mercoledì 14 settembre 2011

Salvare l'economia globalista da Gheddafi

Fonte: http://rt.com/news/economy-oil-gold-libya/ - Autore: Global Research

5 maggio 2011 - Traduzione N. Forcheri

C’è chi crede che sia per tutelare i civili, chi per il petrolio, ma c’è chi è anche convinto che l’intervento in Libia abbia a che vedere con il progetto di Gheddafi d’introdurre il dinaro d’oro, una moneta unica Africana aurea, un vero strumento di distribuzione della ricchezza.



¬“E’ una di quelle cose che bisogna pianificare segretamente perché appena dici che vuoi sostituire il petrodollaro con qualcos’altro, diventi automaticamente un bersaglio” afferma il fondatore del Ministero della Pace James Thring. “Ci sono state due conferenze al riguardo, nel 1986 e nel 2000, organizzate da Gheddafi. Tutti erano interessati, la maggior parte dei paesi africani erano entusiasti.”
Gheddafi non si è arreso. Nei mesi che hanno portato all’intervento militare, ha esortato le nazioni africane e musulmane a unirsi per creare la nuova moneta che avrebbe rivaleggiato con il dollaro e l’euro. Avrebbero venduto il petrolio e le altre risorse al mondo solo in dinari d’oro.
Un’idea che avrebbe spostato l’ago della bilancia economica del mondo.
La ricchezza di un paese sarebbe dipesa sulle sue riserve auree e non sulle quantità di dollari scambiati. E la Libia possiede 144 tonnellate d’oro. La Gran Bretagna, ad esempio, ne ha due volte tanto ma un numero di abitanti di dieci volte superiore.
“Se Gheddafi avesse l’intenzione di tentare di riformulare il prezzo del suo petrolio, o di qualsiasi altra risorsa che il paese vende al mercato globale, accettando un’altra valuta o forse lanciando un dinaro d’oro, ebbene una mossa di questo tipo non sarebbe certamente accettata dall’elite al potere oggigiorno, coloro che sono responsabili del controllo delle banche centrali del mondo” dice Anthony Wile, fondatore e redattore in capo del Daily Bell.
“Quindi certamente provocherebbe le sue dimissioni immediate e la necessità di andare a pescare altri pretesti da avanzare per rimuoverlo dal potere.”
Come successo precedentemente.
Nel 2000, Saddam Hussein ha annunciate che il petrolio iracheno sarebbe stato venduto in euro e non più in dollari. Alcuni dicono che le sanzioni e l’invasione che ne è seguita furono causate dalla disperazione degli americani di impedire che l’OPEC trascrivesse le operazioni commerciali del petrolio di tutti i suoi stati membri in euro.
Un dinaro d’oro avrebbe avuto gravi conseguenze sul sistema finanziario mondiale ma avrebbe anche dato il potere ai popoli d’Africa, cosa che alcuni militanti neri dicono che gli Stati Uniti vogliono evitare a tutti i costi.
“Gli Stati Uniti hanno rinnegato l’autodeterminazione agli africani negli USA, non siamo perciò affatto sorpresi da qualsiasi cosa che gli USA possano fare per ostacolare l’autodeterminazione degli africani nel loro continente” afferma Cynthia Ann McKinney, ex deputata al Congresso americano.
L’oro del Regno Unito è custodito in un qualche caveaux sicuro in qualche meandro della Bank of England. Come nella maggior parte dei paesi sviluppati, non ce n’è abbastanza per andare avanti.
Ma non è il caso di paesi come la Libia e molti dei paesi del Golfo.

Un dinaro d’oro avrebbe offerto ai paesi africani e mediorientali ricchi in petrolio la possibilità di rivolgersi ai loro clienti affamati d’energia dicendo: “Spiacenti il prezzo è salito e vogliamo oro.”
Alcuni dicono che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO non avrebbero assolutamente potuto permetterselo.

Uscire dall’euro è sempre più facile

Germania o Grecia, uscire dall’euro è sempre più facile
Fabrizio Goria, L'Inkiesta

 Avanza l’ipotesi dell’uscita di uno Stato dalla zona euro. Una ricerca di Ubs evidenzia i costi economici, politici e sociali. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non lo fa riferendosi solamente alla Grecia, bensì anche alla Germania. Solo che gli analisti della banca svizzera ammoniscono: quasi nessuna unione monetaria si è disgregata «senza una qualche forma di governo autoritario o militare, o di guerra civile». E la Merkel apre: «I cambiamenti nei trattati Ue non dovrebbero essere un tabù». 7 settembre 2011 - 16:15 «L’euro non dovrebbe esistere (almeno in questa forma)». Si aprono le danze sull’uscita dall’eurozona di uno Stato europeo. A lanciare ufficialmente l’allarme è la banca svizzera Ubs. In un report di Paul Donovan, Stephane Deo e Larry Hatheway vengono evidenziate tutte le attuali criticità della zona euro, compresi i costi economici della secessione di un Paese membro dall’area della moneta unica. Sebbene Ubs ricordi che «è improbabile» che si arrivi all’Euro break-up, il collasso dell’euro, sono singolari le dichiarazioni di oggi del cancelliere tedesco Angela Merkel. «I cambiamenti nei trattati Ue non dovrebbero essere un tabù», ha detto riferendosi ai problemi dell’Unione monetaria europea. Nel frattempo Deo, capo economista Ue del gruppo bancario svizzero, avverte i mercati finanziari mondiali: «La Grecia è insolvente». E Jean-Claude Juncker, numero uno dell’Eurogruppo, spiega che «la prossima tranche di aiuti ad Atene non è scontata». L’inizio dell’analisi di Ubs non lascia spazio all’ottimismo. «Sotto l’attuale struttura e con i membri attuali, l’euro non funziona. L’attuale struttura dovrà cambiare, o saranno i membri attuali a dover cambiare», scrive la banca elvetica. E lo sottolinea citando una frase del dicembre 2001 di Romano Prodi, allora presidente della Commissione europea. «Sono sicuro che l’Euro ci obbligherà a organizzare una nuova serie di strumenti di politica economica, anche se è politicamente impossibile proporli adesso. Ma verrà il giorno in cui ci sarà una crisi, e saranno creati nuovi strumenti», diceva l'ex primo ministro italiano alla vigilia dell’introduzione dell’euro. La ricerca di Ubs prende in esame i costi di un’uscita dall’eurozona. Linkiesta già a febbraio aveva parlato di questa possibilità, che ora sta prendendo sempre più piede. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non lo fa riferendosi solamente alla Grecia, bensì anche alla Germania. Quattro sono i fattori di costo per la secessione, dato che l’espulsione dalla Ue non è attualmente contemplata dai trattati europei: la svalutazione della nuova valuta, il collasso bancario, la depressione del commercio con gli altri Paesi limitrofi e i possibili disordini sociali. A essi si aggiungono i costi politici dovuti all’indebolimento dell’Unione europea, che vedrebbe sgretolarsi il terreno sotto i piedi. La questione è solo una. Nel peggiore scenario possibile, a chi conviene maggiormente lasciare l’eurozona? Nelle sale trading delle banche europee circola voce che sono due le opzioni possibili. O escono i Paesi forti o escono quelli deboli. Nel primo caso sarebbero Germania, Olanda e Finlandia i primi ad avallare la secessione, con cui si costituirebbe quella che Ubs definisce Nnc (new national currency, la nuova valuta nazionale). Una volta uscito, il Paese avrebbe di fronte a sé due vie per la gestione del debito pubblico. Da un lato potrebbe mantenerlo denominato in euro, seppur con un problema di tassazione che porterebbe quel Paese a utilizzare il commercio estero come driver per detenere riserve in euro. Dall’altro lo Stato in uscita potrebbe ridenominare il proprio debito nella nuova valuta, elemento che porterebbe a un deprezzamento dell’intero stock, capace di essere percepito come un default dagli investitori. Una nazione come la Germania, secondo i calcoli di Ubs, potrebbe perdere fra i 6.000 e gli 8.000 euro procapite per il primo anno e fra i 3.500 e i 4.500 euro per quelli successivi. In altre parole, nel primo anno il Prodotto interno lordo tedesco si contrarrebbe di una cifra compresa fra il 20% e il 25% del valore ante uscita dall’euro. Se può sembrare tantissimo, vale la pena ricordare che il costo dei tre salvataggi (Grecia, Irlanda, Portogallo) finora è stato di circa 1.000 euro solo per i tedeschi. L’altra possibilità contemplata dagli scenari di Ubs sarebbe quella di un'espulsione dall’Unione monetaria europea. In questo quadro a uscire sarebbero i Paesi incapaci di garantire un piano di consolidamento fiscale credibile e sostenibile. Prendendo questi due semplici parametri la prima a essere espulsa sarebbe inevitabilmente la Grecia. Per Atene il costo leviterebbe fino a una cifra compresa tra 9.500 e 11.500 euro procapite per il primo anno, più fra i 3.000 e i 4.000 euro procapite all’anno per quelli successivi. La Grecia quindi perderebbe circa fra il 40% e il 50% del proprio Pil solo nei primi 12 mesi di secessione. Tuttavia, attualmente non esistono soluzioni per fare ciò. Il Trattato di Lisbona, all’articolo 50, disciplina il recesso dall’Unione europea, non dall’Unione monetaria. Uscire dall’eurozona, con le correnti fattispecie normative, violerebbe il Trattato di Maastricht, quello di Lisbona e quello di Roma. Tuttavia, si sta lavorando a una modifica dell’assetto legale dell’Ue. In deroga al Trattato di Lisbona, che ha il requisito della volontarietà nella secessione dall’Unione europea (non è ammessa l’espulsione), ma non dalla divisa unica, si potrebbe applicare un meccanismo normativo capace di garantire una via d’uscita dall’eurozona. Se da un lato l’appartenenza all’Unione europea non può essere messa in discussione se non su base volontaria, è altrettanto vero che lo stesso paradigma si dovrebbe applicare all’Unione monetaria europea. O almeno questo è il pensiero che sta prendendo piede in Germania e Olanda. Oggi il cancelliere Merkel ha espressamente parlato di secessione dalla zona euro. «I problemi di un singolo Paese non possono mettere in pericolo un’intera valuta, i cambiamenti nei trattati Ue non dovrebbero essere un tabù», ha detto la Merkel. Il tutto pochi istanti dopo la decisione della Corte costituzionale tedesca in merito alla costituzionalità degli aiuti di Berlino nel primo piano di salvataggio della Grecia. Gli ha fatto eco il ministro olandese delle Finanze, Jan Kees de Jager. «Abbiamo proposto all’Ue una serie di sanzioni per gli Stati dell’eurozona che non raggiungono gli obiettivi di budget minimi», ha detto. Fra queste, il titolare del Tesoro olandese ha specificato che c’è «una clausola che permetta ai Paesi di lasciare la zona euro». Nei corridoi della Bce l’argomento non è più tabù, come confermato a Linkiesta da fonti interne all’Eurotower. «Solo come caso di studio», garantiscono da Francoforte. A gettare un’ombra sul futuro dell’attuale eurozona ci pensa ancora Ubs. Gli analisti della banca svizzera fanno notare che «quasi nessuna delle moderne unioni monetarie fiat (con valuta a corso legale, ndr) si sono disgregate senza una qualche forma di governo autoritario o militare, o di guerra civile». E questo non è esattamente il miglior scenario possibile per l’Europa.

I CENTRI SOCIALI "PIGNORANO" EQUITALIA

martedì 13 settembre 2011

Piazza Pulita per uscire dalla crisi

Chieti,13 Settembre ’11, Martedì, S. Maurillo - Anno XXX n. 306 - www.abruzzopress.info - abruzzopress@yahoo.it - Tr. Ch 1/81 Nuovo ABRUZZOpress >>> Nazionale Servizio Stampa - CF 93030590694 - Tel. 0871 63210 - Fax 0871 404798 - Cell. 333. 2577547 - Dir. Resp. Marino Solfanelli Ap –

 Economia 
 Piazza Pulita, per uscire dalla crisi 
 di Savino Frigiola

 E' stata varata la prima manovra economica di 54 miliardi voluta dai "poteri forti" (prelevati in grandissima parte dalle tasche degli italiani). Insieme all'altra ancora in corso, produce la riduzione della circolazione monetaria sul mercato pari alla somma delle due manovre ed insieme all'aumento dell'IVA un'ulteriore contrazione dei consumi interni e, quindi, un diffuso incremento della povertà per tutti. La manovra, almeno questa è la versione ufficiale, serve per ridurre il mastodontico debito pubblico. Tutti sanno che non sarà l'ultima (hanno già cominciato a prepararci in tal senso), e tutti continuano a ballare allegramente al suono dell'orchestrina delle menzogne, come sul ponte del Titanic mentre stava affondando. Gli analisti in buona fede concordano nell'attribuire all'emissione monetaria, ad opera dei banchieri privati, Banca d'Italia prima e BCE dopo, la causa e la fabbrica del debito pubblico. Il significato del titolo del libro, da me pubblicato nel 1997, "La Fabbrica del Debito, dell'Usura e della Disoccupazione", ritenuto all'inizio incomprensibile, lo stanno appalesando gli accadimenti. In tanti anni non è pervenuta nessuna contestazione ne denunce di vario tipo dagli ambienti economici, bancari e monetari, ma solo prudente ed omertoso silenzio. I fatti oggi stanno impietosamente a dimostrare quanto tempo si è perso e quanti disastri si sarebbero potuti evitare solo se la "politica" avesse svolto la sua legittima e doverosa funzione di controllo, prevenzione e d'indirizzo nei confronti del sistema bancario-monetario a favore dei cittadini e dei propri elettori. La prova che la "politica" continua irresponsabilmente ad ubbidire ai diktat che giungono dagli ambienti bancari-monetari a proprio vantaggio ed a danno dei cittadini, la si ricava proprio dall'impostazione di questa ultima manovra economica. Anche i più sprovveduti sanno che prima, o nella più drammatica delle ipotesi durante lo sgottamento dell'acqua che sta imbarcando il bastimento, bisogna accanirsi a tamponare la falla mediante la quale la nave rischia di affondare. Ciò è indispensabile per impedire che gli addetti allo sgottamento debbano continuare ad espellere l'acqua all'infinito. Ci vengono richiesti 54 miliardi senza farci capire a che titolo e per cosa farne, se servono per abbattere il debito o ancor peggio per pagare gli interessi sul debito pubblico che stanno crescendo a dismisura. Di tamponare la falla che continua a produrre il debito, nessuno ne parla né è dato sapere se rientra nei piani di una qualunque compagine partitica. E' del tutto insensato continuare ad emettere i titoli di debito nazionali, sui quali paghiamo subito gli interessi ai signori banchieri privati, scontarli presso la BCE ed utilizzare il netto ricavo per pagare i titoli di debito in scadenza. Tutti comprendono che se non si blocca questo meccanismo diabolico il debito pubblico non può che continuare a crescere e l'inevitabile strangolo che ne deriva diventa sempre più soffocante. Per interrompere questa spirale malefica è sufficiente che lo Stato smetta di emettere propri titoli di debito e ritorni ad emettere titoli monetari come ha saputo fare benissimo per cento anni dal 1874 al 1975. Alle immancabili perplessità dei soliti "economisti di sistema", ricordiamo loro che il "valore convenzionale della moneta" enunciato da Auriti, nell'interesse dei cittadini lo impone, e per quanto concerne i trattati europei, troppo frettolosamente firmati, e sufficiente un piccolo strappo sulla scia dei numerosi già effettuati anche da Paesi più blasonati di noi. Gli ultimi due, proprio attinenti all'argomento, riguardano quelli della Grecia e dell'Irlanda avvenuti addirittura con la benedizione della Ela (Emergency liliquidity assistance) - BCE. Le banche di questi due Paesi emettono direttamente Euro in proprio. I soliti pateracchi dei banchieri privati e della "Commissione Europea" si evince dalla risposta all'interpellanza del parlamentare greco Kostantinos Poupakis, che chiedeva lumi sull'accaduto: «la commissione europea non detiene statistiche sulle varie operazioni Ela... Mentre è la BCE che cura questi aspetti.» I fatti sono ineludibili; non è più possibile che la politica tutta permetta che lo Stato italiano così maldestramente continui ad indebitarsi nei confronti dei banchieri privati. Lo Stato, in nome e per conto dei propri cittadini, deve ritornare ad emettere la propria moneta. La deve acquisire a titolo originario e registrarla all'attivo del proprio bilancio al valore corrispondente al signoraggio. L'attività così conseguita dovrà essere utilizzata per le proprie spese istituzionali, per dimostrare che le istituzioni sono al servizio del cittadino e non viceversa. Su queste posizioni bisogna che i cittadini realizzino un fronte comune capace di fare piazza pulita, trasversale ai vecchi apparati partitici a difesa degli interessi nazionali e quindi di tutti. Lasciare agli altri la difesa dei banchieri, delle losche attività finanziarie e dei poteri forti. La nuova linea di demarcazione della politica separa quelli che intendono operare per il benessere dei cittadini da quelli a tutela dei banchieri & C. Solo così sarà possibile rilanciare l'economia e l'occupazione, e ciò che più conta la speranza nel prossimo futuro. Per quanto riguarda il debito pregresso, tra i tanti suggerimenti che ci sono giunti registriamo anche quello del prof. Bruno Amoroso (economista italiano che insegna in una università in Danimarca) che sostiene non solo di "non pagare un debito illegittimo" ma addirittura "chiede i danni" per il mal tolto. Abbiamo tempo per decidere su tutto ciò, intanto pensiamo all'Islanda. Mai come oggi; o con i cittadini o con i banchieri. S. F.

Crisi: Tremonti vara il piano Britannia-2 - E' vero: lo dicono i "mainstream"...

Questo è un titolo dei media mainstream
Per chi ancora non sapesse che cosa è il Britannia 1 - accordo a suo tempo abbastanza censurato dai media -  rimandiamo all'articolo: http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com/2008/09/svendita-italia-labc-panfilo-britannia.html


ROMA (MF-DJ)--Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha annunciato
ieri che entro fine mese ci sara' un incontro con investitori nazionali e
esteri per cedere immobili, concessioni e Spa locali; il varo, quindi, di
un vero e proprio Britannia-2. In questo incontro, secondo quanto
riportato dal Sole 24 Ore, saranno passati in rassegna gli asset pubblici
che possono essere valorizzati o alienati , partendo dal patrimonio
immobiliare fino alle quotazioni azionarie possedute dal Tesoro.

Il maxi evento raccogliera' a Roma praticamente tutte le principali
banche, compagnie d'assicurazione, fondi di investimento, fondi sovrani e
fondi immobiliari, con un occhio particolare rivolto ai Brics. L'obiettivo
e' quello di arrivare a decisioni concrete e quindi operative per il
processo di privatizzazione.

Gli incassi delle dismissioni, di regola, vengono destinati
all'abbattimento dello stock del debito: questa potrebbe diventare
un'azione complementare all'abbattimento del deficit e dell'avanzo
primario per velocizzare la discesa del debito/Pil verso quota 100%.
red/adm

(fine)

MF-DJ NEWS

Per la Grecia, è l'ora del riscatto

Articolo del 17/02/2010
Nicoletta Forcheri

Crisi in Grecia: lettera aperta al Ministro di Stato Haris Pamboukis

Caro Ministro,

il signoraggio (in greco: χωροδεσποτεία) preteso sulla moneta europea da parte della Banca Centrale Europea, sta emergendo come scandalo grazie alla pubblicità data su internet del meccanismo truffaldino della creazione monetaria (fiat money) esercitato da parte di organismi privati anarchici esclusi dal controllo democratico [1].

Secondo commentatori islamici, nella crisi monetaria che sta avvenendo verranno trascinati tutti quei governi occidentali collusi con la mafia del cartello usuraio internazionale [2].

Un consulente del Gruppo Rohatyn aveva già previsto un meccanismo di difesa – adottabile da parte degli stati aderenti a Maastricht – per uscire dal ricatto dei fantasmi che infestano l’Eurotower di Francoforte [3].

Marco Saba [4] ha tradotto per l’Italia questa soluzione in due capitoli del suo libro inedito Moneta Nostra [5].

E’ ora di leggere ed adattare alla situazione peculiare della Grecia questi due capitoli, prevedendo la NeoDracma come ultimo strumento sovrano aristocratico per liberare il Paese dall’aggressione criminale del neocartello pseudo-democratico del credito.

Un politico italiano, Gianmario Ferramonti [6], arriva addirittura a prospettare una nuova moneta dei popoli del mediterraneo adottabile da una nuova Banca Centrale del Mediterraneo, sul modello dell’ALBA e del Sucre latino-americano [7].

Ida Magli spiega bene come altrimenti gli Stati dovranno arrendersi ai nuovi padroni [8].

Ministro!

Per la Grecia, è l’ora del riscatto.

Note:

1] Quasi-criminal behaviour of some financial institution
http://studimonetari.org/documenti/quasicriminal.doc
Petizione per l’audit della BCE:
http://www.petitiononline.com/auditecb/petition.html

2] The Collapse of the Terrorist Dialectic
http://www.shaykhabdalqadir.com/content/articles/Art104_07022010.html

3] Julian D. A. Wiseman, The end of EMU: How Germany might leave
Abstract: A country in the eurozone can, without being in breach of the Maastricht Treaty, create a new central bank controlling the monetary policy of a new currency. This loophole in the Maastricht Treaty is not widely known
http://www.jdawiseman.com/papers/finmkts/deutsche-zentralbank.html

4] Marco Saba è un ricercatore del Centro Studi Monetari
http://studimonetari.org

5] Moneta Nostra, capitoli B2 e B5:
http://www.scribd.com/doc/20265666/Moneta-Nostra

6] Sito di Gianmario Ferramonti:http://www.ferramonti.it/menu.htm

7] Sistema Único de Compensación Regional
http://en.wikipedia.org/wiki/SUCRE_(currency)

8] I padroni degli Stati – di Ida Magli, Italiani Liberi, 11/01/2010
http://web.mclink.it/ME3643/Edito10/banche1701.html

Unicredit, Intesa… Capitali in fuga


Unicredit, Intesa…Capitali in fuga, troppo piccole per crescere

Blitz, 13 settembre 2011
MILANO – Lo spettro che aleggia è sempre lo stesso, da almeno tre anni: da quel crack improvviso di Lehaman Brothers che se non altro ha insegnato come sia praticamente impossibile percepire segnali premonitori. O quando ci sono valutarne la giusta portata. Il crollo delle banche, oggi quelle francesi, viene a più riprese non considerato evento possibile. Tutti gli indicatori, solidità patrimoniale, attivi sul rischio, informative trasparenti, ripetuti stress test, escludono smottamenti. Ma allora perché i mercati non ci credono? Sono settimane che gli istituti bancari preferiscono mettere i propri soldi nella Bce, a tassi irrisori, piuttosto che prestarli al resto del sistema a tassi più convenienti.
L’epoca Lehman è stata contrassegnata da un eccesso di indebitamento rispetto al capitale posseduto come leva privilegiata per operare sui mercati. Ci si indebitava cioè fino al collo per aumentare le proprie quotazioni, favorendo però quelle colossali bolle finanziarie che sappiamo. Oggi, al contrario, la difficoltà ad ottenere credito e la minore propensione – meglio dire una vera e propria allergia – al rischio, costringe gli investitori ad “alleggerirsi”, ovvero a vendere beni detenuti, come le azioni, facendo scendere le quotazioni.
Il problema italiano, al di là delle congiunture legate ai titoli spazzatura di Atene che intossicano soprattutto banche francesi e tedesche (un terzo del totale è nella loro pancia), è legato a capitalizzazioni davvero insufficienti. Il Banco Popolare, che lunedì ha perso il 3% vale 1,7 miliardi di euro: solo a gennaio aveva affrontato un aumento di capitale da 2 miliardi. Banca Mps capitalizza 3,9 miliardi di euro, nemmeno il doppio dell’aumento di capitale da oltre 2 miliardi concluso a luglio. Intesa vale 13,4 miliardi pur avendo incassato in primavera 5 miliardi dai soci. Unicredit non ha lanciato operazioni sul capitale nel 2011, ma le voci insistenti dell’imminenza di un aumento di capitale le stanno procurando uno scivolone appresso all’altro. Siamo agli antipodi del famigerato concetto “too big to fail” (troppo grandi per fallire)?
Da inizio anno l’indice Ftse Mib di Piazza Affari ha accusato una perdita secca del 33,2%. La peggiore performance dei mercati europei. Le banche italiane non riescono a drenare capitale dal mercato, con grave danno per la redditività. Sono troppo piccole, non hanno affrontato le indifferibili riforme strutturali per contenere costi e inefficienze. Hanno perso un po’ meno nei primi sei mesi dell’anno ma l’outlook, le aspettative, è negativo a fronte di una situazione borsistica in cui la volatilità è diventata la norma.
La decisione di Moody’s di mettere sotto osservazione i rating di 13 banche italiane a giugno aveva seguito di una settimana la comunicazione di porre il rating dell’Italia Aa2 sotto esame in vista di una possibile riduzione del giudizio. Nella lista degli osservati speciali di Moody’s comparivano: Intesa Sanpaolo, Banca Imi, Banca Cr Firenze, Banca Mps, Banco Popolare, Bnl, Cariparma, Banca Popolare Friuladria, Carige, Banca Sella, Cassa di Risparmio di Bolzano-Sudtirol, Cassa di Risparmio di Cesena, Banca Padovana Credito Cooperativo, Cassa Centrale Banca, Cassa Centrale Raiffeisen e Istituto Servizi Mercato Agroalimentare.

Le dimissioni di Stark e l'euro-fallimento

Zepp-LaRouche: le dimissioni di Stark confermano il fallimento dell'esperimento Euro

Da: EIR utive Intelligence Review anno 20 n. 37 - 15 settembre 2011 Strategic Alert - Edizione Italiana
 
Il Movimento Solidarietà tedesco (BueSo), con la sua lista di 20 candidati alle elezioni della città di Berlino il 18 settembre, è entrato nell'ultima settimana di campagna elettorale. Il 10 settembre il partito ha tenuto un incontro elettorale con un videomessaggio della Presidente Helga Zepp-LaRouche, un discorso introduttivo del capolista Stefan Tolksdorf ed altri candidati del partito. La signora LaRouche ha esordito ricordando le spettacolari dimissioni dell'economista capo della Banca Centrale Europea Juergen Stark, forte oppositore all'acquisto di titoli di stato degli stati dell'Eurozona in difficoltà. "C'era chiaramente un conflitto tra il presidente della BCE Trichet, che agisce chiaramente nell'interesse dell'Impero britannico (col quale intendiamo l'oligarchia finanziaria delle banche) e coloro che prendono ancora sul serio lo statuto della BCE, secondo il quale l'unico mandato dell'istituto di Francoforte è quello di garantire la stabilità dell'Euro. "Con le lotte interne alla BCE e la cacofonia nell'Unione Europea, possiamo trarre solo una conclusione: l'esperimento dell'Euro è fallito", ha affermato la signora LaRouche, che ha chiesto alla Germania di lasciare l'Eurozona e di ritirarsi da tutti i trattati dell'UE. Il fallimento della politica di austerità dell'UE è evidente in Grecia, che è sull'orlo di un'esplosione sociale per via dei criminali tagli al bilancio. Eppure "Lo zar energetico dell'UE Oettinger ha fatto l'assurda proposta di mandare in Grecia una sorta di esercito di burocrati con gli elmetti blu" ovvero una forza internazionale di amministratori che supervisioni le privatizzazioni dei beni di stato e raccolga le tasse. Questo non farà che fomentare altri conflitti in Europa. Quanto sia grave la situazione è evidenziato dalla scenata di sette minuti fatta da Trichet durante la sua conferenza stampa dell'8 settembre, quando un giornalista del Boersenzeitung ha chiesto se la BCE diventerà una bad bank, e che cosa ne pensasse del numero crescenti di esperti che dicono che la Germania dovrebbe tornare al marco nel proprio interesse. In effetti, ha commentato la signora LaRouche "le dimissioni di Juergen Stark hanno provocato un vero e proprio shock: l'indice DAX è crollato del 4%, perché la Germania è diventata l'ultima vacca da mungere nella fallimentare politica dell'Euro. Ora Joerg Asmussen dovrebbe sostituire Stark, e questo equivale a mettere una faina a fare la guardia del pollaio". In effetti Asmussen è stato tra i protagonisti della sfrenata deregulation nel 2004, quando c'era la coalizione rosso-verde, ed è uno degli autori del fondo salva-Euro. La politica della BCE, ha ammonito la signora LaRouche, sta portando all'iperinflazione. E "la signora Merkel ha portato la Germania sull'orlo dell'abisso, con la sua politica sull'Euro e sull'energia. Ora chiede un cambiamento dei trattati UE per consentire all'Europa di diventare un'unione fiscale", ha concluso la signora LaRouche, invitando i tedeschi ad aiutare il BueSo a cambiare questa politica.