sabato 21 novembre 2015

Roberta Ancona intervista Marco Saba (Ostia, 18/11/2015)

Per soldi a prova di crisi: emissione di moneta riservata alla Banca nazionale!

Intervista a Paul Kircher, organizzatore del workshop di Bolzano

Paul Kircher di Human Economy ci presenta un workshop sui mezzi monetari delle banche private! 18/11/2015

 http://www.salvo5puntozero.tv/paul-kircher-di-human-economy-ci-presenta-un-workshop-sui-mezzi-monetari-delle-banche-private-18112015/

lunedì 16 novembre 2015

L'imperialismo è vivo e lotta contro di noi

L'imperialismo è vivo e lotta contro di noi

L'imperialismo è vivo e lotta contro di noi

Viaggio nella crisi parte II. 

Dopo l'articolo preliminare di Rita Bedon, che illustra alcuni aspetti teorici generali della crisi (http://www.lacittafutura.it/economia/viaggio-nella-crisi.html), proseguiamo l'indagine esaminando il carattere dell'odierno imperialismo transnazionale. Seguiranno contributi che illustrerannno in maniera più sistematica il quadro teorico in cui si inseriscono gli elementi fattuali qui esaminati, per proseguire quindi con le prospettive dell'Europa a guida tedesca e le possibili vie di uscita dalle politiche liberiste europee.

di Ascanio Bernardeschi

“Il capitalismo, che prese le mosse dal capitale usuraio minuto,termina la sua evoluzione mettendo capo a un capitale usuraio gigantesco”
“Il mondo si divide in un piccolo gruppo di stati usurai e in una immensa massa di stati debitori”
“L'oligarchia finanziaria attrae, senza eccezione, nella sua fitta rete di dipendenzetutte le istituzioni economiche e politiche della moderna società borghese”
(Vladimir Ilic Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916)

Il crollo del blocco del cosiddetto socialismo reale, fu principalmente esito non di un moto di liberazione dei popoli ma della vittoria della guerra fredda da parte del blocco imperialista a guida statunitense. Liquidato il bipolarismo USA-URSS, parve ai più che il mondo fosse entrato in una fase unipolare ad egemonia americana difficilmente contrastabile.

Mentre analisti più accorti già allora intravidero la possibilità che si andasse verso un nuovo multilateralismo, in cui potevano interpretare un ruolo non marginale le maggiori potenze asiatiche ed europee, abbondavano analisi che invece cercavano di sistemare teoricamente l'interpretazione prevalente. Il testo di Antonio Negri e Michael Hardt, Impero, per anni assai alla moda nella “sinistra radicale”, trae impulso indubbiamente anche da una simile lettura di questo passaggio storico, pur se vi convivono alcuni stimoli filosofici, tra cui è rilevante quello foucaultiano. Negri tiene a precisare che l'Impero non va confuso con l'imperialismo in quanto consiste in un potere “deterritorializzante” e tendente a incorporare il mondo intero. “I singoli colori nazionali della carta imperialista del mondo sono stati mescolati in un arcobaleno globale e imperiale”.

Noi ci domandiamo: i fatti successivi hanno forse confermato che si sta procedendo verso un grande Impero non racchiuso da confini, svolgendo quest’ultimo un ruolo positivo spazzando via “i crudeli regimi del potere moderno” e sprigionando “i potenziali di liberazione”? Oppure si sta assistendo, al contrario, all'emergere impetuoso di nuove potenze imperialistiche?

Altra questione: quali sono i caratteri principali dell'imperialismo già descritti da Lenin che rimangono attuali e in che misura? Concentrazione e accentramento dei capitali, raggruppati in pochi, potenti monopoli in lotta tra di loro, collegati da un intreccio complesso di partecipazioni azionarie e alleanze che travalicano i confini nazionali; ruolo crescente delle banche e del capitale finanziario, fortemente intrecciato con quello industriale, posto largamente sotto il suo controllo; ruolo preminente delle esportazioni di capitali; politiche statuali funzionali alla competizione, talvolta violenta, tra questi monopoli.

Al fine di rispondere a queste domande è utile partire dall'evidenza empirica, esaminando alcuni dati statistici. Per quanto riguarda i movimenti di capitale ci è di aiuto il recente rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad), il World Investiment Report 2015, recentemente commentato su questo giornale da Ferdinando Gueli. Mentre appare scontato il dato del notevolissimo peso degli investimenti esteri in entrata nelle economie emergenti e nell'America Latina (vedi grafico 1), è da sottolineare che anche gli investimenti dei paesi in via di sviluppo diretti verso l'estero, che nel 2000 erano ancora ben al di sotto della soglia del 10% del totale mondiale, raggiungono invece il valore del 35% nel 2014 (grafico 2), quintuplicato in 14 anni. Anche la suddivisione degli investimenti esteri in entrata per blocchi economici (grafico 3) testimonia una situazione assai variegata e un crescente perso dei paesi emergenti asiatici, tra cui, ovviamente, gioca un ruolo primario la Cina.

In termini di Pil si sta registrando un progresso delle nazioni in via di sviluppo e un mutamento dei rapporti nei confronti di quelle ad economia matura. Basti pensare al recente sorpasso da parte della Cina di Germania e Giappone e al sorpasso in corso degli USA. Per brevità, a questo proposito, si rimanda ai dati riportati nella precedente serie di articoli di questo giornale aventi per oggetto i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).

Il crescente peso dei paesi emergenti, in gran parte dovuto alla importante crescita dei Brics, testimonia la progressiva perdita di egemonia del blocco dei paesi avanzati e degli Usa al loro interno e l'avanzare di concorrenti degni del massimo rispetto. Non a caso gli Stati Uniti per primi, consapevoli delle prospettive dei nuovi rapporti di forza, stanno cercando affannosamente di ostacolare alcuni competitori attraverso vari strumenti, siano essi gli accordi regionali sugli investimenti per l’area transpacifica (TPP) e transatlantica (TTIP), oppure il classico prolungamento della politica con altri mezzi: guerre indotte o esplicitamente dichiarate in paesi limitrofi alla Cina e alla Russia (Afghanistan, Iraq, Siria, Ucraina….).

Anche l'esportazione dei capitali continua incessantemente la sua crescita. Sommando quelli in entrata e quelli in uscita, nel 1990 ammontavano intorno ai 250 miliardi di dollari, per passare a una media di circa 2.820 annui nel periodo pre-crisi (2005-2007), attestandosi poi vicino al 2.600 nel 2014. Conseguentemente lo stock dei capitali investiti all'estero, è più che decuplicato nel periodo 1990-2014, mantenendo un saggio di ritorno oscillante intorno tra il 6-7%, fatto salvo il livello di poco inferiore (4-5%) nel periodo di crisi.

Il rapporto mostra anche un’analoga crescita del capitale e degli affari delle società estere affiliate alle maggiori società multinazionali (meglio dire transnazionali), dell'occupazione presso di esse e del valore dei brevetti da esse posseduti.

Altro elemento che è utile segnalare è che il bilancio di cassa delle 100 maggiori società multinazionali, così come il loro capitale, è quasi raddoppiato dal 2006 al 2014, mentre il Pil mondiale è aumentato solo del 65%. Marginalmente replichiamo anche a chi ha visto, guardando solo il dito e non la luna, un processo di deindustrializzazione in atto: le dotazioni di cassa e gli investimenti delle 5.000 maggiori multinazionali si collocano prevalentemente nei settori delle materie prime, dell'energia e delle industrie (56,1% del totale) mentre i famosi servizi si fermano al 17,6% e le decantate tecnologie e telecomunicazioni al 11,3%.

Per quanto riguarda il ruolo del capitale finanziario, il rapporto Unctad ci mostra il peso crescente del valore delle acquisizioni di società o della loro fusione, un indice del ruolo del capitale transnazionale nei flussi di investimento, che è quasi quintuplicato in 18 anni, passando da 43 miliardi di dollari del 1996 a quello di 200 nel 2014. Il “potere deterritorializzante” del capitale di negriana memoria si manifesta largamente in questa forma, senza però far venire meno la lotta tra imperialismi per accrescere il loro territorio di influenza. Crescono a dismisura anche i fondi sovrani che erano intorno ai 5 miliardi di dollari nel 2000 e si aggirano intorno ai 160 miliardi nel 2014. La tendenza crescente alla finanziarizzazione dell'economia, peraltro, è più che nota, come il rapporto tra il valore delle attività finanziarie e quello del Pil, che nel 2013 era 13,24. Cioè le attività finanziarie ammontavano a oltre 13 volte il prodotto mondiale. Ancora più alto (centinaia di volte) è il rapporto tra le transazioni finanziarie e quelle reali.

Veniamo al ruolo degli stati. Nonostante le conquiste democratiche e l'accesso ai diritti politici della generalità della popolazione nel mondo “civile”, si può sostenere che la definizione di “comitati di affari della borghesia” può stare ancora loro addosso e addirittura li veste sempre più precisamente. Non solo per i massacri sociali imposti agli stati dai potenti gruppi di pressione (finanziari e industriali) col pretesto del debito e che in realtà sono funzionali a introdurre elementi di controtendenza alla caduta del saggio del profitto. Non solo per i salvataggi di potenti gruppi bancari con oneri sempre a carico della comunità.

In materia di servizi pubblici, per esempio, i processi di privatizzazione sono sempre più orientati verso la concentrazione di queste attività in poche multinazionali dell'acqua, del trattamento dei rifiuti, dell'energia ecc. In materia di scambi internazionali vengono imposti trattati, negoziati in segreto, quali il TTIP, TPP, che intendono ad abbattere le “barriere non tariffarie” agli scambi stessi, cioè scavalcare le regolamentazioni che tutelano la qualità dei prodotti, la salute, l'ambiente, i lavoratori. Oppure vengono introdotte clausole come l'Investor-State Dispute Settlement, cioè corti di giustizia private che dovrebbero dirimere i contenziosi tra investitori e singoli stati.
E per chi non è d'accordo c'è la terapia alla greca…

Riferimenti:
R. Bedon, Viaggio nella crisi, http://www.lacittafutura.it/economia/viaggio-nella-crisi.html
F. Gueli, I flussi mondiali di investimenti: un’istantanea del capitalismo contemporaneo (http://www.lacittafutura.it/economia/i-flussi-mondiali-di-investimenti-un-istantanea-del-capitalismo-contemporaneo.html )
Vladimir Ilic Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, in Opere scelte, Ed. Riuniti, 1965
A. Negri-M. Hardt, Impero, Bur, 2003
United Nations Conference on Trade and Development, World Investiment Report 2015. Reforming International Investment Governance, 2015 reperibile nel web ( http://unctad.org/en/PublicationsLibrary/wir2015_en.pdf )

Ringrazio Ferdinando Gueli per i preziosi suggerimenti in merito alle fonti statistiche.

sabato 14 novembre 2015

Tabellini, già rettore della Bocconi, sul reddito di cittadinanza...

Il nemico dell’inflazione zero

 
Nell’intervista di ieri a questo giornale, il presidente Draghi ha sottolineato che la Bce è determinata a centrare il suo obiettivo di un’inflazione nel medio termine poco sotto il 2%. È importante che lo sia.È dal 2013 che l’inflazione si è allontanata dall’obiettivo, ed è ormai più di un anno che l’area euro convive con un’inflazione intorno a zero. Un’inflazione così bassa ostacola il rientro dal debito e il recupero di competitività dei Paesi del Sud Europa (perché prezzi e salari sono rigidi verso il basso), e ha molti altri inconvenienti.
Eppure, questi costi non sono sempre evidenti all’opinione pubblica. Quando l’inflazione è troppo alta, i cittadini se ne accorgono subito, perché l’effetto sul costo della vita è immediatamente visibile. Un’inflazione prossima a zero è altrettanto dannosa, ma più subdola. Vi è il rischio di essere troppo compiacenti, accettando di restare a lungo in questa situazione. Pertanto ha fatto bene Mario Draghi a ribadire la sua determinazione.
Nell’intervista, il presidente della Bce ha anche ricordato che nella riunione di dicembre sarà discussa l’efficacia relativa delle varie opzioni disponibili alla banca centrale. Speriamo che siano davvero considerate tutte le opzioni, e non solo l’estensione dell’acquisto di titoli o un’ulteriore riduzione dei tassi di interesse. Vi sono azioni anche più radicali con cui la banca centrale può stimolare la domanda aggregata e far salire i prezzi e le aspettative di inflazione.
I trattati europei impediscono alla banca centrale di finanziare direttamente un’espansione fiscale. Ma alcuni degli effetti positivi sulla domanda aggregata potrebbero essere ottenuti con misure analoghe dal punto di vista economico. Ad esempio, anziché finanziare con moneta un taglio delle imposte, la Bce potrebbe decidere di stampare più moneta, versandola direttamente sui depositi e sui conti correnti postali dei cittadini. Una parte di questo incremento di ricchezza nominale sarebbe risparmiato, ma una parte verrebbe speso (soprattutto dai consumatori a più basso reddito o con minori possibilità di accedere al credito). Oppure, la Bce potrebbe acquistare titoli perpetui (cioè con scadenza illimitata) appositamente emessi dalla Bei per contribuire a finanziare investimenti pubblici con esternalità positive ma che non producono flussi di cassa futuri (ad esempio, l’edilizia scolastica) - e che quindi difficilmente potrebbero trovare finanziamenti sui mercati.
Senza violare né la sostanza né la forma dei trattati europei, inoltre, la Bce potrebbe cambiare le regole che si è data nella conduzione della politica monetaria. Oggi l’obiettivo della Bce è un tasso d’inflazione poco sotto il 2% nel medio periodo - un obiettivo piuttosto vago, che come vediamo consente di tollerare lunghi periodi con l’inflazione intorno a zero, e soprattutto che potrà indurre a rialzare i tassi non appena l’inflazione prevista tornerà ad alzarsi, per evitare di sforare il tetto del 2%. Un’alternativa, suggerita da diversi economisti, è di porsi come obiettivo un sentiero di crescita del livello generale dei prezzi (o meglio ancora del reddito nominale), anziché per il tasso di inflazione. Ciò costringerebbe automaticamente la politica monetaria ad alzare temporaneamente il suo obiettivo d’inflazione tutte le volte che i prezzi scendessero sotto il sentiero prestabilito. Ad esempio, a fine 2015 i prezzi dell’area euro saranno di circa il 4% più bassi di quanto sarebbero stati se dal 2013 in poi la Bce avesse centrato il suo obiettivo. Per riportare i prezzi sul sentiero di crescita desiderato, quindi, l’inflazione cumulata nei prossimi tre anni dovrebbe essere di altrettanto più alta rispetto al tetto del 2%, dando spazio alla banca centrale per continuare più a lungo una politica monetaria espansiva.
O ancora più semplicemente, e come suggerito da economisti come Paul Krugman e Olivier Blanchard, l’obiettivo di inflazione potrebbe essere alzato sopra il 2%, per segnalare maggiore determinazione nel combattere la stagnazione dei prezzi ed evitare in futuro le trappole deflazionistiche. Queste modifiche alle regole di politica monetaria sarebbero perfettamente compatibili con i vincoli europei, e potrebbero avere un effetto immediato di stimolo alla domanda aggregata, sia attraverso una svalutazione del tasso di cambio che agendo direttamente sulle aspettative di una maggiore inflazione futura.
Non sappiamo se anche queste opzioni radicali saranno prese in considerazione nelle prossime riunioni della Bce. E se lo saranno, quasi certamente verranno scartate perché troppo azzardate dal punto di vista giuridico o troppo controverse dal punto di vista politico. Eppure, dal punto di vista economico, si tratterebbe di innovazioni probabilmente più efficaci e meno rischiose rispetto all’inazione. Oltre ai danni prodotti da un’inflazione troppo bassa, infatti, anche la liquidità immessa sui mercati attraverso l’acquisto di titoli non è priva di inconvenienti, perché alimenta bolle speculative o l’assunzione di rischi eccessivi.
Come dimostra l’esperienza del Giappone, una volta che si è caduti nella trappola di un’inflazione prossima a zero, non è facile uscirne. Ma le difficoltà non sono solo tecniche. Anche i vincoli istituzionali e l’atteggiamento conservatore dei banchieri centrali sono parte del problema. Speriamo che, quando discuteranno delle opzioni future, i banchieri centrali europei abbiano un atteggiamento aperto, e siano altrettanto consapevoli di quanto lo è il presidente Draghi dell’urgenza di far risalire l’inflazione.

giovedì 12 novembre 2015

Il testamento di Luciano Gallino: Costruire le fabbriche del dissenso

manifesto

Luciano Gallino, costruire le fabbriche del dissenso

Roberto Ciccarelli

Addio al grande socio­logo Luciano Gal­lino, scom­parso a 88 anni. Ritratto di un intel­let­tuale poli­tico costruito in anni di inter­vi­ste al telefono. Perché al tele­fono il pen­siero viene messo al lavoro. A una domanda, può cor­ri­spon­dere una rispo­sta impre­ve­di­bile al ritmo del presente
gallinoLuciano Gallino è morto a 88 anni. L’ultima volta che l’ho sentito al telefono, per un’intervista, era ai primi di luglio 2015. Ci eravamo lasciati con un appuntamento in autunno, quando sarebbe uscito il suo nuovo libro Il denaro, il debito e la doppia crisi, una lunga lettera ai suoi nipoti, più che un testamento uno strumento di battaglia contro l’austerità. Pensavamo a un’altra intervista, per discutere del libro. Mi disse: “Sa sono stato male, ma ho continuato a lavorare al libro. Adesso sto correggendo le bozze”.Era pieno di energia, mi disse. Lo richiamato più volte, nelle ultime settimane. Non è stato possibile parlarci.

Il ticchettìo dell’Olivetti
Era diventata un’abitudine, questa lunga frequentazione telefonica iniziata, credo, nel 2009.
Il nostro metodo di lavoro era improvvisato, ma era sempre preciso, infallibile. Lo chiamavo al mattino, prospettavo l’argomento dell’intervista: una dichiarazione del governo di turno, un avvenimento politico europeo di primo piano, un movimento degli studenti, una legge finanziaria, l’ultimo libro pubblicato. Mi rispondeva cortese, sembrava prendere appunti a mente, mi chiedeva sempre di richiamarlo al pomeriggio. Prendeva molto sul serio l’argomento, sembrava volerlo studiare a fondo. Lo richiamavo e, alla prima domanda, iniziava a parlare con un filo di voce, con calma, a raffica. Faticavo a stargli dietro.

Durante un dialogo avvenuto a fine 2012, per una lunga intervista pubblicata a fine anno su Il Manifesto, si interruppe. Mi chiese: “Ma lei sta scrivendo mentre parlo?”. “Sì, professore”. “Ah che bello, mi ricorda l’Olivetti, questo ticchettìo continuo”.
Gallino ha coltivato a lungo l’esperienza di vita, e di lavoro, per il grande industriale di Ivrea. La sua collaborazione con “l’impresa responsabile” dell’ingegnere (a cui ha dedicato uno dei suoi ultimi libri) iniziò nel 1956, all’Ufficio Studi Relazioni Sociali, una struttura di ricerca aziendale all’avanguardia per i tempi, qualcosa che oggi appare fantascienza per gli italiani. Per gli undici anni successivi, fino al 1971, ha diretto il Servizio di Ricerche Sociologiche e di Studi sull’organizzazione (SRSSO) sempre all’Olivetti, negli stessi anni iniziava a Stanford una carriera scientifico che lo avrebbe portato a diventare uno dei sociologi del lavoro, dell’industria, della teoria sociale riconosciuti in tutto il mondo. Per capire Gallino, e la sua tensione verso l’innovazione e diritti dei lavoratori, bisogna capire con chi lavorava a Ivrea. Il suo dirigente era Paolo Volponi, lo scrittore di “Corporale” o de “Le Mosche del Capitale” che molto raccontò dell’esperienza di fabbrica da parte degli intellettuali marxisti, e non, divisi tra la visione autoritaria della Fiat e quella illuministica, razionale e neo-comunitaria di Olivetti.
Il ticchettìo della tastiera del mio computer, mi disse, gli ricordò quella stagione a cui è rimasto fortemente legato: la stagione degli scrittori e poeti in fabbrica: Giudici, Fortini, Volponi, Sinisgalli, Pampaloni. Ma anche di intellettuali di grande respiro europeo come Sergio Bologna. Tutta una generazione formata allo studio concreto, materiale dell’organizzazione dell’impresa intrecciata con la vita al lavoro dei lavoratori. A contatto con i circuiti della produzione, con le asprezze della mediazione sindacale e politica, con l’esigenza di portare l’impresa nel territorio, o nella città, e non di sussumere il territorio e la vita nell’impresa. Gallino conosceva la tecnica dall’interno e la pensava con un doppio cervello: la scienza dell’organizzazione americana e la teoria critica della scuola di Francoforte.

Al telefono
Ho conosciuto Gallino dai suoi libri, non come studente, o come collega. Il dizionario di sociologia, Se tre milioni vi sembran pochi. Sui modi per combattere la disoccupazioneIl costo umano della flessibilità,Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisiLa lotta di classe dopo la lotta di classeIl colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, tra i tantissimi. E l’ho conosciuto al telefono. Uno strumento che permette di mantenere una strana intimità pur restando dei perfetti estranei. Il telefono permette di mantenere la giusta distanza dalle cose, in un equilibrio tra ciò che si sa e lo sconosciuto.
Perché, al telefono, il pensiero viene messo al lavoro. A una domanda, può corrispondere una risposta imprevedibile. Ad esempio, nel 2009: in un’intervista sul precariato dell’università, che molto ha preoccupato Gallino, il professore emerito mi sorprese, spingendo a cambiare completamente il senso dell’intervista. Iniziò a parlare di reddito di base per tutti, una prospettiva — mi disse — non proprio convergente “con la mia formazione di sociologo dell’industria”. Continuavo a scrivere, provando a non perdere una parola. Gallino, dopo una breve riflessione, era pronto a rovesciare le sue casematte e stare all’altezza del problema. La prospettiva non lo convinceva, ma andava sino in fondo alla questione, con una decisione che nel tempo sarebbe diventata un vero stile politico. Ecco cosa mi disse:
“Una delle posizioni etico-politiche del reddito di base è rendere gli individui maggiormente liberi dinanzi alle scelte lavorative e, si può presumere, anche alle scelte nel percorso universitario e post-universitario. Se una persona è a reddito zero, cioè se non ha mai avuto un lavoro normalmente retribuito o è un giovane in cerca di una prima occupazione, accetterà qualunque tipo di lavoro. Se, invece, avesse un reddito di base, il cui scopo è tenere le persone al di sopra della soglia di povertà, sarebbe più libero di compiere le sue scelte. Non cercherebbe a tutti i costi uno sbocco lavorativo redditizio. È un po’ tutto da sperimentare, ma ritengo che questo carattere del reddito di base, cioè la costruzione di maggiori spazi di libertà fuori dall’assillo del bilancio quotidiano, potrebbe avere effetti positivi anche sulla ricerca e sui percorsi universitari in genere. Chi è pregiudizialmente ostile al reddito di base troverà infinite ragioni per opporsi. Vi sono molti pro e molti contro. Per ragionare in concreto, il reddito dovrebbe assorbire tutte le spese che vengono erogate sotto la forma di ammortizzatori sociali e assimilati. Se si mette insieme il costo della cassa integrazione ordinaria, cassa straordinaria, cassa integrazione in deroga, liste di mobilità, prepensionamenti, assistenza ai pensionati sotto la soglia di povertà e altre forme di assistenza, sono miliardi di euro. In altre parole, bisogna pensare ad una generale trasformazione delle politiche sociali. I calcoli che si fanno stabiliscono che per stare al di sopra di una soglia della povertà una famiglia avrebbe bisogno di 1.500 euro o giù di lì, 5 o 600 euro per due familiari, la metà per uno o due figli. Ci sarebbe comunque un margine non coperto, però la trasformazione degli ammortizzatori sociali come — per fare un gioco di parole — base per il reddito di base potrebbe far fare un grande passo in avanti. Il reddito di base non è condizionato dal fatto di avere avuto un lavoro. La cosa paradossale oggi è che per avere un sussidio di disoccupazione bisogna avere versato almeno 52 settimane di contributi”.

La lotta di classe dall’alto
Sin dalla fine degli anni Novanta, Gallino ha esplicitato la tensione etico-politica, comune a molti intellettuali torinesi, che lo ha portato a intervenire nel presente con una ricchezza di posizioni tutte ispirate a un rinnovato senso della radicalità. Radicale, lo era Gallino sia nell’impietosa e spesso disperante analisi del dominio capitalistico, sia nell’evocazione degli strumenti della resistenza e dell’alternativa.
L’approccio di Gallino non si limitava all’analisi delle diseguaglianze, oggi piuttosto in voga da quando Thomas Piketty ha avuto successo con un libro pretenziosamente intitolato “Il capitale del XXI secolo”. La gigantesca espropriazione della ricchezza  del lavoro avvenuta a partire dalla fine degli anni Settanta ad oggi, Gallino la chiamava “Lotta di classe”. Coniando — già dal titolo di un libro intervista — la fortunata formula di “lotta di classe dall’alto”.
In una lunga serie di volumi militanti,in cui non mancava certo il rigore inflessibile dello scienziato sociale, questa violentissima asimmetria del potere dei ricchi contro un lavoro sempre più debole e vulnerabile è stata squadernata con una perizia costante. Nel tempo Gallino ha affilato lo stile di intervento politico giungendo a rendere il suo ultimo libro Il denaro, il debito e la doppia crisi una mordace operazione di combattimento dialettico contro l’oligarchia al potere. Spietato il suo giudizio contro i “quattro governi del disastro” che hanno gestito i primi anni della crisi italiana: Berlusconi, Monti, Letta e Renzi. Sono l’espressione di un “colpo di stato delle banche e dei governi”:
“Si può parlare di colpo di stato quando una parte dello stato stesso si attribuisce poteri che non gli spettano per svuotare il processo democratico — mi disse Gallino in un’altra intervista del 2013 — Oggi decisioni di fondamentale importanza vengono prese da gruppi ristretti: il direttorio composto dalla Commissione Ue, la Bce, l’Fmi. I parlamenti sono svuotati e hanno delegato le decisioni ai governi. I governi li hanno passati al direttorio. Se questa non è la fine della democrazia, è certamente una ferita grave. Pensiamo al patto fiscale, un enorme impegno economico e sociale con una valenza politica rilevantissima di cui nessuno praticamente ha discusso. I parlamenti hanno sbattuto i tacchi e hanno votato alla cieca perché ce lo chiedeva l’Europa. Non esistono alternative, ci è stato detto. Questa espressione è un corollario del colpo di stato in atto”.

L’orologio a cucù
«La concezione dell’essere umano perseguita con drammatica efficacia dal pensiero neoliberale — ha scritto Gallino — ha lo spessore morale e intellettuale di un orologio a cucù». Ne emerge il ritratto della stupidità delle nuove classi dominanti. La stupidità è il risultato morale e intellettuale di chi ha assunto acriticamente l’idea della funzione governamentale della finanza e delle banche; del verbo divino di teorie economiche smentite dalla violenza della crisi nel 2008; della morale della «casalinga sveva» Angela Merkel che «spende soltanto quel che incassa e non fa debiti».
Inflessibile è stato il suo schierarsi a fianco dei subalterni, facendo appello alle forze per la trasformazione politica in un continente disperato come l’Europa. Mai Gallino ha mancato di riflettere sul nesso con la produzione: una trasformazione è politica quando cambia il modo di produzione.
“Cambiare paradigma produttivo non implica solo cambiare indicatori, comporta una trasformazione politica. In questa fase mancano le premesse politiche per realizzarla. I discorsi che i governi europei fanno sull’economia, in Italia come in Germania, sono di un’ottusità incomparabile. Vanno tutti in direzione contraria a quello che bisogna fare, e di certo non servono per riformare la finanza, mutare il modello produttivo e operare una transizione di milioni di lavoratori verso nuovi settori ad alta intensità di lavoro. La crisi deve essere affrontata in tutti gli aspetti e non solo su quello finanziario e produttivo. Purtroppo la discussione pubblica è a zero”.

Costruire le fabbriche del dissenso
La trilogia composta dal denaro, il debito e la doppia crisiFinanzcapitalismoIl colpo di Stato di banche e governi, da leggere insieme a libri come Attacco allo stato socialeVite rinviate, lo scandalo del lavoro precario, ha trovato un compimento nell’ultimo libro con la definizione dei lineamenti del «pensiero critico», oscurato e rimosso dalle riforme della scuola e dell’università Moratti-Gelmini e imbastite da quel concentrato di idiozie mercantilistiche della legge «di sinistra» Berlinguer.
Bisogna costruire, per tutta la prossima generazione, le «fabbriche del dissenso» ha scritto Gallino. Le idee ci sono, ispirate a un «socialismo ecologico» o a un «socialismo democratico», lo definisce Gallino: riforma della finanza, rottura con il centrismo neoliberale che unisce destra e sinistra, riuso intelligente del neokeynesismo per il popolo, e non per la finanza. «Non sarà un superamento totale del capitalismo, come forse sarebbe necessario – conclude Gallino – ma un modo realistico per tentare una volta ancora di sottoporlo a un grado ragionevole di controllo democratico». Resta da capire se la ragionevolezza basterà per resistere alla sfida mortale di questo capitalismo.
“Oggi siamo ad un bivio — mi disse in un’altra intervista del 2013 sul ruolo del sindacato, a cui non risparmiò critiche — da un lato c’è la demo­cra­zia, dall’altro il capi­ta­li­smo. È pos­si­bile avere l’una senza l’altro? È pos­si­bile un qual­che tipo di accet­ta­bile con­ci­lia­zione tra i due come nel tren­ten­nio dopo la seconda guerra mon­diale? Lo sarà solo se alcuni milioni di per­sone si sve­glie­ranno, insieme ai par­titi poli­tici. Oggi, pro­ba­bil­mente, una qual­che solu­zione è pos­si­bile. Altri­menti andremo verso un capi­ta­li­smo senza demo­cra­zia o con forme dav­vero povere di democrazia”.
“Considerate questo piccolo libro un modesto tentativo volto a aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa - ha scritto Gallino - Da noi la cultura di sinistra, quale cultura diffusa di ampie formazioni politiche, è morta, insieme con i partiti che la divulgavano. Appartiene alle sconfitte da cui sono partito. Ma nessuno è veramente sconfitto se riesce a tenere viva in se stesso l’idea che tutto ciò che è può essere diversamente, e si adopera per essere fedele a tale ideale”.

domenica 8 novembre 2015

MONETA POSITIVA ITALIA sulla contabilizzazione della moneta bancaria

MONETA POSITIVA ITALIA sulla contabilizzazione della moneta bancaria

Quando l'utopia si mette d'accordo con la realtà dell'evasione fiscale

L'ing.Fabio Conditi scrive a Carlo Sibilia:

Caro Carlo,

questo argomento ci interessa e riteniamo fondamentale evitare di fare disinformazione su un argomento, quello monetario, dove ce n’è già molta e dobbiamo evitare di farne anche noi, oltre al fatto che si farebbe un enorme regalo alle banche e non mi sembra il caso (nei suoi interventi alle assemblee lo dice anche Marco Saba che gli azionisti della banca guadagnerebbero molto di più!).

[Nota: Marco Saba chiede che la banca contabilizzi nei suoi bilanci la creazione di nuovo denaro effettuata durante l'esercizio  in modo che i benefici risultanti siano condivisi anche dall'erario (IRES + IRAP) e poi dall'azionariato. Non contabilizzando tale creazione di moneta, la banca sottostima le attività e simula costantemente una  situazione contabile molto diversa della realtà]

Il tuo intervento di ieri alla Camera mi era enormemente piaciuto quando hai parlato del referendum svizzero, indetto da Moneta Intera sulla scia delle teorie di Positive Money che noi sosteniamo avendo fondato l’Associazione Moneta Positiva in Italia, ma poi sei scivolato sull'evasione fiscale delle banche, dimostrando, secondo me e molti altri che studiamo questo tema, una scarsa conoscenza tecnica di come funziona il sistema bancario e soprattutto di non conoscere la proposta svizzera.

[Nota: Conditi insinua che Sibilia abbia una scarsa conoscenza tecnica della materia dimenticando che l'interrogazione di Sibilia alla Camera, sul tema del signoraggio, giace NON risposta dal governo dal 21 maggio 2013. Sibilia quindi ha dimostrato che chi è in difficoltà nella materia, semmai, è proprio il governo italiano...Ma le illazioni di Conditi arrivano ad affermare che Sibilia non conoscerebbe nemmeno la proposta svizzera, la quale invece va proprio nella direzione di far percepire alla Confederazione i benefici derivanti dalla creazione del denaro che oggi vanno alle banche]

L'art. 1834 del nostro Codice Civile dice espressamente che "Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, … a richiesta del depositante, …”, per cui la moneta bancaria, essendo un debito della banca nei confronti del cliente, deve essere messa al passivo di bilancio ed annullata quando il prestito viene restituito, altrimenti la banca ci rimette il suo capitale.

[Nota: Conditi fa confusione e qui parla dei versamenti effettuati dai clienti alla banca, e non già del passo precedente, ovvero della creazione iniziale del denaro che la banca versa poi nel conto del cliente. Sono evidentemente fattispecie diverse e la sua considerazione si riferisce ad un periodo successivo all'azione di cui si contesta la mancata contabilizzazione]

Le banche non possono e non devono iscrivere la moneta creata dal nulla all'attivo, altrimenti si approprierebbero del signoraggio relativo, con enormi vantaggi per le banche stesse.

[Nota: qui casca l'asino. Infatti, contabilizzando la creazione di denaro all'attivo, la banca si approprierebbe anche contabilmente del signoraggio di cui già si appropria coi fatti, cioè ne renderebbe palese tale appropriazione e dovrebbe risponderne fiscalmente, oltreché redistribuirne i relativi dividendi agli azionisti. Rendendo palese l'appropriazione del signoraggio, la banca avrebbe a risponderne fiscalmente e questo, secondo l'ingegnere, sarebbe un enorme vantaggio per la banca. In realtà il vantaggio sarebbe solo di restaurare l'immagine di correttezza della banca stessa agli occhi del pubblico e di regolarizzare la sua funzione di creatrice di moneta a corso legale di fatto. I profitti relativi ne sarebbero diminuiti dal conseguente pagamento delle tasse.]

La soluzione di tassare il denaro creato dal nulla dalle banche, mettendolo all’attivo di bilancio, è equivalente ad uno Stato che facesse pagare le tasse ai falsari di banconote, permettendogli di iscrivere le banconote create nel loro attivo di bilancio. Una follia!

[Nota: la funzione di contabilizzare quello che nella realtà avviene davvero non ha niente a che vedere con la legalizzazione di produzione di denaro falso, come invece insinua l'ingegnere. Lo Stato senz'altro chiede ai falsari di restituire il maltolto, ovvero sequestra i frutti del reato, niente a che vedere con il concetto di tassazione. Si insinua forse che le banche commettano reato creando moneta falsa e che tutta questa moneta elettronica dovrebbe essere sequestrata dallo Stato ?]

Se volete approfondire l'argomento tecnico, oltre al libro che ho scritto, c'è questo mio articolo dettagliato per capire come funziona la moneta bancaria:
http://moneta5stelle.blogspot.it/.../la-moneta-bancaria.html

[Nota: e qui si fa capire chiaramenhte cosa si intendeva per disinformazione...]

Vi rimando anche la stesura definitiva della puntuale contestazione del discorso fatto da Marco Saba all’assemblea del Credito Emiliano con la tua delega, e pregherei sia te che Alessio di avviare un confronto con noi su questo tema, in modo da arrivare ad una posizione condivisa, che penso sia possibile perchè il tema è tecnico e non politico e se ci dimostrate tecnicamente che avete ragione, non abbiamo problemi a cambiare idea, ma vi posso assicurare che abbiamo sviscerato il problema in tanti e facciamo fatica a comprendere questa tesi “dell’evasione fiscale” ed ancora meno la soluzione di tassare proposta.

[Nota: la contestazione al discorso di Marco Saba viene presentata a terzi senza nemmeno informare o coinvolgere direttamente l'interessato in modo da sfuggire al diritto di replica dello stesso. Si teme il confronto e lo si chiede a terze parti senza coinvolgere l'autore dell'intervento nell'assemblea bancaria. L'ingegnere fa fatica a capire la questione poiché non ha la preparazione necessaria per capirla, quindi la vuole insegnare a Sibilia e Villarosa, divertente!]

I problemi del sistema bancario sono altri, sono il fatto che quasi tutta la moneta che usiamo (93%) è creata dalle banche in questo modo percependo interessi sia dallo Stato, attraverso il Debito Pubblico, che dai privati, attraverso il Debito Privati, per un ammontare complessivo di più di 200 mld di euro all’anno (il 12% del PIL). Negli 15 anni dell’euro hanno lucrato qualcosa come 3.000 mld di euro legalmente. Queste sono le cifre vere e dimostrabili che dobbiamo andare a contestare, impedendo alle banche private la creazione di denaro dal nulla e non certo reagolarizzando questa loro pratica con la tassazione.

[Nota: qui si ripete tra le righe la storiella che viene raccontata al pubblico, ovvero che le banche guadagnerebbero non dalla creazione stessa del capitale, ma dagli interessi che successivamente riuscirebbero a lucrare sopra. Come se un falsario non guadagnasse dalla spesa in circolazione del denaro falso creato dal nulla, ma solo dagli eventuali interessi che riuscisse a lucrare...]

Spero che tu comprenda che non è un fatto personale e che la nostra insistenza è motivata solamente dalla volontà davvero di cambiare questo sistema e di aiutare il Movimento 5 Stelle a farlo nel modo giusto e migliore.

[Nota: altra dichiarazione falsa di Conditi. Marco Saba era entrato nella lista di Moneta Positiva Italia, ma ne è stato espulso alla chetichella dal Conditi dopo che aveva fatto rilevare l'importanza di rettificare la contabilizzazione della creazione di denaro da parte delle banche. In Svizzera invece, Saba compare nella pagina degli scienziati sostenitori dell'iniziativa MONETA INTERA e la sua tesi viene pubblicata assieme alla foto. Qui: http://www.iniziativa-moneta-intera.ch/scienziati/

Come vi ho sempre detto, siamo disponibili a venire a Roma a parlarne personalmente con voi, considerato che ciò che diciamo ha prodotto un libro con una proposta, sottoscritto da n.23 gruppi certificati e meetup del M5S di tutta Italia.

[Nota: si chiede un incontro privato e personale quando l'intera questione dovrebbe essere pubblicizzata al massimo se non addirittura oggeto di una apposita commissione parlamentare d'inchiesta, complimenti !]

Se non volete incontrarci a Roma potete venire da noi che organizziamo un incontro-dibattito su questo tema, come ne abbiamo il 6 novembre a Castelfranco Emilia in provincia di Modena ed un altro il 9 novembre a Rimini. 
Siamo disposti a cambiare opinione se ci dimostrate che la vostra posizione è corretta e condivisibile per il bene dei cittadini.

[Nota: non è vero che loro sono disposti a cambiare opinione di fronte ad una dimostrazione, anzi, come nel caso di Marco Saba ed altri, espellono dalla loro organizzazione chi non si alllinea alla loro proposta. Vediamola: Moneta Positiva propone una riforma dove, senza cambiare minimamente la pratica di non contabilizzare la creazione di denaro, tutto il potere di creare nuovo denaro elettronico viene sottratto alle 600 banche italiane e attribuito gratis  direttamente a... la privata BANCA CENTRALE EUROPEA ! E tutte le tasse evase sinora con la creazione di euro dal nulla non contabilizzata? Questo sì che è un regalo enorme al cartello bancario privato !]

Scusate l’insistenza e la lunghezza, ma riteniamo questa sia una questione cruciale per il M5S.

[Nota: questa è una questione cruciale per il PAESE. Nel tempo che occorrerà per discutere ed attuare la LUNGIMIRANTE riforma di attribuire tutto il potere di creazione di denaro esentasse alla banca centrale privata, le banche continueranno a falsare i bilanci e a non pagare le tasse, che ammontano ad oggi a qualcosa come 600 miliardi di euro di tasse evase all'anno ! No comment.]

Ciao
Fabio  

sabato 7 novembre 2015

IASSEM: Messaggio a Marco Scurria sulla risposta di Draghi

IASSEM: Messaggio a Marco Scurria sulla risposta di Draghi

Salve, 

ho letto la risposta di Draghi alla Sua interrogazione: "...il Consiglio direttivo della BCE ha deciso che le passività associate al valore totale dei biglietti in euro emessi sono attribuite alla BCE e alle banche centrali nazionali in base allo schema di distribuzione delle banconote"

Vedi: 
http://www.marcoscurria.eu/wp-content/uploads/2013/07/risposta-draghi-a-scurria.pdf


E' importante perché tale decisione contabile viene stabilita NON da organismi contabili internazionali, ma per così dire "in casa".

 La postazione al passivo del controvalore facciale delle banconote ha senso solo se la tesoreria del corpo sovrano, dall'altra parte, posta una voce all'attivo del tipo: "Signoraggio sull'emissione monetaria della banca centrale" CHE DEVE CORRISPONDERE alla voce passiva della banca centrale, ma ciò non avviene.

Altrimenti, come evidenziato da Wilelm Buiter (2007) si tratta di false passività a cui evidentemente corrispondono profitti occultati.

Vedi:
Seigniorage, Willem H. Buiter, NBER Working Paper No. 12919, February 2007, JEL No. E4,E5,E6,H6

Nella fattispecie, tali profitti occultati da parte di Bankitalia sull'emissione di banconote in euro assommano ad oggi a 170 miliardi di euro (170.306.028.370 al 30 settembre 2015)

Vedi:
http://sdw.ecb.europa.eu/quickview.do?SERIES_KEY=195.BKN.M.U2.NC10.B.ALLD.AS.S.E

Cordialmente, 

Marco Saba, Istituto di Alti Studi sulla Sovranità Economica e Monetaria - Via Bartolomeo Eustachi 31 20129 Milano Tel +3902 868 801 Cell. 331 334 1239