martedì 1 ottobre 2013

Fisac-Cgil: inaccettabile il comportamento dei banchieri

I sindacalisti non sanno ancora come le banche creano i soldi:
Ordine del giorno del Direttivo Nazionale del 25 e 26 settembre 2013, approvato all’unanimità con un astenuto.

Il Direttivo Nazionale della Fisac-Cgil, riunitosi a Roma il 25 e 26 settembre 2013, ritiene
inaccettabile e provocatorio il comportamento dei banchieri che, per un verso, continuano a
mostrare l’incapacità di elaborare strategie di rilancio del settore, a sostegno dell’economia reale e
del Paese nell’attuale crisi, per l’altro, vogliono scaricare il peso delle difficoltà esistenti sui
lavoratori e sulla fiscalità generale.
Il CDN giudica che l’attuale management, non sia solo strapagato, ma anche inadeguato alla fase,
considerate le crisi aziendali in atto, il livello dei crediti deteriorati (che superano l’ammontare
complessivo del patrimonio del sistema e costituiscono oltre il 12% degli impieghi), la scarsità di
accantonamenti a copertura e le gravi carenze nella valutazione e gestione dei rischi, che Banca
d’Italia ha evidenziato.
In questo contesto l’ABI, per conto delle Banche, in assenza di un progetto industriale
minimamente credibile, ha chiesto al Governo di intervenire a sostegno delle attività di credito, non
sufficientemente remunerative, ed ha disdettato con 10 mesi d’anticipo ed in modo unilaterale, il
CCNL. E’ evidente ed esplicita l’intenzione delle banche di arrivare ad una completa
deregolamentazione del Settore, attraverso la cancellazione dell’attuale modello contrattuale, del
Contratto Nazionale e del Fondo di Solidarietà, con la declassamento della stessa contrattazione di
secondo livello a mera “contrattazione di prossimità”, di carattere derogatorio e funzionale alle
necessità di flessibilità delle imprese.
In tale contesto sono fortemente sotto attacco i livelli occupazionali e la contrattazione, proprio
quella contrattazione che abbiamo costruito in questi anni con il supporto e la forza delle lavoratrici
e dei lavoratori. L’iniziativa di ABI mette in discussione anche il ruolo stesso del Sindacato e la sua
capacità di tutela e difesa della categoria.
Di fronte a tale atteggiamento il CDN anche in relazione alle posizioni espresse unitariamente, a
partire dallo sciopero generale della categoria:
• respinge il progetto di ABI e delle banche che si preparano alla completa destrutturazione
del settore ;
• impegna la Fisac ad un grande sforzo politico e organizzativo nella costruzione di una
risposta forte, unitaria e determinata nei confronti delle parti datoriali;
• ritiene impossibile proseguire la trattativa sul Fondo di solidarietà, in presenza della citata
disdetta del CCNL.
• Contemporaneamente giudica prioritario il coinvolgimento del Governo, per impedire ad
ABI forzature rispetto agli adeguamenti da apportare al Fondo di Solidarietà, in
ottemperanza alle previsioni della legge 92/2012 “Fornero”, entro il 31 ottobre 2013. E’
evidente che l’atteggiamento di ABI corrisponde ad una implicita disdetta unilaterale del
Fondo che va rifiutata, così come va evitato il passaggio al Fondo Residuale presso l’INPS.
Il Fondo di Solidarietà ABI, anche alla luce della riforma imposta dall’art. 3 della legge
92/12, va salvaguardato nella sua natura e nell’insieme dei diritti e delle prestazioni;
• Ritiene necessaria, nell’ambito delle iniziative unitarie da mettere in atto,la sospensione
delle relazioni sindacali a livello aziendali e di gruppo, con l’eccezione delle procedure
previste dalla legge.
• Giudica urgente l’avvio di assemblee unitarie in tutti i posti di lavoro, per sostenere una
vertenza nazionale che rappresenti una forte risposta del sindacato e dei lavoratori, in
funzione della tenuta occupazionale del settore e della difesa della centralità del CCNL ABI
a partire dall’area contrattuale. Risposta di cui il prossimo sciopero generale e la costruzione
di una successiva grande manifestazione nazionale della Categoria da decidere
unitariamente, devono essere elementi centrali ma non unici.
• A sostegno della vertenza in corso, va predisposta in tempi brevi una Piattaforma alternativa
al progetto di ABI di rinnovo contrattuale,, capace di coinvolgere i lavoratori e le lavoratrici
attraverso una decisa e chiara difesa delle garanzie economiche e normative, a cominciare
dal rafforzamento dell’Area contrattuale.
• È necessario infine costruire nella vertenza alleanze nel Paese in funzione di un diverso
modello di banca, di erogazione del credito e di gestione del risparmio a tutela dei
risparmiatori e dei cittadini, coinvolgendo anche i media e l’opinione pubblica.
Il CDN dà mandato alla Segreteria Nazionale affinchè, da subito, coinvolga le altre OO.SS. per
deliberare al più presto i passi necessari ad un’ adeguata risposta, capace di rendere efficace e
positivo l’esito della vertenza in corso.

Italia: il governo dei banchieri è morto

PERCHÉ NESSUNO DICE AGLI ITALIANI CHE IL GOVERNO LETTA È DIMISSIONARIO E CHE PERTANTO NON PUÒ CHIEDERE LA FIDUCIA?

Sono sconvolto dal fatto che nonostante le dimissioni "irrevocabili" del vice- primo ministro e altri 4 ministri del Pdl, né il premier Enrico Letta né nessun organo d'informazione hanno finora comunicato agli italiani che il governo è morto non solo politicamente ma anche costituzionalmente. 

Sono incredulo nel sentire che mercoledì Letta chiederà la fiducia al Parlamento. Come potrebbe chiedere la fiducia un governo che non c'è più? O Letta si presenta con un nuovo governo sostituendo i 5 ministri dimissionari, o assume ad interim i 5 dicasteri, oppure dovrà limitarsi a ufficializzare le sue dimissioni.
Possibile che nel nostro Paese tutto sia arbitrario, discrezionale, mistificato se non falso? Possibile che l'occultamento della verità da parte di pochi si traduce nella negazione della verità per la maggioranza degli italiani? Possibile che i poteri forti che ci governano trattano gli italiani come incapaci di intendere e di volere? Noi non ci stiamo! Buonanotte amici!

lunedì 30 settembre 2013

Fiorella Mannoia e l’Africa: “Sankara ha riacceso in me la passione

Fiorella Mannoia e l’Africa: “Sankara ha riacceso in me la passione per la politica”

Intervista e foto di Monica Ranieri
Storie di Sud, quel Sud “sempre depredato, sempre derubato, sempre saccheggiato e sempre abbandonato a se stesso”, ma Sud da conoscere e di cui, e in cui, non avere paura. Storie che hanno ispirato l’ultimo progetto artistico di Fiorella Mannoia e che l’hanno portata a conoscere meglio l’ Africa, attraverso una grande passione per la figura del presidente del Burkina Faso Thomas Sankara, e ad impegnarsi nel sostenere, come madrina e parte dell’organizzazione, l’ Undicesima Edizione del Festival Ottobre Africano, che dal 6 al 27 ottobre propone un ricco programma di eventi culturali tra Parma, Reggio Emilia, Milano e Roma. E proprio a Roma Fiorella Mannoia, dopo aver partecipato ieri alla conferenza stampa per la presentazione del Festival, tornerà lunedì 21 ottobre, quando, presso la Casa delle Letterature, parlerà di “Arte come mezzo di cambiamento sociale” insieme a Gabin Dabirè e Odile Sankara.
Se la conoscenza del Sud per Fiorella è partita dallo choc della lettura del libro di Primo Aprile “Terroni”, la vera rivelazione è giunta con la conoscenza della figura di Sankara:  “il libro di Aprile mi ha scioccato, mi ha fatto riflettere sulla condizione del sud del mondo in generale, che stranamente condivide lo stesso destino, e i discorsi di Sankara, sapere di un uomo che si è spogliato di ogni avere, che riceveva i capi dei governi stranieri sotto gli alberi perché diceva che quella era la vera Africa e loro quello avrebbero dovuto vedere, sapere che quando è morto ha lasciato una chitarra, due bauli di libri e nient’altro questo ha riacceso in me la passione per la politica”.
Come nasce la tua partecipazione all’Ottobre africano?Il mio avvicinamento all’Africa viene da questo mio progetto, un disco che si chiama “Sud”, in cui ho raccolto canzoni sul Sud in generale: quando ho deciso di fare questo disco ho chiamato Gabin Dabirè, un musicista africano che vive da quarant’anni nel nostro paese, l’ho contattato per confrontarmi con lui e sapere quali erano i musicisti che secondo lui avrei dovuto chiamare per aiutarmi in questo progetto. Dalle nostre “chiacchiere” è emersa la storia di Sankara, che non conoscevo. Quello è stato il mio primo avvicinamento e i racconti di Gabin hanno modificato la mia visione dell’Africa, anzi, mi hanno aperto le porte dell’Africa.
Quel era invece la visione che ne avevi prima?La visione che ne hanno tutti, superficiale, non conoscevo niente dell’ Africa in realtà, della sua cultura, non conoscevo Thomas Sankara, conoscevo Nelson Mandela, ma perché è il personaggio più famoso, e notizie superficiali come sono superficiali le notizie che ci arrivano, se non quando sono pilotate. Conoscevo poco e attraverso il racconto di Gabin su Sankara, libri su di lui e ricerche, mi sono talmente appassionata a quest’uomo che ho cominciato a saperne di più sull’Africa in generale: se parti da Sankara, capisci, quando parla di debito, ad esempio, capisci e ti vai a domandare perché il debito, perché ha un debito, a chi lo deve pagare, alla Francia, perché? E allora da lì, dalla parola debito vengono un sacco di diramazioni. E cominci a capire, anche attraverso altre conoscenze. Sempre parlando di Sud, ma del Sudamerica, ho letto un libro straordinario, “Le vene aperte dell’ America Latina” di Eduardo Galeano, che è in questo momento credo il mio scrittore preferito vivente: anche lì si sono aperte le porte della verità, su quello che l’ Occidente ha fatto sia in America Latina che in Africa, l’Europa prima, gli Stati Uniti dopo. Poi quando entri in contatto con la verità i parametri cambiano e gli orizzonti si allargano e a quel punto conosci figure come Saro-Wiwa, assassinato insieme agli altri attivisti per aver contrastato le trivellazioni della Shell, la Shell ha anche patteggiato per cui in parte riconoscendosi responsabile di quelle morti. Poi sono andata in Africa, sono stata insignita dell’onorificenza del Cavaliere del Panafricanismo in Benin proprio per la mia divulgazione per la figura di Sankara, sono andata con Amref in Kenya, sto collaborando ancora con Amref, ormai sono legata a doppio filo.
Come hai vissuto il momento della premiazione in Benin?Sono stata ad Ouidah, in Benin, purtroppo solo per due giorni, ma ci sarei andata anche se avessi avuto a disposizione solo 24 ore perché ci tenevo molto e ne sono rimasta emozionata. Credo sia stata l’onorificenza più bella che io abbia mai ricevuto perché sapere che quello che hai fatto in un altro paese per un uomo come Sankara è arrivato fino nel Benin dimostra che aveva proprio ragione lui quando diceva che le idee non si uccidono, passano di bocca in bocca e possono arrivare anche da una cantante italiana con i capelli rossi che parla di un presidente africano assassinato.
Come è nata poi la collaborazione con Cleophas Adrien Dioma?Sempre tramite Gabin lo scorso anno è venuta in Italia la sorella di Sankara, Odile, alla quale hanno raccontato la mia passione, il mio impegno per la divulgazione di questa figura, e ci siamo incontrati in questa occasione. Da quella volta io e Odile siamo diventate amiche, ci chiamiamo sorelle, poi quest’anno è arrivata anche Blandine, l’altra sorella di Sankara, e ho conosciuto anche lei. E Cleo mi ha chiesto se volevo essere madrina di quest’ ottobre africano e mi ha proposto di provare a portarlo a Roma. Quest’anno siamo partiti tardi, però abbiamo gettato le basi, se dovesse arrivare qualche finanziamento il nostro progetto è quello di organizzare per l’anno prossimo almeno una tre giorni di conoscenza qui a Roma, a cui conto di invitare musicisti stranieri, anche l’Orchestra di Piazza Vittorio che è proprio l’esempio più eclatante di come le culture si possono integrare, e poi Gabin, musicisti e ballerini nostri e loro, mi piacerebbe che le due cose potessero unirsi. Mi piacerebbe anche organizzare qualcosa intorno al cibo, con chef africani e italiani di modo che le persone si sentano anche incuriosite nell’assaporare cucine provenienti da paesi che non conoscono, accendere la curiosità. La curiosità di sapere chi è l’ “altro” che ci sta intorno secondo me abbatte anche le paure.
La paura. In conferenza stampa hai parlato della strategia della paura che divide e del ruolo dell’artista nel cercare di andare oltre questa paura.Credo che la paura sia indotta, avere paura non è un sentimento di cui vergognarsi, io lo capisco, ma è l’alimentare le paure che diventa criminale ed è questo che non perdono ad alcuni esponenti della Lega, perché questo si chiama terrorismo: si fa terrorismo anche con le parole, non solo con le armi, perché poi le parole si tramutano in armi come è successo a Firenze, come è successo ultimamente a Napoli. Le parole sono importanti e fanno male, per cui cavalcare la paura per fini elettorali, quello è criminale. Si approfitta di un momento in cui gli italiani sono preoccupati per il proprio futuro, ed è da capire e non li biasimo, ma non devono prendersela con gli stranieri quanto piuttosto con chi non è stato capace di tirare fuori questo paese dalla corruzione, perché è questo il nostro problema, questo non è un paese in crisi, è un paese corrotto. Allora anziché prendersela con lo straniero dovresti prendertela insieme allo straniero, andare a reclamare i propri diritti uniti, non divisi, perché tanto la società multietnica sarà il nostro futuro, è inutile mettersi di traverso, non porta a niente. Allora quando la gente mi rimprovera di pensare agli africani, e non agli italiani, rispondo che ho il dovere di trasmettere le mie idee, che sono idee di amore e di fratellanza, questo è il mio dovere, ed il dovere, credo, di politici, di sacerdoti, il dovere di tutti quelli che hanno a che fare con il pubblico. Il mio dovere è trasmettere pace. La paura nasce quando tu non capisci e non ti metti nei panni dell’altro, e non riesci a capire, anche a voler capire, il perché sono arrivati qui, perché stanno qui: ma stanno qui per i nostri telefonini, per le nostre scarpe, per il nostro petrolio, per la nostra acqua. Stanno qui per il nostro benessere, perché sono stati sfruttati a casa loro per portare benessere a noi e c’è gente che ancora sta sfruttando indisturbata sotto gli occhi di tutto il mondo, sono là a portargli via sementi e risorse, trivellando, inquinando. Indisturbati perché nessun governo pone un freno. Attraverso la comunicazione ufficiale tutte queste cose non emergono, te le devi andare a cercare. La cosa che può salvarci è la conoscenza, mentre l’ignoranza genera paura, diffidenza.

Finalmente un sindaco che ha il coraggio



Finalmente un sindaco che ha il coraggio di affrontare quei temi scomodi, censurati, che trovano spazio solo sui blog liberi del web come il signoraggio, il debito e la geoingegneria! Complimenti al sindaco Mazzorato di Resana (TV) che ringraziamo sentitamente, perché si tratta di una iniziativa importantissima, sopratutto perché promossa da un primo cittadino! Bravissimo!

Il sindaco Mazzorato spiega perché il Comune sostiene il confronto su questi temi. "La crisi - dice - nasce da un sistema corrotto che si arricchisce alle spalle di noi cittadini e questo non lo tollero". "I privati (e non lo Stato) stampano la moneta al prezzo di un foglio di carta e la vendono a carissimo prezzo alle aziende e alle famiglie..."

I convegni sui temi sopracitati si svolgeranno a Resana (Tv) il 1° e il 19 Ottobre. Info: http://www.comune.resana.tv.it/it/UfficioStampa/ArchivioNotizie/NotizieInEvidenza/Notizia131001-incontro.html dal sito del comune.

domenica 29 settembre 2013

Sistema bancario: «cosca mafiosa», con tanto di «sicari»

«Il sistema delle banche tradisce i risparmiatori»


Ne aveva fatto una battaglia di principio e di sostanza: per Arrigo Molinari, nella veste di avvocato patrocinatore delle cause dei cittadini deboli contro i poteri forti, quella contro la Banca d’Italia e il suo governatore Antonio Fazio era diventata una sorta di sfida da vincere a tutti costi.
E l’occasione giusta - come gli piaceva dire - era capitata di recente: per la causa intentata «nell’interesse degli eredi di Pallavicino Maria Teresa e Pallavicino Carlo che hanno numerosi contenziosi civili incardinati nei tribunali di Genova, Savona e Imperia, relativi a rapporti di conto corrente e di mutuo fondiario con numerosi istituti bancari».
Ci si era dedicato con lo stesso entusiasmo che aveva messo in tanti anni di carriera in polizia. Tanto più che, diceva spesso, «i risparmiatori sono stati traditi, e bisogna che si prendano la loro rivincita». Le sue argomentazioni parevano ineccepibili, magari un po’ ardue da decifrare, ma, di questi tempi, sparare sulle istituzioni creditizie private e pubbliche, nazionali ed europee, poteva incontrare solo consensi. Nel mirino, però, più di tutti, la Banca d’Italia, «un elefante con 8mila addetti che godono di stipendi da 75mila euro all’anno e il cui capo è di fatto completamente inamovibile. Il vero scandalo è una schiera di dipendenti annidati in un vero e proprio carrozzone».
Molinari aveva affondato il coltello nella piaga, facendo ricorso contro l’istituto centrale e le sue sedi decentrate di Genova, Savona e Imperia, ma accomunando nell’istanza anche la Banca centrale europea. Sosteneva infatti che Palazzo Koch «aveva privato i ricorrenti della tutela amministrativa prevista dalla normativa vigente in materia di vigilanza sugli istituti di credito, stante il conflitto di interesse che si è venuto a creare tra la Banca d’Italia stessa e gli istituti di credito soci della Banca d’Italia».
In particolare, sottolineava Molinari, «il dibattito che è scaturito sulla cosiddetta vicenda Fazio non è tanto sulla regolamentazione dei poteri e sulla durata in carica del governatore, quanto una meritoria presa di posizione dello Stato italiano di riappropriarsi di risorse, il cosiddetto reddito di “Signoraggio“, nella quale era stato, seppure in parte, espropriato in favore di soggetti privati. Invero e singolare se non addirittura assolutamente inaccettabile che l’istituto di emissione in uno Stato sovrano sia in primis una società per azioni commerciale, nonché partecipata per la maggioranza assoluta da soggetti privati che nulla hanno a che vedere con le ragioni pubbliche che dovrebbero presidiare ogni determinazione relativa alla Banca centrale».
Ed è questo soprattutto che a Molinari, ormai compreso perfettamente nella parte di paladino dei diritti dei risparmiatori, non andava proprio giù. «Le banche - insisteva l’ex vicequestore di Genova - sono diventate padrone dell’arbitro». Seguivano, nel ricorso, espressioni particolarmente pesanti nei confronti del sistema, definito senza mezzi termini «mafioso». E una vera e propria «cosca mafiosa», con tanto di «sicari» e base a Montecarlo, aveva in qualche modo minacciato «i danti causa dei ricorrenti». Per questo si chiedevano «provvedimenti urgenti in merito alla proprietà della moneta per conseguire il risarcimento del danno da parte della collettività derivante dall’illecita attribuzione del reddito da “Signoraggio“ in favore di soggetti che ab origine e per loro natura non hanno titolo a percepire alcun provento dalla circolazione monetaria».
Nel portare avanti la sua battaglia anti-Fazio, Molinari si era rivolto anche al Giornale, telefonava in redazione quasi quotidianamente, dichiarando di condividere in pieno le argomentazioni sull’argomento pubblicate nelle nostre pagine. «Bravi. Dobbiamo fare azione comune - insisteva - per far cessare l’ingiustizia». E la fiducia nella causa non gli era mai venuta meno: «La Banca d’Italia, nata per essere pubblica, è in mano alle stesse banche che la Banca d’Italia stessa dovrebbe controllare. Il conflitto di interesse è grave. Una mia cliente - spiegava in dettaglio -, vessata e usurata da un gruppo bancario di primaria importanza, radicato in Liguria, con la quale è stata in rapporto con 18 rapporti di conto corrente e con 9 mutui ipotecari, non era affatto tutelata in quanto il gruppo bancario controlla la Banca d’Italia, essendo socia della stessa al 3,96 per cento». La conclusione era drastica: «Il sistema va riformato. A cominciare dai poteri del governatore»
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Cinque milioni di italiani sotto la soglia di povertà

Gli extracomunitari siamo noi

http://www.beppegrillo.it/2013/09/gli_extracomunitari_siamo_noi.html

Cinque milioni di italiani sono sotto la soglia di povertà, persone che non hanno le risorse per vivere. Gli indigenti sono raddoppiati dal 2007. A loro non pensa nessuno. Stiamo diventando un Paese di miserabili. Gli extracomunitari siamo noi. A quando i barconi in partenza dall'Italia per le coste dell'Africa o del Medio Oriente? In Italia non esiste, come negli altri Paesi della UE, un reddito di cittadinanza. Lo Stato, anche se hai pagato le tasse e i contributi per decenni ti lascia morire se perdi il tuo lavoro. La spesa per il cibo e le bevande è crollataai valori di vent'anni fa. Si ruba per mangiare come ai tempi di guerra. In alcuni supermercati hanno introdotto alle casse una bilancia per frutta e verdura sfusa. Non si fidano dei clienti che introducono nel sacchetto una mela o un cavolfiore in più dopo aver pesato per risparmiare pochi centesimi. I supermercati sono diventati come le banche. All'ingresso ci sono guardie giurate che ti guardano con sospetto. Neppure loro però possono nulla contro chi mangia direttamente in corsia, chi ingurgita veloce un pezzo di formaggio o una salciccia, magari rifugiandosi in bagno. Non c'è il corpo del reato. Non è possibile accusarlo di nulla e l'esame delle feci non è una prova assoluta. Per evitare l'esproprio alimentare stanno aumentando le telecamere. Il cliente è ormai controllato passo dopo passo. Si prospettano in futuro bilance all'ingresso e all'uscita dove ci si dovrà pesare. Se il peso aumenta di qualche grammo o di qualche etto sei arrestato, ma in galera almeno ti sfamano. La bomba sociale degli ultimi sta per scoppiare. A un uomo puoi chiedere tutto, ma non di non lasciare la sua famiglia senza cibo. Quanti milioni di affamati sono necessari prima di una rivoluzione? Il 13% dei pensionati, quasi due milioni e mezzo, riceve meno di 500 euro al mese. La pensione minima è di 495,43 al mese mentre vengono erogati miliardi di euro in pensioni d'oro. E' una follia, una provocazione che sta diventando intollerabile. Il conto alla rovescia è incominciato. Ripeto. Il conto alla rovescia è incominciato.

Enrico Brignano e la banca

sabato 28 settembre 2013

Amoroso: via dall’euro

Amoroso: via dall’euro, o facciamo la fine della Jugoslavia

di www.libreidee.org  28/09/2013
 
Amoroso: via dall’euro, o facciamo la fine della Jugoslavia
La ricreazione è finita, presto vi dovrete arrangiare anche per le pensioni. Questo, in sintesi, il discorso-choc che il sovrano olandese Guglielmo Alessandro ha rivolto alla nazione: la globalizzazione impone anche all’Olanda l’addio al glorioso sistema del welfare e delle protezioni sociali. E’ l’élite, direttamente, che parla: la stessa élite feudale che si è impadronita della moneta, imponendoci l’Eurozona, per poi dirci: scusate, non ci sono più soldi. Falso. I soldi li “fabbricano” loro, mentre a mancare sono i politici in grado di difenderci. Enrico Letta, che rincorre i diktat della Merkel, governa con Berlusconi, che nel suo videomessaggio del 18 settembre, di fronte alla catastrofe economica dell’Italia, proclama: «Occorre imboccare la strada maestra del liberalismo: meno Stato, meno spesa pubblica». Il liberismo: cioè il tunnel senza uscita del quale siamo già prigionieri, da vent’anni. Attenti, avverte il professor Bruno Amoroso: di questo passo, già a novembre sprofonderemo nel baratro della Grecia, saremo esposti a tempeste mai viste e rischiamo di fare la fine della Jugoslavia.
 
L’economista italo-danese dell’università di Roskilde, allievo di Federico Caffè e compagno di scuola di Mario Draghi, dice che l’incubo della Amorosobalcanizzazione è dietro angolo: «E’ possibile che ci troveremo davvero nei guai tra pochissimi mesi, in una situazione di tipo greco: quando, per intenderci, ci saranno 50.000 statali mandati a casa e niente più soldi per gli ammortizzatori sociali». Che succederebbe? «La crisi andrà a destra, come sempre: prevarranno prima i nazionalismi e poi le fratture all’interno degli stessi Stati: il nord dell’Italia contro il sud, la Catalogna contro il resto della Spagna». E’ uno degli scenari della crisi europea, il peggiore: l’implosione dell’Europa del sud, magari accelerata dalla “fuga” della Germania, decisa a non pagare i costi necessari a tenere in vita i nostri paesi devastati dall’euro. In quel caso si annunciano «guerre interne» e «conflitti sociali e politici», gestiti «da chi è interessato, come è stato per la Jugoslavia, che fu distrutta perché la Germania era interessata alla Croazia e alla Slovenia», mentre altri volevano la secessione del Kosovo.
 
Non c’è scampo, se l’Europa meridionale resta ingabbiata nella camicia di forza della moneta unica: «Con l’euro sono arrivate disposizioni come il Fiscal Compact e il patto di stabilità: non solo si decide il valore della moneta, ma anche i danni che un paese riceve». Esempio: «Se la Danimarca è in crisi economica, è lei che decide come farla pagare ai cittadini, distribuendone il carico. Nell’Eurozona invece questa libertà non ce l’abbiamo, perché col Fiscal Compact non possiamo fare politiche che secondo noi sono eque, ci dettano pure come dev’essere organizzato il mercato del lavoro». I danesi, rimasti fuori dall’euro, «possono decidere se vogliono un mercato del lavoro di giovani o di vecchi», noi invece siamo in trappola, dentro una camicia di forza: situazione «da risolvere entro un anno, se vogliamo evitare il disastro». Come? Nell’unico modo possibile: tornando alla sovranità monetaria. «E’ una condizione necessaria: solo attraverso la sovranità sulla moneta è possibile fronteggiare la disoccupazione». Ma attenzione: tornare semplicemente all’antica valuta nazionale non risolverebbe il problema, avverte Amoroso, se i politici al potere dovessero restare quelli di oggi: «Anche con la lira, uno come Enrico LettaLetta continuerebbe con le politiche neoliberiste che ci hanno portato al disastro».
 
Il problema è politico, insiste Amoroso, co-firmatario del “Manifesto per l’Europa” elaborato da “Alternativa”, il laboratorio politico fondato da Giulietto Chiesa. Obiettivo: aprire una vertenza con Bruxelles, cestinando il Trattato di Maastricht che introduce l’Eurozona. La scommessa: rinegoziare tutto, a cominciare dalla moneta, per togliere all’élite finanziaria di Bruxelles il potere assoluto che esercita su di noi, instaurando finalmente una condizione di democrazia che metta fine all’autoritarismo della Commissione Europea, non eletta da nessuno. «I paesi del sud hanno un rilevante potere contrattuale», sottolinea Amoroso: «L’Italia, la Spagna e gli altri paesi dell’Europa meridionale possono chiedere nuove condizioni per restare in Europa, e ne avrebbero la forza, perché rappresentano un grande mercato di sbocco per i prodotti dell’export del nord». Certo, non si esce dal tunnel con Berlusconi e Letta. «Serve un grande rivolgimento politico, ma forse non siamo lontani: in Grecia c’è Syriza, in Spagna gli Indignados, da noi metà degli italiani non votano più, e di quelli che votano almeno il 20% sceglie i grillini». Il piano di Amoroso si chiama euro-sud: sarebbe come tornare allo Sme, quando gli Stati europei già cooperavano tra loro, mantenendo però un’elasticità nei cambi, con possibilità di svalutazione fino al 15%.
 
Sarebbe una via d’uscita democratica e realistica: «Quelli che invocano “più integrazione” vivono su un altro pianeta: la Gran Bretagna non rinuncerà mai alla sterlina, né accetterà mai che sia Bruxelles a spiegarle come spendere i soldi per l’istruzione». L’Unione Europea è composta di 27 paesi, di cui solo 17 hanno aderito all’euro: gli altri 10 non vi aderiranno mai. «Quindi, già oggi, non è vero che l’Europa ha una sola moneta: ne ha 11. Semplicemente, con l’euro-sud, ne avrebbe 12».  Il continente era già unito prima della moneta unica, con il Sistema Monetario Europeo: l’euro, voluto dalla Francia che sperava di controllare la potenza economica della Germania unita, ha semmai introdotto una spaccatura, tra l’Europa del nord e quella del sud. Un disastro: «L’euro non ha unito l’Europa, non ha creato coesione sociale e territoriale ma conflitto, non ha diminuito l’inflazione, La protesta della Greciapovertà e disuguaglianze sono aumentate». Di questo passo, la moneta unica «farà implodere tutto il sistema europeo».
 
Secondo Amoroso, solo una nuova alleanza politica tra i paesi dell’Europa del sud potrà rinegoziare un’unione con Bruxelles: la sovranità monetaria potrà produrre politiche per l’occupazione e, al tempo stesso, introdurre meccanismi di controllo sulla finanza speculativa. Uscire da soli dall’euro potrebbe essere traumatico, per via della svalutazione e dell’inflazione? In fondo, però, è stato traumatico anche entrare nell’euro. E soprattutto, restarvi. Senza più spesa pubblica, le nostre economie sono al collasso. L’uscita negoziata dall’attuale euro, secondo Amoroso, sarebbe invece più sicura e senza scossoni. Obiettivo perfettamente alla portata dei nostri paesi, a una condizione: devono prima liberarsi degli attuali governi. Ecco perché – mentre la grande crisi avanza e minaccia di travolgerci – diventa fondamentale costruire un’alleanza, da Atene a Lisbona passando per Roma e Madrid, in vista delle decisive elezioni europee della primavera 2014.