9/11: Deutsche Bank, tanta FINANZA & poco FUTURO...
Cosa stanno facendo il tenente Salerno Sergio, il Maresciallo Gusmai Maurizio ed il maresciallo Liberto Rosario? Sembra una domanda retorica ma non lo è. Nel libro "Banche armate alla guerra", edizioni Fratelli Frilli 2003, nelle pagine 114 e 115 si legge quanto segue:
"N.d.A.: Dopo la pubblicazione di questa inchiesta, Marco Saba il 1 agosto 2002 è stato "intervistato" dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della GdF che in quell'occasione gli disse che, se anche fossero state effettuate speculazioni dalla Deutsche Assets Management di Milano, la DeAm, la SIM italiana di Deutsche Bank, siccome avrebbero impiegato un programma internazionale di compravendita titoli, mancava la territorialità italiana per effettuare delle indagini. Inutile ribadire come sia molto sospetta questa versione dato l'impatto globale che hanno avuto gli attentati del 11 settembre.
Nessuno vuole indagare.
(Tratto da "Torri gemelle: molta Finanza e poco Futuro", luglio 2002)".
La territorialità per la GdF non c'è, però possiamo tranquillamente mandare allo sbaraglio i corpi speciali dei carabinieri nell'Iraq radioattivo. Tempo dopo, venni reintervistato da altri ufficiali della GdF, questa volta - mi dissero - inviati dal procuratore Gherardo Colombo. Raccontai l'episodio, l'intero colloquio venne registrato. Qualche giorno dopo, per telefono, mi dissero: "Lei ci fa solo perdere tempo!" Erano il maresciallo Arbus ed il maresciallo Baldinu. Se "qualcuno" avesse veramente voluto sapere chi aveva ordinato gli attacchi dell'11 settembre, sarebbe stato sufficiente risalire, tramite i gestori dei fondi della Deutsche Bank [cominciando da Michele Gessi], a chi aveva dato gli ordini per le speculazioni sui titoli United Airlines e American Airlines !!!
"Cherchez l'argent":
Scopri la storia nascosta e i piani che manipolano la finanza e il potere globale.
lunedì 12 settembre 2011
CARTELLE ESATTORIALI INVIATE PER POSTA: SONO INESISTENTI
CARTELLE ESATTORIALI INVIATE PER POSTA: SONO INESISTENTI
by Claudio Rossini on Monday, September 12, 2011 at 10:49am
CARTELLE ESATTORIALI INVIATE PER POSTA: SONO INESISTENTI
Ennesima pronuncia dei giudici tributari di Lecce in merito alla “giuridica inesistenza” delle cartelle esattoriali spedite semplicemente per posta da Equitalia.
Infatti, una recentissima sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Lecce (Sent. CTP di Lecce n.197/05/11 liberamente visibile su www.studiolegalesances.it – Sez. Documenti), si allinea ad altre precedenti pronunce emesse sempre dalla stessa Commissione di Lecce (si veda sempre sul sito la sent. CTP di Lecce n.909/05/09 e la sent. CTP di Lecce n.436/02/10) o da altre Commissioni italiane (ad esempio la Sent. CTR di Milano n.61/22/10) secondo le quali risulta addirittura “inesistente” la notifica della cartella inviata a mezzo posta direttamente dai dipendenti di Equitalia e senza l’ausilio dei soggetti puntualmente individuati dalla legge (art.26, comma 1, DPR n.602/73), ossia:
1) gli Ufficiali della riscossione;
2) gli Agenti della Polizia Municipale;
3) i Messi Comunali, previa convenzione tra Comune e Concessionario;
4) altri soggetti abilitati dal Concessionario nelle forme previste dalla legge.
La Commissione Tributaria di Lecce, infatti, ha già chiarito in precedenti occasioni che la notifica degli atti ad opera del concessionario della riscossione non può essere simile a quella dell’Agenzia delle Entrate, dove invece è ammesso l’invio “diretto” (ossia senza intermediari) dei propri atti per posta.
Ciò deriva dal fatto che per l’Amministrazione finanziaria si applica la legge n.890/82 (intitolata “Notificazione degli atti a mezzo posta …”).
Infatti, l’art. 14 della predetta legge prevede “la notifica degli avvisi e degli altri atti che per legge devono essere notificati al contribuente anche a mezzo della posta DIRETTAMENTEdagli uffici finanziari”.
Detta previsione, però, è chiaramente riservata agli uffici che esercitano potestà impositiva, con esclusione degli agenti della riscossione che sono preposti solo alla fase riscossiva.
Inoltre, occorre evidenziare che mentre con l’originario testo dell’art. 26 del DPR n. 602/73, comma 1, (disposizione relativa alla notifica delle cartelle) era stabilito che la notificazione potesse essere eseguita “anche mediante invio, da parte dell’esattore, di lettera raccomandata con avviso di ricevimento” (articolo in vigore dal 1/01/1974 al 30/06/1999) la disposizione è sensibilmente variata con l’avvento della riforma della riscossione mediante ruolo (ossia con l’introduzione del Dlgs n.46/99 e del Dlgs n.112/99).
L’attuale articolo 26, come appunto sostituito dall’art. 12 del Dlgs n.46/99, ora dispone che “la cartella è notificata dagli ufficiali della riscossione o da altri soggetti abilitati dal concessionario nelle forme previste dalla legge ovvero, previa eventuale convenzione tra comune e concessionario, dai messi comunali o dagli agenti della polizia municipale. La notifica può essere eseguita anche mediante invio di raccomandata con avviso di ricevimento”.
Disposizione quest’ultima che, a differenza della formulazione precedente, non contempla l’espressione “DA PARTE DELL’ESATTORE” che è invece sostanzialmente rimasta nell’art. 14 della legge n.890/82 laddove viene concesso agli uffici finanziari il potere di notificare “a mezzo posta direttamente” gli atti di loro spettanza.
Tale differenza deriva da una precisa scelta del legislatore, il quale ha previsto la possibilità che il funzionario pubblico (e quindi solo l’Amministrazione finanziaria) possa sostituire l’organo della notificazione in virtù della sua particolare qualità.
Ben diverso è invece il discorso per il concessionario, in quanto trattasi di società commerciale di diritto privato. A riprova di ciò, infatti, l’art. 26 del DPR n.602/73, nella vigente formulazione, esordisce affidando a soggetti specifici la funzione della notificazione delle cartelle, in primo luogo agli ufficiali della riscossione.
Proprio per tale motivo, i giudici di Lecce nella sentenza in oggetto chiariscono che la cartella inviata per posta è illegittima poiché “… l’art. 26 … nella formulazione successiva alla riforma della riscossione mediante ruolo (DLgs 46/99 e Dlgs 112/99) ha riservato agli uffici che esercitano potestà impositiva (e quindi solo all’Agenzia delle Entrate) la possibilità di notificare avvisi e altri atti anche a mezzo posta …” (sent. CTP di Lecce n.197/05/11).
Pertanto, qualora dovesse risultare – come nel caso in oggetto – l’invio delle cartelle per posta direttamente da parte del concessionario (attraverso suoi dipendenti sprovvisti dei requisiti previsti dalla legge) gli atti sono da ritenersi INESISTENTI.
Sarà dunque onere del Concessionario della riscossione produrre in giudizio oltre alla ricevuta di ritorno della raccomandata anche la cartella di pagamento e la relativa relata di notifica debitamente compilata.
Solo in questo modo egli potrà provare al contribuente la corretta notifica (attraverso, dunque, la relata di notifica insieme alla raccomandata) e il corretto contenuto della pretesa creditoria (con la produzione in giudizio della cartella).
Borse Ue in discesa. Giù Milano con banche
12/09/2011 9.31
Borse Ue in discesa. Giù Milano con banche
(Teleborsa) - Roma, 12 set - Partenza in forte ribasso per le principali borse europee, che estendono il calo di venerdì, innescato dalle dimissioni a sorpresa del membro tedesco del board della Bce, Jurgen Stark, in contrasto con le politiche di salvataggio dei Paesi periferici dell'Eurozona varate dall'Eurotower con il programma di acquisto di titoli di Stato. Sui listini azionari europei, pesano anche le voci di un possibile default della Grecia, circolate in questo fine settimana.
I rinnovati timori sulla delicata situazione della Zona Euro penalizzano ancora la valuta unica, che abbandona anche quota 1,36 dollari. Il cross eur/usd infatti è arrivato a toccare nella notte il minimo a 1,35 dollari. L'euro perde terreno anche contro lo yen ed il franco svizzero.
Sulle prime rilevazioni, Parigi perde oltre 3 punti percentuali, mentre Francoforte e Londra arretrano del 2% circa. In rosso anche la borsa di Milano dopo il bagno di sangue di venerdì, con altri 15 miliardi di capitalizzazione bruciati in poche ore. L'indice FTSE MIB cede il 3,30% a 13.550,23 punti mentre il FTSE All Share scivola del 3,07% a 14.456,78 punti. Grande attesa per le aste che verranno indette a partire da questa mattina, mentre si allarga il differenziale tra titoli di Stato italiani e tedeschi a 10 anni a 380 punti base.
Bancari in caduta in tutta Europa, con i titoli delle principali banche francesi in netto calo su voci di un possibile downgrade da parte di Moody's. A Piazza Affari sotto la lente oggi la Popolare Milano alla vigilia delle riunioni del Cda e del Comitato Esecutivo. Forte la discesa di Unicredit e Intesa Sanpaolo, quest'ultima tornata nuovamente sotto quota 1 euro. Rimbalza Mediolanum che venerdì guidava il ribasso dei finanziari.
Giù gli industriali specie il settore dell'auto, con le due Fiat assieme ad Exor.
Nel lusso, timido spunto positivo di Bulgari. Vendite su Safilo che ha appena annunciato di non aver rinnovato il contratto di licenza per la produzione e distribuzione di occhiali a marchio Nine West, le cui collezioni sono vendute principalmente negli Stati Uniti.
Spenta l'energia con Eni che scivola in linea con l'intero settore oil europeo. Il gruppo del cane a 6 zampe ha ufficializzato venerdì il lancio di un bond a sei anni destinato al pubblico retail per un valore complessivo massimo di 1 miliardo di euro.
Sul listino completo milanese, positiva la Juventus FC dopo la vittoria per 4-1 sul Parma.
I rinnovati timori sulla delicata situazione della Zona Euro penalizzano ancora la valuta unica, che abbandona anche quota 1,36 dollari. Il cross eur/usd infatti è arrivato a toccare nella notte il minimo a 1,35 dollari. L'euro perde terreno anche contro lo yen ed il franco svizzero.
Sulle prime rilevazioni, Parigi perde oltre 3 punti percentuali, mentre Francoforte e Londra arretrano del 2% circa. In rosso anche la borsa di Milano dopo il bagno di sangue di venerdì, con altri 15 miliardi di capitalizzazione bruciati in poche ore. L'indice FTSE MIB cede il 3,30% a 13.550,23 punti mentre il FTSE All Share scivola del 3,07% a 14.456,78 punti. Grande attesa per le aste che verranno indette a partire da questa mattina, mentre si allarga il differenziale tra titoli di Stato italiani e tedeschi a 10 anni a 380 punti base.
Bancari in caduta in tutta Europa, con i titoli delle principali banche francesi in netto calo su voci di un possibile downgrade da parte di Moody's. A Piazza Affari sotto la lente oggi la Popolare Milano alla vigilia delle riunioni del Cda e del Comitato Esecutivo. Forte la discesa di Unicredit e Intesa Sanpaolo, quest'ultima tornata nuovamente sotto quota 1 euro. Rimbalza Mediolanum che venerdì guidava il ribasso dei finanziari.
Giù gli industriali specie il settore dell'auto, con le due Fiat assieme ad Exor.
Nel lusso, timido spunto positivo di Bulgari. Vendite su Safilo che ha appena annunciato di non aver rinnovato il contratto di licenza per la produzione e distribuzione di occhiali a marchio Nine West, le cui collezioni sono vendute principalmente negli Stati Uniti.
Spenta l'energia con Eni che scivola in linea con l'intero settore oil europeo. Il gruppo del cane a 6 zampe ha ufficializzato venerdì il lancio di un bond a sei anni destinato al pubblico retail per un valore complessivo massimo di 1 miliardo di euro.
Sul listino completo milanese, positiva la Juventus FC dopo la vittoria per 4-1 sul Parma.
Banche e governi: loro sbagliano
Banche e governi: loro sbagliano. Noi paghiamo
di Marcello Foa - 11/09/2011Fonte: il giornale
Segnale molto inquietante: come già avvenuto nel 2008 le banche non si fidano più le une delle altre, dunque stanno riducendo lo scambio interbancario; il che significa che viene a mancare la liquidità all’economia reale. Parola di banchiere, in via confidenziale. Il fenomeno è solo agli inizi, ma è molto preoccupante perché se non viene arginato subito porta dritto alla recessione e al fallimento di aziende e forse di molte delle stesse banche, riproponendo quel rischio sistemico che a parole tutti dicevano di non voler più ammettere. E invece…
Invece nel 2008 il problema non è stato risolto alla fonte, ma i governi occidentali e istituzioni com il Financial Stability Forum di Mario Draghi si sono limitati a turare le falle e a operazione cosmetiche o a varare norme rigide e assurde, come il nuovo di Basilea 3. Con un’aggravante: proprio per salvare le banche più grandi e indebitate e tentare di sostenere l’economia i governi occidentali hanno portato l’indebitamento pubblico alle stelle e ora sono più malconci di prima, perché aggiungono gli errori di oggi a quelli commessi nei decenni scorsi e scaricati sulle generazioni future. Mi chiedo: ma i famosi e strombazzati stress test sulle banche non avevano rassicurato gli Usa e l’Europa sullo stato di salute degli istituti bancari? Chi li ha condotti? Chi li ha firmati? Chi oggi ne risponde? La risposta è ovvia: nessuno.
In questo strano mondo c’è chi non sbaglia mai per le proprie colpe e chi paga sempre per le colpe degli altri… Voi da che parte vi trovate?
Marcello Foa, a lungo firma de Il Giornale, ora dirige il gruppo editoriale svizzero TImedia ed è docente di Comunicazione e Giornalismo. Il Cuore del mondo è diventato un blog indipendente ospitato da ilgiornale.it
La finanza anglosassone detta la finanziaria
La finanza anglosassone detta la nuova manovra finanziaria
di Federico Dal Cortivo - 11/09/2011Fonte: europeanphoenix
Alla fine hanno prevalso i cosiddetti “poteri forti”, che forti lo sono davvero, come la Bce, la Ue e il Fmi, che hanno imposto all’Italia misure economiche draconiane, in nome della “stabilità dei mercati”, che non sono altro che le banche e la grande finanza speculativa e di carta. Se qualcuno pensava che la Grecia fosse lontana, dovrà a breve ricredersi perché l’attacco a cui è sottoposta l’Italia è del tutto simile a quello che ha colpito e distrutto l’economia ellenica e quello che le restava di Stato sociale, e che investe la Spagna, il Portogallo e poi a salire se non interverranno rivolgimenti non previsti dagli gnomi finanziari.
Wall Street e la City hanno deciso di far pagare all’Europa il fallimento dell’economia statunitense e sfilare quello che resta di sovranità nazionale agli stati più deboli, chiamati con il termine dispregiativo dagli anglosassoni “pigs”.
Le misure imposte sono sempre le stesse quando in campo entra la grande finanza usuraia , lo si è visto in tempi non lontani in America Latina, dove invece ora le cose marciano in senso contrario: riduzione delle pensioni, taglio dei salari, privatizzazioni selvagge, riduzione degli stanziamenti per le scuole e università pubbliche, precarizzazione del lavoro, aumento della disoccupazione ecc. Un programma tanto caro alle oligarchie internazionali e nazionali.
Cose che si stanno verificando puntualmente e che il Parlamento italiano, tutto, nessuno escluso avvalla, con la complicità di un Capo dello Stato come Giorgio Napolitano che da comunista pentito si è convertito al peggior liberismo di marca calvinista-protestante.
Nel mondo del lavoro, che già era ridotto ai minimi termini nel campo delle tutele dalle varie Leggi Treu e Biagi, la scure imposta da Draghi e soci di Francoforte ha fatto partorire a Sacconi e compagni di governo l’art. 8 del Decreto sulla manovra finanziaria, che contiene in se una serie di stravolgimenti a danno dei lavoratori che se andranno a buon fine decreteranno la morte dei diritti e delle conquiste sociali che hanno caratterizzato il mondo del lavoro italiano dagli anni “30 agli anni “70, e di quello che è rimasto di Stato sociale oramai ridotto a brandelli dai vari governi di centro sinistra e centro destra.
Dopo il famigerato accordo sui contratti del 2009, dove la valenza negativa di quest’accordo è palese e ci viene anche dalla lettura del punto 16 dello stesso, dove compare la possibilità di “deroghe in peggio del CCNL” sia per la parte normativa, sia salariale durante la trattativa di secondo livello, ora si è pensato bene di aggirare tutti i rimanenti ostacoli costituiti dalle norme di Legge come ad esempio lo Statuto dei Lavoratori, e colpire da tergo l’Art 18, l’orario di lavoro, il controllo a distanza, l’uso di vigilantes per controllare i lavoratori, anche in questo caso, mediante accordi separati tra imprese e sindacati maggiormente rappresentativi. Si potranno poi cambiar le pause, gli inquadramenti, assumere giovani con contratti al ribasso ecc. E‘ facile intuire che in base alla duttilità dei vari sindacati, “e qui ora entra in ballo al 110% la coerenza e la capacità delle varie organizzazioni di tutelare realmente i lavoratori, si vedrà nei fatti chi realmente difenderà i dipendenti sul posto di lavoro”, e dai ricatti datoriali fatti sul tema occupazionale del tipo "licenzio 20 se non firmate l’accordo sull’aumento dell’orario o sul dimezzamento delle pause", le aziende cercheranno accordi capestro per applicare norme peggiorative per i lavoratori. Ora è necessaria in Italia e non solo, una reazione decisa soprattutto dei giovani che sembrano non capire che sono le principali vittime di tutto ciò, ma anche dell’intera Nazione che si vede scippata del proprio futuro dai “camerieri dell’alta finanza”, che siedono a Montecitorio. E’ necessario sbarrare il passo ai Draghi & C., che in nome della “stabilità”, la loro, impongono lacrime e sangue ai popoli.
domenica 11 settembre 2011
Tra tecnocrazie monetarie e speculazione
Tra tecnocrazie monetarie e speculazione
09/09/2011
L’austerità è un’arma spuntata contro gli attacchi dei predoni della finanza. E la cessione di potere alla Bce non ci salverà. Riflessioni sul da farsi, a partire dalla lunga estate pazza
I parte. La politica in Europa, succube di tecnocrazie e professionisti della speculazione
Mi impensierisce, in questi giorni di follia internazionale, la confusione mentale di molti di quelli che, sulla grande stampa quotidiana, hanno da dire qualcosa su quanto accade e su cosa bisogna fare. Se il problema del governo è quello dell’agire subito e con decisione, non vi è molto da capire. I margini di tempo e di discrezionalità sono talmente ristretti che non resta che fare, ma subito, il meno peggio, e farlo senza credere nelle favole di chi dice che sia possibile praticare nell’immediato politiche che concilino austerità e sviluppo. Una ricetta per lo sviluppo a breve non l’ha nessuno. Ora è come quando si combatte strada per strada in una città che si pensava felice e ben fortificata. Prima bisogna salvarsi. Ma chi non è coinvolto nei combattimenti, chi ha a che fare con il pensare strategico, dovrebbe riflettere sulle origini lontane e sulle sequenze di eventi e decisioni da cui da ultimo è derivata la falla, al fine di costruire, da domani, un futuro più sensato.
Sosterrò, lungo queste linee, che
(a) le politiche di austerità sono non solo inutili per combattere gli attacchi speculativi, ma dannose, nel senso che giocheranno a favore di nuovi attacchi;
(b) l’idea degli eurobonds non ha alcuna rilevanza nel combattere e nel prevenire gli attacchi speculativi. Gli eurobonds vanno invece usati, insieme ad altri strumenti e in un contesto di bilancio federale e di politica industriale europei, per indurre una nuova fase di sviluppo (ma non penso a qualcosa di genericamente “keynesiano”);
(c) esiste una strada maestra per rispondere agli attacchi speculativi, che è quella di fare della Bce un soggetto prestatore di ultima istanza, non solo nei confronti delle banche ma anche degli stati, come con chiarezza e argomentazioni convincenti è stato indicato indipendentemente e in forme leggermente diverse, proprio in questi caotici giorni, da Paul de Grauwe e da Daniel Gros (www.voxeu.org).
Purtroppo siamo assuefatti, in materia, al contesto di luoghi comuni e di proiezioni culturali che la politica internazionale e i suoi echi di stampa ci pongono sotto gli occhi e non riusciamo a prenderne le distanze. Partirei quindi da qualcosa di immediato, che la nostra assuefazione ha condotto a non considerare grave e anomalo e che invece avrebbe dovuto fungere da campanello d’allarme. Sarebbero partite due lettere ai premier d’Italia e Spagna, firmate dal Presidente della Bce ma controfirmate dai governatori delle due rispettive banche centrali nazionali, con la richiesta dettagliata di assunzione di impegni sulla quantità e sulla qualità delle azioni con riflessi di bilancio pubblico. Avrebbe dovuto esservi grande scandalo per un tale evento, quanto meno sul piano della forma e dei particolari soggetti coinvolti. Le prescrizioni assomigliano infatti più alla determinazione delle penalità imposte dal Trattato di Versailles ai paesi che avevano perso la guerra che a rapporti corretti tra stati sovrani, partner di una Unione Europea che ha speso infinito tempo nel tentare di disegnare una costituzione europea, non riuscendovi. Invece scandalo non vi è stato (parziali eccezioni a me note nella stampa italiana sono Roberto Esposito e Barbara Spinelli, su la Repubblicarispettivamente del 12 e del 17 Agosto).
Il punto essenziale è che non si trattava di condizioni poste e definite dai governi europei in una qualche sede istituzionale, bensì dettate direttamente dal presidente della Bce; da una tecnocrazia, cioè, e controfirmate dai vertici di altre tecnocrazie sorelle; vertici – è bene ricordarlo – designati e non eletti, comunque inamovibili. Sarà che i fondamenti del diritto internazionale spesso non sono solidissimi, ma sono sicuro che in nessuno dei paesi europei esistano elementi giuridici di sostegno alla prassi seguita. Non parlo solo della procedura, ma anche della sostanza. Ed è questo che richiede riflessione, che richiede una diagnosi non delle ragioni del comportamento della Bce, ma del fatto che pochi si scandalizzino. La forma, per certi tipi di decisione, ha un rilievo almeno eguale a quello della sostanza.
Potrebbe sembrare che la giustificazione per accettare senza proteste quanto accaduto sia il carattere di necessità e urgenza (come in Italia per i decreti legge) che tale prassi pretendeva di avere; ovvio che quando sembra si stia affogando tutto sembri lecito. Credo tuttavia la ragione sia ben diversa. Ci siamo abituati ad accettare, per tutto ciò che riguarda i problemi economici, la supremazia delle istituzioni monetarie internazionali, dal Fmi alla Bce. Viene cioè dato per scontato che siano esse a prendere tali decisioni, anche quando non rientrano, statutariamente, nei loro poteri. Ed è questo “dare per scontato” che impedisce di vedere a fondo le ulteriori, nascoste e sottili, “anomalie” che si celano al di sotto della superficie.
Ottemperare alla lettera della Bce era condizione per ottenere la sottoscrizione dei nostri titoli del debito in scadenza e il sostegno dei loro corsi (meno male, visti i tempi). Ma ciò che dava alla Bce la facoltà di negare la sottoscrizione era l’art. 101 del Trattato europeo, un articolo sciagurato che le stesse banche centrali avevano voluto e ottenuto in passato per “affrancarsi” dalle pressioni politiche. Questo articolo infatti consente alla Bce di negare la sottoscrizione quando vuole e al contempo di concederla quando vuole per il tramite delle banche ordinarie. E non è forse l’Art. 101 il figlio lontano dei “divorzi” che le banche centrali dei maggiori paesi del mondo avevano voluto e ottenuto nella prima metà degli anni '80 (la cessione del potere statale di signoraggio, cioè il diritto di stampare moneta) e che erano stati poi rafforzati negli anni 1990, almeno in Europa, dal divieto per le banche nazionali di sottoscrivere direttamente titoli emessi dagli stati (cioè la sostanza dell’attuale Art. 101)?
Ci siamo assuefatti, assuefatti al punto che non ci interroghiamo sull’uso che è stato fatto del potere ceduto (ci sarebbe molto da discutere sull’atteggiamento della Bce in merito all’alimentazione delle bolle speculative, ma per i governi europei si è trattato evidentemente di un argomento tabù). Né riflettiamo su una seconda e ben più rilevante cessione di potere, quella a favore della c.d. “fiducia dei mercati”. Dobbiamo fare certe cose (inutile riassumerle) perché questo è quanto “il mercato si attende”. E chi lo dice, su quali fondamenti? A ben vedere si limita a suggerirlo una semplice associazione di idee: l’attacco speculativo e l’interpretazione che Bce e Fmi ne danno. Ma è una associazione spuria, non appena ci si rifletta. Se infatti il mercato fosse, come solo un atteggiamento ideologico o lobbistico può pretendere sia, quella virtuosa forza che deriva dalle interazioni di un’anonima massa di decisori individuali, come farebbero Fmi e Bce a sapere quel che il mercato si attende? Non sarà che il mercato accetta la visione che di ciò che è bene fare hanno Fmi e Bce? Ma allora esso sarebbe di fatto, pur nella sua infinita, anonima, spontanea saggezza, poco di più e di diverso che il braccio armato del “bene”, quale pensato dalle tecnocrazie di Fmi e Bce. Saremmo insomma ad una delle tante varianti delle crociate.
Sono in molti a sapere che le cose non stanno così. I mercati finanziari sono guidati e sfruttati da speculatori professionisti. Essi “lanciano” delle operazioni al ribasso (ma non solo), danno inizio al ribasso vendendo in modo concentrato titoli o divise di cui si sono approvvigionati a ritmi lenti, gli stessi titoli che al contempo vendono anche a termine (cioè con impegno di consegna differita), nella fiducia che il ribasso venga potenziato dalle vendite operate dalla massa di chi, possedendoli, li vende per paura (chiamiamo pure questa massa il “parco buoi”). Da notare un’altra cosa che tutti gli esperti sanno: per operare tali manovre i mezzi propri degli speculatori sono una piccola frazione dei fondi totali che essi mobilitano, in quanto i fondi propri sono moltiplicati, di 10-20 volte o perfino più, da una leva finanziaria notevole assicurata da banche d’affari che in ciò trovano il loro tornaconto.
Il problema degli speculatori è solo l’occasione e il timing del lancio delle operazioni intorno ai quali imperniare le più opportune manovre di manipolazione delle informazioni. In questo entrano, per opportunismo, impudenza o peggio, le agenzie di rating (Krugman in un recente articolo su la Repubblica ha incisivamente argomentato quanto Standard & Poor’s si inaffidabile e perché). Il “mercato” del quale stiamo parlando, cioè, non è certo quello le cui virtù vengono tanto mitizzate, quello dei grandi capitani di impresa, dai Krupp agli Steve Jobs; non è il mercato in cui la borsa serve essenzialmente per acquisire il capitale di rischio e per arbitrare il “vero” valore delle aziende. E non è nemmeno una lotteria governata dal caso.
I problemi che stiamo incontrando oggi, quindi, non stanno nel semplice fatto che esistano le attività speculative appena dette. Sta, certo, nella massa di liquidità che tali speculatori riescono a usare. Ma sta, soprattutto, nella enorme e inflazionata massa di titoli finanziari detenuti in varie divise il cui valore eccede quello della capacità produttiva (quello che ho appena chiamato il “vero valore” delle sole aziende produttive). È infatti tale secondo stock, detenuto dal parco buoi per vari motivi (cautelari, pensionistici, ecc.), quello che consente agli speculatori professionisti di ingigantire a dismisura le variazioni di valore da loro innescate, inducendo i fenomeni di “crisi di fiducia”.
Ciò dischiude un ulteriore duplice terreno di riflessione: la difficoltà di contrastare movimenti di stock con manovre operate su grandezze di flusso (tasse e spese) e come si siano potuti formare degli stock così ingenti, cui si fa spesso riferimento con termini come “paper economy” e “finanziarizzazione” delle economie. È un discorso da sviluppare in una seconda parte dell’articolo.
II parte. Austerità: agire sui flussi è un’arma spuntata contro attacchi che fanno leva sugli stock
Ho ricondotto – a conclusione della prima parte dell’articolo – il successo degli attacchi speculativi alla loro capacità di indurre vendite da parte di quello che ho chiamato il “parco buoi”. I soggetti politici che contano, invece – le tecnocrazie monetarie, il Tea Party negli Usa, i partiti di maggioranza in Germania – le riconducono ad un eccessivo rapporto tra debito pubblico accumulato e Pil e fanno leva, per contrastarlo, su manovre fiscali. Si pretende in tal modo di mettere ordine in qualcosa che ha a che fare con variazioni di valore di stock di ricchezza agendo su grandezze economiche di flusso, quali sono le imposte (normalmente funzione di redditi e valori aggiunti correnti) e le spese pubbliche. Ma i valori degli stock sono un multiplo dei valori dei flussi. Per avere un’idea dello squilibrio tra i due tipi di grandezza si pensi che è un po’ come se il proprietario di una casa il cui valore commerciale in un certo anno è considerato di 200.000 euro ed è affittata a 10.000 euro all’anno, a seguito di una crisi del mercato delle abitazioni che fa scendere il valore della casa del 5%, a 190.000 euro, pretendesse di rifarsi raddoppiando il canone di affitto.
La pretesa dei sostenitori dell’austerità fiscale è in effetti di portata (solo apparentemente) più modesta. L’austerità – dicono – sarebbe la dimostrazione data al mercato della serietà delle intenzioni per il futuro. Piuttosto fragile, come argomento! Per quali buone ragioni il fantomatico mercato, di cui nella prima parte dell’articolo ho descritto le vere fattezze, dovrebbe considerare “sufficiente” un qualsiasi livello di austerità sui flussi e non un altro? Tanto più che, se le considerazioni che ho già sviluppato sulla reale natura del mercato sono corrette (e francamente non temo smentite) gli speculatori sono pronti a scatenare una nuova offensiva non appena vi siano notizie tali da far riprendere le vendite di titoli da parte del parco buoi. Ed è inevitabile che tali notizie emergano.
Infatti le grandezze di flusso – reddito e prodotto nazionale – e gli indicatori ad essi connessi – di occupazione, di crescita – non sono indipendenti da tasse e spese pubbliche. L’austerità non può che avere effetti depressivi su tutte le grandezze di flusso; in altri termini non può che indurre tendenze recessive, creando in tal modo le premesse di nuovi e diversi attacchi speculativi, sia perché qualsiasi indicatore collegato alla recessione – disoccupazione, produttività, competitività – può essere usato dagli speculatori professionali come un segnale da sfruttare per lanciare nuovi attacchi, sia perché, in ogni caso, il rapporto tra debito pubblico accumulato e Pil non migliorerebbe di molto e potrebbe addirittura peggiorare. Se davvero si volesse – e sarebbe oltremodo opportuno – far diminuire l’importanza relativa del debito accumulato, l’unica via sarebbe quella di indurre maggiore sviluppo delle grandezze di flusso: produzione, investimenti produttivi, trainati da consumi interni e da esportazioni. Ma questo è uno scenario che viene escluso dal fatto che tutti i paesi, anche quelli che non dovrebbero, guidati da feticci e da profonde incomprensioni di ciò che sta succedendo, si stanno avventurando sulla strada dell’austerità.
Lascio in sospeso per un momento la questione di quali possano essere le alternative. Voglio prima chiarire – perché fornisce utili elementi diagnostici e terapeutici ancor oggi – la posizione sostenuta da Keynes a Bretton Woods nel 1944; una posizione che venne sconfitta allora dalla delegazione statunitense e che è stata riabilitata solo di recente e – devo dire – del tutto inutilmente dal Governatore della Banca centrale cinese (Zhou Xiaochuan nel 2009), nonché da un rapporto dello stesso Fmi (rapporto nel 2010 dello Strategy, Policy and Review Department).
A Keynes non stava solo a cuore che la liquidità internazionale venisse assicurata da una banca mondiale che emettesse moneta di riserva (il Bancor) il cui scopo era quello di bilanciare transitoriamente gli squilibri del commercio internazionale, ma il fatto che a seguito di squilibri i paesi in attivo fossero costretti in breve tempo ad aumentare i loro consumi e le loro importazioni da parte dei paesi in deficit. Questo obbligo avrebbe dovuto fare da contraltare ad interventi restrittivi mirati nei confronti dei paesi in difficoltà. Il fallimento di Bretton Woods con l’abbandono della convertibilità del dollaro (1971) ha dato ragione a Keynes sulla impossibilità di usare una moneta nazionale quale il dollaro Usa come moneta di riserva. Ora è il momento di dargli ragione anche sull’esigenza di obbligare i paesi forti a praticare politiche espansive, sia pure con opportune qualificazioni in materia di politiche per lo sviluppo, nonché per chiarire ulteriori virtù che avrebbe potuto avere il Bancor. Vediamo meglio.
Sotto l’ipotesi che la creazione di moneta per accompagnare la crescita nei singoli paesi fosse affidata ai rispettivi governi e subalternamente ad essi alle singole banche centrali (l’intangibilità del diritto statale di signoraggio era a quei tempi fuori questione), il ruolo del Bancor sarebbe stato quello di sanare squilibri negli interscambi tra paesi, squilibri resi transitori proprio dalla doppia lama di forbice costituita dagli obblighi imposti sia ai paesi in avanzo che a quelli in disavanzo. Di conseguenza per un verso non era pensabile una crescita fuori controllo della moneta di riserva, per un altro il Bancor appariva una istituzione capace, per i paesi partecipanti, di associare principi di responsabilità ad elementi di garanzia e affidabilità idonei a rassicurare i mercati ed evitare attacchi speculativi. Prevalse (per ovvie ragioni di equilibrio politico internazionale) la proposta di usare il dollaro statunitense come moneta di riserva. A lungo andare tuttavia sarebbero emerse delle contraddizioni tra la politica monetaria nazionale, rivolta agli obbiettivi interni, e la politica monetaria globale, come posto in evidenza da Robert Triffin fin dal 1960. Ma c’è di più.
Una rilevante quota dei dollari emessi per finanziare il commercio internazionale e/o le importazioni degli Usa prima, successivamente anche una quota rilevante di altre divise accettate quale mezzo di pagamento internazionale, usate, anche in questo caso, per finanziare il commercio internazionale e/o le importazioni dei paesi emittenti, anziché andare ad alimentare una maggiore domanda di merci (tendenzialmente equilibrando in espansione, tra i diversi paesi, i flussi di merci e di servizi prodotti), è stata “risparmiata” e tenuta sotto forma di stock di ricchezza relativamente liquidi. Ciò che da un lato ha contribuito (all’inizio solo virtualmente, come dirò) a rallentare i ritmi di crescita delle economie inizialmente più progredite, dall’altro è andata a costituire il nucleo forte degli stock di liquidità ora usati a fini speculativi.
A mio avviso, poi, tali fenomeni sono stati rafforzati, in una buona parte dei paesi ad eccezione degli Usa, da una tendenza ad una formazione di risparmio monetario in eccesso rispetto a quanto usato per finanziare gli investimenti (in relativo declino) per crescita ed innovazione. Tali saldi monetari attivi hanno trovato sbocco (nella ricerca di diversificazione per motivi precauzionali) in una lievitazione degli impieghi finanziari e in altre forme di inflazione degli assetti di ricchezza. Le implicazioni di per sé recessive determinate dall’eccesso relativo di risparmio sono state parzialmente compensate per un rilevante periodo di tempo da spese pubbliche in disavanzo. Se questo ha fatto bene all’economia reale, ha tuttavia aggravato il problema dal punto di vista dell’accumularsi dei saldi monetari attivi nelle mani delle famiglie. Tali saldi monetari sono andati comprando, anche con l’aiuto delle banche, titoli e altri assetti di ricchezza non connessi all’espansione della capacità produttiva (titoli finanziari, case esistenti, terreni, opzioni su materie prime, ecc.), inducendone quegli aumenti di valore che hanno creato e alimentato l’espansione della c.d. “paper economy”. Di quella ricchezza, cioè, la cui abnorme inflazione ha già determinato in passato distorsioni nella distribuzione del reddito e probabilmente ha contribuito al rallentamento degli investimenti produttivi, e che oggi costituisce il combustibile che propaga l’incendio innescato dagli speculatori professionali. Sono infatti le crisi di ansia dei possessori di questi stock di ricchezza (il parco buoi) che, in assenza di politiche di garanzia autorevoli e credibili, moltiplicano gli effetti delle manovre speculative e le premiano.
Ciò rende evidente che il problema non è quello di imbrigliare gli speculatori – compito a dir poco arduo se non addirittura impossibile per il momento – bensì quello di togliere loro il moltiplicatore, rassicurando il parco buoi. Ma esiste un solo modo per far ciò: dare una garanzia immediata e totale nei confronti di possibili annunciati fallimenti, ciò che possono fare solo le banche centrali. A manovre che fanno leva su variazioni dei valori degli stock si risponde rendendo chiaro, con gli annunci e con i fatti, che le vendite saranno fronteggiate da acquisti, senza limiti, sostenuti da adeguamenti degli stock di moneta; e se si risponde, subito e con decisione, dando prova di forza, non succede niente o succede poco. La rassicurazione completa e pronta evita di dover comprare (creando moneta) perché poche saranno le vendite. L’unico soggetto che ha una tale potenza di fuoco è in Europa la Bce, come ha messo lucidamente in evidenza Paul de Grauwe recentemente (18 agosto, “The European Central Bank as a lender of last resort”, www.voxeu.org).
Rispondendo invece, come purtroppo si sta facendo, solo con garanzie parziali, centellinate nel tempo, rese incerte da conflitti tra presunte cicale e ottuse formiche, da invidie e competizioni tra stati, con promesse di politiche “virtuose” esercitate sui flussi, che sono sempre a rischio di grandi tensioni sociali e di backlash recessivi (e quindi di nuovi attacchi speculativi), si premia la speculazione, si fanno inutilmente soffrire i popoli, si mina la coesione internazionale.
La Bce – fa notare de Grauwe – non ha esitato a sostenere le banche nel 2008 quando esse rischiavano un fallimento a catena. Eppure ha esitato ed esita ad intervenire sui rischi dei debiti pubblici, sebbene questi ammontino nell’Eurozona all’80% del corrispondente Pil, mentre l’indebitamento complessivo (le liabilities) delle banche fosse ben il 250% del Pil. I rischi di fallimento a catena, in assenza di un prestatore di ultima istanza, sono esattamente gli stessi per i debiti bancari e per i tioli pubblici e sollevano gli stessi problemi. Di qui la sua proposta, che la Bce funga da prestatore di ultima istanza anche per i debiti pubblici. Una proposta, del resto, non dissimile da quella di Daniel Gros (“August 2011: The euro crisis reaches the core”, 11 agosto, www.voxeu.org), che propone di trasformare lo European Financial Stability Fund (Efsf) in una banca, rispetto alla quale la Bce dovrebbe agire come prestatore di ultima istanza. Entrambi sostengono il carattere dilatorio e alla fine fallimentare di soluzioni diverse. Concordo pienamente, anche per ragioni ulteriori che chiarirò in un successivo articolo.
La riproduzione di quest'articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.sbilanciamoci.info
Il governo privato dell’economia
Nuovo Ordine Mondiale: hallesint, il governo privato dell’economia
(FONTE) 09 settembre 2011 da Elvio Ciccardini
Per la realizzazione di questo progetto occulto si sostiene sia necessario il raggiungimento dei seguenti obiettivi: la creazione di organismi internazionali capaci di controllare e soggiogare la politica mondiale a livello di singoli Stati, la costituzione di una unica moneta mondiale e il controllo dell’intera umanità. Le declinazioni e le argomentazioni sono differenti e spesso si finisce con il passare da un tema ad un altro, anche debordano verso l’ufologia, il satanico e l’esoterico.
Tali posizioni possono essere giustificate dalla forte preoccupazione per la fine di un sistema economico, il capitalismo, che lascia spazio ad un periodo di incertezza, almeno fino a quando non avverrà una nuova svolta epocale che riconfigurerà i comportamenti economico-sociali odierni. Solo in quel momento il complottismo perderà la sua area di mistero, poiché un nuovo ordine diverrà realtà…
Tuttavia, il Nuovo Ordine Mondiale non è altro che un “Ordine Mondiale” e gli ordini mondiali, nella storia, si sono continuamente avvicendati tra periodi di prosperità, di stagnazione e di guerra. Inoltre, su di essi si è ampiamente dibattuto, sia da eminenti esponenti politici, sia dagli economisti, sia da sociologi e matematici.
E’ per questo che, a detta di chi scrive, per comprendere l’evoluzione delle società contemporanee, più che chiamare in causa le teorie della cospirazione, sarebbe opportuno focalizzare l’attenzione su quei contributi, più o meno scientifici, di quegli autori del passato, che hanno affrontato i problemi e le sfide che affliggono noi contemporanei.
Questo post apre tale ricerca, affrontando alcuni aspetti di una filosofia di pensiero denominata “hallesint” nata all’inizio del secolo scorso dalle idee di A. M. Trucco (1865-1940), ideatore e fondatore della Scuola Economica Italiana.
Trucco si ispirò al funzionamento dei mercati parigini per regolare gli scambi e la produzione mondiale, attraverso una sorta di Camera di Commercio Mondiale, chiamata Fondazione Universale Hallesint. L’operato della Fondazione (paragonabile ad una banca mondiale o un istituto finanziario mondiale) sarebbe stato affiancato da borse internazionali e dall’istituzione di una valuta internazionale di conto(paragonabile ad una moneta unica mondiale), chiamata Hallis (oggi la realizzazione più simile è l’Euro, seppur in scala continentale), a cambio fisso rispetto alle monete reali dei vari paesi e da strumenti finanziari mondiali (il riferimento odierno potrebbe essere quello degli Eurobond, quando saranno realtà), sicuri e prontamente esigibili.
La storia di questo movimento non è rimasta solo su carta, ma, per un certo periodo, ha tentato di diventare realtà. Infatti, il 15 Dicembre del 1905, Trucco crea la Fondazione e fonda la Scuola Economica Italiana, che si sviluppa fino agli anni trenta ed ha simpatizzanti fino agli anni sessanta. Sulle vicende del movimento parleremo prossimamente.
Nonostante l’incuranza delle autorità pubbliche e l’opposizione della stampa nazionale, la dottrina hallesista costituisce, nel 1918, la Società Anonima Editrice alla quale cede la proprietà letteraria delle sue pubblicazioni e la Hallesint-Finanziamenti la cui attività è volta a sostenere progetti industriali innovativi.
Questo movimento di pensiero si pone in maniera critica nei confronti del capitalismo dell’epoca e ne individua alcuni elementi distorsivi che ne compromettono l’efficienza produttiva e distributiva. Tra questi la speculazione, che causa iniquità degli scambi, la variazione del valore della moneta, che causa instabilità monetaria, e i rischi dell’iniziativa privata, che causano l’inefficiente distribuzione del risparmio.
Per ovviare a queste distorsioni il movimento propone un “governo privato dell’economia” che, applicando i meccanismi della libera concorrenza, attraverso organi di controllo che sovraintendono allo scambio e alla produzione, garantisce il raggiungimento del benessere collettivo.
Il tentativo era di individuare un meccanismo che superasse l’iniquità dei mercati, dovuta alla “incostanza del valore economico della moneta nello spazio, nelle professioni e nel tempo” attraverso “una rivoluzione monetaria che creasse le stesse condizioni di concorrenza per gli uomini e, di conseguenza, per gli Stati.
Alla base dell’Hallesint c’è la volontà di centralizzare il controllo attraverso il monopolio di fatti della produzione e dello scambio. Per ottenere questo risultato, una volta creato in tutte le nazioni il governo dell’economia, si doveva procedere con la loro integrazione nella Fondazione Universale(qualche similitudine con l’ingerenza dei mercati finanziari nelle politiche degli Stati nazionali di oggi non può sfuggire – tuttavia il movimento regolava ed eliminava il problema della speculazione). Così si sarebbe ottenuto un unico governo mondiale dell’economia in cui le leggi della libera concorrenza sono applicate al sistema economico, forte della convinzione che esso sarà caratterizzato dall’equità e dall’efficienza economica.
Il programma di realizzazione di questo governo economico sarebbe passato per uno sviluppo in quattro fasi: 1) organizzare gli scambi attraverso le Borse; 2) organizzare l’attività produttiva attraverso la Fondazione; 3) regolare la circolazione del risparmio attraverso strumenti finanziari; 4) istituire una moneta unica di conto.
L’halleismo contesta all’economia pura di non intervenire per conformare il comportamento dell’individuo a quello ideale emerso dallo studio delle leggi economiche naturali (alias mano invisibile). E’ per questo che si rende necessario un intervento dello Stato che sia correttivo. Disciplinare la produzione e gli scambi permetterebbe, al contrario, di raggiungere un maggior benessere economico stimolando lo sviluppo delle industrie e del commercio.
Secondo Trucco, il progresso della società consiste nel mettere ogni individuo di ogni paese in grado di avere una moneta di pagamento mondiale allo scopo di determinare continuamente le correnti monetarie od economiche per far assumere ovunque alle monete di scambio quella costante potenza di scambio.
Se vi fosse un’istituzione capace di regolare il flusso di moneta tra paesi, secondo le esigenze dello scambio, e se la moneta mondiale fosse unica, allora i prodotti potrebbero essere acquistati in qualsiasi mercato allo stesso prezzo.
Gli halleisti contestano alla scienza ufficiale dell’epoca (loro oppositrice) di preoccuparsi troppo della perdita da parte dello Stato del controllo della circolazione monetaria (argomento d’interesse per quanti parlano oggi di moneta di stato e di signoraggio). Secondo i sostenitori dell’Hallesint si tratterebbe di un potere effimero, poichè determina variazioni di prezzi che rendono incerti i rapporti di scambio.
A ciò bisogna aggiungere che la diversità di monete nazionali è considerata la causa degli squilibri delle bilance commerciali dei paesi e gli interventi previsti dagli accordi internazionali non risolvono il problema dell’instabilità monetaria rimanendo dei placebo. Sulla base di questa argomentazione, il movimento propone una banca mondiale (quindi un organismo internazionale e sovranazionale) per regolare tra paesi la circolazione di moneta.
Questo post, ed i successivi legati al tema, è stato scritto grazie al contributo scientifico della Prof.ssa Catia Eliana Gentilucci. Il riferimento è all’articolo La Dottrina Hallesint e il governo privato dell’economia.
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