domenica 18 dicembre 2011

Governo Monti: un vulnus al concetto di democrazia


Il governo Monti: un vulnus al concetto di democrazia partecipativa

Il governo Monti: un vulnus al concetto di democrazia partecipativa
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Politica
17 dicembre 2011 ore 12:45
Dall’assessore provinciale Antonio Abbate riceviamo e pubblichiamo:
“Questo Governo rappresenta la negazione del principio alla base della democrazia, per cui un esecutivo governa solo se legittimato e scelto dal voto popolare. E in questo caso tale condizione non si è verificata”.
Così ha aperto ieri il suo intervento Francesco Storace a Veroli, presso il Cigno Blu, alla manifestazione politica organizzata da La Destra, sul Signoraggio bancario.
Dopo il saluto di Giuseppe Fratarcangeli, Responsabile cittadino del partito e di Antonio Abbate, Segretario provinciale, il Segretario nazionale ha affrontato, in sequenza appassionata, tutti i temi dell’attualità politica, riscuotendo l’applauso scrosciante di un platea gremitissima, costituita da iscritti e simpatizzanti.
Storace ha più volte ribadito la posizione critica de La Destra su Premier Monti e sulla sua manovra, quale imposizione dei mercati ad un governo che non è stato scelto dal popolo.
“Un esecutivo che non vogliamo – ha tuonato più volte – e che si accanisce in particolar modo sul ceto medio a suon di tasse. Di qui la necessità della presenza di una vera anima di destra sociale in Parlamento, proprio a tutela e garanzia delle fasce più deboli”.
Entrando poi nel tema del convegno, ha continuato: ” per signoraggio delle banche si intende la differenza tra il valore facciale della carta moneta dato dai banchieri e il costo della stampa. Questa differenza costituisce il guadagno a danno del popolo. Bisogna invece ristabilire il principio che la moneta appartiene alla gente, così come appartengono al popolo tutti i valori emessi dalla Banca d’Italia. Noi proponiamo che nei forzieri dell’Istituto nazionale vengano attivati conti di cittadinanza per ciascun italiano e che in quei conti affluisca il valore delle banconote emesse da Bankitalia, in frazioni uguali per tutti i cittadini. Stesso sistema per tutti i crediti della Banca d’Italia. Sarà la fine del male assoluto del nostro paese, il debito pubblico”.
Tantissimi gli interventi dei presenti che hanno raccolto gli stimoli lanciati da Storace e dai quali è emersa evidente la contrarietà al Governo Monti e l’adesione alla manifestazione che La Destra ha programmato per domani a Roma, alle 10,30, in Via Principe Amedeo, presso l’Hotel Universo, per dire “No al Governo dei Banchieri” e per motivare la contrarietà del movimento de La Destra a un esecutivo non votato dal popolo, e a una manovra che colpisce gli italiani soprattutto nel ceto medio e finisce per impoverirli con nuove tasse.

La verità sulla creazione del credito

La più grande caratteristica delle banche: la creazione del credito

Direttori di banca a giudizio per usura


 http://www.saturnonotizie.it/news/leggi/40500/Due-direttori-di-note-filiali-di-banche-aretine-accusati-di-usura.html
SATURNO Notizie
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Due direttori di note filiali di banche aretine accusati di usura
Lo studio legale del nuovo ministro di grazia e giustizia Paola Severino Di Benedetto assiste una banca del territorio in un delicatissimo processo penale davanti al tribunale di Arezzo

Due direttori dell'istituto di credito sono accusati di usura e il gip Andrea Claudiani venerdì scorso li ha rinviati a giudizio. Il 10 gennaio si terrà la prima udienza. A difendere i direttori sono gli avvocati Giuseppe e Luca Fanfani, mentre l'istituto di credito locale, chiamato in causa come responsabile civile, si è affidato al notissimo studio legale di Roma. E doveva essere proprio Paola Severino Di Benedetto a partecipare al processo, ma la nomina a guardasigilli nel governo Monti ha modificato la situazione, con la rinuncia al mandato e l'affidamento dell'incarico ad un altro professionista del medesimo studio: Maurizio Bellacosa. La vicenda oggetto del processo è molto complessa e le accuse tutte da dimostrare. Il caso ruota intorno alle traversie finanziarie di un imprenditore valdarnese. Le indagini coordinate dal pm Roberto Rossi hanno riguardato una serie di operazioni bancarie su conti intestati all'imprenditore in proprio e alla società poi andata in dissesto.Sarebbero emersi dei tassi di interesse ritenuti fuori regola, esorbitanti, tali da configurare l'ipotesi di reato dell'usura. Dei tre direttori che si sono succeduti alla guida della filiale tra la fine degli anni Novanta e il 2006, solo per due si è giunti al rinvio a giudizio in quanto i fatti riconducibili al primo direttore sono caduti in prescrizione. Gli imputati e la banca sono fortemente determinati a dimostrare nel dibattimento l'insussistenza delle accuse. L'imprenditore si è costituito parte civile con gli avvocati Nicoletta De Santis e Sara Buricchi e chiede un risarcimento danni di 2 milioni di euro circa. L'azienda dell'uomo è poi fallita e la curatela adesso partecipa al processo con l'avvocato Luca Berbeglia. Nell'udienza preliminare il pm Marco Dioni aveva chiesto il non luogo a procedere, non ravvisando estremi di reato, ma il gip Claudiani è stato di tutt'altro avviso. A gennaio via al processo e la squadra Severino-Fanfani ventilata per il governo Monti si concretizzerà se non altro in un'aula di giustizia
Luca Serafini
Redazione, 27/11/2011

Comune francese vince causa contro banca RBS


Un comune francese vince la prima battaglia contro la Royal Bank of Scotland sui prestiti tossici

17 dicembre 2011 (MoviSol) - Il 24 novembre la Corte di Prima Istanza di Parigi (TGI) ha negato alla Royal Bank of Scotland l'ordinanza restrittiva che aveva chiesto per costringere il Comune di Saint-Etienne a riprendere il pagamento dei debiti che aveva sospeso. Anche se la Corte avrà bisogno di più tempo prima di deliberare nella causa intentata dal Comune di Saint-Etienne contro la Royal Bank of Scotland (RBS), ha già deliberato che la sospensione dei pagamenti era legittima, perché l'interesse sui prestiti era basato su "strumenti speculativi ad alto rischio".
Il 70% del debito di Saint-Etienne era tossico, ed il Comune ha sporto denuncia anche contro la Dexia Bank e la Deutsche Bank, oltre alla RBS.
Nel 2006 e 2007, Saint-Etienne rifinanziò alcuni dei crediti strutturati che aveva aperto con la Natixis Bank, acquisendo quelli che riteneva crediti strutturati a più basso costo dalla RBS. Tuttavia, questi ultimi erano stati indicizzati a due swaps a "palla di neve" che prendono questo nome dall'effetto cumulativo dei tassi di interesse, che aumentano come una palla di neve al 20, 30 o perfino al 40%. Ecco che cosa è successo ai prestiti concessi a Saint-Etienne. Quindi un grave problema finanziario per il Comune si è trasformato in una catastrofe. La situazione era così grave che il Comune di Saint-Etienne ha sporto denuncia contro la banca ed ha sospeso tutti i pagamenti sul prestito. La RBS, a sua volta, ha sporto denuncia contro il Comune per aver violato il contratto con una procedura sommaria in cui esigeva il pagamento, ma la denuncia è stata respinta, e il giudice ha deliberato che "gli swaps contratti dagli enti locali sono prodotti speculativi ad alto rischio" e la loro "legalità è messa seriamente in forse dalla Corte".
Quanto ad un altro prestito tossico con la Dexia, Saint-Etienne ha deciso di fissare un pagamento degli interessi al 3,9%. Questa decisione unilaterale, adottata con voto unanime al Consiglio Comunale, è naturalmente illegale, ma è stata presa dopo il cocciuto rifiuto della Dexia di rinegoziare il prestito. Stando a fonti vicine al procedimento, la banca franco-belga non è in grado di cambiare i termini del prestito perché è stata successivamente venduta alla JP Morgan ed altri e usata per puntellare altre piramidi finanziarie basate su titoli speculativi, come aveva fatto con i mutui subprime.
La Dexia stessa, il principale creditore alla speciale finestra di credito della Federal Reserve nel 2008 e considerata "troppo grande per fallire", è stata tenuta in piedi pompando denaro da Francia, Belgio e il Lussemburgo. Incidentalmente, gli inquirenti francesi e belgi hanno scoperto che la Dexia detiene almeno 900 miliardi di Euro in derivativi swap su valute!
In questo contesto, è chiaro che la sentenza della Corte di Prima Istanza di Parigi non solo darà il via a dozzine di altre cause simili ma convincerà molti a rivolgersi ad un tribunale, e non solo in Francia. Sottolinea anche l'urgenza di una separazione tra banche commerciali e banche d'affari.

Una nazione saccheggiata


WALTER MENDIZZA, NOTIZIE RADICALI

Una nazione saccheggiata

29-09-2011
Dopo la seconda guerra mondiale il nostro Paese si trovò a decidere tra i due sistemi economici dominanti: il liberalismo di stampo americano e il collettivismo di marchio sovietico. I due grandi schieramenti DC e PCI si accordarono, invece, per la c.d. “terza via”, cioè per lo “stato imprenditore” che avrebbe dovuto incoraggiare l’economia del Paese. Alla base dello stato imprenditore c’era l’IRI (Istituto di Ricostruzione Industriale), fondato nel 1933 per iniziativa dell’allora capo del Governo Benito Mussolini. L’IRI era un istituto creato al fine di evitare il rischio di crollo dell’economia il cui scopo era quello di salvare dal fallimento le nostre principali banche: Credito Italiano, Banca Commerciale e Banco di Roma. Nell’intenzione di Mussolini doveva essere un ente transitorio, ma come molte cose provvisorie nel nostro Paese, finì per diventare permanente: lo Stato assunse le partecipazioni delle banche in crisi finanziandole affinché non fallissero e tali partecipazioni furono poi trasferite all'IRI, che diventò così il maggior imprenditore italiano, proprietaria di oltre il 20% dell'intero capitale azionario nazionale. e di fatto il maggiore imprenditore italiano, il suo campo d’azione era vastissimo e comprendeva: acciaierie, autostrade, telecomunicazioni, settore finanziario settore alimentare, trasporti, con aziende come Ansaldo Ilva, Cantieri Riuniti dell'Adriatico, SIP, SME, Terni, Edison, ecc.
Altri enti importanti erano l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), che gestiva le partecipazioni statali nell’industria petrolifera e nella petrolchimica, all’avanguardia nella ricerca, lo sfruttamento e il trasporto degli idrocarburi; l’EFIM (Ente Finanziamento Industria Meccanica) e l’EGAM (Ente Gestione Aziende Minerarie). Al fine di coordinare al meglio lo stato imprenditore, nel 1956 fu istituito il “ministero delle partecipazioni statali”, che si basava sull’idea dell’azienda pubblica come motore di sviluppo economico e strumento di politiche sociali ed occupazionali.
Negli anni ’80 i grandi potentati mondiali decisero che era arrivato il momento di mandare in soffitta la “terza via” italiana. Lo stato imprenditore doveva essere bandito dall’economia lasciando ai “privati” la competizione sui mercati. Ho messo “privati” tra virgolette perché nel prosieguo capiremo meglio di che privati si tratta. Per dare forma a questo piano c’era bisogno di personaggi che si prestassero a quest’opera di demolizione. I primi personaggi che avvallarono questa “privatizzazione” furono Romano Prodi e Carlo De Benedetti. Il primo venne nominato presidente dell’IRI nel 1982, il secondo invece, era (ed è tuttora) il proprietario del gruppo Repubblica/Espresso. En passant, faccio notare che Prodi era anche dirigente della società di consulenze Nomisma, alla quale guarda caso darà incarichi miliardari per portare avanti le privazioni (sic! privatizzazioni) dell’IRI.
La prima cosa che fece fu vendere l’Alfa Romeo alla FIAT. Era una cosa logica e tutti si inchinarono compiaciuti: non aveva senso che lo Stato producesse automobili. Solo che la vendita avvenne a rate per 1.000 miliardi di lire (là dove Ford offriva invece il doppio e in contanti!). Nessuno, allora, si chiese come mai e in base a quale criterio la Nomisma avesse deciso per Fiat. Probabilmente ci sarà stata la solita baggianata di lasciare un marchio prestigioso in mani italiane … un po’ come anni dopo avverrà per gli aiuti alla compagnia di bandiera Alitalia. Un obbrobrio che vide solo i radicali battersi contro tali aiuti di stato.
Nel 1985 Bettino Craxi decise che era giunto il momento di privatizzare la SME che era il comparto agro-alimentare dell’IRI e che presentava da tempo bilanci in deficit e solo nel 1984 raggiunse un bilancio in attivo. Quindi fu incaricato per tale operazione il consiglio di amministrazione dell’IRI. Anche in questo caso, Prodi si accordò con la Buitoni (presieduta da Carlo De Benedetti) svendendo quasi due terzi della SME per soli 393 miliardi nonostante il valore di mercato fosse 8 volte superiore. Anche in questo caso si ripeté lo stesso copione: Prodi non prende in considerazione le offerte maggiori degli altri acquirenti. Probabilmente Craxi su suggerimento del ministro delle partecipazioni statali Clelio Darida, fiutò che qualcosa non andava e non diede l’autorizzazione alla svendita lasciando la SME ancora nell’ambito pubblico, cosicché la combriccola Prodi-De Benedetti, dovette far buon viso a cattivo gioco e non se ne fece più nulla, causa a quanto pare di una offerta anonima superiore del 10% rispetto a quella di De Benedetti.
De Benedetti si sentì discriminato e volle far valere l’accordo firmato con Prodi come se fosse stato un vero e proprio contratto portando l'IRI in tribunale. La sentenza di primo grado, diede torto alla Buitoni e fece erompere alle cronache il celebre Processo SME, che vide imputati Silvio Berlusconi e altri per corruzione di giudici. Berlusconi fu definitivamente assolto dall'accusa di corruzione in atti giudiziari per i 434 mila dollari che da un conto Fininvest finirono al giudice Renato Squillante attraverso Cesare Previti. Per questo capo d'accusa l'assoluzione per non aver commesso il fatto era già arrivata in appello, mentre in primo grado era stato prosciolto per prescrizione grazie alla concessione delle attenuanti generiche. La sentenza di primo grado venne poi confermata sia in appello sia in cassazione. Nel 1988 un nuovo intervento del CIPI (Comitato interministeriale per la Politica Industriale) tornò invece a considerare “strategico” il mantenimento del gruppo. Finalmente la SME fu poi venduta tra il 1993 e il 1996, in piena stagione di “mani pulite”.
Rivedendo questo “film” con gli occhi della storia, viene il sospetto che tutta la stagione di “mani pulite” sia stata organizzata ad hoc per permettere di spartirsi una torta di 50 miliardi di euro. Sia la DC sia il Partito Socialista erano impregnati di statalismo e dunque inseriti nella concezione delle partecipazioni statali, perciò non avevano scrupoli ad offrire prebende ed elargizioni di Stato per comprare il consenso dei cittadini. Questa mentalità non andava bene al neocapitalismo emergente ed ecco che puntuale arriva l’evento che fa saltare il banco: l’arresto di Mario Chiesa il 17 febbraio del 1992. Questo episodio dà l’abbrivio alla stagione di mani pulite, da lì a poco crolleranno DC e PSI, e inizierà la lunga manovra delle privatizzazioni con l’aiuto dei “governi tecnici” (capitanati da pirati predoni come Ciampi, Dini, Amato, Draghi, Andreatta …).
Il 2 giugno 1992, a poco più di tre mesi dall’arresto di Mario Chiesa, sul panfilo “Britannia” della Regina Elisabetta, ci fu un incontro riservato per discutere delle “privatizzazioni” tra top manager italiani e britannici. Erano presenti i presidenti di ENI, INA, AGIP, SNAM, ALENIA e Banco Ambrosiano, l’ex ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e al direttore generale del Tesoro “Mario Draghi”. Come abbiamo visto, l’Italia del ’92 non era ancora pronta a privatizzare alcunché, tanto, che l’allora consigliere di Confindustria Mario Baldassarri sentenziò: ”Per privatizzare servono 4 condizioni: una forte volontà politica; un contesto sociale favorevole; un quadro legislativo chiaro; un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni. Da noi oggi non se ne verifica nemmeno una”. Tuttavia a dispetto del pensiero di Baldassarri, molti dei nostri manager pubblici, incluso Draghi, erano già proiettati verso il nuovo indirizzo economico, e la loro volontà veniva incontro agli interessi degli “amici” britannici, che avevano fretta per spartirsi una bella torta dal valore di circa 100 mila miliardi di lire, cioè 50 miliardi di euro.
Mani pulite fu dunque la stagione che creò le condizioni per distruggere l’economia con privatizzazioni insensate e a bassissimo costo e soprattutto permise in pochissimo tempo di creare quelle 4 condizioni enunciate da Baldassarri: la volontà politica che a causa Tangentopoli fece arrivare i tecnocrati Ciampi, Dini & Co. Il contesto sociale favorevole grazie all’indignazione contro la classe politica “corrotta”. Il quadro legislativo che cominciò ad essere chiaro dal 1993, con l’ accordo Andreatta/Van Miert (che regolava la ricapitalizzazione del settore siderurgico a patto che lo si privatizzasse) e con il “decreto Amato” che trasformarono l’IRI, l’ENI, l’ENEL e l’INA in società per azioni. E infine la creazione di un ufficio centrale di governo che coordinasse le privatizzazioni: fu istituito il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, presieduto dal tecnocrate Draghi, fu l’ufficio che coordinò le privatizzazioni.
Nel 1994 ci furono le prime elezioni post Tangentopoli, e al governo ci andò il centrodestra guidato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In questo governo c’era Alleanza Nazionale che aveva posizioni fortemente contrarie alle privatizzazioni. Non c’è da sorprendersi se questo governo durò pochi mesi. Bisognava finire il lavoro appena iniziato, perciò ci fu un nuovo governo dove alla presidenza del consiglio venne messo Dini, un “tecnico” favorevole allo spezzatino delle nostre industrie. Dini subito iniziò la prima fase di privatizzazione dell’ENI dismettendo circa il 15% dell’intero pacchetto azionario. Nel 1996, a vincere le elezioni è il centrosinistra guidato da Romano Prodi, che cedette un altro 16% delle quote ENI ed inoltre privatizzò la Dalmine e la Italimpianti appartenenti al gruppo IRI. Nel 1997 Prodi ritorna a “trattare” col suo vecchio amico l’Ingegner Carlo De Benedetti al quale cedette in “regalo” Infostrada (la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato) per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate. De Benedetti la vendette subito per 14 mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman”. Sempre quell’anno Prodi mise sul mercato “Telecom”, con le azioni che furono vendute ad un prezzo ancora di regalo dato che appena un anno dopo le stesse azioni varranno sul mercato 5 volte di più.
Dopo la caduta del governo Prodi nell’ottobre 1998, entra in scena un altro post-comunista convertito alla causa liberista delle privatizzazioni: Massimo D’Alema. D’Alema diventa presidente del consiglio e immediatamente privatizza la BNL, con la consulenza della banca d’affari americana JP Morgan. Nel 1999, dopo il “decreto Bersani” che liberalizzava il settore dell’energia, venne privatizzata l’ENEL e sempre quell’anno venne ceduta la società Autostrade alla famiglia Benetton. Siamo arrivati ormai alle ultime fasi di privatizzazione riguardante quel poco che era rimasto dell’ENI. Infine, per ultimo fu regalato il gruppo Sasa (assicurazioni) alla SAI di Ligresti, la cui incapacità di gestione varie volte denunciata ha fatto collezionare al gruppo una quantità sorprendente di multe da parte dell’Isvap.
Sasa Vita in quel momento era leader di una innovazione di mercato dato che aveva introdotto per la prima volta in Italia l’assicurazione Long Term Care; ma al golem mangiasoldi SAI non interessavano nulla gli aspetti assicurativi e mandò tutto a ramengo. Come pescecani che fiutano il sangue, avevano intuito che la Cofiri (la finanziaria dell’IRI, azionista di riferimento di Sasa) aveva una furia maledetta di chiudere con le dismissioni, e come si sa, la furia è cattiva consigliera. Cofiri si fece abbindolare dall’indignazione farlocca dei consumati furbetti che avevano trovato alcune riserve sinistri leggermente sottostimate. La Cofiri non capiva niente di assicurazioni e finì per rimetterci una barca di quattrini a copertura di quelle riserve, a patto di fare in fretta e furia. Tutta quella iniezione di liquidità non servì a nulla se non a rimpinzare gli affamati azionisti di quella che possiamo definire una delle peggiori compagnie del nostro Paese. Infatti attraverso il gioco delle riserve riuscirono a costituirsi un tesoretto che poi fecero emergere sotto forma di utili da dare in pasto ai famelici azionisti.
E’ notizia di questi giorni che il rating di FonSai e Milano Assicurazioni, sono stati rivisti a negativo (BBB-) da parte di Standard&Poor’s. Certamente non occorreva aspettare la S&P, bastava semplicemente seguire il becero atteggiamento villano e incivile di alcuni loro dirigenti incapaci. Con la vendita del gruppo Sasa la fase delle privatizzazioni si chiuse con la dismissione e la liquidazione dell’IRI. Così, in meno di 10 anni, l’intero sistema economico del nostro Paese venne distrutto e grazie al massacro di queste svendite l’Italia si è giocata il 36% del suo PIL.
Che dire? Certo non ero presente alla svendita de nostri colossi Enel, Eni, BNL, SME, ecc. Però ho assistito personalmente alla liquidazione in ribasso del gruppo Sasa, ed è stato deprimente. Una fretta ingiustificata per buttare la compagnia nelle braccia del peggior compratore. Mah! Qualche giorno fa 11 ex dirigenti della Pirelli sono stati rinviati a giudizio con le accuse di omicidio colposo aggravato e lesioni colpose gravi in relazione a 24 casi di operai morti di mesotelioma o che si sono ammalati di forme tumorali per l'esposizione all'amianto. Lo stesso numero di morti, 24, furono quelli del disastro aereo dell’ATR del 12 novembre del 1999, nel Kosovo. L’aereo s’innalzò in volo senza copertura assicurativa. La compagnia di assicurazioni era la Sasa che in quel momento stava convogliando a nozze con SAI. Da notare che qualche mese prima aveva cacciato a malo modo il suo a.d. paracadutando uno pseudo-tecnocrate che doveva svenderla. Un brutto inizio per la c.d. nuova gestione: Sasa aveva l’obbligo di informare l’Enac, ché, se l’avesse fatto, l’Ente per l’aviazione civile non avrebbe mai lasciato che l’aereo decollasse, e così si sarebbero salvate 24 vite umane. Il paracadutato per evitare lo scandalo, diede l’ordine di pagare tutti i famigliari delle vittime nonché il valore dell’aeromobile. Certo, così facendo qualcuno doveva rimanere fregato ma siccome si era nel momento della vendita si decise per la via più facile: buggerare i riassicuratori internazionali. Pessima e sconsolante immagine del nostro Paese. Ci vorrebbe anche qui un giudice per le indagini preliminari come quello che ha appena rinviato a giudizio gli ex dirigenti della Pirelli.

sabato 17 dicembre 2011

CACCIARE MONTI?


CACCIARE MONTI?
Tagli e tasse sono o non sono uno strumento di tipo idoneo a risolvere la situazione italiana, rilanciando l’economia e riducendo il debito pubblico? I mercati di cui dobbiamo curarci sono soltanto quelli finanziari, o anche quelli della produzione, del lavoro e del consumo, ossia della ricchezza reale?
Tagli e tasse di Monti (e dei suoi predecessori) considerano solo i mercati finanziari, non quelli dell’economia reale. Infatti, aiutano a far quadrare i conti nell’anno riducono il deficit di bilancio, ma riducono automaticamente anche il pil, quindi il gettito fiscale, negli anni successivi (la manovra Monti lo riduce dell’1,5% nel 2012), generando così il bisogno di aumento della pressione fiscale per compensare che rimangia il valore della manovra, lasciando un peggioramento netto. Inoltre, il loro effetto depressivo sul morale e sulla propensione a consumi e investimenti, aggrava la crisi dell’economia reale e stabilizza il trend discendente. Si chiama avvitamento fiscale, ed è una spirale maligna, una spirale recessiva senza via d’uscita. La Grecia ha imboccato tale via con le manovre di risanamento imposte dalla BCE e dall’UE.
I mercati sanno queste cose, prevedono che tali manovre peggioreranno la situazione, quindi sale lo spread e scende la borsa. Intanto, i capitali fuggono all’estero e i dati sul pil vanno così male che se ne sospende l’aggiornamento e la divulgazione. E le aziende chiudono in massa a fine anno.
Monti stesso conosce benissimo questi meccanismi, tanto è vero che, come gli ricordano Giavazzi e Alesina, fino a prima di divenire senatore a vita e premier, raccomandava di evitare simili manovre, cioè esattamente quelle che sta eseguendo ora come premier. 
Paesi che hanno adottato politiche di risparmio fiscale attraverso tagli massicci della spesa pubblica, come l’Italia  fa da molti anni, non solo non hanno migliorato la loro situazione debitoria, ma si sono ritrovati, nel medio termine, con una spesa pubblica maggiore e un crescente indebitamento, a causa degli effetti di tale policy su istruzione, salute, manutenzione, infrastrutture, ordine pubblico, economia reale, morale generale, fisiologia complessiva del sistema-paese.
Allora la domanda diventa: perché e per chi Monti fa cose che sa nocive all’Italia? Perché Napolitano lo ha nominato? Quale dottor Morte glielo ha prescritto come rimedio?
Alla Camera, l’on.le Dal Lago, della Lega Nord, non isolata, l’ha accusato di operare per conto della grande finanza internazionale, colpevole e beneficiaria dell’attuale crisi, nonché Germania. In effetti, Monti, anche con la decisione che lo Stato italiano garantisca i debiti delle banche italiane, sta spremendo questo paese per fargli pagare interessi e debiti vero lo straniero. Interessi e debiti molto discutibili.
In effetti, la priorità della politica di questo governo appare essere quella di rimborsare le banche tedesche e francesi detentrici di debito pubblico italiano. Poi, spremuto lo spremibile, la sua missione sarà compiuta, ovviamente non dovrà curarsi di essere rieletto dagli Italiani, che allora non conteranno più nulla, perché li avrà tanto impoveriti, che questi dovranno cedere tutto ciò che rimarrà loro, anche in termini di diritti, al capitale straniero, in cambio di un filo di credito e di aiuti.
Il recente audit della Fed ha svelato che essa ha emesso liquidità per 16.000 miliardi di Dollari negli ultimi 4 anni prestandoli praticamente senza interesse e senza scadenza a grandi banche speculative, che li usano per comperare i btp italiani (e di altri paesi) e lucrano a costo zero il 6-7% l’anno – ossia noi regaliamo loro il decine e decine di miliardi l’anno. Non è da stupirsi, se un governo bancario agisce in modo di far continuare questo trasferimento di ricchezza, cioè in modo che l’Italia, torchiando i propri cittadini e sbriciolando, svendendo e privatizzando le proprie imprese, onori i propri debiti verso quella finanza internazionale del Bilderberg e della Trilateral, da cui lo stesso Monti viene.
Precisamente, è in corso un processo guidato dalla Fed in cui i grandi banchieri che fanno capo ad essa stanno comprando il mondo attraverso il loro potere di emettere Dollari a migliaia e migliaia di miliardi, in segreto e a costo zero, mentre greci e italiani e altri popoli vengono sottoposti a privazioni, tassazioni e immiserimento per fare manovre di qualche decina di miliardi di Euro, perché Berlino si oppone a che la BCE si comporti da banca centrale di emissione, come la Fed, emettendo Euro come quella emette Dollari – cosa possibile, perché Dollari ed Euro sono fiat money,  e perché USA ed Europa sono pieni di fattori di produzione inoperosi soltanto perché vi è carenza di liquidità.
Questo è l’assurdo: le banche centrali hanno la possibilità di emettere denaro a costo zero, e la esercitano massicciamente, per molte migliaia di miliardi, ma per darli gratis alle grandi banche affinché facciano speculazioni e crisi sempre più gravi. Crisi, ci insegnano, significa però anche anche opportunità – per chi le scatena, ovviamente. Alla gente invece si dice che il denaro scarseggia, che bisogna stringere i cordoni per evitare l’inflazione, che bisogna fare tagli, pagare più tasse, rinunciare allo stato sociale, andare in pensione verso i 70 anni.
La manovra di risanamento, in tale situazione, sarebbe presto fatta: la BCE emetta denaro vincolato a finanziare le attività produttive e di infrastrutturazione, cioè ad attivare i fattori di produzione (lavoratori inclusi), onde rilanciare la produzione, i consumi e il pil, quindi anche il gettito fiscale. Sacrifici, tagli e tasse, non solo sono inefficaci, ma sono controproducenti, sono l’opposto di ciò che gioverebbe, e bisogna essere in mala fede per insistere su di essi. Certo, bisognerebbe, anche, tagliare la spesa improduttiva, parassitaria. E separare l’attività bancaria di credito da quella speculativa. Ma anche su questo i banchieri e i loro governi non ci sentono.
Il governo Monti, dopo la sua presentazione come il governo delle genialità e dell’indipendenza, non ha solo deluso per la pochezza culturale e la distruttività delle sue manovre. Ha anche rivelato, in pochi giorni, di essere retto, in parlamento e fuori di esso, dalla combinazione del peggio, ossia, da una parte, dalla tutela della casta, della partitocrazia, dei privilegi, delle spese parassitarie e clientelari, degli interessi stranieri ed elitari, a danno del popolo italiano. E, dall’altra parte, dalla pratica di spaventare la gente e mantenerla nell’angoscia. Perché non c’era problema quando il debito pubblico era al 115% del pil, e lo spread al 3, mentre al 120%, e 5 di spread, improvvisamente, siamo sul baratro e dobbiamo farci governare dall’eletto della finanza? Ma, come dice lo stesso Monti, abbiamo bisogno delle crisi per rendere i popoli malleabili:http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=1b190309063811a  
E che dire di qualche suo ministro, scelto tra chi ha fatto perdere gran parte del capitale a qualche grande banca che dirigeva, ed è stato liquidato da questa a peso d’oro? Quando una banca perde moltissimo in acquisizioni di altre banche (pagandole a un multiplo del loro vero valore) o in erogazione di crediti (finanziando soggetti che si sa incapaci di rimborsarli), c’è sempre qualcuno che guadagna altrettanto.
Se c’è una cosa chiara, oramai, è che il popolo italiano non si salverà se non insorgerà e non caccerà Monti e il suo governo commissariale di banchieri-liquidatori. Ma non basterà cacciare il governo Monti: bisognerà pensionare anche chi lo ha voluto, nominato e glorificato, ossia Napolitano, il quale da giovane, aderendo al comunismo a guida sovietica, aspirava ad aprire le porte dell’Italia alla dittatura comunista, e ora, da vecchio, ha avuto l’onore di aprirle alla provvidenza finanziaria.
E non basterà: ancora più importante è liberarsi dei parlamentari e dei partiti politici che hanno dato la fiducia a Monti in parlamento: una classe politica che oramai la gente sa avere, nel suo complesso, un’unica competenza: quella del farsi i razzi suoi a spese della società – una classe politica che non può rappresentare né gestire la cosa pubblica, e va eliminata come condizione per potersi aver un’amministrazione funzionale.
Ma anche questo non è sufficiente: se pensiamo a tutto l’insieme di manovre che hanno messo il Monti al potere, al gioco dei ruoli della Commissione Europea, della BCE, della Merkel, alle agenzie di rating – e se pensiamo a come a Papandreou è stato impedito di indire il referendum, a come lo si è sostituito col governo Goldman-Sachs di Papademos (dopo che la stessa Goldman Sachs aveva aiutato, nel proprio interesse, il governo greco a taroccare i propri bilanci, producendo così l’attuale disastrosa crisi) – se pensiamo a tutto ciò, è chiaro che non ne possiamo saltar fuori nemmeno una rivoluzione di tipo francese.
Dovremmo esser capaci di uscire dell’Euro, che non è una moneta unica ma un insieme di cambi fissi come il defunto SME, senza una banca centrale che protegga i vari debiti pubblici dalla predazione speculatrice. Dovremmo uscire dall’Unione Europea, che non è l’Europa, ma uno strumento nelle mani dei forti per spremere i deboli e impedire che facciano concorrenza. Dovremmo uscire dal WTO, che ci deindustrializza inondandoci di merci scadenti. Dovremmo fare come gli islandesi, ripudiare i debiti verso le banche estere, dotarci di una banca centrale di emissione nazionale, e – prevedendo le ritorsioni del sistema finanziario globalista – renderci indipendenti non solo finanziariamente, ma anche in quanto alle materie prime, e soprattutto al petrolio. Dovremmo metterci contro quasi tutto il mondo e renderci autarchici. E tutto ciò sotto il fuoco dei potentati finanziari che andremmo a sfidare.
L’impresa è dunque impossibile, improponibile. L’architettura globale dei poteri reali è troppo vasta, alta e potente, anche militarmente. Una rivoluzione popolare in Italia o in Grecia non basterebbe perché non libererebbe dagli strumenti di dominio finanziario, che sono al di sopra dei confini e dei singoli popoli. La rivoluzione dovrebbe essere mondiale, per riuscire. Quindi è una via impossibile.  L’unica via razionale è vivere la propria vita al meglio e per quanto possibile, sperando che questo “nuovo ordine mondiale” crolli per vizi interni, come sono falliti i precedenti tentativi storici di creare nuovi mondi e nuovi uomini, ossia per l’incapacità di comprendere e governare la complessità sia dell’essere umano che del sistema-mondo. Sperare che crolli, e che allora si possa iniziare una nuova partita.
16.12.11
Marco Della Luna

Il Veneto degli imprenditori suicidi


Il Veneto degli imprenditori suicidi
di Beppe Grillo - 16/12/2011

Fonte: Il Blog di Beppe Grillo

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Forse un veneto, più di altri italiani, non accetta l'idea del fallimento. La sua cultura non lo prevede. Lo considera una vergogna. La chiusura di un'azienda è un evento che NON può succedere. Non è contemplato. I suoi dipendenti sono spesso persone con cui lavora insieme ogni giorno in ufficio o in fabbrica. Il Veneto è la patria delle piccole e piccolissime imprese, dei distretti industriali. Guardare negli occhi i propri colleghi mentre sono licenziati è intollerabile. Per la famiglia vale ancora di più. I figli che finiranno con lui in mezzo a una strada sono gli stessi che gli corrono incontro la sera prima di cena con la speranza di un piccolo regalo. Questo è vero anche altrove, ma in Veneto lo è di più. Il fallimento è una cappa di piombo, che ti isola, che ti porta al suicidio. Il mito dell'imprenditore che non deve chiedere nulla a nessuno, di un piccolo sogno americano, qui è più forte che altrove.
La lunga linea d'ombra degli imprenditori suicidi, 40 dall'inizio della crisi, è qualcosa di profondo, che non può essere spiegato in modo razionale. Perché questa strage silenziosa? Nell'ultima settimana altri due piccoli imprenditori si sono uccisi. Uno di loro si chiamava Giovanni Schiavon. Era titolare della Eurostrade 90 Snc a Peraga di Vigonza, in provincia di Padova. Aveva due figli. Si è seduto alla scrivania del suo ufficio e si è ucciso. Per Natale avrebbe dovuto mettere in cassa integrazione i suoi dipendenti, forse non sarebbe riuscito neppure a pagare stipendi e tredicesime. I clienti ritardavano i pagamenti, le banche avrebbero chiesto di rientrare dalle linee di finanziamento e secondo fonti locali "vantava crediti per oltre 200mila euro verso la pubblica amministrazione.“ Per la moglie il gesto è dovuto al "Sistema in cui nessuno paga". Una situazione da manuale. Il piccolo imprenditore onesto in Italia è un eroe. Lo Stato lo premia con le tasse più alte d'Europa, da incassare in anticipo. Per i rimborsi, invece, c'è sempre tempo. Ed è quasi impossibile riscuotere le fatture non pagate.
Il Veneto ha un male oscuro, tremendo, se costringe chi ha investito in questo Paese la sua vita e le sue risorse a impiccarsi in un garage o a spararsi nell'azienda vuota un sabato mattina. I pensionati sono importanti e anche i dipendenti pubblici, ma senza le imprese finiranno tutti in mezzo a una strada. Chi si occupa delle piccole imprese? Sono mucche da mungere. Nel Veneto hanno la massima concentrazione. I movimenti indipendentisti veneti stanno aumentando. Non sono cani da lecca come la Lega. Il Veneto non si farà suicidare in silenzio.

Il mistero degli immobili ex Bankitalia

Nel maggio 2010, Mario Draghi, allora governatore della Banca d'Italia, indisse una regolare gara europea per affidare la dismissione di parte del patrimonio immobiliare. Una pratica che, sia detto per inciso, non avviene quando invece ogni venti anni la stessa Banca d'Italia ottiene il rinnovo automatico del mandato ad esercitare la funzione di Tesoreria dello Stato, senza alcuna gara né italiana né europea.
Ho quindi provveduto ad informare sia la ditta che ha vinto la gara come intermediaria, Colliers e Exitone, sia Mario Monti come ministro dell'economia, del fatto che l'incasso derivante dalla dismissione degli immobili dovrebbe essere ritornato alla comunità. Ho anche informato il sindaco effettivo revisore dei conti dell'INPS, Antonino Galloni, poiché l'INPS partecipa a Bankitalia per il 5% e quindi avrebbe titolo a reclamare 15,8 milioni di euro dall'esito della vendita, una cifra comunque interessante proprio mentre si tagliano le pensioni...

Chissà che lassù qualcuno ci ascolti ?

Vi pubblico qui la missiva:


ALIENAZIONE IMMOBILI EX BANKITALIA
Data: 17/12/11 17:55

A: Colliers e Exitone
p.c. Al ministro dell'Economia e dellle Finanze Mario Monti, all'Avv. A.L. Marra

Egregi,

a seguito del bando del maggio 2010 indetto dalla Banca d'Italia sulla vendita delle sue ex sedi, a voi aggiudicato (1), vorrei sapere se è stato disposto che i proventi derivanti dalle alienazioni dei detti immobili - inizialmente stimati in 316 milioni di euro - siano affidati al Ministero dell'Economia e delle Finanze opure se se ne intende disporre altrimenti.
Vi notifico ed ammonisco che tali proprietà immobiliari rappresentano il riciclaggio dei proventi da signoraggio della Banca d'Italia stessa e che, al pari delle riserve auree (2), sono di pertinenza delle finanze pubbliche.

Grazie per una sollecita risposta.

Marco Saba
Blogger di Signoraggio.it

Allegato 1:
GIOVEDI' 18 NOVEMBRE 2010
Bankitalia: Colliers e Exitone venderanno il Bagaglino ed ex filiali
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 18 nov - Nei mesi scorsi la Banca d'Italia aveva avviato una procedura per dismettere una parte consistente del proprio patrimonio immobiliare ormai non piu' necessario dopo una serie di chiusure delle sedi di alcune province e altri immobili. Nel portafoglio sono cosi' finite 39 ex filiali sparse in tutta Italia e alcuni complessi di pregio come il Salone Margherita, sede storica del Bagaglino. Il teatro romano, 2.500 mq totali, torna dunque in vendita dopo il tentativo andato a vuoto qualche anno fa quando palazzo Koch aveva indetto un'asta a un prezzo base di 15 milioni di euro. Ora saranno due esperti del settore immobiliare, Colliers e Exitone, a cercare di trovare un acquirente per questo pezzo di storia del varieta' nato nel 1898 come Salone Margherita, in omaggio alla regina di allora e che dal 1972 intreccia il suo percorso con il gruppo del Bagaglino. Il bando indetto nei mesi scorsi da Bankitalia prevedeva un contratto di tre anni, prorogabile di altri due, con un valore di 6,5 milioni, pari al 2% del valore di bilancio degli asset. Palazzo Koch prevedeva anche di riconoscere un premio percentuale incentivante (cosiddetto success fee) in base ai metri quadri di immobili alienati. Il premio massimo, secondo il bando originario, scatta nel caso in cui vengono realizzate vendite nell'arco di tempo previsto, per oltre 235mila metri quadri. Mau-Y- (RADIOCOR) 18-11-10 12:26:38 (0180)IMM 3 NNNN

Allegato 2:
Nell'ottobre del 2005 l'attuale rettore della Bocconi, Prof. Guido Tabellini, affermava che:

"...il patrimonio e le riserve della Banca  d'Italia sono il frutto del Signoraggio pagato nel corso degli anni dai cittadini italiani e riscosso dalle autorità monetarie con la creazione di moneta. Appartengono alla collettività, non sono di proprietà delle banche".
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Ricevuta di ritorno da Exitone: Il messaggio è stato letto in data sabato 17 dicembre 2011 18.20.03 UTC.