Scopri la storia nascosta e i piani che manipolano la finanza e il potere globale.
martedì 3 gennaio 2012
FINANZA E BANDITI A BASILEA
FINANZA E BANDITI A BASILEA
Postato il Lunedì, 02 gennaio @ 06:05:36 CST di davide
di GIULIETTO CHIESA
megachip.info
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9615
Accadde a luglio del 2011, alla vigilia del vertice del G-20. Il mondo del mainstream, istruito per farci vedere il varieté, ci raccontò gl’incontri dei grandi e dei meno grandi, ma non ci disse niente in prima pagina sul posto dove quelle loro - si fa per dire - decisioni erano state prese, prima che costoro si riunissero.
Soprattutto si è guardato bene dal dirci “chi” erano quelli che le avevano prese, e poi, opportunamente confezionate, le avevano fatte servire agl’ignari abitanti di Matrix.
Il luogo fu Basilea, la città cui è toccato di scandire, con la precisione degli orologi svizzeri, il cambio d’epoca cui siamo forzati ad assistere. Si chiamano “Basilea 1”, “Basilea 2”, “Basilea 3” (in fieri) , le tappe in cui i regolamenti finanziari sono stati definiti negli scorsi anni. Basilea non per un capriccio del destino, ma perché è la sede della Bank for International Settlements, cioè la superbanca delle superbanche, il luogo dove si decidono le regole delle banche, cioè ormai degli Stati (dal momento che questi ultimi sono dei nani al servizio dei ciclopi); il tempio dove si stabilisce il grado di libertà che le superbanche intendono riservarsi nel loro agire.
A luglio 2010 non si tenne una “Basilea 3” definitiva, ma di sicuro quella riunione resterà nella storia del capitalismo finanziario mondiale, perché fu là che si misurarono i rapporti di forza tra i potenti del pianeta, per meglio dire tra i potenti dell’Occidente, perché fu tra di loro che si regolarono - provvisoriamente - i conti. Erano sei mesi fa e, a occhio e croce, si può dire che quella partita è già finita e se ne stanno aprendo altre, probabilmente assi più dure di quella. Saranno scontri violentissimi, perché violenti sono gl’interessi che collidono. Questo anche per dire - a un considerevole numero di illusi, che continuano a ripetere questo luogo comune - che non esiste a tutt’oggi alcun “ordine mondiale” e che, anzi siamo in pieno caos mondiale, in cui i veri detentori del potere, i “proprietari universali” sono impegnati in lotte senza quartiere, per stabilire chi sopravviverà e chi dovrà morire, chi resisterà e chi sarà travolto.
I partecipanti erano in 50 , in rappresentanza di 27 paesi dell’occidente. Scrivo “in rappresentanza” non perché qualcuno di voi, lettori, li abbia indicati come suoi rappresentanti. Si sono rappresentati da sé, non hanno bisogno di voi e di noi. Sono quelli che davvero contano, sono quelli che decidono, dopo essersi accoltellati fraternamente.
I loro nomi, salvo quelli di alcuni, non sono importanti. La loro forza è l’anonimato. Compaiono raramente sulle prime pagine dei giornali, sono, a loro modo, figure di secondo piano. Ma alle riunioni del Bilderberg, dove non si fanno fotografie, siedono nelle primissime file e, a conferma della loro importanza, anche i loro conti bancari sono superlativi e le loro proprietà sono introvabili sebbene siano sterminate.
Conta dunque sapere piuttosto “chi rappresentavano”. Conta sapere “cosa” rappresentavano.
Erano, sono i “i rappresentanti del capitale finanziario dell’Occidente”, i gestori del denaro. La crema del denaro. E, a quell’incontro, partecipavano simultaneamente i banchieri globali e i controllori globali dei banchieri globali. Tutti insieme. Poiché, sia chiaro, i controllori globali non possono controllare un bel niente se non c’è il consenso dei controllati. Che quindi non si vede bene come possano essere controllati, visto che possono - se occorre - mandare a spasso anche i controllori, nominandone altri disponibili a controllare meno e a condividere di più.
Questa è la regola del loro club. Che non ha nulla a che vedere né con le regole giuridiche che valgono per i comuni mortali, né con quelle del mercato internazionale. Ecco perché a Basilea non c’erano i maggiordomi della politica internazionale, quelli che poi si sarebbero incontrati al G-20. Quelli non contano quasi niente, quelli servono il caffè.
La materia del “contendere” si può riassumere così : quanto denaro le banche devono conservare nei propri forzieri elettronici, dopo averlo creato (o dopo averlo ricevuto in regalo dalle banche centrali), emettendo azioni e obbligazioni e dopo avere incassato i profitti?
Detto in termini più volgari: qual’è il livello di “scoperto” che può essere consentito alle banche? Già, perché se le cose non vanno bene, potrebbe darsi che tu debba restituire il capitale a chi ha comprato le tue azioni. Glielo hai promesso, anzi gli hai promesso anche dei dividendi. E, fino ad ora ha funzionato benissimo (per le banche). Solo che ormai siamo in tempi grami, in cui non funziona più. Perché per continuare a far crescere la montagna del debito dovresti avere in cassa gli spiccioli necessari.
E se il tuo scoperto è troppo grande, questi “spiccioli” non li troverai Ora la prima regola, quella che si è affermata negli anni delle vacche grasse, senza che nessuno dei regolatori muovesse un dito, si esprime così: “se sei molto grande non fallirai”. A prescindere dal debito che hai accumulato prestando soldi che non avevi o soldi virtuali che non esistevano.
Ora si dà il caso che, tra i controllori, ci siano ex banchieri - prestati all’occorrenza per quelle funzioni ma sempre pronti a ritornare all’ovile - che si rendono conto dei rischi che il sistema corre in questi frangenti. Pensare che siano disposti a sacrificarsi sull’altare, non dico dell’equità ma anche soltanto della ragione, è manifestazione di grande ingenuità. Nessuno lo fa e nessuno lo fece neanche in quella riunione.
Ma ci fu chi, per esempio Philipp Hildebrand, presidente della Banca Centrale Svizzera, invitò gli astanti a non tirare troppo la corda. Pare che, in un suo intervento, abbia accusato i banchieri di avere sottovalutato gravemente i rischi cui sottoponevano i capitali altrui. E si capisce bene perché fosse un tantino irritato. La banca nazionale Svizzera dovette intervenire, nel 2008, per salvare l’UBS sganciando 60 miliardi di dollari USA, proprio a causa della spensieratezza con cui i dirigenti della UBS avevano giocato alla roulette. Ma anche questo piccolo richiamo alla saggezza fece scrivere a un giornale svizzero che difficilmente il signor Hildebrand avrebbe trovato di nuovo un posto nel Gotha della finanza mondiale una volta lasciato il prestigioso posto di regolatore centrale della mecca dei capitali.
Contro di lui s’innalzarono le voci iraconde dei banchieri, in primo luogo di quelli americani, coalizzati dentro l’Institute of International Finance, con base a Washington. Tutte le più importanti banche d’investimento americane ne fanno parte, dunque la sua voce deve essere risuonata forte in quelle austere stanze settecentesche.
Perché dovremmo immobilizzare capitali per fronteggiare eventuali perdite del tutto improbabili? Già “Basilea 1” e “Basilea 2” con le loro assurde limitazioni all’attività bancaria ci hanno rotto le uova nel paniere. Figuriamoci, roba di ridere pretendere di imporci quel rapporto dell’8% tra patrimonio di Vigilanza (PV) e rischio di credito (RC). E poi, siamo franchi, chi va a vedere cos’è questo patrimonio di vigilanza? In America lo abbiamo usato per lucidarci le scarpe!
A queste dichiarazioni minacciose avrebbero fatto eco i banchieri europei, inveendo contro i regolatori: con le vostre ridicole regole voi non fate altro che avvantaggiare le banche americane, che se ne fregano, contro le banche europee, che sono in qualche modo costrette a farci i conti. Insomma se noi possiamo prestare meno avremo meno profitti, mentre gli americani vengono qui in Europa e si comprano i debiti sovrani come fossero noccioline, senza praticamente immobilizzare capitali, visto che sono garantiti. Cioè a rischio zero.
Garantiti da chi?, avrebbe replicato qualcuno dei regolatori. Non vi rendete conto, cari signori, che qui sta per saltare anche il banco europeo?
Ma come perdite “improbabili”, avrebbe risposto un altro regolatore: siete appena falliti tutti insieme e siete appena stati salvati dalla Federal Reserve! La lezione della Lehman Brothers non vi è bastata? Francamente non giurerei su questa battuta. Chi l’avesse fatta avrebbe perduto il posto nei successivi 10 minuti. Facciamo finta che sia esistito, tra quei cinquanta, qualcuno con la testa sul collo. ma avrebbe potuto soltanto pensarla, quella frase, non dirla. Cose del genere non si possono dire in quel contesto. Eppure il clima era questo, aggravato dalle alte temperature, assicurate dal riscaldamento climatico, dell’estate svizzera.
Tuttavia presiedeva Jean Claude Trichet, ancora per poco banchiere centrale europeo. E riferiscono che intervenne, a un certo punto, per ricordare educatamente che si era dentro una delle peggiori crisi della storia della finanza mondiale tutta intera. Nero in volto, palesemente inquieto , si dice che abbia esclamato: “Stiamo attenti che la democrazia occidentale potrebbe non sopravvivere a una nuova, catastrofica picchiata verso il basso”. E, invece di autorizzare il coffee break, la pausa per rifocillarsi, avrebbe mandato via i camerieri, quelli veri, intimando a tutti di stare ai loro posti: “fino a che troviamo un accordo”. Ecco, così si manifesta un vero senso di responsabilità! Pochi giorni dopo si sarebbe svolto il G-20, Come si poteva lasciare l’augusto consesso senza un parere , ovviamente vincolante?
Alle cinque della sera, senza citare Garcia Lorca, dato che si trattava di una coincidenza fortuita, l’accordo venne raggiunto. Il rapporto tra patrimoni e indebitamento netto, la cosiddetta leverage ratio, venne fissato al 3%. E, per non correre rischi, lo rinviarono al 2018. Mica subito, conservandosi altri sei anni di Bengodi senza regole.
Naturalmente anche questa cifra è un bluff, perché questa leverage ratio se lo calcolano come gli pare e quando gli pare. Basta truccare i numeri dei livelli di rischio, basta trattare la gran parte delle transazioni over the counter, cioè sopra il banco, in modo che non ne resti traccia, ed ecco che il 3% diventa una favola. Si ricorda il record di leverage della Long Term Capital Management, che quasi quasi portò al tracollo della finanza americana nel 2001, e che era di 1/250. Fu salvata da Alan Greenspan che, dopo, confessò candidamente che “non ci aveva capito niente”, né della LTCM, né della finanza in generale, pur essendo stato alla testa della Federal Reserve sotto tre presidenti americani.
Ma anche il 3% ufficiale che sarà la cifra chiave di “Basilea 3” significa pur sempre qualche cosa. Dice che una banca potrà prendere in prestito, e a sua volta prestare, 32$ per ogni dollaro che immobilizza nella sua riserva. Chi pensa che, con questi accordi, il mondo sarà stato messo in salvo, si sbaglia. Del resto perché stupirsene visto che è un accordo tra banditi?
Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/tematiche/kill-pil/7434-finanza-e-banditi-a-basilea.html
2.01.2012
lunedì 2 gennaio 2012
Denuncia querela per alto tradimento contro Mario Monti
Denuncia querela per alto tradimento contro Mario Monti
http://stampa-libera.blogspot.com/2012/01/denuncia-querela-per-alto-tradimento.html
Ecc.mo Procuratore della Repubblica di Benevento
c/o Tribunale di Benevento
82100 - BENEVENTO
Oggetto: denuncia querela per alto tradimento, truffa, abuso di ruolo preminente, resa in schiavitù, istigazione al suicidio e/o per gli altri reati che la S. V. Ill.ma vorrà ravvisare nei comportamenti e negli atti del prof. Mario Monti nelle Sue funzioni di Presidente del Consiglio dei Ministri e nei comportamenti ed atti degli altri Componenti dell’Esecutivo Nazionale.
Il sottoscritto LONGO Domenico nato a Solopaca (BN) il 30 marzo 1960 ed ivi residente alla Via Pozzocampo n° 20, in fede espone quanto segue.
Premesso:
che all’atto dell’emissione del denaro a cura della Banca Centrale Europea, la stessa lo addebita per l’intero suo ammontare, attraverso la formula del prestito, al Governo italiano e di conseguenza al popolo italiano;
che a prescindere dalle cause dell’emissione, siano cioè esse legate a richieste dei Governi p.t. o ad esigenze dei mercati finanziari interni, la Banca che emette genera in ogni caso debito con la mera emissione di banconote a danno del popolo italiano;
che tale debito è assolutamente inestinguibile se non attraverso la restituzione di tutto il volume monetario circolante ed esistente sul territorio nazionale;
che tale volume circolante rappresenta il debito pubblico, attualmente ammontante a circa duemila miliardi di euro, che rappresentano circa un quarto dell’insieme del valore stimato di tutti i cespiti privati nazionali;
che su tale debito gravano annualmente interessi passivi (ultimamente di circa ottanta miliardi di euro) fatti gravare sul popolo italiano attraverso le imposizioni fiscali;
che tali interessi drenano annualmente denaro dal territorio nazionale pari al loro intero ammontare;
che alla lunga tale pratica genera rarità monetaria con conseguente penalizzazione di tutto il comparto produttivo, al punto da rendersi necessaria la richiesta di nuove emissioni (in prestito) di denaro;
che ad ogni emissione (alla predetta condizione del prestito) il debito pubblico aumenta nel suo ammontare e con esso cresce la quota degli interessi passivi annui;
che il debito pubblico, dunque, può solo aumentare (e questa, nel tempo, rappresenta una costante verificabile) ma non può essere estinto pena la totale paralisi dell’economia nazionale.
Tanto premesso si invita la S. V. Ill.ma a promuovere un’indagine capace di accertare la veridicità di quanto esposto in premessa; ma più in particolare con la presente denuncia querela si domanda di indagare sull’operato del prof. Mario Monti nelle Sue funzioni di Capo del Governo italiano, esperto finanziere ed uomo legato ai massimi vertici bancari internazionali, il quale, da Presidente del Consiglio dei Ministri continua ad asserire di volere e di poter sanare il debito pubblico ed in forza di tale mendace assunto ha messo in atto una politica fiscale vessatoria ai danni del popolo italiano, con l’introduzione di condizioni che di fatto salassano le famiglie, soprattutto quelle a più basso reddito, la cui potenziale capacità reddituale già in passato ed in moltissimi casi non consentiva la dignitosa sopravvivenza come garantita dalla nostra Carta Costituzionale a mente dell’art. 36, tanto da aver indotto migliaia di operatori commerciali e di imprenditori a scegliere come soluzione estrema la via del suicidio. Il prof. Monti, peraltro, è ritenuto esperto in economia e finanza e dunque, anche in forza dei ruoli che ha ricoperto nel recente passato, ciò è assolutamente credibile. Non si capisce, tuttavia, come possa ritenere Egli di poter sanare il bilancio dello Stato senza minimamente accennare alla necessità di voler correggere il truffaldino sistema di emissione monetaria attuato dagli Istituti privati preposti a ciò. Né appaiono comprensibili le ragioni per le quali lo Stato abbia rinunciato alla propria sovranità monetaria affidandosi per l’espletamento di tale “particolare compito” a delle Società di Capitali, private.
Ad una attenta verifica dei bilanci redatti dalla Banca D’Italia (Società privata partecipante al capitale della BCE nella misura del 14,70% e che funge da filiale della stessa BCE nei rapporti con l’Italia – rigorosamente privata -), inoltre, è emerso che la stessa impunemente li tarocca (li falsifica) inverando il valore del denaro all’atto dell’emissione, con la scrittura contabile dello stesso denaro nel prospetto delle passività del proprio bilancio, al valore nominale. Il denaro assume valore solo nella fase della circolazione perché in tale fase diviene elemento che misura e riscatta beni e ciò per mera convenzione sociale. A nessuna azienda è consentito di scrivere nelle poste passive del proprio bilancio merci o beni prodotti al valore di vendita ma, in tale prospetto, le è dovuto scrivere solo la sommatoria dei costi legati alla produzione dei beni. Si sottolinea che per produrre una banconota vengono impiegati pochi centesimi e che essa non è garantita più da oro o da altro tipo di beni capaci di giustificarne il valore all’atto dell’emissione.
Unitamente al prof. Monti voglia la S. V. Ill.ma verificare l’eventuale collaborazione per un medesimo disegno criminoso da parte degli altri componenti dell’attuale Governo italiano anche alla luce del fatto che quasi tutti i predetti componenti sono legati (come si può evincere dalla successiva scheda) a gruppi bancari o finanziari di grosso rilievo internazionale o nazionale, che hanno in pochi anni generato miseria in tre quarti d’Europa, gettando nella disperazione milioni di famiglie ed aziende col chiaro intento di sottrarre loro i beni privati di proprietà: prova migliore n’è rappresentata dal fatto che tutti gli Stati dell’Eurozona risultano inesorabilmente indebitati a prescindere dalle loro capacità e potenzialità produttive. Miglior sorte non è toccata ai Paesi del dollaro zona, il cui sistema di emissione è identico al nostro.
SCHEDA BREVE DEI COMPONENTI DEL GOVERNO ITALIANO
Mario Monti - Presidente del Consiglio; Economia e Finanza ad interim: Dal 2010 è presidente europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse e di orientamento “neoliberista” fondato nel 1973 da David Rockefeller. È membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg (chiacchierato gruppo di affaristi) i cui rapporti ed incontri sono altamente segretati, ragion per cui detti incontri vengono valutati come veri e propri complotti. Dal 2005 è international advisor per Goldman Sachs e precisamente membro del Research Advisory Council del Goldman Sachs Global Market Institute, presieduto dalla economista statunitense Abby Joseph Cohen. È advisor della Coca Cola Company., etc., etc.;
Corrado Passera - Sviluppo Economico: amministratore delegato di Banca Intesa, artefice dell'integrazione tra Banca Intesa e Sanpaolo IMI, che diedero vita ad Intesa Sanpaolo;
Piero Gnudi - Ministro senza portafogli: Consigliere di Amministrazione di Unicredito Italiano. È stato Presidente di IRI ed ENEL. Promotore del sistema delle privatizzazioni col Governo Prodi. Attualmente collaboratore di Unicredito italiano, Astaldi, Enichem, Stet, Merloni, Ferrè, Beghelli, Irce, Ferrero, Marino Golinelli, Dalmazia Trieste srl.
Fabrizio Barca - Ministro senza portafogli per la Coesione territoriale: Direttore di Area nel Servizio Studi della Banca d'Italia S.P.A., già Capo del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e di Coesione ….. poi al Tesoro con Carlo Azeglio Ciampi, dove ha diretto il dipartimento per le politiche territoriali di sviluppo.
Piero Giarda – Rapporti con il Parlamento: socio di "ASTRID" e dell'Aspen Institute.
Francesco Profumo – Istruzione Università e Ricerca: Già membro del Consiglio di Amministrazione di Reply, di Fidia SpA, Unicredit Private Bank, il 12 aprile 2011 è stato nominato membro del Consiglio di Amministrazione di Telecom Italia e ha svolto ruolo di Consigliere per Il Sole 24 Ore e per Pirelli.
Paola Severino di Benedetto – Giustizia: Ha difeso, tra gli altri, Romano Prodi nel processo sulla vendita della Cirio; il legale della Fininvest Giovanni Acampora nel processo Imi-Sir; Francesco Gaetano Caltagirone nell'inchiesta di Perugia su Enimont; Cesare Geronzi per il crac della Cirio.
Ha lavorato nello studio di Giovanni Maria Flick prima che questi fosse nominato Guardasigilli del governo Prodi. Ha rappresentato l'Unione delle comunità ebraiche nel processo al nazista Erich Priebke, e tra le società-colosso alle quali ha dato assistenza legale ci sono Eni e Telecom.
Di Benedetto, marito della Severino, è l'ex funzionario che diventò commissario Consob…. di Paolo Di Benedetto si sapeva solo che era amministratore delegato della società di gestione dei fondi di investimento delle Poste. Di Benedetto è dal marzo 2000 amministratore delegato di BancoPosta Fondi Sgr. Lo ha nominato l'ex amministratore delegato delle Poste, Corrado Passera.
Elsa Fornero – Lavoro, Politiche Sociali, Pari Opportunità: Vicepresidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo. Vicepresidente della Compagnia di San Paolo. Membro della commissione di esperti valutatori presso la World Bank (2003-4).
Sposata all’economista Mario Deaglio Presidente del Consiglio d’Amministrazione di Consel SpA, società finanziaria con sede a Torino, del Gruppo Banca Sella e partecipata da Alleanza Toro; fratello di Enrico Deaglio di “lotta Continua”.
Con la presente denuncia, dunque, il sottoscritto ribadisce la propria volontà di presentare, come di fatto presenta,
QUERELA
Contro Mario Monti per alto tradimento, truffa, abuso di ruolo preminente, resa in schiavitù, istigazione al suicidio e contro chiunque altri risulti essere responsabile dei predetti e/o di altri reati che V. S. vorrà ravvisare nei fatti sopra esposti, con espressa istanza di punizione dei colpevoli a norma di legge.
Quale persona offesa dal reato chiede di essere messo a conoscenza dell’eventuale richiesta di archiviazione dell’instaurando procedimento ai sensi degli artt. 408 e ss. c.p.p..
Inoltre dichiara di rendersi assolutamente disponibile per eventualmente fornire ogni altro elemento o quant’altro ancora l’A. G. dovesse ritenere utile acquisire ai fini di un più esaustivo espletamento delle indagini dell’instaurando procedimento.
Fiducioso del Suo operato, porge deferenti ossequi.
Solopaca (BN), li 2 gennaio 2012.
In fede.
c/o Tribunale di Benevento
82100 - BENEVENTO
Oggetto: denuncia querela per alto tradimento, truffa, abuso di ruolo preminente, resa in schiavitù, istigazione al suicidio e/o per gli altri reati che la S. V. Ill.ma vorrà ravvisare nei comportamenti e negli atti del prof. Mario Monti nelle Sue funzioni di Presidente del Consiglio dei Ministri e nei comportamenti ed atti degli altri Componenti dell’Esecutivo Nazionale.
Il sottoscritto LONGO Domenico nato a Solopaca (BN) il 30 marzo 1960 ed ivi residente alla Via Pozzocampo n° 20, in fede espone quanto segue.
Premesso:
che all’atto dell’emissione del denaro a cura della Banca Centrale Europea, la stessa lo addebita per l’intero suo ammontare, attraverso la formula del prestito, al Governo italiano e di conseguenza al popolo italiano;
che a prescindere dalle cause dell’emissione, siano cioè esse legate a richieste dei Governi p.t. o ad esigenze dei mercati finanziari interni, la Banca che emette genera in ogni caso debito con la mera emissione di banconote a danno del popolo italiano;
che tale debito è assolutamente inestinguibile se non attraverso la restituzione di tutto il volume monetario circolante ed esistente sul territorio nazionale;
che tale volume circolante rappresenta il debito pubblico, attualmente ammontante a circa duemila miliardi di euro, che rappresentano circa un quarto dell’insieme del valore stimato di tutti i cespiti privati nazionali;
che su tale debito gravano annualmente interessi passivi (ultimamente di circa ottanta miliardi di euro) fatti gravare sul popolo italiano attraverso le imposizioni fiscali;
che tali interessi drenano annualmente denaro dal territorio nazionale pari al loro intero ammontare;
che alla lunga tale pratica genera rarità monetaria con conseguente penalizzazione di tutto il comparto produttivo, al punto da rendersi necessaria la richiesta di nuove emissioni (in prestito) di denaro;
che ad ogni emissione (alla predetta condizione del prestito) il debito pubblico aumenta nel suo ammontare e con esso cresce la quota degli interessi passivi annui;
che il debito pubblico, dunque, può solo aumentare (e questa, nel tempo, rappresenta una costante verificabile) ma non può essere estinto pena la totale paralisi dell’economia nazionale.
Tanto premesso si invita la S. V. Ill.ma a promuovere un’indagine capace di accertare la veridicità di quanto esposto in premessa; ma più in particolare con la presente denuncia querela si domanda di indagare sull’operato del prof. Mario Monti nelle Sue funzioni di Capo del Governo italiano, esperto finanziere ed uomo legato ai massimi vertici bancari internazionali, il quale, da Presidente del Consiglio dei Ministri continua ad asserire di volere e di poter sanare il debito pubblico ed in forza di tale mendace assunto ha messo in atto una politica fiscale vessatoria ai danni del popolo italiano, con l’introduzione di condizioni che di fatto salassano le famiglie, soprattutto quelle a più basso reddito, la cui potenziale capacità reddituale già in passato ed in moltissimi casi non consentiva la dignitosa sopravvivenza come garantita dalla nostra Carta Costituzionale a mente dell’art. 36, tanto da aver indotto migliaia di operatori commerciali e di imprenditori a scegliere come soluzione estrema la via del suicidio. Il prof. Monti, peraltro, è ritenuto esperto in economia e finanza e dunque, anche in forza dei ruoli che ha ricoperto nel recente passato, ciò è assolutamente credibile. Non si capisce, tuttavia, come possa ritenere Egli di poter sanare il bilancio dello Stato senza minimamente accennare alla necessità di voler correggere il truffaldino sistema di emissione monetaria attuato dagli Istituti privati preposti a ciò. Né appaiono comprensibili le ragioni per le quali lo Stato abbia rinunciato alla propria sovranità monetaria affidandosi per l’espletamento di tale “particolare compito” a delle Società di Capitali, private.
Ad una attenta verifica dei bilanci redatti dalla Banca D’Italia (Società privata partecipante al capitale della BCE nella misura del 14,70% e che funge da filiale della stessa BCE nei rapporti con l’Italia – rigorosamente privata -), inoltre, è emerso che la stessa impunemente li tarocca (li falsifica) inverando il valore del denaro all’atto dell’emissione, con la scrittura contabile dello stesso denaro nel prospetto delle passività del proprio bilancio, al valore nominale. Il denaro assume valore solo nella fase della circolazione perché in tale fase diviene elemento che misura e riscatta beni e ciò per mera convenzione sociale. A nessuna azienda è consentito di scrivere nelle poste passive del proprio bilancio merci o beni prodotti al valore di vendita ma, in tale prospetto, le è dovuto scrivere solo la sommatoria dei costi legati alla produzione dei beni. Si sottolinea che per produrre una banconota vengono impiegati pochi centesimi e che essa non è garantita più da oro o da altro tipo di beni capaci di giustificarne il valore all’atto dell’emissione.
Unitamente al prof. Monti voglia la S. V. Ill.ma verificare l’eventuale collaborazione per un medesimo disegno criminoso da parte degli altri componenti dell’attuale Governo italiano anche alla luce del fatto che quasi tutti i predetti componenti sono legati (come si può evincere dalla successiva scheda) a gruppi bancari o finanziari di grosso rilievo internazionale o nazionale, che hanno in pochi anni generato miseria in tre quarti d’Europa, gettando nella disperazione milioni di famiglie ed aziende col chiaro intento di sottrarre loro i beni privati di proprietà: prova migliore n’è rappresentata dal fatto che tutti gli Stati dell’Eurozona risultano inesorabilmente indebitati a prescindere dalle loro capacità e potenzialità produttive. Miglior sorte non è toccata ai Paesi del dollaro zona, il cui sistema di emissione è identico al nostro.
SCHEDA BREVE DEI COMPONENTI DEL GOVERNO ITALIANO
Mario Monti - Presidente del Consiglio; Economia e Finanza ad interim: Dal 2010 è presidente europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse e di orientamento “neoliberista” fondato nel 1973 da David Rockefeller. È membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg (chiacchierato gruppo di affaristi) i cui rapporti ed incontri sono altamente segretati, ragion per cui detti incontri vengono valutati come veri e propri complotti. Dal 2005 è international advisor per Goldman Sachs e precisamente membro del Research Advisory Council del Goldman Sachs Global Market Institute, presieduto dalla economista statunitense Abby Joseph Cohen. È advisor della Coca Cola Company., etc., etc.;
Corrado Passera - Sviluppo Economico: amministratore delegato di Banca Intesa, artefice dell'integrazione tra Banca Intesa e Sanpaolo IMI, che diedero vita ad Intesa Sanpaolo;
Piero Gnudi - Ministro senza portafogli: Consigliere di Amministrazione di Unicredito Italiano. È stato Presidente di IRI ed ENEL. Promotore del sistema delle privatizzazioni col Governo Prodi. Attualmente collaboratore di Unicredito italiano, Astaldi, Enichem, Stet, Merloni, Ferrè, Beghelli, Irce, Ferrero, Marino Golinelli, Dalmazia Trieste srl.
Fabrizio Barca - Ministro senza portafogli per la Coesione territoriale: Direttore di Area nel Servizio Studi della Banca d'Italia S.P.A., già Capo del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e di Coesione ….. poi al Tesoro con Carlo Azeglio Ciampi, dove ha diretto il dipartimento per le politiche territoriali di sviluppo.
Piero Giarda – Rapporti con il Parlamento: socio di "ASTRID" e dell'Aspen Institute.
Francesco Profumo – Istruzione Università e Ricerca: Già membro del Consiglio di Amministrazione di Reply, di Fidia SpA, Unicredit Private Bank, il 12 aprile 2011 è stato nominato membro del Consiglio di Amministrazione di Telecom Italia e ha svolto ruolo di Consigliere per Il Sole 24 Ore e per Pirelli.
Paola Severino di Benedetto – Giustizia: Ha difeso, tra gli altri, Romano Prodi nel processo sulla vendita della Cirio; il legale della Fininvest Giovanni Acampora nel processo Imi-Sir; Francesco Gaetano Caltagirone nell'inchiesta di Perugia su Enimont; Cesare Geronzi per il crac della Cirio.
Ha lavorato nello studio di Giovanni Maria Flick prima che questi fosse nominato Guardasigilli del governo Prodi. Ha rappresentato l'Unione delle comunità ebraiche nel processo al nazista Erich Priebke, e tra le società-colosso alle quali ha dato assistenza legale ci sono Eni e Telecom.
Di Benedetto, marito della Severino, è l'ex funzionario che diventò commissario Consob…. di Paolo Di Benedetto si sapeva solo che era amministratore delegato della società di gestione dei fondi di investimento delle Poste. Di Benedetto è dal marzo 2000 amministratore delegato di BancoPosta Fondi Sgr. Lo ha nominato l'ex amministratore delegato delle Poste, Corrado Passera.
Elsa Fornero – Lavoro, Politiche Sociali, Pari Opportunità: Vicepresidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo. Vicepresidente della Compagnia di San Paolo. Membro della commissione di esperti valutatori presso la World Bank (2003-4).
Sposata all’economista Mario Deaglio Presidente del Consiglio d’Amministrazione di Consel SpA, società finanziaria con sede a Torino, del Gruppo Banca Sella e partecipata da Alleanza Toro; fratello di Enrico Deaglio di “lotta Continua”.
Con la presente denuncia, dunque, il sottoscritto ribadisce la propria volontà di presentare, come di fatto presenta,
QUERELA
Contro Mario Monti per alto tradimento, truffa, abuso di ruolo preminente, resa in schiavitù, istigazione al suicidio e contro chiunque altri risulti essere responsabile dei predetti e/o di altri reati che V. S. vorrà ravvisare nei fatti sopra esposti, con espressa istanza di punizione dei colpevoli a norma di legge.
Quale persona offesa dal reato chiede di essere messo a conoscenza dell’eventuale richiesta di archiviazione dell’instaurando procedimento ai sensi degli artt. 408 e ss. c.p.p..
Inoltre dichiara di rendersi assolutamente disponibile per eventualmente fornire ogni altro elemento o quant’altro ancora l’A. G. dovesse ritenere utile acquisire ai fini di un più esaustivo espletamento delle indagini dell’instaurando procedimento.
Fiducioso del Suo operato, porge deferenti ossequi.
Solopaca (BN), li 2 gennaio 2012.
In fede.
LA CRISI GLOBALE, LE BANCHE E ... LE GUERRE
Premessa
L'attuale grave crisi economica ha dimensioni globali e riflette i limiti e le contraddizioni del capitalismo mondiale, ormai dominato dalla speculazione finanziaria piuttosto che dall'economia reale. E' in corso una grande trasformazione degli equilibri internazionali con ripercussioni anche sull'Europa ed il nostro paese. Le stesse guerre di questi ultimi anni sono il riflesso di una crisi latente che si trascina da tempo. Chi pagherà la crisi? Quali conseguenze si avranno sulla struttura sociale dei paesi europei?
Giulietto Chiesa, già europarlamentare, giornalista e scrittore, già alcuni anni fa aveva preconizzato la crisi.
VENERDI 13 GENNAIO, ore 18:00
Frascati, Sala della Libreria Cavour, Piazza San Pietro.
incontro con
GIULIETTO CHIESA
Giornalista e scrittore, già europarlamentare
"LA CRISI GLOBALE, LE BANCHE E ... LE GUERRE"
Le cause e le prospettive di una crisi globale: chi pagherà la crisi?
a cura di
ENRICO DEL VESCOVO
ingresso libero
Associazione Culturale Alternativ@Mente,www.alternativamente.info
Le 50 tasse del decreto salva-BANKENSTEIN
Le 50 tasse del decreto salva Italia. Ecco quanto bisognerà pagare
ROMA – Con l’anno nuovo prende il via il decreto Salva-Italia: sono in tutto 50 le imposte che colpiranno gli italiani. I contribuenti pagheranno al Fisco all’incirca uno stipendio all’anno. Ecco i nuovi capitoli di spesa nel bilancio familiare degli italiani.
Imu. L’imposta municipale sugli immobili sostituisce la vecchia Ici. Due le aliquote che i comuni potranno applicare: 0,4 per mille sulla prima abitazione e 0,76 sugli altri immobili di proprietà.
Rendite. Rispetto alla vecchia Ici l’Imu garantirà un gettito maggiore grazie all’ampliamento della base imponibile con un aumento fino al 60% dei moltiplicatori catastali.
Irpef. L’aumento delle aliquote a livello nazionale è stato bloccato ma le Regioni hanno la possibilità di aumentare l’addizionale dallo 0,9% all’1,23%.
Immobili all’estero. L’imposta è pari a quella dovuta sugli immobili posseduti in Italia ma è previsto un credito d’imposta per le eventuali imposte patrimoniali dovute nel Paese in cui le case sono situate.
Bollo sui conti. Scatta l’imposta di bollo per le comunicazioni relative a strumenti e prodotti finanziari. Il prelievo sarà dell’1 per mille nel 2012 e dell’1,5 per mille dal 2013. L’aliquota si applica a gestioni patrimoniali, quote di fondi d’investimento italiani ed esteri, polizze sulla vita, buoni fruttiferi postali. Per questi ultimi è prevista una soglia di esenzione se il valore non supera i 5 mila euro.
Estratti conto. Resta a 34,2 euro il bollo sugli estratti conto e i rendiconto dei libretti di risparmio se il titolare è una persona fisica. Sale invece a 100 euro se il cliente è persona giuridica.
Imposta sulle attività finanziarie all’estero. Si applica con le stesse aliquote della nuova imposta di bollo sulle attività finanziarie detenute in Italia.
Scudo fiscale. E’ prevista un’imposta di bollo per le attività finanziarie “scudate” per continuare a mantenere l’anonimato: 10 per mille per il 2012, 13,5 per mille per il 2013 e 4 per mille a partire dal 2014. Solo per quest’anno è istituita un’imposta straordinaria del 10 per mille sulle attività finanziarie scudate che alla data del 6 dicembre 2011 sono state prelevate o liquidate.
Tassa sull’auto. Scatta un’addizionale erariale alla tassa automobilistica regionale, da versare allo Stato, sulle vetture di potenza superiore ai 185 kw: 20 euro per ogni kw che supera il limite.
Tassa sulla barca. Prevista un’imposta sullo stazionamento, navigazione, ancoraggio e rimestaggio per le unità da diporto che stazionano nei porti nazionali o navighino in acque italiane: dai 5 euro giornalieri per le piccole imbarcazioni, fino ai 703 euro per quelle che superano i 64 metri.
Tassa sugli aerei. Al via una nuova imposta sugli aeromobili: si va da 1,5 euro al chilo per gli aerei fino a mille kg, ai 7,55 euro al kg per gli aerei superiori ai 10 mila kg.
Accisa sulla benzina. Aumenta l’accisa sulla benzina di 8,2 centesimi al litro, con l’aggiunta del rincaro dell’Iva. Dal primo gennaio l’accisa sui carburanti in Piemonte è a +5 centesimi, che diventano 6,1 col rincaro dell’Iva. Stesso aumento in Liguria e Toscana. Più consistente il rincaro nelle Marche: +7,6% con un prezzo finale di +9,6 centesimi. In Umbria aumenta di 3,4 cent, prezzo finale +4,1 cent. Nel Lazio il balzo è di 2,6 cen, per un totale di +3,1 cent al litro.
Accisa sul gasolio. L’imposta è già aumentata di 11,2 centesimi al litro.
Accisa GPL. L’imposta sale di 2,6 centesimi.
Iva. Dal primo ottobre è previsto un incremento di due punti percentuali sull’aliquota ridotta, che salirà dal 10 al 12%. L’aliquota ordinaria passerà invece dal 21 al 23%.
Tassa sui rifiuti. Alla vecchia tassa sui rifiuti si applica una maggiorazione di 0,3 euro per metro quadrato di superficie (elevabile dai Comuni fino a 0,4 euro). Il tributo scatterà dal 2013.
Pensioni. Saranno indicizzate all’inflazione solo le pensioni fino a 1400 euro. Di fatto gli assegni di importo superiore subiranno una sorta di tassazione dovuta al mancato adeguamento all’aumento del costo della vita.
Contributi autonomi. Salgono le aliquote contributive per i lavoratori autonomi: coltivatori diretti, artigiani, commercianti e autonomi pagheranno +1,3% quest’anno, +0,45% l’anno prossimo, fino ad arrivare ad un’aliquota del 24%. Gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps, invece, aumenteranno di uno 0,3% l’anno fino a raggiungere un’aliquota del 22%.
Tassa sul Tfr. Ai trattamenti di fine rapporto superiori al milione di euro si applicherà l’aliquota Irpef massima, pari al 43%.
Pensioni d’oro. Previsto un prelievo del 15% sugli assegni previdenziali superiori ai 200 mila euro.
Caro tabacco. Nessun aumento sul prezzo delle sigarette, è prevista un’accisa solo sul tabacco sfuso.
Canone Rai. Entro il 31 gennaio bisognerà pagare 112 euro: +1,5 euro rispetto al 2011.
Pedaggi. Il 31 dicembre sono stati decisi gli aumenti dei pedaggi autostradali.
Bollette luce e gas. L’Autorità per l’energia ha stabilito un rincaro del 2,7% per la tariffa del gas. Previsto invece un +4,9% per la tariffa elettrica.
2 gennaio 2012 | 09:58
Notizie dall'Ungheria
| L'ANTICRISTO DI CAPODANNO | |
| Scritto da Gianluca Freda |
| Domenica 01 Gennaio 2012 18:47 |
| Leggendo i quotidiani in questa prima giornata dell’anno della fine del mondo (se a fine 2012 scopriremo che i Maya avevano esagerato in pessimismo coi loro vaticini, bisogna però dargli atto fin da ora che ci si erano avvicinati parecchio) mi imbatto in notizie buone e cattive. Prima le cattive I morti e i feriti da botti di capodanno sono drasticamente diminuiti a causa dei divieti di sparacchio celebrativo imposti in numerose città italiane. Questo è un vero peccato. L’ecatombe pirotecnica di imbecilli annualmente generata dal gioioso abuso di botte a muro, raudi fischioni e siluri di Maradona era per me un ritemprante appuntamento con l’eroica resistenza della selezione naturale, improvvidamente abrogata dalle politiche sociali e sanitarie. Era un’occorrenza gaudiosa, la lieta novella del drastico assottigliarsi della schiera nazionale di mentecatti terminali, che periodicamente mi riconciliava col mondo, mi permetteva d’iniziare il nuovo anno in bellezza e di digerire il cenone di San Silvestro tra frizzanti flatulenze. Quest’anno, purtroppo, pare che i deficienti morti schiattati siano soltanto due. Uno a Roma, che ha fatto saltare in aria l’intero appartamento nella comprensibile foga di festeggiare le rutilanti prospettive politiche ed economiche che il nuovo anno porta al nostro paese. Si può perlomeno consolarsi pensando che, se il numero di coglioni che accedono alle praterie di Manitù per autodeflagrazione si è tristemente ridotto, la loro qualità va però crescendo costantemente. Un altro è defunto a Casandrino, in provincia di Napoli, raggiunto da un proiettile vagante mentre, in piena notte, modulava una sinfonia per mefisti e tricchetracche bighellonando per le strade della camorra. Unica nota positiva: i mutilati e gli straziati nella carne restano pur sempre un numero cospicuo, nell’ordine delle centinaia. Fra essi – come c’informa “Repubblica, con la lacrima al ciglio – vi sono anche “76 bimbi”, cioè 76 figli, nipoti e bisnipoti di cerebrolesi, probabili cerebrolesi futuri, che dovranno trascorrere l’eventuale tempo che gli resta da vivere con una dotazione di mignoli, pollici, arti ed organi di varia natura inferiore al limite di legge. Ciò è un bene. La privazione, anche anatomica, del pollice opponibile contribuirà a renderli più facilmente riconoscibili. Veniamo alle buone notizie, che quest’anno sono veramente clamorose. Viktor Orbán, il promettente premier ungherese al quale, qualche tempo fa, avevo già dedicato un post di entusiastica ammirazione, ha deciso stavolta di superare se stesso. Dopo aver buttato fuori a calci il FMI dal proprio paese, dopo aver tagliato gli emolumenti dei dipendenti pubblici, a partire dai banchieri, dopo aver ridotto di 9 punti la tassazione per le aziende, dopo aver vietato i mutui in valuta straniera che facevano concorrenza a quelli in valuta nazionale, sentite un po’ cos’altro ha fatto questo folle. Sfruttando la maggioranza schiacciante in Parlamento conquistata dal suo partito (Fidesz) nelle ultime elezioni, e fregandosene del ricatto di FMI ed UE, che adesso minacciano di bloccare i prestiti al suo paese e di trascinarlo alla Corte Europea di Giustizia, Orbán ha imposto – trema la penna nello scriverlo – la quasi-nazionalizzazione, di fatto, della Banca Centrale Ungherese. Le nuove leggi varate dal Parlamento hanno tolto al presidente della banca centrale, Andras Simor, il diritto di nominare i suoi vice; hanno aumentato da sette a nove membri i componenti del Consiglio Monetario (che decide, tra l’altro, l’entità dei tassi d’interesse) attribuendo maggior peso ai membri di nomina governativa, passati da due a tre; hanno creato un’apposita posizione per un terzo vicepresidente (anch’esso di nomina governativa). Inoltre, grazie alla maggioranza dei due terzi (assai abbondanti) che può vantare in Parlamento, Orban ha varato una serie di riforme costituzionali (ben sette, finora) l’ultima delle quali prevede la fusione della banca centrale con l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari, il che implica la possibilità di scavalcare il governatore della banca centrale nelle decisioni più rilevanti. Inutile dire che Standard & Poor’s e Moody’s si sono affrettati ad abbassare il rating ungherese a livelli da quarto mondo, come sempre si fa con i recalcitranti che si vuole ricondurre all’obbedienza, strillazzando la solfa consueta, secondo la quale tali misure “restringono le prospettive di crescita economica del paese”. E’ noto che solo lo strozzinaggio di FMI e BCE è in grado di garantire una crescita economica degna di questo nome, come Italia e Grecia sono lì a dimostrare. Orbán non si è lasciato intimidire. “E’ una moda europea quella di tenere le banche centrali in una posizione di sacra indipendenza”, ha dichiarato alla stampa. “Nessuno può interferire con l’attività legislativa ungherese, nessuno al mondo può dire ai rappresentanti eletti dal popolo ungherese quali leggi approvare e quali no”. Poffarbacco. Non crederà mica, questo demente, di dar vita ad una nazione sovrana e monetariamente autonoma in un continente di sguatteri degli Stati Uniti? Non crederà mica sul serio che “democrazia” significhi rispettare la volontà degli elettori andando contro i diktat della BCE? Perché non obbedisce e se ne sta buono, come fanno tutti, a partire dal nostro farfugliante e reverente inquilino quirinalizio? Pare che invece Orbán a queste fole creda davvero. Le misure di semi-nazionalizzazione della banca centrale sono solo la punta dell’iceberg. Qui le buone notizie si fanno gustose davvero. Il parlamento ungherese, per reagire alle misure punitive europee e al fallimento dell’asta dei titoli di stato tenutasi nei giorni scorsi, ha nazionalizzato 10 miliardi di euro di fondi pensione privati. Ha imposto alle banche di ripagare, con proprio capitale, parte dei debiti contratti in valuta estera, a partire dai mutui. Ha spodestato il capo della Corte Suprema, Andras Baka, sostituendolo con giudici di sua nomina. Tunde Hando, moglie di uno dei parlamentari di Fidesz, ha ricevuto piena facoltà di nominare i nuovi magistrati, compresi quelli che andranno a rimpiazzare le dozzine di pensionamenti che si avranno da quest’anno grazie all’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici, varata dalla stessa maggioranza parlamentare. Ha sostituito il Consiglio Fiscale “indipendente” (cioè obbediente alle imposizioni dissanguatici dell’UE) con un organismo dominato dai membri e dagli alleati del partito di maggioranza. Anche a capo dell’organismo di revisione della contabilità di stato (il “Consiglio di Bilancio”, assimilabile alla nostra Corte dei Conti) è stato posto un esponente di Fidesz, di nomina parlamentare. Ma la parte migliore sono le leggi in favore della cultura nazionale, con cui si sta cercando di sottrarre l’informazione pubblica alla schiavitù del melmoso sistema di lavaggio del cervello filostatunitense che impesta da decenni il nostro rivoltante panorama mediatico. E’ stato imposto un tetto massimo del 20% alle notizie di cronaca nera nei telegiornali, ponendo finalmente un limite al dilagare di sarescazzi, roseolindi e annemariefranzoni che rincitrulliscono e terrorizzano i telespettatori, costringendoli a temere il nulla e a disinteressarsi delle notizie di politica e finanza, cioè di ciò che più ardentemente dovrebbero temere. E’ stato imposto ai giornalisti investigativi l’obbligo di rivelare le proprie fonti, arginando la mareggiata di diffamazioni e calunnie senza fondamento di cui i nostri mezzi di disinformazione – con in testa la sempre sculettante “Repubblica” – si sono serviti per distruggere reputazioni e far cadere governi in ossequio alle direttive americane. I giornalisti ungheresi, poveretti, sono già da 20 giorni in sciopero della fame contro queste leggi “liberticide” che pongono restrizioni intollerabili alla loro inalienabile libertà di essere dei cialtroni bugiardi e venduti ai nemici del proprio paese. Mentre mi rimpinzavo di zampone e lenticchie, li ho immaginati, con delizia, assisi nel gelo della notte di Budapest, con i loro merdosi striscioni e cartelli inneggianti alla “democrazia” e alla “libertà d’espressione”. In un momento di estasi, ho fantasticato di divertenti spettacoli pirotecnici organizzati in loro onore dalla forza pubblica ungherese, con petardi e bengala arricchiti di abbondanti percentuali di piombo. Era solo un sogno, purtroppo, ma è bello sapere che esistono ancora luoghi, nel mondo, in cui i sogni, in un futuro nemmeno tanto remoto, potrebbero tornare ad essere realtà. Nel preambolo della Nuova Costituzione varata dal parlamento è stato reintrodotto il riferimento alle radici cristiane del paese, ai territori perduti nel corso della Prima Guerra Mondiale ed annessi ad Austria, Romania e Repubblica Slovacca, nonché un accenno alla “Sacra Corona di re Stefano”, utilizzata per incoronare i sovrani ungheresi dal XIII secolo in avanti. E’ stato anche stabilito che la TV ungherese dovrà trasmettere una percentuale minima del 40% di musica ungherese sul totale di musica trasmessa, il che male non fa. Ah, dimenticavo: i gay non possono sposarsi e l’unico matrimonio riconosciuto come tale è quello eterosessuale. Mi dispiace, amici gay d’Ungheria. Ho la morte nel cuore. Niente zagare e confetti per voi quest’anno, che tristezza. Ma potete sempre orchestrare uno di quei vostri caravanserragli, portando in parata drag queen e mostriciattoli da circo per esprimere, democraticamente, il vostro più vibrante dissenso. Vibrate, vibrate, che un po’ di petardi e mortaretti si trovano anche per voi. Infine, orrore degli orrori: i deputati dell’opposizione, che la settimana scorsa manifestavano inermi e frementi di venerabile sdegno contro le “leggi liberticide” del governo, sono stati arrestati dalla polizia, compreso l’ex primo ministro Ferenc Gyurcsány. Immagino si sia trattato di un provvedimento che il governo Orbán ha varato a favore del turismo. Molti cittadini delle ex nazioni europee sborserebbero alle agenzie di viaggio cifre considerevoli per assistere all’arresto e alla manganellazione costumata dei traditori della patria di un qualunque parlamento continentale. Se lo spettacolo dovesse continuare, mi prendo un weekend libero e prenoto il primo torpedone in partenza per Budapest. Magari prima sentiamoci, se prenotiamo per comitive spendiamo meno. Speriamo ci siano anche delle cartoline con le fasi salienti del pestaggio da inviare agli amici. In poche parole, il governo di Orbán ha fatto tutto ciò che Berlusconi, con la sua maggioranza, avrebbe potuto fare in Italia se solo non fosse stato l’incompetente, corrotto, semianalfabeta, pusillanime e venduto piazzista di casseruole che noi tutti amiamo. La cosa più divertente è stata la lettura delle prevedibili reazioni degli zampognari dell’editoria nostrana a questa sacrilega ribellione magiara al credo ideologico costituito. Da “Repubblica” al “Corriere” è tutto un coro dolente di anatemi, di atti di dolore, di dàlli al fascista, di querimonie d’onta e vituperio. Prendo a modello esemplificativo l’articolo su “Repubblica” di tale Andrea Tarquini, talentuoso scribacchino eziomaurico, di stirpe ed opere a me ignote. Dopo aver esordito con una probabile storpiatura delle dichiarazioni di Orbán (il premier ungherese avrebbe detto “se qualcuno tenterà di deviare la nostra traiettoria, lo allontaneremo educatamente”, citazione che non ho trovato attestata da altre fonti), il tarquino ci ricorda che il premier ungherese è “un ammiratore di Putin, Lukashenko e Berlusconi”, il che immagino sia ai suoi occhi di adepto scalfarico un crimine contronatura assimilabile allo stupro di un’armadilla disabile, punibile con l’iniezione letale senza ultima sigaretta. L’eziomaurico c’informa poi che i provvedimenti legislativi di un parlamento ungherese eletto a schiacciante maggioranza popolare rappresentano “uno schiaffo” a Barroso e “al Segretario di Stato USA Hillary Clinton”. Passi Barroso, che con quella faccia da salumaio che si ritrova i ceffoni se li tira. Ma quel mostro di Orbán ha osato alzare le sue sordide mani su una donna! Vi rendete conto? E quella donna è Hillary, la dolce Hillary, la venerea fanciulla che sghignazzava “We came, we saw, he died” di fronte al cadavere di Gheddafi ancora sanguinante. E lui l’ha presa a schiaffi! Come potremo mai ringraziarlo a sufficienza, campassimo pure cent’anni? Da notare alcuni forbiti accorgimenti stilistici, miranti ad accrescere l’indignazione del lettore contro la setta anticristica: il parlamento magiaro non è composto a maggioranza dal partito di Orbán, ma è “dominato dal suo partito”. Quest’uomo è un dominatore, un Hitler, un Gengis Khan, come del resto lo sono tutti i capi di stato democraticamente eletti le cui decisioni non si sposano con gli interessi degli Stati Uniti e dei loro lavapiatti. La lagna della prefica repubblicana prosegue poi con la litania sulle “leggi liberticide”, cioè la nazionalizzazione della banca centrale e le “leggi che privilegiano i cristiani”, laddove, se a questo mondo esistesse ancora un po’ d’educazione, dovrebbero privilegiare i gay e i devoti del Liberismo Libico a Grappolo. A un certo punto il tarquino sclera di brutto, forse impietrito dall’esecrando spettacolo dei poveri giornalisti costretti al digiuno protestatario sansilvestrino, al freddo e al gelo, e con sprezzo della misura definisce l’Ungheria “un paese mitteleuropeo magnifico e vitale [bontà sua] ma [MA!] sulla via di una dittatura dal crescente fetore di fascismo”. Un fetore che noi italiani, grazie a “Repubblica”, non conosceremo mai. Al massimo annuseremo quello del pesce incartato, restando troppo a lungo esposti ai suoi editoriali, ma per quello è sufficiente lavarsi le mani. Segue poi la citazione di alcuni salmi di Hillary Clinton (“Siamo preoccupati per la democrazia in Ungheria”, ahi ahi ahi, bombe a grappolo in arrivo) e il fremito d’orrore dinanzi all’ennesima efferatezza di Orbán, la terribile ridenominazione della “Repubblica Ungherese” in semplice “Ungheria”. Quale entità demoniaca ha potuto perpetrare quest’estremo oltraggio al giornale con cui il marcopasquico procura il pane ai suoi macilenti rampolli? La pianto qui con l’analisi del delirio giornalistico di questo poveraccio, ma faccio notare, in chiusura, un’inesattezza del testo che mi ha umanamente ferito. Il linciatore di libici scrive, a un certo punto, che i miserandi giornalisti magiari in sciopero della fame sono stati “vergognosamente ignorati dal resto d’Europa”. Beh, questo non è vero. Col senso civico che da sempre mi contraddistingue, io ero perfettamente a conoscenza delle traversìe e dello strazio che hanno colpito i colleghi ungheresi di Andrea Tarquini e ne ho goduto soverchiamente. Sapendoli vittime del crudele regime, ieri sera mi sono abbuffato, alla faccia loro, di spumante e capriolo con polenta. Dedico a loro e ai giornalisti di “Repubblica” il mio BURP! di commossa solidarietà. P.S.: Se l’articolo di Tarquini vi ha divertito, non perdetevi quello del “Corriere”, redatto da un non altrimenti noto Giorgio Pressburger (si tratta probabilmente di una figura professionale reperita dai talent scout del quotidiano milanese tra i cassintegrati di McDonald’s). Mai letta una roba del genere, giuro, mai letta. Roba da far riaprire i manicomi entro 24 ore per decreto d’urgenza. L’ardita tesi del Cheeseburger è che Dante (Dante!) avrebbe avuto parole di severa condanna contro l’atteggiamento antieuropeo del premier ungherese. O si tratta di un oscuro “avvertimento in codice” contro Orbán (Dante, sostiene Paolo Franceschetti, era un Rosacroce e di “punizioni” ai traditori della fratellanza se ne intendeva) oppure siamo di fronte ad una mutazione del pur pessimo giornalismo in forme patologiche che hanno ormai più attinenza con la cura dei disturbi neurobiologici che con la satira politica. Un assaggio: “Nel corso della Seconda Guerra Mondiale il Paese (cioè i suoi governanti di allora) si è alleato, al pari dell’Italia, con i nazisti della Germania. Quello non è stato un atto d’onore. Ma l’Ungheria si era infestata di orrendi razzisti, di veri sanguinari assassini. Questi però non rappresentavano gli ungheresi [ah no?, NdR]. Il popolo ungherese come quello italiano non è razzista, se questi sentimenti non vengono inculcati con i mezzi più subdoli e purtroppo efficaci […e se non lo sanno al Corriere!, NdR], studiati scientificamente [Azz!, NdR] da gruppi politici. L’uomo è un essere sociale, non rifiuta lo straniero, lo sconosciuto. Perché a tutti i costi vogliono invece insegnargli l’odio e la violenza? [Pecché?? Pecché??!!, NdR] Oggi in Ungheria, come in Italia, hanno in qualche modo ridestato queste ombre, questi zombie. Cosa direbbe Dante di fronte a questo? “Va! Ammazza quei fetidi Rom! Elimina dal mondo gli ebrei!”? Griderebbe così? Credo, sono certo che nessuno osi pensare questo”. Cosa direbbe Dante? Immagino: “La grave idropesí, che sí dispaia / le membra con l’omor che mal converte, / che ‘l viso non risponde a la ventraia, / faceva lui tener le labbra aperte” (Inferno, Canto XXX). |
L'Ungheria manda a quel paese la Bce e si dà una nuova Costituzione
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/l-ungheria-manda-quel-paese-la-bce-e-si-da-una-nuova-costituzione#ixzz1iIr1wpx2
Matteo Tacconi
1 gennaio 2012
Ultimo Paese ad abbandonare la carta comunista, da oggi l’Ungheria vanta una nuova Costituzione. Due i punti critici: i poteri sugli ungheresi che vivono all’estero, e il ridimensionamento della Corte Suprema, che non avrà competenze su bilancio e tasse. La crisi qui ha colpito duro e il governo ha limitato i margini di manovra della Banca centrale europea, attirandosi ulteriori critiche dall’Ue. La risposta del primo ministro
Orban è stata perentoria: «Non c’è nessuno al mondo che possa dire ai deputati eletti dal popolo ungherese quali leggi possono o non possono votare».
Il premier ungherese Viktor Orban, leader dei conservatori magiari
Oggi entra in vigore la nuova Costituzione ungherese. Budapest, unica capitale dell’ex oltre cortina a non averlo ancora fatto, sostituisce così la vecchia carta comunista, comunque emendata ripetutamente dall’89.
Fin qui nessun problema. Il passo era dovuto. Qualche legittima preoccupazione emerge, invece, se si va a guardare il contenuto della Costituzione, voluta ossessivamente dal primo ministro conservatore Viktor
Orban, il cui partito (Fidesz), grazie alla scorpacciata elettorale dell’aprile 2010, vanta 206 seggi in Parlamento, a fronte dei 265 totali.
C’è chi l’ha definita una Costituzione ultra-conservatrice, chi parla di impostazione clerico-fascista, chi sostiene che è persino più illiberale di quella vergata nel 1949 dai comunisti. Queste letture, forse, sono
esagerate e viziate da eccessi ideologici o scarsa conoscenza del contesto ungherese. Resta il fatto che la Costituzione, criticata da Ue e Commissione di Venezia, presenta passaggi delicati. Al di là dei richiami
insistenti ai valori cattolici e dell’ungheresità (mitigati da riferimenti alle altre fedi e agli altri gruppi etnici nazionali, anche se in modo non del tutto sufficiente), i punti che più fanno discutere riguardano gli ungheresi
all’estero e i poteri della Corte suprema.
Sul primo, si afferma che “l’Ungheria è responsabile del destino degli ungheresi che vivono oltre i suoi confini”. Tale disposizione si ricollega allo smembramento della “Grande Ungheria”, avvenuto con il Trattato di Trianon (1920) al termine della Prima guerra mondiale. Il paese perse il 72% del proprio territorio e il 64%
della sua popolazione. Milioni di magiari si ritrovarono a vivere in regioni assegnate alla Romania, alla Jugoslavia e alla Cecoslovacchia. Trianon è considerata a tutt’oggi un’onta nazionale e suscita, in alcuni
segmenti della società politica e civile, sentimenti impregnati di nostalgia.
Il problema, adesso, è che, come rimarcato dalla Commissione di Venezia, il riferimento alla sorte degli ungheresi all’estero rischia di essere percepito come un’ingerenza e di generare incomprensioni con Serbia e
soprattutto Slovacchia e Romania, dove risiedono rispettivamente 520mila e 1,5 milioni di magiari e affiorano periodicamente tensioni legate allo status della minoranza magiara e alle istanze da essa sollevate in campo
culturale e linguistico (non tutti i diritti, c’è da dire, le sono riconosciuti).
Quanto alla Corte suprema, la nuova magna charta ne riduce l’autonomia, privandola, in sostanza, della competenza sulle leggi che riguardano bilancio e tasse. Insieme a questo c’è da tenere conto che le nuove regole ne aumentano il numero dei membri e danno quindi modo alla Fidesz di controllarla, tramite nomine politiche.
Tutto questo rientra nell’approccio complessivo dell’esecutivo: cannibalizzazione delle cariche pubbliche, rilancio deciso dell’ungheresità, populismo e unilateralismo decisionale. Di quest’ultimo la gestazione e l’approvazione della Costituzione, avvenuta in tempi rapidissimi, senza consultare l’opposizione socialista e senza approfondite discussioni pubbliche, ne sono una prova. La foga dei governanti, che secondo diversi analisti hanno abusato dell’ampio consenso ottenuto nel 2010, sentendosi legittimati a fare e disfare a proprio piacimento, s’è manifestata anche sulla nuova legge su sistema dei media, in alcune parti discutibile (supervisione governativa e multe), approvata all’inizio della presidenza semestrale ungherese dell’Ue, nel gennaio scorso.
Anche i provvedimenti economici hanno alimentato perplessità. L’Ungheria è stato uno dei paesi Ue più colpiti dalla crisi. Lo stato di salute dell’economia, specie a causa del debito pubblico lasciato in eredità dal “socialismo del goulash” promosso da Janos Kadar negli anni ’70 e ’80 (consenso al regime in cambio di
benefici economici individuali), è pessimo. Nel 2008 Budapest ha ricevuto un prestito ingente dal Fondo monetario internazionale, ma i negoziati sul rinnovo, una volta che Orban è salito al potere, sono saltati. Il primo ministro ha rifiutato i sacrifici imposti dall’Fmi e puntato su scelte poco ortodosse, rispetto ai criteri che ispirano le istituzioni finanziarie.
Le misure più controverse sono state la ristatalizzazione dei fondi pensione e le maxitasse imposte ai grandi gruppi stranieri attivi in settori chiave quali distribuzione alimentare, telecomunicazioni e credito (questi gruppi hanno presentato ricorso in sede comunitaria). Infine, il governo ha limitato i margini di manovra della Banca centrale europea, attirandosi ulteriori e copiose critiche dall’Ue, che chiede a Orban di ripensarci. La risposta è stata perentoria: «Non c’è nessuno al mondo che possa dire ai deputati eletti dal popolo ungherese quali leggi possono o non possono votare», ha tagliato corto il primo ministro.
Come andrà a finire? La politica economica della Fidesz non ha dato i frutti sperati e il governo ha cercato, discretamente, di riattivare i negoziati con l’Fmi. Ma quest’ultimo pretende l’adeguamento ai suoi parametri, cosa che farebbe cadere la linea seguita da Orban, sempre più nervoso e senza più consenso popolare. A Budapest, intanto, la gente scende in piazza e protesta vivacemente. Affermare che Orban voglia fare il Putin e che cerchi di instaurare una “democratura” è troppo, forse. Di certo è che è il suo progetto, già fallito, costerà molto al paese.
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sab 06 ago 2011, 00:22
di Federico Cenci
Nelle settimane scorse un paio di notizie provenienti dall’Ungheria hanno fatto tremare i polsi alle multinazionali degli Ogm. La prima annuncia l’inizio dei serrati controlli da parte delle autorità in seguito all'approvazione di una normativa stringente che impone alle aziende esportatrici di certificare i propri prodotti come “ Ogm-free”. Ovvero, che impone di esportare sul suolo ungherese solo prodotti non transgenici.
La seconda, figlia del medesimo proposito di salvaguardia dell’agricoltura sana, attiene ai circa 1.000 ettari di mais contaminati, commercializzati illegalmente da Monsanto e Pioneer, aziende multinazionali leader nel settore, distrutti per volontà del governo nelle fertili regioni al centro e a sud-ovest del paese magiaro.
Soltanto negli ultimi giorni il Ministero dell’agricoltura ungherese ha confermato queste due notizie filtrate dai media recentemente, destando clamore per la portata rivoluzionaria rispetto ad una prassi per cui gli Stati usano inchinarsi agli interessi delle aziende multinazionali. Purtroppo il danno causato da Monsanto e Pioneer è stato scovato troppo tardi, così che l’intervento risolutore - accompagnato da un’aratura del grano di modo da scongiurare la contaminazione nei confronti di altre colture confinanti - ha generato una controindicazione. Infatti, con la stagione di crescita già in atto, è troppo tardi per seminare di nuovo; ciò equivale ad una perdita totale del raccolto di quest’anno, con annessi contraccolpi economici su scala nazionale.
Dunque, si tratta di misure drastiche e non senza ripercussioni, ma assolutamente necessarie, dato che eviteranno il protrarsi di questioni che, a lungo andare, rischiano seriamente di minare l’esistenza delle piccole imprese agricole locali e la salute dei consumatori. Del resto Endre Kardeván, responsabile della catena di sicurezza alimentare presso il Ministero dell’Agricoltura, ha assicurato che lo Stato si farà carico di ricompensare gli agricoltori per le loro perdite.
Ovviamente, la guerra dichiarata dall’Ungheria agli Ogm non ha lasciato indifferenti le aziende produttrici, le quali hanno reagito piccate a questo ennesimo atto di forza sovrano da parte del governo del giovane Viktor Orbán. La Monsanto ha contestato la scelta ungherese di distruggere le coltivazioni e, prima che ciò avvenisse, ha fatto appello alla Corte Municipale di Budapest affinché la risoluzione venisse sospesa. Ma l’appello è stato rifiutato e le coltivazioni contaminate sono potute essere distrutte.
La stessa multinazionale ha poi affermato, attraverso una nota, che i semi che esporta in Ungheria – conformemente alla legislazione ungherese che ne vieta la circolazione - non sono Ogm. Tuttavia, il segretario di Stato ungherese Lajos Bognár non è di questo avviso ed ha smentito, dati alla mano, la Monsanto: egli afferma che le misure sono state adottate sulla base di un campione risultato positivo agli Ogm dopo un’analisi dell’Ufficio dell’agricoltura ungherese.
Già dal 1998, due anni dopo l’apparizione delle prime coltivazioni Ogm negli Stati Uniti, approfonditi studi evidenziarono l’impatto dannoso delle stesse sull’ambiente e sulla salute dei consumatori. Tuttavia, grazie al supporto mediatico di cui le potenti multinazionali produttrici di Ogm possono godere, è alquanto diffusa una mitologia secondo la quale l’utilizzo di semi transgenici sia una sorta di rimedio miracoloso ai problemi più incalzanti dell’agricoltura: l’adattamento delle colture, i cambiamenti climatici e la fame nel mondo.
Tutto falso, prontamente smentito da fatti che parlano d’altro, ossia di produzioni industriali appannaggio di multinazionali e nocive dal punto di vista sanitario. La recente decisione del governo ungherese - protesa alla salvaguardia della salute del popolo - dimostra come l’ambizione alla sovranità da parte di uno Stato racchiuda la forza di tacere le ingannevoli odi intonate dai cantori della mitologia multinazionale.
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