusa dei “massacri indiscriminati” (mai verificati!), delle “fosse comuni” (come quelle, mai esistite, di Timişoara!) e dei presunti e mai avvenuti “10.000 morti civili” in Libia, falsamente raccontati da Al-Jazeera (e ripresi a mo’ di “pappagallo” dall’insieme dei Media dell’Occidente), fece votare le Risoluzioni 1970 e 1973 dell’ONU contro la Giamahiriya, e – il 19 Marzo 2011 – si precipitò, assieme alle Forze aeree dei suoi accoliti britannici e statunitensi, a bombardare l’esercito libico? Il tutto, ovviamente, senza tener conto delle decine e decine di terroristi e di delinquenti comuni arruolati, addestrati ed armati ad hoc dalle Forze NATO, con il beneplacito dell’onusiano zimbello-ridens Ban Ki-moon e l’appoggio incondizionato, al suolo (in violazione delle suddette Risoluzioni!), da almeno quattro mesi, delle Forze speciali del Qatar, delle SAS (Special Air Service) britanniche e della BFST (Brigade des Forces Spéciales Terre) francese, nella speranza di poter detronizzare Gheddafi. E con un “Governo” di burrattini, dal “guinzaglio corto”, tirato fuori dal cappello di un mago e già pronto all’uso, i cui principali responsabili nulla sembrano riuscire a potere invidiare ai classici e proverbiali pendagli da forca di qualsiasi film western americano.
Gli uomini “nuovi” della Libia
Tanto per citarne qualcuno: Mustafa Muhammad Abdel Jalil, il mediatico, “democratico” e “mite” Presidente dell’attuale Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), quello che Bernard-Henri Lévy ha recentemente qualificato di “De Gaulle libico” (sic!), è quel “galantuomo” che per ben due volte (nel 1999 e nel 2007) – in qualità di Presidente della Corte d’Appello di Tripoli e prima di diventare Ministro della Giustizia di Gheddafi – ebbe a firmare le condanne a morte nei confronti del medico palestinese Ashraf Ahmed El-Hajouj e delle infermiere bulgare Kristiyana Vulcheva, Valentina Siropulo, Nasya Nenova, Zdravko Georgiev, Valya Chervenyashka, Snezhana Dimitrova, tutti iniquamente accusati di aver volontariamente contaminato con il virus HIV (Human Immunodeficiency Virus) o AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome) più di 400 bambini libici; Mahmoud Djebril o Jibril, il Presidente del Consiglio esecutivo del CNT o Primo Ministro, è un personaggio che – a dire dei suoi ex colleghi di corso negli USA – avrebbe costantemente figurato sul libro paga della CIA, sin dall’epoca in cui frequentava l’Università di Pittsburgh, per ottenere un Master (1980) e un Dottorato (1985) in Scienze politiche; Abdelhakim Belhadj, l’attuale comandante in capo delle Forze militari ribelli della Tripolitania – che secondo i giornalisti Webster Griffin Tarpley (USA) e Pepe Escobar (Brasile) si farebbe chiamare, per l’occasione, Abdel-Hakim-Hasadak o Hassadi o Abu Abdallah Assadaq – è uno degli uomini di punta di Al-Qaeda, il tristemente noto “Emiro del terrore” di Derna e già detenuto a Guantanamo, colui che assieme a Salim Hamdan (l’ex autista di Osama bin Laden) e Mohamed Barani aveva formato, nel 2000, il Gruppo Islamico libico e convogliato decine e decine di mujaheddin libici in Afghanistan ed in Iraq.
Occidente: la vergogna del mondo!
Inutile sottolinearlo. Quanto sta avvenendo in Libia ed il banditesco comportamento dell’Occidente nei confronti di quel Paese – al di là di quanto mi sono già permesso di analizzare o di commentare in altre recenti occasioni: http://www.abmariantoni.altervista.org/vicinooriente/Crisi_libica_o_attacco_a_Italia_1.pdf – http://www.abmariantoni.altervista.org/vicinooriente/Libia_Evviva_i_buoni1.pdf – lasciano un profondo e stomachevole “gusto amaro” alla bocca. Principalmente, in coloro che ancora posseggono un minimo di senso della Societas, della Nazione e dello Stato, ed ugualmente dell’Onore, dell’Imparzialità e della Giustizia, senza contare un’ordinaria, spassionata, umana e virile concezione della Vita e della Storia.
Quella spiacevole ed insopportabile sensazione di vomitevole e diffuso disgusto ha quotidianamente tendenza a scaturire dall’incessante sentimento di frustrazione e d’impotenza che si risente di fronte alle informazioni ufficiali che – su quella guerra, sin dal primo giorno – sono state studiatamente ed ingannevolmente fornite all’opinione pubblica dai Media embedded dei nostri Paesi e dagli uomini politici mainstream delle nostre Istituzioni. Quegli stessi uomini che, da un lato, ci governano sfrontatamente per conto terzi e, dall’altro, continuano costantemente a fuorviare i nostri intendimenti, non soltanto dai banchi della cosiddetta maggioranza, ma finanche da quelli della così chiamata opposizione.
Pensiamo, per averne un’idea, a quell’inutile e complessato Frattini che nell’Agosto del 2008 faceva letteralmente a gomitate con gli altri Ministri del Governo Berlusconi per farsi fotografare più vicino al Leader libico in visita a Roma, mentre oggi, essendo mutati i “venti”, non esita affatto, per tentare di continuare a mettere in mostra il compendio della sua risaputa inanità, ad alzare la voce ed a giocare le “prime donne”, vomitando a più non posso gratuiti giudizi ed avventate e puerili sentenze all’indirizzo del medesimo personaggio!
Che volete. La frustrazione ed il senso di impotenza sono in maggior misura risentiti da coloro che, come me – pur conoscendo a menadito l’origine culturale del copione propagandistico e comportamentale che, oggi, gli Atlantici continuano pubblicamente a riservare alla Libia del Colonnello Gheddafi – sanno di non potere fare concretamente nulla (se non scrivere qualche modesto articolo sul web), sia per arrestare e smascherare gli sfacciati, arroganti ed impuniti (per ora…) utilizzatori e propagatori di quella “tecnica” che per ovviare e porre un qualsiasi rimedio al triste ed impacciante handicap societario che è inalterabilmente alimentato dalla continua e costante “memoria corta” dell’uomo della strada.
Sempre lo stesso “copione”
Intendiamoci: molti cittadini dei nostri Paesi non ne sono al corrente; altri fanno finta di non saperlo o, magari, di non accorgersene; altri ancora, lo negano a priori, ma quel “copione” – lungamente e meticolosamente inculcato a buona parte delle popolazioni europee dall’ideologia giudeo-cristiana (in particolare, quella cristiano-battista, cristiano-calvinista, cristiano-congregazionista, cristiano-evangelica, cristiano-puritana, cristiano-presbiteriana, cristiano-quacchera, cristiano-avventista, cristiano-geovista, cristiano-metodista, cristiano-millenarista, etc.) e dalla tri-secolare prassi liberal-liberista, mercantlista, imperialista e colonialista statunitense – prende direttamente ispirazione e giustificazione dal soggettivo ed arbitrario sterminio biblico degli Amalekiti (Genesi 14, 7; Esodo 17, 14; Numeri 13, 29; 14, 25, 45; 24, 20; Deuteronomio 25, 17; Giudici 5, 14; 6, 3, 33; 7, 12; 10, 12; 1 Salmi 15; 27, 8; 30; 2 Salmi 1, 1, 8; 1 Cronache 4, 43) e dei Madianiti (Numeri 10; 25; 31; Giudici 6; 7).
Il medesimo “copione”, nel corso della Storia, lo ritroviamo sistematicamente ed invariabilmente applicato – soltanto per citare alcuni esempi – ai poveri Pellerossa d’America; ai Messicani di Antonio López de Santa Anna; agli Spagnoli di Cuba e delle Filippine; ai Paesi della Triplice-Intesa nel corso della Prima guerra mondiale; al III Reich di Adolf Hitler, all’Italia di Mussolini ed al Giappone di Hiro-Hito e del generale Tojo Hideki, nel corso della Seconda; all’Argentina di Peron; all’Unione sovietica di Stalin, di Chruščëv/Krusciov, di Brèžnev, di Andropov, di Černenko e/o di Gorbačëv (prima maniera); alla Cina di Mao Tse-Tung; alla Corea di Kim Il-Sung e Kim Jong-Il; al regime cubano di Fidel e di Raoul Castro; al Movimento Mau-Mau del Kenya di Dedan Kimathi detto “Ciui”; all’Egitto di Nasser; agli indipendentisti congolesi di Patrick Lumumba; all’Algeria di Ahmed Ben-Bella; ai Palestinesi di Yasser Arafat, di Georges Habashe e/o di Ahmed Jibril; al Vietnam di Ho Chi Minh; all’Iran di Mossaddegh, di Khomeini e/o di Ahmedinejad; al Cile di Salvador Allende; al Nicaragua di Daniel Ortega; all’isola di Grenada di Bernard Coard; alla Repubblica di Panama dell’ex agente della CIA, Manuel Noriega; all’Iraq di Saddam Hussein; alla Iugoslavia o alla Serbia di Milosevic; all’Afghanistan di Babrak Karmal, di Mohammed Nadjibullah e/o dei Talebani; allo Zimbabwe di Mugabe; all’Hezbollah libanese di Mohammed Husayn Fadl-Allah e di Hassan Nasrallah; al Venezuela di Chavez; ai Palestinesi di Hamas; alla Siria di Bashār al-Asad, etc.
In altre parole, ogni volta, qualunque sia o possa essere l’avversario con cui l’Occidente è in contrasto o in disaccordo, US-Israel ed i loro striscianti e strombazzanti valvassini europei pretendono sistematicamente avere ragione per definizione. E siccome posseggono perfino la forza militare e propagandistica (spero ancora per poco…) per imporre i loro punti di vista all’opinione pubblica, come per incanto le loro false o discutibili versioni della realtà diventano, ogni volta, ufficialmente oggettive, irrefutabili ed incontestabili!
E, malauguratamente, il più delle volte, il “popolo bue” ci casca. Se le beve tutte d’un fiato, e ci crede. Permettendo indirettamente a certi delinquenti in S.p.e. di contiuare a regnare!
E’ ciò che sta accadendo, dallo scorso Marzo, in Libia. Dove gli stessi Paesi occidentali che per 42 anni hanno steso “tappeti rossi” e rimpinguato le loro casse vendendo, all’ “arabo di servizio”, tutte quelle armi e quegli equipaggiamenti logistici e militari che quest’ultimo richiedeva, cercano di farci credere – da 6 mesi a questa parte – che il medesimo “beduino della Sirte” è sempre stato un tiranno, un malvivente, un essere terrorista. In una parola (come al solito): il MALE ASSOLUTO. Qualcuno, cioè, degno, come minimo, di essere catturato e processato dal Tribunale internazionale dell’Aia, addirittura per “crimini contro l’umanità”!
Purtroppo, la gente non riesce a rendersene conto. Se riflettesse un attimo, invece, si accorgerebbe immediamente che tutte le infinite ed obbrobriose malefatte che, oggi, vengono quotidianamente attribuite al Colonnello di Tripoli, sono parte integrante, in definitiva – come abbiamo visto – di una semplice “tecnica” di guerra.
“Tecnica” che è ben spiegata e riassunta dal filosofo svizzero Eric Werner, in questo suo paragrafo: “Quando si vuole sterminare qualcuno, il miglior mezzo (per eliminarlo) è di designarlo come sterminatore. Che merita, infatti, uno sterminatore se non di essere lui stesso sterminato? E’ uno sterminatore, dunque, è da sterminarsi!” (De l’extermination, Ed. Thael, Lausanne, 1993, pp. 91- 92).
Alberto B. Mariantoni
Fonte : http://www.socialismonazionale.it/
Chiediamo la revisione dei conti della BCE
Audit Bce!
di Marco Della Luna - 02/09/2011Fonte: Marco della Luna blog
I governi italiani sono incapaci di contenere debito e deficit pubblici; l’Italia regge solo perché la BCE sta comperando i suoi titoli del debito pubblico a condizioni di favore rispetto al mercato; se e quando smette di farlo, i conti pubblici saltano.
La BCE compera quei titoli, e anche quelli di altri paesi euro deboli, in quanto la Germania permette e finanzia tale operazione; il 7 Settembre la Corte Costituzionale tedesca decide se tale finanziamento sia legittimo o debba cessare.
Il sistema bancario italiano regge perché riesce ancora a nascondere, nei bilanci, la grande mole di sofferenze non dichiarate, e a simulare poste attive inesistenti; se il bluff viene chiamato, e/o se scoppiano i btp in pancia alle banche, salta tutto per aria.
I differenziali di inflazione, di produttività, di efficienza, di crescita economica spingono sempre più forte verso la correzione del cambio Lira/Marco rispetto alla parità fissata nel sistema di cambi fissi detto Euro; come ribadito ultimamente da Roubini, la correzione è inevitabile.
Dopo che le manovre e rimanovre in corso si saranno palesate inidonee, potrebbe arrivare un governo tecnico molto politico a guida Monti o di altro esponente finanziario a portare la correzione (Euro debole, o fuori dall’Euro) svalutando del 40% circa i risparmi degli italiani e costringendoli a svendere i loro assets. Probabile anche un prelievo coatto sugli attivi di conto corrente.
Perciò è/era/sarebbe stato opportuno collocare i capitali fuori d’Italia, su conti di non residenti in Italia, in CHF e Bund, oppure coprendosi con opzioni call sul CHF a 12 mesi. Oro e argento fisici o ETF Physical sono/erano/sarebbero stati validi integratori per la differenziazione.
L’incognita è quanto credito e moneta abbia emesso e stia emettendo la BCE. Il GAO (organismo statale di revisione dei conti) mesi fa ha accertato che la Fed si è esposta per circa 13 trilioni in salvataggi di entità pubbliche e private (in primis, banche) in tutto il mondo.
Di quanto e con chi si è esposta la BCE? Quanti trilioni ha messo in giro, creando tensioni inflative e speculative, mentre impone i sacrifici sociali? E di quanto potrebbe esporsi per sostenere le banche, non solo Italiane? Non lo sapremo mai, se non verrà eseguito un audit serio e indipendente sulla BCE. Audit che consiglio di esigere agli enti pubblici vittime dei tagli, ai sindacati, a partiti che vogliano servire interessi diversi da quelli della grande finanza predatrice. Per quello va fatto lo sciopero generale.
sabato 3 settembre 2011
La Spectre di Basilea all'attacco della Libia
Guerra alla Libia. un altro intervento per salvare le banche
Fonte: comedonchisciotte.org di Nick Egnatz
Ne avevamo già parlato in altri articoli di come il sistema bancario internazionale, gestito dalla Banca dei Regolamenti internazionali, fosse alla base dell’esportazione democratica nei paesi arabi; avevamo già sostenuto, come il paese africano, colonia europea prima è ora terra selvaggia di conquista; avevamo già indicato che le spinte e le mire di conquista nella Libia altro non erano che fumo negli occhi per depredare il tesoro del Fondo Libico, le risorse petrolifere, ma sopratutto rompere il sistema monetario che Muammar Gheddafi aveva iniziato a costruire con la Lega Africana per la creazione di una moneta unica africana contro la prepotenza del dollaro.
Qui un interessante articolo che ripropone una carrellata delle vigliaccate attuate a scopi umanitari dagli amorevoli usurai internazionali.
Quattro giorni prima che il presidente Obama annunciasse la decisione unilaterale di far guerra alla Libia sotto le mentite spoglie di un intervento umanitario NATO per proteggere le vittime civili, l’Unione Africana si era riunita in Etiopia per discutere la proposta del presidente libico Gheddafi di unire il continente africano e i paesi arabi in una confederazione che si sarebbe chiamata Stati Uniti d’Africa [1]. Ma né il presidente USA né la ben addomesticata stampa nazionale ritenne opportuno informare il popolo americano di questo fatto, che pure sarebbe stato di grande interesse.
Il piano di Gheddafi prevedeva la creazione di una moneta unica. Il dinaro libico sarebbe diventato il dinaro africano, usato da circa un miliardo di persone e da molti paesi petroliferi. La Libia, con riserve di 143.8 tonnellate d’oro per un valore di oltre 6,5 miliardi di dollari [2] e risorse di petrolio e gas che la mettono al nono posto nel mondo, avrebbe forse potuto disporre dei mezzi necessari per realizzare il progetto.
Ecco cosa disse il Dipartimento del Tesoro USA all’inizio delle operazioni sul tema del sequestro dei depositi finanziari libici: “La Libyan National Oil Corporation è stata la prima fonte di finanziamento per il regime di Gheddafi – afferma il direttore dell’OFAC Adam J.Szubin – In linea con la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza ONU, tutti i governi dovrebbero congelare i fondi della National Oil Corporation e far in modo che Gheddafi non possa usare questa rete di aziende per finanziare le sue attività”. “Il Tesoro americano terrà sotto costante sorveglianza le attività della National Oil Corporation in Libia. Se le filiali o le strutture produttive della National Corporation dovessero cambiare di proprietario o di controllo effettivo, il Tesoro potrebbe autorizzare transazioni con queste nuove entità.”[3]
Scrisse Robert Wentzel su EconomicPolicyJournal.com: ”E’ una cosa da Guinness dei primati. I ribelli libici di Bengasi annunciano di aver creato una nuova compagnia petrolifera nazionale per sostituire quella controllata da Gheddafi, le cui proprietà sono state bloccate su richiesta del Consiglio di Sicurezza Onu, e hanno anche creato una banca centrale ! Il Consiglio Nazionale di Transizione (cioè il governo dei ribelli libici) annuncia in un comunicato che il 19 marzo è stata creata la Libyan Oil Company, con piena autorità sulla produzione petrolifera del paese e con sede provvisoria a Bengasi; un direttore generale ad interim è stato già nominato. Il Consiglio annunciava anche di aver designato la Banca Centrale di Bengasi come sola autorità monetaria competente in Libia, anche questa con sede temporanea a Bengasi e con un Governatore della Banca Centrale già nominato.” [4]
Nello stesso giorno in cui il nostro presidente ci portava in guerra, i ribelli libici creavano dunque la propria compagnia petrolifera incaricata di fare affari con i paesi capitalisti occidentali al posto della Libya National Oil Corporation, dichiarata fuori legge dalla Nato. E nello stesso giorno i ribelli costituivano una nuova Banca Centrale, presumibilmente proprietà di privati , dato che l’Unione Europea e le altre banche occidentali rifiuterebbero di trattare con una banca di proprietà pubblica come l’attuale Central Bank of Libya.
Scrive Eric V.Encina nel Market Oracle: ”Un fatto raramente citato dai politici e dai media occidentali è che la Central Bank of Libya è proprietà statale al 100%. I finanzieri globalisti e i manipolatori dei mercati non apprezzano questo fatto e continueranno i loro sforzi volti a rovesciare Muammar Gheddafi , ponendo fine all’esistenza della Libia come nazione indipendente. Attualmente il governo libico crea la propria moneta, il Dinaro Libico, attraverso la propria Banca Centrale. Difficile sostenere che la la Libia non sia una nazione sovrana con le proprie vaste risorse, in grado di sostenere i propri destini economici. Ma per i cartelli bancari globalizzanti è un grosso problema dover passare dalla Banca Centrale libica e dalla sua moneta nazionale per le loro transazioni con la Libia, un paese in cui non hanno praticamente nessun potere negoziale. Perciò. Distruggere la Central Bank of Libya (CBL) pur non comparendo nei discorsi di Obama, Cameron o Sarkozy, è certamente al primo posto nell’agenda dei globalizzatori che vogliono risucchiare anche la Libia nel gregge delle nazioni asservite e ubbidienti. Quando si sarà dileguata la cortina fumogena prodotta da missili di crociera e bombe a frammentazione, vedremo la coalizione dei riformatori mettersi a riformare il sistema monetario libico, inondandolo con dollari di dubbio valore e promettendolo a una serie di caotici cicli inflazionistici.”[5]
La Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) che ha sede a Basilea in Svizzera, è in pratica la banca centrale delle banche centrali. Ne sono membri 56 banche centrali, tutte in mano ai privati come la nostra privata Federal Riserve. Non sono invece membri le banche centrali di Irak, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. A tal proposito il generale Wesley Clark affermò in un’intervista a Democracy Now che gli era stato annunciato pochi giorni dopo l’Undici Settembre che saremmo dovuti andare in guerra contro l’Irak e anche entro cinque anni contro tutti gli altri paesi appena elencati [6]. Ma perché mai l’Occidente va in guerra contro i paesi dotati di un sistema bancario pubblico che dà profitti ai cittadini, diversamente dalle “democrazie” occidentali i cui sistemi bancari privati sono di profitto solo per i loro ricchi proprietari ?
“Le regole della BIS mirano unicamente a rafforzare il sistema bancario internazionale privato, anche mettendo a rischio le economie nazionali. La BIS fa ai sistemi bancari nazionali quello che l’FMI (Fondo Monetario Internazionale) ha fatto ai sistemi monetari nazionali. Le economie dei singoli paesi ormai soggetti al dogma della globalizzazione finanziaria hanno cessato di servire gli interessi nazionali. Agiscono invece per rafforzare quella che Alan Greenspan, presidente della Federal Riserve americana, definisce come l’egemonia finanziaria USA in nome del profitto privato. FMI e sistema bancario internazionale retto dalla BIS lavorano insieme: le banche prestano generosamente a privati e industrie delle economie emergenti in modo da creare una crisi del debito in valuta estera; a questo punto arriva l’FMI, che in nome di una sana politica monetaria gli trasmette di fatto il virus monetario, quindi le banche private internazionali come avvoltoi investono in nome del salvataggio finanziario comprando le banche nazionali (pubbliche) dichiarate dalla Banca dei Regolamenti Internazionali insolventi e sprovviste di capitali adeguati.”[7]
Il critico dell’economia Henry Liu scriveva queste frasi nel 2002. E’ indubbio che Greci, Spagnoli, Portoghesi e Irlandesi ammetterebbero la fondatezza della sua analisi, dopo aver visto la devastazione inflitta alle loro economie nazionali dalla speculazione globale e dalle riforme strutturali imposte dall’FMI.
Ellen Brown ha scritto “La rete del debito”, un’analisi critica dell’asservimento da debito prodotta dal sistema bancario privato negli Stati Uniti e in altri paesi capitalisti dell’Occidente. Citiamo dal suo articolo su Intrepid Report “Libia: questione di petrolio o questione di banche ?”:
“Il presupposto su cui si fonda la regola che vieta a un governo di prendere a prestito dalla propria banca centrale è che questo comportamento creerebbe inflazione; invece prendere a prestito dalle banche straniere o dall’FMI non lo farebbe. La realtà è che tutte le banche creano contabilmente il denaro che danno in prestito, che si tratti di banche pubbliche o private. La maggior parte del denaro fresco oggi proviene da crediti bancari. Quindi, prendere a prestito dalla propria banca centrale ha semplicemente il vantaggio di non dovere pagare interessi. Ed è stato accertato che la soppressione degli interessi riduce il costo dei progetti pubblici mediamente del 50%. In questo modo funziona appunto il sistema libico. Secondo Wikipedia, i compiti della Banca Centrale Libica includono “la creazione e la circolazione di banconote e monete in Libia” come pure “fornire e gestire tutti i prestiti di stato”. La Banca Libica, proprietà dello Stato, crea la moneta nazionale e la presta all’amministrazione statale. Questo fatto spiega anche come la Libia possa finanziare l’educazione e l’assistenza sanitaria, entrambe gratuite; come possa dare ad ogni giovane coppia prestiti senza interesse di 50’000 dollari: infine come lo Stato libico abbia trovato i 33 miliardi di dollari necessari per il progetto Great Man-Made River (il più grande sistema sotterraneo di distribuzione dell’acqua che esista al mondo, in grado di fornire 6,5 milioni di metri cubi di acqua potabile al giorno a Tripoli, Bengasi ed altre città, progetto definito dal colonnello Gheddafi come l’ottava meraviglia del mondo). C’è ora il timore in Libia che le incursioni aeree della Nato possano colpire questa struttura, provocando una nuova catastrofe umanitaria. Allora, questa nuova guerra è per il petrolio o per le banche ? Forse per entrambi – e forse anche per l’acqua. Perché quando un paese possiede l’acqua, l’energia, e un vasto credito per sviluppare le infrastrutture che rendono queste risorse utilizzabili, ebbene questo paese non dipenderà mai dai suoi creditori stranieri. E’ proprio questo che fa pesare una grave minaccia sulla Libia: si tratta di un paese che potrebbe dimostrare al mondo intero che cosa è possibile fare. Numerosi paesi non hanno petrolio, ma le più recenti tecnologie potrebbero rendere anche quei paesi indipendenti sul piano energetico, soprattutto se i costi delle infrastrutture fossero ridotti della metà chiedendo i prestiti alla propria banca nazionale pubblica. E l’indipendenza energetica libererebbe i governi dalla morsa del sistema bancario privato, e quindi dall’obbligo di produrre per i mercati internazionali – e non per i loro propri bisogni – in modo da poter rimborsare il debito. Se il governo di Gheddafi verrà deposto , sarà interessante osservare se la nuova Banca Centrale Libica entrerà nella BIS (la Banca dei Regolamenti Internazionali), se la nuova industria petrolifera nazionale sarà venduta, o svenduta, a investitori privati, e infine se le cure mediche e l’educazione continueranno ad essere gratuite.”[8]
Non sorprenderà nessun analista della politica estera americana che gli USA intendano rispondere con le armi a qualsiasi minaccia contro il capitalismo e il potere imperiale. La nostra CIA ha sostenuto colpi di stato militari contro governi democraticamente eletti in almeno 15 paesi:
Cuba (1952)
Iran (1953)
Guatemala (1954)
Zaire (1961 e 1965)
Repubblica Dominicana (1963)
Brasile (1964)
Indonesia (1965)
Grecia (1967)
Laos (1967-1973)
Ecuador (1961, 1963 e senza successo nel 2010)
Cile (1973)
Nicaragua (1979-1990)
Haiti (1991, 2004)
Venezuela (senza successo, nel 2002)
Honduras (2009)
Il solo punto in comune era che questi paesi avevano governi socialisti o generalmente di sinistra percepiti come minaccia allo sfruttamento capitalista/globalista del mondo in via di sviluppo. La CIA continua a fare la stessa cosa in numerosi altri paesi: questa è infatti solo una lista dei governi democraticamente eletti rovesciati con l’aiuto della CIA.
Ma ciò che non può essere fatto di nascosto può essere fatto apertamente. Quando una rivoluzione richiedeva sostegno abbiamo prontamente indotto l’ONU a dare il suo benestare e i nostri alleati capitalisti della NATO a prendere le armi invocando la necessità di un intervento umanitario. E’ indubbio che la CIA sia stata all’opera nel fomentare la rivolta libica di Bengasi. D’altronde il comandante in capo dei ribelli è un certo Colonnello Khalifa Haftar, che aveva sostenuto il colpo di stato di Gheddafi nel 1969 ed era stato membro del Consiglio per il Comando della Rivoluzione fino al 1987, quando aveva rotto con Gheddafi e si era messo alla testa della cosiddetta Libyan National Army in rivolta nel Ciad [9]. Poi, nel 1991, Haftar era andato negli USA stabilendosi a Falls Church, Virginia, a 7 miglia dalla sede centrale della CIA a Langley. Che fosse pagato dalla CIA non era d’altronde un mistero per nessuno [10].
In conclusione, vogliamo rilevare che indubbiamente molti dei ribelli libici hanno fondate ragioni di risentimento contro il regime di Gheddafi. Il paese conosce anche una vecchia divisione tribale fra le regioni dell’est e quelle dell’ovest.. Come in tutte le guerre, si registrano atrocità da entrambe le parti. Ma resta il fatto che i banchieri e i capitalisti dell’Occidente non potevano consentire alla Libia di unire Africa e mondo arabo in un blocco che avrebbe avuto come moneta comune un Dinaro Africano. Già negli anni ‘70 avevamo accettato di concedere all’Arabia Saudita e all’OPEC (l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) il diritto di alzare il prezzo del greggio , a condizione che il dollaro (o petrodollaro) restasse l’unica valuta internazionale usata per le transazioni in petrolio. Oggi, la guerra di Libia appare come nient’altro che un nuovo piano di salvataggio per la classe dominante dei banchieri.
Lo scorso 8 giugno, il procuratore della Corte Penale Internazionale ha dato una grandi conferenza stampa nella quale accusava il governo libico di organizzare violenze sessuali di massa, ma di queste accuse non veniva presentata nemmeno l’ombra di una prova. Sara Flounders parla di queste accuse e le mette in parallelo con la totale assenza di accuse rivolte agli USA per molti casi largamente provati di torture e altri crimini. La Saunders cita anche uno studio assai ben documentato del Journal of Military Medicine secondo il quale il 71% delle donne soldato americane sono state vittime di aggressioni sessuali mentre servivano nell’esercito degli Stati Uniti [11].
NOTE
1. CBS News, “The United States of Africa may become reality“
2. Wall Street Journal, “Gaddafi’s gold reserves among the top 25 in the world“
3. U.S. Department of Treasury, “Treasury identifies fourteen companies owned by Libya’s National Oil Corporation as subject to sanctions“
4. EconomicPolicyJournal.com, “Libyan rebels form central bank“
5. Eric Encina, The Market Oracle, “Globalists Target 100% State Owned Central Bank of Libya“
6. Democracy Now interview General Wesley Clark
7. Henry C.K. Liu, Independent Critical Analysis and Commentary, May 14, 2002, “The BIS vs. National Banks“
8. Ellen Brown, Intrepid Report, “Libya: All About Oil or All About Banking?“
9. Reuters News, “Rebel army chief is veteran Gaddafi foe—think tank“
10. Patrick Martin, uruknet.info, “Mounting evidence of CIA ties to rebels“
11. Sara Flounders, GlobalResearch.ca, “Libya—Behind the Phony ICC ‘Rape’ Charges: Are NATO Forces Preparing a Ground Attack?“
Nick Egnatz è un veterano del Vietnam. Da anni protesta attivamente contro i crimini imperiali del governo sia di persona che con i suoi scritti, per il suo attivismo pacifista è stato nominato “Cittadino dell’anno” del Northwest Indiana nel 2006 dalla National Association of Social Workers. Potete contattare Nick a nickatlakehills@sbcglobal.net.
Fonte: comedonchiscotte.org
Fonte: comedonchisciotte.org di Nick Egnatz
Ne avevamo già parlato in altri articoli di come il sistema bancario internazionale, gestito dalla Banca dei Regolamenti internazionali, fosse alla base dell’esportazione democratica nei paesi arabi; avevamo già sostenuto, come il paese africano, colonia europea prima è ora terra selvaggia di conquista; avevamo già indicato che le spinte e le mire di conquista nella Libia altro non erano che fumo negli occhi per depredare il tesoro del Fondo Libico, le risorse petrolifere, ma sopratutto rompere il sistema monetario che Muammar Gheddafi aveva iniziato a costruire con la Lega Africana per la creazione di una moneta unica africana contro la prepotenza del dollaro.
Qui un interessante articolo che ripropone una carrellata delle vigliaccate attuate a scopi umanitari dagli amorevoli usurai internazionali.
Quattro giorni prima che il presidente Obama annunciasse la decisione unilaterale di far guerra alla Libia sotto le mentite spoglie di un intervento umanitario NATO per proteggere le vittime civili, l’Unione Africana si era riunita in Etiopia per discutere la proposta del presidente libico Gheddafi di unire il continente africano e i paesi arabi in una confederazione che si sarebbe chiamata Stati Uniti d’Africa [1]. Ma né il presidente USA né la ben addomesticata stampa nazionale ritenne opportuno informare il popolo americano di questo fatto, che pure sarebbe stato di grande interesse.
Il piano di Gheddafi prevedeva la creazione di una moneta unica. Il dinaro libico sarebbe diventato il dinaro africano, usato da circa un miliardo di persone e da molti paesi petroliferi. La Libia, con riserve di 143.8 tonnellate d’oro per un valore di oltre 6,5 miliardi di dollari [2] e risorse di petrolio e gas che la mettono al nono posto nel mondo, avrebbe forse potuto disporre dei mezzi necessari per realizzare il progetto.
Ecco cosa disse il Dipartimento del Tesoro USA all’inizio delle operazioni sul tema del sequestro dei depositi finanziari libici: “La Libyan National Oil Corporation è stata la prima fonte di finanziamento per il regime di Gheddafi – afferma il direttore dell’OFAC Adam J.Szubin – In linea con la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza ONU, tutti i governi dovrebbero congelare i fondi della National Oil Corporation e far in modo che Gheddafi non possa usare questa rete di aziende per finanziare le sue attività”. “Il Tesoro americano terrà sotto costante sorveglianza le attività della National Oil Corporation in Libia. Se le filiali o le strutture produttive della National Corporation dovessero cambiare di proprietario o di controllo effettivo, il Tesoro potrebbe autorizzare transazioni con queste nuove entità.”[3]
Scrisse Robert Wentzel su EconomicPolicyJournal.com: ”E’ una cosa da Guinness dei primati. I ribelli libici di Bengasi annunciano di aver creato una nuova compagnia petrolifera nazionale per sostituire quella controllata da Gheddafi, le cui proprietà sono state bloccate su richiesta del Consiglio di Sicurezza Onu, e hanno anche creato una banca centrale ! Il Consiglio Nazionale di Transizione (cioè il governo dei ribelli libici) annuncia in un comunicato che il 19 marzo è stata creata la Libyan Oil Company, con piena autorità sulla produzione petrolifera del paese e con sede provvisoria a Bengasi; un direttore generale ad interim è stato già nominato. Il Consiglio annunciava anche di aver designato la Banca Centrale di Bengasi come sola autorità monetaria competente in Libia, anche questa con sede temporanea a Bengasi e con un Governatore della Banca Centrale già nominato.” [4]
Nello stesso giorno in cui il nostro presidente ci portava in guerra, i ribelli libici creavano dunque la propria compagnia petrolifera incaricata di fare affari con i paesi capitalisti occidentali al posto della Libya National Oil Corporation, dichiarata fuori legge dalla Nato. E nello stesso giorno i ribelli costituivano una nuova Banca Centrale, presumibilmente proprietà di privati , dato che l’Unione Europea e le altre banche occidentali rifiuterebbero di trattare con una banca di proprietà pubblica come l’attuale Central Bank of Libya.
Scrive Eric V.Encina nel Market Oracle: ”Un fatto raramente citato dai politici e dai media occidentali è che la Central Bank of Libya è proprietà statale al 100%. I finanzieri globalisti e i manipolatori dei mercati non apprezzano questo fatto e continueranno i loro sforzi volti a rovesciare Muammar Gheddafi , ponendo fine all’esistenza della Libia come nazione indipendente. Attualmente il governo libico crea la propria moneta, il Dinaro Libico, attraverso la propria Banca Centrale. Difficile sostenere che la la Libia non sia una nazione sovrana con le proprie vaste risorse, in grado di sostenere i propri destini economici. Ma per i cartelli bancari globalizzanti è un grosso problema dover passare dalla Banca Centrale libica e dalla sua moneta nazionale per le loro transazioni con la Libia, un paese in cui non hanno praticamente nessun potere negoziale. Perciò. Distruggere la Central Bank of Libya (CBL) pur non comparendo nei discorsi di Obama, Cameron o Sarkozy, è certamente al primo posto nell’agenda dei globalizzatori che vogliono risucchiare anche la Libia nel gregge delle nazioni asservite e ubbidienti. Quando si sarà dileguata la cortina fumogena prodotta da missili di crociera e bombe a frammentazione, vedremo la coalizione dei riformatori mettersi a riformare il sistema monetario libico, inondandolo con dollari di dubbio valore e promettendolo a una serie di caotici cicli inflazionistici.”[5]
La Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) che ha sede a Basilea in Svizzera, è in pratica la banca centrale delle banche centrali. Ne sono membri 56 banche centrali, tutte in mano ai privati come la nostra privata Federal Riserve. Non sono invece membri le banche centrali di Irak, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. A tal proposito il generale Wesley Clark affermò in un’intervista a Democracy Now che gli era stato annunciato pochi giorni dopo l’Undici Settembre che saremmo dovuti andare in guerra contro l’Irak e anche entro cinque anni contro tutti gli altri paesi appena elencati [6]. Ma perché mai l’Occidente va in guerra contro i paesi dotati di un sistema bancario pubblico che dà profitti ai cittadini, diversamente dalle “democrazie” occidentali i cui sistemi bancari privati sono di profitto solo per i loro ricchi proprietari ?
“Le regole della BIS mirano unicamente a rafforzare il sistema bancario internazionale privato, anche mettendo a rischio le economie nazionali. La BIS fa ai sistemi bancari nazionali quello che l’FMI (Fondo Monetario Internazionale) ha fatto ai sistemi monetari nazionali. Le economie dei singoli paesi ormai soggetti al dogma della globalizzazione finanziaria hanno cessato di servire gli interessi nazionali. Agiscono invece per rafforzare quella che Alan Greenspan, presidente della Federal Riserve americana, definisce come l’egemonia finanziaria USA in nome del profitto privato. FMI e sistema bancario internazionale retto dalla BIS lavorano insieme: le banche prestano generosamente a privati e industrie delle economie emergenti in modo da creare una crisi del debito in valuta estera; a questo punto arriva l’FMI, che in nome di una sana politica monetaria gli trasmette di fatto il virus monetario, quindi le banche private internazionali come avvoltoi investono in nome del salvataggio finanziario comprando le banche nazionali (pubbliche) dichiarate dalla Banca dei Regolamenti Internazionali insolventi e sprovviste di capitali adeguati.”[7]
Il critico dell’economia Henry Liu scriveva queste frasi nel 2002. E’ indubbio che Greci, Spagnoli, Portoghesi e Irlandesi ammetterebbero la fondatezza della sua analisi, dopo aver visto la devastazione inflitta alle loro economie nazionali dalla speculazione globale e dalle riforme strutturali imposte dall’FMI.
Ellen Brown ha scritto “La rete del debito”, un’analisi critica dell’asservimento da debito prodotta dal sistema bancario privato negli Stati Uniti e in altri paesi capitalisti dell’Occidente. Citiamo dal suo articolo su Intrepid Report “Libia: questione di petrolio o questione di banche ?”:
“Il presupposto su cui si fonda la regola che vieta a un governo di prendere a prestito dalla propria banca centrale è che questo comportamento creerebbe inflazione; invece prendere a prestito dalle banche straniere o dall’FMI non lo farebbe. La realtà è che tutte le banche creano contabilmente il denaro che danno in prestito, che si tratti di banche pubbliche o private. La maggior parte del denaro fresco oggi proviene da crediti bancari. Quindi, prendere a prestito dalla propria banca centrale ha semplicemente il vantaggio di non dovere pagare interessi. Ed è stato accertato che la soppressione degli interessi riduce il costo dei progetti pubblici mediamente del 50%. In questo modo funziona appunto il sistema libico. Secondo Wikipedia, i compiti della Banca Centrale Libica includono “la creazione e la circolazione di banconote e monete in Libia” come pure “fornire e gestire tutti i prestiti di stato”. La Banca Libica, proprietà dello Stato, crea la moneta nazionale e la presta all’amministrazione statale. Questo fatto spiega anche come la Libia possa finanziare l’educazione e l’assistenza sanitaria, entrambe gratuite; come possa dare ad ogni giovane coppia prestiti senza interesse di 50’000 dollari: infine come lo Stato libico abbia trovato i 33 miliardi di dollari necessari per il progetto Great Man-Made River (il più grande sistema sotterraneo di distribuzione dell’acqua che esista al mondo, in grado di fornire 6,5 milioni di metri cubi di acqua potabile al giorno a Tripoli, Bengasi ed altre città, progetto definito dal colonnello Gheddafi come l’ottava meraviglia del mondo). C’è ora il timore in Libia che le incursioni aeree della Nato possano colpire questa struttura, provocando una nuova catastrofe umanitaria. Allora, questa nuova guerra è per il petrolio o per le banche ? Forse per entrambi – e forse anche per l’acqua. Perché quando un paese possiede l’acqua, l’energia, e un vasto credito per sviluppare le infrastrutture che rendono queste risorse utilizzabili, ebbene questo paese non dipenderà mai dai suoi creditori stranieri. E’ proprio questo che fa pesare una grave minaccia sulla Libia: si tratta di un paese che potrebbe dimostrare al mondo intero che cosa è possibile fare. Numerosi paesi non hanno petrolio, ma le più recenti tecnologie potrebbero rendere anche quei paesi indipendenti sul piano energetico, soprattutto se i costi delle infrastrutture fossero ridotti della metà chiedendo i prestiti alla propria banca nazionale pubblica. E l’indipendenza energetica libererebbe i governi dalla morsa del sistema bancario privato, e quindi dall’obbligo di produrre per i mercati internazionali – e non per i loro propri bisogni – in modo da poter rimborsare il debito. Se il governo di Gheddafi verrà deposto , sarà interessante osservare se la nuova Banca Centrale Libica entrerà nella BIS (la Banca dei Regolamenti Internazionali), se la nuova industria petrolifera nazionale sarà venduta, o svenduta, a investitori privati, e infine se le cure mediche e l’educazione continueranno ad essere gratuite.”[8]
Non sorprenderà nessun analista della politica estera americana che gli USA intendano rispondere con le armi a qualsiasi minaccia contro il capitalismo e il potere imperiale. La nostra CIA ha sostenuto colpi di stato militari contro governi democraticamente eletti in almeno 15 paesi:
Cuba (1952)
Iran (1953)
Guatemala (1954)
Zaire (1961 e 1965)
Repubblica Dominicana (1963)
Brasile (1964)
Indonesia (1965)
Grecia (1967)
Laos (1967-1973)
Ecuador (1961, 1963 e senza successo nel 2010)
Cile (1973)
Nicaragua (1979-1990)
Haiti (1991, 2004)
Venezuela (senza successo, nel 2002)
Honduras (2009)
Il solo punto in comune era che questi paesi avevano governi socialisti o generalmente di sinistra percepiti come minaccia allo sfruttamento capitalista/globalista del mondo in via di sviluppo. La CIA continua a fare la stessa cosa in numerosi altri paesi: questa è infatti solo una lista dei governi democraticamente eletti rovesciati con l’aiuto della CIA.
Ma ciò che non può essere fatto di nascosto può essere fatto apertamente. Quando una rivoluzione richiedeva sostegno abbiamo prontamente indotto l’ONU a dare il suo benestare e i nostri alleati capitalisti della NATO a prendere le armi invocando la necessità di un intervento umanitario. E’ indubbio che la CIA sia stata all’opera nel fomentare la rivolta libica di Bengasi. D’altronde il comandante in capo dei ribelli è un certo Colonnello Khalifa Haftar, che aveva sostenuto il colpo di stato di Gheddafi nel 1969 ed era stato membro del Consiglio per il Comando della Rivoluzione fino al 1987, quando aveva rotto con Gheddafi e si era messo alla testa della cosiddetta Libyan National Army in rivolta nel Ciad [9]. Poi, nel 1991, Haftar era andato negli USA stabilendosi a Falls Church, Virginia, a 7 miglia dalla sede centrale della CIA a Langley. Che fosse pagato dalla CIA non era d’altronde un mistero per nessuno [10].
In conclusione, vogliamo rilevare che indubbiamente molti dei ribelli libici hanno fondate ragioni di risentimento contro il regime di Gheddafi. Il paese conosce anche una vecchia divisione tribale fra le regioni dell’est e quelle dell’ovest.. Come in tutte le guerre, si registrano atrocità da entrambe le parti. Ma resta il fatto che i banchieri e i capitalisti dell’Occidente non potevano consentire alla Libia di unire Africa e mondo arabo in un blocco che avrebbe avuto come moneta comune un Dinaro Africano. Già negli anni ‘70 avevamo accettato di concedere all’Arabia Saudita e all’OPEC (l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) il diritto di alzare il prezzo del greggio , a condizione che il dollaro (o petrodollaro) restasse l’unica valuta internazionale usata per le transazioni in petrolio. Oggi, la guerra di Libia appare come nient’altro che un nuovo piano di salvataggio per la classe dominante dei banchieri.
Lo scorso 8 giugno, il procuratore della Corte Penale Internazionale ha dato una grandi conferenza stampa nella quale accusava il governo libico di organizzare violenze sessuali di massa, ma di queste accuse non veniva presentata nemmeno l’ombra di una prova. Sara Flounders parla di queste accuse e le mette in parallelo con la totale assenza di accuse rivolte agli USA per molti casi largamente provati di torture e altri crimini. La Saunders cita anche uno studio assai ben documentato del Journal of Military Medicine secondo il quale il 71% delle donne soldato americane sono state vittime di aggressioni sessuali mentre servivano nell’esercito degli Stati Uniti [11].
NOTE
1. CBS News, “The United States of Africa may become reality“
2. Wall Street Journal, “Gaddafi’s gold reserves among the top 25 in the world“
3. U.S. Department of Treasury, “Treasury identifies fourteen companies owned by Libya’s National Oil Corporation as subject to sanctions“
4. EconomicPolicyJournal.com, “Libyan rebels form central bank“
5. Eric Encina, The Market Oracle, “Globalists Target 100% State Owned Central Bank of Libya“
6. Democracy Now interview General Wesley Clark
7. Henry C.K. Liu, Independent Critical Analysis and Commentary, May 14, 2002, “The BIS vs. National Banks“
8. Ellen Brown, Intrepid Report, “Libya: All About Oil or All About Banking?“
9. Reuters News, “Rebel army chief is veteran Gaddafi foe—think tank“
10. Patrick Martin, uruknet.info, “Mounting evidence of CIA ties to rebels“
11. Sara Flounders, GlobalResearch.ca, “Libya—Behind the Phony ICC ‘Rape’ Charges: Are NATO Forces Preparing a Ground Attack?“
Nick Egnatz è un veterano del Vietnam. Da anni protesta attivamente contro i crimini imperiali del governo sia di persona che con i suoi scritti, per il suo attivismo pacifista è stato nominato “Cittadino dell’anno” del Northwest Indiana nel 2006 dalla National Association of Social Workers. Potete contattare Nick a nickatlakehills@sbcglobal.net.
Fonte: comedonchiscotte.org
Che tutti i titoli di debito siano aboliti
Che tutti i titoli di debito siano aboliti e il mondo intero riconciliato
2 settembre 2011 (MoviSol) - Patriota e cittadino del mondo, il poeta tedesco e cittadino d'onore della Francia Friedrich Schiller, fa sentire la sua voce nel dibattito vitale sull'annullamento dei debiti illegittimi opprimenti i popoli dell'Europa odierna. Il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, infatti, ha posto in prima pagina, sulle edizioni di domenica e lunedì scorso, la fotoriproduzione di un frammento mancante del suo famoso Inno alla Gioia, il poema che ispirò la Nona Sinfonia di Beethoven:
Duldet mutig Millionen,
duldet für die bessre Welt,
droben überm Sternenzelt
wird ein großer Geist belohnen.
Jeder Schuldschein sei zernichtet
ausgesöhnt die ganze Welt,
Brüder überm Sternenzelt
Richtet man, wie wir gerichtet.
duldet für die bessre Welt,
droben überm Sternenzelt
wird ein großer Geist belohnen.
Jeder Schuldschein sei zernichtet
ausgesöhnt die ganze Welt,
Brüder überm Sternenzelt
Richtet man, wie wir gerichtet.
TraduzioneCon coraggio, oh milioni, sopportate,
sopportate per un mondo migliore;
delle stelle, lassù, oltre il bagliore
saran le grandi anime ricompensate.
Sia distrutto di debito ogni certificato,
riconciliato il mondo intero;
Fratelli, oltre lo stellato emisfero
si giudica, come noi abbiamo giudicato.
Il FAZ sottolinea che il ricatto rappresentato dal debito verso i poteri finanziarii esisteva già negli anni 1780 e che ciò che Schiller attaccò non era qualcosa di tanto differente dall'attuale contesto europeo. Il principale quotidiano tedesco non dimentica di sottolineare con grande ironia come l'Inno ripreso da Beethoven sia l'inno ufficiale dell'Europa "unita".
Schiller mirò a liberare i francesi dal tragico conflitto tra la fredda ragione e il sentimento bruto. Vi invitiamo ad ascoltare, o riascoltare, la parte corale eseguita dai nostri fratelli militanti nel partito tedesco BüSo:
Esecuzione nell'accordatura verdiana del BüSo
ALLA GIOJA
Brindisi
SEMICORO.
O figlia dell'Eliso,
Gioja, eterea scintilla! Alla tua sede
Drizziamo il piede
Tutti infiammati di celeste ardor.
Gioja, eterea scintilla! Alla tua sede
Drizziamo il piede
Tutti infiammati di celeste ardor.
Ciò che diviso
Fu dalla stolta moda,
La tua virtù rannoda;
Stringesi, ovunque voli, il core al cor.
Fu dalla stolta moda,
La tua virtù rannoda;
Stringesi, ovunque voli, il core al cor.
CORO.
Milla accolga un solo amplesso,
Sia d'un bacio il mondo impresso;
Oltre i soli, in quel soggiorno
Dove puro, eterno è il giorno,
Miei fratelli, un padre sta.
Sia d'un bacio il mondo impresso;
Oltre i soli, in quel soggiorno
Dove puro, eterno è il giorno,
Miei fratelli, un padre sta.
SEMICORO.
Mesca il giubilo con noi
Chi di voi
Tien la gemma avventurosa
D'un amico o d'una sposa,
Se dal Ciel altro non ha.
Ma chi dentro un core alberga
Che non ama e non amò,
Volga in lagrime le terga,
Allacciarsi a noi non può.
Chi di voi
Tien la gemma avventurosa
D'un amico o d'una sposa,
Se dal Ciel altro non ha.
Ma chi dentro un core alberga
Che non ama e non amò,
Volga in lagrime le terga,
Allacciarsi a noi non può.
CORO.
A quanto vive e spera
La Simpatia sorrida;
Essa è del ciel la guida
Dove l'Ignoto impera.
La Simpatia sorrida;
Essa è del ciel la guida
Dove l'Ignoto impera.
SEMICORO.
Suggon la gioja tutte le vite
Al sen fecondo della natura;
Sia rea, sia buona, l'orme fiorite
Ne segue ardente la crëatura.
Il bacio ella ne dona,
Il licor che le mense a noi corona,
L'amico, fino al tumulo, fedel.
L'angelo esulta nel divino aspetto,
Segue il diletto
Nella polve contorto il vermicel.
Al sen fecondo della natura;
Sia rea, sia buona, l'orme fiorite
Ne segue ardente la crëatura.
Il bacio ella ne dona,
Il licor che le mense a noi corona,
L'amico, fino al tumulo, fedel.
L'angelo esulta nel divino aspetto,
Segue il diletto
Nella polve contorto il vermicel.
CORO.
O miriadi di viventi,
Atterratevi al Signor!
Universo, e tu non senti
Che ti regge un fren d'amor?
Chiedi agli astri, a cui dà luce,
Quella man che ti conduce.
Atterratevi al Signor!
Universo, e tu non senti
Che ti regge un fren d'amor?
Chiedi agli astri, a cui dà luce,
Quella man che ti conduce.
SEMICORO.
Delle create cose
La gioja è la radice,
La gioja animatrice
Della rota che volge e terra e ciel.
Essa del germe fa sbocciar le rose,
Essa splendere i soli, e nel profondo
De' cieli più remoti
Vagar pianeti ignoti,
Che cela alla scïenza arcano vel.
La gioja è la radice,
La gioja animatrice
Della rota che volge e terra e ciel.
Essa del germe fa sbocciar le rose,
Essa splendere i soli, e nel profondo
De' cieli più remoti
Vagar pianeti ignoti,
Che cela alla scïenza arcano vel.
CORO.
Lieti noi come il sole che misura
La celeste infinita pianura,
Come il forte - che corre alla morte
Se la fama, - la patria, lo chiama,
Della gioja seguiamo il sentier.
La celeste infinita pianura,
Come il forte - che corre alla morte
Se la fama, - la patria, lo chiama,
Della gioja seguiamo il sentier.
SEMICORO.
A chi cerca le bella sua traccia
Ella volge serena la faccia
Dallo speglio raggiante del Ver.
Ritempra al martire
La schiavitù.
Conduce al vertice
Della Virtù.
Fin dell'austera
Fede sul colle
La sua bandiera
Bella s'estolle.
E fuori de' tumuli
Rosi dagli anni
Confusa agli angeli
Solleva i vanni.
Ella volge serena la faccia
Dallo speglio raggiante del Ver.
Ritempra al martire
La schiavitù.
Conduce al vertice
Della Virtù.
Fin dell'austera
Fede sul colle
La sua bandiera
Bella s'estolle.
E fuori de' tumuli
Rosi dagli anni
Confusa agli angeli
Solleva i vanni.
CORO.
O figli del tempo, soffrite, soffrite,
Pel grane conquisto d'un mondo miglior;
Lassù nella luce di stelle infinite
Côrrete la palma del lungo dolor.
Pel grane conquisto d'un mondo miglior;
Lassù nella luce di stelle infinite
Côrrete la palma del lungo dolor.
SEMICORO.
Compensar ti talenta gli dei?
Imitarli, o mortale, tu dei.
Si rimesca colla gioja
L'infortunio e l'abbandono.
La vendetta e l'odio muoja,
Il nemico abbia perdono.
Ch'ei non provi il duro morso
Della colpa e del rimorso.
Imitarli, o mortale, tu dei.
Si rimesca colla gioja
L'infortunio e l'abbandono.
La vendetta e l'odio muoja,
Il nemico abbia perdono.
Ch'ei non provi il duro morso
Della colpa e del rimorso.
CORO.
Il libro delle offese
Gettiam, fratelli, al foco.
Lo sdegno che ne accese
Al solo amor dia loco.
Come il nostro, inflessibile o pio
Ne sta sopra il giudizio di Dio.
Gettiam, fratelli, al foco.
Lo sdegno che ne accese
Al solo amor dia loco.
Come il nostro, inflessibile o pio
Ne sta sopra il giudizio di Dio.
SEMICORO.
Spuma la gioja e crepita
Sull'orlo del bicchiero;
Il sangue aureo de' grappoli
Spegne ogni vil pensiero.
S'ammansa anche il Cannibale;
L'eroe di speme esausto
Bee dal ricolmo calice
L'ardir dell'olocausto.
Allor che la tazza rallegri il convito
Stringetevi insieme, da' seggi v'alzate;
Risponda ciascuno cortese all'invito,
E al Genio del bene, fratelli, libate.
Sull'orlo del bicchiero;
Il sangue aureo de' grappoli
Spegne ogni vil pensiero.
S'ammansa anche il Cannibale;
L'eroe di speme esausto
Bee dal ricolmo calice
L'ardir dell'olocausto.
Allor che la tazza rallegri il convito
Stringetevi insieme, da' seggi v'alzate;
Risponda ciascuno cortese all'invito,
E al Genio del bene, fratelli, libate.
CORO.
Libate al Potente che lodan le stelle,
Che cantano gl'inni dell'anime belle.
Animo invitto ne' patimenti,
Soccorso al grido dell'innocenza,
Fede immortale nei giuramenti,
Virile orgoglio – dinanzi al Soglio;
Ed all'amico – come al nemico
Non apparenza – ma verità.
Di ciò, fratelli, di ciò soltanto
Preghiamo il Santo – che tutto dà.
Una corona premii ogni merto,
Sia lo spergiuto d'onta coverto.
Che cantano gl'inni dell'anime belle.
Animo invitto ne' patimenti,
Soccorso al grido dell'innocenza,
Fede immortale nei giuramenti,
Virile orgoglio – dinanzi al Soglio;
Ed all'amico – come al nemico
Non apparenza – ma verità.
Di ciò, fratelli, di ciò soltanto
Preghiamo il Santo – che tutto dà.
Una corona premii ogni merto,
Sia lo spergiuto d'onta coverto.
CORO.
Serriamo il circolo,
Giuriam che vuoti
Per noi non suonino
Mai questi voti.
Giuriamo al Giudice
Che vede il cor,
Su questo calice
D'aureo licor.
Giuriam che vuoti
Per noi non suonino
Mai questi voti.
Giuriamo al Giudice
Che vede il cor,
Su questo calice
D'aureo licor.
SEMICORO.
Siano infrante le ritorte
Dell'oppresso e dello schiavo;
Sia la grazia emenda al pravo
Pur sul palco della morte.
Che consoli la speranza
Di più lieta eterna stanza
Quel fatale – estremo vale
Che dà l'alma – alla sua salma.
Un viva, fratelli,
Leviamo ai passati.
Che il nume cancelli
Dal mondo i peccati.
Che chiuda in eterno
Le porte d'inferno.
Dell'oppresso e dello schiavo;
Sia la grazia emenda al pravo
Pur sul palco della morte.
Che consoli la speranza
Di più lieta eterna stanza
Quel fatale – estremo vale
Che dà l'alma – alla sua salma.
Un viva, fratelli,
Leviamo ai passati.
Che il nume cancelli
Dal mondo i peccati.
Che chiuda in eterno
Le porte d'inferno.
CORO.
Sia tranquillo, sereno l'addio
Che daremo, o fratelli, alla vita.
Dolce sonno e de' mali l'obblìo
Ne prepari il funereo lenzuol.
E pronunci la Grazia infinita
Una mite benigna sentenza
Quando liete alla diva presenza,
L'alme nostre sollevino il vol.
Che daremo, o fratelli, alla vita.
Dolce sonno e de' mali l'obblìo
Ne prepari il funereo lenzuol.
E pronunci la Grazia infinita
Una mite benigna sentenza
Quando liete alla diva presenza,
L'alme nostre sollevino il vol.
(da Gemme Straniere - Poeti Tedeschi, di Andrea Maffei)
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