lunedì 2 gennaio 2012

Le 50 tasse del decreto salva-BANKENSTEIN


Le 50 tasse del decreto salva Italia. Ecco quanto bisognerà pagare



ROMA – Con l’anno nuovo prende il via il decreto Salva-Italia: sono  in tutto 50 le imposte che colpiranno gli italiani. I contribuenti pagheranno al Fisco all’incirca uno stipendio all’anno. Ecco i nuovi capitoli di spesa nel bilancio familiare degli italiani.
Imu. L’imposta municipale sugli immobili sostituisce la vecchia Ici. Due le aliquote che i comuni potranno applicare: 0,4 per mille sulla prima abitazione e 0,76 sugli altri immobili di proprietà.
Rendite. Rispetto alla vecchia Ici l’Imu garantirà un gettito maggiore grazie all’ampliamento della base imponibile con un aumento fino al 60% dei moltiplicatori catastali.
Irpef. L’aumento delle aliquote a livello nazionale è stato bloccato ma le Regioni hanno la possibilità di aumentare l’addizionale dallo 0,9% all’1,23%.
Immobili all’estero. L’imposta è pari a quella dovuta sugli immobili posseduti in Italia ma è previsto un credito d’imposta per le eventuali imposte patrimoniali dovute nel Paese in cui le case sono situate.
Bollo sui conti. Scatta l’imposta di bollo per le comunicazioni relative a strumenti e prodotti finanziari. Il prelievo sarà dell’1 per mille nel 2012 e dell’1,5 per mille dal 2013. L’aliquota si applica a gestioni patrimoniali, quote di fondi d’investimento italiani ed esteri, polizze sulla vita, buoni fruttiferi postali. Per questi ultimi è prevista una soglia di esenzione se il valore non supera i 5 mila euro.
Estratti conto. Resta a 34,2 euro il bollo sugli estratti conto e i rendiconto dei libretti di risparmio se il titolare è una persona fisica. Sale invece a 100 euro se il cliente è persona giuridica.
Imposta sulle attività finanziarie all’estero. Si applica con le stesse aliquote della nuova imposta di bollo sulle attività finanziarie detenute in Italia.
Scudo fiscale. E’ prevista un’imposta di bollo per le attività finanziarie “scudate” per continuare a mantenere l’anonimato: 10 per mille per il 2012, 13,5 per mille per il 2013 e 4 per mille a partire dal 2014. Solo per quest’anno è istituita un’imposta straordinaria del 10 per mille sulle attività finanziarie scudate che alla data del 6 dicembre 2011 sono state prelevate o liquidate.
Tassa sull’auto. Scatta un’addizionale erariale alla tassa automobilistica regionale, da versare allo Stato, sulle vetture di potenza superiore ai 185 kw: 20 euro per ogni kw che supera il limite.
Tassa sulla barca. Prevista un’imposta sullo stazionamento, navigazione, ancoraggio e rimestaggio per le unità da diporto che stazionano nei porti nazionali o navighino in acque italiane: dai 5 euro giornalieri per le piccole imbarcazioni, fino ai 703 euro per quelle che superano i 64 metri.
Tassa sugli aerei. Al via una nuova imposta sugli aeromobili: si va da 1,5 euro al chilo per gli aerei fino a mille kg, ai 7,55 euro al kg per gli aerei superiori ai 10 mila kg.
Accisa sulla benzina. Aumenta l’accisa sulla benzina di 8,2 centesimi al litro, con l’aggiunta del rincaro dell’Iva. Dal primo gennaio l’accisa sui carburanti in Piemonte è a +5 centesimi, che diventano 6,1 col rincaro dell’Iva. Stesso aumento in Liguria e Toscana. Più consistente il rincaro nelle Marche: +7,6% con un prezzo finale di +9,6 centesimi. In Umbria aumenta di 3,4 cent, prezzo finale +4,1 cent. Nel Lazio il balzo è di 2,6 cen, per un totale di +3,1 cent al litro.
Accisa sul gasolio. L’imposta è già aumentata di 11,2 centesimi al litro.
Accisa GPL. L’imposta sale di 2,6 centesimi.
Iva. Dal primo ottobre è previsto un incremento di due punti percentuali sull’aliquota ridotta, che salirà dal 10 al 12%. L’aliquota ordinaria passerà invece dal 21 al 23%.
Tassa sui rifiuti. Alla vecchia tassa sui rifiuti si applica una maggiorazione di 0,3 euro per metro quadrato di superficie (elevabile dai Comuni fino a 0,4 euro). Il tributo scatterà dal 2013.
Pensioni. Saranno indicizzate all’inflazione solo le pensioni fino a 1400 euro. Di fatto gli assegni di importo superiore subiranno una sorta di tassazione dovuta al mancato adeguamento all’aumento del costo della vita.
Contributi autonomi. Salgono le aliquote contributive per i lavoratori autonomi: coltivatori diretti, artigiani, commercianti e autonomi pagheranno +1,3% quest’anno, +0,45% l’anno prossimo, fino ad arrivare ad un’aliquota del 24%. Gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps, invece, aumenteranno di uno 0,3% l’anno fino a raggiungere un’aliquota del 22%.
Tassa sul Tfr. Ai trattamenti di fine rapporto superiori al milione di euro si applicherà l’aliquota Irpef massima, pari al 43%.
Pensioni d’oro. Previsto un prelievo del 15% sugli assegni previdenziali superiori ai 200 mila euro.
Caro tabacco. Nessun aumento sul prezzo delle sigarette, è prevista un’accisa solo sul tabacco sfuso.
Canone Rai. Entro il 31 gennaio bisognerà pagare 112 euro: +1,5 euro rispetto al 2011.
Pedaggi. Il 31 dicembre sono stati decisi gli aumenti dei pedaggi autostradali.
Bollette luce e gas. L’Autorità per l’energia ha stabilito un rincaro del 2,7% per la tariffa del gas. Previsto invece un +4,9% per la tariffa elettrica.
2 gennaio 2012 | 09:58

Notizie dall'Ungheria









L'ANTICRISTO DI CAPODANNO Stampa
Scritto da Gianluca Freda   
Domenica 01 Gennaio 2012 18:47

Leggendo i quotidiani in questa prima giornata dell’anno della fine del mondo (se a fine 2012 scopriremo che i Maya avevano esagerato in pessimismo coi loro vaticini, bisogna però dargli atto fin da ora che ci si erano avvicinati parecchio) mi imbatto in notizie buone e cattive.

Prima le cattive
I morti e i feriti da botti di capodanno sono drasticamente diminuiti a causa dei divieti di sparacchio celebrativo imposti in numerose città italiane. Questo è un vero peccato. L’ecatombe pirotecnica di imbecilli annualmente generata dal gioioso abuso di botte a muro, raudi fischioni e siluri di Maradona era per me un ritemprante appuntamento con l’eroica resistenza della selezione naturale, improvvidamente abrogata dalle politiche sociali e sanitarie. Era un’occorrenza gaudiosa, la lieta novella del drastico assottigliarsi della schiera nazionale di mentecatti terminali, che periodicamente mi riconciliava col mondo, mi permetteva d’iniziare il nuovo anno in bellezza e di digerire il cenone di San Silvestro tra frizzanti flatulenze. Quest’anno, purtroppo, pare che i deficienti morti schiattati siano soltanto due. Uno a Roma, che ha fatto saltare in aria l’intero appartamento nella comprensibile foga di festeggiare le rutilanti prospettive politiche ed economiche che il nuovo anno porta al nostro paese. Si può perlomeno consolarsi pensando che, se il numero di coglioni che accedono alle praterie di Manitù per autodeflagrazione si è tristemente ridotto, la loro qualità va però crescendo costantemente. Un altro è defunto a Casandrino, in provincia di Napoli, raggiunto da un proiettile vagante mentre, in piena notte, modulava una sinfonia per mefisti e tricchetracche bighellonando per le strade della camorra. Unica nota positiva: i mutilati e gli straziati nella carne restano pur sempre un numero cospicuo, nell’ordine delle centinaia. Fra essi – come c’informa “Repubblica, con la lacrima al ciglio – vi sono anche “76 bimbi”, cioè 76 figli, nipoti e bisnipoti di cerebrolesi, probabili cerebrolesi futuri, che dovranno trascorrere l’eventuale tempo che gli resta da vivere con una dotazione di mignoli, pollici, arti ed organi di varia natura inferiore al limite di legge. Ciò è un bene. La privazione, anche anatomica, del pollice opponibile contribuirà a renderli più facilmente riconoscibili.

Veniamo alle buone notizie, che quest’anno sono veramente clamorose.

Viktor Orbán, il promettente premier ungherese al quale, qualche tempo fa, avevo già dedicato un post di entusiastica ammirazione, ha deciso stavolta di superare se stesso. Dopo aver buttato fuori a calci il FMI dal proprio paese, dopo aver tagliato gli emolumenti dei dipendenti pubblici, a partire dai banchieri, dopo aver ridotto di 9 punti la tassazione per le aziende, dopo aver vietato i mutui in valuta straniera che facevano concorrenza a quelli in valuta nazionale, sentite un po’ cos’altro ha fatto questo folle.

Sfruttando la maggioranza schiacciante in Parlamento conquistata dal suo partito (Fidesz) nelle ultime elezioni, e fregandosene del ricatto di FMI ed UE, che adesso minacciano di bloccare i prestiti al suo paese e di trascinarlo alla Corte Europea di Giustizia, Orbán ha imposto – trema la penna nello scriverlo – la quasi-nazionalizzazione, di fatto, della Banca Centrale Ungherese. Le nuove leggi varate dal Parlamento hanno tolto al presidente della banca centrale, Andras Simor, il diritto di nominare i suoi vice; hanno aumentato da sette a nove membri i componenti del Consiglio Monetario (che decide, tra l’altro, l’entità dei tassi d’interesse) attribuendo maggior peso ai membri di nomina governativa, passati da due a tre; hanno creato un’apposita posizione per un terzo vicepresidente (anch’esso di nomina governativa). Inoltre, grazie alla maggioranza dei due terzi (assai abbondanti) che può vantare in Parlamento, Orban ha varato una serie di riforme costituzionali (ben sette, finora) l’ultima delle quali prevede la fusione della banca centrale con l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari, il che implica la possibilità di scavalcare il governatore della banca centrale nelle decisioni più rilevanti.
Inutile dire che Standard & Poor’s e Moody’s si sono affrettati ad abbassare il rating ungherese a livelli da quarto mondo, come sempre si fa con i recalcitranti che si vuole ricondurre all’obbedienza, strillazzando la solfa consueta, secondo la quale tali misure “restringono le prospettive di crescita economica del paese”. E’ noto che solo lo strozzinaggio di FMI e BCE è in grado di garantire una crescita economica degna di questo nome, come Italia e Grecia sono lì a dimostrare. Orbán non si è lasciato intimidire. “E’ una moda europea quella di tenere le banche centrali in una posizione di sacra indipendenza”, ha dichiarato alla stampa. “Nessuno può interferire con l’attività legislativa ungherese, nessuno al mondo può dire ai rappresentanti eletti dal popolo ungherese quali leggi approvare e quali no”. Poffarbacco. Non crederà mica, questo demente, di dar vita ad una nazione sovrana e monetariamente autonoma in un continente di sguatteri degli Stati Uniti? Non crederà mica sul serio che “democrazia” significhi rispettare la volontà degli elettori andando contro i diktat della BCE? Perché non obbedisce e se ne sta buono, come fanno tutti, a partire dal nostro farfugliante e reverente inquilino quirinalizio?

Pare che invece Orbán a queste fole creda davvero. Le misure di semi-nazionalizzazione della banca centrale sono solo la punta dell’iceberg. Qui le buone notizie si fanno gustose davvero.

Il parlamento ungherese, per reagire alle misure punitive europee e al fallimento dell’asta dei titoli di stato tenutasi nei giorni scorsi, ha nazionalizzato 10 miliardi di euro di fondi pensione privati.

Ha imposto alle banche di ripagare, con proprio capitale, parte dei debiti contratti in valuta estera, a partire dai mutui.

Ha spodestato il capo della Corte Suprema, Andras Baka, sostituendolo con giudici di sua nomina. Tunde Hando, moglie di uno dei parlamentari di Fidesz, ha ricevuto piena facoltà di nominare i nuovi magistrati, compresi quelli che andranno a rimpiazzare le dozzine di pensionamenti che si avranno da quest’anno grazie all’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici, varata dalla stessa maggioranza parlamentare.

Ha sostituito il Consiglio Fiscale “indipendente” (cioè obbediente alle imposizioni dissanguatici dell’UE) con un organismo dominato dai membri e dagli alleati del partito di maggioranza.

Anche a capo dell’organismo di revisione della contabilità di stato (il “Consiglio di Bilancio”, assimilabile alla nostra Corte dei Conti) è stato posto un esponente di Fidesz, di nomina parlamentare.

Ma la parte migliore sono le leggi in favore della cultura nazionale, con cui si sta cercando di sottrarre l’informazione pubblica alla schiavitù del melmoso sistema di lavaggio del cervello filostatunitense che impesta da decenni il nostro rivoltante panorama mediatico.

E’ stato imposto un tetto massimo del 20% alle notizie di cronaca nera nei telegiornali, ponendo finalmente un limite al dilagare di sarescazzi, roseolindi e annemariefranzoni che rincitrulliscono e terrorizzano i telespettatori, costringendoli a temere il nulla e a disinteressarsi delle notizie di politica e finanza, cioè di ciò che più ardentemente dovrebbero temere.

E’ stato imposto ai giornalisti investigativi l’obbligo di rivelare le proprie fonti, arginando la mareggiata di diffamazioni e calunnie senza fondamento di cui i nostri mezzi di disinformazione – con in testa la sempre sculettante “Repubblica” – si sono serviti per distruggere reputazioni e far cadere governi in ossequio alle direttive americane. I giornalisti ungheresi, poveretti, sono già da 20 giorni in sciopero della fame contro queste leggi “liberticide” che pongono restrizioni intollerabili alla loro inalienabile libertà di essere dei cialtroni bugiardi e venduti ai nemici del proprio paese. Mentre mi rimpinzavo di zampone e lenticchie, li ho immaginati, con delizia, assisi nel gelo della notte di Budapest, con i loro merdosi striscioni e cartelli inneggianti alla “democrazia” e alla “libertà d’espressione”. In un momento di estasi, ho fantasticato di divertenti spettacoli pirotecnici organizzati in loro onore dalla forza pubblica ungherese, con petardi e bengala arricchiti di abbondanti percentuali di piombo. Era solo un sogno, purtroppo, ma è bello sapere che esistono ancora luoghi, nel mondo, in cui i sogni, in un futuro nemmeno tanto remoto, potrebbero tornare ad essere realtà.

Nel preambolo della Nuova Costituzione varata dal parlamento è stato reintrodotto il riferimento alle radici cristiane del paese, ai territori perduti nel corso della Prima Guerra Mondiale ed annessi ad Austria, Romania e Repubblica Slovacca, nonché un accenno alla “Sacra Corona di re Stefano”, utilizzata per incoronare i sovrani ungheresi dal XIII secolo in avanti.

E’ stato anche stabilito che la TV ungherese dovrà trasmettere una percentuale minima del 40% di musica ungherese sul totale di musica trasmessa, il che male non fa.

Ah, dimenticavo: i gay non possono sposarsi e l’unico matrimonio riconosciuto come tale è quello eterosessuale. Mi dispiace, amici gay d’Ungheria. Ho la morte nel cuore. Niente zagare e confetti per voi quest’anno, che tristezza. Ma potete sempre orchestrare uno di quei vostri caravanserragli, portando in parata drag queen e mostriciattoli da circo per esprimere, democraticamente, il vostro più vibrante dissenso. Vibrate, vibrate, che un po’ di petardi e mortaretti si trovano anche per voi.

Infine, orrore degli orrori: i deputati dell’opposizione, che la settimana scorsa manifestavano inermi e frementi di venerabile sdegno contro le “leggi liberticide” del governo, sono stati arrestati dalla polizia, compreso l’ex primo ministro Ferenc Gyurcsány. Immagino si sia trattato di un provvedimento che il governo Orbán ha varato a favore del turismo. Molti cittadini delle ex nazioni europee sborserebbero alle agenzie di viaggio cifre considerevoli per assistere all’arresto e alla manganellazione costumata dei traditori della patria di un qualunque parlamento continentale. Se lo spettacolo dovesse continuare, mi prendo un weekend libero e prenoto il primo torpedone in partenza per Budapest. Magari prima sentiamoci, se prenotiamo per comitive spendiamo meno. Speriamo ci siano anche delle cartoline con le fasi salienti del pestaggio da inviare agli amici.

In poche parole, il governo di Orbán ha fatto tutto ciò che Berlusconi, con la sua maggioranza, avrebbe potuto fare in Italia se solo non fosse stato l’incompetente, corrotto, semianalfabeta, pusillanime e venduto piazzista di casseruole che noi tutti amiamo.

La cosa più divertente è stata la lettura delle prevedibili reazioni degli zampognari dell’editoria nostrana a questa sacrilega ribellione magiara al credo ideologico costituito. Da “Repubblica” al “Corriere” è tutto un coro dolente di anatemi, di atti di dolore, di dàlli al fascista, di querimonie d’onta e vituperio. Prendo a modello esemplificativo l’articolo su “Repubblica” di tale Andrea Tarquini, talentuoso scribacchino eziomaurico, di stirpe ed opere a me ignote. Dopo aver esordito con una probabile storpiatura delle dichiarazioni di Orbán (il premier ungherese avrebbe detto “se qualcuno tenterà di deviare la nostra traiettoria, lo allontaneremo educatamente”, citazione che non ho trovato attestata da altre fonti), il tarquino ci ricorda che il premier ungherese è “un ammiratore di Putin, Lukashenko e Berlusconi”, il che immagino sia ai suoi occhi di adepto scalfarico un crimine contronatura assimilabile allo stupro di un’armadilla disabile, punibile con l’iniezione letale senza ultima sigaretta. L’eziomaurico c’informa poi che i provvedimenti legislativi di un parlamento ungherese eletto a schiacciante maggioranza popolare rappresentano “uno schiaffo” a Barroso e “al Segretario di Stato USA Hillary Clinton”. Passi Barroso, che con quella faccia da salumaio che si ritrova i ceffoni se li tira. Ma quel mostro di Orbán ha osato alzare le sue sordide mani su una donna! Vi rendete conto? E quella donna è Hillary, la dolce Hillary, la venerea fanciulla che sghignazzava “We came, we saw, he died” di fronte al cadavere di Gheddafi ancora sanguinante. E lui l’ha presa a schiaffi! Come potremo mai ringraziarlo a sufficienza, campassimo pure cent’anni?

Da notare alcuni forbiti accorgimenti stilistici, miranti ad accrescere l’indignazione del lettore contro la setta anticristica: il parlamento magiaro non è composto a maggioranza dal partito di Orbán, ma è “dominato dal suo partito”. Quest’uomo è un dominatore, un Hitler, un Gengis Khan, come del resto lo sono tutti i capi di stato democraticamente eletti le cui decisioni non si sposano con gli interessi degli Stati Uniti e dei loro lavapiatti.

La lagna della prefica repubblicana prosegue poi con la litania sulle “leggi liberticide”, cioè la nazionalizzazione della banca centrale e le “leggi che privilegiano i cristiani”, laddove, se a questo mondo esistesse ancora un po’ d’educazione, dovrebbero privilegiare i gay e i devoti del Liberismo Libico a Grappolo.

A un certo punto il tarquino sclera di brutto, forse impietrito dall’esecrando spettacolo dei poveri giornalisti costretti al digiuno protestatario sansilvestrino, al freddo e al gelo, e con sprezzo della misura definisce l’Ungheria “un paese mitteleuropeo magnifico e vitale [bontà sua] ma [MA!] sulla via di una dittatura dal crescente fetore di fascismo”. Un fetore che noi italiani, grazie a “Repubblica”, non conosceremo mai. Al massimo annuseremo quello del pesce incartato, restando troppo a lungo esposti ai suoi editoriali, ma per quello è sufficiente lavarsi le mani.

Segue poi la citazione di alcuni salmi di Hillary Clinton (“Siamo preoccupati per la democrazia in Ungheria”, ahi ahi ahi, bombe a grappolo in arrivo) e il fremito d’orrore dinanzi all’ennesima efferatezza di Orbán, la terribile ridenominazione della “Repubblica Ungherese” in semplice “Ungheria”. Quale entità demoniaca ha potuto perpetrare quest’estremo oltraggio al giornale con cui il marcopasquico procura il pane ai suoi macilenti rampolli?

La pianto qui con l’analisi del delirio giornalistico di questo poveraccio, ma faccio notare, in chiusura, un’inesattezza del testo che mi ha umanamente ferito. Il linciatore di libici scrive, a un certo punto, che i miserandi giornalisti magiari in sciopero della fame sono stati “vergognosamente ignorati dal resto d’Europa”. Beh, questo non è vero. Col senso civico che da sempre mi contraddistingue, io ero perfettamente a conoscenza delle traversìe e dello strazio che hanno colpito i colleghi ungheresi di Andrea Tarquini e ne ho goduto soverchiamente. Sapendoli vittime del crudele regime, ieri sera mi sono abbuffato, alla faccia loro, di spumante e capriolo con polenta. Dedico a loro e ai giornalisti di “Repubblica” il mio BURP! di commossa solidarietà.

P.S.: Se l’articolo di Tarquini vi ha divertito, non perdetevi quello del “Corriere”, redatto da un non altrimenti noto Giorgio Pressburger (si tratta probabilmente di una figura professionale reperita dai talent scout del quotidiano milanese tra i cassintegrati di McDonald’s). Mai letta una roba del genere, giuro, mai letta. Roba da far riaprire i manicomi entro 24 ore per decreto d’urgenza. L’ardita tesi del Cheeseburger è che Dante (Dante!) avrebbe avuto parole di severa condanna contro l’atteggiamento antieuropeo del premier ungherese. O si tratta di un oscuro “avvertimento in codice” contro Orbán (Dante, sostiene Paolo Franceschetti, era un Rosacroce e di “punizioni” ai traditori della fratellanza se ne intendeva) oppure siamo di fronte ad una mutazione del pur pessimo giornalismo in forme patologiche che hanno ormai più attinenza con la cura dei disturbi neurobiologici che con la satira politica. Un assaggio:

“Nel corso della Seconda Guerra Mondiale il Paese (cioè i suoi governanti di allora) si è alleato, al pari dell’Italia, con i nazisti della Germania. Quello non è stato un atto d’onore. Ma l’Ungheria si era infestata di orrendi razzisti, di veri sanguinari assassini. Questi però non rappresentavano gli ungheresi [ah no?, NdR]. Il popolo ungherese come quello italiano non è razzista, se questi sentimenti non vengono inculcati con i mezzi più subdoli e purtroppo efficaci […e se non lo sanno al Corriere!, NdR], studiati scientificamente [Azz!, NdR] da gruppi politici. L’uomo è un essere sociale, non rifiuta lo straniero, lo sconosciuto. Perché a tutti i costi vogliono invece insegnargli l’odio e la violenza? [Pecché?? Pecché??!!, NdR] Oggi in Ungheria, come in Italia, hanno in qualche modo ridestato queste ombre, questi zombie. Cosa direbbe Dante di fronte a questo? “Va! Ammazza quei fetidi Rom! Elimina dal mondo gli ebrei!”? Griderebbe così? Credo, sono certo che nessuno osi pensare questo”.

Cosa direbbe Dante? Immagino:
“La grave idropesí, che sí dispaia / le membra con l’omor che mal converte, / che ‘l viso non risponde a la ventraia, / faceva lui tener le labbra aperte” (Inferno, Canto XXX).


L'Ungheria manda a quel paese la Bce e si dà una nuova Costituzione

Matteo Tacconi
1 gennaio 2012
Ultimo Paese ad abbandonare la carta comunista, da oggi l’Ungheria vanta una nuova Costituzione. Due i punti critici: i poteri sugli ungheresi che vivono all’estero, e il ridimensionamento della Corte Suprema, che non avrà competenze su bilancio e tasse. La crisi qui ha colpito duro e il governo ha limitato i margini di manovra della Banca centrale europea, attirandosi ulteriori critiche dall’Ue. La risposta del primo ministro
Orban è stata perentoria: «Non c’è nessuno al mondo che possa dire ai deputati eletti dal popolo ungherese quali leggi possono o non possono votare».
Il premier ungherese Viktor Orban, leader dei conservatori magiari
Oggi entra in vigore la nuova Costituzione ungherese. Budapest, unica capitale dell’ex oltre cortina a non averlo ancora fatto, sostituisce così la vecchia carta comunista, comunque emendata ripetutamente dall’89.
Fin qui nessun problema. Il passo era dovuto. Qualche legittima preoccupazione emerge, invece, se si va a guardare il contenuto della Costituzione, voluta ossessivamente dal primo ministro conservatore Viktor
Orban, il cui partito (Fidesz), grazie alla scorpacciata elettorale dell’aprile 2010, vanta 206 seggi in Parlamento, a fronte dei 265 totali.
C’è chi l’ha definita una Costituzione ultra-conservatrice, chi parla di impostazione clerico-fascista, chi sostiene che è persino più illiberale di quella vergata nel 1949 dai comunisti. Queste letture, forse, sono
esagerate e viziate da eccessi ideologici o scarsa conoscenza del contesto ungherese. Resta il fatto che la Costituzione, criticata da Ue e Commissione di Venezia, presenta passaggi delicati. Al di là dei richiami
insistenti ai valori cattolici e dell’ungheresità (mitigati da riferimenti alle altre fedi e agli altri gruppi etnici nazionali, anche se in modo non del tutto sufficiente), i punti che più fanno discutere riguardano gli ungheresi
all’estero e i poteri della Corte suprema.
Sul primo, si afferma che “l’Ungheria è responsabile del destino degli ungheresi che vivono oltre i suoi confini”. Tale disposizione si ricollega allo smembramento della “Grande Ungheria”, avvenuto con il Trattato di Trianon (1920) al termine della Prima guerra mondiale. Il paese perse il 72% del proprio territorio e il 64%
della sua popolazione. Milioni di magiari si ritrovarono a vivere in regioni assegnate alla Romania, alla Jugoslavia e alla Cecoslovacchia. Trianon è considerata a tutt’oggi un’onta nazionale e suscita, in alcuni
segmenti della società politica e civile, sentimenti impregnati di nostalgia.
Il problema, adesso, è che, come rimarcato dalla Commissione di Venezia, il riferimento alla sorte degli ungheresi all’estero rischia di essere percepito come un’ingerenza e di generare incomprensioni con Serbia e
soprattutto Slovacchia e Romania, dove risiedono rispettivamente 520mila e 1,5 milioni di magiari e affiorano periodicamente tensioni legate allo status della minoranza magiara e alle istanze da essa sollevate in campo
culturale e linguistico (non tutti i diritti, c’è da dire, le sono riconosciuti).
Quanto alla Corte suprema, la nuova magna charta ne riduce l’autonomia, privandola, in sostanza, della competenza sulle leggi che riguardano bilancio e tasse. Insieme a questo c’è da tenere conto che le nuove regole ne aumentano il numero dei membri e danno quindi modo alla Fidesz di controllarla, tramite nomine politiche.
Tutto questo rientra nell’approccio complessivo dell’esecutivo: cannibalizzazione delle cariche pubbliche, rilancio deciso dell’ungheresità, populismo e unilateralismo decisionale. Di quest’ultimo la gestazione e l’approvazione della Costituzione, avvenuta in tempi rapidissimi, senza consultare l’opposizione socialista e senza approfondite discussioni pubbliche, ne sono una prova. La foga dei governanti, che secondo diversi analisti hanno abusato dell’ampio consenso ottenuto nel 2010, sentendosi legittimati a fare e disfare a proprio piacimento, s’è manifestata anche sulla nuova legge su sistema dei media, in alcune parti discutibile (supervisione governativa e multe), approvata all’inizio della presidenza semestrale ungherese dell’Ue, nel gennaio scorso.
Anche i provvedimenti economici hanno alimentato perplessità. L’Ungheria è stato uno dei paesi Ue più colpiti dalla crisi. Lo stato di salute dell’economia, specie a causa del debito pubblico lasciato in eredità dal “socialismo del goulash” promosso da Janos Kadar negli anni ’70 e ’80 (consenso al regime in cambio di
benefici economici individuali), è pessimo. Nel 2008 Budapest ha ricevuto un prestito ingente dal Fondo monetario internazionale, ma i negoziati sul rinnovo, una volta che Orban è salito al potere, sono saltati. Il primo ministro ha rifiutato i sacrifici imposti dall’Fmi e puntato su scelte poco ortodosse, rispetto ai criteri che ispirano le istituzioni finanziarie.
Le misure più controverse sono state la ristatalizzazione dei fondi pensione e le maxitasse imposte ai grandi gruppi stranieri attivi in settori chiave quali distribuzione alimentare, telecomunicazioni e credito (questi gruppi hanno presentato ricorso in sede comunitaria). Infine, il governo ha limitato i margini di manovra della Banca centrale europea, attirandosi ulteriori e copiose critiche dall’Ue, che chiede a Orban di ripensarci. La risposta è stata perentoria: «Non c’è nessuno al mondo che possa dire ai deputati eletti dal popolo ungherese quali leggi possono o non possono votare», ha tagliato corto il primo ministro.
Come andrà a finire? La politica economica della Fidesz non ha dato i frutti sperati e il governo ha cercato, discretamente, di riattivare i negoziati con l’Fmi. Ma quest’ultimo pretende l’adeguamento ai suoi parametri, cosa che farebbe cadere la linea seguita da Orban, sempre più nervoso e senza più consenso popolare. A Budapest, intanto, la gente scende in piazza e protesta vivacemente. Affermare che Orban voglia fare il Putin e che cerchi di instaurare una “democratura” è troppo, forse. Di certo è che è il suo progetto, già fallito, costerà molto al paese.
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News: L'Ungheria distrugge le coltivazioni Ogm

sab 06 ago 2011, 00:22



di Federico Cenci

Nelle settimane scorse un paio di notizie provenienti dall’Ungheria hanno fatto tremare i polsi alle multinazionali degli Ogm. La prima annuncia l’inizio dei serrati controlli da parte delle autorità in seguito all'approvazione di una normativa stringente che impone alle aziende esportatrici di certificare i propri prodotti come “ Ogm-free”. Ovvero, che impone di esportare sul suolo ungherese solo prodotti non transgenici.


La seconda, figlia del medesimo proposito di salvaguardia dell’agricoltura sana, attiene ai circa 1.000 ettari di mais contaminati, commercializzati illegalmente da Monsanto e Pioneer, aziende multinazionali leader nel settore, distrutti per volontà del governo nelle fertili regioni al centro e a sud-ovest del paese magiaro.

Soltanto negli ultimi giorni il Ministero dell’agricoltura ungherese ha confermato queste due notizie filtrate dai media recentemente, destando clamore per la portata rivoluzionaria rispetto ad una prassi per cui gli Stati usano inchinarsi agli interessi delle aziende multinazionali. Purtroppo il danno causato da Monsanto e Pioneer è stato scovato troppo tardi, così che l’intervento risolutore - accompagnato da un’aratura del grano di modo da scongiurare la contaminazione nei confronti di altre colture confinanti - ha generato una controindicazione. Infatti, con la stagione di crescita già in atto, è troppo tardi per seminare di nuovo; ciò equivale ad una perdita totale del raccolto di quest’anno, con annessi contraccolpi economici su scala nazionale.

Dunque, si tratta di misure drastiche e non senza ripercussioni, ma assolutamente necessarie, dato che eviteranno il protrarsi di questioni che, a lungo andare, rischiano seriamente di minare l’esistenza delle piccole imprese agricole locali e la salute dei consumatori. Del resto Endre Kardeván, responsabile della catena di sicurezza alimentare presso il Ministero dell’Agricoltura, ha assicurato che lo Stato si farà carico di ricompensare gli agricoltori per le loro perdite.

Ovviamente, la guerra dichiarata dall’Ungheria agli Ogm non ha lasciato indifferenti le aziende produttrici, le quali hanno reagito piccate a questo ennesimo atto di forza sovrano da parte del governo del giovane Viktor Orbán. La Monsanto ha contestato la scelta ungherese di distruggere le coltivazioni e, prima che ciò avvenisse, ha fatto appello alla Corte Municipale di Budapest affinché la risoluzione venisse sospesa. Ma l’appello è stato rifiutato e le coltivazioni contaminate sono potute essere distrutte.

La stessa multinazionale ha poi affermato, attraverso una nota, che i semi che esporta in Ungheria – conformemente alla legislazione ungherese che ne vieta la circolazione - non sono Ogm. Tuttavia, il segretario di Stato ungherese Lajos Bognár non è di questo avviso ed ha smentito, dati alla mano, la Monsanto: egli afferma che le misure sono state adottate sulla base di un campione risultato positivo agli Ogm dopo un’analisi dell’Ufficio dell’agricoltura ungherese.

Già dal 1998, due anni dopo l’apparizione delle prime coltivazioni Ogm negli Stati Uniti, approfonditi studi evidenziarono l’impatto dannoso delle stesse sull’ambiente e sulla salute dei consumatori. Tuttavia, grazie al supporto mediatico di cui le potenti multinazionali produttrici di Ogm possono godere, è alquanto diffusa una mitologia secondo la quale l’utilizzo di semi transgenici sia una sorta di rimedio miracoloso ai problemi più incalzanti dell’agricoltura: l’adattamento delle colture, i cambiamenti climatici e la fame nel mondo.

Tutto falso, prontamente smentito da fatti che parlano d’altro, ossia di produzioni industriali appannaggio di multinazionali e nocive dal punto di vista sanitario. La recente decisione del governo ungherese - protesa alla salvaguardia della salute del popolo - dimostra come l’ambizione alla sovranità da parte di uno Stato racchiuda la forza di tacere le ingannevoli odi intonate dai cantori della mitologia multinazionale.


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DERIVATI: TRUFFATI DA JPMORGAN TRECENTO COMUNI


LA TERZA GUERRA MONDIALE! - DERIVATI COME BOMBE, E CASSINO VIENE RASA AL SUOLO PER LA SECONDA VOLTA DAI DERIVATI DELLA JPMORGAN, LA CITTA’ MARTIRE COSTRETTA A TAGLIARE GLI ASILI NIDO PER EVITARE LA BANCAROTTA - TRECENTO COMUNI ITALIANI SULL’ORLO DEL BARATRO: HANNO ACQUISTATO MILIONI DI EURO IN PRODOTTI FINANZIARI DERIVATI (SWAP) E SI SONO VISTI MODIFICARE I TASSI DA FISSI A VARIABILI DOPO POCHI ANNI CON INTERESSI ALLE STELLE - IN AMERICA LA JPMORGAN È STATA CONDANNATA A PAGARE 228 MILIONI DI MULTA PER ILLECITI E COMPORTAMENTI ANTICONCORRENZIALI E A MILANO È ANCORA SOTTO PROCESSO DAL 2005…


LA BANCA E I SUOI DERIVATI - SOLATI DA JPMORGAN, TRECENTO COMUNI ITALIANI RISCHIANO LA BANCAROTTA
La battaglia della seconda guerra mondiale per la liberazione di Cassino raso al suolo la città e la sua abbazia in collina. Ora, i 33.000 abitanti stanno cercando di uscire fuori dalle macerie lasciate da Wall Street.
jp morganJP MORGAN
Sei decenni dopo che l'esercito americano ha cacciato i nazisti da Cassino, la nuova generazione è alle prese con i debiti per la ricostruzione del dopoguerra, indebitamento che è cresciuto a causa di un contratto derivato che fallito. I costi crescenti hanno costretto Cassino, 80 km a sud est di Roma, a contrattare un tasso di interesse con JPMorgan Chase & Co. (JPM) nel 2009, lasciando la città incapace di pagare gli asili nido per 60 bambini e i servizi per i poveri.
Per Iris Volante, che presiede la commissione finanza di Cassino, i banchieri che condividono la responsabilità dello spaccio dei contratti derivati devono pagare con il loro lavoro. Lei, come i manifestanti di Occupy Wall Street in tutto il mondo, sta chiedendo una revisione del sistema finanziario per evitare che la storia si ripeta.
Cassino prevede di tagliare i finanziamenti per il suo asilo nido e potrebbe chiedere alle famiglie di pagare diverse centinaia di euro al mese per ogni figlio dopo l'esecuzione di altre misure di risparmio. Il Comune ha già ridotto il personale da 450 a circa 250 dipendenti non sostituendo coloro che hanno lasciato o sono andati in pensione, ha detto Volante.
cassinoCASSINO
La prova di Milano
Anche se la banca con sede a New York guidata da Jamie Dimon non ha filiali in Italia, non ha esitato a vendere swap ai comuni italiani nell'ultimo decennio. A Milano, JPMorgan e i suoi dipendenti sono sotto processo, insieme con la Deutsche Bank AG (DBK), la tedesca Depfa Bank Plc e lo svizzero UBS AG, con l'accusa di ingannare le città a comprare i contratti nel 2005. Le banche negano ogni addebito.
In tutta Italia, per far fronte al calo delle entrate e alle spese in aumento molte città hanno comprato swap da JPMorgan, la più grande banca statunitense. Cassino ha acquistato un contratto da 22 milioni di euro (28,7 milioni dollari) dalla Bear Stearns Cos di New York, acquisita da JPMorgan nel 2008, che ha modificato i tassi di interesse da fissi a variabili. Il tasso, al minimo storico al momento della firma del contratto nel 2003, è salito negli anni successivi.
Circa 300 comuni, dalla punta dello Stivale alle Alpi, stavano perdendo un totale di 912 milioni di euro a causa di questo tipo di derivati come mostrano i dati della Banca d'Italia.
Brian Marchiony, portavoce di JPMorgan a Londra, si è rifiutato di commentare.
CassinoCASSINO
Jefferson County
Anche i governi locali e le autorità di regolamentazione in Germania e Stati Uniti hanno fatto causa alle banche, tra cui JPMorgan, per i contratti derivati.
La città tedesca di Pforzheim ha citato in giudizio JPMorgan un anno fa per oltre 56 milioni di euro di perdite sugli interessi degli swap. L'udienza presso il Tribunale Regionale di Francoforte è prevista per il 16 gennaio.
Negli Stati Uniti, JPMorgan è stato messo sotto osservazione dal Dipartimento di Giustizia, dalla Securities and Exchange Commission e dai procuratori generali di 25 stati. La banca ha dovuto pagare 228 milioni dollari quest'anno con l'accusa di aver cospirato per sovraccaricare le città a spese dei contribuenti, riconoscendo la responsabilità per illeciti e comportamenti anticoncorrenziali agli ex dipendenti.
Nel 2009, JPMorgan si accordò con la SEC per 722 milioni di dollari per porre fine a un'indagine sul suo ruolo nella vendita di strumenti derivati che hanno contribuito a spingere Jefferson County, Alabama, a dichiarare la più grande bancarotta nella storia degli Stati Uniti. La banca ha pagato 75 milioni di multe e ha dovuto restituire 647 milioni di dollari alla Contea.

Attentati dinamitardi contro Equitalia e CPI

FOGGIA, lunedì 2 gennaio 2012 - ORE 12.12

Attentati Equitalia e CPI: nessuna rivendicazione


Un capodanno nato sotto il peggiore degli auspici. A Foggia, è stato colpito nella notte di San Silvestro il cuore pulsante dell'economia del lavoro. Attentati dinamitardi prima contro la sede di Equitalia, poi contro il Centro per l'Impiego. Ma andiamo con ordine. E' da poco scoccata la mezzanotte quando si sente un fortissimo boato che supera quello dei festeggiamenti di fine anno. Lo hanno udito tutti i residenti della macchia gialla a Foggia, capendo si da subito che non si trattava di un semplice petardo. Così è stato. Un potente ordigno rudimentale è stato fatto esplodere davanti alla sede foggiana di Equitalia, società pubblica incaricata della riscossione dei tributi per conto dello Stato. La deflagrazione è stata violentissima, la saracinesca è balzata via per una decina di metri. Ingenti i danni anche all'interno della struttura. Una svolta nelle indagini potrebbe giungere dai filmati della videosorveglianza, già al vaglio degli agenti della Digos. Nessuna rivendicazione è giunta, fino a questo momento, alle forze dell'ordine; potrebbe però esserci un nesso tra gli attentati ai danni di Equitalia in altre zone d'Italia: prima il pacco bomba a Roma dello scorso 9 dicembre, che ha ferito il direttore generale Marco Cuccagna, quello del 26 dicembre contro la sede di Olbia, poi quello avvenuto nella notte del 30 dicembre a Modena, dove è stato appiccato un incendio. Avvertimenti che - secondo gli inquirenti - celerebbero una matrice anarchica. Per non parlare dei cinque grossi petardi fatti esplodere dinnanzi la sede di via San Severo del Centro per l'Impiego. Ordigni esplosivi posti in prossimità di 4 saracinesche e della porta d'ingresso. L'esplosione ha provocato danni alle pareti esterne della struttura. A dare l'allarme  un dipendente che passava casualmente in via San Severo alla periferia di Foggia. Intanto per alcuni giorni l'attività del CPI avverrà con funzionalità ridotta. Gli uffici saranno dunque in funzione - negli usuali orari di sportello - esclusivamente per il rilascio di certificazioni urgenti ai fini delle assunzioni.

Tatiana Bellizzi 

Fermiamo i falsari, insieme si può !


L'ostacolo al cambiamento non sono le banche o il potere in generale, bensì la grande negligenza di cambiare della gente. Il potere è oggi rappresentato, in Italia, da non più di 20.000 - 30.000 persone che, dai loro vari ruoli, controllano i media, ma anche i media sono condizionati dal consenso popolare. La gente, in sostanza, resa viziosa, oppone ora i suoi vizi al cambiamento, ed è proprio contro il conservatorismo della gente che dobbiamo lottare se vogliamo sconfiggere l'illiceità bancaria, perché il motivo per il quale non riusciamo a sconfiggerla è che la gente la difende. Gino Marra