domenica 30 ottobre 2011

Come si esce dall'economia del debito


Come si esce dall'economia del debito
di Paolo Cacciari - 29/10/2011

Fonte: Il Manifesto


http://www.albanesi.it/Mente/Imma/Il_peso_dei_debiti.jpg

Bisogna uscire da quella economia «che pone gli interessi del capitale sopra a quelli del lavoro e della stessa vita delle persone e dell'ecosistema terrestre» 



Le vecchie ricette keynesiane non hanno più margini in una crisi strutturale di queste dimensioni e qualità. Deve decrescere la dipendenza dal mercato e dall'ossessione del Pil
Alzino la mano quanti hanno azioni? Pochissimi, a giudicare dal fatto che non ci dicono mai la loro vera consistenza (numero di persone per il valore delle azioni possedute). Alzino la mano quanti hanno titoli di stato? Non molti e comunque posseggono meno della metà della metà del valore dei titoli emessi (la metà è all'estero, l'altra metà è nelle casse di imprese e investitori istituzionali vari). Alzi la mano chi ha denari in banca? Abbastanza, ma si accontentano di interessi che non proteggono nemmeno dall'inflazione. E allora, chi se ne frega del default ! Falliscano pure banche e stati, non vengano rimborsati i prestiti che hanno avuto, o vengano congelati in attesa di tempi migliori. Le bancarotte (assieme alle guerre) sono il metodo più sbrigativo per la remissione dei debiti e ricominciare da capo. E' successo molte volte nella storia degli stati e, da ultimo, l'Argentina insegna che ci si può risollevare. Chi vive del proprio lavoro, chi non arriva alla quarta settimana, cioè la maggioranza delle famiglie, si libererebbe così finalmente dal peso di dover foraggiare rendite e interessi. Se è vero che su ogni italiano gravano 30.000 euro di debito pubblico, quanti anni ci vorranno per estinguerli, ammesso che i futuri governi riuscissero a non aggiungerne altri? I giovani senza futuro, gli indignados che protestano a Wall Street, i disoccupati nelle piazze spagnole e greche gridano: «Non vogliamo pagare noi i vostri debiti». Ed hanno più che ragione.
Ma c'è un ma che rende ancora più grave la situazione e più profonda la svolta economica e politica necessaria per uscire dalla crisi. Non sono solo gli avidi speculatori, gli approfittatori alla Soros, i manager pagati in opzioni alla Marchionne, i ministri della finanza creativa alla Tremonti che ci hanno portato sull'orlo del baratro. Via loro (e sa iddio quanto sarebbe bello!) non cambierebbe nulla perché anche l'azienda dove andiamo a lavorare, l'amministrazione comunale dove abitiamo, la locale azienda sanitaria, il fondo che gestisce la nostra pensione, la banca del nostro bancomat, l'agenzia di stato che sborsa il sussidio di disoccupazione a nostro figlio... sono da tempo, in un modo o nell'altro,tutti indebitati. Tutti avevano fatto il conto ("aspettativa" si dice in economia) di riuscire in futuro a guadagnare di più (facendo profitti, riscuotendo tasse, realizzando interessi, vendendo immobili e "cartolarizzando" il Colosseo...) di quanto non avessero ricevuto in prestito. Credevano, cioè, nella chimera di una crescita economica esponenziale e senza fine. Un calcolo tragicamente sbagliato. Da tempo (dieci, venti, chi dice trent'anni) le economie occidentali sono in crisi di realizzo, il loro tessuto produttivo non è più in grado di riprodurre guadagni tali da riuscire a mantenere gli standard dei consumi privati e pubblici. Per mascherare questo fallimento e allontanare il declino le hanno tentate tutte: la leva finanziaria, i titoli tossici, il signoraggio del dollaro, oltre, ovviamente, al vecchio trucco di stampare carta moneta. Niente, la "santa crescita", nonostante le continue invocazioni e i lauti sacrifici umani, non arriva. E non arriverà mai più, almeno per chi è da questa parte del mondo.
Doveva essere il secolo americano ed invece è quello del suo declino che si trascina con sé propaggini e imitazioni. Ciò accade un po' perché portare via le materie prime dal terzo mondo è sempre più costoso (militarizzazione crescente, prebende a regimi fantoccio, esaurimento delle risorse naturali), un po' perché i paesi emergenti hanno imparato che "arricchirsi è glorioso" e nemmeno così difficile. In un contesto di economia neoliberista, fondata sulla competizione selvaggia tra aree geografiche vince semplicemente il più forte: chi ha più capacità produttiva, chi riesce più a spremere i fattori e gli strumenti della produzione: a partire dal lavoro e dalle risorse naturali. Questa volta la Cina è davvero vicina.
Oppure si decide di uscire dal gioco per davvero. Si esce dall'economia del debito (cioè da quella economia che pone gli interessi del capitale sopra a quelli del lavoro e della stessa vita delle persone e dell'ecosistema terrestre) con tutto quello che ne deriva. E' questo il vero recinto di pensiero da cui nemmeno la sinistra-sinistra riesce ad uscire. Le vecchie ricette keynesiane non hanno realmente più margini di applicazione dentro una crisi strutturale di queste dimensioni e di questa qualità. Le politiche riformiste, anche quelle più caute sono tagliate fuori sia sul versante del modello economico, sociale ed ecologico, sia su quello della distribuzione della ricchezza. E' ormai chiaro che le risposte possono venire solo uscendo dalle regole e dai dogmi del mercato. Dovremmo pensare ad un altro tipo di ricchezza, ad un altro tipo di benessere, ad un altro modo di lavorare, ad un altro modo di relazionarsi tra le persone che non sia quello che passa attraverso il portafogli. E sarebbe certamente una società più umana, più in armonia con la natura, più capace di futuro, più desiderabile. Se provassimo a mettere la cura e la fruizione dei beni comuni (l'acqua, la terra, le foreste, il patrimonio naturale, ma anche quello culturale: la conoscenza, i saperi) al centro della nostra idea di società, riusciremmo facilmente e con grande soddisfazione individuale e collettiva a fare a meno dell'ossessione dell'aumento del Pil. Anzi, essere costretti a pagare per possedere, invece che condividere per accedere ad una fruizione collettiva, sarebbe un indicatore negativo di benessere. Decrescere la dipendenza dal mercato è l'unico modo per sottrarsi ai suoi diktat. Non c'è modo di liberarsi dalla tirannia della produttività misurata in budget se non ci si libera dal dispositivo dell'incremento del valore di scambio delle merci. Ed è esattamente questo, non altro, quello che chiamano, in modo assolutamente bipartisan (da Napolitano a Berlusconi, dalla Camusso a Marchionne, dagli economisti marxisti a quelli liberisti): crescita.
Il guaio non è la «vera e propria crisi del capitalismo» (sono parole del The Observer), ma la mancanza di una alternativa di sistema. Cioè, la mancanza di una soggettività politica che abbia il coraggio civile e intellettuale di prospettare un sistema di valori etici e di regole sociali all'altezza della odierna crisi di civiltà e capace di evitarci di pagare le conseguenze del collasso. Per esempio: non ci si libera dagli strozzini e dagli usurai se non si stabilisce che la finanza e la moneta devono tornare ad essere strumenti neutri, beni comuni pubblici, di servizio, che nessuno (né grande banchiere, né piccolo azionista) può pensare di usare per arricchirsi. Non ci si evolve dal lavoro schiavo e precario se non si torna a stabilire che anche il lavoro è un bene comune, non una merce, un modo di realizzare sé stessi e, assieme, contemporaneamente, un modo per offrire agli altri cose utili, sane, durevoli. Non ci si libera dal peso delle crescenti spese militari e per la "sicurezza", se non si capisce che la pace e la sicurezza sono beni indivisibili, universali.
Fastidiose utopie, dirà qualcuno, indispensabili modi di essere per chi pensa che sia possibile praticare forme di economia non monetizzata, sociale e solidale. Ernst Friedrich Shumacher diceva che l'economia è una «scienza derivata», che deve cioè «accettare istruzioni». È urgente che qualcuno impartisca nuove istruzioni. 

Morte a credito


Morte a credito
di Alain de Benoist - 29/10/2011

Fonte: Arianna Editrice


http://ilgraffionews.files.wordpress.com/2010/04/usura.jpg?w=400&h=277
Ezra Pound, al canto XLV dei Cantos : «Con usura gli uomini non hanno case di pietra sana/blocchi lisci finemente tagliati fissati in modo che il fregio copra le loro superfici/con usura/ gli uomini non possono avere paradisi dipinti sui muri delle chiese […] Con usura il peccato è contro natura [with usura sin against nature]/ il pane è straccio vieto/arido come la carta/senza segale né farina di grano duro/con usura il tratto si appesantisce/non vi è che una falsa demarcazione/gli uomini non hanno più siti per le loro dimore/e lo scalpellino viene privato della pietra/il tessutaio del telaio/ I cadaveri banchettano/ al richiamo dell’usura [Corpses are set to banquet / at behest of usura] ».
Gli eccessi del prestito a interesse sono condannati a Roma, così come lo testimonia Catone secondo cui, se i ladri di oggetti sacri meritano una doppia pena, gli usurai ne meritano una quadrupla. Ancora più radicale è la condanna di Aristotele alla cremastica. Così scrive: «L’arte di acquisire ricchezza è di due specie: se la prima è nella sua forma mercantile, la seconda dipende dall’economia domestica; quest’ultima forma è necessaria e lodevole, mentre l’altra si affida alla scadenza e autorizza giuste critiche, poiché non ha nulla di naturale […]. A queste condizioni, ciò che si detesta con assoluta ragione, è la pratica del prestito a interesse in quanto il profitto che se ne ricava è frutto della moneta stessa e non risponde più al fine che ha presieduto alla sua creazione. Se la moneta è stata inventata in vista dello scambio, è invece l’interesse che moltiplica la quantità di moneta essa stessa […]. L’interesse è una moneta nata da una moneta. Di conseguenza, questo modo di guadagnare denaro è tra tutti, il più contrario alla natura» (La Politica).
La parola «interesse» designa il reddito del denaro (foenus o usura in latino, tókos in greco). Si riferisce al modo in cui il denaro «partorisce nuovi nati». Già nell’ alto medioevo, la chiesa sostiene la distinzione che aveva fatto il diritto romano per il prestito dei beni immobiliari: ci sono cose che si consumano con l’uso e altre che non si consumano affatto, e che vengono chiamate commodatum. Esigere un pagamento per il comodato è contrario al bene comune, poiché il denaro è un bene che non si consuma. Il prestito a interesse sarà condannato dal concilio di Nicea sulla base delle «Scritture» – nonostante la Bibbia non lo condanni con chiarezza! Nel XII secolo, la chiesa assume la condanna aristotelica della cremastica. Anche Tommaso d’Aquino condanna il prestito a interesse, con alcune riserve, adducendo il motivo che «il tempo appartiene solo a Dio». L’islam, ancora più severo, non concede neppure la possibilità della distinzione tra l’interesse e l’usura.
La pratica del prestito a interesse si è pertanto progressivamente diffusa, in relazione all’ascesa della classe borghese e all’espansione dei valori mercantili che sono stati lo strumento del suo potere. A partire dal XV secolo, le banche, le compagnie commerciali, e in seguito le manifatture, possono rimunerare i fondi presi a prestito, su deroga del re. Il giro di boa essenziale corrisponde all’avvento del protestantesimo, e più precisamente del calvinismo.
Calvino è il primo teologo ad accettare la pratica del prestito a interesse, che si diffonde così attraverso le reti bancarie. Con la Rivoluzione francese, il prestito a interesse diventa completamente libero, e nel frattempo fioriscono nuove banche in quantità, dotate di fondi considerevoli che provengono soprattutto dalla speculazione sui beni nazionali. Il capitalismo prende il volo.
All’origine, l’usura designa il semplice interesse, indipendentemente dal tasso applicato. Oggigiorno, chiamiamo «usura» l’interesse di un ammontare abusivo, attribuito a un prestito. Ma l’usura è anche il processo che permette di incatenare, colui che è beneficiario del prestito, con un debito che non riesce a rimborsare, e a impadronirsi dei beni che gli appartengono, ma che egli ha accettato di dare in garanzia del prestito. È proprio quello che succede oggi a livello planetario.
Il credito permette di consumare il futuro nel presente. Si basa sull’uso di una somma virtuale che viene attualizzata attribuendogli un prezzo: l’interesse. La generalizzazione del principio su cui si basa, fa perdere di vista il principio elementare secondo il quale è bene limitare le proprie spese al livello delle risorse, visto che non si può certo pensare di poter vivere perpetuamente al di sopra dei propri mezzi. L’ascesa del capitalismo finanziario ha favorito questa pratica: ci sono giornate in cui i mercati cambiano l’equivalente di dieci volte del PIL mondiale, e questo mostra a sufficienza la sconnessione con l’economia reale. Quando il sistema di credito diventa un pezzo centrale del dispositivo del Capitale, si rientra in un circolo vizioso, la fine del credito rischia di tradursi nel crollo generalizzato del sistema bancario. Brandendo la minaccia di un tale caos, le banche sono riuscite a farsi continuamente aiutare dagli Stati. La generalizzazione dell’accesso al credito, che implica il prestito a interesse, è stato uno degli strumenti privilegiati dell’espansione del capitalismo e della società dei consumi a partire dal dopoguerra. Indebitandosi massicciamente, le famiglie europee e americane hanno sicuramente contribuito, tra il 1948 e il 1973, alla prosperità dell’epoca del cosiddetto «trentennio glorioso della crescita». Le cose sono cambiate nel momento in cui il credito ipotecario ha preso il sopravvento sulle altre forme del credito. «Il meccanismo di ricorso a un’ipoteca come pegno reale dei prestiti rappresenta molto di più, ricorda Jean-Luc Gréau, di una agile tecnica che garantisce somme prestate, poiché capovolge il quadro logico di attribuzione, valutazione e di detenzione dei crediti accordati […]. Il rischio limitato cede il passo alla scommessa che si fa sulla facoltà che si avrà, in caso di fallimento del debitore, di mettere in gioco l’ipoteca e di coglierne il profitto per rivenderlo a delle condizioni favorevoli». Queste manipolazioni d’ipoteche trasformate in attivi finanziari, congiunte alle difficoltà di pagamento dei beneficiari del prestito, incapaci di rimborsare i loro debiti, hanno portato alla crisi dell’autunno del 2008. Oggi assistiamo alla ripetizione di un’analoga operazione che grava sugli Stati sovrani che ne fanno le spese, con la crisi del debito pubblico.
Stiamo assistendo al grande ritorno del sistema dell’usura. Quello che Keynes chiamava «il regime dei creditori» corrisponde alla definizione moderna dell’usura. I processi dell’usura li riscontriamo nelle modalità in cui i mercati finanziari e le banche possono fare man bassa sugli attivi reali degli Stati indebitati, impadronendosi dei loro averi al titolo degli interessi di un debito di cui il principale costituisce una montagna di denaro virtuale che non potrà mai essere rimborsato. Gli azionisti e i creditori sono gli Shylock della nostra epoca.
Ma l’indebitamento va di pari passo con la crescita materiale: né l’uno, né l’altra possono crescere all’infinito. « L’Europa compromessa con la finanza, scrive Frédéric Lordon, rischia di essere distrutta dalla finanza». Da tempo scriviamo: il sistema del denaro distruggerà se stesso.

sabato 29 ottobre 2011

Marra propone la soluzione islandese


Signoraggio: Alfonso Marra propone 

la soluzione islandese


di: Un indignato, Rinascita, 28 ottobre 2011

Scary sideshow: A graffiti artist attached a mannequin to a noose hanging alongside a major Florida highway as a part of the Occupy movement
Nella foto: un manichino che rappresenta un banchiere, impiccato a Miami, USA

Un nuovo ‘92 sta per esplodere, ma planetario e ben più grave, a partire, dice giustamente l’avvocato e scrittore Alfonso Marra, fondatore del sito www.marra.it (FermiamoLeBanche) che assiste i cittadini nelle cause contro le banche per sconfiggere il crimine del signoraggio primario e secondario e che è diffusore di vari spot di qualità sull’argomento, dall’arresto quantomeno di coloro che hanno commesso consapevolmente il crimine del signoraggio, tra i quali - salvo assoluzione per incapacità di intendere e di volere - governatori delle banche centrali, capi di governo, ministri, responsabili delle banche commerciali, alti dirigenti sindacali, giornalisti, “economisti” di regime eccetera. Signoraggio primario che consiste nel fatto che la Banca d’Italia, la BCE, la FED, e le altre banche centrali sono incredibilmente private e stampano i soldi al costo della carta e dell’inchiostro per poi venderli, al valore facciale, agli Stati, che glieli pagano con i buoni del tesoro, creando così, attraverso questa immensa truffa, il debito pubblico, per eliminare il quale è sufficiente nazionalizzare le banche centrali; mentre, per eliminare l’ancor più grave signoraggio secondario, occorre pareggiare i tassi passivi a quelli attivi, in modo che gli interessi vadano ai proprietari dei soldi (e allo Stato per i prestiti frutto del moltiplicatore monetario), sicché alle banche vada solo la remunerazione del servizio. Signoraggio dal quale dipendono anche le tasse, che sono illegittime e vanno eliminate, perché servono solo a rastrellare denaro inverato per comprare dalle banche centrali il denaro da inverare (approfondisci su signoraggio..it).

La Grecia è fallita


La Grecia è fallita, adesso lo ammette anche la Troika


Come scrivevo il 7 maggio 2011 in "La Grecia: uno Stato da spremere come un limone" avevo già annunciato il fallimento del paese ellenico, ma adesso a dirlo sono direttamente i funzionari della troika (BCE, Ue, FMI) che hanno di recente terminato la loro revisione sulla finanza pubblica ellenica.
(Se qualche volta si ascoltasse anche il parere dei blogger indipendenti non sarebbe una cattiva idea!)
Qui è scaricabile il documento <<riservato>> (strictly confidential è scritto su ogni pagina) offerto da Linkiesta. In sostanza la troika ha spiegato che il debito greco è insostenibile. L’unica soluzione all’orizzonte è quindi quella di un aumento dell’intervento dei creditori privati, tramite il Private sector involvement (Psi), e, di conseguenza, un lungo piano di ristrutturazione del debito. 

Gli scenari prospettati alla Grecia, e che coinvolgono anche gli altri paesi PIIGS, sono due:

A) la troika concede l'abbattimento parziale del debito greco, la richiesta viene copiata pari pari da Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Irlanda e Belgio, il fondo europeo salva-Stati si sovraccarica. Conseguenza: crisi bancaria europea.

B) la troika impone misure restrittive alla Grecia circa il risanamento del suo debito, si riduce la spesa pubblica, aumentano le tasse, tutto ciò prolunga l'attesa ma si arriva comunque al default. Conseguenza:crisi bancaria europea.

Purtroppo non ci si rende conto che l'Ue è un corpo malato con sangue infetto, e i medici-killer (la troika) preposti alla sua cura suggeriscono lievi trasfusioni di sangue che non fanno di certo guarire il moribondo.

Intanto lo speculatore finanziario per eccellenza, George Soros, dispensa "buoni consigli" sulla situazione europea: “La BCE potrebbe poi affrontare un’altra forza motrice, ovvero la mancanza di fondi a favore del debito sovrano, abbassando il suo tasso di sconto, incoraggiando i governi in difficoltà a emettere buoni ordinari del Tesoro e spingendo le banche a sottoscriverli (un’idea di Tommaso Padoa-Schioppa). I buoni ordinari del Tesoro possono essere venduti in qualsiasi momento, il che li rende equivalenti ai contanti, ma fino a quando la rendita risulterà maggiore dei depositi presso la BCE, per le banche sarebbe più vantaggioso detenerli. In questo periodo d’emergenza i governi potrebbero quindi soddisfare i propri bisogni finanziari entro limiti concordati a basso costo con e la BCE non si troverebbe comunque a violare l’articolo 123 del Trattato di Lisbona.” (N.B.:L'art. 123 del Trattato di Lisbona vieta esplicitamente alla Bce l'acquisto diretto di titoli di debito emessi dai governi o da altri enti del settore pubblico, ma non ne impedisce l'acquisto sul mercato, con operazioni che un tempo venivano definite di mercato aperto.)
In poche parole la BCE, invece di sottoscrivere i buoni del Tesoro direttamente, finanzia le banche per comprarli e tenerli fino a scadenza. Soros però non tiene conto che stampando denaro aumenterebbe l'inflazione e si svaluterebbe il valore reale del debito, e il problema sarebbe semplicemente rimandato visto che, nel frattempo, il potere d’acquisto della moneta sarebbe indebolito (visto che i salari restano fissi), con conseguenze negative per l'intera collettività.

In casa Italia, invece, è simpatico il siparietto alla conferenza degli Stati generali del commercio estero fatto da Berlusconi (che non difendo per collusione e corruzione con la Troika al potere nel nostro Paese, ma che sentendosi messo "in castigo" e sottoposto al diktat europeo gli scappa un attacco all'euro) che dice: "C'é un attacco all'Euro che come moneta non ha convinto nessuno. Una moneta strana perché attaccabile dai mercati internazionali in quanto non è di un solo Paese ma di tanti che però non hanno un governo unitario né una banca di riferimento e delle garanzie". 
Ovviamente l'opposizione di sinistra, serva delle banche come tutte le grandi coalizioni politiche, insorge a difendere l'euro e l'Unione europea. Stessa cosa quell'usuraio di Ciampi che afferma: "Se non ci fosse l'euro, saremmo in guai molto seri" (peggio di così?).

Rimane sempre e soltanto una sola cura al cancro del debito: ripristinare la sovranità monetaria nelle mani dello Stato, riappropriandosi della politica monetaria che adesso è nella mani di speculatori e di istituzioni private non elette da alcun cittadino.

Le omissioni nella storia della Banca d’Italia


Chieti, 29 Ott ’11, Sabato, S. Massimiliano - Anno XXX n. 359 - www.abruzzopress.info - abruzzopress@yahoo.it - Tr. Ch 1/81- Nuovo ABRUZZOpress >>> Nazionale - Servizio Stampa - CF 93030590694 - Tel. 0871 63210 - Fax 0871 404798 - Cell. 333. 2577547  -  Dir. Resp. Marino Solfanelli

Ap – Commenti
Le omissioni nella storia della Banca d’Italia
di Antonio Pantano

Pubblicando l’elenco dei governatori della Banca d’Italia, in occasione della nomina nell’ottobre 2011 di Ignazio Visco al vertice di essa, si è taciuto il non breve periodo corrente tra la fine maggio 1944 e la fine aprile 1945, quando la banca centrale fu trasferita al Nord della penisola, da Roma a Milano, per sottrarla ai bombardamenti aerei nemici e sotto l’incalzare della avanzata delle truppe militari del fronte degli Alleati (USA, Gran Bretagna, URSS, Francia, ecc.). Queste furono nemiche dal 10 giugno 1940 e, per l’atto di resa (sotto forma di sospensione dello stato bellico) sottoscritto e subìto a Cassibile dal generale Giuseppe Castellano, assistito dallo avvocato Vito Guarrasi (cugino di Enrico Cuccia e, negli anni successivi, potente personaggio del sottobosco della politica siciliana e nazionale) plenipotenziari dello illegittimo (perché incaricato “motu proprio” dal sovrano, ma MAI ratificato dal Parlamento, con altri concomitanti errori formali e sostanziali inficianti la validità giuridica) governo Badoglio (vedasi: Elio Lodolini, Dal governo Badoglio alla Repubblica Italiana, Genova, Italia Storica, 2011) il 3 settembre 1943, divennero, dal giorno 8 settembre 1943, “occupanti del territorio italiano” (secondo la dizione del testo della “resa incondizionata”, che in Italia fu, invece, contra pacta et legem, chiamata falsamente ed arbitrariamente “armistizio”) ove imposero un proprio Governo Militare Alleato per i Territori Occupati – A.M.G.O.T. - , vigente fino al 31 dicembre 1945 e, per alcune prerogative, fino al 31dicembre 1947, con “impegni e vincoli” successivi tutt’ora vigenti.

E’ storia incontestabile che, nel trasferimento della sede e di tutti i servizi al Nord d’Italia (effettuato dopo l’abbandono della capitale da parte del re e del suo governo, avvenuto il mattino del 8 settembre 1943, con “fuga concertata con plenipotenziari germanici” conclusa all’alba del 10 settembre 1943 con l’imbarco ad Ortona sulla corvetta “Baionetta” e l’approdo la notte dello stesso giorno a Brindisi, in zona ormai controllata dal nemico Alleato) compiuto negli ultimi giorni del mese di settembre 1943 dal governo fascista della Repubblica Sociale Italiana, naturalmente subentrato alla “vacatio” su due terzi del territorio creata dalla tragicomica “fuga” della monarchia verso il nemico, il governatore della Banca d’Italia in carica, Vincenzo Azzolini, seguì doverosamente la sede, l’organico dirigenziale, le riserve monetarie e la riserva aurea presso di essa custodita, a Milano.

A causa del rientro a Roma di Azzolini, dopo 8 mesi dalla costituzione della R.S.I., verso il 28 maggio 1944 (certamente in vista della conquista di Roma da parte degli Alleati, ma ufficialmente “per urgenti motivi familiari”, con preavviso al suo Ministro che gli contestò il “sospetto” ed i rischi conseguenti – Azzolini fu incarcerato poi e condannato anche a 30 anni di reclusione dalla “giustizia del Regno d’Italia”), il Ministro delle Finanze della Repubblica Sociale Italiana, prof. Domenico Pellegrini Giampietro, con Decreto ministeriale n. 400 del 28 giugno 1944-XXII, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 159 il 10 luglio 1944-XXII, ratificato dal Consiglio dei Ministri il 14 novembre 1944, in forza di Decreto del Capo dello Stato del 8 ottobre 1943, confermò la nomina a Commissario Straordinario al governo della Banca d’Italia l’avv. Giovanni Orgera, insediato di fatto dal 1° giugno, che quell’incarico di surroga di tutti i poteri di governo della banca mantenne fino al 28 aprile 1945, cioè fino all’arrivo degli Alleati a Milano. Ciò, in modo inconfutabile, è confermato anche da pubblicazioni ufficiali dell’ufficio storico della Banca d’Italia.

Il regno del Sud, sedicente “Regno d’Italia”, fu svuotato di ogni prerogativa (senza territorio, senza parlamento, senza popolazione, tutti assoggettati al naturale governo dello A.M.G.O.T., ed esautorato anche nella fondamentale emissione monetaria) e fu costretto-ridotto ad almanaccarsi solo nella utopica creazione di un governo fantasma non governante. Molto più tardi, “tollerato” dagli Alleati per precostituire capisaldi per il dopo guerra, trovò necessario – per completare la gamma delle “poltrone fantasma” relative ad enti et similia, retribuite lautamente con valuta in AM-lire - nominare un governatore della Banca d’Italia per poter esercitare, dopo l’ingresso degli Alleati a Roma, una funzione formale nell’edificio di via Nazionale. E in ciò, per la suddivisione di posti (criterio caratterizzante poi tutto il regime postbellico), fu insediato il senatore del regno (economista liberista ma interessato anche fattivamente all’opera del Ministro delle finanze del governo fascista Alberto de’ Stefani, ed ai novatori criteri fascisti e corporativi, e sempre fedele monarchico) Luigi Einaudi, approdato a Salerno nel febbraio 1945, dopo cauta lunga permanenza in Svizzera in conseguenza degli sventati, ma a lungo preparati, accadimenti determinati dall’8 settembre 1943. Governatore nominale, giacché nei territori conquistati dall’avanzata militare Alleata, di fatto le sedi provinciali della Banca d’Italia, anche per assenza di fondi monetari, non svolgevano attività, essendo fondamentalmente interrotto il servizio di tesoreria per conto dello Stato, che solo al Nord, nella giurisdizione effettiva e veritiera della Repubblica Sociale Italiana, aveva corso ed efficienza, persino con emissione monetaria.

Al sud d’Italia lo A.M.G.O.T. stampò e pose in circolazione titoli monetari – le famose AM-lire – per valore di 640 miliardi di lire, utili e necessari alle proprie truppe di occupazione per intrattenere rapporti civili, ma perniciosi per la pesante inflazione provocata nello intero sistema della circolazione monetaria italiana e protrattasi per anni, a causa della circolazione forzosa di quella carta moneta formale, di nessun valore reale. Senza ragione, ma solo al mero fine di falsare la storia, la Banca d’Italia odierna ha omesso l’indicazione e l’opera del commissario Orgera, svolta con zelo tra il maggio 1944 e l’aprile 1945 (un intero anno!), riconosciuta, però, nella Relazione presentata nel luglio 1946 dal governatore Einaudi, che elogiò quel Commissario per la rettitudine e la correttezza utili alla Banca ed allo Stato, precipuamente per il dopoguerra, che fu meno pesante proprio per ciò che fu attuato, e lasciato in eredità dalla Repubblica Sociale Italiana (vedasi: Collana storica della Banca d’Italia, I nazisti e l’oro della banca d’Italia, Laterza, 2001).

Va aggiunto, per dovere di verità, che il ministro delle finanze Domenico Pellegrini Giampietro, con l’assorbimento integrale allo Stato della Banca d’Italia s.p.a., anche mediante il commissariamento (secondo i Decreti citati), e delle sue disponibilità in liquidità monetaria e riserve auree, NULLA cedette gratuitamente ai germanici. Al contrario del Governo Badoglio, che barattò la riserva aurea in cambio di convenienze “personali” lasciando il Governatore Azzolini in balìa di un documento esibito il 10 settembre 1943 dal rappresentante della Banca del Reich di Germania, così che tra il 22 ed il 28 settembre 1943 quella riserva fu trasferita a Milano, sotto “protezione militare germanica”, senza, comunque, che MAI uscisse dal suolo nazionale, nemmeno quando la stessa Banca d’Italia, trasferì quella riserva in provincia di Bolzano il 16 dicembre 1943, nel comune di Fortezza, ove istallò apposita propria sede (vedasi: Domenico Pellegrini Giampietro, L’oro di Salò, Milano, in Candido, da 2 marzo a 1° giugno 1958) ove fu svolta sorveglianza da gendarmeria italiana e germanica. Sorveglianza che terminò il 5 maggio 1945, con il “subentro forzoso” delle truppe Alleate, che di tutto si accollarono proprietà e dominio.

Inoltre, come già pubblicato più volte (vedasi: anche Antonio Pantano, Ezra Pound e la Repubblica Sociale Italiana, Roma, Pagine, 2009), la situazione finanziaria generale lasciata dalla Repubblica Sociale Italiana alla sua cessazione, con attivo di bilancio dello Stato di 20,9 miliardi di lire, MAI più verificato dopo nella storia successiva della Repubblica oggi vigente, fu certificata da una commissione del Senato degli U.S.A. presieduta dal sen. Winkersham, che, con dichiarazione diffusa il 25 agosto 1945, affermò aver trovato nella sola R.S.I. del nord Italia situazione attiva di bilancio e florida nelle riserve e nei depositi bancari, al contrario di tutti gli altri stati europei visitati, inclusi gli scandinavi. Floridezza che permise all’Italia del dopoguerra facile ripresa economica e finanziaria, seppur gravata dagli oneri di svalutazione delle AM-lire imposti e confermati dagli USA nel 1947, dalle penalizzazioni relative alla condizione di Stato perdente, ratificate anche nello obbligato “trattato di pace” imposto a Parigi il 10 febbraio 1947, e per i vari piani Marshall, inclusi i costi per la restituzione della “famosa” riserva aurea, definita, per volere dei vincitori, solo il 29 giugno 1998, con accredito e restituzione di ultima frazione da parte dell’ internazionale  “Pool dell’oro” organizzato e gestito dagli Stati dei paesi vincitori la seconda guerra mondiale.          
A.P.

Nota: La lunga vicenda della moneta di occupazione  "americana" si concluse con la legge n. 3598 del 28 dicembre 1952, che obbligò il Ministero del Tesoro a rilasciare alla Banca d'Italia Buoni del Tesoro Ordinari per un ammontare corrispondente... 
a quello delle fraudolente Am-lire ritirate e bruciate in seguito alla Convenzione del 1946...
Questo doppio addebitamento all'Italia delle spese del falsario Alleato costituì il corpo principale dell'odioso debito pubblico del dopoguerra.


Il dettaglio del valore facciale delle emissioni cartacee è il seguente:
1 Lira -              82,240,000
2 Lire -            147,584,000
5 Lire -            674,880,000
10 Lire -       1,358,720,000
50 Lire -       7,184,600,000
100 Lire -   26,000,000,000
500 Lire -   33,895,000,000
1000 Lire - 73,300,000,000




La dottrina del “debito odioso”


La dottrina del “debito odioso”
di Massimo Mazzucco - 28/10/2011

Fonte: Luogo Comune



Quando gli Stati Uniti sconfissero la Spagna, nel 1898 (ricordate l’auto-affondamento del Maine, prima false flagdella storia moderna?) presero il possesso, fra altri territori, dell’isola di Cuba. 

A quel punto la Spagna disse: “Benissimo, vi siete presi Cuba? Ora vi accollate anche il debito monetario che Cuba aveva nei nostri confronti“. 

Gli Stati Uniti ci pensano un po’, e poi risposero: “Spiacenti, ma i prestiti che avete fatto all’isola di Cuba non erano intesi ad aiutare la sua popolazione, ma anzi a rafforzare il sistema di repressione che li manteneva in stato di schiavitù nei vostri confronti. Non ci riteniamo quindi obbligati ad onorare il loro debito verso di voi. Tanti saluti e buon Natale.” 

Vi era già stato un precedente simile, nel 1883, quando il Messico rivoluzionario di Benito Juarez aveva ripudiato il debito assunto per conto della nazione dall’imperatore Massimiliano I. In quel caso però il ripudio del debito fu motivato dal modo palesemente illegale con cui Massimiliano era salito al potere in primo luogo. 

Nel 1918 toccò alla Russia rivoluzionaria ...



... di ripudiare il debito assunto in precedenza dallo Zar Nicola, con una motivazione simile a quella degli Stati Uniti per Cuba.

Nasceva così il concetto di “debito odioso”, che sarebbe poi stato formalizzato a livello internazionale dal giurista russo Alexandr Sack, professore di diritto all’università di Parigi. Nel 1927 Sack pubblicò un saggio, intitolato “Gli effetti della trasformazione dello stato sul debito pubblico e su altre obbligazioni finanziarie”, nel quale affermava: "Se un governo dispotico incorre in un debito non per bisogni o per interessi dello Stato, ma per rafforzare il regime dispotico, per reprimere la lotta della popolazione contraria al regime stesso, tale debito è odioso per la popolazione dell'intero Stato. Questo debito non è un'obbligazione per la nazione: è un debito del regime che lo ha contratto, è un debito personale del potere che lo ha assunto; di conseguenza esso si estingue con la caduta di questo potere.”

Con il Trattato di Versailles del 1919 il concetto di “debito odioso” venne applicato per la prima volta a livello multinazionale: Francia e Polonia furono parzialmente esentate dall’assumersi il debito contratto dai tedeschi nei territori conquistati di Alsazia e Lorena, e dalla Polonia stessa, poichè i prestiti erano stati finalizzati al mantenimento del controllo su quei territori, e non al bene delle popolazioni locali.

Con lo storico Caso Tinoco, del 1922, venne introdotto un concetto di fondamentale importanza, che contribuì alla formulazione definitiva della cosiddetta dottrina del “debito odioso”: la provata consapevolezza, da parte del creditore, dello scopo reale del prestito erogato. Quando il Costa Rica si rifiutò di onorare i debiti assunti dal dittatore Tinoco verso il Canada, il caso internazionale fu affidato al giudice Taft, ex-presidente della corte suprema americana e futuro presidente degli Stati Uniti. Taft dimostrò che al momento di erogare il prestito i canadesi sapevano benissimo che Tinoco lo avrebbe utilizzato per difendere la propria dittatura, già barcollante, nel tentativo estremo di reprimere la popolazione insorta contro di lui.

In base a questo fatto, Taft stabilì che il nuovo governo del Costa Rica non fosse obbligato a ripagare un debito che la sua popolazione non aveva mai assunto in primo luogo, mentre introduceva il precedente legale in cui si invita il creditore a rivolgersi direttamente al prestatario (il dittatore Tinoco, in questo caso) se vuole riavere il suo denaro.

Nel 1947 toccò all’Italia subire le conseguenze dei prestiti “sconsiderati”, o indirizzati comunque alla repressione del popolo stesso che li riceve: nel Trattato di Parigi venne stabilito che l’Etiopia non dovesse restituire i soldi ricevuti in prestito dall’Italia nel periodo coloniale, in quanto erano stati utilizzati proprio per rafforzare il suo predominio sulle popolazioni locali.

Se ora consideriamo il reale meccanismo su cui sono basati oggi i prestiti internazionali (World Bank e IMF soprattutto), ci rendiamo conto del potenziale devastante rappresentato dalla dottrina del debito odioso, se venisse applicata con lo stesso rigore con cui è stata applicata in passato: riuscendo a dimostrare che un qualunque stato del terzo mondo ha ricevuto prestiti che non sono stati utilizzati per il beneficio della popolazione, e dimostrando che questo fatto fosse noto già in partenza a chi ha erogato il prestito, il debito assunto da quello stato verrebbe immediatamente a decadere.

E’ quello che propongono gli autori Léonce Ndikumana e James Boyce nel libro “Africa’s odious debt” (Il debito odioso dell’Africa), nel quale spiegano come oltre il 50% dei prestiti erogati negli ultimi 20 anni verso le nazione africane sia sistematicamente “uscito” da quelle nazioni – sotto forma di commesse industriali prestabilite, verso gli stessi paesi eroganti, oppure di acquisto di armi da parte dei dittatori locali – entro un anno al massimo dall’erogazione.

Mentre il resto dei soldi prestati finisce quasi sempre nelle tasche dei governanti corrotti di quel paese, come nel caso del dittatore dello Zaire, Mobutu, che aveva usato i prestiti internazionali per far costruire una pista di atterraggio per il Concorde davanti a casa sua.

Il risultato di questi “aiuti umanitari”, spiegano gli autori del libro, è quindi duplice: da una parte gli stati che hanno ricevuto i prestiti si ritrovano in stato di schiavitù permanente verso i loro benefattori, mentre dall’altro, dovendo sudare sette camicie per ripagare il debito, sono costretti a tagliare anche quel poco di budget che hanno a disposizione per la salute pubblica, l’istruzione e le infrastrutture.

Lo schiavismo non è mai stato abolito, ha solo cambiato le apparenze.

Provate quindi ad immaginare che cosa sarebbe successo se Gheddafi avesse introdotto la moneta unica africana, basata sull’oro, convincendo nel contempo tutti gli stati del continente ad impugnare la dottrina del “debito odioso” contro i creditori occidentali.

In confronto la Terza Guerra Mondiale sarebbe apparsa come un corteo silenzioso di pacifisti.

venerdì 28 ottobre 2011

Banca d’Italia: 2000 a Palermo tentano di occuparla

Banca d’Italia: 2000 studenti a Palermo tentano di occuparla

Blitz

PALERMO – Circa duemila studenti delle scuole superiori, che hanno manifestato a Palermo, hanno tentato di occupare la sede della Banca d’Italia in via Cavour. Un cordone di carabinieri e polizia ha impedito l’accesso ai ragazzi che protestavano contro la riforma Gelmini e il governo Berlusconi.
Le vie del centro storico (via Maqueda, corso Vittorio Emanuele e via Roma) sono state a lungo bloccate dal corteo. ”Fateci entrare – urlavano gli studenti – Vogliamo rivendicare il nostro diritto a non dover pagare una crisi creata da governi e banchieri e che adesso vogliono far ricadere su noi studenti e sulle fasce deboli di questa società”.
Ecco un video della manifestazione girato dal Giornale di Sicilia.it:
28 ottobre 2011 | 11:47

UE, una delle possibili soluzioni: l'arbitraggio del debito

Una soluzione per la UE: la reciproca distruzione del debito


The Great EU Debt Write Off” è un sito web che contiene i dettagli di uno “studio di fattibilità” su un Giubileo del debito, fatto dal professor Anthony Evans e dai suoi colleghi presso l’ESCP Europe Business School. Lo studio ha utilizzato i dati del FMI e della Banca dei regolamenti internazionali (BRI) per vedere cosa sarebbe successo se Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania semplicemente avessero cancellato tutto il debito estero che si dovevano l’un l’altro – un giubileo del debito sovrano. La rete della reciproca distruzione del debito che hanno studiato risulta così.

 PRIMA
DOPO


 Il Professor Evans ha detto che quello che lui e i suoi colleghi hanno scoperto “è sbalorditivo”. I paesi possono ridurre il loro debito totale del 64% attraverso la cancellazione dei debiti reciprocamente interconnessi, portando il debito totale dal 40,47% del PIL al 14,58%

Sei paesi - Irlanda, Italia, Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania – sono in grado di cancellare oltre il 50% del loro debito 
L’Irlanda può ridurre il suo debito da quasi il 130% del PIL a meno del 20% del PIL
La Francia può eliminare virtualmente il suo debito – riducendolo a solo lo 0,06% del PIL

 Un Giubileo del Debito tra le nazioni ‘debitrici’ consentirebbe all’Irlanda di ridurre il carico del suo debito dal 130% del PIL a meno del 20%! Praticamente vorrebbe dire cancellare i tagli paralizzanti a cui sono costretti gli Irlandesi. Mentre anche tra le nazioni ‘creditrici’ la Francia beneficerebbe di una quasi totale cancellazione del suo debito. Così anche il popolo francese sarebbe avvantaggiato. Il Professor Evans ha puntualizzato è che in “tutto il debito estero”, ha incluso anche i debiti in valuta estera detenuti dalle banche private, visto che la linea tra debito veramente sovrano e debito bancario e privato è ormai confusa. Ha detto inoltre che il principale limite che hanno avuto è stato di non essere stati in grado di determinare la durata e i tassi delle diverse obbligazioni nei diversi paesi. Così hanno virtualmente cancellato debiti che, pur dello stesso importo di capitale, potrebbero avere un valore diverso a causa dei diversi tassi di interesse e durata. Comprensibilmente, questo lo rende prudente sulla attendibilità dei suoi risultati. Tuttavia, egli è d’accordo che su ammontari così elevati, i tassi di interesse e le differenze di durata possono essere considerati marginali. Nel grande schema delle massicce riduzioni di debito che si otterrebbero le differenze di tassi e durata potrebbero essere giustamente viste come un piccolo costo da sopportare per così tanto guadagno.

David Malone, autore di “The Debt Generation”, e blogger di golemxiv-credo.blogspot.com, commenta lo studio di Evans chiedendosi come mai nessuno abbia pensato a una ipotesi così fattibile.

La risposta è questa: I banchieri non vogliono che si parli della cancellazione reciproca del debito perché sarebbe necessario imporre una riduzione della leva finanziaria. I banchieri non vogliono il deleveraging perché la leva è il segreto su cui i banchieri fanno i loro profitti. La ragione per cui la cancellazione del debito costringerebbe alla riduzione della leva finanziaria è che gran parte del debito che verrebbe annullato è attualmente registrato sui libri delle banche come un ‘asset’ che serve da garanzia ad altri prestiti e ancora più debito. Così, se si inizia a cancellare il debito la piramide del debito a leva dei banchieri comincia a sgretolarsi.
Il fatto che dovrebbe sbriciolarsi se si vuole avere una ripresa, e non essere paralizzati dal tentativo di pagare debiti impagabili, non riceve mai un accenno nel mondo dei banchieri.