martedì 6 ottobre 2015

Creazione di denaro in Svizzera

Curia Vista - Atti parlamentari

http://www.parlament.ch/i/suche/pagine/geschaefte.aspx?gesch_id=20123305

http://www.parlament.ch/i/suche/pagine/geschaefte.aspx?gesch_id=20123305

12.3305 – Interpellanza

Creazione di denaro in Svizzera (1)

Depositato da
Data del deposito
16.03.2012
Depositato in
Consiglio nazionale
Stato delle deliberazioni
Liquidato
 

Testo depositato

In ragione della crisi dell'euro e dell'indebitamento, invito il Consiglio federale a esprimere un parere in merito al processo di creazione di denaro in Svizzera. Le teorie macroeconomiche concordano nel sostenere che la parte preponderante della massa monetaria M1 non è creata dalla Banca nazionale svizzera (BNS) bensì dalle banche d'affari per mezzo di estensioni del bilancio. Il metodo della creazione di denaro contabile è confermato anche dalla BNS, che nella sua pubblicazione "Die Nationalbank und das liebe Geld" (pag. 19) sostiene che, concedendo crediti, le banche creano nuovo denaro.
Sulla scorta di queste considerazioni, invito il Consiglio federale a rispondere alle domande seguenti:
1. Conformemente alla legge federale sull'unità monetaria e i mezzi di pagamento (LUMP) sono mezzi legali di pagamento esclusivamente le monete, i biglietti di banca e i depositi a vista presso la BNS. Su quale base legale si fonda la prassi corrente (seguita anche dalle autorità), secondo cui i depositi a vista presso le banche sono considerati alla stregua di mezzi legali di pagamento, sebbene costituiscano soltanto crediti che le banche saranno disposte a onorare o meno in funzione della loro solvibilità?
2. Come si concilia la creazione di denaro privata, non contante da parte delle banche con il principio formulato nell'articolo 99 della Costituzione secondo cui il settore monetario compete alla Confederazione?
3. Come osserva il Consiglio federale nel messaggio del 26 maggio 1999 sulla LUMP, "Gli averi depositati presso una grande banca, cantonale o regionale, o addirittura presso un istituto di carte di credito sono del tutto diversi da quelli in deposito presso la BNS, unica istituzione del Paese ... autorizzata a creare moneta autonomamente." Lo Stato non potrebbe dunque "... dichiarare mezzo legale di pagamento la moneta scritturale ..." (FF 1999 6215). In considerazione della parità di trattamento di fatto tra denaro contabile delle banche e mezzi legali di pagamento, come valuta il Consiglio federale la necessità di precisare questa distinzione a livello di legge? La maggioranza della popolazione continua infatti a credere che i mezzi di pagamento espressi in franchi svizzeri siano messi in circolazione esclusivamente dalla BNS e garantiti da quest'ultima.
4. Come giustifica il Consiglio federale il diritto speciale delle banche private di creare denaro, senza un capitale di copertura integrale, operando estensioni di bilancio per mezzo di crediti, mentre un privato può concedere un prestito a terzi soltanto se dispone dell'importo necessario su un conto?

Risposta del Consiglio federale del 25.04.2012

1. Non vi è parità di trattamento tra mezzi legali e mezzi effettivi di pagamento. I mezzi legali di pagamento sono enumerati esaustivamente all'articolo 2 della legge federale sull'unità monetaria e i mezzi di pagamento (LUMP). A causa delle differenze di solvibilità tra gli istituti che gestiscono i conti, gli averi presso le banche non possiedono le caratteristiche di standardizzazione e fungibilità tipiche della moneta scritturale detenuta dalla banca centrale.
Contrariamente ai mezzi legali di pagamento, l'obbligo di accettare moneta scritturale delle banche sussiste soltanto se per contratto è stato concordato il pagamento in moneta scritturale, se si impone alla luce delle circostanze (usi commerciali) o se è previsto da particolari norme legali.
2. Il monopolio della Confederazione sul diritto di battere moneta ed emettere banconote (art. 99 cpv. 1 della Costituzione) comporta diverse facoltà, tra cui quella di determinare l'unità monetaria e di designare i mezzi legali di pagamento. L'articolo 2 LUMP dispone che i mezzi legali di pagamento sono le monete emesse dalla Confederazione, i biglietti di banca emessi dalla Banca nazionale svizzera (BNS) e i depositi a vista in franchi presso la BNS. La definizione costituzionale di moneta non comprende la moneta scritturale delle banche, la quale, contrariamente ai depositi presso la BNS, è soggetta a rischio di insolvenza. La Costituzione lascia al mercato il compito di sviluppare surrogati della moneta contante. La Confederazione ha comunque la possibilità, nel quadro della sua competenza a legiferare, di intervenire per contrastare gli sviluppi che potrebbero compromettere il controllo del processo di creazione di denaro da parte della BNS o minare in altro modo la fiducia nella moneta statale. Il legislatore ha limitato le possibilità che si offrono alle banche di creare moneta scritturale con l'adozione delle disposizioni in materia di riserve minime e delle prescrizioni in materia di mezzi propri e di liquidità contemplate nella legge sulle banche.
3. Si rimanda alle risposte fornite ai punti 1 e 2. L'articolo 2 LUMP stabilisce inequivocabilmente quali sono i mezzi legali di pagamento. Come emerso dalle discussioni sulla garanzia dei depositi sorte in seguito alla crisi finanziaria, l'opinione pubblica è consapevole che gli averi bancari in franchi non sono garantiti dalla BNS.
4. Secondo il concetto costituzionale di economia privata, spetta al mercato sviluppare eventuali surrogati della moneta contante. Accettando gli averi dei clienti e accordando crediti le banche adempiono alla loro funzione, centrale e importante per l'economia nazionale, quali mediatrici tra risparmiatori e beneficiari di crediti. In virtù della propria competenza a legiferare, la Confederazione ha la possibilità di limitare e regolamentare le possibilità che si offrono alle banche di creare moneta (cfr. punto 2). Il legislatore ha emanato in tal senso diverse prescrizioni dettagliate (p. es. sui mezzi propri, sulla liquidità e sulle riserve minime).
 
 

Cronologia / verbali

Data Consiglio  
15.06.2012CNLa discussione è differita.
21.03.2014
Tolto dal ruolo poiché pendente da più di due anni.
 
 

lunedì 5 ottobre 2015

L’economia è cosa loro

labottegadelbarbieri

L’economia è cosa loro

http://cvh0047.ergonet.it/articoli-brevi/5795-raffaele-k-salinari-l-economia-e-cosa-loro.html

Raffaele K. Salinari

Recensione di «I Rothschild e gli altri» di Pietro Ratto

«Il denaro fa la guerra» si usa dire, e certo il vecchio proverbio viene continuamente ribadito nella sua attualità contemporanea, per cui dietro ogni conflitto, anche quelli di tipo religioso o nazionalistico, ricompare sempre e immancabilmente lo spettro del soldo, da cui non a caso deriva anche la parola “soldato”. E così, ovviamente, possiamo dire anche il contrario cioè che è la guerra a fare il denaro, come dimostrano le plusvalenze dei venditori di armi e il fatto che ogni nazione, anche a fronte di problemi socialmente significativi come la fame, il sottosviluppo, le malattie, trovi sempre i finanziamenti per gli armamenti e difficilmente quelli per risolvere altri problemi. Ma, più in generale, è proprio la preponderanza dell’economia, specie di quella finanziaria, che configura la cifra portante del nostro tempo, in cui solo le compatibilità economiche sembrano in grado di stabilire le leggi su cui è possibile orientare le scelte politiche. Lo studioso della Tradizione René Guénon, in un suo celebre libro, «Il regno della quantità», dedica a questa degenerazione nell’uso del denaro, oramai assurto all’unica divinità realmente immanente, un’abissale riflessione in cui delinea quanto ci si è oramai scostati da un uso strumentale del danaro per farlo diventare il metro di ogni cosa, assimilando le qualità, anche degli esseri umani, alle loro quantità. Ma se tutto questo è vero, allora chi «fa» il denaro, chi lo fa girare, chi decide come e dove investirlo, le guerre da finanziare, i governi da sostenere o quelli da far cadere, chi alla fine decide il nostro stile di vita, quelli che possono e cosa possono consumare e quelli che invece sono esclusi dal supermercato globale? Il libro di Pietro Ratto «I Rothschild e gli altri» disegna la complessa geografia del potere economico finanziario che domina il nostro presente partendo dal passato, tutto sommato recente, di una famiglia di banchieri, e non solo, che coincide con la nascita stessa del capitalismo. Muovendo da una constatazione di ordine religioso, la possibilità negata ai cristiani ma permessa agli ebrei di dare danaro ad usura, che ha antecedenti importanti quali la riflessione di Max Weber sulle relazioni fra protestantesimo e capitale, l’autore dipana nel tempo e nello spazio, prima europeo poi globale, la storia di una dinastia ebrea e delle sue successive guerre e alleanze familiari ed economiche, per arrivare a tracciare una mappa intricatissima di una parte consistente dei poteri economico-finanziari che ancora dominano il nostro tempo. Si parte del capostipite della casata, Meyer, nato nel 1744 a Francoforte, per arrivare ai giorni nostri, risalendo il filo delle vicende storiche che sono la trama e l’ordito stesso di quegli avvenimenti che hanno portato, prima l’Europa, poi gli Stati Uniti, a essere quelle potenze globali che si sono affermate negli ultimi due secoli. Da Napoleone a Hitler, da Truman ad Agnelli, una galleria di personaggi noti e meno noti scorre nelle pagine documentate come in un film in costume, ricostruendo lati oscuri di avvenimenti che hanno marcato il passato del nostro presente. Un libro ricco dunque non solo di date e di dati, retroscena e intrecci spesso poco o niente affatto studiati sul come si sono sviluppati gli interessi e gli affari della casata, cronache del tempo e profili di singoli personaggi storici componenti la famiglia e le sue relazioni, ma anche un saggio sui flussi e sull’evoluzione del capitalismo globalizzato e sulla sua finanziarizzazione, le sue logiche, i suoi arcani, i suoi ideali e pulsioni, letto attraverso una genealogia familiare fra le più emblematiche, per storia e complessità. Essere solo dalla parte di se stessi, fedeli al proprio motto, prosperare con ogni mezzo: questo sembra essere l’unico vero imperativo dei Rothschild e dei suoi simili. Non c’è nessuna contraddizione tra finanziare lo schiavismo e al contempo far parte di una società che ne chiese l’abolizione, appoggiare la Francia contro l’Inghilterra mentre un altro ramo della famiglia è impegnata a fare il contrario, accumulare opere d’arte ed essere mecenati. Tutte queste antinomie si fondono al calore degli interessi di famiglia, nel crogiolo del denaro e della sua potenza. Forse proprio per questo fra le righe del libro emerge chiaramente anche l’opinione dell’autore, non un mero cronachista dunque ma un critico osservatore delle vite della potente famiglia e dei suoi, di volta in volta, nemici o alleati, antagonisti o sodali, che sulla base dei dati storici non sospende il giudizio ma inserisce tra gli elementi fattuali le sue critiche e le sue interpretazioni soggettive, trasformando così un saggio storico – nel quale si spiega, a esempio, la nascita del debito pubblico, oggi tanto presente nelle nostre vite – in un piccolo trattato di economia politica, come si conviene a un filosofo del nostro tempo, impegnato a fornire non solo dati oggettivi, seppure questi possano mai esistere, ma anche impegnato nel trasformarli in strumenti di ricerca attiva, orientata dalla necessità di aiutare chi legge a districarsi in quella rete di rapporti fra politica, affari, economia e finanza, che oggi tutti ci avvolge. Dunque un testo utile, non solo alla chiarezza storica di un fenomeno globale, quello del capitalismo e delle sue regole attraverso la vicenda di una famiglia e di altre genealogie che con essa hanno avuto un ruolo centrale in questa parte delle storia contemporanea, ma anche un manuale a uso di ognuno di noi, di quanti ogni giorno cercano le ragioni per trasformare il mondo e ristabilire il giusto equilibrio fra interesse collettivo e avidità di pochi.
Pietro Ratto
«I Rothschild e gli altri» (Dal governo del mondo all’indebitamento delle nazioni, i segreti delle famiglie più potenti del mondo)
150 pagine per 9,80 euri
Arianna editrice

venerdì 2 ottobre 2015

Derivati, esposto M5S in procura e Corte dei conti

mercoledì 30 settembre 2015

Fondo offshore per BpVi, advisor é Treu


Fondo offshore per BpVi, advisor é Treu 


http://www.vvox.it/2015/09/29/fondo-offshore-per-bpvi-advisor-e-treu/

Il vicentino ex ministro del Lavoro è il consulente del lussemburghese Optimum, una delle società in cui la Popolare vicentina ha investito in tutto 350 milioni

Treu<
Sulle azioni BpVi con garanzia di riacquisto – secondo l’indagine in corso, un affaraccio d’aggiotaggio che vede cinquanta soci coperti da lettere di garanzia ergersi sopra 117 mila soci figli di un dio minore – la vicentinità non è data solo dal nome di Vicenza della Banca Popolare con 300 milioni di apposito fondo per i “furbetti della letterina” (a fronte di un ultimo aumento di capitale di 974 milioni di euro). C’é un altro nome che imprime un marchio tutto berico a questa specie di assicurazione privilegiata. Ed è un nome di persona. Molto famosa.
Prima di svelarvelo, ricapitoliamo la vicenda. Secondo i sostituti procuratori Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi della Procura di Vicenza, fra i beneficiari dell’impegno scritto di ricomprare le azioni finanziate con soldi della banca ci sono tre fondi d’investimento esteri: Athena Capital Fund, Optimum Multistrategy I e Optimum Multistrategy II. Questi ultimi due avrebbero come cliente pressocché unico la banca vicentina e farebbero capo alla società Optimum Asset Management, con base in Lussemburgo. Il cui amministratore delegato é Alberto Matta, considerato molto vicino al candidato sindaco di Roma Alfio Marchini (la cui azienda Imvest figurerebbe nell’elenco delle missive), e in cui, secondo l’Espresso, sarebbe coinvolto Girolamo Stabile, vicepresidente della holding romana Methorios che ha effettuato diverse operazioni con la Popolare di Vicenza. La BpVi avrebbe riempito i forzieri di questi fondi per un valore totale di 350 milioni così ripartiti: a fine 2012, 100 milioni nel fondo Optimum Multistrategy I; sempre a fine di quell’anno, 100 milioni in Athena Capital Fund; nell’agosto del 2013, 150 milioni in Optimum Multistrategy II. E’ oltre la metà di tutto quanto la Popolare berica ha investito in fondi di ogni tipo. Interessante come i 350 milioni complessivi concentrati in tali fondi quasi sia sovrapponibile ai 300 milioni per garantire il gruppo di “iper-garantiti”.
Dando un’occhiata al management di Optimum, si scopre che il “senior advisor” (il consulente “anziano”) è Tiziano Treu. Compagno di scuola di Romano Prodi, passato alla storia come ministro del Lavoro per il “pacchetto” di leggi sulla flessiblità che nel 1997 anticiparono dal centrosinistra la centrodestrorsa Legge Biagi-Maroni del 2001, più volte parlamentare, di recente commissario dell’Inps, Treu è un vicentino purosangue, classe 1939. E guarda un po’ dove lo trovi: nella società offshore legata a doppio filo alla Banca Popolare di Vicenza. Il richiamo del famoso “territorio”?

BPVi: anche i ricchi piangono


BPVi: anche i ricchi piangono
di Alessandro Ballardin, 30 settembre 2015

Ah bei tempi andati... Sembra un secolo e invece sono passati scarsi due lustri. Era il 2007 quando la gloriosa Banca Popolare di Vicenza era oggetto del contendere in una lotta tutta interna all'Assindustria berica. In quell'assemblea (che poi ebbe anche strascichi giudiziari tutt'ora in corso) si fronteggiarono due cordate. Il segnale di inizio ostilità lo diede don Nicola Amenduni, (così, con deferente rispetto, viene chiamato il patron delle Acciaierie Valbruna in città) dimettendosi dalla presidenza del collegio dei probiviri della BPVi. Fu un colpo basso a Gianni Zonin e alla sua credibilità che veniva implicitamente accusato di una gestione troppo personalizzata dell'istituto di credito berico. La cronaca del tempo racconta che alla richiesta della famiglia Amenduni forte del 2 per cento posseduto nella Banca Popolare di Vicenza di avere un posto in CDA ottene come tutta risposta il «no» di Zonin. Di qui la reazione stizzita culminata con le dimissioni del patron della Valbruna. A coloro che non abitano all'ombra dei berici vale la pena ricordare che da queste parti vige una legge non scritta, ma rispettata da tutti: "fai quello che vuoi, purché non si sappia in giro". Facile dunque inferire come la provocazione della famiglia Amenduni abbia provocato uno sconquasso generale nelle sempre ovattate stanze del potere vicentino. Ora sarebbe semplicistico ricondurre tutto ad una battaglia interna per il controllo della BPVi perché il tutto deve essere inserito in un quadro almeno regionale a cominciare dall'impasse determinatasi all'interno della stessa Assindustria Vicenza incapace di eleggere il successore di Calearo. Di certo una bella grana per l'organizzazione di categoria, va ricordato, tra le più potenti d'Italia. C'era poi a Verona la questione del buco di Banca Italease, a Padova l'arrivo di MPS attraverso l'operazione Antonveneta, a Venezia si litigava un giorno sì e l'altro anche, sulla nomina del DG di Veneto Sviluppo che è la finanziaria della Regione Veneto. In scadenza di mandato anche la presidente dell' Autostrada Padova-Brescia ed ex presidente della Provincia di Vicenza, la leghista Manuela Dal Lago, che era in lotta fratricida con l'ex socialista e allora eurodeputata di Forza Italia, Amalia Sartori per la corsa a sindaco del capoluogo berico. Alla fine fu scelta quest'ultima e vinse il "terzo incomodo" Variati. Insomma un bel guazzabuglio. 
Le recenti notizie di cronaca e le indagini della magistratura sulla BPVi ci porterebbero a pensare che oggi sicuramente non ci sarebbe tutta questa "fregola" per un posto al sole nel CDA della banca. L'istituto che negli ultimi due anni, per usare un eufemismo, ha prodotto bilanci non proprio floridi, sembra ormai destinato ad essere acquisito. Chi va a dire in giro che tutto quello che sta accadendo sia il "redde rationem" nei confronti di Zonin da parte dell'azionariato di minoranza, si sbaglia di grosso.
Innanzitutto perché il primo danno immediato della faida sarebbe una ulteriore svalutazione del valore delle azioni da loro possedute e si sa che non solo gli Amenduni, ma un po' tutta l'imprenditoria vicentina è più o meno impegnata finanziariamente nell'istituto. Ora, siccome come dice un vecchio adagio: "la parte più sensibile del corpo umano è il portafoglio" è razionalmente sensato prima di andare in guerra chiedersi "qui prodest"?

Se andiamo a guardare chi tra vicentini e veneti siano i maggiori possessori di azioni emerge questo quadro al dicembre 2014.

fonte: gli articoli di Alessio Mannino pubblicati sul magazine online VVox


Maria Gresele, moglie di Nicola Amenduni per un equivalente di quasi 90 milioni di euro 1,6% delle azioni,
Silvano Ravazzolo, quasi 88 milioni di euro 1,5% delle azioni della Confrav 
Giuseppe Dalla Rovere, 63 milioni di euro (1,08%)
Cattolica Assicurazidi cui la BpVi è primo azionista con il 15%), che detiene 54 milioni con lo 0,9%,
Assicurazioni Generali (48 milioni, ovvero lo 0,8%)
In decima posizione Luca Morato, della Morato Pane, con più di 36 milioni di euro e lo 0,6%
Fondazione Roi (presieduta da Gianni Zonin) 29 milioni di euro circa, attorno allo 0,5%
Luca Ferrarini: 29 milioni di euro circa, attorno allo 0,5%
René Caovilla (scarpe femminili d’alta moda) si posiziona quattordicesimo con 25 milioni di euro (0,4%), 
Il fondo giapponese Nomura (24,5 milioni) (0,4%)
Famiglia Zonin e le imprese ad essa riconducibili detenevano circa 21 milioni di euro (0,3%). 
Elio Marioni della Askoll (5,7 milioni, lo 0,09%)
Rino Mastrotto (3,5 milioni, lo 0,06%)
Maltauro (3,5 milioni)
Lumar Srl, Luca Marzotto (3,3 milioni, lo 0,5%)
Il vicepresidente della banca, Andrea Monorchio, presiede anche la Micoperi Srl, impresa che possiede 6 milioni di euro, lo 0,1 per cento.

I valori attuali di possesso delle azioni potrebbero aver subito delle variazioni. I sopraccitati possessori, infatti, avrebbero potuto teoricamente vendere le proprie quote. Ma il dubbio riguarda un altro “se”: quanti, e per quanto, abbiano sottoscritto gli aumenti di capitale degli ultimi due anni. Magari a debito.

Resta indubbio che a situazione invariata la svalutazione del prezzo delle azioni da 62,50 € a 48,00 €/az. ha prodotto una perdita (virtuale) del 23% sul controvalore il che rende poco verosimile addurre alla volontà di indebolire Zonin tutto quello che sta accadendo e che le cronache riportano con dovizia di particolari.

In secondo luogo c'è la questione del credito: in questi anni di crisi gli unici istituti che, in contro tendenza rispetto ai "big players" del mercato del credito, hanno allargato i cordoni della borsa sono state proprio le popolari e le casse rurali. Secondo voi vale la pena farsi scippare un istituto che, al di la delle responsabilità civili e penali sulle presunte scorrettezze perpetrate dai vertici dell'istituto e su cui sta indagando il pm Luigi Salvadori, in questi anni di vacche magre è sempre rimasto saldamente legato al territorio sostenendo imprese e famiglie quando nessuno lo faceva?
Cosa c'è veramente dietro questa operazione? Quali azioni è opportuno che intraprendano gli azionisti, soprattutto ex dipendenti che hanno investito risparmi e parte delle liquidazioni per tutelarsi? Ma poi siamo sicuri che la BPVi e con lei tutte le banche italiane, abbiano bilanci che dal punto di vista dei risultati siano così striminziti?
A queste e a altre domande proveremo dare risposta nei prossimi articoli.


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J.K.Galbraith Capire come funziona l'economia significa capire la parte maggiore della nostra vita

martedì 29 settembre 2015

Contro tutti i Banksters del mondo

Contro tutti i Banksters del mondo.

Di Luciano Garofoli
http://www.maurizioblondet.it/contro-tutti-i-banksters-del-mondo/#_ftn2

Jail the bankster$! Galera per i bankster$!!!
E’ lo slogan di Occupy the Banks, movimento di natura popolare nato di recente e che prende una posizione netta nei confronti dei grandi gruppi bancari sovranazionali. Ne denuncia, in maniera aperta e chiara, gli abusi, le frodi, i sotterfugi e le rapine che essi perpetrano quotidianamente contro gli ignari “clienti”, contro la società civile, contro il mondo finanziario ed economico in tutto il pianeta.
Come potete vedere la s finale della parola è quella del simbolo del dollaro e ciò non a caso, in quanto lo si voglia o no il centro pulsante del sistema bancario mondiale, mondializzato e mondialista ha la sua sede a Wall Street negli Stati Uniti ed a Square Mile in Inghilterra.[1] La moneta di riferimento, in questo ambito economico ristrettissimo, è ovviamente soltanto il dollaro amerikano.
Il termine Bankster fu coniato e lanciato, per la prima volta, da Léon Degrelle il 27 febbraio 1944 durante un’oceanica manifestazione tenutasi al Palazzo dello Sport di Bruxelles. Nel suo discorso il capo dei Rexisti belgi, parlando di lotta contro l’usurocrazia dichiarò:
Nous sommes contre toutes le banksters du monde” (Noi siamo schierati contro tutti i banksters del mondo!)
Sembra che nel mondo il numero di persone che stia diventando sensibile a questi temi sia in netto aumento e sempre di più sono coloro i quali sono disponibili ad impegnarsi per porre fine ai privilegi, agli abusi ed alla corruzione che questa casta di usurai senza scrupoli e senza patria sta seminando nel mondo, con il solo scopo di poter continuare a prosperare sulle spalle della gente spinta sempre di più verso uno stato di indigenza, di povertà e di fame.
Rowan Bosworth Davies[2] in un suo recente articolo intitolato The banking criminals exposed ci fornisce alcune important informazioni circa il clima che si sta formando intorno ai banchieri : la cosa monta piano piano senza tante luci della ribalta accese sulla specifica situazione: questi sono, in effetti, ambienti in cui prevale la diplomazia e la più completa riservatezza.
Innanzitutto Bosworth Davies ribadisce la voce tutt’altro che peregrina, di una nuova crisi economica gravissima che i banksters stanno pilotando ed inducendo e che dovrebbe scoppiare in autunno. Questo è ormai sulla bocca di tantissimi analisti di fama internazionale. In effetti i “buchi neri” di bilancio di alcune grandissime banche internazionali, non possono ormai essere più nascosti e devono venire al pettine.
La Finanza creativa ormai miete in continuazione vittime di ogni nazionalità ed in ogni stato e grado di settore dell’economia mondiale. Ma questa volta sarà molto difficile poter gestire la situazione gravissima che si verificherà e, dal basso, nascerà (in maniera più o meno pilotata secondo i progetti massonici di un Ordo ab Chao) “spintaneamente” la richiesta di incarcerare questi criminali. In realtà saranno le vittime sacrificali immolate sull’altare del Governo Mondiale: la galera li preserverà dal linciaggio e poi, magari passata la buriana e dopo un processo più o meno farsa, se la caveranno con poco o niente!
Forse è utile ricordare che al processo di Norimberga Hjalmar Schacht, l’ex Ministro della Reichsbank dal 1934 al 1937. Era, Insomma, il banchieri di Hitler: fu processato ed …. assolto clamorosamente; poi fu anche processato dalle nuove autorità tedesche ed assolto ancora una volta, forse su suggerimento di quegli ambienti dell’Alta Finanza internazionale che aveva tanto da perdere, anche in “immagine”, da una testimonianza così autorevole e di primissima mano. Schacht fondò una sua piccola banca privata e fece consulenze ad una marea di paesi del terzo mondo, con ottimi risultati.
In effetti Bosworth Davies non fa altro che riportare i risultati del 33° Simposio internazionale sulla criminalità economica  organizzato dal Jesus College di Cambridge, il più importante convegno del mondo sulla criminalità economica. Ad esso prendono parte 500 relatori ed al dibattito danno il loro contributo illustri studiosi internazionali.
Questo Simposio, infatti, è diventato un punto di riferimento per gli incontri internazionali dello stesso tipo e nel corso degli anni, ha dimostrato di essere di grande influenza nella gestione e sviluppo della politica internazionale nella lotta contro la criminalità finanziaria ed economica mondiale.
Quello che è emerso in maniera plateale è stata la sensazione di disgusto profondo e viscerale e della sempre crescente repulsione nei confronti del settore bancario globalizzato, dove ormai impera l’anarchia ed anche un grado altissimo e crescente di criminalità e di assoluto disprezzo ed insofferenza per qualsiasi tipo di legge o regolamento gli stati cerchino, sebbene molto timidamente, di imporre per arginare questa marea nera montante.
Un sempre crescente numero di accademici, di agenzie specializzate delle forze dell’ordine ed anche di consulenti e gestori di settori finanziari si stanno unendo cercando di creare un fronte comune nella denuncia e nella condanna totale di specifici settori del sistema bancario internazionalizzato, proprio per la loro costante e sistematica attività criminale organizzata. Molte banche sono ormai ampiamente identificate, sia da istituzioni finanziarie ancora oneste, che da moltissime organizzazioni imprenditoriali, come totalmente impegnate in una diffusa pratica delinquenziale attraverso un costante comportamento rutinario di carattere criminale.
Il bello è che le stesse banche si permettono di minacciare ritorsioni davanti ad eventuali secessioni di regioni come la Scozia e la Catalogna dai rispettivi stati nazionali. Sono loro i veri padroni e la politica è diventata soltanto una loro fedele servitrice. I governi non governano più, si limitano a svolgere soltanto un’azione di carattere meramente amministrativo seguendo un’agenda dettata loro dai banksters dell’Alta Finanza apolide.
Forse che voi credete che la crisi della Volkswagen in qualche modo non si risolverà in una bolla di sapone? Sembra che il governo tedesco stia già esercitando forti pressioni sulla Commissione Europea per far diventare vincolanti, in tutte le nazioni della UE, i nuovi test di accertamento delle emissioni di CO2 svolti su strada e non più in laboratorio, soltanto nel 2021!! Credete forse che la cosa sia solo una decisione politica presa autonomamente dalla Cancelliera Mer(k)del per salvare l’industria automobilistica tedesaca ed il buon nome del IV Reich, o sia stata imposta su pressione della Volkswagen e della lobby dell’automobile, la quale in campagna elettorale ha abbondantemente foraggiato la CDU, partito della Cancelliera?
La loro presa di posizione nel caso delle regioni secessioniste è nettissima: chiuderemo ogni nostra filiale e faremo in modo da stroncare qualsiasi attività economica della regione provocando guasti irreparabili a tutti. Ovviamente i poteri centrali si servono di questi grimaldelli per dissuadere dalla tentazione della secessione tali regioni floride ed economicamente molto produttive.
E’ già successo alla vigilia del referendum sulla secessione della Scozia, quando la HSBC non ha lesinato mezzi e minacce. Eppure questa istituzione è ampiamente fallimentare ed è dovuta ricorrere pesantemente all’aiuto pubblico dopo lo scandalo che l’aveva travolta. In Catalogna sia il Banesto che il Sant’Ander, due colossi bancari spagnoli, continuano a minacciare ritorsioni pesanti se la regione si separerà dal resto della Spagna. Anche qui i sistemi sono sempre i medesimi: chiusura di tutti gli sportelli bancari dei due istituti, sospensione di qualsiasi forma di aiuto finanziario alle aziende operanti sul territorio e creazione di un fronte unitario che coinvolga tutti gli istituti bancari di ogni ordine e grado. In pratica lo strangolamento economico e la riduzione alla fame dell’intera area.
Tutti sappiamo benissimo quali quantità di titoli tossici questi istituti abbiano in pancia e quali omissioni, artifici, sotterfugi e falsi operino sia sui bilanci che nel loro agire quotidiano: ma un società ànoma può permettere a certi criminali di prosperare e di continuare la loro attività banditesca, con quasi totale impunità
Faccio un altro esempio, quello della Deutusche Bank, prestigioso istituto di credito della grande e fortissima economia tedesca. Essa è stata sottoposta ad un’inchiesta dalla SEC americana la quale ovviamente è strabicamente orientata nel proteggere il proprio sistema nazionale e poi a chiudere dieci occhi davanti a delittuosi comportamenti di banche come la Goldman & Sachs, o la Lehman Brothers (fallite entrambe nel 2008), salvate, alla faccia del liberismo economico, con soldi pubblici sborsati dai contribuenti americani.
L’ente americano di sorveglianza già nel 2012 denunciò l’istituto per un buco di 12 miliardi di dollari occultato truccando i conti con operazioni finanziarie creative. Nel 2014 durante gli” stress test” ordinati dalla BCE, la Deutusche Bank risultò essere non idonea in quanto esposta per ben 75 mila miliardi di dollari nel settore dei derivati. Una cifra mostruosa: cinque volte maggiore del Pil della UE. Eppure, grazie ad un massiccio intervento politico posto in essere dal governo federale tedesco la banca passò positivamente gli stress test della BCE. La Cancelliera “Mer(k)del” provvide ad un’iniezione di ben 250 miliardi di euro di liquidità, senza che minimamente la Commissione Europea intervenisse per impedire aiuti di stato nei confronti degli istituti germanici. Alla Germania è permesso di barare impunemente!!
Ma non basta!
La primavera scorsa varie inchieste penali internazionali hanno riconosciuto l’istituto bancario colpevole di aver manipolato i tassi Libor, Eurolibor e Tibor, parametri di riferimento sia per la concessione di mutui, sia per i tassi interbancari. Bene invece che chiedere l’incriminazione dei vertici responsabili della politica finanziaria della Deutusche Bank tutto si è risolto con la comminazione di una fortissima multa alla banca tedesca. La somma è di 2,5 miliardi di dollari di multa che va ad aggiungersi ai 1,7 miliardi euro inflitti da Bruxelles per la manipolazione illecita dei tassi con il fine di lucrare guadagni illeciti.
Per essere precisi fino in fondo la banca ha dovuto anche spendere, negli ultimi tre anni, ben 9 miliardi di dollari di parcelle per dirimere controversie legali.
Nell’aprile 2014 la Deutusche è costretta ad aumentare il suo capitale sociale di 1,5 miliardi di dollari per cercare di rafforzare il grado di liquidità, mentre il mese seguente vende ben 8 milioni di azioni con uno sconto del 30% sul loro prezzo, nel frattempo il valore delle azioni alla Borsa di Francoforte, passa da 50$ ad azione a 29$.
A questo punto scatta un piano “lagrime e sangue” e l’istituto pensa di liberarsi di ben 23 mila dipendenti, un quarto del totale dei suoi addetti. Questo è uno dei primissimi provvedimenti che adotta il nuovo amministratore delegato John Cryan appena nominato ed investito di maggiori poteri decisionali: si sta ripetendo quello stesso clichet già seguito dalla Lehman Brothers prima del suo fallimento.
Piove sempre sul bagnato ed il 9 giugno 2015 l’agenzia di rating S & P declassa la Deutusche Bank a BBB + solo tre tacche sopra “spazzatura”. Tra l’altro, BBB + è lo stesso livello dato, dalla stessa agenzia, alla Lehman, tre mesi prima del suo crollo.
In simili sanzioni è anche incorsa la prestigiosa UBS svizzera: citata in giudizio per frode e favoreggiamento all’evasione fiscale dalla giustizia americana, la più grande banca svizzera, se l’è cavata con la comminazione solo una multa dei 750 milioni di dollari, ma addirittura patteggiata con la magistratura americana: una vera vergogna!. L’UBS è anche spessissimo chiamata in giudizio per favoreggiamento e riciclaggio di denaro sporco proveniente da narcotraffico e da commercio di armi clandestino: miliardi di dollari ogni anno.
Ma si sa la Svizzera lava più bianco!! Ed il resto la fa la potenza dirompente dei signori del denaro che tutto possono e tutti corrompono.
Questo in presenza di una crisi economica di una gravità unica che ha ridotto alla miseria, se non alla fame, milioni di persone nel mondo: non dimentichiamo che il Dipartimento dell’Agricoltura USA attesta che ben 11 milioni di persone ogni anno, negli opulenti USA, muoiono di fame!!
Riecheggiano, davanti a tanta rivoltante ingiustizia ed a tanta sicumera e arroganza le profetiche parole del professor Giacinto Auriti che, qualche decina di anni fa, così si esprimeva:
Questi giganti della malavita preparano e programmano per l’umanità una rarefazione monetaria circolante senza precedenti: vedrete che per le generazioni future l’alternativa sarà tra la disperazione ed il suicidio!

E pensare che l’allora Prefetto della Congregazione della Fede, Cardinale Ratzinger era venuto a conoscenza delle teorie monetarie del professor Auriti ed aveva partecipato ad un convegno internazionale sulla moneta organizzato dall’Università di Teramo al quale intervennero eminenti economisti come il Premio Nobel Maurice Allais. Ci fu un impegno preso verbalmente di fare del tutto per inserire la teoria auritiana nella dottrina sociale della Chiesa. Peccato che, una volta diventato pontefice, Benedetto XVI preferì invocare la costituzione di un organismo governativo sovranazionale mondiale che con il suo impegno potesse risolvere i problemi del pianeta: come dire fare Dracula presidente dell’Avis.
Tornando al simposio organizzato dal Jesus College possiamo aggiungere che la maggior parte dei relatori si è detta preoccupata per il crescente ricorso delle banche ad un sempre crescente livello di attività criminali: falso in bilancio, manipolazione di operazioni attraverso sistemi illegali o proibiti come l’aggiotaggio o l’insider trading, riciclaggio di denaro sporco proveniente dalle attività criminali della malavita organizzata o dai vari cartelli della droga. Le cifre si misurano in migliaia di miliardi di dollari annui un sommerso immenso che circola attraverso le filiali delle banche di tutto il mondo e che, ripulito, affluisce sui mercati mondiali del credito e degli investimenti.
Qualche anno fa il Sole 24 ore si chiedeva se forse non fosse stato meglio far emergere questa immensa massa di ricchezza annuale e magari tassarla adeguatamente, con grande beneficio degli esangui bilanci statali.
Da una parte è stato rivelato il sempre più crescente e genuino senso di smarrimento, dell’opinione pubblica davanti al sempre crescente aumento delle attività criminali del mondo bancario e finanziario, dall’altro questo stato iniziale di choc può degenerare in un momento di reazione violento ed irrazionale tale da far presagire la richiesta di un severo intervento da parte delle autorità politiche dei vari stati.
Bosworth Davies scrive:
“Per la prima volta, mi sono reso conto che tutti i delegati intervenuti al simposio erano d’accordo nel ritenere che il settore bancario sia diventato sinonimo di criminalità organizzata.
Anche i partecipanti più conservatori hanno espresso la loro profonda preoccupazione ed anche il loro disgusto per il modo in cui molti degli istituti bancari più noti e prestigiosi si comportano oggi.
Questo rende difficile credere che le banche possano continuare a contare sul consueto supporto che hanno tradizionalmente goduto tra la popolazione e molti esperti.
Il tutto si sta riflettendo anche nella politica stessa.
Nel Regno Unito, ad esempio, la scelta di Jeremy Corbyn a guidare il partito laburista britannico, significa che la criminalità bancaria e la frode finanziaria sono ormai diventati una questione elettorale di primo ordine.”
Lo si voglia o no, sottotraccia, il clima politico sta cambiando in molti paesi e stanno nascendo tutta una nuova serie di opzioni politiche alternative alcune genuine altre manipolate che affrontano in maniera molto diretta questa gravissima situazione.
Se dovesse, come molti seri analisti stanno preconizzando, verificarsi una grande e generale nuova crisi economica, l’arresto di molti banchieri, membri e guru della vecchia guardia finanziaria diventerebbe inevitabile. Quello che mi preme sottolineare è come tutto questo scenario forse sia parte di un più vasto piano per aumentare il caos e rendere sempre più potente la spinta dal basso, affinché si intervenga a livello politico per porre rimedio a questa soluzione.
Ma gli ambienti dell’Alta Finanza apolide e del cerchio magico delle grandissime Banche Centrali e di credito commerciale, stanno imponendo questa drammatica situazione con il fine preciso di offrire, come soluzione finale, la creazione di un nuovo e ferreo ordine gerarchico selettivo mondiale, che cancelli ogni tipo di libertà e concentri ancor di più la ricchezza in pochissime e fidate mani forti e sicure.
Perseguire e incarcerare alcuni banchieri corrotti, sarà il contentino per placare gli spiriti ardenti della popolazione e fare una finta che sia l’inizio di una trasformazione sociale verso un mondo più giusto ed equilibrato.
Quindi, se il momento, come sembra che stia per arrivare, in cui molti banchieri finiscano in carcere, nessuno si lasci ingannare … dobbiamo raddoppiare la vigilanza e l’attenzione non lasciandoci sviare da fals flags o da apparenti cambiamenti verso una giusta soluzione dei problemi dell’umanità.
luciano garofoli


[1] Square Mile sarebbe la misura di superficie (1,12 sq. mi. pari a 2,90 km quadrati) in cui si sviluppa la famosa City finanziaria di Londra, centro di tutti i più importanti affari finanziari del mondo, di qualsiasi natura essi siano. Esso è diventato il nomignolo identificativo di questo dorato quartiere londinese. 

[2] Rowan Bosworth Davies è un esperto nel campo delle frodi e del riciclaggio di denaro. Svolge un’intensa attività come consulente per grandi istituzioni finanziarie, forze dell’ordine e governi. E’ anche istruttore ed insegnante per la formazione di esperti nel settore delle frodi finanziarie, nonché studioso di scenari e previsioni nel campo dei servizi finanziari ed obiettivi di conformità legale nel settore bancario e finanziario. Ha svolto una continuativa attività di consulenza nelle materie specifiche di frodi finanziarie, riciclaggio e reati bancari presso Scotland Yard a Londra.

lunedì 28 settembre 2015

Un «quantitative easing» per il popolo

manifesto

Un «quantitative easing» per il popolo

Marco Bertorello e Christian Marazzi

Come e perché redistribuire l’immensa quantità di denaro della Bce. La proposta per l’agenda politica della sinistra


La Fed ha deciso di rin­viare la fine della pra­tica del rin­viare, cioè quella che Wol­fang Streeck descrive come la logica del «pren­dere tempo com­pran­dolo con l’aiuto del denaro» per allon­ta­nare i pro­blemi. La scelta di per­du­rare con il denaro a costo zero, però, costi­tui­sce solo un rin­vio verso una nuova e più deli­cata fase, in cui pro­ba­bil­mente aumen­terà il livello di con­flit­tua­lità non solo com­mer­ciale di un’economia mon­diale che, con il suo ele­vato tasso di inter­di­pen­denza, comin­cia a scric­chio­lare da più parti. L’espansione della fun­zione della moneta a debito di que­sti anni comin­cia a creare scom­pensi glo­bali. Sul «Sole 24 Ore» in que­ste set­ti­mane Donato Mascian­daro ha ripe­tu­ta­mente denun­ciato come la Fed non stia appli­cando una «regola mone­ta­ria», cioè una stra­te­gia da annun­ciare ex ante e su cui ren­dere conto ex post. La man­canza di regole, a suo dire, potrebbe essere giu­sti­fi­cata in tempi straor­di­nari, ma il suo pro­trarsi osta­cola il ritorno alla nor­ma­lità. Quello che chiede, dun­que, è un espli­cito giu­di­zio della Fed sulla fase in cui siamo (sta­gna­zione seco­lare o ripresa?) e delle scelte defi­nite intorno a dina­mi­che interne (gli incon­tro­ver­ti­bili tassi di disoc­cu­pa­zione e infla­zione). Un vec­chio ada­gio di chi con­si­dera l’economia scienza esatta e che rimuove la logica che guida le scelte della Fed, cioè quella di con­si­de­rare gli effetti delle pro­prie deci­sioni su scala nazio­nale coniu­gati con quelli inter­na­zio­nali. Il dol­laro, infatti, costi­tui­sce ancora la moneta di riserva mon­diale e le riper­cus­sioni vanno dal locale al glo­bale e viceversa.
Il punto di pas­sag­gio delle scelte della Fed, come sot­to­li­nea Mar­cello De Cecco, è la Cina: attra­verso l’Impero Cele­ste l’effetto delle azioni ame­ri­cane si spande su tutto l’universo dei pro­dut­tori di mate­rie prime come Bra­sile, Argen­tina, paesi afri­cani. Ma il coin­vol­gi­mento attra­versa anche i paesi pro­dut­tori di beni di inve­sti­mento come Ger­ma­nia, Giap­pone, Corea. A que­sto punto la crisi cinese (che è crisi eco­no­mica e poli­tica, nel senso di una lotta interna al par­tito comu­ni­sta attorno alle riforme) aggiunge alla sta­gna­zione una pres­sione defla­zio­ni­stica che vani­fica l’efficacia delle poli­ti­che di «quan­ti­ta­tive easing» fina­liz­zate all’aumento del tasso di infla­zione. Le dif­fi­coltà cinesi, che si mani­fe­stano nel calo delle espor­ta­zioni e nel rin­caro delle impor­ta­zioni, stanno ridu­cendo a vista d’occhio le (enormi) riserve valu­ta­rie dete­nute dalla banca cen­trale cinese, tant’è vero che per con­te­nere la sva­lu­ta­zione del reminbi i cinesi hanno ven­duto buoni del Tesoro sta­tu­ni­tensi per oltre 100 miliardi di dol­lari. Que­sto potrebbe indi­care la fine dell’equilibrio Stati Uniti-Cina costruito negli ultimi trent’anni (acqui­sto del debito ame­ri­cano con il sur­plus com­mer­ciale cinese).
La scelta sui tassi, inol­tre, va inqua­drata nelle dina­mi­che deter­mi­na­tesi a monte con le poli­ti­che di qe, con l’immissione di una marea di liqui­dità nel sistema, la quale per un verso ha for­nito nuovo ossi­geno e per l’altro ha dato vita a feno­meni distor­sivi oltre che social­mente spe­re­qua­tivi. La spinta all’indebitamento facile non si è certo esau­rita intorno ai paesi occi­den­tali, infatti feno­meni di inde­bi­ta­mento in valuta estera hanno coin­volto anche le imprese dei paesi emer­genti. Com­ples­si­va­mente la Bri cal­cola che le imprese non sta­tu­ni­tensi abbiano un debito in dol­lari di ben 9.600 miliardi. Oggi la mede­sima ricerca di un facile inde­bi­ta­mento coin­volge le imprese ame­ri­cane nel qe euro­peo. L’aumento del dol­laro di quest’anno poi grava sulle imprese costrette a misu­rarsi coi pro­cessi di sovra­pro­du­zione in corso pro­prio negli emer­genti. Al rista­gno dell’economia reale va aggiun­gen­dosi il peso dei debiti. L’aumento dei tassi aggra­ve­rebbe, o meglio aggra­verà, ancor più il qua­dro. Tutto ciò ha riper­cus­sioni anche interne al con­te­sto ame­ri­cano sia sul ver­sante finan­zia­rio sia su quello eco­no­mico. L’enfasi sulla ripresa, infatti, appare dub­bia, in quanto il basso tasso di disoc­cu­pa­zione (5,1%) non signi­fica niente a fronte di un tasso di par­te­ci­pa­zione della forza-lavoro che non era mai stato così basso (63%), di appena il 40% di occu­pati con più di 30 ore a set­ti­mana e di salari che non accen­nano ad aumen­tare (il modello della Fed, per quanto riguarda l’aumento dei tassi di inte­resse, pre­vede, oltre all’aumento dell’inflazione e al calo della disoc­cu­pa­zione, anche un aumento dei salari).
La deci­sione della Fed, a nostro parere, con­ferma la tesi della “sta­gna­zione seco­lare”, in par­ti­co­lare di una carenza strut­tu­rale di domanda aggre­gata con­se­guente alle poli­ti­che distrut­tive del mer­cato del lavoro (pre­ca­riz­za­zione, bassi salari, aumento del lavoro gra­tuito…). Le stesse poli­ti­che di «Qe» della Bce, che pure nei primi sei mesi dalla loro imple­men­ta­zione ave­vano con­tri­buito ad uscire dal cre­dit crunch, spe­cie in paesi, come l’Italia, in cui le ban­che deten­gono una grande quan­tità di titoli pub­blici, sono costrette a con­fron­tarsi col pro­blema della sta­gna­zione della domanda interna e esterna e con quello dell’intermediazione ban­ca­ria. L’azzardo del «Qe» in un con­te­sto, come quello euro­peo, in cui si cerca di ridurre il debito, è quello di una domanda ecces­siva di titoli pub­blici tale da azze­rare i ren­di­menti, con con­se­guente rischio di una crisi dei fondi pen­sione, mag­giori deten­tori di buoni del tesoro. Per l’uscita dalla sta­gna­zione e per sot­trarsi agli schemi domi­nanti non var­rebbe la pena lan­ciare un pro­getto per la distri­bu­zione di parte della liqui­dità diret­ta­mente ai cit­ta­dini euro­pei? Per­ché non un «Qe for the People»?