domenica 23 ottobre 2011

LAVORIAMO PER IL CAMBIAMENTO

sabato 22 ottobre 2011

Reddito minimo di cittadinanza


Reddito minimo di cittadinanza per salvare l'Italia

http://www.nuovasocieta.it

di Luchino Galli

(NDR: Una delle misure da adottare subito appena recuperata la sovranità monetaria e creditzia)
Il tasso di occupazione in Italia per le persone in età lavorativa fra i 15 e i 64 anni - primario indicatore economico di riferimento - è stato nel 2010 del 56,90%, in base ai dati Eurostat.
Questo dato colloca il nostro Paese al terzultimo posto, 25esimo tra i 27 Stati membri dell'Unione Europea. Peggio di noi solo Malta (56%) e Ungheria (55,40%)!!
Da evidenziare come Italia e Ungheria, insieme alla Grecia - che si posiziona invece al 20° posto con un 59,60% - siano le uniche nazioni facenti parte dell'Unione Europea a non aver ancora istituito un reddito minimo di cittadinanza, nonostante nell'ottobre 2010 il Parlamento Europeo abbia approvato una risoluzione che ne chiede l'istituzione in tutti i paesi dell'Unione, per un importo pari almeno al 60% dello stipendio medio di ogni paese.
Reddito minimo di cittadinanza del quale avrebbero potuto beneficiare gli oltre 2.100.000 disoccupati censiti dall'Istat nel 2010 (media su base annua) che rimangono invece tra i meno aiutati d'Europa e dei quali non più del 30% ha potuto usufruire di sussidi di varia natura comunque destinati ad esaurirsi in un breve lasso di tempo, quando le difficoltà economiche connesse a una prolungata disoccupazione si acuiscono. In particolare, da specifici sussidi drammaticamente e paradossalmente sono esclusi proprio i disoccupati che hanno lavorato di meno... (si vedano a riguardo i requisiti necessari per accedere all'indennità di disoccupazione ordinaria e a quella con requisiti ridotti).
Reddito minimo di cittadinanza del quale avrebbero potuto beneficiare inoltre circa 2.100.000 persone inattive (dato 2010) che hanno rinunciato a cercare attivamente occupazione pur essendo immediatamente disponibili a lavorare. Si tratta di persone scoraggiate, in larga parte over 35, arrese all'evidenza di un mercato del lavoro che nega loro qualsiasi possibilità di ricollocazione professionale.
Reddito minimo di cittadinanza del quale potrebbero beneficiare anche gli adulti (over 60, 55, 50, 45, 40, 35...ormai una deriva inarrestabile!) che costituiscono quasi il 45% dei disoccupati censiti ufficialmente dall'Istat e la stragrande maggioranza degli inattivi! Adulti che sono i primi ad essere licenziati e gli ultimi ad essere riassunti, discriminati per motivi anagrafici, pervicacemente esclusi tout court dal mercato del lavoro e destinati - se non supportati da una robusta rete di solidarietà familiare o amicale - a finire letteralmente per strada, precipitando in una dimensione di emarginazione, esclusione sociale e povertà assoluta dalle quali è difficilissimo risollevarsi! Nel nostro Paese le persone che vivono per strada sono in continuo aumento. I senzatetto sono in maggioranza uomini, soprattutto 40enni, che hanno perso il lavoro.
Reddito minimo di cittadinanza del quale potrebbe beneficiare, a integrazione, anche quella parte di lavoratori precari che non raggiunge una determinata soglia di reddito.
In Italia, tra l'inizio del 2008 e il giugno 2010 sono stati attivati 27,4 milioni di contratti di lavoro, di cui ben il 73,4% precari!
Si tratta di una variegata moltitudine di lavoratori, quali: lavoratori subordinati a termine, in somministrazione, intermittenti, accessori, lavoratori parasubordinati, quali collaboratori a progetto e associati in partecipazione, titolari di partita iva monocommittente (precari con partita iva).
Lavoratori precari che la crisi economica trasforma spesso in disoccupati: nel 2009, ben il 63% di chi ha perso il lavoro era infatti precario.

Scontri di piazza: certe paure inconfessabili


Scontri di piazza: certe paure inconfessabili


Alessandro Magno catturò un pirata che infestava i mari. E civilmente, come usava in quei tempi barbari che non conoscevano ancora la "cultura superiore" né gli odierni "eroi della libertà" che si fan liberare dalle armi straniere e poi si dedicano al linciaggio sotto gli occhi compiaciuti del mondo intero o alla caccia sistematica al nero, gli concesse l'ultima parola prima di impiccarlo. Il pirata disse: "Vedi Alessandro, noi due facciamo le stesse cose. Solo che io le faccio con trecento uomini e tu con trecentomila. Per questo io sono un pirata e tu un grande Re".

I cinquecento che l'altra domenica hanno messo "a ferro e fuoco" Roma sono oggi, oggettivamente, dei teppisti, ma se diventassero cinque milioni sarebbero dei rivoluzionari, come è accaduto in Tunisia dove una rivolta violenta ma non armata ha cacciato in due giorni il dittatore Ben Alì. E il coro unanime di indignazione, da destra a sinistra, dai fascisti mascherati del PDL, ai fascisti propriamente detti come Ignazio La Russa (che nel 1974 organizzò a Milano una manifestazione dove due giovanissimi militanti dell'MSI, Murelli e Loi, uccisero un poliziotto buttandogli una bomba sul petto) all'estrema sinistra, ai sindacati, ai Pierluigi Battista che in sintonia col premier ha lanciato il diktat "chi non si dissocia anarcoinsurrezionalista è", al Presidente Napolitano, dimentico che era già un alto dirigente del PCI quando il suo sodale Secchia preparava la rivolta armata, significa proprio questo: il timore di questa classe dirigente, che ha la coscienza sporca e nera come la pece, che quei cinquecento decerebrati, smaniosi di distruggere tanto per distruggere, possano diventare cinque milioni che decerebrati non sarebbero. Nei giorni sucessivi ai fatti ero a Roma, "la capitale ferita", e parlando con amici, conoscenti, taxisti, personale d'albergo, gente incontrata al bar non ho notato una dissociazione così netta dai teppisti, ma un'oscura, sottaciuta, vergognosa soddisfazione.
Come se quell'esplosione di violenza li avesse vendicati, anche se per interposta persona, dalle umiliazioni, dalle frustrazioni, dal senso di impotenza che il cittadino subisce ogni giorno. Il fatto è che è diventato sempre più difficile tenere le mani a posto, facendo un tremendo sforzo su se stessi, assistendo quotidianamente allo spettacolo di una classe dirigente, politica, economica, intellettuale, autocostituitasi in una nuova oligarchia nobiliare, con noi cittadini normali retrocessi a sudditi, senza dignità e senza onore, pecore da tosare, asini al basto ad uso di "lorsignori", che mentre "la città brucia" (non Roma, l'Italia), continua nelle solite manfrine, nei soliti giochetti, nelle solite sordide lotte di potere senza tenere in minimo conto quel "bene comune" con cui si sciacqua quotidianamente la bocca. Certo che ci vorrebbero, noi del ceto medio, buoni, civili, educati, rispettosi delle buone maniere, come siamo sempre stati, per poter ruminare in tranquillità i propri privilegi. Ma, come tutte le cose, anche la pazienza ha un limite. E, come dice la Bibbia: "terribile è l'ira del mansueto" o, per dirla più modernamente con Peckinpah del “Cane di paglia". Ed è proprio questo che i politici, gli economisti, gli intellettuali ben sistemati nel regime, temono. Ma questo vulcano che potrebbe esplodere da un momento all'altro è un fatto. Un fatto che si misura attraverso la violenza patetica di tutti i discorsi che vorrebbero cancellarlo.


Massimo Fini - 22 ottobre 2011 -
Fonte: Il Fatto Quotidiano Pdf

ORIGINI, ASCESA E DECLINO DEGLI OLIGARCHI RUSSI


Corriere della Sera, 10 ottobre 2011

RISPONDE SERGIO ROMANO

ORIGINI, ASCESA E DECLINO DEGLI OLIGARCHI RUSSI

Sono stato presente a una discussione sui miliardari russi. Da dove escono questi ricchissimi signori, vissuti in un Paese dove - così ricordiamo - sembrava assai diffusa la povertà e bassissimo il tenore di vita delle popolazioni? La approssimativa conoscenza che ho del problema mi ha sconsigliato di intervenire nella discussione. Siccome sono in molti che ancora si chiedono chi erano, chi sono e come hanno costruito la loro fortuna, lei può spiegarcelo? Giorgio Tommaseo giorgiotommaseo@ gmail.com 

Caro Tommaseo, Ho già parlato dell' argomento in altre occasioni e dovrò quindi ripetere cose già dette. Ma cercherò di farlo con qualche aggiornamento. Gli oligarchi (come vengono chiamati dai russi) sono gli avventurosi uomini d' affari che si sono impadroniti delle maggiori risorse del Paese durante le caotiche privatizzazioni degli anni Novanta. Questi yuppie postsovietici si sono valsi dei loro legami con la vecchia nomenklatura per saccheggiare i depositi delle Casse di risparmio e fare incetta di voucher (i cuponi distribuiti a ogni cittadino russo per privatizzare le imprese di Stato). Divenuti proprietari, hanno accumulato rapidamente colossali fortune e protetto la loro nuova ricchezza creando o comperando due utili strumenti: le banche, indispensabili per manovrare il denaro, e i mezzi d' informazione, necessari per condizionare il potere politico e tenere a bada gli avversari. Quando Putin divenne Primo ministro, nel 1999, uno di essi, Boris Berezovskij, aveva una carica pubblica (segretario esecutivo del Consiglio della Comunità degli Stati indipendenti), negoziava con i ceceni, era di casa al Cremlino ed era divenuto membro adottivo della famiglia Eltsin a cui elargiva generosi favori finanziari. Gli altri - fra cui Roman Abramovic, Vladimir Gusinskij, Michail Chodorkovskij, Platon Lebedev, Leonid Nevzlin, Michail Gutseriyev - si erano spartiti le ricchezze della nazione e dominavano la vita pubblica con i loro mezzi d' informazione. Oggi alcuni di essi sono all' estero (Berezovskij a Londra, Gusinskij in Spagna, Nevzlin a Tel Aviv) altri in carcere (Khordokovskij e Lebedev), altri in fuga (Gutseriyev). L' operazione sarebbe stata encomiabile se Putin non avesse colpito i suoi nemici (in particolare Chodorkovskij), ma lasciato licenza di lavorare e prosperare a tutti coloro che accettavano di venire a patti con il Cremlino. Oggi Chodorkovskij e Lebedev sono ancora in Siberia, ma altri godono impunemente di fortune costruite grazie al saccheggio del sistema industriale sovietico e delle risorse naturali del Paese. La maggioranza dei russi, tuttavia, riconosce a Putin il merito di avere messo fine alla guerra di bande che scoppiò nelle città russe, verso la metà degli anni Novanta, fra le milizie e le guardie del corpo con cui parecchi uomini d' affari proteggevano se stessi o eliminavano i loro avversari. Putin d' altro canto è convinto che la modernizzazione dell' economia russa debba essere, come ogni altra grande trasformazione del Paese, una rivoluzione dall' alto, e che sarà possibile soltanto se il potere centrale controllerà, direttamente o indirettamente, le maggiori risorse naturali russe. Il governo non sarebbe riuscito a raddoppiare il reddito delle fasce più povere della società se non avesse strappato agli oligarchi e alle aziende straniere, negli scorsi anni, il controllo pressoché totale del petrolio e del gas. E non sarebbe riuscito a creare un Fondo di stabilizzazione che custodiva, prima della crisi, 107 miliardi di euro. Credo che questo spieghi perché il ritorno di Putin al potere sia stato fortemente criticato dai gruppi sociali liberali e democratici di Mosca e Pietroburgo, ma appaia accettabile per gran parte della popolazione. 

venerdì 21 ottobre 2011

La storia del "signore delle scimmie"

di Salvatore Tamburro

La storia del "signore delle scimmie"


Nel feudo di Chu, un vecchio si guadagnava da vivere addestrando delle scimmie. La gente del posto lo chiamava "Ju Gong" (signore delle scimmie).
Ogni mattina, il vecchio radunava le scimmie nel suo cortile, e ordinava alla più anziana di condurre le altre sulle montagne per raccogliere frutta da cespugli e alberi. Ogni scimmia doveva consegnare un decimo del raccolto al vecchio, questa era la regola. Quelle che non la rispettavano, venivano frustate senza pietà. 
Tutte le scimmie pativano gravi sofferenze, ma non osavano lamentarsi.
Un giorno, una scimmietta chiese alle compagne: <<E' stato il vecchio a piantare gli alberi da frutta e i cespugli?>>. Le altre risposero: <<No, sono cresciuti spontaneamente>>. Allora la scimmietta domandò: <<Non possiamo raccogliere i frutti senza il permesso del vecchio?>>. E le altre: <<Certo che si>>. 
La scimmiettà proseguì: <<Allora perchè dobbiamo dipendere da lui, perchè dobbiamo servirlo?>>.
Prima che la scimmietta potesse finire la frase, tutte le altre scimmiette all'improvviso ebbero un'illuminazione.
Quella notte stessa, mentre il vecchio dormiva, le scimmie abbatterono il recinto in cui erano segregate, presero i frutti che il vecchio aveva in magazzino, li portarono nella foresta e non fecero più ritorno. 
Alla fine il vecchio morì di fame.
"Governare con l'inganno" di Yu Li Zi (1311-1375)

Secondo Yu Li Zi ci sono uomini nel mondo che governano con l'inganno e non con rettitudine. Non sono forse come il signore delle scimmie? Non si rendono conto della propria confusione mentale. E appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.
I politici, con la complicità dei mezzi di informazione, tendono a raffigurarci problemi marginali offrendoci soluzioni sterili. Fingono di cambiare tutto, per poi non cambiare nulla.
La verità va ricercata nella comprensione del vero funzionamento del sistema socio-economico, basato sulla truffa del debito pubblico, sul signoraggio, su una politica monetaria delegata nelle mani di istituzioni private come le banche centrali (BCE e Federal Reserve) o istituzioni sovra-nazionali come FMI, WTO, ONU, Bilderberg, PNAC, CFR, RIIA.
Non aspettatevi liberatori che provengano dall'esterno per salvarvi; cominciate ad informarvi da fonti indipendenti, spegnete la tv e maturate dentro di voi quell'istinto di ribellione a tutte le forme di schiavitù che opprimono la logica, il corpo e la realizzazione dei vostri sogni.


Banche: Amarcord Italiano


Banche: Amarcord Italiano

di: Ugo Gaudenzi, Rinascita
Sembra che l’ex ministro del Lavoro Usa, Robert Reich, sia stato “illuminato”. Reich
ha difatti inviato un messaggio al comitato “NoBigBanks”, tra i promotori
della lunga protesta contro Wall Street, per sostenere - udite, udite - la
immaginifica proposta di “dividere le attività bancarie finanziarie speculative da
quelle ordinarie”, per garantire così che i cittadini non saranno più costretti a subire
le conseguenze di un sistema finanziario ultraliberista basato sul gioco
d’azzardo che affossa l’economia reale, quella produttiva.
Certo, di questi tempi una proposta “rivoluzionaria”. Salverebbe, dicono, anche
l’Europa dalle continue “manovre” e stangate volte a tenere in piedi un
sistema di salvataggio bancario...
Ma, ci chiediamo noi, non è che Mr. Reich abbia “scoperto l’acqua”? Crediamo
proprio di sì.
Prendiamo l’Italia di 80 anni fa. Che cosa decisero le autorità dell’epoca perché la
nazione non fosse coinvolta nella “grande depressione” esportata dagli Stati
Uniti d’America? Per frenare il collasso del sistema bancario italiano?
Decisero esattamente questo.
Le banche dovevano essere banche (e di categoria: agricoltura, lavoro, commercio etc.)
non doveva esserci alcuna partecipazione azionaria tra  banche e attività
finanziarie e industria produttiva o commerciale, e soltanto l’Imi assicurò alle imprese
finanziamenti di medio-lungo periodo. La conclusiva legge-quadro di riforma bancaria
(1936) definì la Banca d’Italia - di emissione del denaro e di vigilanza sugli istituti
di credito - un “istituto di diritto pubblico” (di tutti...) e gli azionisti privati vennero
espropriati dalle loro quote; alla Banca d’Italia fu demandata la vigilanza sugli
istituti di credito e finanziari, al suo “governatore” fu imposta la direzione di un
comitato ministeriale presieduto dal Capo del governo; fu deliberata una
ancora più netta separazione tra banche e industria; l’attività di credito fu
definita (con i doveri conseguenti) un servizio di interesse pubblico, le maggiori
banche nazionali diventarono a partecipazione statale (le b.i.n.),  quindi di tutti i cittadini.
E così via.
Ma qualcuno, nel 1993 - già: quella banda (dei vari Andreatta, Prodi, Ciampi, Dini,
Draghi) che ha predato la nazione di tutte le sue industrie e imprese strategiche - ha
abrogato quella legge. Era, evidentemente, “fascista”... O, comunque,
era d’ostacolo all’arrembaggio dei privati, degli speculatori, degli usurai.
Dunque, e Reich? Un liberista anti-liberista? Ma va là...

(18 Ottobre 2011)

Banca d’Italia, Ignazio Visco è il nuovo BOSS


BLITZ, ROMA, 20 OTT- E’ Ignazio Visco, vice segretario generale della Banca d’Italia, il nuovo governatore di Palazzo Koch. Alla fine, all’ultimo momento, ha prevalso la linea interna, con una scelta all’insegna della continuità.
Messi da parte gli altri nomi tanto circolati in questi giorni, da Vittorio Grilli a Fabrizio Saccomanni, fino a Anna Maria Tarantola. Ma soprattutto questa scelta, gestita in modo “non piacevole”, come hanno detto alcune fonti del Consiglio Superiore di via Nazionale, accantona Lorenzo Bini Smaghi, attualemente ancora nel board della Banca Centrale Europea.
Ciquantun’anni, tre figlie, Ignazio Visco è vice direttore generale di Bankitalia dal gennaio del 2007. Una laurea alla Sapienza di Roma e diversi corsi di perfezionamento e dottorati negli Stati Uniti, Visco ha anche un passato all’Ocse. Visco, appunto, non e Saccomanni, non gradito al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, non è Grilli, che era un esterno, e non è Bini Smghi, che avrebbe accreditato possibili retroscena poco piacevoli.
E’ stata proprio la posizione di Bini Smaghi, fino alla serata di oggi dato come il più accreditato successore di Mario Draghi, a destare qualche problema al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Dopo la nomina di Draghi Bini Smaghi aveva detto che si sarebbe fatto da parte per lasciare il posto alla Francia di Jean-Claude Trichet. Poi però aveva cambiato idea, dicendo che sarebbe rimasto al suo posto fino al termine naturale del mandato. A meno che non fosse stato designato governatore di Bankitalia.
Ora la nomina è stata fatta. Berlusconi affronterà il nodo Bce-Bini Smaghi con il presidente Nicolas Sarkozy in occasione del vertice europeo di domenica, salvo che il vertice non venga rimandato come oggi hanno detto voci di Berlino.
La designazione di Visco riporta le redini di Bankitalia ad un interno, dopo la parentesi Draghi che si insediò a Palazzo Koch provenendo dal Tesoro, dov’era direttore generale, la stessa posizione che occupa adesso Vittorio Grilli. Ma la parentesi esterna di Draghi era stata causata dall’improvviso allontanamento di Antonio Fazio, coinvolto nell’inchiesta sui “furbetti” del quartierino.
Umberto Bossi, che aveva sempre sostenuto la candidatura del milanese Grilli, ha detto, a chi gli chiedeva se Napolitano potesse aver in qualche modo sollecitato una soluzione “interna”, che “Napolitano è stato molto presente”.
20 ottobre 2011 | 19:56

La super-entità che governa il mondo economico.

La super-entità che governa il mondo economico. 
Filed under: Società by capubianco


 Mentre i venti di protesta contro il potere finanziario soffiano in tutto il mondo, la scienza potrebbe avere confermato i peggiori timori dei manifestanti. Un’analisi delle relazioni tra 43.000 aziende transnazionali ha identificato un gruppo relativamente piccolo di aziende, soprattutto banche, con un potere sproporzionato sull’economia globale. Le ipotesi dello studio hanno suscitato alcune critiche, ma i tre analisti di sistemi complessi autori dello studio, lo definiscono uno sforzo per districare i fili del controllo dell’economia globale. I tre ricercatori dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo sostengono anche che spingendo l’analisi più avanti si potrebbe contribuire a identificare i metodi per rendere più stabile il capitalismo globale. L’idea che alcuni banchieri controllino gran parte dell’economia mondiale potrebbe non sembrare una notizia nuova al movimento newyorchese Occupy Wall Street e agli altri manifestanti sparsi per il mondo. Ma lo studio condotto dal trio di teorici di sistemi complessi è il primo ad andare aldilà dell’ideologia per tentare di identificare empiricamente la rete di potere. La ricerca svizzera combina la matematica da tempo usata per creare modelli di sistemi naturali con i dati aziendali completi al fine di mappare le reali proprietà delle aziende transnazionali. “La realtà è così complessa che dobbiamo liberarci dal dilemma che si tratti di teorie complottiste o di libero mercato – ha affermato James Glattfelder, uno degli autori – la nostra analisi è basata sulla realtà”. Precedenti studi avevano già scoperto che alcune aziende possiedono larghe fette dell’economia mondiale, ma nelle ricerche era incluso solo un numero limitato di società e veniva omesso il concetto di proprietà indiretta. Pertanto non riuscivano a spiegare l’impatto di questo stato di cose sull’economia globale (per esempio se ciò la rende più o meno stabile). Il team di Zurigo può. Da Orbis 2007, un database che contiene 37 milioni di aziende e investitori di tutto il mondo, hanno estratto tutte le 43.060 transnazionali e le proprietà condivise che le collegano. Poi hanno costruito un modello che descrivesse quali aziende ne controllino altre attraverso le reti di partecipazione azionaria, accoppiando a questo i dati relativi ai ricavi operativi di ogni azienda, per mappare la struttura del potere economico. Lo studio che sarà pubblicato su PloS One, ha rivelato un nucleo di 1318 aziende di proprietà interconnesse. Ognuna delle 1318 ha avuto legami con due o più altre aziende e, in media, ciascuna aveva venti collegamenti. Inoltre, anche se l’insieme di queste aziende rappresenta il 20 per cento dei ricavi operativi globali, queste collettivamente possiedono, attraverso le loro azioni, la maggior parte dei blue chip e delle aziende manifatturiere del mondo (la cosiddetta economia reale) che a loro volta rappresentano un ulteriore 60 per cento dei ricavi globali. Quando i ricercatori svizzeri hanno districato ulteriormente la rete delle proprietà, hanno scoperto che una super-entità di 147 aziende legate ancora più strettamente delle altre controlla il 40 per cento della ricchezza totale. In buona sostanza ciò significa che meno dell’uno per cento delle aziende mondiali è in grado di controllare il 40 per cento della rete economica.In maggior parte si tratta di istituti finanziari. Nella Top 20 sono incluse Barclays Bank, JPMorgan Chase & Co e Goldman Sachs Group. John Driffill un esperto di macroeconomia della University of London, sostiene che il valore dell’analisi non è solo quello di avere individuato un piccolo numero di persone che controlla l’economia globale, ma anche l’avere approfondito questioni legate alla stabilità economica.Secondo gli autori della ricerca la concentrazione di potere in sè non è né buona né cattiva, ma le strette interconnessioni del reale nucleo di controllo potrebbero essere fonte di problemi. Come il mondo ha appreso nel 2008, queste reti sono instabili. “Se un’azienda entra in sofferenza – ha spiegato Glattfelder – questa si propaga”. “È sconcertante vedere come le cose sono collegate davvero” ha commentato George Sugihara un esperto di sistemi complessi della Scripps Institution of Oceanography di La Jolla (California) ed ex consigliere di Deutsche Bank. Yaneer Bar-Yam, a capo del New England Complex Systems Institute (NECSI), avverte che l’analisi presuppone che la proprietà equivalga al controllo, il che non è sempre vero. La maggior parte delle azioni della società sono detenute da gestori di fondi che possono o non possono controllare ciò che le aziende fanno effettivamente. Ma secondo lo studioso statunitense l’impatto di tutto ciò sul comportamento del sistema economico richiede ulteriori approfondimenti. Fondamentalmente lo studio mettendo a fuoco l’organizzazione del potere economico mondiale, potrebbe fornire valide indicazioni per renderlo più stabile. Inoltre individuando gli aspetti vulnerabili del sistema consentirebbe agli economisti di suggerire misure per evitare futuri crolli che si diffondano nell’intera economia. Glattfelder sostiene che potremmo aver bisogno di regole antitrust globali, che ora esistono solo a livello nazionale, per limitare l’eccesso di connessioni tra aziende transnazionali. Secondo Bar-Yam l’analisi suggerisce una possibile soluzione: per scoraggiare questo genere di atteggiamento le imprese dovrebbero essere tassate per eccesso di interconnessione. Di certo una cosa non convincerà i manifestanti che in questi giorni marciano su Wall Street: è improbabile che la super entità sia il risultato di una cospirazione che mira a governare il mondo. “Questo genere di strutture sono comuni in natura,” ha detto Sugihara. I nuovi arrivati in qualunque rete si connettono preferenzialmente con membri altamente connessi. I vertici delle aziende transnazionali acquistano le proprie azioni a vicenda per motivi commerciali, non per dominare il mondo. Nel caso della connessione dei gruppi economici il denaro scorre verso i membri più altamente connessi. Lo studio di Zurigo è una prova evidente del fatto che le semplici regole che disciplinano le società transnazionali danno luogo spontaneamente a gruppi altamente connessi. Braha ritiene che il fatto che il movimento Occupy Wall Street sostenga che l’1 per cento delle persone detiene la maggior parte della ricchezza rifletta “una fase logica dell’economia auto-organizzante”. Quindi la super-entità non può essere il prodotto finale di una cospirazione. La vera questione -puntualizza il team svizzero – è comprendere se questo si tpossa tramutare in strategie politiche concordate. Secondo Driffill 147 aziende sono troppe per sostenere la collusione. Braha sospetta che queste competano nel mercato, ma agiscano di comune accordo sugli interessi comuni. E resistere a eventuali modifiche della struttura di rete può essere un interesse comune. La Top 50 delle 147 che formano la super-entità 1. Barclays plc 2. Capital Group Companies Inc 3. FMR Corporation 4. AXA 5. State Street Corporation 6. JP Morgan Chase & Co 7. Legal & General Group plc 8. Vanguard Group Inc 9. UBS AG 10. Merrill Lynch & Co Inc 11. Wellington Management Co LLP 12. Deutsche Bank AG 13. Franklin Resources Inc 14. Credit Suisse Group 15. Walton Enterprises LLC 16. Bank of New York Mellon Corp 17. Natixis 18. Goldman Sachs Group Inc 19. T Rowe Price Group Inc 20. Legg Mason Inc 21. Morgan Stanley 22. Mitsubishi UFJ Financial Group Inc 23. Northern Trust Corporation 24. Société Générale 25. Bank of America Corporation 26. Lloyds TSB Group plc 27. Invesco plc 28. Allianz SE 29. TIAA 30. Old Mutual Public Limited Company 31. Aviva plc 32. Schroders plc 33. Dodge & Cox 34. Lehman Brothers Holdings Inc* 35. Sun Life Financial Inc 36. Standard Life plc 37. CNCE 38. Nomura Holdings Inc 39. The Depository Trust Company 40. Massachusetts Mutual Life Insurance 41. ING Groep NV 42. Brandes Investment Partners LP 43. Unicredito Italiano SPA 44. Deposit Insurance Corporation of Japan 45. Vereniging Aegon 46. BNP Paribas 47. Affiliated Managers Group Inc 48. Resona Holdings Inc 49. Capital Group International Inc 50. China Petrochemical Group Company