domenica 21 agosto 2011

Manovra economica, debito pubblico, sovranità monetaria e funzione del denaroPDFStampaE-mail
venerdì 19 agosto 2011

manovra economica .. funzione del denaro.jpgdi MAURIZIO MOTTOLA, AGENZIA RADICALE

Dal 14 agosto 2011 è in vigore il decreto legge 13 agosto 2011 n. 138, decreto anticrisi Ulteriori disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo,varato dal Consiglio dei Ministri per arrivare al pareggio di bilancio nei prossimi anni. Bene esprime il nodo irrisolto della responsabilità della politica ovvero quello di una politica responsabile, che sappia affrontare temi strutturali ed avviarli a possibili soluzioni.

La classe politica vuole continuare ad ignorare che non c'è interesse da parte del sistema bancario all'estinzione del debito pubblico, se l'ulteriore indebitamento, dovuto agli interessi, è fonte per loro di facile guadagno, che tra l'altro non viene praticamente tassato grazie alle regole contabili di comodo create dal sistema bancario.

Eppure una semplice modificazione di queste regole contabili, una tassazione intorno al 7% del "signoraggio" (un profitto enorme dato in nome della delega ad emettere denaro!) consentirebbe alla società civile di raggiungere un equilibrio economico, che conferirebbe a sua volta a tutti i cittadini un certo grado di tranquillità e di benessere, in quanto porterebbe sufficienti risorse alla finanza pubblica ed anche il rilancio dell'economia e degli investimenti (a discapito dei perversi giochi finanziari), evitando i tagli delle spese sociali ed i prelievi (diretti e indiretti) ai contribuenti.

Eppure l'articolo redazionale "Sovranità monetaria, debito pubblico e crisi economica", pubblicato su Il Giornale del 11 dicembre 2009 così tra l'altro affermava: "Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. È vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie. Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici che hanno tentato di far saltare l'accordo con le banche e di cui si parla come dei «caduti» per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato la legge che autorizzava lo Stato a produrre il dollaro in proprio.".Questo articolo denota tra l'altro come sia difficile provare ad instaurare la sovranità monetaria.

Invece nell'attuale manovra economica non hanno nemmeno approvato il divieto (che vale per adesso solo provvisoriamente!) delle "vendite allo scoperto" (che consentono agli speculatori di partecipare al gioco di Borsa senza nemmeno essere in possesso di ciò che vendono!), né hanno previsto una tassa sulle "transazioni" in Borsa, che colpirebbe i soli speculatori (che possono continuare incontrastati a giocare in Borsa come se giocassero al Monopoli!) e non la stragrande maggioranza dei risparmiatori e degli investitori, che si limitano a poche transazioni in un anno.

E pensare che in Inghilterra nel giugno del 1720 fu emanato il Bubble Act, che proibiva la formazione di società per azioni non legalmente costituite se non tramite autorizzazione della Corona, a conclusione di un periodo di grande confusione per il mercato. Il Bubble Act venne reso più rigido nel 1735 con la proibizione di vendere azioni non liberate e restò in vigore fino al 1824 e cioè per oltre cento anni! Raro esempio di deciso e coraggioso intervento della politica sulla speculazione finanziaria in Borsa. Inoltre in Francia nel 1782 venne fatto un tentativo di liberalizzare il trattamento delle sociétés en commandite (società con alcuni soci taciti), ma il Parlamento di Parigi non volle rinunciare alla sua giurisdizione sulle società e respinse il progetto di legge. Già allo scoppio della bolla speculativa del Mississippi nel 1720, in sostituzione della rue Quincampoix a Parigi vi fu la creazione della Borsa di rue de Vibienne, che rappresentò il mezzo di vigilanza sul mercato delle azioni societarie.

In realtà il denaro soggiace alla regola della somma zero, cioè se ne sono in possesso io, vuol dire che è stato sottratto a qualcun altro (al meglio in modi socialmente accettabili). Che sia stipendio, onorario, fitto od altro, prima di me quello stesso denaro lo possedeva qualcun altro (la collettività in caso di stipendio, il cliente in caso di onorario, l'inquilino in caso di fitto e così via).

Per guadagnare denaro bisogna accettare di sottrarlo ad altri: prima insomma non poteva non essere in possesso di qualcun altro. Anche coloro (come i responsabili delle banche nazionali o taluni dittatori), i quali hanno il potere di far stampare nuovo denaro, lo sottraggono ad altri, in quanto incrementando la quantità di denaro in circolazione ne riducono il valore ed in questo modo lo sottraggono ad altri, ad esempio a coloro che lo hanno guadagnato con lo stipendio, l'onorario, il fitto od altro (del resto anche questo denaro proviene da altri).

Dunque non esisterebbe denaro senza padrone e per entrarne in possesso perciò bisognerebbe sottrarlo ad altri. Questa affermazione disturba non pochi, ma è molto difficile dimostrare che non faccia parte del principio di realtà.

Nella nostra attuale società, sempre meno persone guadagnano sempre più soldi. Mentre gli stipendi dei ceti bassi ristagnano o addirittura si riducono, aumentano in modo pressoché inarrestabile quelli delle classi alte. A causa del processo di concentrazione attraverso le fusioni, il numero di coloro che guadagnano tanto diminuisce, mentre aumenta quello di chi guadagna poco. Questi ultimi producono una quantità sempre maggiore di prodotti, che loro stessi non si possono più permettere.

Dunque chi guadagna tanto possiede il denaro per potersi permettere l'esaudimento dei propri desideri, ma purtroppo non ha tempo! Questa contraddizione diviene lampante nel paradosso per il quale giovani, anziani e disoccupati, che avrebbero il tempo per realizzare i loro desideri, non hanno però il denaro per poterselo permettere! Insomma, le società attuali producono cose in eccesso per persone che non si concedono il tempo per godersele, mentre coloro che hanno tempo non dispongono del denaro necessario!

Mentre in società arcaiche chi costruiva decine di capanne quando ne poteva abitare solo una veniva preso per matto ed accompagnato dallo stregone, invece nelle nostre società chi possiede diecine di palazzi con centinaia di appartamenti senza abitarne e godersene nessuno viene riverito ed invidiato: quale dei due tipi di società ha da essere considerata sana/insana ed evoluta/retrograda?

La ragionevolezza e la razionalità escono sconfitte da tali contraddizioni, evidenziandosi anche che l'emozionalizzazione degli atteggiamenti e dei comportamenti diviene un fattore peculiare della "civilizzazione" e del relativo rapporto con il denaro.

Indicativamente il rapporto con il denaro può articolarsi in varie modalità:
- si guadagna denaro con il proprio lavoro (operai, impiegati);
- si guadagna denaro con il lavoro degli altri (imprenditori);
- si guadagna denaro con il proprio denaro (proventi da interessi);
- si guadagna denaro con il denaro degli altri (per esempio, le banche);
- si guadagna denaro con il denaro che avranno altri in futuro.
.

Strettamente legato alla speculazione è il sistema degli interessi e degli interessi composti. Inventato originariamente come mezzo di scambio, il denaro ha sviluppato nel frattempo un'incredibile vita propria: ha la più grande ed efficace lobby del mondo, di cui è la merce più ambita. Supera tutti i limiti, anche quelli posti originariamente dalle religioni. Infatti la richiesta di interessi veniva severamente sanzionata da tutte le religioni, alcuna delle quali hanno anche sollecitato a non prendere mai più di ciò che si può dare e soprattutto a prendere solo ciò che serve per vivere, escludendo a priori l'accumulo di ricchezza, la speculazione e gli interessi.

Le limitazioni delle religioni non hanno impedito che il denaro sviluppasse nel tempo ed ovunque una dinamica propria ed un fascino tale da trasformarlo in obiettivo essenziale, invece che servire come mezzo di scambio. Ciò però determina una svalutazione del denaro, in quanto se tutti vogliono averne sempre di più, i prezzi saliranno e si verificherà il fenomeno dell'inflazione, che mantiene in circolazione il denaro, ma solo se gli interessi permettono di evitarne o almeno limitarne la svalutazione. Compensare la svalutazione è quindi il principale e peculiare obiettivo degli interessi: presto il denaro solo se posso essere sicuro che mantenga il suo valore e compensi l'inflazione ed anzi richiedo di più della semplice compensazione dell'inflazione e cioè un guadagno.

È in questo passaggio che si sviluppa il tumore della speculazione: fattori preminentemente psicoemozionali, quali avidità, pretese, ambizioni ed altri ne sono il terreno di coltura, mentre i fatti concreti della produttività, dell'indebitamento, del prodotto interno lordo fungono da mero contesto. L'affannarsi degli economisti sull'individuazione dei fattori oggettivi che determinerebbero le crisi corre il rischio di coprire il fatto che sono i fattori soggettivi che giocano un ruolo predominante.

La situazione potrebbe cambiare solo se il denaro recuperasse la sua funzione originaria di mezzo di scambio e si accettasse di ridefinire il sistema degli interessi e degli interessi composti, che a lungo termine rende impossibile il pagamento se non determinando periodicamente vari crolli che fanno perdere interi patrimoni a cittadini e nazione.

In conclusione, si pone il dilemma: il singolo e la collettività devono necessariamente affidare il proprio denaro al sistema degli interessi per guadagnare o esistono delle valide alternative?

Perché gli Eurobond sono sbagliati e inutili

Perché gli Eurobond sono sbagliati e inutili

17 agosto 2011 (MoviSol) - Nell'analizzare le decisioni e le azioni dei leader e delle istituzioni europee nell'ultima settimana, non bisogna dimenticare nemmeno per un secondo che l'attuale sistema èirrimediabilmente in bancarotta. Gli sforzi di salvare un sistema carico dimilioni di miliardi di debito speculativo può solo condurre a politiche che schiacciano la popolazione e alimentano un incendio iperinflazionistico che alla fine distruggerà ogni valore finanziario e monetario.

Autorizzando la BCE ad acquistare su vasta scala titoli di stato in mano alle banche, la Giunta EU ha accelerato proprio quella tendenza iperinflazionistica. E riservando il trattamento greco al governo italiano, complice Mario Draghi, la stessa Giunta ha esteso un regime di brutale austerità su sessanta milioni di italiani. Anche se il governo ha evitato di tagliare pensioni e sanità, il nuovo pacchetto di 45,5 miliardi, che si aggiunge ai tagli di 48 miliardi di luglio, è stato dettato dalla BCE e da Francia e Germania, che hanno di fatto commissariato il governo.

Mentre queste misure da "lacrime e sangue" saranno completamente inutile, la prossima crisi è già iniziata in Francia, dove le banche e i titoli di stato sono finiti nel mirino della speculazione. Il divieto di vendite allo scoperto, tardivo e incompleto (non riguarda i CDS), è più che altro una reazione di panico.

Queste misure sono inutili perché il collasso finanziario è determinato dal "deleveraging", e cioè dallo sgonfiarsi dell'effetto leva nel sistema bancario ombra, una progressione geometrica di sgonfiamento della bolla che non può essere fermata. Il sistema bancario "regolare" è coinvolto perché esso non ha cambiato il suo modus operandi dall'inizio della crisi. Le banche dipendono tuttora da finanziamenti a leva finanziaria rinnovati giorno per giorno sul mercato interbancario. Quando la qualità del collaterale necessario per il finanziamento deteriora, la leva si sgonfia. È accaduto con la retrocessione del debito UE e con quella, recente, del debito USA.

L'UE ha aggiunto il suo tocco di insanità al processo, con il famoso patto per la "competitività" o "Euro-plus" stipulato nel marzo scorso, che ha ridotto il già assurdo parametro del deficit al 3% azzerandolo, e ponendo agli stati membri il traguardo del 2014 per raggiungere l'obiettivo. Questo target, che non ha base legale (la legge europea in vigore è il Trattato di Lisbona che parla di deficit al 3%) può essere raggiunto solo aggirando le istituzioni democratiche, come mostra il caso italiano. E tutto questo per salvare le banche.

Ora crescono le pressioni per adottare un bilancio europeo, attraverso la creazione dei cosiddetti "Eurobonds". Questo schema, se verrà adottato, significherà un passo gigantesco verso la dittatura e l'iperinflazione. Infatti, il vero scopo degli Eurobond, o titoli di stato europei, è quello di rifinanziare il debito marcio del sistema bancario. Anche se qualcuno sostiene che gli Eurobond saranno usati per finanziare gli investimenti, questa è una pia illusione. Finché il sistema bancario non sarà ripulito dai titoli tossici, le garanzie illimitate concesse dai governi costringeranno quest'ultimi a rifinanziare le banche, tagliando gli investimenti e i programmi sociali. Solo una separazione bancaria secondo i criteri Glass-Steagall può risolvere il problema, limitando le garanzie al settore commerciale e scaricando il resto.

Una volta fatto ciò, non ci sarà bisogno di eurobond ed euro dittature.

venerdì 19 agosto 2011

Morire per il debito?

Morire per il debito?

Italia :::: Daniele Scalea :::: 15 agosto, 2011 :
Morire per il debito?

http://www.eurasia-rivista.org/morire-per-il-debito/10716/


Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il socialista francese Marcel Deat si chiedeva se valesse la pena “morire per Danzica”. Parafrasando le sue parole, oggi gl’Italiani dovrebbero domandarsi se valga la pena “morire per il debito”. Perché la sorte che si profila per il nostro paese è tutt’altro che rosea. A meno di prendere scelte coraggiose che possono cambiare il corso della nostra storia…

Il recente attacco speculativo allo Stato ed alle banche italiane ha portato, per riprendere la formulazione ripetuta da molti commentatori, ad un commissariamento del nostro paese da parte di potentati esteri. La Banca Centrale Europea (BCE), d’accordo con USA, Francia e Germania, ha cominciato ad acquistare titoli di debito pubblico italiano sul mercato, ma chiedendo in cambio pesanti contropartite.

La “politica di risanamento” che la BCE pretende dall’Italia nasconde dei palesi secondi fini, e non potrebbe essere altrimenti vista la regia – neppure tanto occulta – di potenze estere nella vicenda. L’ormai famosa lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi a Berlusconi è rivelatrice in tal senso. Il duo rappresentante della BCE avrebbe infatti indicato come misura prioritaria la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano.

Ora, non esiste un singolo esempio storico in cui le privatizzazioni abbiano portato ad una significativa riduzione del debito d’uno Stato. Il caso italiano dei primi anni ’90 è significativo. Allora lo Stato procedette, tra le altre cose, alla dismissione di una mega-corporazione industriale-finanziaria, l’IRI: la settima maggiore società al mondo per fatturato, che a lungo era stata la più grande azienda al di fuori degli USA. Ebbene, l’erario incassò in totale 198.000 miliardi di lire, pari ad appena l’8% del debito pubblico (2.500.000 miliardi di lire). Se sollievo vi fu, fu di breve durata, perché oggi il debito pubblico italiano è di oltre 1.900 miliardi di euro, ossia quasi 3.700.000 miliardi di vecchie lire.

Mario Draghi dovrebbe conoscere bene questo caso, dal momento che all’epoca delle privatizzazioni degli anni ’90 era direttore generale del Tesoro e partecipò alla tristemente nota riunione sul panfilo “Britannia” di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Dovrebbe ricordarsi anche di come le privatizzazioni (che già erano cominciate negli anni ’80) abbiano portato, alfine, al declino industriale dell’Italia. Infatti, cosa rimane oggi di quell’Italia in cui la Olivettiproduceva calcolatori elettronici (oggi noti come computer, proprio perché noi uscimmo anzitempo dal settore lasciandolo in mano agli anglosassoni) o in cui la Montedison era all’avanguardia nella sperimentazione degli organismi geneticamente modificati? Queste amare considerazioni potrebbero spingerci a farne d’ancora più aspre circa la scelta del governo Berlusconi di barattare con Sarkozy la Libia e la Parmalat pur d’avere il via libera francese alla nomina di Draghi a prossimo presidente della BCE: in tempi non sospetti notevamo che l’ex dirigente di Goldman Sachs appare più vicino alla finanza anglosassone che al sistema economico italiano.

Ma se le privatizzazioni sono inefficaci, perché Trichet e Draghi, ma anche le cosiddette “parti sociali” italiane (Confindustria e sindacati), pongono l’enfasi su di esse? Probabilmente perché rimangono oggi alcuni bocconi ghiotti, aziende solide ed in attivo come ENI, Finmeccanica ePoste Italiane. Aziende che sono però strategiche per lo Stato italiano, perché operative, rispettivamente, in settori come l’approvvigionamento energetico, la produzione d’armamenti, la banca e le comunicazioni.

Al di là della preoccupante prospettiva di perdere il controllo d’industrie strategiche, lasciando in futuro settori vitali dell’economia e della potenza italiana in mano altrui, la “politica di risanamento” impone altri pesanti oneri e sacrifici alla società: la finanziaria recentemente annunciata dal Governo ne è un chiaro esempio.

La logica, ancora una volta, è quella di spostare la ricchezza dai produttori agli speculatori, ossia dai cittadini lavoratori ed imprenditori alle banche ed ai giocatori di borsa, dal profitto e dai salari alla rendita. È la stessa logica insita nel quantitative easing perseguito negli USA, ma risponde ad una tendenza di più lungo periodo, quella della finanziarizzazione dell’economia occidentale, in cui per l’appunto la rendita e la speculazione hanno preso il sopravvento sull’economia reale e produttiva. Il professore Steve Keen, economista australiano, ha parlato del «più grande trasferimento di ricchezza della storia». L’economista statunitense Dean Baker ha scritto di una «massiccia redistribuzione del reddito agli azionisti ed agli alti dirigenti delle banche». Gli economisti Hossein Askari e Noureddine Krichene hanno affermato che «il potere d’acquisto è sottratto a lavoratori, pensionati e correntisti e donato a debitori e speculatori».

Non si tratta solo d’un problema di equità o iniquità, ma anche di efficienza e pragmatica. Gli stessi padri del liberismo, gli economisti politici classici dell’Inghilterra sette-ottocentesca, sottolineavano il ruolo negativo giocato dalla rendita nella crescita economica. Politiche che favoriscono la rendita sul profitto e sul salario, la speculazione sulle attività produttive, sono del resto cominciate ben prima della crisi del 2008, in parallelo con la finanziarizzazione (e deindustrializzazione) dell’economia occidentale.

Misure di “risanamento” che, per salvare speculatori e rentier, colpiscono i produttori, finiscono col dilapidare il capitale umano della nazione. Pensiamo ai tagli al sociale: un cittadino meno istruito e meno sano apporta minore beneficio alla nazione. Inoltre, il pericoloso sommarsi di riduzione dei servizi ed aumento della pressione fiscale genera malcontento, ed i recenti esempi dei paesi arabi, dell’Inghilterra e della Francia dovrebbero far suonare un campanello d’allarme. L’inasprirsi del conflitto sociale e l’esplodere di tumulti raramente è una buona notizia per un paese, quasi mai lo è per la sua economia.

Inoltre, la diminuzione della spesa pubblica può incidere negativamente, oltre che sui servizi, anche sugl’investimenti produttivi, come la costruzione di nuove infrastrutture. Non si vuol qui negare l’opportunità di ridurre la spesa pubblica, ma si contesta che, lungi dal puntare agli sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai rentier.

Il rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o addirittura più indietro.

Alternative possibili ci sono, benché se ne parli di rado. Salvatore Cannavò è uno dei pochi giornalisti ad averne proposta una: ricorrere alla tesi del “debito illegittimo” dell’economista francese François Chesnais per disconoscere o rinegoziare una parte del debito, come fatto dall’Ecuador nel 2007. Nel 2005 l’Argentina fece di più, ristrutturando per intero il proprio debito: ossia rinegoziando gl’importi e gl’interessi coi creditori, di fronte all’oggettiva impossibilità di ripagarlo per intero. Si tratta di provvedimenti più moderati del puro e semplice “default sovrano” (ossia la bancarotta e la cancellazione tout court del debito), ma non meno efficaci.

Ristrutturare il debito non ha avuto che effetti benefici sui paesi che l’hanno fatto. L’Ecuador nel 2008 fece segnare una crescita record del PIL per il paese, pari al 6,5%, ed anche dopo il duro colpo della crisi mondiale oggi cresce d’oltre il 3% l’anno. Dal 2006 ad oggi il PIL pro capite del paese è cresciuto d’oltre il 70%, e la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita di quasi il 15%. In Argentina la crescita del PIL post-ristrutturazione si è assestata attorno al 9% e, dopo il rallentamento in coincidenza con la crisi mondiale, è tornata al 7,5%. Il reddito pro capite dal 2004 ad oggi è cresciuto di quasi un quinto. Dal 2004 al 2010 la popolazione sotto la soglia di povertà è passata dal 44,3% al 13,9%.

A titolo di raffronto, dal 2004 in Italia il reddito pro capite è aumentato solo del 10%, il PIL è cresciuto, quando è cresciuto, di poco più dell’1% all’anno. Nella Grecia catturata dalla spirale debitoria un quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il reddito pro capite è in calo dal 2007, il PIL è sceso del 2% nel 2009 e del 4,5% nel 2010.

Alla luce di questi dati, non resta che da domandarsi: chi vuole imitare l’Italia? La Grecia e le sue ferali prestazioni economiche, oppure l’Argentina che, sgravatasi dal peso del debito pubblico, sta crescendo a ritmi “cinesi”?

* Daniele Scalea è segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e redattore della rivista “Eurasia”. È autore de La sfida totale (Roma 2010) e co-autore (con Pietro Longo) di Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario (Dublin-Roma 2011).

giovedì 18 agosto 2011

NON TUTTE LE SPESE SONO INUTILI

ilsecoloxix.it, 17 agosto 2011

IL COMMENTO

NON TUTTE LE SPESE
SONO INUTILI

    Genova. Farmacon in greco voleva dire sia veleno che medicina. Il concetto deve essere entrato in finanza: mentre i guai di oggi vengono dai mutui subprime di ieri (troppi soldi, troppo a buon mercato, per troppo tempo) la Fed americana ha appena deciso di tenere basso il costo del denaro per altri due anni. E di farlo sapere già da adesso. Non è una gran strategia, ma non ce ne sono altre: rating o non rating, il pieno di debiti è già stato fatto. Dopo tutto, gli Usa possono stampare moneta fin che vogliono, e tanto peggio per i creditori: questo Bernanke non l’ha detto, ma lo disse il ministro del tesoro di Kennedy, Connally: “Il dollaro è la nostra moneta ed il vostro problema”. Si chiama “diritto di signoraggio” e dice tutto: speriamo solo che il cavallo ora beva. In questa situazione anche la faccenda delle tre A perde significato: tutti hanno continuano a comperare i titoli Usa, tant’è vero che i rendimenti sono scesi.
    Curioso: da noi i debiti dello Stato hanno messo nei guai i privati; in Usa i debiti dei privati hanno messo nei guai lo Stato. Forse è in Usa che qualcuno dovrebbe chiedere più Stato. Né qua, né la, comunque, la pubblica opinione ha aiutato: da noi plaudendo alle spese ma chiedendo meno tasse, in Usa suggerendo “Salvate la gente, non le banche” con cartelli a Wall Street. Quando Bush ha seguito il consiglio (caso Lehman) è stato il disastro. Naturalmente anche l’opposto non sempre funziona: altrimenti non ci sarebbero tante recessioni e tanti premi Nobel in economia. Quando Hoover puntò al pareggio del bilancio la recessione del ’28 divenne la depressione del ’29. Nella disperazione ci si aggrappò alle idee di Keynes: per rilanciare l’economia, se i privati non investono, deve provvedere lo Stato. E i soldi? A prestito: era nato il “deficit spending”. Con esso Roosevelt salvò l’America e l’economia del mondo; e quando nel ’37 riportò in pareggio il bilancio ci fu il “double dip”, la doppia ricaduta, da cui ci tirò fuori Hitlercon la guerra: perché i soldi per le guerre si trovano, per l’economia si discute. Oggi non abbiamo un Hitler sottomano: ed allora sarà utile riflettere. Che il problema non sia solo “spendere o non spendere”, ma come spendere? Dopo tutto il Giappone ha un debito sul Pil doppio del nostro e nessuno ne parla: ma là i soldi li hanno spesi per investimenti, noi in pensioni baby. Per inciso, questo è da tempo il nostro problema: i soldi per le cose utili li mettiamo nelle cose inutili. È il risultato del muro contro muro: vabbè, una volta c’era la guerra fredda, ma oggi? Non si potrebbe provare a ragionare, magari prendendo in considerazione le proposte di tutti: vel, vel invece di aut, aut?

    Purtroppo, quando il pensiero è di massa (mi si passi l’espressione) si va a sbandate: chi si è bruciato con l’acqua calda teme la fredda. E il pendolo è il simbolo della democrazia: visto che abbiamola speso troppo per cose inutili, mettiamo un freno (anche) a quelle utili. Di qui l’idea di inserire l’obbligo del pareggio di bilancio nella Costituzione. È meglio che niente, qualche Paese ce l’ha o pensa di inserirlo (altri hanno qualcosa di simile: vedi i guai di Obama) e certamente sarebbe stato bene averlo avuto in passato. Ma a volte penso: non è un po’ come buttar via Keynes con l’acqua sporca? Non si può fare di meglio? Magari trasformando la proposta di cui sopra nell’obbligo di ridurre di 4 punti percentuali le spese correnti (sono di gran lunga la componente più grossa del bilancio dello Stato) per ogni punto percentuale di deficit/ Pil oltre il pareggio. Ammetto di essere perplesso: sembra così semplice. E magari non è neanche sbagliato.
    P.S. Per favore: prima di bocciare l’idea, vedete se è possibile renderla praticabile, anche trasformandola molto. Come dicevo: vel, vel.

    Sergio Magliola

    (ex amministratore delegato Finsider)


    Pilla denuncia per usura il Gov. della Banca d'Italia

    Rinaldo Pilla denuncia per usura il Gov. della Banca d'Italia Mario Draghi

    Le crisi o depressioni economiche, tanto quanto i crolli dei mercati finanziari, sono quindi una diretta conseguenza scientifica e matematica dell'irresponsabile politica monetaria da parte dei Governatori delle Banche Centrali.
    Rinaldo Pilla




    mercoledì 17 agosto 2011

    Rapinare l’Italia: la truffa del “risanamento”

    Rapinare l’Italia: la truffa del “risanamento” Bce-Draghi


    Quando l’Italia si sbarazzò dell’Iri, che era stata la più grande azienda del mondo al di fuori degli Usa, ottenne solo una riduzione dell’8% del debito: se oggi la Bce impone la manovra “lacrime e sangue”, è perché spera di costringere l’Italia a privatizzare quel che le resta, a cominciare da Eni, Poste e Finmeccanica. Questi i veri obiettivi della drastica politica di “risanamento” imposta dalle lobby finanziarie al riparo della Commissione Europea: lo afferma Daniele Scalea, segretario scientifico dell’Isag, Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, nonché redattore della rivista “Eurasia”. Tesi: il debito è l’alibi di chi vuol mettere le mani sui beni pubblici. Le privatizzazioni? Non hanno mai risolto il problema. Al contrario, paesi come l’Argentina sono “risorti” battendo la strada opposta: rifiutando di pagare.

    «Il recente attacco speculativo allo Stato ed alle banche italiane – scrive Scalea, in un intervento ripreso da “Megachip” – ha portato ad un Mario Draghicommissariamento del nostro paese da parte di potentati esteri». D’accordo con Usa, Francia e Germania, la Banca Centrale Europea ha cominciato ad acquistare titoli di debito pubblico italiano sul mercato, ma chiedendo in cambio pesanti contropartite. «La “politica di risanamento” che la Bce pretende dall’Italia nasconde dei palesi secondi fini, e non potrebbe essere altrimenti vista la regia – neppure tanto occulta – di potenze estere nella vicenda». Per Scalea, l’ormai famosa lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi a Berlusconi è rivelatrice: «Il duo rappresentante della Bce avrebbe infatti indicato come misura prioritaria la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano».

    L’analista di “Eurasia” non ha dubbi: «Non esiste un singolo esempio storico in cui le privatizzazioni abbiano portato ad una significativa riduzione del debito d’uno Stato». Il segretario dell’Isag cita il caso italiano dei primi anni ’90, quando «lo Stato procedette, tra le altre cose, alla dismissione di una mega-corporazione industriale-finanziaria, l’Iri», che era la settima maggiore società al mondo per fatturato, e a lungo era stata la più grande impresa planetaria non statunitense. «Ebbene, l’erario incassò in totale 198.000 miliardi di lire, pari ad appena l’8% del debito pubblico (2.500.000 miliardi di lire). Se sollievo vi fu, fu di breve durata, perché oggi il debito la regina Elisabetta d'Inghilterrapubblico italiano è di oltre 1.900 miliardi di euro, ossia quasi 3.700.000 miliardi di vecchie lire».

    Mario Draghi dovrebbe conoscere bene questo caso, aggiunge Scalea, dal momento che all’epoca delle privatizzazioni degli anni ’90 era direttore generale del Tesoro e partecipò alla tristemente nota riunione sul panfilo “Britannia” di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Lo stesso Draghi «dovrebbe ricordarsi anche di come le privatizzazioni (che già erano cominciate negli anni ’80) abbiano portato, alfine, al declino industriale dell’Italia», il paese dell’Olivetti che rinunciò a sviluppare il primo computer brevettato a Ivrea «lasciandolo in mano agli anglosassoni» e della Montedison, altra azienda all’avanguardia, che per prima aveva sperimentato gli Ogm. «Queste amare considerazioni – aggiunge Scalea – potrebbero spingerci a farne d’ancora più aspre circa la scelta del governo Berlusconi di barattare con Sarkozy la Libia e la Parmalat pur d’avere il via libera francese alla nomina di Draghi a prossimo presidente della Bce: in tempi non sospetti notavamo che l’ex dirigente di Goldman Sachs appare più vicino allafinanza anglosassone che al sistema economico italiano».

    Ma se le privatizzazioni sono inefficaci, perché Trichet e Draghi, insieme alle cosiddette “parti sociali” (Confindustria e sindacati), pongono l’enfasi su di esse? «Probabilmente – ne deduce l’analista di “Eurasia” – perché rimangono oggi alcuni bocconi ghiotti, aziende solide ed in attivo come Eni, Finmeccanica e Poste Italiane». Aziende tuttora strategiche per lo Stato italiano, «perché operative, rispettivamente, in settori come l’approvvigionamento energetico, la produzione d’armamenti, la banca e le comunicazioni». Pezzi pregiatissimi e decisivi, ai quali l’Italia potrebbe dover rinunciare: ma oltre alla preoccupante prospettiva di perdere il controllo delle industrie strategiche, lasciando in futuro settori vitali dell’economia e della potenza italiana in mano altrui, la “politica di Dean Bakerrisanamento” impone altri pesanti oneri e sacrifici alla società, come dimostra la finanziaria recentemente annunciata dal governo Berlusconi.

    «La logica, ancora una volta, è quella di spostare la ricchezza dai produttori agli speculatori, ossia dai cittadini lavoratori ed imprenditori alle banche ed ai giocatori di borsa, dal profitto e dai salari alla rendita», accusa Daniele Scalea. «È la stessa logica insita nel “quantitative easing” perseguito negli Usa, ma risponde ad una tendenza di più lungo periodo, quella della finanziarizzazione dell’economia occidentale, in cui per l’appunto la rendita e la speculazione hanno preso il sopravvento sull’economia reale e produttiva». Il professor Steve Keen, economista australiano, ha parlato del «più grande trasferimento di ricchezza della storia». L’economista statunitense Dean Baker ha scritto di una «massiccia redistribuzione del reddito agli azionisti ed agli alti dirigenti delle banche». Gli economisti Hossein Askari e Noureddine Krichene hanno affermato che «il potere d’acquisto è sottratto a lavoratori, pensionati e correntisti e donato a debitori e speculatori».

    «Non si tratta solo d’un problema di equità o iniquità, ma anche di efficienza e pragmatica», continua Scalea. «Gli stessi padri del liberismo, gli economisti politici classici dell’Inghilterra sette-ottocentesca, sottolineavano il ruolo negativo giocato dalla rendita nella crescita economica». Politiche che favoriscono la rendita sul profitto e sul salario, la speculazione sulle attività produttive, sono del resto cominciate ben prima della crisi del 2008, in parallelo con la finanziarizzazione (e deindustrializzazione) dell’economia occidentale. «Misure di “risanamento” che, per salvare speculatori e “rentier”, colpiscono i produttori e finiscono col dilapidare il capitale umano della nazione». Basti pensare ai tagli al sociale: indebolire le difese delle categorie più esposte significaGrecia protestesostanzialmente minare lo stesso sistema-paese nelle sue capacità produttive.

    «Un cittadino meno istruito e meno sano apporta minore beneficio alla nazione», osserva Scalea. «Inoltre, il pericoloso sommarsi di riduzione dei servizi ed aumento della pressione fiscale genera malcontento, ed i recenti esempi dei paesi arabi, dell’Inghilterra e della Francia dovrebbero far suonare un campanello d’allarme: l’inasprirsi del conflitto sociale e l’esplodere di tumulti raramente è una buona notizia per un paese, quasi mai lo è per la suaeconomia». Infine, la diminuzione della spesa pubblica può incidere negativamente, oltre che sui servizi, anche sugli investimenti produttivi, come la costruzione di nuove infrastrutture. «Non si vuol qui negare l’opportunità di ridurre la spesa pubblica, ma si contesta che, lungi dal puntare agli sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai “rentier”».

    Il rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o addirittura più indietro, avverte Scalea. Alternative possibili? Ci sono, benché se ne parli di rado. Salvatore Cannavò è uno dei pochi giornalisti ad averne proposta una: ricorrere alla tesi del “debito illegittimo” formulata dall’economista francese François Chesnais per disconoscere o rinegoziare una parte del debito. Lo ha fatto l’Ecuador nel 2007. Ma prima ancora, nel 2005, l’Argentina fece di più, ristrutturando per intero il proprio debito: ossia rinegoziando importi e interessi coi creditori, «di fronte all’oggettiva impossibilità di ripagarlo per intero». Per Scalea, si tratta di provvedimenti più moderati del puro e semplice “default sovrano”, ossia la bancarotta e la cancellazione tout court Néstor Kirchner, il presidente della rinascita argentinadel debito, ma non meno efficaci.

    «Ristrutturare il debito – insiste il segretario dell’Isag – non ha avuto che effetti benefici sui paesi che l’hanno fatto». Lo dimostrano le cifre: l’Ecuador nel 2008 fece segnare una crescita record del Pil per il paese, pari al 6,5%. E anche dopo il duro colpo della crisimondiale, oggi cresce d’oltre il 3% l’anno. Dal 2006 ad oggi, il Pil ecuadoregno pro capite è cresciuto di oltre il 70%, e la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita di quasi il 15%. Risultati altrettanto spettacolari in Argentina, dove la crescita del Pil post-ristrutturazione si è assestata attorno al 9% e, dopo il rallentamento in coincidenza con lacrisi mondiale, è tornata al 7,5%. Il reddito pro capite dal 2004 ad oggi è cresciuto di quasi un quinto. Dal 2004 al 2010 la popolazione argentina sotto la soglia di povertà è passata dal 44,3% al 13,9%.

    Sempre utilizzando i parametri standard dell’economia, Scalea cita, a titolo di raffronto, gli indicatori italiani: dal 2004, da noi il reddito pro capite è aumentato solo del 10%, mentre il Pil – quando è cresciuto – si è fermato poco oltre 1% all’anno. E alla nostre frontiere mediterranee, ecco il monito della Grecia, catturata dalla spirale debitoria: un quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il reddito pro capite è in calo dal 2007, mentre il prodotto interno lordo è sceso del 2% nel 2009 e del 4,5% nel 2010. «Alla luce di questi dati – conclude Scalea – non resta che da domandarsi: chi vuole imitare l’Italia? La Grecia e le sue ferali prestazioni economiche, oppure l’Argentina che, sgravatasi dal peso del debito pubblico, sta crescendo a ritmi “cinesi”?».