giovedì 2 maggio 2013

Polonia: euro? "No, grazie"


Aderire all'euro? "No, grazie"


Polonia spaccata a metà: da un lato i politici, che fanno notare come il rischio di una rottura dell'Eurozona sia sceso in modo notevole. Dall'altro i cittadini, con i numeri dei sondaggi che parlano chiaro.
Una immagine di Krakovia: polacchi sempre più scettici verso l'adozione dell'euro.
Una immagine di Krakovia: polacchi sempre più scettici verso l'adozione dell'euro.
ROMA (WSI) - La crisi dei debiti sovrani sembra aver superato il peggio, e ora le autorità europee sembrano anche propense ad alleggerire il diktat dell'austerità a tutti i costi, a dispetto della Germania. Ma se prima entrare nel circolo dell'euro era un obiettivo ambito, ora diversi cittadini europei non ne vogliono sentir proprio parlare.

E' il caso dei polacchi. Un sondaggio messo a punto di recente dalla società CBOS, nella settimana tra il 30 gennaio e il 6 febbraio, ha messo in evidenza quanto i cittadini della Polonia siano scettici sul piano di entrare a far parte dell'euro. Ben il 64% è contrario, il 29% è favorevole, il 7% è indeciso.

Il primo ministro Jacek Rostowski mette però in chiaro che "i pericoli di una rottura dell'Eurozona sono diminuiti in modo notevole, e che ciò da il via libera a discussioni su quando tornare a riparlare della possibilità di aderire all'euro".

Il premier aggiunge: "stiamo valutando i cambiamenti che dovremmo fare, e stiamo guardando a come convinvere i cittadini che la Polonia è preparata in modo sufficiente a beneficiare dall'adesione". Concludendo: "la Polonia è un paese estremamente pro-europeo, ma al momento non molto. La gente sta osservando i problemi che attanagliano l'Eurozona".

E Stefan Kawalec, economista ed ex vice ministro delle finanze avverte. "Prima della crisi, ritenevo fosse naturale entrare nell'euro. Ma (ora) i costi da sostenere per abbandonare la nostra propria politica monetaria e la nostra valuta sono immensamente più alti di quanto pensassimo".

IL CAPITALESIMO: il nuovo feudalesimo che divora le sovranità

mercoledì 1 maggio 2013

Il dottorando che ha "smascherato le teorie dell'austerity"

Il ragazzo che ha smentito Harvard salvando il mondo dall'austerità

Scoprendo errori banali, uno studente ha confutato le teorie su rigore e crescita degli economisti Reinhart e Rogoff Thomas Herndon ha demolito il dogma su cui Germania e Ue hanno basato le loro politiche. Diventando una star

 FEDERICO RAMPINI, Repubblica
NEW YORK. A 28 anni è una celebrità mondiale, la sua università ha dovuto creargli un ufficio stampa ad hoc per filtrare le troppe domande d'interviste. Il dottorando che ha "smascherato le teorie dell'austerity" ora passa le sue giornate a parlare con il New York Times, il Wall Street Journal e la Bbc.

È apparso come star nel popolare talkshow di satira politica The Colbert Report. Se l'è meritata davvero questa fama Thomas Herndon, che prepara la sua tesi di Ph. D. alla University of Massachussetts di Amherst.
Il premio Nobel dell'economia Paul Krugman gli dà atto di avere "confutato lo studio accademico più autorevole degli ultimi anni". Scoprendovi degli errori banali, imbarazzanti per gli autori. Le vittime di Herndon sono due tra gli economisti più stimati del mondo: Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff.

 Loro due insegnano in una super-università, Harvard, ben più prestigiosa di quella dove studia il 28enne dottorando che li ha messi al tappeto. Rogoff, che è stato economista anche al Fondo monetario internazionale e alla Federal Reserve, insieme con la sua collega Reinhart pubblicò "Growth in a Time of Debt", una ricerca conclusa proprio quando stava scoppiando la crisi della Grecia.

In quel testo vi era la "prova scientifica", secondo gli autori, che se il debito pubblico di una nazione raggiunge la soglia del 90% del Pil, diventa un ostacolo insuperabile alla crescita. Quella cifra "magica" venne adottata come un dogma, istantaneamente ripresa da organizzazioni internazionali e governi: da Angela Merkel alla Commissione europea, fino al partito repubblicano
negli Stati Uniti. Lo stesso Krugman ricorda che "ebbe un ruolo cruciale nella svolta delle politiche economiche, con l'abbandono delle manovre anti- recessive sostituite prontamente con politiche di austerity".

La tesi di Krugman è che c'erano già poderose correnti ideologiche in azione per interrompere le manovre anti-recessive, e tuttavia quello studio divenne un regalo insperato, una pietra miliare, il fondamento teorico per l'austerity. Herndon, che si definisce "né conservatore né progressista", non è stato mosso da un'agenda politica. "Non ero partito  -  racconta  -  con l'intenzione di demolire lo studio di Reinhart-Rogoff, davvero non ero a caccia di errori.

I miei professori di Amherst mi avevano assegnato un compito molto comune: prendi una ricerca fatta da altri economisti, e prova a dimostrare che sei capace di replicarne il risultato". È così, esercitandosi a rifare lo stesso percorso di Reinhart-Rogoff, che il 28enne si è imbattuto nella sua scoperta. "Provavo e riprovavo a fare i loro stessi calcoli, ma i risultati non erano quelli. I conti non tornavano ". Per vederci chiaro lui si rivolse agli stessi autori. Che reagirono con grande fair-play e trasparenza.

Forse sottovalutando il pericolo? Di certo non snobbarono il giovane dottorando di una università meno prestigiosa. "Su mia richiesta  -  racconta lui  -  mi hanno messo a disposizione tutte le loro fonti originarie da cui avevano attinto i dati sulla crescita. Mi hanno dato accesso anche alle varie versioni dei loro calcoli". Mal gliene incolse. Perché il preciso e scrupoloso Herndon scoprì l'errore. Anzi due categorie di errori, grossolani e dalle conseguenze disastrose.

La coppia di grandi economisti aveva banalmente commesso una svista di "allineamento" nelle colonne delle cifre da addizionare usando il software Excel della Microsoft. Sicché alcuni calcoli erano sbagliati. In più  -  questo forse è lo sbaglio più imperdonabile  -  Reinhart-Rogoff avevano omesso di includere tra le nazioni esaminate ben tre casi (Canada, Australia, Nuova Zelanda) in cui la crescita economica non è stata affatto penalizzata da un elevato debito pubblico.

La rivelazione di Herndon ha avuto un impatto enorme. I due imputati, Reinhart-Rogoff, hanno dovuto ammettere l'errore. Lo hanno fatto con una imbarazzata column sul New York Times, cercando al tempo stesso di prendere le distanze dalle politiche di austerity applicate usando la loro ricerca. E come rivela il Wall Street Journal, "all'ultima riunione del G20 è stato depennato dal comunicato finale ogni riferimento al rapporto debito/Pil, per effetto di questa scoperta".

L'anchorman satirico Stephen Colbert conclude: "E ora chi glielo dice agli europei? Sono così contenti dell'austerity, che ogni tanto per festeggiarla scendono in piazza e accendono dei fuochi...". La lezione di umiltà vale anche per gli avversari del rigore. I grandi nomi del pensiero neokeynesiano, da Krugman a Joseph Stiglitz, non avevano mai accettato il dogma di Reinhart-Rogoff. Ma le loro contestazioni volavano alto, troppo alto. Nessuno si era imbarcato nella fatica di fare il lavoro "operaio" del 28enne Herndon: prendersi tutti i numeri, uno per uno, e rifare le addizioni.
(29 aprile 2013)


martedì 30 aprile 2013

Di Battista e Ruocco a Ballarò: "Dite il falso"

Public Banking as an Answer to Artificial Scarcity


Artificial Scarcity and Public Banking

PBI Newsletter, April 2013

http://us5.campaign-archive1.com/?u=2d0710975e6d9e441e255e659&id=d74ca356ea&e=361a3f38fc


Guest Editor's Column:  Public Banking as an Answer to Artificial Scarcity

We are often told, and we tend to internalize, the idea that scarcity is a natural condition of humankind, and the planet. While it is true that natural resources are finite, the specter of scarcity has recently been extended, in many nations’ grand narratives, to include finance. We are told there’s no money for public schools, public safety, and public transportation. We are told that everyone needs to tighten their belts, practice “shared sacrifice,” and give up our “entitlements.”

Nino Galloni: "Come ci hanno desovranizzati"




Claudio Messora intervista Nino Galloni, economista ed ex direttore del Ministero del Lavoro. Un'altra imperdibile intervista in crowdfunding. Un viaggio nella storia d'Italia che passa per Enrico Mattei e Aldo Moro, lungo un progetto di deindustrializzazione che ha portato il nostro Paese da settima potenza mondiale a membro dei Pigs.

Il potere della conoscenza - Michel Serres

Euro: com'e' successo che siamo in guerra


MA QUALE FIDUCIA, QUESTO E' ALTO TRADIMENTO, SCOPRI PERCHE'

DI: FELICE CAPRETTA - ORA ABBIAMO UN GOVERNO FANTOCCIO E COLLABORAZIONISTA CHE VA ROVESCIATO

MA QUALE FIDUCIA, QUESTO E' ALTO TRADIMENTO, SCOPRI PERCHE'
Siamo in guerra. Il nemico ha quasi distrutto il paese.  E la cosa peggiore è che siamo stati pure occupati ed ora abbiamo un governo fantoccio che fa gli interessi del nemico.

Paghiamo le tasse all'entità occupante e manteniamo la sua burocrazia collaborazionista e corrotta.

Le nostre truppe continuano a combattere sul campo una guerriglia di resistenza ma i caduti si contano a decine di migliaia ogni mese.

E' un'emergenza, e bisogna agire.
Non c'e' da stupirsi che a qualcuno giri il boccino e apra il fuoco a Montecitorio.

Ma andiamo per ordine (continua...)

La guerra è economica. L'occupazione è monetaria.